All’incontro di Via Dogana 3 “Manifestare: che cosa, perché, come?” (12 marzo 2017) si è parlato molto delle modalità e dei linguaggi con cui lo sciopero di Nonunadimeno è stato costruito. Molte hanno trovato il linguaggio, soprattutto il documento degli 8 punti, rigido ed esclusivamente rivendicativo, e hanno lamentato una cancellazione del femminismo della differenza da parte delle organizzatrici.

Ma se vogliamo essere conosciute, riconosciute e nominate, siamo noi che dobbiamo esserci e portare il nostro senso, come hanno fatto alcune leggendo Carla Lonzi in piazza.

È quello che ho provato a fare anch’io partecipando all’assemblea sindacale sul mio posto di lavoro, dove ho parlato, ma non per criticare le organizzatrici, giovani e piene d’un entusiasmo che non meritava di essere affossato. Ho detto che non potevamo aspettarci da quella giornata di ottenere di punto in bianco i cambiamenti richiesti nel documento degli 8 punti. Ho detto che il vero cambiamento, la vera trasformazione consisteva nel far accadere quell’iniziativa grande, in relazione con donne di tutto il mondo.

Insomma, ho cercato di trasferire il discorso sul piano del simbolico, cogliendo e dando valore a quel che c’era di positivo nello sciopero.

Inoltre non penso che i linguaggi fossero così esclusivi, sono d’accordo con Sara Gandini nel trovare aspetti ambivalenti. Per esempio, lo striscione sul camion che apriva il corteo a Milano portava scritto «Le strade libere le fanno le donne che le attraversano», un’idea che richiama molto più la nostra pratica che non quella rivendicativa.

Anche la scelta del mezzo dello sciopero, per quanto azzardata, non credo sia stata un errore, e ha prodotto effetti interessanti: chiedendo ai sindacati «mettetevi al nostro servizio e proclamate lo sciopero», Nonunadimeno ha creato non poco imbarazzo. L’abbiamo visto sulla stampa nazionale, con i bollettini quotidiani delle “adesioni” e delle “non adesioni” dei sindacati e delle loro strutture di categoria.

Dal mio posto di lavoro ho avuto modo di osservare l’agitazione che si è prodotta. I sindacati di base si sono precipitati a proclamare lo sciopero generale, tutti contenti di poter dimostrare la loro maggior radicalità e solidarietà alle donne di tutto il mondo. Va bene, ma è stato così buffo vederli improvvisamente riconvertiti tutti in femministi…

I confederali dal canto loro non hanno voluto “mettersi al servizio” e proclamare lo sciopero. Alcuni con delle contraddizioni: una categoria sì e altre no, fra quelle “no” qualcuna l’ha proclamato lo stesso in qualche posto di lavoro e così via.

Quelli che non l’hanno proclamato hanno avuto il problema di spiegare perché no. Ho sentito un delegato rispondere alle domande incalzanti di una lavoratrice che il suo sindacato non proclamava lo sciopero perché “non è uno strumento tradizionale del movimento delle donne”. Ah, e tocca al sindacato dirlo? L’altra tattica è stata “Se non hai argomenti, distraile”. Di norma l’8 marzo ci arriva da ogni sindacato una e-mail di auguri illustrata con mimose, e morta lì. Quest’anno, invece, giù con le assemblee, con le rappresentazioni teatrali sulle donne morte ammazzate (che ricordano tanto il “Premio Livido” di cui parla Pat Carra su Aspirina), con le e-mail sindacali piene di disquisizioni sulla storia dell’8 marzo, se è nato dopo l’incendio alla Cotton o se è nato in Russia durante la rivoluzione del 1905, di storia della mimosa scelta da Rita Montagnana per festeggiare la giornata, tutte cose mai viste prima.

La menzione d’onore va a quel sindacato che ha scritto, tra l’altro, «Questa giornata dell’8 marzo deve accentuare ancora di più i tanti problemi a cui moltissime donne devono fronte […]» (sic!), quasi quasi per premio lo nomino, così si assume la brutta figura: è stata la UIL.

Insomma, da quando Nonunadimeno li ha interpellati fino a sciopero avvenuto, tutti i sindacati non hanno fatto che ballare intorno alla questione, costretti a confrontarsi con la nostra differenza. Visto il loro abituale immobilismo, averli fatti ballare è già un bel risultato.


Domenica 12 marzo la riunione allargata di Via Dogana 3 ha affrontato con Alessandra Pigliaru e Luisa Muraro il grande tema del manifestare, a partire dall’ultimo libro di Judith Butler L’alleanza dei corpi (Nottetempo, 2017). Sullo sfondo la giornata dell’otto marzo contro la violenza sessista, svoltasi sotto la sigla “Non Una Di Meno”, con la grande mobilitazione composita ed eterogenea, uno sciopero che ha raccolto manifestazioni, performance, modi creativi di stare in piazza. L’8 marzo di quest’anno è stato particolarmente importante perché connesso con altre manifestazioni in Italia e nel mondo, che mostrano il femminismo come un movimento globale, come ben racconta Ida Dominijanni su Internazionale (il 3 ottobre 2016 in Polonia, il 17 ottobre in Argentina, il 26 novembre a Roma, il 21 gennaio negli USA e in tutto il mondo, e infine l’8 marzo).

L’8 marzo di quest’anno, in Italia, è stato particolarmente importante perché le pratiche del femminismo radicale, quelle dei centri antiviolenza (a Milano la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate) sono state accolte dal movimento e rilanciate, e si è sentita la forza nella prossimità dei corpi e il desiderio di andare al di là delle rivendicazioni, come diceva Alessandra Pigliaru. Di più, nell’utilizzare uno strumento fortemente connotato come lo sciopero, levando tuttavia qualsiasi pretesa “concreta” (e suscitando in questo modo l’irritazione di alcune parti del sindacato) si è sperimentata la potenza della politica tra donne, come diceva Marisa Guarneri.

Non sono mancate critiche ai documenti ufficiali e alle parole d’ordine, anche da parte di alcune presenti all’incontro di Via Dogana 3, che hanno parlato di “cancellazione della politica delle donne”. Si riferivano solo al linguaggio usato, ma anche così intesa a noi sembra un’espressione esagerata, anzi sbagliata. La mancata coincidenza delle parole con l’esperienza narrata da molte, dice della difficoltà di pensare ed elaborare a partire da sé, ma non deve oscurare la nostra capacità di leggere un presente segnato dal protagonismo femminile. Il femminismo deve vedere e interpretare il protagonismo femminile e qui sta il punto: in ciò che si sceglie o meno di vedere, in ciò che si decide di interpretare, in ciò che si stabilisce o meno di narrare. Vogliamo guardare solo al numero di donne presenti nei CDA e ai vertici delle istituzioni o chiederci anche se e come cambia la realtà grazie a questa presenza?

Su Internazionale dell’8 marzo 2017 Costanza Rizzacasa d’Orsogna intervista Jessa Crispin, autrice di Why I Am Not a Feminist: A Feminist Manifesto (Paperback, 2017), che mette in guardia rispetto al movimento che nasce dal femminismo americano, dove le donne si battono per avere più potere e sembra sia in gioco principalmente la competizione con gli uomini per ottenere soldi e posizione, per “declinare al femminile il capitalismo maschile”. Cosa cambia con un femminismo così? E rincara: “Dietro l’ipocrisia del self-empowerment c’è solo la domanda: dov’è la mia metà dei profitti?”. Anche per noi il neocapitalismo, che si appropria della vita e dei pensieri di donne e uomini colonizzando intelligenza e desideri, rimane la contraddizione più significativa del nostro presente. In particolare le donne sono state e sono l’oggetto privilegiato della rivoluzione neoliberale. L’egemonia neoliberale traduce la libertà femminile guadagnata col femminismo in autoimprenditorialità, che si spinge fino alla libertà di vendere il proprio corpo, anzi i propri organi genitali, al servizio della sessualità maschile o della procreazione per altri. Questioni che non emergono tra i famosi otto punti con cui “Non Una Di Meno” ha promosso l’evento in Italia. Il linguaggio usato nel documento mostra il tentativo di mettere d’accordo le diverse anime del movimento delle donne, per rimanere unite e non lacerarsi in conflitti che avrebbero disperso le forze. Comprensibile ma rischioso, perché si rischia di perdere di vista il campo di battaglia.

Per fortuna la giornata dell’otto marzo ha mostrato contraddizioni interessanti. Da una parte a Milano, dal palco delle istituzioni in piazza Duomo, le oratrici parlavano della lotta per i diritti delle donne insieme ai diritti dei cani e dei gatti (perché il genere finisce per diventare una delle tante differenze e la violenza sulle donne una delle tante violenze). Nello stesso tempo, il tappeto bianco di fronte al palco è stato riempito da studentesse e studenti della manifestazione del mattino con scritte colorate e vivaci, che nominavano la violenza come violenza maschile (non come violenza di genere) e parlavano della fierezza di essere donne, della forza data dalle relazioni tra donne, delle genealogie femminili, con un linguaggio che mostra un cambiamento di sguardo profondo. Lo stesso cambiamento è visibile anche nel linguaggio usato da Chloé Barreau, la giovane autrice dei video-inviti alla manifestazione dell’8 marzo. Intervistata sul Manifesto il 3 marzo 2017 da Alessandra Pigliaru, dice: “Al risentimento senza fine preferiamo una rabbia gioiosa” e ancora: “Al pianto di una narrazione da vittime ho preferito piantarla, cioè finirla lì, mostrare quindi l’azione consapevole di andarsene”, scioperare nel senso di “non farsi trovare” spiega Alessandra Pigliaru. E quella folla enorme e gioiosa era proprio bella da vedere, bella come possono esserlo solo le donne.

“È la donna che fa l’attrice” ha detto Monica Bellucci, e io traduco: è la donna che fa la femminista. Ragionando con altre su L’alleanza dei corpi di Judith Butler ho capito meglio perché Lia Cigarini, recentemente, ha sottolineato che a volte, invece di dire femministe o femminismo, è meglio, anzi si deve dire: ”donne” e “movimento delle donne”.

Questa variazione del linguaggio non sarebbe una novità, spesso si fa spontaneamente. La novità sta nel fatto che Lia la considera una cosa che bisogna fare, non necessariamente sempre, ma necessaria come prospettiva da non perdere di vista mai.

In effetti, che cosa vien fuori da certi passi del libro di Butler? L’importanza di combattere la politica identitaria e la mentalità che le corrisponde. Penso, per esempio, al famoso “noi della Libreria” che, in certi casi è giusto dire e spesso risulta quasi inevitabile, d’accordo, ma che più spesso ancora è comodo, troppo comodo da dire. Il “noi” apre la porta a una mentalità settaria, ecc. Non mi dilungo, sono cose di cui abbiamo ragionato e continueremo a farlo.

Ma l’avvertimento di Lia ha un significato politico che va oltre il settarismo. Lei vuol dire, per quello che ho capito io, che il femminismo ci fa interpreti delle esperienze, degli interessi e dei desideri delle donne in generale, ma che ci sono dei limiti alla pretesa di essere interpreti.

