Sta per suonare la campanella del primo giorno di scuola della prima elementare. Li vedete? Bambine e bambini riempiono il cortile di urla e risate. In un ambiente nuovo, ritrovano qualcuno che conoscono e, dopo un attimo di sospensione ed esitazione, rotolano in un’allegria nuova, si stringono e si allontanano per farsi coraggio e rendere vero, ancora per un po’, che l’amica del cuore sarà di certo la compagna di banco.

Dietro ci sono i genitori, probabilmente intimoriti dal primo impatto con una pesante “istituzione”, sicuramente attraversati dai ricordi di quella curiosità e quella paura che leggono negli occhi dei figli.

E se i genitori sono due mamme? Probabilmente sono partite molto tempo fa a informarsi sulle scuole “giuste”, quelle con dirigenti e maestre aperte al reale che cambia e non troppo intimorite dalle difficoltà che i cambiamenti pongono a ciascuno. Forse si guardano intorno con più circospezione, domandandosi se le maestre “lo sanno”, studiando gli occhi e le movenze delle altre mamme e papà, alla ricerca di un segno di apertura: questo spazio comune è praticabile per tutte e tutti, magari con un filo di felicità.

Poi la burocrazia sommerge tutto: assicurazione, anticipo dei soldi per le attività extrascolastiche (perché nomi così brutti? Perché non ci sono più le “gite”?), deleghe per il ritiro dei bambini da parte di tate, nonni, zie, amici. Eccolo il panico arrivare. E se oggi lei non può ritirare il figlio perché non c’è ancora la delega? Lei “non è nessuno” dal punto di vista della legge, di fatto è la mamma per il bambino. Questa è la vertigine che ti prende quando irrompe nella tua vita il controllo dell’istituzione, quel potere fatto di regole già scritte che sanciscono in astratto cosa deve essere, tutto il resto essendo fuori norma e quindi un problema. Ricordo ancora la prima volta che ho preso un aereo con mia figlia, che aveva poco più di un anno. Da sconsiderata, non avevo portato alcun documento della piccola. La ragazza del check-in non voleva farci passare, non potendo provare che la bambina fosse mia figlia, nonostante l’evidenza di una creatura aggrappata a me con fiducia, mentre misurava con gli occhi lo spazio enorme che la circondava. Abbiamo parlato e ha prevalso il buon senso. Ecco, buona parte del necessario per trovare mediazioni creative è già lì, a portata di mano: una relazione fiduciosa con le maestre, il porsi quotidiano nella propria realtà di famiglia, l’attenzione per il bambino e le sue relazioni amicali. Ma davvero conosciamo queste possibilità?

L’ansia che prende di fronte ai muri della burocrazia può venire quando ci si sente sole/i contro tutti e prive/i di forza in una realtà che si percepisce ostile. Tuttavia un’alternativa esiste, ed è quella che ho suggerito a un’amica in questa situazione: fai leva su quello che c’è, non su quello che manca; punta sulla relazione con le maestre e sulla fiducia nelle capacità inventive tue e altrui. È la politica delle relazioni, che scommette sulla presa di coscienza a partire dalle domande più semplici: chi è l’altra, l’altro? Che cosa posso fare io per condividere con maestre e genitori un’idea grande di scuola? Posso esserci in prima persona, farmi carico del desiderio di avere una scuola all’altezza del mondo che cambia e dire pubblicamente la verità, sdrammatizzare le paure, puntando su relazioni che restituiscano senso e valore alla comune esperienza.

Resta la contraddizione aperta di essere “inesistente” rispetto a quanto stabilito dalla legge, che è il punto controverso ogni volta che abbiamo a che fare con la materia dell’esistenza e della libertà umana, per lo più femminile: amore, vita, morte, maternità, sessualità, desiderio, libere relazioni. Clara Jourdan, in un pezzo scritto per il sito della Libreria (Due donne (o due uomini) e le loro creature, 4/6/2015), afferma che se nei legami omosessuali «nascono o entrano creature piccole, il rapporto delle persone adulte con queste creature viene inevitabilmente iscritto nelle forme giuridiche previste dall’ordinamento. Così, mentre in una coppia donna-uomo non sposata entrambi sono genitori dei loro figli a tutti gli effetti, ormai, in una coppia dello stesso sesso no, e si crea una situazione magari ben saldata dall’affetto ma certamente difficile da vivere, sottoposta a continue prove, perché il rapporto tra genitori e figli minori è sempre più pervasivamente controllato dalle istituzioni». Sono d’accordo con lei e auspico che il disegno di legge sulle unioni civili e l’adozione, in questi giorni al Senato, vada in porto. È importante che la realtà sia vista e vengano registrate le trasformazioni avvenute nella ricerca libera della maternità o paternità, pur sapendo che non dipende da una legge la qualità dei legami sociali.

Suor Eugenia Bonetti, in una recente intervista a proposito del suo lavoro con le prostitute ridotte in schiavitù, ha sciolto con semplicità la contraddizione necessità/inessenzialità dei diritti raccontando di aver ottenuto una legge che «ha aperto una grande porta. Una volta riconosciuta la tratta abbiamo potuto aprire case di accoglienza per le donne che tentavano di liberarsi dalla schiavitù.» (Le suore, per esempio…, da Donne Chiesa Mondo, 1/10/2015). Da anni lavorava con le vittime della tratta con altre suore, e il suo impegno è nato dall’incontro con una donna nigeriana che l’ha coinvolta così tanto da cambiarle la vita. Suor Eugenia non ha aspettato la legge, ma ha lottato perché questa potesse aiutarla a farsi ascoltare dove c’era più sordità. Le leggi e le politiche istituzionali, quando ci sono e funzionano, possono aiutare a risolvere problemi concreti e offrono risorse per un lavoro tutto da fare. I veri cambiamenti restano certamente nelle mani di donne e uomini in carne e ossa, chiamati a dare senso all’esistenza quotidiana a partire dalla libera e mutevole espressione di sé.

Mentre il 3 ottobre a Catania, all’interno della Palestra Lupo, scorrevano le immagini del film di Antonino Maggiore Lampedusa 2013, i giorni della tragedia sul naufragio di oltre 364 donne, bambini e uomini eritrei annegati il 3 ottobre 2013 a Lampedusa, nel cortile esterno della Palestra venivano rifocillati parecchi uomini e una donna, Aisote, provenienti da paesi del Corno d’Africa, prelevati insieme ad altri e altre nel mare antistante le coste libiche da una nave della missione Triton e sbarcati al porto di Catania, città che da poco tempo si è assunta il triste incarico di ospitare una delle maggiori sedi europee di Frontex.

Sulla stessa nave e su una banchina del porto erano avvenuti i riconoscimenti e date le recenti disposizioni i 30 uomini e Aisote non sono stati accettati come “richiedenti asilo” ma dichiarati “migranti economici” e per questo espulsi dall’Italia e diffidati a lasciare il Paese entro 8 giorni…

Ora un team di avvocate/i delle associazioni cittadine Rete antirazzista Catanese, La Città Felice, Borderline Sicilia e altre che hanno a cuore la permanenza in città di donne e uomini migranti, che sia di breve durata o che inciampi in tempi più lunghi… (questo per i migranti che vengono segregati al CARA di Mineo o negli “hot-spot” siciliani), si sta preoccupando di formulare i ricorsi legali per evitare l’espulsione di quegli uomini e dell’unica donna. Nel frattempo si sta provvedendo, così come avvenuto altre volte, a una raccolta di fondi, di indumenti e generi di prima necessità per gli uomini, ospitati per il momento dalla Moschea cittadina, mentre Aisote, partita dalla Sierra Leone e provata dalle violenze subite nell’arrivare sin qui, è stata accolta dalla “Locanda del passeggero”, un ostello protetto gestito dalla Caritas.

Da questa esperienza, vissuta alla luce di quella che non può più essere considerata un’emergenza, bensì una questione contingente, penso che per inoltrarsi nella questione dell’accoglienza e elaborarla al di là di pregiudizi e percezioni indotte, sia possibile l’esercizio e l’impiego di nuovi sensi e nuovi sguardi per rivolgerci alle genti venute da lontano. Uno slancio che io sento in me consiste nel provare a inquadrare donne e uomini migranti in una “cornice di bellezza”, disponendomi interiormente a volerli/le incontrare in carne e ossa, ascoltare storie dalle loro voci, ammirarli nei giovani volti e nel modo di abbigliarsi, apprezzare la volontà d’imparare le lingue degli altri e interagire con abitudini diverse…

Può essere questa la postura buona per non patire i rimpianti di “un tempo che fu”, affrontare il cambio di civiltà nel quale siamo immerse e recepire nel profondo le ragioni di popoli obbligati ad abbandonare paesi e case per andare incontro a rischi, incognite e imprevisti.

Catania è città accogliente non certo per i provvedimenti mai presi dall’amministrazione comunale, dalla prefettura ecc., come ad esempio installare i bagni chimici alla stazione… Lo è per l’operato di alcuni e alcune che tengono aperti 24 ore luoghi dove è consentito ai migranti lavarsi, cambiarsi d’abito e nutrirsi, di coloro che stazionano alle partenze dei treni e dei bus per dare sostegno e riferimenti sicuri a chi continua a spostarsi e deve affrontare altre tappe prima di arrivare a destinazione. Noi facciamo che Catania sia accogliente anche andando all’esterno del CARA di Mineo a stringere mani, condividere abbracci, dare consigli e informazioni in varie lingue agli uomini e alle donne che incontriamo quando escono a passeggiare fuori dai cancelli del famigerato “Villaggio degli aranci”.

Non è facile raccontare l’amore tra due donne, mettere in scena la quotidianità fra impegni di lavoro e momenti di intimità, mostrarne la ripetitività nei gesti, nelle abitudini, nelle piccole ossessioni maniacali, nella necessità di spazi e tempi personali come nella condivisione del piacere dato dalla reciproca compagnia. Perché se si fa eccezione dal circuito molto esclusivo del cinema indipendente gay e lesbico che, a partire dalla metà degli anni settanta ha portato i suoi pregevoli contributi – ne cito uno per tutti, Go fish, il film cult di Rose Troche (1994) – non ne esistono molte altre rappresentazioni.

Ero consapevole di ciò mentre scorrevano le scene di Io e lei, l’ultimo lungometraggio di Maria Sole Tognazzi, di cui è anche sceneggiatrice insieme a Francesca Marciano e Ivan Cotroneo.

Ancora oggi parlare nel cinema di sessualità femminile nell’espressione della sua soggettività libera trova molte reticenze. È del 2010 il film di Lisa Cholodenko I ragazzi stanno bene – premiato ai Golden Globe e con quattro candidature agli Oscar – che raccontava di una relazione stabile fra due donne, ognuna delle quali con un figlio avuto con la fecondazione artificiale; era ambientato nei quartieri agiati di Los Angeles fra la borghesia liberal dove l’esistenza di queste nuove famiglie non costituiva un’eccezione, assorbita com’era in una consolidata coesistenza.

