Non condivido l’opinione di Adriana Sbrogiò sul fatto che era meglio non parlare di odio. Di odio si parla nella Bibbia, Caino e Abele ne rappresentano il simbolico più emblematico. Ne parla Dante quando giunge nel nono cerchio, il luogo ghiacciato dominio di Lucifero, ecc.
Sul problema specifico dell’odio femminile tra donne sento di dover ringraziare Sandra De Perini per il coraggio che ha avuto nell’affrontare l’argomento partendo da sé. Non ha presentato l’odio come fonte metafisica del dolore nel mondo, e nemmeno assumendo l’amore come fede in un dio necessario per la costruzione del bene sulla terra. Lei si è calata nell’esperienza sua, maturata come femminista degli anni ’70, di cui è stata protagonista in prima persona, come molte di noi, io compresa che, a differenza di lei, sono una femminista cristiana, credente senza chiesa. Di ciò va tenuto conto, o meglio, parlando a mia volta di odio voglio tenerne conto, non tanto per evocarne la forza distruttiva, quanto quella redentrice.
Credenti o non credenti tutte/i conosciamo l’odio le cui radici sono legate al potere del male, quello che conduce alle guerre fratricide e alla distruzione del nostro pianeta. Come l’amore esso fa parte di quello spazio del mistero proprio della condizione umana. La tentazione dell’odio affligge anche me in quanto partecipe di tale condizione.
Grazie al pensiero della differenza sessuale il femminismo ha messo al mondo autorità e libertà femminile.
Oggi siamo di fronte a dei poteri capaci di sottrarre quella poca o tanta autorità femminile che circola nel mondo. Ci sono poteri che si richiamano perfino a qualche dio in cielo. Che fare? Secondo Marisa Milesi occorre riconoscere il valore di sé e il senso del proprio lavoro quotidiano per difendersi da quest’odio subito e provato e fare uso del pensiero della differenza e della forza che ne deriva per salvaguardarci. Fosse vero! Purtroppo stiamo assistendo, ogni giorno sempre più impotenti, ad una continua sottrazione di autorità femminile. Questa è la verità.
Io credo che nel mistero della vita di ciascuna/o vi sia una componente soprannaturale in cui giocano con tragica forza i sentimenti dell’odio e dell’amore. Simone Weil lo descrive bene attraverso la figura di Jaffier in Venezia salva (a cura di Cristina Campo, Adelphi, 1987). È la storia di un gruppo di congiurati spagnoli che nel 1618 volevano impadronirsi di Venezia e distruggerla: “una città bellissima, perfetta, che sta per essere piombata nel sogno orrendo della forza; un uomo attento che, all’improvviso, la vede e la salva”. In questo “teatro immobile” il perno è Jaffier, il congiurato che tradisce i compagni e salva la città. In lui si rinnova la figura del giusto che blocca la corsa dell’odio.
C’è un altro testo in cui S. Weil affronta il tema della forza capace di contrastare l’odio distruttivo. Si tratta di Attesa di Dio (a cura di Maria Concetta Sala, Adelphi, 2008). Leggiamo insieme alcune perle del suo pensiero: Amiamo la patria terrena. Essa è reale e resiste all’amore. È lei che Dio ci ha dato di amare; e ha voluto che ciò fosse difficile, ma possibile. Ad un certo punto, riferendosi alla morale laica delle istituzioni, continua così: Finché nella vita sociale ci sarà la sventura, finché l’elemosina legale o privata e il castigo saranno inevitabili, la separazione fra istituzioni civili e vita religiosa sarà un delitto. L’idea laica, in sé … può essere giustificabile solo come reazione contro una religione totalitaria … La religione per poter essere presente dappertutto, non solo non deve essere totalitaria ma deve mantenersi rigorosamente sul piano dell’amore soprannaturale, l’unico che le si addice. Se così fosse penetrerebbe dappertutto … Il concetto di morale laica è un’assurdità appunto perché la volontà è impotente a produrre salvezza. Ciò che si chiama morale, infatti, fa appello solo alla volontà. E proprio a ciò che essa ha, per così dire, di più muscolare.
Quando la religione cessa di essere totalitaria può accadere quello che abbiamo visto durante i funerali per Valeria Solesin, una delle vittime delle stragi del 13 novembre a Parigi. In una gremita Piazza San Marco si sono svolti i funerali laici ai quali hanno preso parte rappresentanti delle religioni cattolica, ebraica e musulmana in forma congiunta. La Comunità islamica di Venezia nel corso della cerimonia ha detto: “Valeria, la nostra comunità vuole dirti che non in nome del nostro Dio, non in nome della nostra religione, che è una religione di pace, e certamente non nel nostro nome, ti hanno assassinato”; e l’imam di Venezia Hamad Al Mohamad ha così pregato: “Chiediamo ad Allah che abbia Valeria e tutte le vittime nella sua gloria e di aiutare la sua famiglia e di proteggere l’Europa, l’Italia e questa città dal male e di pacificare le nostre anime”. E i rappresentanti dell’Unione delle comunità islamiche: “Valeria, i tuoi assassini hanno fallito perché non sono riusciti a instillare l’odio in noi e oggi siamo tutti qui per te. Il terrorismo va sconfitto, e per primi devono farlo i mussulmani che ne sono le prime vittime”.
A questo punto io do ragione a Adriana Sbrogiò: lei è una mistica dell’amore, soprattutto per il suo desiderio profondo di rompere la catena dell’odio.
Lo è anche papa Francesco. Egli infatti sta suscitando nel mondo grandi speranze di pace con la sua coraggiosa pastorale fondata non su una morale religiosa nella quale dominano le virtù terrene, ma sull’amore evangelico puro e semplice. La morale è come la trippa, diceva mia madre, la tiri come ti piace. Vedi la strumentalizzazione fatta dalla lega nord sui canti di Natale proibiti nella scuola primaria di Rozzano.
E noi donne femministe? Di autorità e libertà femminile nel mondo ne esiste ancora molta. Il mio invito è quello di riconoscerla, proteggerla, potenziarla per non farcela sottrarre, a cominciare da quelle grandi mistiche che sono, appunto, Simone Weil, Teresa d’Avila, Margherita Porete, e tante, tante altre Amiche di Dio.
Casimira Furlani (detta Mira), Firenze
Cara Sandra, ne odi troppe! Non è che l’indifferenza invece ti, ci, potrebbe proteggere da sentimenti invidiosi e meschini? L’odio dice del tuo nostro coinvolgimento amoroso, che in odio si rivolge. Io ho preferito, da tempo, l’allontanamento, l’indifferenza. Certo, capisco che l’odio mantiene il legame: anche se l’odiata lo respinge? Lo svuota? Io, da lontano, non odio nessuna. Lontana ma legata e fedele. Allora odiare solo le traditrici? Chi sono?
Ma davvero c’era gioia (o noia?) nei rapporti festosi degli anni ’70? davvero andare avanti, fuori dall’albero ha voluto dire tradirli? davvero collegarsi a un progetto politico è stato un tradimento dei legami precedenti? sarebbe terribile se fosse davvero così, e l’odio, che registra la divisione, parrebbe quasi naturale e necessario.
“Irriducibile, disgusto e fantasmi” – mein Gott meine Gottin – “Trasforma i sentimenti malefici, le paure, i profondi contrasti tra donne in orsi feroci, lupi in agguato, corvi minacciosi che volano in cerchio, pronti a scendere in picchiata”: paranoia? accidenti, Sandra, ti senti così circondata? ma da chi, da altre donne?
Certo, da come lo descrivi, lo conosci bene, l’odio: chi odia chi?
La “libertà aspra e brutale”, la conosco anch’io. Una solitudine che però non chiede parti in cui riparare.
Quelle donne lì, del disamore, del profondo disprezzo, del desiderio di vendetta, le ho viste all’opera quando ero bambina. Verso gli uomini e le altre donne loro alleate. Vecchie storie, nazismo, fascismo e tradimenti con gli uomini, nel mondo degli uomini. È ancora questo il caso? Siamo donne ancora così, fascinose affascinate e traditrici? Ma dài!
Non è necessario volersi bene tra noi, Sandra. Io ti voglio bene ma non sei tra i miei affetti diretti e principali, se ti reincontro sono affettuosa con te e riconoscente per come mi hai ospitata una volta a Mestre, un rapporto più intenso potrebbe nascere se vivessimo insieme qualche intenzione.
“L’odio politico è un’azione personale e allo stesso tempo impersonale”, questo è un bel passaggio, un passaggio vero: come impersonale quell’odio può cessare, come personale può colpirti, ma tu sai già che è anche impersonale, in fondo, e che tu sei oltre.
Però “scompiglia le truppe dei buoni sentimenti” è giusto, mai crogiolarsi in quelli altrimenti è vera quella “ambiguità di un desiderio di potere che ha intrappolato un progetto di libertà”. Ma allora società femminile, riconoscimento delle eccellenze, e libertà.
A Paola. L’odio una volta era intergenerazionale, scrivi, credo per via delle alleanze più frequenti di madri e di figlie con i padri. Davvero oggi riguarda solo orizzontalmente le figlie? O meglio, le riguarda? dato che, come scrivevo a Sandra, non mi risulta consistente un odio orizzontale, tra donne della generazione femminista. (Però di questo odio tra le figlie non saprei niente: non almeno tra le alcune amate giovani che conosco.)
“Mancanza di sufficiente amore, che chiamerei mancanza di pensiero”: che bella espressione, credo di poterla sottoscrivere e la collegherei a quanto scriveva Sandra sulla intima comunanza, sulla confortante condivisione che, interrotta, ha suscitato l’odio delle abbandonate. Non era amore pensante.
Però, Paola, quell’odio di cui tu parli, motore attivo, da conservare per le occasioni, mi pare poco odio, non vero odio, ma piuttosto disprezzo e lontananza. L’odio vero (lo ho provato solo una volta, per un uomo) è voglia di distruzione, annichilimento. Non ce n’è tanto sul mercato. Tenersi al caldo quel rancore freddo di cui tu parli? Bah, meglio liberarsene, forgive and forget, perché avvelena chi lo porta.
Cara Luisa,
spero di aver capito quello che mi chiedi. Forse era meglio che il consiglio mi fosse stato chiesto prima dell’8 di novembre e così ti avrei detto che era meglio non parlare dell’odio politico o personale che sia.
Penso che l’odio politico, quello che si manifesta a parole e che diventa poi una pratica politica tanto mortifera fino a tagliare le teste, sia quello, in questi tempi, che esercitano gli uomini che aderiscono all’isis o a qualche altro pazzo gruppo di potere. Ne esiste sempre qualcuno a questo mondo.
Anche l’odio personale è velenoso, e spesso fatale. Lo vediamo attivare da tanti uomini sulle donne che hanno amore per la libertà femminile, lo vediamo nell’infelicità che trasmettono quei soggetti che vengono essi stessi devastati interiormente prima ancora che gli effetti di quel sentimento diventino insopportabili o letali per altri.
Adesso, il consiglio che mi viene è quello di rendersi conto che non vale la pena, non sia utile continuare la riflessione sul tema dell’odio. Perché mi pare che, nell’incontro di VD 3, molti interventi fossero piuttosto artefatti, quasi che ognuna si desse da fare per poter dire qualcosa sul tema, andando a cercare nella propria vita esperienze che potessero presentarsi come odio. E, di conseguenza, si è sentito dire: eh sì, io ho odiato questa… io odio e ho odiato quest’altro… e via di seguito. Ho visto, però, anche qualche volto sconcertato, ho sentito tante incertezze e domande, forse non ben chiarite, del perché si sia scelto un argomento del genere.
Ricordo che dentro di me mi sono detta: e no, non posso lasciarmi trascinare da questi discorsi, il sentimento più forte per me è stato ed è sempre l’amore. Checché ne dicano tutti/e gli altri e le altre. Sono andata nel profondo del mio desiderio d’amore per trovare il coraggio di dire la realtà che mi ha fatto male, quella per cui avrei potuto odiare, e anche il come ne sono uscita. Questo è stato il senso del mio intervento. E tu mi hai detto anche grazie, mentre ti riprendevi il microfono.
Per questo ti consiglio di lasciar perdere, di non rilanciare quel tema. Guardando il sito, vedo che quella strada si sta bloccando da sola. Per mancanza di riscontri.
Ho visto sul sito tanti interventi buoni e belli tra i quali i tuoi, molto chiari ed efficaci e dove, secondo me, trovo amore per le donne e per la giustizia di tutti.