Non parlo della possibilità di sbagliarsi: questo càpita e la possibilità che ricapiti va messa in conto, ma non è un limite, è un rischio che bisogna affrontare. Altrimenti una non parla più, come una volta. Oppure ripiega sul comodo pluralismo per cui tutte la pensano così o colà da irresponsabili. La possibilità di sbagliare non si contrasta con il silenzio o con il pluralismo. Si contrasta con il confronto e il conflitto aperti, in un contesto di responsabilità personale accettata.

Non cadete nella trappola di alcuni che accusano le femministe di prevaricare sulle altre quando esprimono una posizione critica, per esempio, sulla prostituzione o sulla maternità surrogata. Questi alcuni cercano di spingervi al silenzio o al pluralismo irresponsabile.

Il limite intrinseco del mio, tuo essere femminista è un altro, a suo tempo qualcuna lo ha espresso con queste parole: più donne che femministe. È un modo di dire, ma dice abbastanza chiaramente che l’orizzonte di valore del femminismo sono le donne, è l’umanità femminile. Da lì la forza, da lì la misura, da lì il senso.

Ma come devo regolarmi con il linguaggio per dire ora “sono una donna”, ora “sono una femminista”? Secondo me, non ci sono regole come quelle della grammatica, ma c’è il contesto a guidarci, insieme a un certo orecchio politico, quello di Lia Cigarini è sicuramente buono.

Mi pare tuttavia d’aver trovato una mezza regola: quando ti viene da dire “io”, prova a pensare “noi” e quando ti viene da dire “noi”, pensa che “c’è altro”.

Sì, manifestare!

La mia prima volta fu a Milano contro la strage di Piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura. Quel giorno, ottenni mezza giornata di ferie per correre alla manifestazione. A nessun altro venne in mente di farlo. Avevo 18 anni e lavoravo in un’azienda di fronte all’Accademia di Brera. So per certo che se anche non mi avessero concesso di farlo, sarei fuggita assumendomi la responsabilità fin’anche di perdere il posto di lavoro. Tanto a quel tempo ce n’era.

La manifestazione fu oceanica e lì ebbi l’impressione di lambire qualcosa di immensamente più grande di me. Comunque io c’ero e quel mescolarmi nel dramma e nel disperato lutto collettivo, la paura di altri attentati, anche lì mentre noi stavamo marciando e piangendo insieme, alimentò in me, a partire da quel momento, la necessità di scrivere, testimoniare, raccontare. Perché? Per sentirmi parte, tenendomi la folla nel cuore – come un’amica in questi giorni mi ha ricordato, ha scritto Emily Dickinson. – Tenerla, anche oltre l’attimo, oltre me stessa, unita a tanti altri come me e diversi da me. La mia folla nel cuore, riaffiora ogni volta che mi trovo da sola o insieme ad altri di fronte alle ingiustizie che nel nostro paese, invece che spingerci all’indignazione pubblica, spingono i più a ripiegarsi su se stessi e ad accettare l’inaccettabile.

Noi della Libreria, come tante altre sappiamo molto di ciò che non funziona nel nostro paese, delle ingiustizie che ci piovono addosso e non parliamo dello scempio che viene fatto delle risorse umane e naturali. Manifestare CONTRO e manifestare PER! Non solo un paio di volte l’anno in date comandate, ormai svuotate di significato come il 1° maggio, il 25 aprile, anche l’8 marzo, la famigerata giornata della donna. Dovremmo farlo continuamente, manifestare come le madri di Buenos Aires, quando d’improvviso, trovarono nel loro cuore una folla di morti viventi, i loro figli e le loro figlie.

Non si arresero, demolite dall’indignazione e dallo sgomento, lottarono, manifestando, inventando l’arte e l’etica della manifestazione pubblica e collettiva attirando cerchio dopo cerchio nella Plaza de Mayo di Buenos Aires, l’attenzione di tutto il mondo e poi i cambiamenti desiderati.

La situazione in Italia è grave, gravissima e dovremmo gridarlo nelle strade, anche noi – come negli anni tremendi dei desaparecidos – anche noi con attaccate alle camicie e agli scialli le fotografie di pezzi di vita che non ci è dato vivere, non ci è dato dare vita: figli che non possiamo mettere al mondo, spazi di civiltà e giustizia sociale, diritto al lavoro remunerato. Il sistema italiano si sta facendo sempre più violento e ingiusto e purtroppo troppi, donne e uomini stanno addormentati o storditi, impauriti, chiusi nelle proprie case, dietro piccoli smart phone o schermi televisivi che più o meno ci istupidiscono tutti quanti. Manifestare vuol dire incuriosire, contagiare, risvegliare rispetto a giustizie e ideali rinnegati: “Non credere di avere dei diritti”, non vuol dire, rinuncia a lottare per averne! ANZI.

Molti sostengono che manifestare sia tempo perso e che non serva a nulla, se fosse così non sarebbe tanto difficile ottenerne permessi dai comuni. Piuttosto, il sistema per impedirle è pronto a muovere le forze di pubblica sicurezza, finanche l’Esercito per impedirle, finanche agevolare infiltrazioni da parte di facinorosi vandali e picchiatori.

A metà gennaio abbiamo cominciato a parlare di Non una di meno nella redazione di Aspirina rivista acetilsatirica, incerte se intervenire con un numero speciale sulla violenza o fare silenzio, se sostenere o criticare. Come è successo a molte femministe, eravamo scoraggiate e irritate dal tono dei documenti, ma continuavamo a girarci intorno, mosse dall’insistenza di alcune.

Passavamo in rassegna le rivendicazioni scritte o declamate nelle assemblee, così lontane dalla presa di coscienza di “non credere di avere dei
diritti”. Leggevamo le analisi su violenza maschile e violenza del capitale, ci sembravano veteromarxiste e confuse. Dall’altra parte, l’inno all’altrui giovinezza suonava come una retorica maternalistica sulle generazioni.
Nonostante tutte le ambivalenze, eravamo coinvolte. Non riuscivamo a prescinderne per due ragioni. La prima è che al centro c’erano Cadmi, Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano e D.i.Re, a cui andava tutta la nostra fiducia. In Italia Non una di meno è nata dal nesso tra le donne dei centri antiviolenza creati dal femminismo e quelle dei gruppi antagonisti di matrice marxista. Le attiviste perlopiù giovani, donne di una generazione oppressa dal neoliberismo, sono state attratte proprio dalle pratiche di quei
centri antiviolenza, da una sapienza politica che lotta sul campo da oltre trent’anni.
La seconda ragione è che si tratta di un movimento, o meglio sommovimento di donne globale e che, a differenza di altri apparsi negli ultimi anni, non è ostile al femminismo delle origini.
Da subito il nostro interesse si è rivolto al dietro la scena, non alla manifestazione come obiettivo. Abbiamo cominciato a parlarne con Marisa Guarneri del Cadmi, di cui conosciamo l’intuito politico. Era certa che nonostante tutti gli svarioni e le scritture disastrose, stesse succedendo qualcosa di forte. Confermava che era sbocciato un riconoscimento di autorità, e che si era aperto un ascolto.
Aspirina ha scelto di dire la sua con un countdown di vignette e testi satirici sulla violenza maschile, dal titolo Non uno di più, per sostenere “tutte le amiche di Cadmi e D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, non una di meno”.

Vai a Non uno di più e Otto marzo 2017

Questo io vedo ed ho visto nell’assemblea nazionale di NONUNADIMENO a Bologna. Ho riconosciuto negli atteggiamenti e nelle parole delle donne dei Centri Antiviolenza di DIRE il desiderio di raccontare non solo la propria esperienza, ma anche la crescita di consapevolezza e di identità che il nostro rapporto con le donne ha fatto crescere. Chiarire i presupposti del nostro intervenire contro la violenza maschile, i punti che sono vincoli invalicabili, come garantire la segretezza e l’anonimato e la libera scelta alle donne che si rivolgono a noi.

Mi sono fidata delle relazioni che ho dentro la casa delle donne maltrattate di Milano e, anche se con qualche dubbio, sono andata a Bologna (a Roma non c’ero) e alle numerose riunioni di preparazione dell’8 marzo, alcune si sono svolte nella sede di CADMI. La nostra sede si è riempita di giovani donne dei collettivi, delle scuole e delle università ed anche di donne che conosco da una vita e che mi ha fatto molto piacere ritrovare. Donne con cui, in passato, ho vissuto eventi significativi per la mia vita.

Sono state riunioni abbastanza ordinate ed organizzate in cui si è trovato modo di parlare e di dissentire quando necessario. Ho sentito rispetto e riconoscimento per il nostro percorso contro la violenza. Ma a Milano, come a Bologna, quello che mi ha colpito di più è l’aria che si respira in questi incontri. Parlare di energia e forza è riduttivo, ed anche dire che i corpi delle donne parlano e rappresentano desideri e voglia di libertà.

L’ho visto accadere, per fortuna, moltissime volte. C’è di più e certamente i linguaggi usati nei documenti che hanno convocato l’8 marzo non erano all’altezza della gioia e determinazione che ho sentito. Uno scarto certamente esiste ed è anche molto evidente fra il desiderio e la scrittura, come se le parole non fossero sufficienti ad esprimere il desiderio di giustizia e di cambiamento presenti nel cuore di ognuna di noi. Ascoltare, capire anche imparare è ciò che mi preme. Siamo di fronte ad eventi epocali che hanno ribadito il protagonismo femminile e la capacità di produrre eventi in tutto il mondo. Penso che davvero le donne sono ovunque e che cominciano a riconoscersi come fattore di cambiamento ineludibile. Certo molto c’è da discutere e confrontarsi sugli obiettivi e le forme in cui ci rappresentiamo.

Mi piace pensare a noi, donne in lotta, come il risultato di tanti anni di pratica della relazione e penso a Paestum 2. Un piano femminista contro la violenza maschile, e aggiungiamo pure e tutte le forme di violenza, è il terreno su cui dobbiamo muoverci con rigore e senza nascondere nulla.

Sono nata negli anni Settanta e, seppure mi riconosca figlia della forza sorgiva del movimento delle donne che in quegli anni solcava le piazze, non posso restituire l’intero di una esperienza che mi è stata raccontata attraverso le narrazioni di chi era lì. Quello di cui posso disporre allora, oggi, accogliendo l’invito di Luisa Muraro e della redazione ristretta di Via Dogana 3 sul tema delle manifestazioni è ciò che mi è successo il 26 di novembre 2016, quando la rete italiana di Non Una Di Meno ha organizzato la grande manifestazione che, come è noto, ha portato centinaia di migliaia di donne (e non solo) a Roma.

Per ciò che è stata la mia esperienza, il 26 non vi è stata rivendicazione ma un mostrare il sapere di sé che per più di 40 anni le donne hanno agito e agiscono, nei centri antiviolenza (che sono luoghi di libertà e di relazione, così sono stati giustamente nominati), nei luoghi pubblici e privati (tutti e senza distinzioni), nei movimenti (anche misti) che ha reso quella giornata memorabile. Di forza e gratitudine, la stessa che riconosco a chi ha fatto il percorso lungo che ha interpellato anche me per esserci. È stato un percorso di pratiche diverse che hanno trovato un punto di contatto su cui desidero continuare a intrattenermi perché mi ha insegnato cose importanti.