Per queste ragioni mi pareva interessante portare qualche riflessione sul nuovo lavoro della regista, su come il soggetto del film abbia trovato la giusta ambientazione in uno scenario tradizionale, quello della media borghesia romana di professionisti affermati, non particolarmente sensibile ai nuovi rapporti di convivenza che stanno venendo allo scoperto e lontano dal mondo della trasgressione o della intellettualità di sinistra. Evitando stereotipi di ruolo ha mostrato come, all’interno di case borghesi ben arredate, non si muovono più le vite di famiglie tradizionali; in un contesto sociale in grande trasformazione inscena il cambiamento nei rapporti familiari e di coppia e lo vuole mostrare come un processo in atto per cui la relazione fra due donne è visibile, di fronte a tutti e accettata.

Al centro del film stanno le difficoltà, i conflitti e le stanchezze della coppia Federica e Marina, contraddizioni che assumono particolare evidenza nel personaggio di Federica, donna nevrotica e insicura, le cui reticenze, dubbi e ritrosie spiegano la sua confusione e la poca chiarezza sui propri desideri sessuali, lei che nella coppia si considera l’eterosessuale.

La costruzione di questo personaggio controverso permette alla regista di mostrare una storia d’amore tra due donne che trascende le rigide gabbie delle cosiddette predisposizioni sessuali, una positività in più del film e una vittoria del femminismo che ci ha trasmesso il senso dell’amore fra donne come una scelta libera.

Se al film di Maria Sole Tognazzi si riconoscono questi meriti le critiche, che sono d’obbligo e importanti, diventano meno distruttive. Ad esempio la recitazione molto trattenuta, soprattutto di Margherita Buy rispetto a Sabrina Ferilli, pare mostrare una qualche difficoltà dell’attrice di immergersi completamente nella parte, quasi spaventata nel dare voce e corpo alla sessualità fra le due donne. Poi ancora: la conclusione del film pare poco meditata proprio nelle ultime scene che sono quelle risolutive; come totalmente trascurata appare la narrazione delle premesse della loro la storia d’amore, quell’attrazione, quell’innamoramento che spiegherebbero una convivenza di cinque anni, mentre tutto si concentra sulla crisi del loro rapporto, scelta registica anche comprensibile per far meglio emergere nel conflitto le differenze dei due caratteri.

Per finire: ho trovato di particolare efficacia simbolica la scena in cui Federica, madre di un figlio ventenne, cerca un rifugio momentaneo nella casa che il ragazzo condivide con altri studenti, e quelle scene che mostrando le sue riflessioni, in flashback e attraverso opposizioni di immagini, confrontano le sue relazioni con gli uomini e quella con Marina: determinanti per sciogliere i suoi dubbi.

Scrivo sull’onda dell’irritazione provocata dal contributo Accoglienza? (pensieri dopo l’incontro VD3 del 13/9/2015) di Unachec’è , un’irritazione che col tempo, discutendo con le amiche, si trasforma in rabbia: perché la redazione di Via Dogana 3 sceglie di pubblicare articoli di questo tipo?

E così mi decido a scrivere, per rendere politica la mia rabbia.

Si tratta un testo che esprime un punto di vista scomodo, ma la ragione della mia irritazione nasce dal fatto che mostra una posizione d’impotenza, di chiusura difensiva e allo stesso tempo aggressiva, che non permette trasformazione, e di cui ho subito le conseguenze nella mia esperienza personale. So infatti cosa vuol dire vivere un anno in un paese straniero e sentirmi fastidiosa, perché estremamente bisognosa.

Dopo l’università ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio in Inghilterra che mi avrebbe rimborsato le spese di un master. Ma non avevo soldi da anticipare per pagare le tasse universitarie né per pagare la stanza dello studentato. Sono partita da sola, non capivo assolutamente nulla quando le persone mi parlavano (ho studiato francese a scuola) e il master era complicatissimo ma fondamentale per trovare lavoro.

Sapevo di avere anche delle risorse interiori, probabilmente come gli immigrati che arrivano qui. Tanti hanno una laurea, molti vengono da famiglie benestanti, ma quando arrivano da noi non conoscono la lingua, non hanno soldi e cercano un lavoro. Proprio come me.

Non conoscere la lingua è un’esperienza terribile, specialmente se non sei nel tuo paese e non conosci nessuno. Ricordo ancora il senso di disperazione quando un giorno mi sono persa tra le migliaia di spettatori alla gara di cavalli di Ascot, lontano dalla cittadina dove studiavo. Ero andata a fare la cameriera un fine settimana e ho perso l’orientamento tra le migliaia di cappelli colorati. Ero sola e non sapevo come chiedere aiuto, ero nel panico. Ho vagato per ore piangendo senza che nessuno nella folla festante si accorgesse di me.

Una chiave magica mi ha aiutato, come i personaggi delle favole di cui parla Marta Equi in Farsi forza stanca. Avevo con me la voce di mia madre che mi diceva che ero intelligente, forte, che ce l’avrei fatta. Ero così forte da trovare il coraggio di mostrare anche la mia fragilità, la mia fatica, lottando con il senso di vergogna.

E così un giorno ho incontrato un ragazzo del Qatar, di quelli ricchissimi che sposano tante mogli e faticano a parlare con le donne. Uno che ha saputo spiazzare la femminista che c’è in me: ha capito la mia situazione e mi ha prestato tanti soldi, chiedendomi solo di non dirlo a nessuno perché, come diceva lui, le persone possono pensare male.

E poi una ragazza africana mi ha portato nel ristorante dove lavorava lei. Nonostante sapesse l’inglese meglio di me, doveva lavare i piatti come tutti quelli di colore, con una paga molto bassa, mentre noi bianchi potevamo servire ai tavoli. Io faticavo ad accettare questa ingiustizia ma lei diceva che aveva problemi più grandi. La sua preoccupazione era la nostalgia per suo figlio, rimasto al suo paese con la nonna perché il padre del bambino non aveva abbastanza soldi per garantire il loro matrimonio. Finita l’urgenza del natale hanno lasciato a casa me: bianca sì, ma saper parlare conta.

Una perfetta sconosciuta, che conosceva quello che stavo passando io, mi ha poi accompagnata in banca per poter aprire un conto. Era italiana e l’ho incontrata solo in quell’occasione, ma è stata fondamentale per affrontare il mio panico. Non capivo una parola di quello che diceva l’impiegato e dovevo firmare mille carte. La sua presenza fugace mi ha salvato.

Più difficile è stato con i compagni di corso, quasi tutti inglesi. Erano tra l’altro più giovani di me e faticavano a collaborare con una donna più grande, straniera, e pure piagnucolona. Faticavano a capire cosa stessi passando. Ma anche la mia compagna tedesca era irritata dal mio pianto quotidiano, durato mesi. Anche lei era straniera ma non piangeva come me! Le mie lacrime scendevano anche a lezione, senza il mio permesso. Eppure in Italia ero considerata una donna solare, ottimista, vivace…

Fortunatamente al master un’irlandese cattolica praticante ha spiazzato l’anticlericale che c’è in me. Nonostante il mio professarmi atea, mi ha accolto portandomi a ballare le danze irlandesi, parlandomi della sua chiesa e aiutandomi con il programma di genetica del nostro corso.

E così non ho mollato. Ho messo tutta me stessa, senza nascondere la mia miseria. E questo mi ha regalato la possibilità di far emergere anche la Sara migliore dall’indistinto degli stranieri che invadono i campus universitari e creano in modo difensivo comunità tra loro.

Questa avventura mi ha regalato sicurezza interiore, che ora mi gioco ovunque, e che nasce dalla consapevolezza che se mi do la possibilità di mostrare le mie fragilità, e di stare in ascolto di quelle altrui, mi arriva forza.

Un’amica che stimo mi obietta che la situazione degli studenti stranieri nei campus universitari non è confrontabile a quello che sta avvenendo ora in Europa, con milioni di persone che fuggono da guerre e povertà. Si tratta di una giusta obiezione. Tuttavia penso che partire dal mio vissuto mi faccia intuire verità che potrebbero illuminare anche discorsi più ampi. Io so cosa vuol dire sentirsi sola e impotente. Le discussioni sull’immigrazione raccontano di milioni di disperati che arrivano nel nostro paese. Guardano l’insieme, ma penso che sia fondamentale non perdere lo sguardo che vede le singole vite, partendo da sé. Quando incontro queste persone sul mio cammino mi si riattiva la memoria di quel periodo, che mi permette di fare quella mediazione necessaria a cambiare postura nei loro confronti, a superare la fatica data dall’incontro con persone molto bisognose. Per riuscire a farlo bisogna superare il disagio nei confronti di un’alterità che ci spinge con forza verso un cambiamento radicale, di cui gli immigrati stessi sono testimoni, e che spaventa. Affrontare quella fatica regala la possibilità di incontri che possono spiazzare, perché gli incontri non sono mai con le masse indistinte, ma con singolarità che spesso hanno vissuti intensi e affascinanti.

Gli stranieri che “invadono” il nostro mondo ci pongono questa sfida: riuscire a fare spazio per l’altro, anche quando è irritante, per diventare noi stessi altro. Si tratta di una postura trasformativa, che viene dall’ordine simbolico della madre. Questo è quello che mi rende orgogliosa di potermi definire femminista, il “mio valore assoluto”.

E scrivendo mi rendo conto che ora desidero ringraziare la redazione di Via Dogana 3 che ha avuto il coraggio di pubblicare un testo così irritante, perché abbiamo bisogno di poter mettere in parole la nostra rabbia.

Il 13 settembre 2015 sono stata invitata a parlare a Via Dogana3 e ho accettato.

Nell’ultimo incontro di luglio avevo raccontato la mia depressione, quella che mi fa perdere la capacità di ragionare e quella che opacizza il mio slancio vitale lasciandomi una sorta d’infelicità costante. È la mia fatica di vivere con cui combatto ogni giorno e che mi fa sentire minacciata dalla sofferenza, soprattutto degli altri. Tenerla a bada non è facile, anzi è un bel po’ faticoso, bisogna puntare sulle proprie risorse, riconoscerle e nutrirsi.

Io trovo la mia principale risorsa nelle relazioni con altre donne che in questi anni, soprattutto in Libreria, ho imparato a costruire. Sento che mi aiutano a guadagnare spessore: imparo a portare avanti il mio sentire e la mia verità, imparo a dargli valore.