Le parole d’amore che ho trovato nei tuoi scritti, fin da allora, 25 anni fa, mi hanno fatto tanto bene perché ci ho creduto. E continuo a crederci.
Cara Luisa, ripeto, ti voglio bene e mi aspetto il bene. Saluti cari da Marco, anche lui in tutti questi anni ti ha sentita amica.
Se durante le feste pensi di andare da qualche parte (un tempo andavate a Venezia), siamo ben contenti se vieni/venite anche da noi.
Un abbraccio
Adriana
Domenica 8 novembre in Libreria c’è stato l’appuntamento di Via Dogana 3. La proposta del tema in discussione mi ha colta di sorpresa, con curiosità e con una certa apprensione, come spesso mi succede quando sentimenti opposti e confusi tra loro si agitano in me, ho deciso di esserci.
Gli interventi si sono susseguiti incalzanti, affrontando a viso aperto un tema che appare controverso. Per molte tra le presenti la parola odio è evocativa, rimanda a sé, alla propria storia, dove ognuna ritorna per ritrovare esperienze e ricordi anche molto lontani, fino ad un’infanzia con la guerra. E’ una parola forte, c’è chi la associa alla forza, chi dice “si odia quando si è deboli”. Si cerca di aggirare il disagio che odio ci suscita e altre parole vengono chiamate in causa, parole come rabbia e conflitto, più intessute alla trama dell’esperienza di noi donne.
Lì mi ritrovo, come già altre volte negli incontri in Libreria trovo una forte corrispondenza tra il mio vissuto e l’argomento di cui si parla. Questa volta è il sentimento della rabbia che ha una forte risonanza in me e mi fa essere lì.
Ho attraversato in questo ultimo anno un lungo periodo di depressione connesso essenzialmente alla perdita quasi contemporanea di due persone importanti: mio padre ed un’amica con cui a diciassette anni, negli anni 70, sono arrivata a Milano
La depressione mi ha sottratto forza, capacità di combattere, proprio in un periodo della mia vita in cui mi sentivo vicina ad un passo avanti: nella mia esperienza lavorativa mi riconoscevo un potenziale di forza e riuscivo ad utilizzarla per me e per altre, guadagnandone in autorità.
Dai vissuti abbandonici, sollecitati dalla perdita di affetti significativi e che a volte invadono ogni ambito della mia vita, sto provando a riemergere, e ciò che mi sta aiutando è proprio l’aver dato spazio e legittimità ad un sentimento di rabbia.
Così la rabbia mi aiuta a stare meglio perché mi sottrae alla passività che mi induce a subire e spegne la parte più vitale di me.
A volte però, la rabbia tracima e più acquisisco consapevolezza di me anche attraverso il pensiero della differenza, più mi è difficile contenerla: sento che nella sua forza, nella sua capacità dirompente si fa quasi simile all’odio poiché forse ancora non ha trovato possibilità di trasformarsi in altro, utile per me e per altre/i, così come io desidero.
Tuttavia nell’incontro di via Dogana 3 si pone con forza la questione dell’odio come sentimento politico poiché il contributo di Sandra De Perini pone in discussione l’esistenza dell’odio politico tra donne di cui lei, che molto ha messo in gioco di sé nella politica delle donne, ha fatto esperienza.
Dell’odio di cui ha scritto io trovo eco nella mia esperienza lavorativa dentro l’istituzione, in essa è circolato e circola odio con la sua portata di annientamento e distruzione.
E’ un odio connesso al potere e al suo riconoscimento tra donne; nell’ istituzione in cui lavoro le donne ricoprono ruoli di responsabilità intermedi rispetto ad altri superiori nella scala gerarchica e gestiti quasi esclusivamente da uomini.
De Perini afferma che forse potrebbe non avere più senso parlare dell’odio oggi che l’autorità femminile c’è, ma io sperimento che questa autorità non è presente nel mio contesto lavorativo. Proprio in un contesto di lavoro a rilevante presenza femminile nel quale si gioca la possibilità di dare risposte adeguate a bisogni sociali emergenti non ci riconosciamo autorità e ci adeguiamo a modelli maschili di potere.
C’è un legittimo desiderio di esserci e contare nel proprio ambito lavorativo ma anche una ricerca di potere, che ci rende inconsapevoli strumenti di un sistema maschile dominante al quale ci si adegua perché percepito come unico modello possibile per acquisire riconoscimento e visibilità.
In questo contesto può nascere un odio tra donne che definirei politico perché strettamente intrecciato con l’esercizio del potere.
Se si riconosce il valore di sé e il senso del proprio lavoro quotidiano ci si può difendere da quest’odio subito e provato e fare uso del pensiero della differenza e della forza che ne deriva per salvaguardare, per quel che è possibile dentro l’istituzione, la coerenza a sé e al senso che si vuole dare al proprio lavoro.
Forse l’ultima, in ordine di tempo, ad esserne permeata è la poetessa Anna Maria Farabbi, la quale conclude la sua guida letteraria di Perugia conducendo i suoi lettori al cimitero nuovo, alla tomba di Capitini (Perugia, Unicopli, 2014). Fra le altre cose, Anna Maria ha rilasciato un’intervista dal titolo Il mio sguardo su Capitini il 22 aprile 2014 alla rivista online “Risonanze” in cui evidenzia “la sua quotidiana creatività nel tessere modalità democratiche per accendere e scuotere la coscienza degli altri, portando frutti all’intera comunità. Consapevoli delle differenze e delle possibili condivisioni”.
E prima di lei l’ha incontrato Adriana Croci, che lavorò insieme a lui presso la cattedra di Pedagogia di Perugia per due anni, gli ultimi della vita del filosofo perugino: “NESSUNO SI ESAURISCE NEI LIMITI CHE HA è una delle sue espressioni che utilizzo di più. Non è una frase ad effetto: è un programma e una prospettiva di vita”. Parimenti all’esercizio della nonmenzogna, che “di fatto significa: impegnati con la nonviolenza a lottare per la realtà liberata”.
Luisa Schippa nel 1992 con infaticabile cura ha dato alle stampe un’edizione dei suoi scritti sulla nonviolenza; Patrizia Sargentini all’inizio degli anni 2000 si è dedicata alla ricerca del Capitini poeta, e ha pubblicato un libro su questo.
Emma Thomas, una educatrice quacchera inglese, si trasferì a Perugia nel 1944 all’età di 72 anni per lavorare con Capitini, condividendone l’orientamento libero religioso e la scelta vegetariana. Ora Emma Thomas è sepolta nella tomba rettangolare di pietra grigia, posata a terra, insieme ad Aldo Capitini, a Luigia Vera Piva e a Riccardo Tenerini. Senza essere parenti, sono insieme, nel legame.
Sarebbe però sbagliato immaginare di trovare nell’opera di Aldo Capitini una meditazione diffusamente articolata sulle donne e sul femminismo, italiano e/o internazionale. Poche sono infatti le pagine in cui il filosofo riflette su questo argomento, e anche i titoli dei suoi scritti sul tema appaiono scopertamente basati su un approccio piuttosto tradizionale: La donna nel suo posto sociale, L’educazione della donna in Italia, Le donne per la pace.
Nato nel 1899 e morto nel 1968, Capitini indirizzò i suoi interessi e il proprio impegno totale alla noncollaborazione col regime fascista, all’organizzazione reticolare dell’opposizione politica durante il ventennio, all’approfondimento teorico-pratico della nonviolenza, alla lotta per l’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia, alla costruzione di una spiritualità libero-religiosa. E a molte altre cose ancora, come la messa a fuoco della definizione di omnicrazia (il potere di tutti) e del concetto di compresenza dei morti e dei viventi.
Nelle brevi tracce del suo pensare le donne, il punto maggiormente ribadito è la necessità che non si guardi al femminile solo come dimensione privata (madri e persone amate) ma che alla sfera familiare si aggiunga “la donna sentita come amica, collaboratrice di opere, compagna sociale, essere umano autonomo” (La donna nel suo posto sociale, in Aggiunta religiosa all’opposizione, 1958). La disparità nella responsabilità pubblica “deve essere superata dagli uomini nel considerare le donne, ed essi potranno fare questo tanto più, quanto più le donne stesse lo faranno dentro di loro e nel vario loro operare”.
Un paragrafo in Le donne per la pace ricorda gli anni successivi alla Liberazione, anni in cui “la freschezza e la dedizione con cui ho visto agire le donne dell’UDI, per esempio di Perugia, la modestia e la costanza con cui hanno partecipato alla vasta opera di assistenza, di controllo amministrativo, di propaganda, è uno dei più bei ricordi di questo periodo di luci e ombre”.
Nel primo volume di Educazione aperta (1967) recensisce un libro di Enzo Santarelli dal titolo La rivoluzione femminile, scrivendo fra l’altro: “tutta la letteratura e la polemica sul problema della donna […] confluiscono oggi con la maturazione, attraverso le varie emancipazioni e assunzioni di responsabilità (questo è libertà), di una nuova umanità”.
Io ho incontrato Capitini fra il 2010 e il 2011. Avevo letto da poco Petrolio di Pasolini e quella lettura dentro di me era stata uno sparo, un’epifania. La verità riguardo il mio Paese mi era stata rivelata in modo allegorico, e io l’avevo vista. C’era stata in me una vita prima di quel libro, ci sarebbe stata una vita dopo quella lettura. A partire da lì, maturai una decisione politica, in mezzo a un’acuta sofferenza: scelsi di sottrarmi, in famiglia, a legami profondissimi, divenuti irrespirabili per me. Rinunciavo, dopo averci riflettuto con grande prudenza, alle persone più care che avevo. Davanti a me c’era il deserto. Sola, poco dopo trovai il solitario Capitini, prima nelle testimonianze dei suoi amici e amiche rimasti in vita, poi nei suoi scritti (Religione aperta, Le tecniche della nonviolenza). Grazie a Capitini provo a diventare amica della nonviolenza e mi sforzo di impostare la vita ispirandomi alla nonmenzogna, all’esercizio del parlare e dell’ascoltare nella vita quotidiana e nelle relazioni. Sono sinceramente interessata alla trasformazione dei rapporti, piuttosto che alla sconfitta delle persone che mi sono di ostacolo. Mi impegno nel recupero faticosissimo del respiro, della respirabilità degli affetti, della politica.
Un anno più tardi, incontrai Carla Lonzi. Ne avevo sentito parlare da due amiche, una mantovana e l’altra umbra. Una sua pagina mi era capitata fra le mani. Tuttavia è stato nel 2012 che mi sono immersa nelle sue opere, sbalordita dalla tempra di pensatrice che riesce a dire, a parlare di una vita in autonomia e fatta di relazioni non subìte, ma scelte. Scorreva davanti a me un’esistenza di donna che si scopre nel suo farsi, e osa dire di sé e delle altre. Qualcosa di inaudito e di inedito per me. Uscivo con sollievo dal monopolio maschile del pensiero, e dalla mia ignoranza.
Con queste persone a guidarmi, nella mia mente è sorta un’urgenza: sollecitare la necessità del superamento dell’economia basata sul petrolio, informare sulla necessità dell’esercizio della nonviolenza, far aprire gli occhi sulla necessità del riconoscimento del pensiero e dell’azione femminile. Così mi sono messa nell’impresa.
Nel 2013 ho scritto un articolo sulla relazione mancata e assente fra Carla Lonzi e Pier Paolo Pasolini, articolo che Luisa Muraro ha molto valorizzato, sorprendendomi. Poi l’8 novembre 2015 ho partecipato alla giornata sull’odio politico fra donne. Giornata che mi ha colpito e sono stata felice di aver ascoltato tante voci. In quell’occasione, come ora in queste righe, mi sono inoltrata per capire se nonviolenza e pensiero femminile avessero qualche chance di conoscersi e riconoscersi. Può darsi che questa ricerca interessi solo me. Oppure forse persone vive come Aldo Capitini e Alexander Langer (da me solo nominato l’8 novembre, e che andrebbe approfondito) entreranno nell’orizzonte di alcune/i di noi, che tesseranno nel presente una relazione, senza mancarla.
L’odio si accompagna a debolezza. Questo ho messo a fuoco durante l’incontro appassionato e partecipato di VD3. Durante, non prima, come se prima il tema non mi avesse riguardato o meglio lo avessi non dico rimosso ma di certo trascurato. Mentre le altre intervenivano alcune immagini, molto personali quasi intime, mi si sono aperte. Lo stesso mi è sembrato di sentire nelle parole di alcune: l’odio politico restava sullo sfondo, ma molto c’era comunque da dire.