La potenza di ciò che è accaduto ha elementi di novità e di invenzione (anche nel maneggiare una forma “satura” come lo sciopero e riappropriarsene da un altro verso): deriva  (come ha ricordato Marisa Guarneri) da una novità rispetto all’apparizione del lavoro lungo (e centrato sul femminismo) dei centri antiviolenza, insieme al fatto che gli otto tavoli tematici successivi (prima a Roma il 27 novembre e poi a Bologna il 4 e 5 febbraio 2017), la costante contrattazione tra le pratiche politiche può trovare un giusto precedente in quanto accaduto negli ultimi due incontri di Paestum. Questo legame, tutto ancora da scrivere, segna una particolarità che allontana da altro genere di raduni, manifestazioni e rivolte. È infatti un modo di intrattenersi intorno al desiderio di politica tra donne.

C’è però qualcosa di più. Nella prossimità dei corpi e nella rappresentazione di una differenza femminile che ha attraversato la piazza del 26, è accaduto qualcosa di inedito e inaggirabile. Basta leggere il comunicato stampa di Non Una Di Meno (in preparazione allo sciopero dell’8 marzo) dove viene segnalata l’espressione lonziana di una nuova irruzione del “soggetto imprevisto della storia”, d’altro canto Ida Dominijanni l’ha ribadito nel suo articolo uscito per Internazionale (Il colpo d’ala dell’8 marzo) indicando quell’attimo di “modificazione totale della vita” che già il 26, nel mio essere lì, ho sentito palpabile. È infatti proprio grazie all’aver tenuto tra le mani un “sapere della vita” che l’esperienza di Non Una Di Meno si è liberata dal fantasma dell’azzeramento per quanto fino a lì guadagnato in questi 40 anni e che, alla discussione sulle pratiche politiche più o meno efficaci, ha preferito la forza. Quei corpi raccontavano proprio come si possa stare sulla propria forza.

Alle sottoscrizioni di appelli rivolti alle donne – fino a qualche anno fa – affinché si assumessero il carico etico di “sistemare” le cose, rispondendo a schieramenti partitici, per mettere in mora un governo o per domandare ascolto, quello che ho avvertito il 26 – ma che è circolato anche l’8 marzo – è stata la potenza di una “soggettività politica”, senza bandiere di partito, senza parole d’ordine che fossero riconducibili a uno scontro per conto di terzi, bensì una lotta, libera e gioiosa.

I corpi presenti non erano lì per caso, nonostante fossero privi di “missioni”, non stavano in attesa di qualcosa o qualcuno che li avrebbe sussunti ad altre “cause”. La radicalità della collocazione femminista è stata, e resta, centrale in questa esperienza – tra l’altro presente in più di 50 stati nell’occasione dello sciopero delle donne dell’8 marzo (una festa del “non farsi trovare” nei luoghi preposti). E non si tratta di radicalità per l’insistenza dei mesi di lavoro comune, nei singoli territori, nelle 60 assemblee cittadine e regionali (l’unico esperimento rimane in tal senso quello sardo) che si sono formate per pensare insieme. La collocazione femminista è stata, e resta, centrale – oltreché decisiva – perché chi ha attraversato quella piazza, le donne in particolare che erano presenti, lo ha fatto come ha sempre attraversato il mondo. A incedere è stata una enunciazione di sé e delle proprie pratiche, più che una rivendicazione o richiesta di autorizzazione. Le femministe non si sono proposte di fare da “guida”, bensì hanno accolto il contributo di una serie di altre istanze. Da una parte allora vi è il taglio della differenza e dall’altra il contributo – per certi versi notevole – di altri soggetti politici.

La ritrosia e il giudizio con cui spesso tutto questo complesso processo è stato letto e considerato ha prodotto molte frizioni che hanno preceduto l’incontro in piazza (entrambi a dire il vero, quello del 26 novembre e quello dell’8 marzo). Lascerei da parte chi ha creduto possibile ignorarlo definitivamente, mi soffermerei invece – per esempio – su questioni più interne: quella del separatismo e l’altra dell’aver interpellato i sindacati. In tutti e due i casi, al netto delle polemiche, ha resistito l’esorbitanza di ciò che stava accadendo e che non poteva essere fermato in nessun modo. Ci sono state esperienze diverse, così come diverse forme di manifestazione (penso ancora a ciò che è accaduto in Sardegna e che ha portato a due momenti, uno a Cagliari e l’altro – dichiaratamente separatista a Nuoro. Non si sapeva come sarebbero andate a finire entrambe le manifestazioni eppure hanno colloquiato tutto il tempo e anche adesso i diversi gruppi si incontreranno di nuovo).

Quello che mi risulta è allora che esiste un linguaggio dei corpi, nella loro vicinanza e insieme, che in qualche modo precede quello discorsivo. Con la successiva lettura del libro di Judith Butler (L’alleanza dei corpi) ho capito meglio: andava dunque definita quell’ostinazione dell’essere insieme attraverso i corpi.

Ciò che sta andando in scena – a livello mondiale – è uno spazio di relazione (Butler lo spiega bene) riconoscibile “tra” i corpi e nel momento in cui accade. Del performativo Butler tiene il “movimento” del fare e disfare. Si configura quindi una relazione che, spiegata in questo modo, ci è familiare, ci è prossima e può essere raccontata come un punto di esperienza poiché abbandona sovrastrutture teoriche e  linguaggi inconsistenti per cercare punti di verità; per toccare qualcosa fino a quel momento sconosciuto; per rappresentare una grammatica precisa che ci dia la possibilità (come ha detto Laura Colombo) di leggere il presente. Questa grammatica non va tradotta per essere portata a una ortodossia unica del femminismo, la differenza sessuale non ne ha bisogno perché rimane un significante, è la precondizione – per me – perché tutto questo accada; è dunque una grammatica che va conosciuta, ascoltata, nel fermo desiderio che da essa si possa apprendere nel momento in cui si sta creando. Anche nelle imprecisioni di tiro, nelle vulnerabilità che indicano la molteplicità di quei corpi sessuati.

Se ci spostiamo nell’orizzonte fecondo di una perdita di indispensabilità (intesa come “solo ciò che passa per me e per le mie pratiche va bene”) e ci poniamo invece in una posizione di ascolto, possiamo comprendere come dall’esperienza di Non Una Di Meno ci sia molto da imparare. Succede spesso, quando ci si ostina nella forza femminile.

Speriamo che, grazie al suo ultimo libro, L’alleanza dei corpi (Nottetempo 2017), Judith Butler non sia più causa di confusione nella mente di tanti: persone che volevano vedersi riconosciute anche politicamente nella loro differenza. E che nei libri di Butler hanno trovato una risposta, ma non sempre hanno capito il suo pensiero. I motivi di ciò sono più di uno, tra cui che la sua scrittura non è mai stata quel che si dice facile e, ancor più, che lei fa un uso molto esteso, secondo alcuni arbitrario, di una nozione specialistica, il performativo.

In questo libro continua a usarla, spiegando e rispiegando il suo significato della parola in questione. Secondo me, fa bene perché non vedo ancora tante alternative a questa astrusa parola, performatività, per quello che è in gioco. È in gioco che ci rendiamo conto come, da certe situazioni, da certe combinazioni di cose e parole, può sprigionarsi una forza simbolica che trasforma il reale, direttamente. Il che storicamente ha luogo; difetta però la consapevolezza di questa possibilità, che Butler chiama anche il potenziale performativo. Si tratta, in altre parole, di capire quella che io, noi, chiamiamo politica del simbolico (altra formula non facile).

Dobbiamo il titolo, L’alleanza dei corpi, al traduttore italiano, validissimo, Federico Zappino, che lo ricava fedelmente dal linguaggio dell’autrice, ma lo sostituisce al titolo del libro originale, retrocesso, con opportuna mossa, a sottotitolo: Note per una teoria performativa dell’azione collettiva.

Questo libro è, nell’insieme, più “facile” degli altri. Si sente che chi l’ha scritto vuole farsi capire eliminando certi equivoci e confusioni passate. Si sente anche che cerca nuovi destinatari. A un certo punto Butler dice: “sento l’urgenza di scrivere per un pubblico più ampio” (p. 196).

Chi erano i destinatari di prima? Nel sostenere che il genere fosse performativo, risponde lei stessa, ho voluto “contribuire a rendere le vite delle minoranze sessuali e di genere più possibili e vivibili, perché i corpi non conformi alle norme di genere , al pari di quelli fin troppo conformi (e ad alto prezzo), siano in grado di respirare e di muoversi liberamente” (p. 56).

Teniamo presente che l’attenzione verso le minoranze può essere un modo per parlare all’umanità di tutti. Si guarda verso quelli che non sono tenuti in conto per arrivare a fare luce su quello che c’è sotto e che agisce nell’operazione, tipica del potere vincente nei paesi a regime democratico, di istituire una maggioranza a spese di una o più minoranze. Fare che una minoranza diventi fonte di luce per tutti, è la sconfitta del potere. E Butler questo ha voluto fare. Ma qualcosa potrebbe non essere andato per il suo verso, che la porta a cercare nuovi destinatari. Secondo me, è stata la conquista dei diritti da parte di alcune minoranze, cosa buona in sé, che però ha svoltato verso una politica identitaria. La politica identitaria ha stoppato lo sviluppo del potenziale innovatore.

Ma il libro ha anche un importante movente positivo. Alla sua origine, infatti, c’è un’intuizione nuova, suggerita dalle inattese manifestazioni pubbliche di protesta che si susseguono nel decennio in corso. Quando i corpi si raggruppano nelle strade, nelle piazze o in altre forme di spazio pubblico, incarnano e prefigurano un agire politico che è ancora da pensare, e che va pensato, se vogliamo sottrarci alle condizioni imposte dai sempre più squilibrati rapporti di forza, e combattere contro la precarietà che ne consegue per molti, se vogliamo cioè concorrere alle condizioni di una vita degna (vivibile e buona) per noi e gli altri.

Con l’intuizione, che ho cercato qui di riassumere, siamo oltre l’obiettivo della conquista dei diritti. “Questi corpi, insieme, esercitano il potere performativo di rivendicare la sfera pubblica in un modo che non è ancora stato codificato giuridicamente e che forse non potrà mai esserlo appieno” (p. 122). Nella prossimità dei corpi, nel tra che li avvicina ma non li confonde, prende forma un nuovo agire politico. Il tra è il luogo della relazione, che può svilupparsi in rispondenza con il fatto che lo stato di dipendenza in cui nasciamo, ci costituisce dagli inizi come creature relazionali.