All’inizio era un guadagno solo per me ma poi ho capito che posso farne di più e non devo lasciarlo muto e ho deciso di cominciare a raccontarlo. Qui come altrove, nel lavoro per esempio, dove un paio d’anni fa, per mancanza di spazio, l’ufficio del personale dell’istituto ospedaliero dove lavoro ha deciso di ricollocare la mia scrivania in un open space. Ho trascorso delle giornate pesanti, amareggiata. Sentivo una forte svalutazione del mio lavoro e ho deciso di parlarne con la referente del personale. All’inizio mi rispondeva che non c’erano altre possibilità, che non si poteva fare nulla, invitandomi ad avere pazienza. Ma io non ho rinunciato: sono tornata a parlarle tempo dopo, spiegandole che non riuscivo a fare bene il mio lavoro e che questo per me era mortificante, che mi faceva perdere passione e che il rischio di errore era alto e questo era un problema, anche se non direttamente, anche per i pazienti dell’ospedale. Ho preso il coraggio di dare voce a questo mio sentire confidando che si capisse dalle mie parole il valore che aveva per me e alla fine non ho ottenuto una scrivania migliore ma ho ottenuto qualcosa di più. Ho ottenuto un riconoscimento di fiducia che si è tradotto nella libertà di poter lavorare fuori istituto se ne ho la necessità, per potermi concentrare adeguatamente o collaborare con altri. E questa libertà è diventata una possibilità anche per la mia collega. E in modo simile altri colleghi di un altro Istituto hanno pensato che anche per loro, in condizioni di spazio inadeguate come le mie, questa potesse essere una possibilità da cercare.

Anche durante l’incontro di Via Dogana 3 del 13 settembre, mettendomi alla prova, ho trovato un modo per farmi forza e l’ho trovato nell’assumermi la responsabilità di parola, pubblica, con le donne e gli uomini che erano presenti lì.

Le relazioni fra donne, il femminismo, mi hanno aiutato, ma la fatica di vivere rimane. Dobbiamo sapere che non si può pretendere di trovare la soluzione definitiva che ci permetta di uscire dal senso d’impotenza una volta per tutte, ma potersi affidare a relazioni che rendano più sopportabile la mancanza non è poco. Marta Equi nel suo testo intitolato Farsi forza stanca e pubblicato in Via Dogana 3, il 23 settembre 2015 scrive: «Farsi forza è un atto solitario, ma a volte c’è bisogno anche di un aiuto, di un segnale dal mondo per non desistere». La depressione toglie energia e ci fa chiudere in noi stessi, ci fa vedere principalmente le nostre mancanze. Ma anche riconoscere una mancanza può essere un punto di partenza: parto da dove manco io e mi affido a qualcun altro perché magari insieme riusciamo a vedere altro, possiamo darci forza.

La crisi fa parte della vita perché implica trasformazione e questo non ci deve spaventare, sostiene Claudio Vedovati durante l’incontro. Riprendendo il tema degli immigrati, Claudio ha evidenziato come la loro scelta di emigrare sia una scelta verso la vita e le nostre preoccupazioni nei confronti degli immigrati provengano dalla nostra paura del cambiamento. La scommessa è vedere l’opportunità che ci stanno dando e il primo passo è cambiare lo sguardo su di loro. Non è vero che non hanno scelta, questa è la visione depressiva nostra che attribuiamo a loro. Ed è la stessa che ci porta a dire che non possiamo accogliere gli immigrati perché non abbiamo abbastanza ricchezze, lavoro, spazio… Il sentirci senza possibilità di scelta nasce dal fatto che rappresentiamo le nostre difficoltà materiali come miseria simbolica. Questo secondo me è un bell’esempio di quello che dicevamo la volta scorsa: la verità soggettiva è ciò che muove, sentirsi ricchi o poveri, sentire la possibilità di dare o di chiudersi in una posizione difensiva, dipende tutto dallo sguardo, mettendo a tacere per un po’ il proprio senso di impotenza e dando valore all’incontro con l’altro (con l’altra nel mio caso).

Mentre in questi ultimi mesi assistevo angosciata alla quotidiana conta dei morti e dei sopravvissuti al naufragio dei barconi, spesso mi tornava alla mente il bel libro della storica Anna Bravo La conta dei salvati. E mi chiedevo: poteva oggi l’Europa combattere la politica di sangue versato dell’ISIS con una politica di sangue risparmiato? Avrei voluto scriverne su Via Dogana ma l’obiezione di un’amica (“L’accoglienza indiscriminata non farebbe che favorire populismi e fascismi”) mi bloccava nella scrittura. Ero un’ingenua? Era buonismo? Dentro di me mi rifiutavo di nominarlo in questo modo.

Pensavo con rabbia che immersi in questo presente narcisista e smemorato – considero l’ignoranza della storia nel nostro Paese una vera e propria emergenza sociale – molti non si rendono conto di ciò che sta accadendo: non diventa una menzogna il Giorno della Memoria se tornano recinzioni e campi?

Intanto la situazione ai confini orientali precipitava: migliaia di profughi erano in fuga dalle guerre sulla rotta balcanica e – nonostante Schengen – si cominciavano a costruire nuovi muri.

Dove vai Europa? Mi chiedevo di fronte al disastro.

Poi – per molti una sorpresa – la Germania decide di aprire le frontiere: quando vedo le immagini dei profughi che a Monaco scendono dai treni gridando “Germany! Germany!” accolti dalla gente che canta “l’Inno alla Gioia” – l’inno dell’Unione europea – l’impatto su di me è molto forte: è come se assistessi a un rovesciamento della storia, perché vi si sovrappongono immediatamente le immagini di altri treni che settant’anni fa partivano dalle stazioni verso i campi di sterminio, quando gli inneggiamenti alla Germania avevano tutt’altro segno.

Due/tre generazioni di tedeschi – possiamo dire altrettanto degli italiani o dei francesi per la parte che li riguarda? – hanno fatto i conti col peso di questa storia: due delle mie più intime amiche sono tedesche e me ne sono fatta un’idea.

Merkel ne era ben consapevole quando ha preso la sua decisione.

Non mi nascondo che gli anni a venire “non saranno un pranzo di gala”: ma non tutto si può ridurre a scelte di economia (a questo proposito è necessario anche demolire alcuni luoghi comuni sugli effetti negativi dell’immigrazione: lo fa Danilo Taino su “La lettura” del 20/9, “Il migrante conviene. Meglio se istruito”); e credo sia necessario dare risposte concrete alle paure della gente.

Intanto però centinaia di migliaia di persone scelgono l’Europa, non il sedicente Califfato: questo è un bel colpo per la sanguinaria politica dell’Isis, che infatti si è affrettato ad accusare di apostasia i fuggitivi. Ma inutilmente.

P.S. http://video.repubblica.it/dossier/immigrati-2015/monaco-l-applauso-della-gente-ai-migranti-il-video-della-bbc-trionfa-sui-social/210919/210067

Sull’intervento «Ma dove trovo io la forza?» vorrei rispondere che capisco la rabbia e la pietà di Marirì Martinengo. La capisco anche quando scrive meglio sarebbe rimanere in vita – far durare la
vita – solo finché le proprie energie assicurano l’autonomia. Con queste parole lei termina il suo breve scritto. Sembra terminare, ma non è così, e lo si capisce. A questo punto occorrerebbe parlare di libertà di scelta che sulla vita nostra e su quella degli altri non abbiamo. Non l’abbiamo per fede religiosa o per non incorrere nei divieti che pongono la società e le leggi vigenti. Spesso anch’io vorrei farla finita con le mie sofferenze; per ben due volte, di fronte a diagnosi infauste di malattie incurabili e dei conseguenti interventi chirurgici incerti, sono stata vicina alla morte: ero pronta ad incontrarla al punto da desiderarla. Ma non è successo.
Dopo, in qualche modo, arriva la forza per continuare a vivere, arriva misteriosamente proprio quando ci si arrende e dalla vita non ci aspettiamo più niente. Sono passaggi reali, in cui si viene come lanciate in un altrove, in una dimensione altra, libera anche se fatta di lotta e di pazienza. Si tratta di una dimensione dove può capitare l’impensato, quello di ricevere una forza misteriosa ed esagerata, come l’amor che move il sol e l’altre stelle (Dante); oppure come quello che insegna la mistica Hadewijch d’Anversa: si può vivere lottando fino all’esaurimento delle forze solo per la vittoria di essere sconfitte. Questo è il punto in cui la nostra libertà è completa, troviamo la vera misericordia e la vera pietà, se non altro verso noi stesse/i. Sì, facciamoci forza!

La risposta alla domanda posta in preparazione della riunione di Via Dogana 3, del 13 settembre 2015, mi è arrivata immediata la sera prima dell’incontro, davanti alla TV: avrei scelto un’istantanea del lungo abbraccio tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci a conclusione della partita finale degli US open, e sotto vi avrei scritto “omosessualità”. Due donne giovani, della bellezza comune a milioni di altre, abbracciate strette, sorridenti e felici. Per la loro straordinaria vicenda, una vita di amicizia e di gioco in comune, arrivate a misurarsi l’una di fronte all’altra nella finale della gara più importante del mondo, la vittoria di entrambe.

E avrei affiancato a questa, un’altra istantanea, quella della vincitrice dell’incontro, Flavia Pennetta, mentre in un angolo del campo si tende verso la balaustra che limita lo spazio riservato al pubblico, per scambiare un bacio con il fidanzato che si sporge verso di lei. Sotto vi avrei scritto “eterosessualità”.

Mi sembrano due immagini capaci di trasmettere una verità elementare che pure può sfuggire: che l’omosessualità è fatto di donne che provano affetto, amore, stima l’una per l’altra, e che l’eterosessualità è legame simile che una donna coltiva con un uomo. Che l’omosessualità femminile è lì, alla portata di tutte, un di più per ogni donna che voglia cominciare a vederla, a percepirla, a coltivarla.

So che questa visione dell’omosessualità femminile non ha quella particolare coloritura, quella tensione, a volte dolorosa, che si avverte nei racconti e nelle vicende di donne che si definiscono lesbiche e che ascolto con attenzione e rispetto. Ma quella tonalità non mi corrisponde. Nella mia storia passata ho rischiato, al contrario, di vivere legami di intensa amicizia, sentimenti amorosi, attrazione nei riguardi di donne, senza dare loro un particolare significato. A vent’anni, agli inizi degli anni settanta, l’ombrello della liberazione sessuale pareva più che sufficiente a spiegare e nominare quanto mi accadeva. Adesso direi che quell’ombrello era sufficiente a disinnescarne il valore, ad offuscarne il significato. Solo con la scoperta e la comprensione del pensiero che circolava intorno alla Libreria delle donne, quei legami hanno assunto per me un significato fino ad allora inimmaginabile, sono diventati dei segni, fra i tanti disseminati nella mia vita, che imparavo a riconoscere, a connettere in una lettura che avesse un senso proprio. Questa è storia nota, ben raccontata da tante donne. Ed è storia diventata vincente, che ha già cambiato la vita di moltissime che si muovono in un mondo ricco di relazioni femminili significative. Ne sono pieni la cronaca, i giornali. È la visione che i luoghi pubblici o i luoghi di lavoro ci offrono tutti i giorni: donne insieme, che si parlano fitto, che si abbracciano strette, che discutono animatamente a due, a tre, a quattro. Insomma, aperta omosessualità femminile. Un sesso che si riconosce nella propria differenza e che a partire da tale riconoscimento intesse relazioni che coprono l’infinita varietà delle attività umane, dei sentimenti, degli interessi, dei giochi che la vita propone.