Non mi dilungo su quelle immagini che essenzialmente riguardavano il primo conflitto, quello con la madre e la sua odiosa autorità e la debolezza che mi generava l’incapacità di vederla nella sua grandezza e nel vantaggio per me. Ma anche l’odio d’amore quando sei vinta, debole, non sai che fare e non obbedisci ad una sconfitta che sola può ridarti la realtà e la forza.
Ma ormai la macchina è avviata e rumoreggia. Il politico che è rimasto sullo sfondo crea nuove immagini. Non ho una particolare avversione per i cattivi sentimenti e mi è persino difficile elencarli e dividerli dai buoni. Mi piace la competizione, le antipatie mi orientano e la rabbia spesso mi fa decidere. Ad esempio.
Ma dall’odio politico col suo portato di debolezza rifuggo perché non mi fa capire niente di quello che mi sta intorno e non vedo in esso altro esito possibile che la guerra. E forse proprio l’odio, in compagnia di grandi interessi dal petrolio alle guerre di conquista, ha una bella parte nell’impedire alla politica di «inventare nuove parole e nuovi metodi» (Virginia Woolf). Cerco quindi di combatterlo al mio interno, prima che mi metta nelle condizioni di distruggere o di essere distrutta, nelle relazioni personali come nel mio rapporto con la politica.
Il caso ha voluto che in tutto questo rumoreggiare di pensieri, avviato da VD3 del 9 novembre, si sia levato dopo pochi giorni, 13 novembre, un fragore ben più alto: gli spari, le esplosioni degli attentati Isis a Parigi e le morti conseguenti.
Odio e debolezza scorrevano sullo schermo televisivo. Ho visto Hollande senza forze dichiarare lo stato di guerra e ho sentito oggi (22 novembre) Obama dichiarare «Distruggeremo l’Isis sul campo di battaglia ma non rinunceremo ai nostri valori». Ho visto allora tutta la loro debolezza. Non sanno cosa fare e affidano la loro debolezza a una forza, non loro, ma delle armi.
Domenica 8 novembre 2015 c’è stata, presso il Circolo della rosa di Milano, la redazione allargata di Via Dogana 3, che proponeva alla discussione questo tema: «L’odio politico esiste così come esiste la passione politica. Esiste anche fra donne?»
Dopo l’introduzione di Luisa Muraro e di Sandra De Perini, la discussione si è fatta subito animata e ad essa ho partecipato anch’io, con un breve intervento, dicendo che fin da giovane e anche da molto giovane, avevo provato rabbia e insofferenza nei confronti delle costrizioni e limitazioni nelle quali era blindata la mia vita di donna. Questa intolleranza, intrisa di ribellione, si traduceva in astio e rancore nei confronti non tanto delle persone preposte alla mia custodia, ma piuttosto nei riguardi di una società strutturata in modo da opprimere le donne ed escluderle da ogni umano interesse vitale.
Ho agito la mia profonda avversione freddamente, in maniera calcolata, trasformandola nel tempo in attività politica di azione, di pensiero, di parola, di scrittura; essa è stata l’energia che ha alimentato una passione durata tutta la vita.
Elogio quindi dell’acrimonia misurata, che mi ha dato slancio e vigore!
Qualche osservazione sull’incontro di Via Dogana 3, di domenica 8 novembre 2015, durante il quale ci siamo interrogate sull’esistenza dell’odio politico tra donne.
Grazie anche alla bella e intrigante relazione introduttiva di Alessandra De Perini, la parola odio ha mostrato tutta la sua potenza, è parsa guizzare veloce nella sala della riunione, gli interventi sono stati continui, con pochissimi momenti di pausa.
Come ha notato in conclusione Luisa Muraro, si è trattato di un dibattito anche faticoso, per la novità del confronto sul punto, ma riccamente declinato. Pareva non esserci chi non fosse stata colpita dal sentimento dell’odio e non avesse dovuto farvi i conti. Solo qualcuna non voleva neppure sentirne parlare, e pur avendo avuto la cortesia di accettare l’invito ad essere presente, come è stato notato, non ha detto, non abbiamo saputo, se non vi abbia mai avuto a che fare.
Per stare al gioco, invece, occorreva districarsi nel variegato flusso di osservazioni, riconoscere affinità, possibili sviluppi del proprio pensiero, mentre intorno, veloci, partivano e arrivavano indicazioni da e per le più svariate direzioni.
Ne riporto alcune tra le tante:
- l’odio tra uomini porta a un conflitto mortale, l’odio fra donne non si consuma in una carneficina
- gli uomini hanno regole, si odiano politicamente, poi ritrovano la possibilità di stare assieme
- l’odio tra donne impedisce di attingere a un livello più alto di relazione, a un livello in cui poter confliggere per continuare a fare politica
- l’odio tra figlie non ha a che fare con l’ordine simbolico della madre, le madri, ai primi segni di inimicizia tra figli, si affrettano a promuovere pacificazione
- l’odio tra donne rimane affare che riguarda le figlie
E via continuando.
Ripercorro qui solo alcuni dei nessi che la parola odio ha attivato in me, quelli che ho deciso di guardare più da vicino. Ricostruisco un filo tra i tanti possibili, attraverso le consonanze e le indicazioni che da interventi di altre ho ricavato.
L’esperienza più profonda di odio che ho vissuto è stata certamente quella che mi ha legata per molti anni a mia madre, risoltasi proficuamente per me solo quando ho saputo riconoscere il mio guadagno nell’accettazione del mio amore per lei. Solo quell’amore rimasto impensabile fino ad allora, e guadagnato attraverso parole di donne che mi avevano preceduta, è stato capace di liberarmi dall’odio che mi teneva inchiodata. Per questo ho sentito significativo per me l’intervento di Adriana Sbrogiò che indicava nell’amore l’unico rimedio per superare l’odio, e poi quello di Stefania Giannotti che individuava nella debolezza l’origine di tale sentimento.
Ho ripercorso allora il filo teso tra le profondità del rapporto con mia madre e le vicende della mia vita pubblica, la mia vita di lavoro. La dimensione in cui più avrei voluto praticare con forza la politica delle donne, ma in cui non sono riuscita a lasciare un segno particolarmente significativo della mia presenza insieme ad altre. Eppure il mio sentimento interno mi dice che è ciò che ho fatto, ciò che ho sempre tentato di fare, con una tensione ininterrotta a cercare varchi, opportunità sensate per me. Credo siano moltissime le ragioni che spiegano l’insuccesso, non ultima una probabile, limitata capacità personale, ma fra le tante ritrovo certamente anche l’inimicizia, l’indifferenza, l’odio tra donne. Penso di esserne stata spesso oggetto privilegiato, di aver dovuto patire questa particolare forma di attenzione. Il più delle volte ho risposto ricambiando cordialmente, come usa dire, l’invincibile avversione: per mancanza di sufficiente amore, che nel contesto della mia vita pubblica chiamerei mancanza di pensiero.
Di un pensiero capace di liberarmi dall’angolo a cui l’odio mi riduceva, come era infine avvenuto nel rapporto con mia madre.
Io so, io lo so che da qualunque cosa posso ricavare un bene, un vantaggio, un successo, una felicità, anche da quel piccolo e insignificante o grande e divorante odio. Ma devo saper vedere la via, il modo e il motivo per cui dover passare proprio attraverso quell’orribile imbroglio, quel nodo doloroso o così repellente che chiamiamo odio. Per esempio, in alcune situazioni, quell’odio potrebbe essere stato l’unico elemento dinamico a disposizione per volgere la realtà a mio favore. Se ne avessi visto questa caratteristica a tempo debito, con adeguata tempestività, forse ne avrei ricavato un pensiero, una guida utile all’azione, all’impostazione di un conflitto onorevole.
È quanto ha reso plasticamente chiaro il racconto di Vita Cosentino che riferiva di una insegnante che per una serie di orribili caratteristiche personali, aveva portato a una tale esasperazione i genitori da spingerli a minacciare di ritirare i figli dalla scuola. Vita ha affermato di aver superato l’avversione, la ripugnanza che la collega pure le scatenava, per riuscire a correre ai ripari.
Il racconto è stato veramente rapido, ma conoscendo la passione e l’attività politica di Vita, posso completare con l’immaginazione ciò che lei nello scambio diretto della riunione ha lasciato implicito. Evidentemente teneva tanto al buon nome della sua scuola, guadagnato con il lavoro e l’impegno suo e di altre, aveva tanto a cuore il giudizio e la relazione con i genitori, eccetera eccetera… che questi interessi più alti, questo guadagno più grande non l’hanno inchiodata all’immobilità o a semplici manovre di aggressione cui il puro odio l’avrebbe confinata e quindi… (a noi immaginare un fine abbastanza lieto).
È questo, credo, ciò che deve necessariamente accadere al nostro odio, perché si trasformi in altro, in qualche cosa di più utile, più sano, più vitale. Altrimenti, dico, teniamolo in caldo quest’odio, teniamolo da conto, è un’energia potenziale, una riserva per il futuro. Al meglio, si dovrebbe sperare forse di smaltirlo subito, nel presente, lì, dove e quando si configura, usato come propellente per un’azione immediatamente diversiva. Nel meraviglioso mondo di aspirinalarivista.it vedo raffinate strategie volpine, splendidi voli spiazzanti e grandiosi scenari di guerra contro la nemica, infuriano litigi mondiali, esplodono raffiche di urla, nessuna si fa male e tutte ne cavano qualcosa.
Nel nostro mondo penso sia saggio conservarlo con cura e lucidità, l’odio, per essere pronte a intercettare una seconda occasione in cui quel pensiero, quell’interesse, quel guadagno, quell’amore che non abbiamo saputo vedere una prima volta, possa ritornare a noi in forma e materia inattesa.
Come ha suggerito Muraro alla fine della riunione, è bene avere delle lettrici mentre si scrive. Le mie lettrici sono: Gabriella Attuati, arcangela, con spada di fuoco, Milena Mammani, tenace mastina napoletana.
Dopo trent’anni di impegno nella politica della differenza, sulla base della mia esperienza, penso che le donne conoscano ancora molto poco l’odio “politico”, mentre sono esperte di cattivi sentimenti che, però, difficilmente ammettono di provare e tendono a vivere unicamente sul piano privato.
Io ho un’idea nobile dell’odio: odiare qualcuna vuol dire riconoscerle su di me una presa potente, attribuirle un valore straordinario. Quella donna, infatti, mi mette in contatto con il male di origine femminile e mi chiede di guardarlo, di tradurlo in parole. Il mio odio non è cieco: se provo odio per una donna, non semplicemente fastidio e antipatia, prendo atto di essere ancora in relazione. L’odio è l’ultima porta che si apre, prima dell’indifferenza e del definitivo distacco, quando tutte le altre si sono chiuse alle nostre spalle. Offre un’ultima possibilità di azione, di rilancio, apre un imprevisto campo di battaglia.
Quella dell’odio politico è la lezione più difficile da imparare. Comporta la consapevolezza di essere in grave pericolo, insieme a un mondo di scambi, di relazioni, di contatti, di saperi e di pratiche e la necessità di trovare mediazioni.
Pensando alle ragioni che una donna può avere per provare questo sentimento forte e negativo nei confronti delle proprie simili, oggi che l’autorità femminile c’è, mi viene in mente un lungo elenco di comportamenti che minano la politica delle donne.
Per questo motivo dico “odio” le eterne piagnucolose, le meschine, le miserabili, le donne perfide che sanno come fare del male alle proprie simili, quelle che provano piacere ad umiliare, a ferire con le parole o anche solo con uno sguardo l’altra, con cui sono in rivalità e forte competizione. Odio le avare, quelle che fanno cadere sistematicamente nel vuoto i desideri, lesinando il nutrimento necessario perché l’azione comune prenda slancio, le indecise che, con le loro infinite paure e continue insoddisfazioni, mettono le mani avanti e minacciano il lavoro comune. E poi ancora: odio le vigliacche che, al riparo della parola pubblica, mettono in cattiva luce i progetti di altre, le false che dicono di venire in pace, disarmate, ma nascondono un complotto, quelle che dichiarano la propria fedeltà e poi sono pronte a schierarsi, rinnegando il debito della relazione; quelle che nei conflitti si credono automaticamente dalla parte del giusto e del vero, quelle che pensano di essere autorevoli, solo per la posizione che occupano, ma in realtà non sanno che cosa significhi quella parola in termini di fatica, generosità, coraggio di fare tagli; quelle a cui non bastano mai i riconoscimenti e ne vogliono ancora e sempre di più; quelle che si infuriano, quando ricevono critiche e indicazioni, indisponibili ad una modifica profonda di sé e del proprio orientamento. L’elenco sarebbe ancora lungo. Mi fermo qui.