Sarebbe sbagliato leggere L’alleanza dei corpi come se fosse un voltare pagina rispetto alla passata produzione. Tutto il primo, lungo, capitolo mira a collegare il nuovo argomento agli scritti di “molti anni fa”, dedicati alla teoria secondo cui il genere sessuale è performativo. La preoccupazione principale, come ho già accennato, è di riscattare il concetto di performativo che è stato inteso male. Ha prodotto, nota in particolare l’autrice, “due interpretazioni contrastanti: per la prima, ciascuno si sceglie il proprio genere; per la seconda siamo tutti completamente determinati dalle norme di genere” (p. 101). È capitato anche qui in Italia.

Dalle ultime pagine di questo primo capitolo, non capisco come Butler giudichi i risultati dei suoi sforzi. C’è però un indizio significativo, ed è il suo invito alla “consapevolezza che i diritti hanno senso solo all’interno di una più ampia lotta per la giustizia sociale” (p. 115). Io la penso come lei, e cioè che, senza quella più ampia lotta, i diritti perdono il loro senso e diventano privilegi, in un batter d’occhio. (Tant’è che, a suo tempo, Simone Weil ci invitò a considerarli e chiamarli non diritti ma obblighi verso l’essere umano.)

Comunque la vediamo, questo interessante primo capitolo fa un’operazione poco appariscente ma preziosa, che è di farci intendere come non ci sia politica che non sia anche politica sessuale; Sexual Politics è il titolo di un libro inaugurale del movimento delle donne, apparso alla fine degli anni Sessanta.

Facendo l’operazione di congiungimento tra la sua passata ricerca sul genere sessuale e quella nuova sul comprendere il potenziale politico di azioni collettive, Butler si trova a ripercorrere vie battute dal movimento femminista. Del resto, lei stessa ha dichiarato anni fa: io sono femminista, né più né meno.

Il suo maggiore riferimento teorico esplicito, in questo libro, è Hannah Arendt e la sua dottrina secondo cui l’apparire sulla scena pubblica costituisce l’atto politico per eccellenza. Dottrina che Judith Butler riprende e critica al tempo stesso. All’importanza del riferimento corrisponde l’importanza della critica. “Divergo dal pensiero di Hannah Arendt, anche se attingo alle sue risorse per chiarire la mia posizione”. E continua: la prospettiva arendtiana è invalidata da una distinzione tra privato e pubblico che assegna la vita politica agli uomini e il lavoro riproduttivo alle donne. Nella sfera pubblica l’uomo appare come corpo maschile non dipendente da altri, “libero di creare ma non creato esso stesso, mentre il corpo della sfera privata è femminile, o vecchio, o straniero, o infantile” (p. 123).

Il movimento delle donne ha rivoluzionato questa sistemazione degli spazi e dei corpi con una radicalità che Butler riscopre (citando alcune pensatrici femministe, tra cui Adriana Cavarero) e rende attuale.

Penso alle prime riunioni di autocoscienza fra donne, in locali fortunosamente adattati: atto sovversivo allo stato puro, che ha cambiato dei significanti millenari e creato le condizioni della nostra, di donne, esperienza libera, senza fracassi di morte e distruzioni. Ecco uno squisito esempio di come agisce il performativo! Forse, Butler non ha conoscenza personale di quell’evento. In compenso, sa evocarlo: “La correlazione tra la performatività e la precarietà può essere riassunta da queste domande essenziali: in che modo chi non ha voce parla e rivendica le proprie istanze? Quale tipo di frattura crea questa rivendicazione nel campo del potere?” (p. 94). Per me, una frattura di quelle da cui non si torna indietro e che non si finisce di approfondire.

Le rispondenze che anche altre, come Rosaria Guacci e Alessandra Pigliaru, hanno avvertito tra questo libro e il movimento delle donne, nascono, io credo, non tanto dai fatti biografici, quanto dalla coincidente ricerca di forme nuove della politica. Ne ho avuto la certezza in quelle pagine che cominciano con queste parole: “È importante prendere in considerazione le forme di assembramento politico che non hanno luogo per strada o in piazza” e riguardano “l’efficacia performativa della creazione di uno spazio politico a partire dalle condizioni infrastrutturali esistenti” (pp. 199-201). A leggerle, di colpo ho riconosciuto la storia e il senso della Libreria delle donne di Milano, apertasi nel lontano 1975. Le situazioni che l’autrice evoca in queste pagine sono apparentemente distanti e diverse, ma il significato no: si tratta infatti di un agire politico che non calpesta i corpi, né il proprio né l’altrui, che non ignora la reciproca bisognosità, che non strumentalizza le relazioni né la dipendenza altrui, ma realizza, man mano che ciò sia possibile, le sue promesse per tutti e ciascuno.

Chi questo lo sa per esperienza, senta l’urgenza di scrivere, segua l’esempio di Judith Butler.


Forse speravamo che l’8 marzo di quest’anno passasse come al solito tra riti, elogi all’indispensabilità e alla grande forza morale delle donne e dichiarazioni del Presidente della Repubblica, per poi tornare alle nostre pratiche quotidiane. Purtroppo per noi (uomini) non è stato così: ancora una volta le donne ci hanno spiazzato.

Ammettiamolo pure, uno sciopero indetto e promosso dalle donne e per le donne ci provoca sconcerto e un’insopportabile irritazione. E non lo dico da testimone esterno: fino a qualche anno fa questa scelta ‘separatista’ mi avrebbe causato un impeto di rabbia a malapena reprimibile.

Il breve articolo scritto da Dario Di Vico per le pagine online della 27esimaora del Corriere della sera, intitolato Otto marzo. Perché lo sciopero «per le donne» è stato un errore e pubblicato di gran fretta nella stessa serata dell’8 marzo, rappresenta bene questo stato d’animo.

Intendiamoci, il pezzo è tutt’altro che gridato, usa ragionamenti pacati e ben formulati ammiccamenti alla difesa dei più deboli, identificati immediatamente con le donne.

Certo, gli obiettivi dello scritto sono più di uno: lo sciopero come strumento serio ma un po’ “spuntato” e in fondo minoritario, il facile populismo giornalistico sui disagi per i servizi ecc. ma qui non importa dare un giudizio su questi aspetti. A un certo punto il perno dell’articolo appare in tutta la sua pregnanza: «ha senso oggi coltivare ancora la separatezza delle donne?» e non usare la loro autorevolezza ben altrimenti, per salvare noi e il mondo dai disastri che abbiamo fatto e continuiamo a compiere? Questa dovrebbe essere la loro principale incombenza!

Ha ragione Di Vico: togliamoci subito il dente (e per un anno non ne parliamo più). Anche se il dolore rimane. Diciamocelo: quello che ci dà più fastidio è la lievità, la leggerezza pensante con cui le donne scelgono altro da noi. Ci dà fastidio che scelgano prima di tutto se stesse e le altre.

Il movimento femminista, in Italia ma non soltanto, riesce ad essere uno e tanti. Vediamo infatti che cambia restando fedele a qualcosa che c’era fin dagli inizi. Che cosa sia non è scritto su tavole di pietra, e nessuna, singola o gruppo, ne ha l’esclusiva. Pensiamo alla pratica della separazione, che segnò la rottura decisiva: per molte, oggi, comprende anche una considerazione positiva della differenza maschile, agli inizi non ci si pensava e alcune non ci pensano neanche adesso.

Però ne parliamo, ogni volta che occorre. Siamo d’accordo, infatti, che di mezzo c’è sempre quello che siamo e facciamo in pratica.

Adesso occorre che parliamo della pratica delle manifestazioni pubbliche e VD 3 ci invita a farlo con l’aiuto di Alessandra Pigliaru.

Agli inizi del femminismo la pratica delle manifestazioni pubbliche di strada fu ignorata, o criticata e respinta da molte, adottata da altrettante, come mostrano volentieri i documentari… Naturalmente, non ci siamo contate e forse, finora, sul significato delle manifestazioni per noi, non abbiamo ragionato abbastanza. Per esempio, un’assemblea come quelle di Paestum o, recentemente, di Bologna, sono manifestazioni pubbliche? Da una manifestazione pubblica di strada si può sensatamente escludere gli uomini? Le risposte non sono pacifiche perché c’è di mezzo la lotta contro la dicotomia tra pubblico e privato e per altro ancora, tra cui la significanza di corpi femminili sulla strada, in piazza. Ieri, oggi.

Ecco un argomento per la storia delle donne, da indagare: la storia delle manifestazioni femministe dai tempi di quella rivolta nella rivolta che segnò gli inizi del nostro movimento, fra gli anni Sessanta e Settanta, fino alla manifestazione di Non una di meno. E oltre.

Un padre e una figlia cercano di capire il senso della vita o meglio tentano di dare un senso alle loro vite.

In 162 minuti il film di Maren Ade svolge il tema con una costruzione narrativa spiazzante e un tono grottesco facendo emergere l’assurdità e le contraddizioni dei rapporti sociali e di potere prodotti dal neoliberalismo e mostrando la possibilità della diversità, del non allineamento, dello starne fuori mettendone a nudo i meccanismi. La regista stupisce e disorienta, sfida le possibili resistenze del suo pubblico, vuole che la sua opera sia vissuta come un’esperienza.

Lei, Ines, la figlia trentenne, è una manager di una multinazionale tedesca con sede a Bucarest ed incarna alla perfezione il modello della donna in carriera: alto senso del dovere e dedizione ai capi, puntualità e precisione, presenza costante e affidabilità, durezza e tenacia nelle sfide e nelle scelte. In una parola identificazione. Donna ambiziosa, in un ambiente di uomini, aspira al loro potere, ma è il lavoro a dominarla e il tempo della sua vita è il tempo del lavoro: nessun confine o limite nella sfera privata.

Lui, il padre, Winfried, insegnante di musica in pensione, è un burlone. E’ scherzoso, ironico, ha la battuta pronta, la presa in giro garbata e ama travestirsi, presentandosi sotto altre identità. Lo fa forse per rompere la routine della sua solitaria quotidianità. Di fatto il suo modo di essere anticonvenzionale e provocatorio spariglia la rigidità delle consuetudini e l’assuefazione nelle relazioni. E’ gentile e pronto a scusarsi e a spiegarsi se lo scherzo non è capito. La figlia lo ritiene, con disprezzo, un incapace, un superficiale, un uomo privo di ambizioni.

La svolta nel film avviene con il loro incontro: il padre la va a trovare a Bucarest, forse per un risvegliato amore paterno o per solitudine. Non si sa, come non si sa nulla dei loro passati rapporti.

Qui Winfried diventa Toni Erdmann, una folta parrucca nera e una sporgente dentiera che rende il suo sorriso imbarazzante: si presenta così alla figlia, al suo capo, ai suoi colleghi e alle due sue amiche.

E il film decolla. Mentre le domande del padre si fanno pressanti – Sei felice? Hai una vita? Che senso ha la vita che fai? Sei un essere umano? -, e le sue intrusioni nella vita di Ines sempre più farsesche e surreali, qualcosa dell’armatura di lei si incrina. C’è un momento dove lei intuisce la sua vera natura, un attimo per riconoscere e riprendere l’essenza del suo essere e fermare un istante di verità fra lei e il padre.