Per questo l’immagine di due donne abbracciate, felici per una vittoria che sembrano sentire comune, davanti a un grande pubblico ammirato, mi pare oggi adeguata a rappresentare l’omosessualità femminile. Certo è un processo che non arriva ancora a incidere in molti ambiti della vita pubblica, ma è in atto.

E infine, per riderci un po’ su (e forse non tanto): fu vero sesso? Ma di fronte a quelle due che si stringevano per un tempo che credo sia parso a tutti lunghissimo, che si parlavano all’orecchio, si accarezzavano davanti agli occhi del mondo, a chi importerebbe sapere se ve ne fu? chi oserebbe pretendere che non ve ne sia?

La mancanza di Tutto, mi impedì

Di sentire la mancanza delle cose minori.

Fosse stato lo scardinarsi di un mondo

o l’estinguersi del sole, nulla era cosi importante

Da farmi alzare il capo,

Dal lavoro,

Per curiosità

Emily Dickinson


Mentre ascoltavo la discussione di Via Dogana di domenica 13, pensavo che tutto era interessante, ma la proposta di parlare di depressione, quella, era la cosa essenziale.

Ringrazio Laura per averlo fatto.

Parlerò di male di vivere, che è qualcosa che sta nella sfera della depressione, non è la stessa cosa, ma può avere conseguenze simili.

Sul male di vivere mi interrogo da tanto e sono felice di poterne parlare a proposito adesso. A volerla dire tutta, lo vivo da quando mi ricordo di pensare.

Avevo 7 anni e scoprii il significato di una parola, inquietudine, che mi parla non di infelicità, depressione, angoscia, connotazioni troppo negative, ma nemmeno di malinconia, troppo poetica. Inquietudine è per me tutto questo insieme. Allora me ne andavo in giro dicendo “ho l’inquietudine.”

Il messaggio che ora sento arrivare dalla Libreria, è appunto il farsi forza, trovare la forza, essere forza.

Quello che vorrei dire è che farsi forza, stanca. Farsi forza è un atto solitario, ma a volte c’è bisogno anche di un aiuto, di un segnale dal mondo per non desistere. Come nelle favole, va bene essere buone, avere sale in zucca e lavorare sodo, va bene superare le prove… ma a un certo punto c’è sempre una fata o un animaletto che ti fa forza.

L’altro giorno ero in cucina a lavorare su qualcosa di cui ho perso memoria, affaticata dal non senso che spesso percepisco intorno, e ho sentito una melodia molto gradevole. Continuo a fare, scrivere al computer probabilmente. La melodia continua, mi alzo e automaticamente vado dritta in terrazzo.

Un uccello magnifico, verde smeraldo chiaro, con la crestina e la coda di media lunghezza mi ha letteralmente guardata, ha cinguettato ancora, ed è volato via.

Io ho pianto. Perché ho sentito tutta la tessitura del mondo che mi veniva a far forza, che mi indicava qualcosa. Il mondo è bello. È doloroso, ma è primariamente bello.

Peraltro, non è la prima volta che mi capita: una merla (sì, le merle sono ben diverse dai merli) in chinatown, uno scoiattolo rosso davanti al Carrefour di via vigevano, una piccolissima rana lucente in 24 maggio.

Il mondo è bello e dobbiamo dargli e darci la possibilità di credere a questo lato bizzarro e poetico che in effetti esiste ed è a disposizione.

La seconda cosa che vorrei dire è che c’è un doppio livello nel male di vivere, uno è contestuale, ed è quello che può essere toccato da atti di volontà come il farsi forza, come il cercare e costruire relazioni, come il dire la verità.

Un secondo livello è esistenziale, di fronte al quale il progettare svanisce. È qui che il male di vivere si avvicina alla depressione.

C’è qualcosa di irrisolvibile nel fatto stesso di essere vive e saperlo, nella stessa commistione tra amore e vita e morte, che il fondo della mia anima non è mai completamente limpido. Mi succede anche con la gioia più profonda. Questo sentire, che pure è doloroso, non può e io credo non debba essere eliminato, “curato”. Per convivere con questa percezione posso pregare intensamente e affidarmi, ossia galleggiare. Non mi aiuta il pensiero e la comprensione si deve arrestare. Per cui, si sta così.

La terza cosa che vorrei dire, quella più spaventosa, è che mi capita, sentendo profondamente il mondo, e la gioia anche, di sentire contestualmente l’inutilità di tutto il resto, delle azioni, dei progetti. Non ho detto correttamente, non l’inutilità ma la scambiabilità. Ossia, detto come mi viene: a un certo punto di profondità, una cosa vale l’altra. Oltre all’essenziale non c’è il non essenziale ma sono tentata di pensare che non ci sia niente. Quindi questa sensazione di amore per il mondo profondo, questa comprensione che arriva rapida e se ne va subito, invece di darmi forza nel fare è come se mi stesse dicendo di non fare, di non incedere e non tagliare il mondo. Ogni cosa, ogni fatto, ogni evento della contemporaneità in prospettiva si diluisce, non riesce ad interessarmi.

Ma qui mi fermo perché meglio di cosi non riesco a metterlo in parole.


Ma l’amore ci lancia verso il futuro obbligandoci a trascendere tutto quello che concede. La sua promessa indecifrabile squalifica ogni risultato, ogni realizzazione. L’amore è un enorme agente di distruzione perché scoprendo l’inanità del suo oggetto, lascia libero un vuoto, un niente terrificante all’inizio della percezione. È l’abisso in cui affonda non solo la cosa amata, bensì la propria via, la realtà stessa di chi ama. L’amore è ciò che scopre la realtà e l’inanità delle cose, ciò che scopre il non-essere e il niente. Il Dio creativo creò il mondo dal niente per amore. E chiunque porta in sé un filamento di questo amore scopre ogni giorno il vuoto delle e nelle cose, perché ogni cosa e ogni essere che conosciamo aspira oltre ciò che realmente è. [Maria Zambrano, Frammenti sull’amore]


Per dire con più precisione le cose che ho provato a spiegare sopra, vorrei usare dei versi. Non intendo dire che sono esplicativi o didascalici, ma che non saprei farlo meglio di cosi.


***

Male oscuro.

Silenzio.

È già notte,

Di nuovo notte.

Solitudine:

Sei santa anche nel dolore.

Le mie madri tacciono.

Strade: nessuna strada.

Rumori bianchi di fondo: solo chiacchiere.

Tutto è da fare: è un’impresa.

Silenzio.

Nella notte,

La mia sorte e quella del mondo sono pezzi filamenti della stessa carne.


***

Quiete:

Mi appiglio a te come un tronco sull’acqua

Solido abbastanza da non annegare

Eppure non stabile mai.

Galleggiare. Questo è un lavoro.

Nominarti è un incantesimo per averti vicina,

Per trovarti negli sguardi di coloro che credono

che io e te siamo amiche.


***

Il mondo mi sembra

Infinito,

Troppo.

Amori aria imprese amicizie sere mare poesie musiche

Dolori non decifrabili.

E poi mi accorgo

che questo troppo è la giusta misura

per la mia anima che cresce insieme alla vita

per la mia tuttezza che si espande con il mondo

***

Cara VD 3, in riferimento all’ultimo incontro mi chiedete di arricchire il mio intervento sulla mia amica ungherese che dà ragione al suo paese. L’Ungheria, sappiamo, ha deciso di chiudere le frontiere all’immigrazione, anche quella di passaggio.

Io ho visitato Budapest negli anni ’70 in un viaggio organizzato dalla CGIL e il ricordo che ho ancora oggi è di una città aperta, ricca di bistrot, piazze, parchi. Non molto popolata. Era ancora sotto l’Unione sovietica ma, mentre Lipsia (l’altra città visitata) mi apparve cupa e molto triste, Budapest mi fece una bella impressione. Ovviamente sentivo un clima spesso non leggero ma (cosa provata in Cina nel 1982) vedere, sapere che tutti andavano a scuola, che avevano la casa, un lavoro … tutto ciò attenuava le mie perplessità.

La mia amica ungherese non parla tanto facilmente, mi ricorda con fare duro che il suo paese è uscito dalla stretta sovietica solo nel 1989 e gli anni successivi sono stati molto duri perché ovviamente la confusione regnava sovrana (le ingerenze dirette e indirette dell’URSS erano fortissime). Orban dice che è un buon presidente, benvoluto dagli ungheresi che lo hanno votato per il 40%, certo lui ha dovuto fare delle alleanze anche con le destre, ma sta governando bene. L’Ungheria è uno stato piccolo e non può assorbire la marea di immigrati quindi ha fatto bene Orban a dare il fermo, che guarda caso mi dice, sta facendo anche la Croazia. Del resto la Merkel fa la sua politica prendendosi il meglio, il resto lo scarica sugli altri paesi. Le notizie che vengono diffuse dai giornali sono poco vere se non tendenziose, per questo motivo che non vuole parlare di questa storia.

Certamente la mia amica non è una qualunquista, ma la sua preoccupazione la rende più rigida ancor più da quando suo figlio ha deciso di ritornare a Budapest con moglie e figli.

Io stessa mi sento inquieta, spaventata e inadeguata per questi tempi di donne e uomini in movimento. Mi sembra di non riuscire a tenere il passo, di non essere in grado di capire e vivere questi giorni.

È da molto tempo che osservo l’omosessualità e il lesbismo. Ho avuto il primo incontro a 14 anni ed ora ne ho 66, anni framezzati di un lungo rapporto etero, ed altri, molto brevi lesbici. Ho due figli abituati a relazionarsi sin da piccoli con persone lesbiche e omosessuali che facevano parte delle relazioni amicali della nostra famiglia, con loro hanno condiviso cene, viaggi e piaceri o dispiaceri, ma mai hanno fatto percepire una differenza di comportamento con la maggior parte delle, e non poche, frequentazioni etero che avevamo: zie e zii, nonni e nonne, amiche e amici.

Parto da qui per la mia riflessione perché in questi anni ho maturato la convinzione che i rapporti d’amore o d’amicizia sono essenzialmente scambi culturali, di gioco o di dolore, tutto quello che poi diventa relazione, e che la preferenza sessuale è secondaria rispetto al fatto di essere gestita con sincerità, senza preconcetti o ideologie esagerate.