È necessario trasformare l’odio in un sentimento politico, in una forza costringente, per cui non ci sono colpe da espiare, ma errori da riconoscere, comportamenti da abbandonare o modificare, gesti pubblici da inventare. Con il tempo si impara ad apprendere quella che Angela Putino chiamava “l’arte di polemizzare tra donne”, di farsi la guerra con onore (Sottosopra blu, 1987). C’è una pratica del conflitto che mette al bivio tra l’andare avanti, fingendo che tutto vada bene, o risvegliarsi e combattere perché ci sia verità nei rapporti tra donne.
La libertà di una donna comincia quando cessa la pretesa di essere amata: questa affermazione sta all’inizio della mia presa di coscienza e del mio impegno politico nella differenza. Erano gli anni Ottanta, mi trovavo immersa nel grande mare dei rapporti “tra” donne, scelte come uniche e privilegiate interlocutrici della mia vita, in un continuum che non aveva alcuna finalità se non il piacere e la gioia che potevano dare le relazioni, le feste, le vacanze, le cene insieme, le notti passate a ridere o a raccontare di sé. Mi avvicinavo ogni volta all’altra disarmata e disarmante, curiosa, con il desiderio di conferme d’amore, di comprensione e alleanza. Furono, invece, contrasti, schieramenti, rotture, malintesi, maldicenze. Non c’era ancora nella mia vita una ricerca condivisa di senso, non mi sentivo responsabile della libertà dell’altra, volevo solo goderne e quando, per desiderio mio e di poche altre, quella ricerca incominciò, era il 1984, il mondo si divise in due: da una parte noi, percepite come traditrici di quella prima forma di comunità, costruita con tanta fatica, dall’altra quelle che, non vedendo la necessità di un percorso politico, decisero di rimanere in quel cerchio magico di relazioni che, all’inizio, era sembrato a tutte un “mondo” grandissimo, ma che, di fatto, era una piccola casa sull’albero, un fortino, un recinto, in cui ognuna poteva avere accesso, pronunciando determinate parole d’ordine e da cui usciva, lasciando invisibile la parte più vera di sé, in cambio di credito sociale. Risalgono a quegli anni le mie prime esperienze di odio provato e ricevuto da altre donne sotto forma di attacchi, duri colpi, tentativi di eliminazione. Da lì un lungo cammino, più di trent’anni di “nuovi inizi”, di progetti, di scacchi, di conflitti vissuti con onore e disonore, intenta a intrecciare legami, a dipanare nodi, a costruire una “lingua comune delle donne”.
E adesso sono qui a dire che l’odio c’è. Rimosso, cacciato indietro, bandito dai rapporti tra donne, ma c’è. E fa paura. Non è solo un sentimento, è una forza, di cui bisogna tenere conto, per realismo. Può scorrere per anni silenzioso, sotterraneo e poi balzare fuori all’improvviso, incrostato di invidia e di risentimento. Può manifestarsi imprevisto e distruggere in poco tempo un lavoro politico di anni.
Al suo passaggio cadono ponti, si spezzano reti, si squarciano scenari per lasciare posto alla nuda realtà di un sentimento irriducibile. La corrente dell’odio fa vibrare i corpi di disgusto, riempie le bocche di accuse e di parole taglienti e le menti di fantasmi.
Non c’è riparo dall’odio. Si subisce e si prova. Ci vuole coraggio per guardarlo in faccia, per riconoscerlo riflesso nel proprio sguardo, senza provarne vergogna: l’odio pietrifica, scava buche profonde nell’anima, fa dimenticare la pietà e la compassione, trasforma i sentimenti malefici, le paure, i profondi contrasti tra donne in orsi feroci, lupi in agguato, corvi minacciosi che volano in cerchio, pronti a scendere in picchiata.
Che cosa placa l’odio? Non la “medicina” dell’amore. Ci vuole altro, ben di più, perché l’odio è un sentimento assoluto e l’amore non è il suo contrario. È necessario un gesto sottratto alla catena dell’azione – reazione, attraverso cui l’errore sia pubblicamente riconosciuto e si renda di nuovo possibile, se non la gioia dell’incontro, forse perduta per sempre, almeno un confronto politico tra avversarie eccellenti. Occorre “espiazione”, come nel Medioevo, sofferenza trasformatrice. Allora sì che l’odio si placa, trova una misura e ritorna nel mondo infero da cui proviene.
Ogni tentativo di mediazione, di fronte all’odio, si rivela spesso un assestamento fragile, inconsistente. Perché l’odio ha fame, non conosce misura né compromessi, non teme le voragini che si aprono sotto i piedi, si lancia nel vuoto, prendendo fuoco in velocità. Agisce sprezzante e colpisce senza esitare le parti più fragili e tenere dell’essere. Il suo prezzo è la bruttezza, lo schiacciamento nel qui e ora. Il guadagno è un’intelligenza sottile, attentissima alle trappole e agli inganni, una strana libertà, aspra e brutale, un sapersi muovere nel buio, senza cadere nella tentazione del perdono né cedere all’illusione che basti un semplice atto di volontà per cancellare il male fatto o ricevuto.
Bisogna averlo provato l’odio, almeno una volta, per riconoscerlo. Occorre aver attraversato l’inferno dei rapporti tra donne, il disordine delle passioni viscerali, essersi trovate immerse in laghi di cattiveria e infedeltà femminile, aver incontrato sguardi che feriscono e tagliano in due il contesto, per toccarlo con mano e coglierne il suo frutto velenoso: il disamore, il profondo disprezzo, il desiderio di vendetta.
La donna che odia è forte, determinata a vincere sull’altra, pronta a battersi, disposta a “cedere il regno per un piatto di ceci”, a perdere tutto, anche a sparire per sempre, in cambio della gioia selvaggia di un solo momento di riscatto.
L’odio assume forma politica quando smaschera la falsità del “volersi bene” tra donne che, come una viscida patina, avvolge i rapporti, rendendoli deboli e insipidi, riducendoli ad un misto di ricatti, differenze caratteriali, richieste di consolazione, astute seduzioni per soddisfare reciprocamente il bisogno di continue conferme.
Allora l’odio si presenta, indomabile come un cavallo selvaggio. A quel punto, conviene assecondarlo, non fare resistenza né illudersi di riuscire a governarlo, ma seguirne i movimenti e, un attimo prima che inizi a lanciarsi nella sua veloce corsa, avere la presenza di spirito di saltargli in groppa “con la spada in mano” (direbbe Luisa Muraro)
L’odio politico è un’azione personale e allo stesso tempo impersonale: con uno schiaffo irriverente e ironia beffarda, ponendosi a grandissima distanza, scompiglia le truppe dei buoni sentimenti, mettendo a soqquadro patti ed equilibri durati troppo a lungo, riconciliazioni illusorie. Costringe a dire la verità del proprio scacco, ad ammettere l’ambiguità di un desiderio di potere che ha intrappolato un progetto di libertà, per cui tante si erano spese, il fallimento di un desiderio di grandezza femminile, smentito clamorosamente dalla miseria che è rispuntata in contesto, invitata da quelle che hanno avuto paura della propria forza.
Quando odiamo o siamo odiate, non possiamo contare su una madre accogliente che ci consola e ci giustifica: siamo poste tutte di fronte alla potenza del “negativo di origine femminile” (Sottosopra oro, 1989). È segno di responsabilità politica non diffondere quel male: di qui, a volte, la scelta di fare silenzio, di porsi al di sopra degli scontri, di non rispondere alle provocazioni con un’azione allo stesso livello.
Poi, però, bisogna pur capire come andare avanti in positivo, perché la politica delle donne non è una valle di lacrime, scommette sulla felicità. Allora entra in campo la mediazione femminile che non cerca compromessi e facili assestamenti, ma crea un contesto dove si possa mettere in scena una “battaglia” per trarre dal conflitto, nominato in termini politici, un guadagno di senso per tutte e un nuovo orientamento.
In un paesino della Turchia, poche case fra montagne e mare, vivono cinque sorelle, Sonay, Selma, Ece, Nur, Lale. Sono belle, giovani e spensierate come vuole la loro età, pienamente felici e libere di studiare, giocare e amoreggiare con i loro compagni di scuola.
Inizia così il bel film di esordio della regista franco-turca Deniz Gamze Erguven. Splendide immagini di ragazze e ragazzi che giocano fra loro, primissimi piani sull’esuberante forza e vitalità dei loro giovani corpi e sullo sbocciare delle prime tensioni d’amore e sessuali; scene che esprimono gioia, energia, voglia di vivere sottolineate dalla voce narrante di Lale, la più piccola e indipendente fra le sorelle.
Ma un brutto giorno sulle loro vite luminose si abbatte, improcrastinabile come il fato e per mano della nonna e dell’orribile zio – strega crudele l’una e orco cattivo l’altro – la dura realtà del loro essere donne in una società patriarcale, e la loro innocente sessualità è messa sotto accusa e demonizzata.
Tutto improvvisamente cambia. Le loro vite vengono imprigionate, bloccate: non possono più studiare né leggere né comunicare con altri; la loro casa diventa la gabbia in cui una schiera di solerti zie e vicine si mette a disposizione per addestrarle a una serena sottomissione in vista di un felice futuro di brave e docili mogli di mariti imposti, mentre i loro giovani corpi vengono mortificati da tonache informi e incolori.
Utilizzando una narrazione fra favola e metafora – il titolo che richiama i cavalli liberi e selvaggi delle praterie dalle lunghe criniere ne è un esempio – la regista racconta la chiusura e l’oppressione sulle donne attualmente in atto in molti ambienti della società turca nell’era Erdoǧan e il desiderio, la sete di libertà femminile che comunque circola ed è insopprimibile, non controllabile, si respira nell’aria e contamina tutto, città e remoti paesini turchi.
Ed è a questo proposito che, nel dar corpo e voce ai caratteri delle cinque sorelle, ben delineati e differenziati, vuole mostrare, come nell’aprirsi di un ventaglio, le molteplici sfumature dei sentimenti e dei desideri che animano nella realtà le giovani donne e le loro scelte conseguenti: dalla supina e inerte accettazione dei matrimoni combinati fino alla ribellione estrema. E qui la narrazione dalla partenza leggera e solare con i toni della commedia vira decisamente verso atmosfere dolorose e drammatiche.
Ho visto Mustang in una sala gremita di giovani donne partecipi e coinvolte. Il film effettivamente ha un buon ritmo, riesce a creare una tensione crescente per culminare in un finale quasi liberatorio. La regista è brava a giocare con la macchina da presa e, grazie a un’ottima fotografia, ad accentuare i contrasti tra ambienti interni e quelli esterni, tra la chiusura buia delle stanze e la luminosità fuori del paesaggio ricco di una natura vitale e pulsante.
Le ingenuità ci sono nella sceneggiatura, che è della stessa regista in collaborazione con la coetanea regista Alice Winocour, sia nella messa a punto di alcune scene sia nella narrazione della voce fuori campo, ma la vibrante vitalità che il film esprime porta dalla sua la mia simpatia e quella del pubblico delle giovani donne. Forse questo spiega, dopo la selezione a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs e il premio al 21° Festival di Sarajevo, la sua candidatura agli Oscar per la Francia, nella sezione Miglior Film Straniero.
È arrivata la seconda domenica di novembre e Via Dogana 3 invita a un nuovo incontro della redazione allargata, aperto a donne e uomini, per leggere, a partire da sé, quello che accade nel mondo
dove: alla Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29
quando: l’8 novembre 2015, dalle 10 alle ore 13.30 (circa)
seguirà un pranzo leggero (offerto a chi viene da fuori) in compagnia.
Diversamente dagli incontri precedenti, ci sarà un unico tema, introdotto brevemente da Luisa Muraro e più lungamente da Sandra De Perini:
l’odio politico
esiste, così come esiste la passione politica.
Esiste anche tra donne?
V’invitiamo a uno scambio pacifico e affettuoso di pensieri ed esperienze. In vista dell’incontro, suggeriamo di fare mente locale, come dicono a Milano, su accadimenti ai quali si può associare quella parola.