In competizione a Cannes 2016, Vi presento Toni Erdmann ha vinto cinque European Film Awards per miglior film, migliore regia, sceneggiatura, attore e attrice ed è stato candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero per la Germania. La regista Maren Ade (1976), anche sceneggiatrice del film e al suo secondo lungometraggio, dopo Alle Anderen, Orso d’Argento alla Berlinale nel 2009, è considerata “una dei rari cineasti che si sta adoperando per reinventare le strutture narrative, lavorando nel campo del cinema di finzione d’autore rivoluzionandolo dall’interno”. (Daniela Persico, Filmidee n°18, 2016).

I richiami al film di Marina Spada Il mio domani  (2011) sono molteplici.

Judith Butler – «L’alleanza dei corpi. Note per una teoria performativa dell’azione collettiva», traduzione di Federico Zappino, 2017, nottetempo edizioni


«L’alleanza dei corpi», pubblicato in Italia in questo febbraio 2017, è stato scritto nel 2015, cioè un anno prima della nomina presidenziale di Donald Trump: le imponenti manifestazioni di dissenso dal suo programma messe in atto da migliaia di donne a Washington e da altrettanti obiettori del Muslim Ban negli aeroporti americani dicono della grande attualità del testo. Ma a mio parere non è questa attualità il suo vero pregio quanto piuttosto la riflessione di Butler, più ricca e puntuale delle sue precedenti, sulla politica dei corpi sulla scena pubblica.

A fronte delle crisi delle democrazie e della predatorietà crescente del neoliberalismo e delle politiche delle multinazionali, Butler, nell’introduzione del saggio, analizza il processo di precarizzazione delle condizioni dell’inclusività, cioè la crescente “dispensabilità” dei singoli, di cui sono costituiti i popoli di Stati e nazioni, dalla collettività.

Ma, si chiede Butler, cos’è dispensabilità, cos’è popolo ed esiste un concetto unitario che possa definirlo o non si dovrebbe invece parlare di due popoli, quello degli inclusi e quello degli esclusi da condizioni minime di vivibilità? Torna qui il concetto di “buona vita” da lei posto, sulla scia di Adorno, in «Vite precarie» del 2013. In questione, in «L’alleanza dei corpi», non è più solo la buona vita ma la vita tout-court. Butler qui riprende e sostiene ancor più energicamente l’assunto che si possa e si debba vivere una vita giusta pur in un mondo eticamente ingiusto. In dettaglio: il liberalismo promuove retoricamente l’autonomia economica del singolo ma non la rende effettiva con alcun provvedimento economico. Il destino di chi è incapace di resistere all’urto di un’economia organizzata per lasciarlo deperire può quindi essere una precarietà che diventa estrema fino alla morte. A poter offrire speranza e soluzioni è la politica di corpi in relazioni attive e incarnate: con queste nuove reti di sostegno simboliche e materiali il corpo, in un contesto plurale, torna al centro della politica.
Gli attori sociali così stretti in contesto sono, per Butler, i soggetti genderizzati, razzializzati, esclusi. Donne, omosessuali transgender, stranieri, lavoratori precarizzati, apolidi, malati, disabili, nuovi poveri. I “dispensabili”, gli estromessi dalla visibilità e dall’accesso sulla scena pubblica illuminata. Dispensabili perché sollevati dalla “responsabilità” che è predicata dal Sistema-Stato come necessaria ai singoli cittadini per sopravvivere ma che in realtà non è sostenibile individualmente: ne sono esempio la pretesa di un’autonoma presa in carico delle cure mediche e di un alloggio – assunzioni che richiedono entrambe infrastrutture di sostegno che proprio esso Stato non garantisce. La scommessa è che i soggetti più vulnerabili e dispensabili conquistino il diritto di apparizione – il concetto è arendtiano ma sviluppato in un senso autonomo da Butler – nello spazio pubblico. Viene da domandarsi, e nel corso del testo se lo domanda la stessa Butler: il gender, la forma di femminismo a cui la filosofa ha legato le sue analisi, rimane l’agente primario di promozione del contesto solidale in cui i vari soggetti si legano in relazione, o in questa nuova teorizzazione le donne e i corpi genderizzati diventano uno dei vari agenti da collocare nel gruppo più generale dei “dispensati”? Sì, il femminismo resta il catalizzatore di ogni alleanza, lei scrive. Ed è suo compito diventare inclusivo rivolgendosi a chi è altro da sé, cioè a nuovi soggetti. La finalità è combattere la categorizzazione e la definizione con cui il maschile tenta di manipolare e modellare i soggetti – e quindi i corpi – più vulnerabili. Processo fallibile, come comincia a vedersi oggi con la fine del patriarcato. È importante il piano su cui si muove Butler; quello di un’idea di politica che mette in gioco i corpi. Mi soccorre qui l’analisi puntuale di cosa sia una pratica di relazione fatta da Federica Castelli durante la presentazione di «L’alleanza dei corpi», il 13 febbraio, al Tuba Bazar di Roma. Secondo lei la politica delle relazioni, perché incarnata, mette in atto trasformazioni che escono dall’a-priori e dal piano di diritti rivendicati in astratto. Ancora – ed è molto interessante che Butler lo dica – questo tipo di relazione non si fa semplicemente nelle piazze, che comunque ne mostrano con massima evidenza la modalità corporea. In questo contesto, la politica dei corpi diventa una nuova politica che situa fuori da quella cosiddetta dei diritti: non si scende in piazza per un diritto astratto; i diritti non si chiedono: si creano le condizioni per ottenerli e in questo modo si spostano dal piano tradizionale della politica. Le regole vengono fatte nel concreto, lavorando nel contatto, nello stare insieme ma anche nello spostare l’immaginario a partire da relazioni incarnate. Queste pratiche di relazione – e qui torno alle parole di Butler – non mirano alla costruzione di un’identità collettiva, di un “Noi” nel vecchio senso della tradizione liberale inclusiva (ed escludente) di cui ho già detto. Butler ora si misura, ed è innovativa rispetto a sue formulazioni precedenti, con una nuova idea di popolo e di populismo. Non negativo se inteso in questa radicalità: la questione, la passione sta nel dare un senso fino a ora inedito al mondo a cui di necessità apparteniamo producendo attenzione all’altro e cura; mettendo in essere responsabilità collettive e senso di appartenenza. Entrando ancor più dentro le problematiche del testo, in «L’alleanza dei corpi», Butler racconta il suo percorso dalle prime riflessioni circa i diritti delle minoranze sessuali all’analisi di che cosa sia un’alleanza e del come la si possa costruire. Se in «Questioni di genere», scritto nel 1990, lei ipotizzava la potenzialità di sovversione di determinati atti individuali, con tutto il loro potenziale non solo distruttivo ma anche creativo, rispetto alle norme di genere, ora sposta il focus dell’indagine. Se già nelle riflessioni di allora il gender segnalava, nominava, indicava la vulnerabilità della nostra condizione umana, il nostro essere esposti, sempre dipendenti da relazioni e ordini discorsivi che ci precedono e ci eccedono, ora l’indagine allarga sempre più il concetto di precarietà. «Termine intermedio che è anche, in qualche modo, un termine di mediazione» essa, per Butler, può in determinate condizioni costituirsi come luogo di alleanza tra varie minoranze o parti di popolazione più vulnerabile; tra quei gruppi di persone, talvolta perfino diffidenti gli uni degli altri se non antagonisti, che hanno poco in comune tra loro al di là di una possibile relazione. Butler resta convinta che le politiche identitarie non esauriscano la questione di cosa significhi vivere insieme nonostante e attraverso le differenze, in una prossimità «non scelta deliberatamente ma vista come l’unica istanza etica possibile». E con quella libertà che «non presuppone né produce un’identità collettiva, quanto, piuttosto, un insieme di possibilità e di relazioni dinamiche che includono forme di supporto reciproco, conflitto, rotture, gioia, solidarietà». In conclusione, dal movimento Occupy alle proteste di Atene, dalle cosiddette “primavere arabe” al Parco Gezi di Istanbul, alle rivolte di Ferguson, dalle mobilitazioni queer a quelle degli immigrati, la tesi di Butler è che negli ultimi anni, dal 2011 in poi, all’interno di lotte democratiche, questi raduni possano esprimere forme di resistenza e solidarietà radicali da cui emerge una nuova idea di “popolo”. Non omogeneo, non unitario, non includibile in un falso universalismo ma portatore di differenze incarnate e di una finalità d’intenti. Un popolo di diversi in alleanza che interroga cosa sia l’etica che sottende il patto sociale.

Sin dai tempi di Aristofane i fantasmi evocati da uno sciopero delle donne turbano profondamente l’universo maschile. La proclamazione, da parte di donne di tutto il mondo, di uno sciopero della produzione e della cura per il prossimo 8 marzo (cui, a differenza di quello evocato dal commediografo ateniese, si possono aggiungere gli uomini), sembra aver risvegliato questi fantasmi.

Nel mio posto di lavoro, un’università milanese, le reazioni degli uomini sono le più diverse ma ripercorrono sentieri ben conosciuti.

Qualche giorno fa un uomo scrive alla mail del collettivo che gestisce l’attività della FLC-CGIL in ateneo, chiedendo cosa si pensa di fare per l’8 marzo: aderire e sostenerlo o no?

La discussione è subito rovente: c’è chi riduce lo sciopero a un illusorio “vogliamo tutto”, chi lo ritiene uno svilimento dello strumento, altri (e qualche altra) vogliono mettere in primo piano lo sfruttamento di tutte/e tutti. Si riaffaccia nel dibattito la priorità della contraddizione di classe sulle altre, in primis quella di sesso. Queste reazioni mi sconcertano e tutta la discussione rischia, come spesso accade, di degenerare in uno scontro tra uomini.

Alcune donne della FLC-CGIL ripercorrono la trama di relazioni, da loro stabilite nel tempo, per sostenere lo sciopero, o almeno per discuterne civilmente e non farlo diventare una nuova occasione di guerra tra uomini. E cercano di valorizzare, come dice una mia collega e amica, l’impresa che le donne sono riuscite a realizzare: far convergere, su rivendicazioni non strettamente “sindacali”, organizzazioni che quasi non si parlano.

Questa scadenza e la discussione che ne è scaturita mi appassionano ma, allo stesso tempo, m’interrogano: come agire? Riconoscendo l’autorevolezza di queste donne, lasciando parlare la loro competenza nelle relazioni, autolimitandomi nelle discussioni e cercando più di porre domande che di affermare. Perché nella mia vita e nelle mie pratiche, sindacali e non, mi rendo sempre più conto che sono le donne, non l’insieme indeterminato ma, per dirlo con Angela Putino le singolarità incarnate e sessuate, a saper leggere quello che succede aprendolo verso un possibile cambiamento.

Negli anni ’70 e ’80, molte di noi, me compresa, ci trovammo attraversate da ideali ed energie incredibili, oggi intraducibili con le immagini e gli slogan che vanno per la maggiore. Più che domande, pretese che spinsero molte di noi, un po’ da sole, un po’ con altre, organizzate oppure no. Intuivamo, ma non era chiaro, volevamo rompere schemi ideologici e culturali che avevamo deciso non avremmo sopportato oltre. E adesso, cosa c’è nell’aria, qual è il vento del cambiamento che ci gira attorno, di cosa sentiamo il profumo che prima non era dato sentire?