Sono sempre più convinta ora, dopo aver acquisito più esperienze e amicizie lesbiche/omosessuali, che è l’intelligenza consapevole e non la rivendicazione a volte un po’ esagerata della differenza sessuale, che fa di una lesbica una persona felice. Mi aspettavo dalle lesbiche più un’arte nuova, un’invenzione del vivere i rapporti d’amore, che una conoscenza scientifica della sessualità. Un modo d’amare che non ricalchi comportamenti di ruolo, che purtroppo continuo a cogliere anche se agiti quasi involontariamente; riconosciuti esplicitati discussi anche fra loro ma che paiono impossibili da evitare. È vero, esiste l’esigenza dei diritti ancora a loro negati, ma penso a quanti diritti sono negati oggi a tante altre persone, penso ai conflitti che fanno vittime e morti nei mari e poco importa se fra loro ci siano lesbiche o omosessuali o etero, sono solo “non più persone”. Penso a quelle che non hanno di cui vivere, c’è sempre più povertà al mondo, più fatiche, meno voglia di divertirsi se si pensa a loro, e qui mi riallaccio alla depressione sociale di cui ho parlato alla riunione.

Mi viene quasi da dire: che fortuna, sono solo lesbica!

Una che c’era (così si è firmata) ha risposto al mio invito: siamo per l’accoglienza? vogliamo aiutare quelle e quelli che chiedono di entrare in Italia e in Europa? Allora, cerchiamo di capire anche i sentimenti e gli argomenti degli altri, i “respingenti”.

Aggiungo quello che ho pensato tra me: ci chiamiamo femministe perché, tra noi, abbiamo un solo valore assoluto: che a questo mondo ci sia libertà femminile, tutto il resto siamo disposte a discuterlo. (Luisa Mur.)


Vado dritta al punto. È un punto dolente ma lo devo tirar fuori. Io non mi sento più accolta. Mi capita ogni giorno quando prendo il tram che prendo da una vita e non sento più neppure una parola comprensibile. (Non parlo dei turisti di Expo ovviamente, quelli li distinguo.) Sì, afferro qualcosa dello spagnolo dei sudamericani, ma per il resto è una cacofonia orientale, araba, slava e chissà che altro. Il brusio che fa da sfondo ai miei movimenti è diventato una barriera quasi solida. Il suono meraviglioso delle altre lingue che ho sempre cercato con passione e curiosità in giro per il mondo, qui subisce una specie di mutazione. Credo di aver capito cosa succede: mi respinge perché cancella i miei suoni.

E poi gli odori. Nella mia strada, nel mio palazzo, nell’ascensore, sul pianerottolo, quel sentore forte che non so che cosa sia. Ma quell’odoraccio che immagino di intrugli fritti di pesce e chissà che altro, che ti afferra anche alla mattina presto, ti cambia la giornata. Perché non mi dà scelta. È violento e mi costringe a tenere chiusi i vetri di casa mia, mi rovina il piacere di uscire e rientrare. È come per le lingue: si sovrappone e cancella le mie curiosità culinarie, la mia disponibilità a mangiare di tutto.

E poi naturalmente i negozi che cambiano faccia alle strade. Non uno, non qualcuno, ma proprio tutti. E i visi e i gesti. Son cose dette e ridette, anche se non fa piacere sentirle.

E allora, che ne è dell’accoglienza se adesso io mi sento respinta nei miei luoghi domestici, familiari. Quelli di cui tutte e tutti abbiamo bisogno. Se mi si tagliano le radici, vengo privata anche della mia capacità di crescere, incontrare, cercare.

Adesso che il mondo mi ha invaso, dove trovo più la voglia e il piacere di cercare il mondo?

A questo punto qualcuno mi risponderà che non devo farmi catturare dalle paure. Che questa è la scommessa epocale del multietnico. L’idea del multietnico mi è sempre piaciuta. Ma: non vorrei che fossero solo dolori e perdite che si incontrano.

Se qualcuna o qualcuno ha le idee più chiare delle mie mi risponda per favore.

La vigilia del terzo incontro di VD 3, riceviamo una e-mail da Wanda Tommasi (Diotima), che dice nella prima parte:


Carissime amiche di via Dogana,

vi scrivo questa mail perché non potrò essere presente all’incontro di domenica 13 settembre.

Al tempo stesso, sento il bisogno di segnalare un tema che mi sta a cuore e che è di scottante attualità: la presa di posizione di Angela Merkel sulla questione dei rifugiati. Per me questa presa di posizione ha finalmente conferito alla Merkel – una donna – la statura di leader europea che fino a quel momento non aveva, almeno ai miei occhi. E ha permesso di dare voce a un sentimento inespresso che giaceva in fondo al cuore della gente – sono proprio questi sentimenti inespressi quelli a cui la politica deve dare voce, scrive Simone Weil ne La prima radice: solidarietà? empatia? compassione? Il nome non è tanto importante, ma è importante che per la prima volta da anni circoli qualcosa di ben diverso dalla paura-avversione-odio per chi viene da altre parti del mondo, più povere e più sfortunate.


Non era tra gli argomenti proposti da Luisa Mur. e Laura Gio., ma l’idea inviata da Wanda Tommasi è diventato un tema molto discusso durante l’incontro del 13 settembre.

Dopo il primissimo intervento, poi ripreso da altre (“come immagine per la copertina io porto l’abbraccio delle tenniste italiane”), una dice:

– Sono d’accordo con Wanda.

Dopo di che, è tutto un inseguirsi di posizioni e argomenti, che riassumo seguendo gli appunti e sacrificando le sfumature (che sarebbero così importanti!).

– Io no, perché Angela Merkel (AM) ha fatto una scelta: i siriani, più acculturati, sì; gli africani invece no. – È un’abile mediatrice, una politica intelligente. – In realtà, è l’opinione pubblica tedesca che è cambiata, ci sono associazioni impegnate a favorire l’accoglienza, con manifestazioni molto partecipate. AM è andata dietro, contagiata.

– No, lei ha autorizzato il cambiamento.

Su quest’ultimo punto (il cambiamento è frutto di lei? o della mobilitazione pubblica?) ci sono contrasti: parlare per contrapposizione in effetti è più facile, la consapevolezza che i cambiamenti storici siano il risultato di più fattori interagenti, resta un po’ sullo sfondo.

– Ricordiamo che i Siriani sono dei rifugiati e hanno diritto all’asilo; in Germania hanno tolto il tappo burocratico e ora gli verrà riconosciuto in tempi brevi.

– AM è più che un’abile politica, è una statista che asseconda la svolta che sta vivendo ora l’Europa, prossima a farsi popolo.

– Lasciando da parte AM, ricordiamo che in passato l’Europa ha sfruttato i popoli extraeuropei, ora è venuto il tempo di aiutare; ma anch’io penso, come L., che calcando la mano sull’accoglienza incondizionata si corre il rischio di un’involuzione fascista dell’Europa.

– Mio figlio vive a Berlino, è una città civilissima con molta presenza di Turchi; quanto alla cancelliera, l’AM. che a me piace è quella che ho visto al mercato a fare la spesa.

– In lei io vedo una femminista, non c’è dubbio. Che abbia scelto fra gli immigrati secondo le sue convenienze, questo è spregevole.

Verso la fine, un intervento parlerà esplicitamente in favore di accostamenti come quello fatto in quest’ultimo intervento: saper tenere insieme cose contrastanti. Qualcuna però protesta per questo gran parlare di AM, comincia a trovarlo noioso. Riporterò ancora due interventi e confido in chi legge per integrare personalmente e approfondire.

– A proposito di autorità, ecco che noi ce la diamo nell’atto di valutare la cancelliera tedesca con criteri e parole nostre.

– Non guardiamoli come puri bisognosi, i migranti ci danno forza. E di noi non diciamo che non abbiamo scelta, è un pensiero deprimente.


Per finire, riporto il seguito della lettera di Wanda Tommasi.

Con Diana Sartori, in un viaggio durante le vacanze di Natale 2010-2011, ho visitato la Siria per l’ultima volta prima che diventasse impossibile andarci.

Ho passato la notte di Capodanno nel convento di Mar Mousa, sui monti della Siria, in un convento cristiano antichissimo ristrutturato poveramente da padre Dall’Oglio.

Non dimenticherò mai quel capodanno, con la meditazione in chiesa e la messa prima della cena in comune, seduti per terra come nelle moschee.

Con padre dall’Oglio, dopo il mio ritorno, ci siamo anche scambiati delle mail, non capendoci molto fra noi in verità, perché lui chiedeva la posizione di Diotima sulla situazione internazionale, in particolare sulla Siria, e io non sapevo cosa rispondere (oltretutto Diotima non esiste, è un nome comune di relazioni). Poi più nulla. Padre Dall’Oglio, sicuramente un uomo di pace, è morto nella carneficina della Siria, una paese letteralmente crocifisso prima dal dittatore Assad e ora anche dall’Isis.

Non so se questo tema possa interessare alla vostra discussione, ma volevo offrirvi questa piccola riflessione.

Cara Via Dogana 3,

come mi succede quasi sempre, la discussione di “Via Dogana 3” mi serve per pensare, a volte per precisare meglio il mio pensiero.

Ieri, 13 settembre 2015, avevo in mente l’argomento di cui volevo dire, ma poi tutto quel gran discorrere su Angela Merkel me ne ha distolto.

Lo dico ora per iscritto.

Dunque “farsi forza”, invito che interpreto in duplice modo, cioè “diventare una forza”, vale a dire energia generatrice di nuova energia per altri e altre, e “infondersi coraggio” rivolto a se stessa.

Per me vanno bene ambedue .

Far sentire parola femminile nata dall’esperienza.

Da alcuni anni vivo in una situazione quotidiana di disagio: coabito con un marito in precarie condizioni di salute, ridotto in modo permanente su una sedia a rotelle, e un badante a tempo pieno.

Quando ne parlo, mi sento rispondere: «Di cosa ti lamenti? Hai un bravo badante!»

Non mi lamento, constato: vivo costantemente divisa tra due sentimenti contrastanti; rabbia e pietà: rabbia perché in questi pochi anni che mi restano da vivere non sono libera, sono legata da orari tirannici, devo sempre tornare a casa a una certa ora, sono richiesta di servizi umilianti, ho un estraneo in una casa di cui non sono più padrona, in una casa rivoluzionata da esigenze di coabitazione, casa non grande ingombra di orribili strumenti ortopedici; sono gravata di costi economici quasi insostenibili; provo pietà e struggimento verso una persona amata, una volta gagliarda, irriconoscibile ora, segnata dal male.

Mi faccio forza sostanzialmente in due modi: potenziando la mia attività politica, soprattutto in questo ultimo anno sono stata presente e protagonista in situazioni pubbliche che hanno richiamato alla memoria passati impegni come la pedagogia della differenza, le Trovatore, esperienze di affidamento, e soprattutto la storia vivente; il secondo modo è quello di valorizzare le piccole gioie, come per esempio il sedermi dinanzi a un pranzo pronto, il riuscire a riaddormentarmi quando mi sveglio alle tre di notte… Mangio abitualmente dei confetti.

La rabbia di cui parlavo prima è motivata non solo dalla mia situazione personale, ma anche dalla amara consapevolezza che l’innaturale prolungamento della nostra vita giova all’imponente apparato sanitario pubblico e privato, all’industria farmaceutica, alle badanti e ai badanti stranieri che si insediano qui, mentre a molte di noi donne anche anziane tocca la pesante organizzazione assistenziale e i suoi costi, alle meno fortunate senza aiuti.