La redazione ristretta di VD 3.
Vite in transito: non lo sono, di fatto, le nostre? Tutte. Così ho pensato davanti alle opere di Adrian Paci, artista albanese, due anni fa in mostra al Pac. Così mi sono trovata a ripensare in questi mesi.
I commenti agli arrivi dei profughi – «Sono centinaia, sono migliaia, non possiamo riceverli tutti, dobbiamo mettere paletti, rivedere i criteri, definire nuove regole» – li ho ascoltati inerme prima, imbarazzata poi. A un certo punto, e improvvisamente, ho immaginato che l’Europa (ma esiste?), dicesse altro. Questo: «Venite pure, vi accogliamo tutti». Ho percepito lo spazio che si apriva in me e tra noi, a dirlo. «Venite pure, abbiamo i nostri problemi e non di poco conto, ma con il vostro aiuto possiamo farcela». Intanto nella mia mente un ritornello aveva preso a risuonare: «Non possiamo dire altro, non possiamo fare altro. Se facciamo dell’accoglienza la traiettoria, ne verrà solo bene. Tutto cambierebbe». Ma non sta comunque cambiando? Solo che sarebbe accompagnato da un di più di respiro, di abbraccio. Queste immagini e queste voci mi aiutavano – mi aiutano tuttora – a non cadere nella paura, a non contrarmi.
C’è un presupposto, mi dicevo: accettare che tanto si trasformi, del nostro mondo, pieno di case, cose, inganni politici e industriali, illusioni, inconsapevolezze molto diffuse, radicate e ben mimetizzate. Un’amica mi ha detto: «Chi viene ha deciso che non poteva più rimanere là dov’era. Nessuno può discutere la sua scelta. La terra è di tutti. E se saremo troppi a un certo punto qua, ci sposteremo, ci ridistribuiremo». Io la penso come lei.
Certo è un pensiero che è guida e al contempo richiama un pericolo: la messa in subbuglio di un ordine, di un benessere – il nostro. Questa mescolanza di genti che si va creando sotto i nostri occhi, di giorno in giorno, potrebbe essere occasione per rimettere mano a questo e a quello. Che proprio ordine e benessere raggiunti e maturi non sono. Io sento che ci è richiesto coraggio e invenzione.
Ci sono tante situazioni che domandano la risposta dell’accoglienza. Per me che insegno vale ricordarmi sempre, rinnovando l’idea e la pratica, che l’accoglienza è inizio di una storia, inizio di una relazione. A volte viene in un secondo tempo, e allora bisogna mettersi di impegno a sciogliere i guasti che si sono frapposti fra noi a l’altro. È specchio di quali orizzonti stanno prendendo piede dentro di noi, ognuno di noi, e nel nostro insieme. Nelle scuole italiane, che accolgono migliaia di creature in crescita e di adulti che le accompagnano, è messa alla prova da una crescente burocratizzazione e da una invadente proliferazione di impegni che rimandano ad altri piani (programmatici, organizzativi). La buona tradizione, ancora viva in varie città e paesi, di incontrare madri e padri di bambine e bambini nei giorni immediatamente precedenti l’apertura del loro primo anno scolastico, per conoscersi, parlarsi, dirsi ciò di cui si ha bisogno e ciò che si intende fare, non viene più praticata ovunque. Persino il momento iniziale – organizzato di solito intorno a una drammatizzazione o a gesti simbolici che accompagnano con un rito collettivo l’inizio di un nuovo percorso – viene schiacciato tra un atto ufficiale e l’altro: in classe ci sono molte formalità da sbrigare, i documenti da distribuire (molti e articolati), la lista del materiale da consegnare. Burocrazia al posto di apertura e invenzione. Un incipit che implode. Alle insegnanti viene consigliato, proprio da chi dirige le scuole, di non avere contatti telefonici con le famiglie. Di non superare certi confini. Al posto di alleanze e legami si tratteggia la strada del sospetto, del giudizio. Dell’inimicizia.
Dal mio osservatorio rilevo che i messaggi sono ambigui e bisogna tener saldo lo sguardo verso ciò che di positivo continua ad accadere, facciamo accadere. Le scelte individuali e collettive in questo scenario fanno la differenza: ciò che agiamo, con fatti e parole, ci dà o ci toglie possibilità. La nuova scuola in cui mi sono traferita da quest’anno ha scelto di creare un legame di accoglienza tra le classi quinte e le prime. Noi maestre, insieme, abbiamo deciso che fare. I grandi hanno letto una storia, l’hanno animata (e sono stati bravissimi), si sono affiancati alle piccole e ai piccoli perché realizzassero un collage, ne hanno anche creato uno loro, grande e colorato, e ce lo hanno regalato. Fatto sta che si è creato un bel filo di conoscenza e riconoscenza tra le classi e tra colleghe. E negli intervalli in cortile bambine e bambini da subito hanno preso a giocare insieme, con quella disparità appariscente di corpi e forze che però non genera incidenti, anzi molta allegria. Non mi è mai capitato di vedere bambine e bambini di 6 e 10 anni stare in una tale vicinanza quotidiana e giocosa.
Nella mia prima il mio inizio d’anno l’ho fatto con un gomitolo di lana, facendo passare il filo tra madri, padri, bambine, bambine, nonne, zii. Ci univa da subito ed era magico, ho detto. Al rito tutti ci sono stati, eravamo di sei o sette nazionalità. Abbiamo attraversato il cortile e siamo saliti fino alla classe, tutti tenendoci a quel filo. E lì, in cerchio, abbiamo ascoltato i nostri nomi, di adulti e di piccoli. Filo o nastro, gesto simbolico che mette in moto e sposta aprendo spazi impensabili prima: mi sento di avere agito nella scia di Maria Lai, artista sarda che legò il suo paese a una montagna coinvolgendo tutti, in una grande opera di insieme, facendo passare un nastro azzurro tra tutte le case del paese in cui era nata e cresciuta, unendo i vicini che erano amici e anche quelli che non lo erano (e tra le case dove c’era amicizia c’era un nodo, dove tra le famiglie c’era amore un pane decorato come un pizzo).
Leggendo in un contributo per VD3 (Accoglienza, 22/9/2015) che nella nostra città la cacofonia dei suoni delle lingue diverse sta creando una barriera, cancellando i suoni della lingua italiana, mi sono venute alla mente due cose. La prima: suoni diversi io li ascolto da vicino nelle voci delle bambine e dei bambini che ho in classe e in quelle delle donne e degli uomini loro madri e loro padri. Quelle lingue sono l’infanzia, storie di vite umane ai loro inizi (di oggi e di ieri) e più o meno tribolate. Quelle lingue sono la Storia che si muove lungo linee che partono lontano da noi e arrivano a noi. Ciò che provo ad ascoltare lingue così diverse dalla mia è un desiderio: saperle anch’io.
La seconda: c’è una nuova lingua che si sta parlando nelle scuole e che io temo. È l’italiano informatizzato, all’apparenza moderno e innocuo, nato dal mondo virtuale dei computer. «Ho bisogno di una persona che si occupi della dematerializzazione della scuola» dicono da qualche tempo coloro che dirigono i nostri istituti pubblici. Cercano insegnanti che si occupino del passaggio delle comunicazioni alla rete web, il fine essendo la “distruzione della materialità” dei documenti cartacei. E dato che noi rispondiamo – nell’anima, nel profondo – alle parole, è già capitato che a giugno alcune scuole primarie dell’Emilia Romagna abbiamo smesso di incontrare madri e padri per i colloqui di fine anno. «Tanto i voti e i giudizi li possono leggere sul registro elettronico, on-line». E così hanno fatto un passo verso la dematerializzazione delle relazioni.
Accogliere è fare spazio per chi arriva, è mettersi in ascolto e rinnovare la disponibilità a trovare nuove mediazioni. Cose né banali, né scontate. È pensiero e gesto, perché prima di tutto tra noi si tratta di incontro – materiale e immateriale – di anime, di vite. È fatica, anche per me che sono maestra, per la pazienza che richiede, perché i miei tempi non sono i loro tempi, di bambine e bambini. I miei bisogni non sono i loro bisogni. A volte vorrei andare in un senso e loro mi spingono in un altro. Trovo molto impegnativo rimanere centrata, non confondermi, scegliere, arretrare. Sulla soglia, quando arriva un ospite, bisogna farsi di lato ma esserci. È una disciplina interiore quella di cui ho bisogno. Che tengo legata ad un filo di senso, quello che continuiamo a chiamare politico: negli incontri che facciamo ne va di noi, del nostro essere umani, del nostro essere capaci di creare legami. Nelle scuole continuiamo a parlarne, a pensarci e ad agire. Vista la posta in gioco, dico che si tratta di un gran lavorio prezioso che tiene insieme molto più di ciò che appare. Va rilanciato e allacciato ai lavori in corso di altre, altri – associazioni, gruppi – che stanno agendo con lo scopo di intrecciare destini e esistenze. Sempre e tutti in viaggio, su questa terra che è un corpo celeste, come scriveva Anna Maria Ortese. Per fortuna davvero lo è.
Scrivo brevemente alcune note sul film Censored Voices della regista Mor Loushy. Mi auguro che il documentario riesca ad avere una distribuzione in Italia e possa essere di conseguenza visto anche fuori dai ristretti circuiti festivalieri. La mia è anche una richiesta, a nome dell’Associazione Lucrezia Marinelli, rivolta a chi avesse notizie o indicazioni in merito alla possibilità di poterlo acquisire e farlo circolare.
Il documentario Censored Voices della regista israeliana Mor Loushy si basa sulla registrazione di interviste a soldati israeliani tornati dal fronte dopo la Guerra dei Sei Giorni del ’67 che, con la conquista di Gaza, la penisola del Sinai, parte delle alture del Golan e Gerusalemme Est, cambiò geograficamente e politicamente l’assetto mediorientale.
Le interviste furono realizzate una settimana dopo la fine del conflitto dallo scrittore Amos Oz e dall’editore Avraham Shapira e solo per una minima parte di esse fu autorizzata la pubblicazione, il resto fu censurato dall’esercito. Il libro uscì, nell’edizione inglese, con il titolo The Seventh Day.
Il film, presentato al Sundance Festival, alla Berlinale 2015 e al Milano Film Festival del settembre scorso, mostra integralmente e per la prima volta quelle voci censurate alternandole a filmati di repertorio ed è il frutto di un lungo e difficile lavoro di ricerca durato tre anni su materiali d’archivio e su reportage dell’epoca.
Quando la regista, da studentessa, facendo una ricerca di storia, si imbatté nel libro fu immediatamente colpita dal tono differente dei racconti dei soldati rispetto alla retorica eroica dei vincitori riportata nei testi scolastici. Le “voci censurate” raccontavano una realtà differente da quella tradizionalmente propagandata da governo e politici sui temi della protezione delle frontiere e sulla difesa dello Stato di Israele.
Nel filmato sono mostrati gli uomini che allora furono soldati mentre ascoltano in silenzio le loro voci. Una scelta simbolica a significare il silenzio che dal ’67 cadde sulle loro testimonianze che parlano di massacri, di evacuazione di interi villaggi, di uccisioni di civili inermi. Alcuni rimarcano che si identificavano con il nemico, altri paragonano se stessi ai nazisti, altri ancora, ampliando il paragone alla Seconda Guerra Mondiale, si vedono come gli aggressori.
Una voce dice: “Erano civili. Ma io non pensavo a quello. Pensavo solamente: uccidili, uccidi ognuno che vedi”.
Un’altra: “Nessuno di noi era un assassino, nella guerra lo diventammo tutti”.
Negli ultimi minuti solo alcuni commentano e uno dice: “Sono diventato meno sionista, meno patriottico, meno credente”. Un altro ancora: “Ero convinto che la pace fosse in arrivo dopo la guerra. Ero molto ingenuo”.
Ciò che ha spinto la regista alla realizzazione del documentario, pur nella consapevolezza che temi così esplosivi nel suo paese avrebbero incontrato innumerevoli ostacoli e una feroce opposizione, fino alle accuse di tradimento, è stata la convinzione, che condivide con Amos Oz, sulla necessità di mostrare la verità della guerra insieme al forte desiderio di un futuro diverso: “Credo che mio figlio di due anni e mezzo, abbia bisogno di un altro futuro in Israele. Sto lottando per un futuro diverso, per un futuro migliore – di pace e di due stati fianco a fianco o per qualsiasi altra soluzione. Non voglio continuare a essere in questo cerchio di sangue. Credo che gli Stati democratici dovrebbero essere trasparenti nella loro storia. Se questo film è una parte di questo, allora io sono orgogliosa di far parte di questo”.