La testimonianza di Traudel Sattler, all’ultima riunione per Via Dogana 3 (Voilà, #VD3, 20 gennaio 2017), mi ha commossa e mi ha confermato nell’idea che, le connessioni attraverso cui il cambiamento auspicato può avvenire, sono davvero inimmaginabili.

Riflettere insieme, testimoniare, sempre partendo da sé, non scordare il convincimento profondo che ci sprona a interessarci della realtà senza accettare la sottomissione al pensiero convenzionale, rimanere attive nella pratica di esistere sapendo quanto sia importante non credere di avere dei diritti, tutto questo in me ha generato una necessità di stare in dialogo con ambiti di realtà non immediatamente contigui.

Mi riferisco all’impegno di continuare negli ultimi dieci anni il dialogo con le donne della Libreria di Milano e le donne del Gruppo di Tetuan, per condividere, riflettere, scrivere in un transito continuo tra quelle due realtà. Ciò ha avuto una ricaduta importante sulla mia evoluzione personale e sulla mia pratica professionale che da vari decenni svolgo in ambito clinico, indifferentemente con donne e uomini, famiglie, coppie.

Un confine non certo banale quello da me scelto, oltre la mia pratica clinica, in Marocco con professioniste marocchine e altre provenienti da diversi paesi europei, a riflettere insieme sui temi che riguardano il ruolo della donna nella famiglia islamica.

Anche nel gruppo di Tetuan ci si interroga sui nuovi traguardi da figurarci come donne, per un futuro che non sia lontano mille anni, uno spostamento a cui poter prendere parte mentre siamo in vita e con gli apprendimenti guadagnati in anni di pratica di esistenza. Assieme agli altri, perché da soli raramente si lascia traccia. Donne di anima e di pensiero, attente alla differenza di genere e all’alleanza possibile tra donne e non solo queste, si intende con gli uomini che vogliono bene alle donne, data la ricchezza che da ciò, oggi, potrebbe venire.

Mi domandavo, anche prima della relazione di Traudel, come incontrare le altre che sono ovunque e senza saperlo attendono che qualcuno le sfiori, spostando il loro sguardo verso un altro modo possibile di leggere la realtà in cui sono, siamo immersi. Grazie alla sua testimonianza ho ricordato vividamente che alcune cose importanti a livello personale, ma anche collettivo, possono avvenire al di là delle nostre intenzioni consce. E a questo proposito mi viene in mente la dott.ssa Amina Bargasch del gruppo di Tetuan la quale sostiene l’importanza di saper costruire e decostruire la realtà attraverso un movimento di pensiero e di pratica che ci permetta, mettendo dentro anche noi stesse, di avvicinarci alle realtà.

Lei nella sua grande esperienza di psichiatra e psicoterapeuta della famiglia, di profonda umanità e capacità comunicativa, ha trovato una modalità per continuare a parlare a un pubblico ben più vasto di quello che può arrivare nel suo studio. Lei parla a una radio che trasmette solo in lingua araba raggiungendo una vastissima area geografica. Arabo, per loro la lingua dell’origine, quella prima dell’occupazione francese, l’arabo è la lingua che le permette narrazioni comprensibili alle masse più estese e i temi che tratta possono riguardare argomenti tipici ma anche no, intendo temi che normalmente, anche da noi, potrebbero essere considerati tabù. Per esempio: la prostituzione, l’incesto, i bambini che maltrattano i genitori, l’enuresi di uomini adulti, l’importanza del padre nell’educazione dei bambini anche quando i padri sono lontani per lavoro o in prigione per reati politici o di ordine pubblico. Durante le sue trasmissioni radiofoniche che vengono date una volta di pomeriggio e una in ore notturne, ci sono gruppi di ascolto di donne, ma anche di uomini, anche di uomini in carcere. E intanto passano messaggi di libertà, di diritto a sapere da dove viene una sofferenza profonda, molto diffusa nelle famiglie su un territorio estesissimo, transnazionale ma tutto di lingua araba.

Anche per lei l’inizio fu casuale, come ebbi occasione di scrivere qualche anno fa in un articolo per Via Dogana, poi però ha fatto delle cose per favorire che ciò che era accaduto per caso – aveva partecipato come ospite ad una trasmissione radiofonica – venisse sostenuto, guidato dalla buona relazione con i responsabili di quella trasmissione e poi tutto il resto.

La domanda con cui voglio terminare è come aiutare il caso, i casi che testimoniano cambiamenti in atto. Per esempio questo inatteso interesse da parte del gruppo francese incuriosito non solo a tradurre, ma a capire intimamente il periodo in cui Non credere di avere dei diritti nacque, come esso nacque, ma nel contempo, quel gruppo di donne e uomini sta inventando un metodo che si preannuncia di raffinata complessità e che permetterà a un testo scritto decenni orsono di nascere a nuova visibilità per un pubblico di lettori e lettrici che prima non esisteva.

Come aiutare il caso, visto che docenti di italianistica all’estero proprio recentemente hanno domandato di avere contatti con la Libreria delle Donne di Milano?

Penso, quando Non credere di avere dei diritti sarà circolante in francese con la narrazione di come è stata l’esperienza del gruppo di traduttori e il fitto dialogo con le autrici di un tempo, i loro “Aiuta” ecc. ecc., il mio gruppo di Tetuan dove c’è anche una collega canadese di lingua francese e le altre di nazionalità svizzera ma di lingua francese e le altre arabe ma con la conoscenza della lingua dell’antico occupante, il francese, tutte loro e chissà quante altre, potranno conoscerlo.

Nel trasporre cinematograficamente il complesso e bel romanzo di Maylis de Kerangal Riparare i viventi (Feltrinelli, 2014) che fu un caso editoriale alla sua uscita in Francia, la regista Katell Quillévéré, fin dalle prime e intense scene, enuncia il suo intento: farne un’ode alla vita.
E di fatto le immagini iniziali di un gruppo di giovani appassionati di surf che sfidano gioiosamente la potenza del mare, immergendosi nel suo abbraccio infido, facendosi travolgere da vortici e cascate d’acqua, cavalcando le onde grigio-azzurre, fra incoscienza e consapevolezza, lasciano senza respiro e trasmettono efficacemente l’idea della bellezza e della vitalità.
Preludono anche, in quell’atmosfera di rischio e di pericolo, all’imminenza del dramma che li colpirà sulla strada del ritorno verso casa e che per il diciannovenne Simon sarà fatale.

Se già nel romanzo le parole non erano state a volte sufficienti come schermo in una narrazione esplicita, filmare il trapianto di un cuore – il dolore di una morte, le intense e frenetiche ventiquattrore di attività medica, documentate puntualmente quasi minuto per minuto, l’incerta e sofferta attesa di Claire, la donna che lo riceverà – diventa una sfida che si fa questione scottante come violare un tabù.

Significa raccontare il mistero che contrappone le più sofisticate tecniche della chirurgia moderna alla questione della sacralità del corpo umano, toccare il tema «della vita e dove finisce e in quali parti è collocata simbolicamente» e di come reagiamo di fronte alla morte per «trasformare l’oltraggio e il dolore che essa ci costringe a provare», come spiega la regista in alcune interviste. È voler trasmettere l’idea del flusso ininterrotto di sangue che da una vita che si sta spegnendo passa a un’altra che sta rinascendo. Un dono immenso che non esige scambio di cui la madre di Simon, Marianne, si fa generosa e tragica mediatrice, in un gesto d’amore che è il desiderio umanissimo di trasformare la morte del figlio.
Vuol dire descrivere un legame inestricabile fra simbolico e fisico, tra scienza e l’inconoscibile, l’inspiegabile di una vita che fluisce da un essere umano ad un altro e della catena di azioni e relazioni che questo mette in moto.
È una narrazione coinvolgente quella proposta dalla regista, riuscendo a mantenere comunque la giusta distanza da emozioni che per il pubblico potrebbero essere eccessivamente condizionanti. Anche puntigliosa nel rispettare il romanzo nella sua dettagliata descrizione dei vari passaggi che un simile intervento richiede e dove i gesti della cura sono attentamente sottolineati, messi in primo piano dal movimento delle camere, come la gentilezza e la delicatezza dei chirurghi che si accostano all’intervento come ad una cerimonia.
Presentato alla 73a Mostra del Cinema di Venezia, Riparare i viventi è il terzo lungometraggio della regista francese che ne ha curato anche la sceneggiatura.

Per il momento, io resto fedele alla dizione “femminismo della differenza” e lo spiego così: la differenza sessuale è, fin dall’origine. C’è la differenza femminile e c’è la differenza maschile.  L’una e l’altra si fondano sul rapporto originario con il corpo materno. È questa consapevolezza che voglio conservare e, se possibile, tramandare perché fa ordine simbolico.

Io, donna, sono nata con un corpo uguale a quello di mia madre, un corpo predisposto in un certo modo alla riproduzione umana; tu, uomo, sei nato con un corpo diverso da tua madre e una diversa disposizione alla riproduzione. È ancora vero, infatti, che una nuova creatura nasce da un ovulo femminile e da un seme maschile, a meno che non ci arrendiamo agli scenari disumanizzanti delle tecnologie riproduttive così entusiasticamente sostenute dal mercato. La biforcazione originaria, declinata in modi diversi nel tempo e nei luoghi, è produttrice di significati e a questa declinazione ciascuna/ciascuno cerca di partecipare.

Queste cose sono del tutto chiare, ad esempio, alla mia giovane nipote, laureata, disoccupata con lavori precari, che non si dichiara femminista (ma nemmeno antifemminista), ma è convinta che nascere con un corpo di donna o di uomo “fa la differenza” e interpreta femminicidi e violenza contro le donne come una rivalsa di uomini che non accettano la libertà femminile.

Più di questo non ho da dire sulla differenza sessuale che, a livello simbolico, io interpreto come un significante più potente e davvero universale che può spodestare, e già lo sta facendo, il buon vecchio “Fallo” della tradizione psicoanalitica. Forse per questo gli uomini fanno fatica a capirla nelle donne e a riconoscerla per sé. Quanto alle giovani generazioni, ciò che vedo, e temo, è che la scelta dell’oggetto d’amore sessuale, la manipolazione del corpo e del genere sessuale si riducano a essere le uniche “libertà” concesse da un sistema globalizzato sempre più rigido e oligarchico (ma accattivante), che con le sue ferree “leggi” economico-finanziarie spacciate per naturali, è disposto a concedere molto sul piano dei diritti sessuali, ma pressoché nulla negli altri campi: disoccupazione, lavoro, istruzione di qualità, disuguaglianze crescenti, partecipazione alle decisioni fondamentali per una buona convivenza umana, marginalizzando, quando non escludendo del tutto proprio le giovani generazioni e quote sempre più estese di popolazione.

Contributo in versione scritta all’incontro di Via Dogana 3: Dal 13 novembre 2016 al 15 gennaio 2017 senza soluzione di continuità. Come può il vecchio Principe Femminismo risvegliare la sempre Giovane Voglia di cambiare il mondo, la quale dorme della grossa (o finge),  nonostante l’orribile chiasso che si sente?