Meglio sarebbe rimanere in vita – far durare la vita – solo finché le proprie energie assicurano l’autonomia.


Articoli collegati:
Una forza misteriosa ed esagerata di Mira Furlani https://puntodivista.libreriadelledonne.it/una-forza-misteriosa-ed-esagerata/


Una domanda per domenica 13 settembre 2015 a quelle che facevano la Via Dogana cartacea, e a quelle e quelli che la leggevano: che parola e che immagine metteresti in copertina? Portatele in Libreria, via Pietro Calvi, 28, MI, domenica prossima, ore 10, al terzo incontro di VD 3.

La politica ha bisogno, e noi per prime, di parola pubblica femminile.


Laura Giordano e Luisa Muraro anticipano qui sotto quello che diranno in apertura, l’incontro proseguirà su questi temi o altri. Si potrà discutere per approfondire. Oppure, semplicemente, alzarsi e far conoscere un’idea, un sentimento.


Luisa:

– A proposito di unioni civili. Omosessualità femminile, omosessualità maschile: facciamo la differenza. Ci sono differenze di vissuti, d’interessi, di situazioni… metterle in parole restituisce alle donne la loro verità soggettiva e farà luce nel dibattito pubblico. Altrimenti, finirà per prevalere ancora e sempre un punto di vista neutro-maschile.

– Di ritorno dalla Scuola estiva della differenza di Lecce.



Laura:

Sapere e dire di una fatica di vivere che ci riguarda da vicino può essere un guadagno per tutti. Ma capire come farne una risorsa senza farsi travolgere non è banale. Cambiare il proprio sguardo dando valore prima di tutto alla relazione con altre donne è stata la mia risorsa. All’inizio mi sembrava fosse un guadagno solo mio, ma poi ho capito che non era così e ho deciso di raccontarlo.

Per dare nome ‘depressione’ alla propria sofferenza non basta la diagnosi di uno specialista, anzi quando questi pronuncia la parola ti viene da pensare che esagera, in fin dei conti si tratta di un disturbo dovuto al brutto periodo, alla stanchezza o a un eccesso di stress, che presto passerà; ti riconosci depressa quando, magari inconsapevolmente, hai già deciso di reagire a quella sofferenza che comunque intuisci non sia riconducibile ad una comune malattia ma piuttosto a uno stato d’allarme del tuo corpo e della tua mente per qualcosa che non va, dentro ma anche intorno a te.

L’allarme parte infatti quando il fuori non ti corrisponde e anzi ti diviene ostile, ma non capisci perché e ti pare che la sorte, o qualche entità oscura, si diverta a frapporre ostacoli sulla tua strada, oppure quando dentro di te si spezza qualcosa, si interrompe il normale flusso delle emozioni e non ti senti in grado di dare risposte appropriate agli stimoli che arrivano dall’ambiente. Succede così che giorno dopo giorno si forma un diaframma sempre più resistente tra il tuo mondo e quello esterno; tutte le cose che prima facevi naturalmente richiedono sempre maggiore energia e concentrazione, ma le tue forze diminuiscono per cui finisci per economizzare i gesti e restare sempre più spesso inerte, magari a fissare il soffitto o il vuoto; il fuori d’altronde ti fa paura per cui riduci progressivamente i movimenti, smetti prima di andare oltre il quartiere, poi di attraversare la strada e infine di oltrepassare la porta di casa. Perdere padronanza su di te e il controllo sulle cose ti fa sentire avvolta in una spirale che non puoi percorrere se non in discesa, ma se ti resta un po’ di attaccamento alla vita arriva il momento in cui accetti la diagnosi, ammetti di essere proprio depressa, imbocchi la strada della cura ricorrendo alle ‘medicine’ che ti consigliano e speri siano in grado di generare l’energia che ti serve per risalire la china. Se la cura è efficace ti ritrovi a fare la stessa vita di prima convinta di aver capito e di aver anche guadagnato l’immunità da una malattia tanto strana e indefinibile che è meglio chiudere la parentesi e non parlarne nemmeno. Però appena un fatto viene nuovamente ad alterare l’equilibrio che credevi di aver ricostituito, ecco che ricompaiono i sintomi, ormai li riconosci e sai come curarli, ma di solito la cosa si ripete nuovamente anche più volte fino a che devi arrenderti all’evidenza che ti eri illusa circa l’immunità.

A quel punto, se trovi la forza di riprendere in mano la tua vita ti rendi conto che hai due strade: sopravvivere cercando di tenere la depressione sotto controllo o provare a vivere guardando in faccia la ‘malattia’ per interpretare i segnali che attraverso il corpo essa ti manda. Se scegli come chi scrive la seconda via, dopo che avrai riavvolto più volte il film degli avvenimenti (scacchi, diritti negati, una nascita o un cambiamento imprevisto, ecc.) concomitanti con le manifestazioni più acute della malattia, ti nascerà il dubbio che la depressione pur scatenandosi nel tuo corpo non venga proprio generata da esso e ti chiederai se non sia legittimo ipotizzare che prenda invece origine fuori di te, o per lo meno nelle dinamiche tuo rapporto col mondo esterno, e rappresenti una sorta di lingua attraverso la quale il reale nei momenti critici muove verso di te e ti parla. I sintomi che ben conosci, infatti, mentre ti costringono a ‘resettare’ la tua vita da abitudini, ripetizioni e false certezze, segnalano che qualcosa deve cambiare dentro e fuori di te ed è come se ti invitassero ad approfittare del vuoto aperto dalla crisi per far posto ad altro.

La nuova conquista non ti farà cantar vittoria, perché sarà accompagnata dalla consapevolezza che anche qualora riesca a rivoluzionare la tua vita, non guadagnerai ugualmente la via della salvezza se contemporaneamente il contesto non avrà preso a cambiare insieme a te. Se ti guardi intorno d’altronde e constati la diffusione virale della malattia non tardi a realizzare che il messaggio, di cui la depressione si fa portatrice, non è certo rivolto solamente a te ma riguarda tutte le donne e gli uomini e forse segnala che la civiltà, la nostra vita in comune, è giunta ad un punto di criticità tale, che potrà essere superato solo mettendo in campo misure straordinarie, l’intelligenza di capire che cosa va cambiato e tutta la forza di cui siamo capaci. La depressione come ben sai fiacca le forze, ma proprio per questo a volte insegna a guardare all’essenziale, alle ragioni primarie della vita e consente di prendere coscienza di ciò che fa ostacolo e impedisce la libera espressione di sé, la propria realizzazione nel contesto sociale. Difficilmente riuscirai però con i tuoi soli mezzi a rimuovere gli ostacoli, sarà invece necessario che la tua presa di coscienza ‘parli’al di là di te, divenga guadagno anche per altre/i, entri in una dimensione pubblica perché possa compiersi l’alchimia che soltanto la politica è in grado di fare, la mutazione di un malessere individuale e collettivo in forza di trasformazione dell’esistente. C’è da inventare molto ma non devi partire da zero. Devi prendere atto che la politica delle donne ha già dimostrato che partendo da sé si possono costruire relazioni capaci di trasformare la tua vita e insieme il contesto, che mettendo in comune il desiderio di ciascuna con quello delle altre si può mettere al mondo ciò che prima risultava impossibile e quello che prima ti appariva un ineluttabile destino può divenire l’occasione per aprire nuovi orizzonti. Non avrai conquistato l’immunità dalla malattia, ma saprai dare senso oltre che nome alla sofferenza quando arriva.

Un filo sottile d’infelicità, un’incrinatura leggera quasi invisibile, la percezione di un vuoto, di una mancanza sembrano percorrere la vita di Lucia, la protagonista del secondo lungometraggio di Giorgia Cecere, interpretata in punta di piedi da Isabella Ragonese. Una vita fin troppo regolata che scorre apparentemente lungo i binari della tranquillità operosa e serena in una piccola cittadina della provincia piemontese con un figlio, un tenero adolescente acutamente percettivo e sensibile, un marito, a cui forse affida troppo della propria vita, e un lavoro autonomo soddisfacente.
Le prime inquadrature puntano immediatamente sui tre personaggi e illuminano le loro ormai consolidate dinamiche, come pure i loro caratteri e le reazioni messe in evidenza nel particolare della primissima scena della disavventura del furto dei pantaloni sulla riva del fiume, da cui prenderà avvio la narrazione.
Un film dalla tessitura della trama volutamente lasca che lascia a chi guarda il compito, a volte arduo, di intuire e di ricostruire eventi precedentemente importanti nella vita di Lucia e che motivano quel suo senso di assenza, di distacco, e che fa di due suoi incontri il punto di svolta, di rottura nella regolata traiettoria della sua esistenza quotidiana.
L’incontro casuale – a lungo evitato – con l’anziana madre dell’amica tragicamente scomparsa le risveglia ricordi, dolori volutamente sepolti, irragionevoli sensi di colpa che esigono l’urgenza di un segno di riconciliazione e di pace.
L’altro incontro, altrettanto casuale, avviene con il presunto ladro dei pantaloni, l’“extracomunitario”, l’immigrato sempre evitato e reso invisibile ormai storicamente in quel microcosmo di perbenismo provinciale. Lucia, al contrario e stranamente per il suo carattere schivo, lo cerca con pertinacia, lo insegue e con lui, Feysal, eccezionalmente, avvia un contatto, gli rivolge attenzione, uno sguardo fuori dalle paure e dai comuni pregiudizi circolanti.
È il segno di un cambiamento insieme a una graduale consapevolezza dei propri desideri e del mondo che la circonda; è la ricerca di un percorso, in un viaggio di ritorno verso il suo vero sé, alle sue radici e verso quel posto bellissimo che il titolo del film vuole vagheggiare, un luogo a cui tutte e tutti noi vorremmo tendere, aspirare per nuovi rapporti e nuovi modi di essere.
In questi giorni dove la tragedia delle morti nel Mediterraneo insieme a quella di migliaia di rifugiati in cerca di un luogo in cui vivere dignitosamente, lontano da guerre e da miserie, urla tutto il suo orrore, in questi giorni in cui finalmente l’Europa sembra voltare pagina ed è alla ricerca di forme di accoglienza, un film che pone la centralità di uno sguardo e di un rapporto diversi con lo ‘straniero’ diventa di estrema attualità e sensibilità.
Un film di atmosfere, dalla recitazione e dai dialoghi volutamente sottotono ed essenziali, quasi pudichi nel rivelare sentimenti e pensieri personali con ritmi dove la storia di Lucia ha modo di dipanarsi, mostrando che quel suo spostamento di consapevolezza diventa un percorso di libertà anche dai pregiudizi e da strutture mentali dominanti. Che ciò stia avvenendo lo testimoniano il sogno in cui Lucia dopo una lunga e affannosa rincorsa riesce a raggiungere l’amica e a riabbracciarla stringendosi a lei in un momento di grande felicità e il ritrovato rapporto con la madre dell’amica.
La regista Giorgia Cecere ha esordito nel 2011 con il lungometraggio Il primo incarico, presentato alla 67a Mostra del Cinema di Venezia e ben accolto da pubblico e critica, con Isabella Ragonese nel ruolo della protagonista.