Dopo il grande seminario di Diotima del 23 ottobre 2015, tenuto da Alessandra Allegrini, Vita senza esseri umani, avendo io fatto un intervento sulla cosiddetta teoria del genere, ho ricevuto questa lettera di Monica Benedetti che pubblichiamo con il suo consenso per la parte che interessa VD 3 (Luisa Mur.)
A proposito della presa della teoria del gender, tu rilevavi che ha avuto così tanta risonanza perché parla di qualcosa di cui la teoria della differenza non si è fatta carico, ma che chiedeva significazione.
Credo che questo qualcosa abbia a che fare con le pratiche sessuali lesbiche, gay e varianti varie, ma soprattutto con l’omosessualità, che il femminismo della differenza è stato per anni reticente nel nominare, o l’ha nominato lasciando la sessualità ai margini (es. omosessualità politica, affidamento, ecc.), sfumata o alludendo al fatto che fosse inessenziale. Questo è stato enormemente patito, lo so perché ad Agape mi sono trovata spesso di fronte ad obiezioni e accuse in questo senso da parte delle lesbiche impegnate nella politica della visibilità, che ha prodotto del resto moltissimo sapere, secondo me, e alla quale ho sempre riconosciuto tantissimo. Questa reticenza è stata inevitabile, perché l’urgenza politica era altra. Oggi che il pensiero della differenza ha spianato il campo fornendo a tutte/i un implicito riconoscimento simbolico e le parole per nominarsi in ogni modo possibile, sta emergendo anche questo aspetto, a lungo taciuto, anche se rischia di essere un’arma nelle mano di coloro che premono per una normalizzazione (lo vedo a scuola: nessuno sa nulla di certo sulla teoria del gender, ma identificandola con un’istigazione al sesso selvaggio, la usano come uno spauracchio per dimostrare la necessità di una controriforma). Che poi a me disturbi l’esibizionismo, il narcisismo, l’ostentazione di alcuni/e soprattutto del movimento queer, questo è un discorso a parte. Credo siano rivendicazioni senza intelligenza politica e senza una grande forza simbolica, anche se umanamente comprensibili e sacrosante. Per esempio fissandosi sulla parola “matrimonio” il movimento gay rischia di perdere l’interesse primario, legato al riconoscimento di alcuni diritti che ritengo utilissimi (gli stessi peraltro per i quali ho firmato il mio contratto civile di matrimonio). Credo che occorra mettersi all’ascolto di quanto questi movimenti stanno elaborando, perché sono prodotti della libertà generata dal femminismo, anche se non lo riconoscono. Tanto abbiamo imparato che finché sarà così necessario specificare le proprie preferenze/pratiche/tendenze/ossessioni sessuali, difficilmente si potrà parlare di libertà.
Da Donne Chiesa Mondo
Suor Eugenia Bonetti è un fiume in piena. Parla della sua missione, dei suoi incontri con «le donne della strada e della notte» con la passione di chi a questa ha dedicato una vita e ne dedicherebbe anche un’altra, se fosse possibile. Nella sede dell’Usmi, dove coordina le suore di diverse congregazioni che lottano contro la tratta e la schiavitù, racconta iniziative e progetti con la freschezza e l’entusiasmo di una giovane donna. Eppure ha alle spalle decenni di lavoro, fatica e missione.
Da vent’anni si occupa della tratta delle donne, di quella che Francesco ha definito la schiavitù del ventunesimo secolo. Perché?
Non è una mia scelta, qualcuno l’ha fatta per me. Ho lavorato per molti anni in Africa e le donne sono state le mie maestre. Da loro ho imparato l’accoglienza, la gioia, la condivisione. Le donne africane nella loro povertà materiale sono straordinarie. Quando sono tornata in Italia, sono caduta in crisi. Mi sembrava di aver tradito la mia vocazione. Volevo tornare in Africa finché alla Caritas di Torino, dove lavoravo, ho fatto un incontro. Lo ricordo bene: era il 2 novembre 1993 e ho conosciuto Maria, una donna nigeriana, una prostituta malata con tre bambini, senza documenti. Lei ha capovolto la mia realtà missionaria, il modo di vivere la mia vocazione. Me l’ha mandata il Signore per farmi capire che la missione non era una questione geografica. Maria mi ha aiutato a entrare nel mondo della notte e della strada. Dopo ho conosciuto molte donne come lei: schiave, distrutte, oggetti disprezzati, usa e getta. Sfruttate dai miei connazionali che si dicono al novanta per cento cattolici. Ho capito che dovevo star loro vicina. E loro, come Maria, attraverso di noi suore hanno capito la diversità fra chi le sfruttava e chi le aiutava senza pretendere niente in cambio.
È stato quindi l’incontro con una donna che ha dato inizio alla sua missione?
Si è aperto un mondo nuovo. A contatto con queste donne ho cominciato a capire che non avevamo a che fare con la prostituzione, ma con una nuova schiavitù. In quegli anni neppure la polizia sapeva della esistenza della tratta. Solo noi, alcune religiose, abbiamo capito. C’erano in quegli anni a Torino tremila donne sulle strade che “servivano” cinque regioni diverse. Ci siamo avvicinate e abbiamo fatto proposte concrete: lo studio della lingua, l’assistenza sanitaria, il lavoro. Ho fatto da collegamento fra il nostro mondo e il loro, la conoscenza della loro lingua e dei loro Paesi mi ha facilitato.
Quale era in quegli anni il vostro problema più grande?
Potevamo aiutarle, ma non potevamo dare loro una legalità. I passaporti erano in mano ai trafficanti. Loro si erano sottoposte ai riti vudù ed erano convinte che quello che facevano era voluto dalle divinità, era per il bene delle loro famiglie. Se non lo avessero fatto il loro spirito sarebbe volato via. Dovevano pagare il loro debito ai trafficanti e alle “madame”. Allora erano decine di milioni. Oggi sessanta o settantamila euro. Intanto si distruggevano nel corpo e nell’anima.
Sono passati venti anni. Oggi lei lavora con 250 persone di 80 diverse congregazioni. Il lavoro contro la tratta ha fatto passi avanti.
Sì. Abbiamo fatto richiesta al governo di riconoscere l’esistenza della schiavitù, abbiamo fatto conoscere la realtà alle donne parlamentari, abbiamo ottenuto nel 1998 una legge che interviene sulla tratta. La legge ha aperto una grande porta. Una volta riconosciuta la tratta abbiamo potuto aprire case di accoglienza per le donne che tentavano di liberarsi dalla schiavitù. Nel 2000 mi sono trasferita a Roma per coordinare il lavoro delle congregazioni religiose che aprivano le case di accoglienza. Era l’anno del giubileo, volevamo lasciare un segno positivo, volevamo rompere davvero le catene, liberare le schiave. E farlo subito proprio quell’anno. Per questo 13 congregazioni hanno aperto le porte dei loro conventi a queste donne. E 250 religiose hanno cominciato il loro lavoro nelle case famiglia, nei centri ascolto, nelle unità di strada. Abbiamo capito che dovevamo unire le nostre forze. Tutti dovevano fare la loro parte: il governo, la Chiesa, le scuole, le famiglie, i mass media.
Quello della prostituzione e della tratta è un mondo duro da scalfire: molti sforzi e scarsi risultati. È stato così anche per voi?
Nel 2000 abbiamo dato alle congregazioni la possibilità di vivere l’anno santo in modo concreto, abbiamo aperto i nostri conventi. Da allora sono state salvate più di seimila donne. Accolte e aiutate psicologicamente e socialmente. Abbiamo fatto ottenere loro documenti, permessi di soggiorno, passaporti.
Qual è oggi la situazione della tratta? Rispetto al 2000 sono stati fatti passi avanti o c’è stato un arretramento?
C’è un dato negativo: la crisi economica ha pesato sulle donne che sono riuscite a tirarsi fuori dalla schiavitù. Sono le prime a perdere il lavoro. Ed ecco che è entrata in funzione la fantasia della carità. Per venire incontro a chi non ce la fa e non riesce più a vivere in Italia abbiamo fatto un progetto di rimpatrio assistito e finanziato. Abbiamo preso contatto con le suore del Paese di origine. Abbiamo chiamato le sorelle nigeriane, abbiamo fatto conoscere la situazione, i pericoli che le donne correvano. Dal 2013 abbiamo chiesto alla Caritas fondi per un progetto. Alle ragazze nigeriane che tornano a casa, si pagano il viaggio, l’affitto della casa per due anni, si dà loro qualche risorsa per aprire un’attività. Cerchiamo di resistere; il governo ha pochi fondi, molte onlus hanno chiuso, ma le nostre congregazioni con poco riescono a fare tanto. Ormai c’è una rete Talita Kum che coordina le suore dei Paesi di origine, di transito e di destinazione delle donne per sottrarle alla schiavitù.
Siete state sostenute nella vostra missione? Per esempio siete riuscite a coinvolgere le congregazioni religiose maschili?
Per ora proprio no. Facciamo un’enorme fatica a far loro capire. Le persone sensibili sono davvero poche. Eppure sarebbe importante: se non riusciamo a farle lavorare con noi, non cambia la cultura di fondo. E nelle parrocchie, nelle prediche dei sacerdoti non c’è mai un accenno alla realtà che noi cerchiamo di combattere. Dicono che è un affare di donne. No, rispondo, è un affare di uomini. Se ci sono nove milioni di richieste di prostituzione ogni mese è una questione di uomini. E, visto che siamo in Italia, di uomini cattolici. Il nostro lavoro futuro è diretto a coinvolgere le parrocchie, le diocesi, le conferenze episcopali. Ci auguriamo che l’8 febbraio, nella seconda giornata mondiale contro la tratta, intervenga la concretezza di Papa Francesco.
Dal 2013 vi recate al centro di accoglienza di Ponte Galeria, a Roma: cosa riuscite a fare per queste donne?
Vi andiamo tutti i sabati: lì incontriamo la disperazione assoluta. Queste donne non hanno niente, solo il letto nel quale dormono, e non fanno niente dal mattino alla sera. Non hanno neppure una stanza in cui stare insieme. Non sanno nulla del loro futuro. Facciamo quello che possiamo: le mettiamo in contatto con i Paesi d’origine, cerchiamo di accoglierle nelle nostre case. A volte ci sembra di non combinare niente. Qualcuno ce lo ha anche detto. Che andate a fare lì? Sa che cosa ha risposto una sorella? «Facciamo quello che la Madonna ha fatto sotto la croce». Non è riuscita a cambiare niente ma è morta con suo figlio.
Di fronte al grande esodo di chi fugge da guerra e fame, in molti oggi parlano della necessità di accoglienza: per lei che cosa è?
Per me accogliere significa dare il futuro a una donna, dirle che non è sola, farle capire che nella sua vita possono esserci amore e gioia.
Quale è il rapporto con la fede delle donne che incontrate sulla strada?
Le nigeriane, in particolare, ci chiedono subito il rosario e la Bibbia. Si nutrono della parola di Dio, sono più religiose di noi. Vivono una terribile dicotomia. Maria mi diceva: ogni mattina prima di lasciare il marciapiede chiedevo perdono al Signore. Sapevo che quel che facevo era male ma sapevo anche che la sera sarei tornata.
Tolstoj una volta ha detto: la prostituzione c’era prima di Mosè e c’è stata dopo. Ci sarà sempre. Non si può non constatare la verità delle due prime affermazioni: che cosa risponde alla terza? Davvero ci sarà sempre la prostituzione?
C’è la prostituzione volontaria e quella forzata. Sono due cose diverse. Nella prima la donna usa il proprio corpo, ma la seconda è schiavitù. Una donna nelle mani dei trafficanti arriva a quattromila prestazioni per pagare il suo debito. Alla fine non è più lei. L’Africa non può permettersi di distruggere una generazione di donne. Se lo fa, muore un intero continente.
Sta per suonare la campanella del primo giorno di scuola della prima elementare. Li vedete? Bambine e bambini riempiono il cortile di urla e risate. In un ambiente nuovo, ritrovano qualcuno che conoscono e, dopo un attimo di sospensione ed esitazione, rotolano in un’allegria nuova, si stringono e si allontanano per farsi coraggio e rendere vero, ancora per un po’, che l’amica del cuore sarà di certo la compagna di banco.