Questa versione non rispecchia quella orale del quindici gennaio.


Di Lia Cigarini 13 novembre, ho tenuto presenti diversi punti. Nella parte finale lei dice: a suo tempo abbiamo espresso la nostra radicale rottura dall’ordine costituito (patriarcato) con questo motto: “noi donne siamo altrove e altrimenti”; ma io, Lia, molto presto ho eliminato l’altrove (la separazione) per mantenere l’altrimenti nella concezione della politica.

Mi colpisce, nel passaggio di Lia, una certa somiglianza con la storia dei cattolici che, spinti da don Sturzo, decidono di impegnarsi nella politica ufficiale dello Stato italiano.

Se ho capito bene, si tratta di trasferire nell’altrimenti anche la forza che c’era nell’altrove. È possibile? mi chiedo. Non ci abbiamo mai lavorato.

Leggere il presente, era e rimane il proposito delle ultime redazioni allargate di VD3. Nel presente si può leggere, a livello globale, che i rapporti tra donne e uomini stanno cambiando. Mutamento epocale e globale che si alimenta da un desiderio implacabile di donne per stare meglio. Non è contro gli uomini, se questi trovassero la strada per significare la propria parzialità (non tanto dirla, ma significarla: farne un segno) e allearsi così con l’Altro che è donna (titolo da me rubato a Riccardo Fanciullacci) per arrivare a un senso libero della differenza sessuale.

Che posto ha il femminismo in questo mutamento? Nel contributo del 13 novembre Lia afferma che le donne sono in movimento da cinquant’anni, “le donne e non le femministe”. Sono d’accordo, naturalmente la conta degli anni è approssimativa, potrebbero essere cinquecento. Di quel movimento tellurico il femminismo è stato manifestazione, interpretazione e spinta in avanti. Adesso, cos’è? Comunque, non confondiamoli.

“Sempre più donne si dichiarano femministe”, dice Lia. Bene, ma attenzione. La assimilazione del femminismo nella cultura diffusa è un progresso che rispecchia anche un ridimensionamento. Una parte dell’altrimenti si è perduta nell’integrazione femminile a base di quote e dispositivi simili; l’altrove si è spesso cambiato in un comodo recinto, tipo women’s studies

Il Non credere di avere dei diritti rende felicemente il momento della scommessa femminista che non era vinta, ma era efficace. La posta in gioco era vivamente sentita, stavamo cambiando in meglio la condizione umana femminile.

Al centro del paesaggio che ci circonda, oggi, ho pensato di mettere quel gruppo di giovani persone, donne e uomini, che, volendo arricchire la cultura politica del tempo presente e indagando sui movimenti dell’Autonomia anni Settanta-Ottanta in Italia, incontrano Non credere di avere dei diritti (apparso in Italia nel 1987, sempre tenuto in catalogo dall’editore Rosenberg & Sellier, tradotto in tedesco, spagnolo e inglese). Le sorprende non poco il fatto che il libro non sia stato tradotto in francese (e decidono di farlo loro), e ancor più che non abbia a che fare con l’Autonomia, ma con il femminismo. Il racconto di Traudel riferisce anche un altro motivo di sorpresa. Ed è quando scoprono che le donne della Librairie des femmes di Parigi non corrispondono a quello che ne diceva il nostro libro, ma sono diventate femministe “normali” e riconoscibili, per cui, ad esempio, fanno campagna per una legge che abolisca la prostituzione.

Una giornalista mi ha chiesto: “perché le giovani generazioni respingono il femminismo?” Lo respingerei anch’io se fosse quello che ne dicono i media, le ho risposto.

Noi che facciamo capo alla Libreria, teniamo ferma la scommessa degli inizi, che era di mettere in luce e d’indicare al movimento delle donne qual è la posta in gioco e di salvaguardare la sua grandezza. A essere femministe, oggi, femministe vere, si incontrano delle contraddizioni, di quelle vere, che si fanno sentire dolorosamente quando ci tocca affrontarle a distanza ravvicinata. Ci sono per fortuna anche delle sorprese che danno conferme inattese, come questa della traduzione francese. Nel suo intervento del 13 novembre Lia ci ha assicurato che non sono poche.

A proposito di giovani persone, che cosa significa la mobilitazione intorno alla sigla lgbtq… che continua ad allungarsi come un serpente? C’è stata, da parte nostra, una certa dose d’incomprensione. La critica di essenzialismo rivolta al cosiddetto femminismo della differenza era sbagliata ma bisognava capirla.

Il femminismo della differenza (torno sulla questione) è stato interpretato come se la differenza fosse tra due entità già costituite, uomo e donna. No, la differenza è in: in me, in te, a causa della sessuazione, il vivente che si biforca ai fini della sua riproduzione. Il punto di partenza è questo non-uno. Poi, quando il vivente diventa parlante e pensante, comincia l’interpretazione del reale: comincia la storia. I generi sessuali sono interpretazioni che cambiano con la cultura e nella personale esperienza. Perciò il serpente si allunga e potrebbe allungarsi all’infinito. Se ci pensiamo meglio, in quella forma di etichette in fila c’è la ricerca di un senso libero della differenza sessuale…

M’interrogo perciò se sia il caso di continuare a usare la formula del femminismo della differenza. La condivido, ma la sua comprensione non è facile e chiude la porta ad altri linguaggi. Non intendo, ripeto, rinnegare il pensiero della differenza sessuale con il suo due di base. Ma si può rinunciare a una certa formula se mette in difficoltà chi cerca di pensarsi liberamente nella fedeltà alla propria esperienza. Che fu il movente della rivolta. Lia ha suggerito di chiamarlo piuttosto femminismo delle origini. Il luogo delle origini è vuoto, dicono. Sì, può essere, ma vuoto per fare posto ai grandi desideri.

Comincio riprendendo il filo di Lia Cigarini all’ultima redazione aperta di VD il 13 novembre scorso. Nella sua lettura del presente, Lia aveva fatto notare che oggi sempre più donne si dichiarano femministe: scrittrici, artiste, registe, giornaliste…, e che le sembrava che tutto ciò c’entrasse molto col pensiero della differenza. Mentre i media riferivano che le giovani donne dichiaravano che il femminismo aveva avuto molti meriti ma che oggi a loro non aveva più niente da dire. Eppure, ha ricordato Lia, oggi accade che negli Stati Uniti traducano L’ordine simbolico della madre e in Francia Non credere di avere dei diritti. E a Londra una riunione di cinquanta giovani donne ha discusso del femminismo italiano, ritenendolo, appunto, più fedele alla rivolta degli anni Settanta.
Io posso aggiungere che Non credere di avere dei diritti lo leggono anche a Berlino, sono stata invitata nel mese di luglio dell’anno scorso: anche lì erano giovani donne che in questo libro hanno trovato indicazioni per la loro pratica politica. E pochi giorni fa ci è arrivata una richiesta da Zurigo: alcune giovani ci propongono di venire a Milano per uno scambio. Altre ancora ci hanno trovate, sempre attraverso questo libro: una ricercatrice dal Canada, un’artista australiana…

Dico tutto questo non per fare del trionfalismo: sono convinta che è accaduto non per caso. Il pensiero e la pratica della differenza, la pratica di parola, l’importanza del simbolico, vengono intercettate. Soprattutto da chi sta cercando… cercando magari una cosa per scoprirne un’altra.

E così è accaduto che quasi esattamente un anno fa, domenica 17 gennaio 2016, ci siamo trovate qui al Circolo della rosa (alcune fondatrici della Libreria delle donne, Lia Cigarini, Giordana Masotto, Silvia Motta, Luisa Muraro, poi io) con un gruppo di giovani francesi che stavano cercando qualcosa: si presentavano come «collettivo franco-italiano», giovani donne e uomini «che vivono in varie città della Francia e che hanno in comune il desiderio di legare riflessione politica e pratiche rivoluzionarie».
Avevano scoperto Non credere di avere dei diritti facendo una ricerca sull’Autonomia italiana negli anni Settanta. Raccontano: «Siamo rimasti colpiti dal processo di ricerca raccontato nel libro … che rimette continuamente in discussione le scelte politiche fatte e assunte collettivamente. Soprattutto ci ha interessato una forma di politica che mischia vita vissuta e lotta politica. Ci è sembrato strano che questo libro non sia già stato tradotto in lingua francese perché parla spesso dei legami con la Francia e dei rapporti tra femministe italiane e francesi. E quindi fa luce sulle dinamiche di circolazione del pensiero politico e sulla condivisione delle pratiche di lotta durante gli anni Settanta».

Così hanno deciso di tradurre il libro e di chiedere un incontro con noi.

Io mi sono sentita subito coinvolta in prima persona, perché avevo tradotto Non credere in tedesco, nel lontano ’88, e poi avevo accompagnato il libro, con altre della Libreria, in Germania, creando moltissimi scambi che durano nel tempo. E poi perché parlo il francese, più o meno…

In occasione di quell’incontro, un anno fa, avevamo chiesto di poter rileggere la traduzione francese prima della pubblicazione e di restare in contatto. Dopo poco tempo sono arrivate una serie di email con oggetto «aiuta!» con richieste di chiarimenti per alcuni concetti difficili da afferrare. Ci siamo messe a rileggere la loro traduzione, Luisa Muraro una parte, poi Silvia Baratella e io. Io e Silvia ci siamo anche appassionate a seguire passo passo i capitoli, con grande sorpresa del collettivo di traduzione che non si aspettava una rilettura così approfondita ma hanno accettato, per questo motivo, di rimandare la pubblicazione. Hanno accolto i nostri commenti, hanno espresso stupore quando non eravamo d’accordo con l’accostamento della Libreria all’Autonomia degli anni ’70 ma poi l’hanno accettato l’obiezione.

Il libro è stato tradotto a più mani, maschili e femminili, come spiegano nella prefazione, che invece è stata scritta dalle sole traduttrici e rispecchia le intense discussioni che hanno accompagnato il lavoro di traduzione.

Vorrei riprendere alcuni pensieri da questa prefazione che mi sembra una interlocuzione molto interessante da parte di una generazione che viene dopo di noi e che cerca di leggere questo libro alla luce del presente.
Il testo è bellissimo perché racconta il processo di trasformazione che il libro ha innescato in loro man mano che lo stavano scoprendo e traducendo. Senza sapere che cosa avrebbero trovato sono andate a cercare in Non credere di avere dei diritti qualcosa di importante che il femminismo interroga e che invece era rimasto insignificante nelle loro pratiche politiche.
Le loro esperienze femministe precedenti, infatti, non avevano soddisfatto questa ricerca. “Navigando” nel femminismo avevano trovato degli ostacoli: il primo era il considerarsi una donna. Questa cosa le rimandava soprattutto all’identità femminile comunemente considerata, un’idea astratta e asfissiante, e così alcune di loro avevano preferito cancellare la differenza sessuale, renderla insignificante, per lottare nei contesti che i francesi chiamano “mixité”, contro le identità e le norme sessuali. Questo aveva dato loro sì una certa libertà, tuttavia a qualcuna è venuto il dubbio di aver abbandonato, con questa scelta, un terreno di lotta.
Un altro ostacolo rispetto al femminismo così come l’avevano conosciuto era il fatto di non riconoscersi nelle figura delle donna oppressa che questo femminismo proponeva.
Alcune di loro avevano anche fatto esperienze con gruppi, spesso gruppi di donne, che lavoravano sul corpo e la medicina.