In un posto bellissimo, un film di Giorgia Cecere – Italia 2015, 105’

Via Dogana 3, 2° incontro, 12 luglio 2015, In vacanza per sempre

Luisa Muraro:

Viviamo in “un mondo in disordine”, per usare le parole di un tale che parlava del suo tempo, mille anni fa. Ci incontriamo per scambiare idee e farci forza. Il mio invito è di cercare sempre la verità soggettiva. Non è facile trovarla.

Come al primo incontro, Laura Ming e io ci alterneremo con due argomenti ciascuna.

Laura Minguzzi:

Prima questione da porre alla discussione: vorrei riprendere un punto discusso nell’incontro del 17 maggio scorso, e cioè la questione della qualità delle relazioni e dell’autorità femminile. Mi interessa il tema perché include differenti questioni irrisolte. Una di queste è il rischio di idealizzare non solo i progetti ma anche le singole donne con sofferenze, rotture, cadute del desiderio e messa in forse dei progetti stessi. L’idealizzazione blocca l’immaginazione, la realtà viene come offuscata e invece di figure dello scambio si creano figure illusorie o false aspettative. Se è vero che le buone relazioni fanno vivere i progetti, ne sono la linfa vitale, allora non esiste più un progetto a sé stante, al di fuori di noi, che dobbiamo tenere in vita a qualsiasi costo. Queste considerazioni mi portano a riflettere su un evento recente: il convegno di Mestre del 20 giugno, intitolato Un passo avanti d’autorità, promosso da amiche delle Vicine di casa, Sandra De Perini e Desirée Urizio e da alcune fondatrici dell’Associazione per l’autorità femminile nella politica per sostenere il libro Sovrane di Annarosa Buttarelli e il suo progetto politico. Il libro è stato presentato in varie città d’Italia creando molte aspettative, così mi ha riferito Sandra, che si è sentita chiamata a non deluderle. Io ho deciso di non partecipare al Convegno. Una decisione sofferta. Sandra mi aveva mandato il volantino d’invito via mail e leggendolo avevo provato un senso di disagio e di sconcerto. Percepivo un non detto e non mi era chiara la finalità dell’incontro. Invece di telefonarle subito ed esprimerle le mie obiezioni ho aspettato, incerta sul da farsi… Avevo intuito che l’invito arrivato via mail con la scheda di iscrizione (a cose fatte quindi), era un segnale del suo timore che a voce potessi criticarla. Infatti avrei voluto dirle che non capivo il senso della ripetizione del titolo del Convegno della Rete delle Città vicine dell’anno scorso, in cui si era discusso lo stessa tema, e che non mi sentivo coinvolta in un tipo di pratica politica che mi sembrava più ispirata da un libro che da una pratica concreta di relazioni, pur se conflittuali. Così ho preferito l’attesa. Sandra insospettita dal mio silenzio mi ha chiamata e ho potuto così esprimerle tutte le mie perplessità. Le ho comunque suggerito che sarebbe stato meglio non tacere sul percorso conflittuale che l’ha portata ad allontanarsi dalla Rete delle città vicine, mentre da parte mia ho pensato che dovrò affrontare questo nodo irrisolto nella prossima tappa, in una città ancora da definire, della Comunità pensante che si è costituita a Mestre.

Luisa Muraro:

Il nome del co-pilota? Dicono che sia Depressione.

L’allarme è stato dato a un convegno dell’Ass. italiana di psichiatria: il rischio che le donne corrono di cadere in depressione è perlomeno doppio di quello maschile. Fonte: Il nostro stare al mondo del Centro studi e documentazione del pensiero femminile di Torino, un contributo di Ferdinanda Vigliani, E se non la chiamassimo depressione?, che sul tema segnala Anna Salvo, Depressione e sentimenti, Mondadori.

Le donne sono in prima linea, ma non è come per l’isteria; il problema della depressione è della nostra civiltà. Notizia di questi giorni: una giovane donna di 24 anni, in Belgio, ha chiesto l’eutanasia (ammessa dalla legge in quel paese) per le sofferenze della depressione, con tre pareri medici favorevoli.

Conoscete il film dei fratelli Dardenne, Due giorni, una notte ,e sicuramente ricordate che la protagonista, in lotta per il suo posto di lavoro, soffre ancora per i postumi di una grave depressione. Sandra Burchi così commenta il film dei Dardenne: lo sfondo è un’Europa impoverita, incattivita, smemorata, in preda agli effetti di trasformazioni non gestite.

Dal film viene una risposta: la protagonista, aiutata da una compagna e dal marito, fa appello a tutte le sue forze, combatte e vince la battaglia più importante.

Seguendo l’esempio di Antoinette Fouque, di Cixous… in tema di isteria, di Francesca Avanzini (Ha ballato una sola estate), del gruppo Demau, tanti anni fa, in tema di anoressia, io propongo che diamo compimento simbolico al voler dire della depressione, che di suo è come un’opera a metà, incastrata fra patologia e infelicità…

Laura Minguzzi:

Alla maturità di quest’anno due temi della prima prova d’italiano riguardavano la resistenza. Mi ha fatto piacere perché amo la storia. Ma secondo le statistiche riportate dai media quest’argomento è stato scelto da una percentuale bassissima di candidate/i. La storia come sappiamo non è molto amata a scuola. Questo fatto mi rattrista, consapevole, grazie al mio lavoro di riflessione con la Comunità di pratica della Storia vivente, che senza consapevolezza e memoria del proprio passato non c’è futuro di libertà e non c’è felicità. Memoria non neutra ma reinterpretata a partire dall’esperienza femminile. La cosa mi ha fatto pensare all’attualità, cioè alle donne curde combattenti di Rojava. Io, quando leggo della loro lotta, le sento parlare nelle interviste, sento che stanno dicendo qualcosa che è differente dalla lotta armata partigiana cui le donne in Italia hanno partecipato. Affermano di combattere per la loro libertà, oltre che per creare un Kurdistan libero. Non credono ai due tempi perché sanno che in passato le donne sono state ingannate da questo schema emancipatorio. Ma poi fanno anche riferimento al partito di Öcalan, il PKK. Vedo una contraddizione, ma anche una grande capacità di stare nella contraddizione e di aprire a nuove possibilità nel contesto caotico di disordine simbolico post-patriarcale in cui si trovano l’Irak, la Siria e la Turchia.

Luisa Muraro:

Che cosa possiamo leggere nella crisi euro-greca alla luce del primum vivere?

Mi riferisco al primo capitoletto dell’ultimo Sottosopra, un vero e proprio manifesto sul lavoro intitolato Immagina che il lavoro, ottobre 2009. Sottolineo il “leggere”, diversamente dalla tendenza a giudicare e a schierarsi, che non condivido. In me sento di aver avuto troppa voglia di avere ragione e ora preferisco fare lo sforzo di capire quello che accade.

Sicuramente molte affermazioni del capitoletto, titolo Primum vivere. Anche in tempo di crisi, ne escono confermate.

Si prova un senso di schiacciamento. La soggettività di chi vive le cose giorno per giorno è annullata. Oppure, aggiungo io, rimodellata dal trovarsi con un debito che non riesce a pagare, ritrovarsi sempre inadeguata. Gli stati, dice il Sottosopra (ma nel caso della Grecia è l’Europa), hanno dato soldi e soldi alle banche e non a chi lavora (non al popolo, ha detto Tsipras). “Popolo”: parola demagogica? La troviamo anche in Sovrane di Annarosa Buttarelli, in coppia con “donna”.

Non c’è demagogia nel manifesto Immagina che il lavoro, che ha uno stile quasi colloquiale, antiretorico. Invece nella crisi euro-greca il rischio c’è, da più parti (dei Greci, degli antieuropeisti…).

Nel manifesto si polemizza con la scienza economica in nome di un’economia messa su nuove basi. In queste settimane della crisi euro-greca abbiamo ascoltato delle critiche agli errori dell’economia ma un inizio di ripensamento radicale non è emerso: forse c’è e deve ancora affiorare? C’è la sua premessa? Ci sono spiragli di una concezione alternativa?

L’unico valore non monetario emerso nelle trattative: la giustizia sociale, che però non si riesce ad assicurare. Troppa evasione, troppo disordine fiscale, da una parte. Troppa preoccupazione per l’assetto finanziario, dall’altra.

È un valore anche l’orgoglio della risposta No al referendum del 5 luglio, indubbiamente.

Nel manifesto del primum vivere si parla di considerare l’esperienza e il sapere della quotidianità come una leva per cambiare il lavoro e l’economia. Qualcosa sta accadendo che va in questo senso? O sono utopie, cioè cose giuste ma destinate a una realtà troppo distante dal nostro presente?

A me interessa stare al presente con buon senso per quel che riguarda le vie da prendere in pratica ma con prospettive audaci, senza buon senso mentale e verbale. Mi interrogo anche su Angela Merkel che non parla tanto come gli altri, non parla quasi…

Commento di Luisa Muraro all’incontro di VD 3, 2° incontro, scritto l’indomani, 13 luglio.

Oggi c’è l’accordo dell’Europa perché la Grecia rimanga in Europa e nella zona euro. A quali prezzi, per i Greci e per tutti noi europei, non so. Ma lo sapremo.

Nell’incontro di domenica si è parlato molto della crisi euro-greca, il secondo dei due argomenti da me proposti. La tendenza di alcune era di parlarne come veniva, c’era lo schieramento esultante per la vittoria dei No al referendum greco del 5 luglio («Ce l’abbiamo fatta», «Vittoria entusiasmante»…), l’innamoramento per Tsipras, come già in passata per Vendola («uomo nuovo», «sta imparando»…), le accuse per i dirigenti dell’Europa, Merkel e Draghi compresi, tutti cattivi…

Sentivo risuonare in me il commento, innocente e misogino, del mio nipotino di sei anni: ah, le femmine!

Dalle rivolte del No alla rivoluzione dell’economia il passo è lungo… Alt! I No possono avere il loro significato e valore ma non sono il primo passo verso il cambiamento, ci vogliono dei sì. Abbiamo qualcosa da dire alla luce del primum vivere?

Sì. Su alcuni blog greci è apparso l’invito che viene da economisti, a stare all’essenziale, a innamorarsi di quello che veramente vale, con una critica dei consumi fatti senza criterio. I consumi! Che bello liberarsi del superfluo: in Grecia hanno inventato delle botteghe dove uno porta il superfluo in cambio di quello che gli è necessario: una bella trovata! «Non parlate male del superfluo: quando ho potuto comprarmi qualcosa in più, io mi sono sentita felice», obietta una. Il punto è questo, un’economia della felicità: ridefinire la crescita, parlare del lavoro, tutto il lavoro necessario alla vita… Come ha detto Ida Dominjanni, finalmente ricomincia la politica.