Dietro ci sono i genitori, probabilmente intimoriti dal primo impatto con una pesante “istituzione”, sicuramente attraversati dai ricordi di quella curiosità e quella paura che leggono negli occhi dei figli.
E se i genitori sono due mamme? Probabilmente sono partite molto tempo fa a informarsi sulle scuole “giuste”, quelle con dirigenti e maestre aperte al reale che cambia e non troppo intimorite dalle difficoltà che i cambiamenti pongono a ciascuno. Forse si guardano intorno con più circospezione, domandandosi se le maestre “lo sanno”, studiando gli occhi e le movenze delle altre mamme e papà, alla ricerca di un segno di apertura: questo spazio comune è praticabile per tutte e tutti, magari con un filo di felicità.
Poi la burocrazia sommerge tutto: assicurazione, anticipo dei soldi per le attività extrascolastiche (perché nomi così brutti? Perché non ci sono più le “gite”?), deleghe per il ritiro dei bambini da parte di tate, nonni, zie, amici. Eccolo il panico arrivare. E se oggi lei non può ritirare il figlio perché non c’è ancora la delega? Lei “non è nessuno” dal punto di vista della legge, di fatto è la mamma per il bambino. Questa è la vertigine che ti prende quando irrompe nella tua vita il controllo dell’istituzione, quel potere fatto di regole già scritte che sanciscono in astratto cosa deve essere, tutto il resto essendo fuori norma e quindi un problema. Ricordo ancora la prima volta che ho preso un aereo con mia figlia, che aveva poco più di un anno. Da sconsiderata, non avevo portato alcun documento della piccola. La ragazza del check-in non voleva farci passare, non potendo provare che la bambina fosse mia figlia, nonostante l’evidenza di una creatura aggrappata a me con fiducia, mentre misurava con gli occhi lo spazio enorme che la circondava. Abbiamo parlato e ha prevalso il buon senso. Ecco, buona parte del necessario per trovare mediazioni creative è già lì, a portata di mano: una relazione fiduciosa con le maestre, il porsi quotidiano nella propria realtà di famiglia, l’attenzione per il bambino e le sue relazioni amicali. Ma davvero conosciamo queste possibilità?
L’ansia che prende di fronte ai muri della burocrazia può venire quando ci si sente sole/i contro tutti e prive/i di forza in una realtà che si percepisce ostile. Tuttavia un’alternativa esiste, ed è quella che ho suggerito a un’amica in questa situazione: fai leva su quello che c’è, non su quello che manca; punta sulla relazione con le maestre e sulla fiducia nelle capacità inventive tue e altrui. È la politica delle relazioni, che scommette sulla presa di coscienza a partire dalle domande più semplici: chi è l’altra, l’altro? Che cosa posso fare io per condividere con maestre e genitori un’idea grande di scuola? Posso esserci in prima persona, farmi carico del desiderio di avere una scuola all’altezza del mondo che cambia e dire pubblicamente la verità, sdrammatizzare le paure, puntando su relazioni che restituiscano senso e valore alla comune esperienza.
Resta la contraddizione aperta di essere “inesistente” rispetto a quanto stabilito dalla legge, che è il punto controverso ogni volta che abbiamo a che fare con la materia dell’esistenza e della libertà umana, per lo più femminile: amore, vita, morte, maternità, sessualità, desiderio, libere relazioni. Clara Jourdan, in un pezzo scritto per il sito della Libreria (Due donne (o due uomini) e le loro creature, 4/6/2015), afferma che se nei legami omosessuali «nascono o entrano creature piccole, il rapporto delle persone adulte con queste creature viene inevitabilmente iscritto nelle forme giuridiche previste dall’ordinamento. Così, mentre in una coppia donna-uomo non sposata entrambi sono genitori dei loro figli a tutti gli effetti, ormai, in una coppia dello stesso sesso no, e si crea una situazione magari ben saldata dall’affetto ma certamente difficile da vivere, sottoposta a continue prove, perché il rapporto tra genitori e figli minori è sempre più pervasivamente controllato dalle istituzioni». Sono d’accordo con lei e auspico che il disegno di legge sulle unioni civili e l’adozione, in questi giorni al Senato, vada in porto. È importante che la realtà sia vista e vengano registrate le trasformazioni avvenute nella ricerca libera della maternità o paternità, pur sapendo che non dipende da una legge la qualità dei legami sociali.
Suor Eugenia Bonetti, in una recente intervista a proposito del suo lavoro con le prostitute ridotte in schiavitù, ha sciolto con semplicità la contraddizione necessità/inessenzialità dei diritti raccontando di aver ottenuto una legge che «ha aperto una grande porta. Una volta riconosciuta la tratta abbiamo potuto aprire case di accoglienza per le donne che tentavano di liberarsi dalla schiavitù.» (Le suore, per esempio…, da Donne Chiesa Mondo, 1/10/2015). Da anni lavorava con le vittime della tratta con altre suore, e il suo impegno è nato dall’incontro con una donna nigeriana che l’ha coinvolta così tanto da cambiarle la vita. Suor Eugenia non ha aspettato la legge, ma ha lottato perché questa potesse aiutarla a farsi ascoltare dove c’era più sordità. Le leggi e le politiche istituzionali, quando ci sono e funzionano, possono aiutare a risolvere problemi concreti e offrono risorse per un lavoro tutto da fare. I veri cambiamenti restano certamente nelle mani di donne e uomini in carne e ossa, chiamati a dare senso all’esistenza quotidiana a partire dalla libera e mutevole espressione di sé.
Mentre il 3 ottobre a Catania, all’interno della Palestra Lupo, scorrevano le immagini del film di Antonino Maggiore Lampedusa 2013, i giorni della tragedia sul naufragio di oltre 364 donne, bambini e uomini eritrei annegati il 3 ottobre 2013 a Lampedusa, nel cortile esterno della Palestra venivano rifocillati parecchi uomini e una donna, Aisote, provenienti da paesi del Corno d’Africa, prelevati insieme ad altri e altre nel mare antistante le coste libiche da una nave della missione Triton e sbarcati al porto di Catania, città che da poco tempo si è assunta il triste incarico di ospitare una delle maggiori sedi europee di Frontex.
Sulla stessa nave e su una banchina del porto erano avvenuti i riconoscimenti e date le recenti disposizioni i 30 uomini e Aisote non sono stati accettati come “richiedenti asilo” ma dichiarati “migranti economici” e per questo espulsi dall’Italia e diffidati a lasciare il Paese entro 8 giorni…
Ora un team di avvocate/i delle associazioni cittadine Rete antirazzista Catanese, La Città Felice, Borderline Sicilia e altre che hanno a cuore la permanenza in città di donne e uomini migranti, che sia di breve durata o che inciampi in tempi più lunghi… (questo per i migranti che vengono segregati al CARA di Mineo o negli “hot-spot” siciliani), si sta preoccupando di formulare i ricorsi legali per evitare l’espulsione di quegli uomini e dell’unica donna. Nel frattempo si sta provvedendo, così come avvenuto altre volte, a una raccolta di fondi, di indumenti e generi di prima necessità per gli uomini, ospitati per il momento dalla Moschea cittadina, mentre Aisote, partita dalla Sierra Leone e provata dalle violenze subite nell’arrivare sin qui, è stata accolta dalla “Locanda del passeggero”, un ostello protetto gestito dalla Caritas.
Da questa esperienza, vissuta alla luce di quella che non può più essere considerata un’emergenza, bensì una questione contingente, penso che per inoltrarsi nella questione dell’accoglienza e elaborarla al di là di pregiudizi e percezioni indotte, sia possibile l’esercizio e l’impiego di nuovi sensi e nuovi sguardi per rivolgerci alle genti venute da lontano. Uno slancio che io sento in me consiste nel provare a inquadrare donne e uomini migranti in una “cornice di bellezza”, disponendomi interiormente a volerli/le incontrare in carne e ossa, ascoltare storie dalle loro voci, ammirarli nei giovani volti e nel modo di abbigliarsi, apprezzare la volontà d’imparare le lingue degli altri e interagire con abitudini diverse…
Può essere questa la postura buona per non patire i rimpianti di “un tempo che fu”, affrontare il cambio di civiltà nel quale siamo immerse e recepire nel profondo le ragioni di popoli obbligati ad abbandonare paesi e case per andare incontro a rischi, incognite e imprevisti.
Catania è città accogliente non certo per i provvedimenti mai presi dall’amministrazione comunale, dalla prefettura ecc., come ad esempio installare i bagni chimici alla stazione… Lo è per l’operato di alcuni e alcune che tengono aperti 24 ore luoghi dove è consentito ai migranti lavarsi, cambiarsi d’abito e nutrirsi, di coloro che stazionano alle partenze dei treni e dei bus per dare sostegno e riferimenti sicuri a chi continua a spostarsi e deve affrontare altre tappe prima di arrivare a destinazione. Noi facciamo che Catania sia accogliente anche andando all’esterno del CARA di Mineo a stringere mani, condividere abbracci, dare consigli e informazioni in varie lingue agli uomini e alle donne che incontriamo quando escono a passeggiare fuori dai cancelli del famigerato “Villaggio degli aranci”.
Non è facile raccontare l’amore tra due donne, mettere in scena la quotidianità fra impegni di lavoro e momenti di intimità, mostrarne la ripetitività nei gesti, nelle abitudini, nelle piccole ossessioni maniacali, nella necessità di spazi e tempi personali come nella condivisione del piacere dato dalla reciproca compagnia. Perché se si fa eccezione dal circuito molto esclusivo del cinema indipendente gay e lesbico che, a partire dalla metà degli anni settanta ha portato i suoi pregevoli contributi – ne cito uno per tutti, Go fish, il film cult di Rose Troche (1994) – non ne esistono molte altre rappresentazioni.
Ero consapevole di ciò mentre scorrevano le scene di Io e lei, l’ultimo lungometraggio di Maria Sole Tognazzi, di cui è anche sceneggiatrice insieme a Francesca Marciano e Ivan Cotroneo.
Ancora oggi parlare nel cinema di sessualità femminile nell’espressione della sua soggettività libera trova molte reticenze. È del 2010 il film di Lisa Cholodenko I ragazzi stanno bene – premiato ai Golden Globe e con quattro candidature agli Oscar – che raccontava di una relazione stabile fra due donne, ognuna delle quali con un figlio avuto con la fecondazione artificiale; era ambientato nei quartieri agiati di Los Angeles fra la borghesia liberal dove l’esistenza di queste nuove famiglie non costituiva un’eccezione, assorbita com’era in una consolidata coesistenza.
Per queste ragioni mi pareva interessante portare qualche riflessione sul nuovo lavoro della regista, su come il soggetto del film abbia trovato la giusta ambientazione in uno scenario tradizionale, quello della media borghesia romana di professionisti affermati, non particolarmente sensibile ai nuovi rapporti di convivenza che stanno venendo allo scoperto e lontano dal mondo della trasgressione o della intellettualità di sinistra. Evitando stereotipi di ruolo ha mostrato come, all’interno di case borghesi ben arredate, non si muovono più le vite di famiglie tradizionali; in un contesto sociale in grande trasformazione inscena il cambiamento nei rapporti familiari e di coppia e lo vuole mostrare come un processo in atto per cui la relazione fra due donne è visibile, di fronte a tutti e accettata.
Al centro del film stanno le difficoltà, i conflitti e le stanchezze della coppia Federica e Marina, contraddizioni che assumono particolare evidenza nel personaggio di Federica, donna nevrotica e insicura, le cui reticenze, dubbi e ritrosie spiegano la sua confusione e la poca chiarezza sui propri desideri sessuali, lei che nella coppia si considera l’eterosessuale.
La costruzione di questo personaggio controverso permette alla regista di mostrare una storia d’amore tra due donne che trascende le rigide gabbie delle cosiddette predisposizioni sessuali, una positività in più del film e una vittoria del femminismo che ci ha trasmesso il senso dell’amore fra donne come una scelta libera.
Se al film di Maria Sole Tognazzi si riconoscono questi meriti le critiche, che sono d’obbligo e importanti, diventano meno distruttive. Ad esempio la recitazione molto trattenuta, soprattutto di Margherita Buy rispetto a Sabrina Ferilli, pare mostrare una qualche difficoltà dell’attrice di immergersi completamente nella parte, quasi spaventata nel dare voce e corpo alla sessualità fra le due donne. Poi ancora: la conclusione del film pare poco meditata proprio nelle ultime scene che sono quelle risolutive; come totalmente trascurata appare la narrazione delle premesse della loro la storia d’amore, quell’attrazione, quell’innamoramento che spiegherebbero una convivenza di cinque anni, mentre tutto si concentra sulla crisi del loro rapporto, scelta registica anche comprensibile per far meglio emergere nel conflitto le differenze dei due caratteri.