Poi hanno incrociato Non credere di avere dei diritti.

Raccontano che hanno affrontato il testo non senza una certa sfiducia: temevano l’essenzialismo. Per scoprire invece che «queste donne [le autrici] procedono in una maniera che resiste a ogni essenzializzazione perché si sono impegnate a non dire niente che non sia stato sperimentato a lungo», poi perché non si parla mai in nome di altre e soprattutto perché non si definisce mai la differenza sessuale, non le si dà un contenuto.
In questo approccio trovano come degli elementi di un metodo per significare la differenza, anche se “metodo” non è la parola giusta, comunque un’ispirazione per futuri passi. E percepiscono una «nuova libertà»: dire che sono una donna arricchisce la categoria donna della nostra propria singolarità, invece di rinchiuderci all’interno di una categoria preesistente.
Ed è proprio l’arricchimento del proprio universo simbolico che toglie lo sguardo dall’oppressione maschile e dai torti subiti, senza comunque negarli. Le traduttrici si rendono conto che ciò permette anche «una certa generosità nei confronti degli uomini», l’idea che esista un desiderio maschile non legato alla dominazione. E precisano subito che non si tratta di un credito concesso agli uomini, «ma una fiducia data a noi stesse, alla nostra capacità di stabilire con loro una relazione giusta – giusta nel senso di justesse e non di justice».
Qui leggono un’apertura del significato di differenza, cosa importante per la lettura del libro oggi: «Ci siamo più volte urtate con la difficoltà di dare seguito al loro insegnamento, e siamo consapevoli che non è possibile leggere questo libro nella stessa maniera come all’epoca della sua pubblicazione, ignorando l’apertura del femminismo ai movimenti transgender. Nonostante tutto vogliamo credere che le loro esperienze possano essere lette al di là di una differenza che resterebbe esclusivamente femminile, anche se non possiamo prevedere se questa impresa riuscirà. Questa speranza ci viene dal fatto che il pensiero della differenza, secondo la nostra lettura, ci sembra incompatibile con l’idea di un’accumulazione di ritratti autonomi di ogni differenza: ognuna di queste differenze ci sembra essere invitata a mettersi alla prova dei contatti con l’altro».
Ho sottolineato “insegnamento” e “vogliamo credere” perché man mano si addentrano nel testo si capisce che alla sfiducia iniziale subentra la fiducia, più volte parlano di “insegnamento”, “lezione”, “credere”, “vogliamo credere”: danno fiducia a queste parole, a questa pratica.
L’interazione con il testo si sviluppa in un processo che chiamano «mise en abyme», espressione che indica il rispecchiamento di una macrostruttura in una microstruttura, una storia che si riflette in un’altra storia, all’infinito: «Ci aveva convinto l’affermazione secondo la quale la nostra libertà non poteva essere acquisita se non a prezzo del pagamento del debito simbolico nei confronti delle donne che ci hanno preceduto, e sapevamo che la traduzione di questo libro costituiva già una prima pietra che noi abbiamo posato per la nostra genealogia femminile».
Io mi sono riconosciuta in queste parole, era successo anche a me: oltre al piacere della traduzione, oltre al guadagno che ho avuto in termini di nuovi contatti politici e alla soddisfazione di portare qualcosa di importante nel mio paese di origine, c’è stato questo senso della restituzione.
Interloquendo con il testo, le traduttrici parlano anche di “eredità”, e sottolineano che un elemento del quale si assumono pienamente l’eredità è il legame tra vita e politica: anche «se è vero che il detto il privato è politico di allora va riguardato davanti alla colonizzazione progressiva della sfera privata, oggi bisognerebbe chiedersi piuttosto cosa significa per la vita privata di essere politicizzata».
Infatti, si chiedono come reagire al fatto che oggi libertà e differenza vengano fagocitate dalla politica e dal capitalismo à la Mc Donald. Che la differenza sembra addirittura «costituire il combustibile della fabbrica democratica», oppure viene inglobata in nuove identità sociali, dove l’identità è ridotta a un questionario a scelte multiple, come sulla pagina Facebook dove il tuo profilo è ridotto in caselline, e ogni novità viene subito inglobata «per affinare la matrice universale».
Qui siamo esattamente alla questione che Giordana Masotto aveva posto nel suo contributo all’ultimo incontro di Via Dogana, quando ha affermato che libertà è una delle parole più usate e consumate nel nostro tempo, e che la differenza sessuale rischia di annegare nel mare della diversity.
Cercando, traducendo e discutendo, il collettivo ha trovato elementi di risposta nel libro stesso: nella proposta politica di una libertà che loro chiamano «libertà rivoluzionaria» e che resiste alla cattura perché si basa sulla relazione. La libertà relazionale come baluardo contro lo scippo.
Ma la “lezione” del libro ancora più sottile che hanno trovato, è la necessità della mediazione che significa un aprirsi all’altro. Tutt’altro che cercare di trovare un equilibrio, anzi è un rischio, ci vuole il gusto del rischio. «L’atto rivoluzionario più profondo è quello di accettare l’imprudenza necessaria alla mediazione.»

Ora che il libro è pronto hanno pensato giustamente che non lo possono affidare semplicemente al mercato senza accompagnarlo: subito hanno cominciato a programmare una serie di incontri di presentazione in varie città della Francia, a partire dalla Libreria delle donne di Parigi. La Librairie des femmes fa parte della storia del femminismo francese e il legame storico con il libro italiano è evidente, anche se «non abbiamo trovato nessun legame attuale con Non credere di avere dei diritti, il che ci ha molto sorpreso – ci scrivono in una email le traduttrici – visto il bellissimo passaggio del libro che racconta “l’incontro con le francesi”. Ci siamo dette che la presentazione di questo libro darà sicuramente luogo a una discussione appassionante, ma non sarà sicuramente facile. Voilà».


Introduzione all’incontro di Via Dogana 3: Dal 13 novembre 2016 al 15 gennaio 2017 senza soluzione di continuità. Come può il vecchio Principe Femminismo risvegliare la sempre Giovane Voglia di cambiare il mondo, la quale dorme della grossa (o finge), nonostante l’orribile chiasso che si sente?

Dal 13 novembre 2016 al 15 gennaio 2017 senza soluzione di continuità


La redazione ristretta di VD 3 ti invita alla prossima redazione allargata, il 15 gennaio 2017, e ne anticipa il tema, senza escludere proposte alternative.

Il luogo è lo stesso, Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano (nei pressi di Piazza 5 Giornate), tel.: 02 7000 6265, e anche l’orario: alle 10 del mattino fino alle 13.45 circa, con invito a fermarsi per il brunch che seguirà.


Questo il tema che proponiamo, riassunto in un linguaggio fiabesco:


Come può il vecchio Principe Femminismo risvegliare la sempre Giovane Voglia di cambiare il mondo, la quale dorme della grossa (o finge),  nonostante l’orribile chiasso che si sente?


Al tema introducono i materiali del 13 novembre 2016, ubblicati nel numero di Via Dogana 3 Che ne è delle donne dopo quarant’anni di movimento femminista?.


L’introduzione è affidata a Traudel Sattler e Luisa Muraro.

Care amiche di VD3

1) È vero – come ha detto Lia Cigarini – che le donne fanno tutto e sono dappertutto. Questo però non porta alcun vantaggio alla qualità della mia vita. Anzi: spesso il modo di mostrarsi delle donne che hanno maggiore visibilità “pubblica” mi crea disagio. Certo sono donne, come me. Loro ci sono, la differenza sessuale non lo so se c’è.

In molti casi quello che vedo non mi parla di “senso libero della differenza sessuale”, l’espressione di Luisa Muraro che voglio imparare a adoperare, perché è più adatta a questo tempo rispetto a libertà femminile (non fosse altro perché è una espressione nella quale possono riconoscersi anche gli uomini che vogliono farlo, e quello degli uomini è un problema che non vedo come possa essere tralasciato: mi sembrano a volte sì sofferenti, ma non pietrificati né privi di desiderio).

Questa più visibile presenza femminile sulla scena pubblica mi parla al contrario di una sorta di indifferenziato: forse il modello a cui si ispirano molte di queste donne – non tutte – non è più quello maschile, ma un qualcosa supposto buono in generale, all’interno del quale il corpo non ha senso. Il che ovviamente significa che ne ha moltissimo, forse più che mai, ma non se ne deve parlare.

2) All’espressione “libertà femminile” comunque sono attaccatissima: perché la libertà è erotica. Quello che vorrei essere capace di raccontare/trasmettere a donne più giovani di me, è proprio la sensazione che ho provato tutte le volte che mi sono sentita libera. Tutte le volte che mi è riuscito di fare libertà per me stessa e per un’altra: a questo che ho vissuto non rinuncerei per nessuna ragione al mondo. Essere libera, essere viva. Mi emoziono quando ci penso e ne parlo. Non ho mai smesso di provare a farli esistere, quei momenti lì. E non riesco a capire perché di questa preziosissima esperienza (soggettiva, ma è quello che fa cambiare il modo in cui puoi stare al mondo), sembra che adesso molte donne più giovani di me non ne abbiano bisogno. Eppure sono convinta che se va perduto questo aspetto non si può fare altro che ricascare nella logica del fine che giustifica i mezzi. Ma non c’è il fine (non si va mai dove si crede di stare andando: se non ce lo ha insegnato la storia del Novecento non so che altro ce lo possa insegnare) e non ci sono i mezzi. Come diceva la mia Rosetta: c’è solo l’esistenza (perché la vita è in prestito) e quindi c’è da cercare la propria esistenza meglio che si può, sapendo della morte.

3) Che fare a questo punto? Penso anch’io che le teorie e pratiche queer e dintorni siano “vincenti” in questa fase. La questione della libertà c’entra molto anche in questo. Vince, mi pare, una interpretazione della libertà come allargarsi “all’infinito” delle possibilità e non come legame strettissimo con la necessità. Per me, nata nel 1951, la scelta è stata: o riesco a dire io che cosa è una donna, oppure stare al mondo non mi interessa. Semplice. Per le donne giovani adesso è diverso: una parte di quel che c’era da fare è stato fatto. Perché quei due aspetti della questione della libertà (possibilità/necessità) si sono disconnessi e sembrano quasi diventati alternativi? Se questo accade, a me viene da chiedermi dove sia stato l’errore. Mio, delle donne che pensavano come (e molto meglio) di me. Sono tutt’altro che soddisfatta: ascolto con interesse chi – come ad esempio Laura Colombo – chiede un supplemento di lavoro sulla questione del potere. Non sottovaluto questo aspetto. Eppure: è proprio impossibile che l’erotismo della libertà possa essere più forte di quello del potere?