Sì, durante la crisi si sono aperti spiragli verso un’economia alternativa. Su tutto questo ci sono racconti e inchieste. Vorremmo conoscerle.

Quello che sta capitando non è leggibile in chiave esclusivamente economica. E nelle trattative che vanno avanti da mesi, non ci sono soltanto rapporti di potere. Ci sono correnti di fiducia, alleanze taciute, attese…

Il Sottosopra dice chiaramente che un cambiamento radicale di prospettiva, nel senso del primum vivere, verrà a condizione di portare uomini a vivere la vita quotidiana, alcuni cominciano a starci, ma la loro non è ancora esperienza parlante.

Gli interventi sulla crisi euro-greca si sono intrecciati e qualche volta mescolati con l’altro argomento, quello della depressione. Su questo tema è emersa subito una notevole competenza, in parte di origine scientifica o professionale, in maggior parte ricavata dall’esperienza personale e da letture libere. Nessuna difficoltà, su questo tema, a mettersi sulla strada per cogliere il punto di vista proposto nell’introduzione del tema: che ci sia lettura e trasformazione di questa sofferenza così diffusa tra noi e spesso dentro a noi.

Si è discusso del ricorso agli psicofarmaci: sì, no, ma solo per arrivare al punto. La depressione è una grande opportunità, dice una. Quale depressione? C’è una forma diffusa e c’è una forma grave… Ma quando parlano i vissuti, la dualità si attenua, e da un fondo cieco sale comunque la minaccia di uno squinternamento di sé.

La sofferenza più sensibile è data dalla perdita del desiderio (ma una dice: «mi fa perdere la ragione»), da cui un senso d’impotenza verso l’esterno. La risposta è ritrovare una certa padronanza. Ma come? Non isolarsi, non restare sole.

I dati del confronto fra i sessi vengono contestati: oggi gli uomini sono generalmente alquanto depressi. Le donne sembrano molto più esposte degli uomini a questa sofferenza perché chiedono aiuto più spesso e più chiaramente degli uomini. Questi ricorrono al suicidio quattro volte più delle donne… dove? In Europa… Oppure, prendono iniziative politiche, si aggregano velocemente e lanciano progetti senza pensarci tanto, tanto per reagire: al fondo di questo comportamento, la difficoltà che hanno a riconoscere la loro dipendenza.

Qualcuna respinge l’etichetta di “patologia” per la depressione. Era anche l’invito della Vigliani: e se non la chiamassimo depressione? Seguendo un filo di ricerca su cui sto lavorando, ho proposto di vedere in certe sofferenze che non hanno cause oggettive ma sono reali e s’impadroniscono della persona, vederci il farsi di un’opera d’arte che non ha trovato ancora compimento.

Alla fine dell’incontro (nel quale si è molto parlato anche di relazioni tra donne e con gli uomini, tema proposto da Laura Ming), sono tornata sulla verità soggettiva: oltre alle relazioni con altri, conta molto anche la relazione tra sé e sé. Come in una tenaglia, qui spesso resta presa la verità soggettiva, per cui quello che di fatto mettiamo a disposizione di altre, altri, spesso è una mezza finzione… un’opera d’arte malamente rifinita.

Commento per VD3 di Laura Minguzzi.

«E se non la chiamassimo depressione?» dice Ferdinanda Vigliani del Centro studi e documentazione del pensiero femminile di Torino. «Dare compimento simbolico al voler dire della depressione» dice Luisa Muraro.

Luisa chiude l’incontro di VD3 di domenica 12 luglio invitandoci a cercare ancora per trovare più verità soggettiva. Ci proverò. A me parla di più la parola “crisi” e sarei propensa anch’io a non chiamarla depressione perché in realtà si tratta di una crisi che taglia la propria vita in due, un prima e un dopo. Un taglio profondo che mette in discussione tutto. Come ha detto Silvia Motta «fa crollare le proprie sovrastrutture personali». Coinvolge il corpo prima di tutto ma è l’anima che si ammala per prima. Ci si avvolge su se stesse/i come un gomitolo. La caduta a precipizio del desiderio di vivere a certe condizioni provoca lo scatenamento dell’evento. Per questo si riallaccia assolutamente in linea diretta con il manifesto del Primum vivere.

Mi ricordavo di avere letto durante i miei studi un testo di Balzac in cui sosteneva che a trent’anni la vita di una donna subisce un giro di boa, cambia completamente. Poi avevo sentito dire che la depressione colpisce le donne in menopausa perché rifiutano di invecchiare. Questa spiegazione mi era stata data da uno psichiatra quando mia madre si ammalò e le prescrisse l’elettrochoc. Il sapere maschile sulle donne non può competere con l’ampia conoscenza che le stesse hanno per esperienza personale. Avevo trent’anni e un cambiamento s’imponeva allora in conseguenza delle mie scelte di libertà, ma non avevo la forza necessaria per andare fino in fondo. Stavo in mezzo al guado. Mi guardavo indietro e recriminavo su ciò che mi sarei lasciata alle spalle. Non volevo abbandonare quello che avevo costruito, le relazioni, cambiare città, allontanarmi dagli affetti per proseguire la mia strada. Ecco che si poneva l’aut aut, o questo o quello…

Una società fondata su tali presupposti che ponevano certe condizioni per potere realizzare un desiderio e quelle condizioni io le rifiutavo. Oggi penso, a ragione, che una simile società deve cambiare. Il mondo deve cambiare perché il mio desiderio non porti sofferenze e provochi malattia.

Pensare occupava tutto il mio tempo, non avevo tempo per altro. Sono persuasa che il rifiuto di vivere contiene tanta rabbia e la comprensione profonda di quello che dovrebbe modificarsi perché si possa vivere con agio. Sono stata tirata su dal sottosuolo da una donna che non ha avuto paura delle accuse di maternage che le erano rivolte mentre si prendeva cura di me. Mi sorvegliava, una guardiana della vita, della mia vita. Anche lei stava attraversando un passaggio faticoso di grande cambiamento e forse per questo poteva capire e sopportare il mio stato di morte apparente. Uno stato che si può paragonare ai semi nel terreno ricoperto di neve che si trasformeranno nei germogli di grano in primavera. Bisogna crederci in questa metamorfosi.

Invito a incontrarsi

alla Libreria delle donne di Milano

la mattina della domenica 12 luglio 2015, ore 10

per un nuovo incontro di Via Dogana 3


In vacanza per sempre è il titolo che diamo a questo invito. È un invito ad alimentare le risorse della felicità scoperte con il femminismo. Pensiamo alle presenze amicali. Pensiamo all’intelligenza (intus legere, leggere dentro) di quello che accade in oscure caverne e alla luce del sole. Pensiamo alla magia di ri-trovarsi con (o: in) altre e altri per uscire da muri troppo stretti, o per attraversarli, se non hanno passaggi.


Noi due, Laura Ming e Luisa Mur, cercheremo di darvi il buon esempio con la nostra introduzione di quattro argomenti. In tutto, venti minuti, dopo di che verrà lo scambio allargato con idee liberamente affioranti e poi, intorno alle 13.30, lo spuntino sul posto, un luogo che quasi tutte/i conoscete, fresco al naturale (non: forced air).


È prevedibile che rispunterà qualche filone dell’incontro precedente, il 17 maggio, di cui trovate nello spazio di VD 3 SITO un resoconto fatto da Laura Minguzzi e Silvia Baratella. Non escludete, però, tuffi in acque diverse.


Il criterio cui restiamo fedeli: partire da sé lasciandoci occupare da altro.


Siamo in via Pietro Calvi 29 (vicino a Piazza Cinque Giornate), MI, 0270006265 telefonate o meglio scrivete (info@libreriadelledonne.it) per informazioni circa questo incontro e Via Dogana.

Dopo la positiva affermazione di Tomboy (2011) Céline Sciamma torna al tema a lei caro dell’adolescenza e in particolare al momento in cui essa sta per finire. Protagoniste quattro ragazze che cercano di trovare la loro strada per vivere liberamente le loro vite. Ciò che alla regista preme mettere in scena, come nei film precedenti, è «l’agitazione del desiderio, la forza della femminilità e la necessità di sfuggire a un destino prestabilito», in un pressante bisogno di ricerca di identità.

Prestabilito sembra esserlo il destino di Marieme, Fily, Adiatou e Lady, sedicenni francesi, figlie di immigrati africani, nella banlieue di Bagnolet o di Bobigny vicino a Parigi, dove la fatica di crescere, di per sé già difficile e dolorosa, in questo contesto si misura con la miseria materiale, culturale e di relazioni. Relazioni che nel quartiere sono prevalentemente di potere: i ragazzi sulle ragazze, gli uomini sulle donne tutte – e sopra loro i boss della malavita; in famiglia il controllo violento rdei padri e, in loro assenza, quello dei figli e dei fratelli su madri, sorelle e fidanzate.

Le reazioni di Marieme alla notizia dei suoi scadenti risultati scolastici, che preludono a un immediato futuro di miserabili lavori che ben conosce, e l’incontro con le altre tre ragazze sono la molla del suo cambiamento. Lei che inizialmente appare docile, mansueta, sottomessa diventa nella banda Vic, diminutivo di Victory, e il cambiamento non è solo negli atteggiamenti e nell’abbigliamento, è anche fisico, del suo corpo.

Il film mostra le varie fasi in cui matura la consapevolezza di quello che la nuova Vic vuole per sé.

Le scorribande nei centri commerciali, in metropolitana, le provocazioni verbali con altre giovani, la notte in una stanza d’albergo passata a sognare e a cantare Diamonds di Rihanna sono per le quattro ragazze la loro forma di ribellione, di affermazione e di separatezza dal presente quotidiano. Esaltanti, di fatto piccole e ambigue trasgressioni. Per Marieme-Vic diventano le occasioni e i momenti del suo percorso di trasformazione verso l’età adulta. Un passaggio incerto – come incerta ancora è la ricerca di sé, di ciò che ritiene importante –, che vuole comunque percorrere e costruire in autonomia e in libertà. Via dalle regole malavitose del quartiere e del fratello, via anche dall’innamorato Ismaele, gentile, non violento, con cui vivrebbe comunque situazioni e un futuro da cui vuole fuggire.

Girato con un bel ritmo, sostenuto da una vivace colonna sonora, il film trasmette energia e speranza. Ottimamente recitato da un cast non professionista, ha una fotografia ricercata dove la predominanza dei toni dell’azzurro contrasta scenograficamente con i corpi delle ragazze.

Un buon film sull’adolescenza – non giudicante – da accostare ad altri: 17 Ragazze di Delphine e Muriel Coulin (2011) e Foxfire (2012) di Laurent Cantet dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates.

Diamante nero – Bande de filles, regia di Céline Sciamma, Francia, 2014, 112’