Per finire: ho trovato di particolare efficacia simbolica la scena in cui Federica, madre di un figlio ventenne, cerca un rifugio momentaneo nella casa che il ragazzo condivide con altri studenti, e quelle scene che mostrando le sue riflessioni, in flashback e attraverso opposizioni di immagini, confrontano le sue relazioni con gli uomini e quella con Marina: determinanti per sciogliere i suoi dubbi.
Scrivo sull’onda dell’irritazione provocata dal contributo Accoglienza? (pensieri dopo l’incontro VD3 del 13/9/2015) di Unachec’è , un’irritazione che col tempo, discutendo con le amiche, si trasforma in rabbia: perché la redazione di Via Dogana 3 sceglie di pubblicare articoli di questo tipo?
E così mi decido a scrivere, per rendere politica la mia rabbia. Si tratta un testo che esprime un punto di vista scomodo, ma la ragione della mia irritazione nasce dal fatto che mostra una posizione d’impotenza, di chiusura difensiva e allo stesso tempo aggressiva, che non permette trasformazione, e di cui ho subito le conseguenze nella mia esperienza personale. So infatti cosa vuol dire vivere un anno in un paese straniero e sentirmi fastidiosa, perché estremamente bisognosa.
Dopo l’università ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio in Inghilterra che mi avrebbe rimborsato le spese di un master. Ma non avevo soldi da anticipare per pagare le tasse universitarie né per pagare la stanza dello studentato. Sono partita da sola, non capivo assolutamente nulla quando le persone mi parlavano (ho studiato francese a scuola) e il master era complicatissimo ma fondamentale per trovare lavoro.
Sapevo di avere anche delle risorse interiori, probabilmente come gli immigrati che arrivano qui. Tanti hanno una laurea, molti vengono da famiglie benestanti, ma quando arrivano da noi non conoscono la lingua, non hanno soldi e cercano un lavoro. Proprio come me.
Non conoscere la lingua è un’esperienza terribile, specialmente se non sei nel tuo paese e non conosci nessuno. Ricordo ancora il senso di disperazione quando un giorno mi sono persa tra le migliaia di spettatori alla gara di cavalli di Ascot, lontano dalla cittadina dove studiavo. Ero andata a fare la cameriera un fine settimana e ho perso l’orientamento tra le migliaia di cappelli colorati. Ero sola e non sapevo come chiedere aiuto, ero nel panico. Ho vagato per ore piangendo senza che nessuno nella folla festante si accorgesse di me.
Una chiave magica mi ha aiutato, come i personaggi delle favole di cui parla Marta Equi in Farsi forza stanca. Avevo con me la voce di mia madre che mi diceva che ero intelligente, forte, che ce l’avrei fatta. Ero così forte da trovare il coraggio di mostrare anche la mia fragilità, la mia fatica, lottando con il senso di vergogna.
E così un giorno ho incontrato un ragazzo del Qatar, di quelli ricchissimi che sposano tante mogli e faticano a parlare con le donne. Uno che ha saputo spiazzare la femminista che c’è in me: ha capito la mia situazione e mi ha prestato tanti soldi, chiedendomi solo di non dirlo a nessuno perché, come diceva lui, le persone possono pensare male.
E poi una ragazza africana mi ha portato nel ristorante dove lavorava lei. Nonostante sapesse l’inglese meglio di me, doveva lavare i piatti come tutti quelli di colore, con una paga molto bassa, mentre noi bianchi potevamo servire ai tavoli. Io faticavo ad accettare questa ingiustizia ma lei diceva che aveva problemi più grandi. La sua preoccupazione era la nostalgia per suo figlio, rimasto al suo paese con la nonna perché il padre del bambino non aveva abbastanza soldi per garantire il loro matrimonio. Finita l’urgenza del natale hanno lasciato a casa me: bianca sì, ma saper parlare conta.
Una perfetta sconosciuta, che conosceva quello che stavo passando io, mi ha poi accompagnata in banca per poter aprire un conto. Era italiana e l’ho incontrata solo in quell’occasione, ma è stata fondamentale per affrontare il mio panico. Non capivo una parola di quello che diceva l’impiegato e dovevo firmare mille carte. La sua presenza fugace mi ha salvato.
Più difficile è stato con i compagni di corso, quasi tutti inglesi. Erano tra l’altro più giovani di me e faticavano a collaborare con una donna più grande, straniera, e pure piagnucolona. Faticavano a capire cosa stessi passando. Ma anche la mia compagna tedesca era irritata dal mio pianto quotidiano, durato mesi. Anche lei era straniera ma non piangeva come me! Le mie lacrime scendevano anche a lezione, senza il mio permesso. Eppure in Italia ero considerata una donna solare, ottimista, vivace…
Fortunatamente al master un’irlandese cattolica praticante ha spiazzato l’anticlericale che c’è in me. Nonostante il mio professarmi atea, mi ha accolto portandomi a ballare le danze irlandesi, parlandomi della sua chiesa e aiutandomi con il programma di genetica del nostro corso.
E così non ho mollato. Ho messo tutta me stessa, senza nascondere la mia miseria. E questo mi ha regalato la possibilità di far emergere anche la Sara migliore dall’indistinto degli stranieri che invadono i campus universitari e creano in modo difensivo comunità tra loro.
Questa avventura mi ha regalato sicurezza interiore, che ora mi gioco ovunque, e che nasce dalla consapevolezza che se mi do la possibilità di mostrare le mie fragilità, e di stare in ascolto di quelle altrui, mi arriva forza.
Un’amica che stimo mi obietta che la situazione degli studenti stranieri nei campus universitari non è confrontabile a quello che sta avvenendo ora in Europa, con milioni di persone che fuggono da guerre e povertà. Si tratta di una giusta obiezione. Tuttavia penso che partire dal mio vissuto mi faccia intuire verità che potrebbero illuminare anche discorsi più ampi. Io so cosa vuol dire sentirsi sola e impotente. Le discussioni sull’immigrazione raccontano di milioni di disperati che arrivano nel nostro paese. Guardano l’insieme, ma penso che sia fondamentale non perdere lo sguardo che vede le singole vite, partendo da sé. Quando incontro queste persone sul mio cammino mi si riattiva la memoria di quel periodo, che mi permette di fare quella mediazione necessaria a cambiare postura nei loro confronti, a superare la fatica data dall’incontro con persone molto bisognose. Per riuscire a farlo bisogna superare il disagio nei confronti di un’alterità che ci spinge con forza verso un cambiamento radicale, di cui gli immigrati stessi sono testimoni, e che spaventa. Affrontare quella fatica regala la possibilità di incontri che possono spiazzare, perché gli incontri non sono mai con le masse indistinte, ma con singolarità che spesso hanno vissuti intensi e affascinanti.
Gli stranieri che “invadono” il nostro mondo ci pongono questa sfida: riuscire a fare spazio per l’altro, anche quando è irritante, per diventare noi stessi altro. Si tratta di una postura trasformativa, che viene dall’ordine simbolico della madre. Questo è quello che mi rende orgogliosa di potermi definire femminista, il “mio valore assoluto”.
E scrivendo mi rendo conto che ora desidero ringraziare la redazione di Via Dogana 3 che ha avuto il coraggio di pubblicare un testo così irritante, perché abbiamo bisogno di poter mettere in parole la nostra rabbia.
Il 13 settembre 2015 sono stata invitata a parlare a Via Dogana3 e ho accettato.
Nell’ultimo incontro di luglio avevo raccontato la mia depressione, quella che mi fa perdere la capacità di ragionare e quella che opacizza il mio slancio vitale lasciandomi una sorta d’infelicità costante. È la mia fatica di vivere con cui combatto ogni giorno e che mi fa sentire minacciata dalla sofferenza, soprattutto degli altri. Tenerla a bada non è facile, anzi è un bel po’ faticoso, bisogna puntare sulle proprie risorse, riconoscerle e nutrirsi.
Io trovo la mia principale risorsa nelle relazioni con altre donne che in questi anni, soprattutto in Libreria, ho imparato a costruire. Sento che mi aiutano a guadagnare spessore: imparo a portare avanti il mio sentire e la mia verità, imparo a dargli valore.
All’inizio era un guadagno solo per me ma poi ho capito che posso farne di più e non devo lasciarlo muto e ho deciso di cominciare a raccontarlo. Qui come altrove, nel lavoro per esempio, dove un paio d’anni fa, per mancanza di spazio, l’ufficio del personale dell’istituto ospedaliero dove lavoro ha deciso di ricollocare la mia scrivania in un open space. Ho trascorso delle giornate pesanti, amareggiata. Sentivo una forte svalutazione del mio lavoro e ho deciso di parlarne con la referente del personale. All’inizio mi rispondeva che non c’erano altre possibilità, che non si poteva fare nulla, invitandomi ad avere pazienza. Ma io non ho rinunciato: sono tornata a parlarle tempo dopo, spiegandole che non riuscivo a fare bene il mio lavoro e che questo per me era mortificante, che mi faceva perdere passione e che il rischio di errore era alto e questo era un problema, anche se non direttamente, anche per i pazienti dell’ospedale. Ho preso il coraggio di dare voce a questo mio sentire confidando che si capisse dalle mie parole il valore che aveva per me e alla fine non ho ottenuto una scrivania migliore ma ho ottenuto qualcosa di più. Ho ottenuto un riconoscimento di fiducia che si è tradotto nella libertà di poter lavorare fuori istituto se ne ho la necessità, per potermi concentrare adeguatamente o collaborare con altri. E questa libertà è diventata una possibilità anche per la mia collega. E in modo simile altri colleghi di un altro Istituto hanno pensato che anche per loro, in condizioni di spazio inadeguate come le mie, questa potesse essere una possibilità da cercare.
Anche durante l’incontro di Via Dogana 3 del 13 settembre, mettendomi alla prova, ho trovato un modo per farmi forza e l’ho trovato nell’assumermi la responsabilità di parola, pubblica, con le donne e gli uomini che erano presenti lì.
Le relazioni fra donne, il femminismo, mi hanno aiutato, ma la fatica di vivere rimane. Dobbiamo sapere che non si può pretendere di trovare la soluzione definitiva che ci permetta di uscire dal senso d’impotenza una volta per tutte, ma potersi affidare a relazioni che rendano più sopportabile la mancanza non è poco. Marta Equi nel suo testo intitolato Farsi forza stanca e pubblicato in Via Dogana 3, il 23 settembre 2015 scrive: «Farsi forza è un atto solitario, ma a volte c’è bisogno anche di un aiuto, di un segnale dal mondo per non desistere». La depressione toglie energia e ci fa chiudere in noi stessi, ci fa vedere principalmente le nostre mancanze. Ma anche riconoscere una mancanza può essere un punto di partenza: parto da dove manco io e mi affido a qualcun altro perché magari insieme riusciamo a vedere altro, possiamo darci forza.
La crisi fa parte della vita perché implica trasformazione e questo non ci deve spaventare, sostiene Claudio Vedovati durante l’incontro. Riprendendo il tema degli immigrati, Claudio ha evidenziato come la loro scelta di emigrare sia una scelta verso la vita e le nostre preoccupazioni nei confronti degli immigrati provengano dalla nostra paura del cambiamento. La scommessa è vedere l’opportunità che ci stanno dando e il primo passo è cambiare lo sguardo su di loro. Non è vero che non hanno scelta, questa è la visione depressiva nostra che attribuiamo a loro. Ed è la stessa che ci porta a dire che non possiamo accogliere gli immigrati perché non abbiamo abbastanza ricchezze, lavoro, spazio… Il sentirci senza possibilità di scelta nasce dal fatto che rappresentiamo le nostre difficoltà materiali come miseria simbolica. Questo secondo me è un bell’esempio di quello che dicevamo la volta scorsa: la verità soggettiva è ciò che muove, sentirsi ricchi o poveri, sentire la possibilità di dare o di chiudersi in una posizione difensiva, dipende tutto dallo sguardo, mettendo a tacere per un po’ il proprio senso di impotenza e dando valore all’incontro con l’altro (con l’altra nel mio caso).