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Premessa personale. Sento l’esigenza, probabilmente dettata dall’età, di fare il punto, del bilancio. Come molte qui, io sento di essere nata – alla vita, alla parola, alla politica – con le donne. Prendo in prestito una frase ben nota di Clarice Lispector. Nella Passione secondo G.H., nella parte iniziale, lei conclude un ragionamento dicendo: «se progredisco nelle mie frammentarie visioni, il mondo intero dovrà trasformarsi perché io possa esservi inclusa.» La frase è molto famosa. Mi è venuta in mente in questo mio tentativo di ri-considerare le mie esperienze: mi sono resa conto che in fondo ho sempre sentito che, se progredivo nella mia ricerca di libertà e insieme nella mia voglia di stare nel mondo, questo avrebbe fatto la differenza.

Adesso vedo che le cose sono assai più complicate di così. In sostanza adesso direi: se vuoi che il mondo intero si trasformi perché c’è la libertà delle donne, un fatto inedito nella storia, non è sufficiente starci alla propria misura. Se io cerco di starci alla misura della mia consapevolezza, che è in divenire, non è vero che il mondo cambia. Cambia certo, e molto, ma non si mette in atto quella trasformazione profonda alla Carol Pateman, non cambia con la radicalità che io vorrei. Questo per me mette in discussione il modo in cui sto (sono stata) nei contesti. Non è sufficiente starci alla propria misura. Questo è il mio bilancio.

Perché – e questa è l’altra cosa che mi preme dire – siamo troppo sole là fuori. Anche quando le donne si mettono insieme perché sentono che ragionano e stanno meglio con altre donne vicino, anche allora siamo troppo sole. I muri non crollano, o parlano un’altra lingua e la tua voce si disperde nel nulla, o ti valorizzano ti risucchiano e ti assimilano. E io voglio dare ascolto anche a questa solitudine, ai costi. E farne tesoro.

Anche perché nel frattempo il mondo è cambiato in una direzione di individualismo spinto e di esaltazione della “libertà” dell’individuo che complicano enormemente tutta la questione. In libreria l’anno scorso c’è stata una interessante discussione quando è stato presentato il libro su femminismo e neoliberismo (Femminismo e neoliberismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, a cura di T. Dini e S. Tarantino; discusso in libreria a marzo del 2015). Ci sono contiguità forti tra la nascita della soggettività delle donne e la trasformazione individualista, autoimprenditoriale, consumista che caratterizza il tempo presente. Non è facile affrontarle ma vanno affrontate con strumenti adeguati. È vero che sulla soggettività non accettiamo lezioni da nessuno, ma dobbiamo stare con forza al presente. Questa è la sfida che vorrei raccogliessimo.

Un’ultima nota su questo punto. Se là fuori siamo sole è anche perché siamo donne, cioè portatrici di complessità. Aspiriamo a essere la soluzione, non a porre problemi. E così possiamo perdere su due piani: si perde la differenza che è dentro di noi e non si riesce abbastanza a creare conflitto/contrattazione che sono i modi in cui le differenze entrano in confronto e creano cambiamento.

Per tutti questi motivi, teniamola buona la messa in guardia di Lispector, perché ci può tornare utile: se mi convalido mi perdo.

Le donne sono dappertutto

Sono totalmente d’accordo con la prima affermazione di Lia che dice: le donne sono dappertutto e ci sono in una dimensione di libertà inedita nella storia. Vero. L’esposizione pubblica delle donne è grande e ritengo che non sia più possibile – a differenza di altre fasi della storia, vedi donne “esercito di riserva” nel lavoro durante la guerra – un arretramento da questa posizione pubblica e di qualità che le donne hanno acquisito. È bene non dimenticare che questo determina anche un inasprimento della misoginia che emerge in svariate forme e luoghi: il record degli abusi va ai Paesi dove le donne lavorano di più e hanno più parità; e la misoginia emerge dove forse non te la aspetti, dal parlamento norvegese alla Silicon Valley; la soppressione di parola delle donne continua viva e vegeta. Lo sappiamo, ma questo non mette in discussione il dato.

Donne e femminismo

Il secondo tassello del quadro sarebbe: c’è più valorizzazione del femminismo. Io su questo non sono molto d’accordo. Penso che il femminismo venga usato in una maniera più disinvolta, questo sì: tante magari si sentono oggi più libere di dirsi femministe. Ma ci sono anche tante che lo sentono come una camicia stretta, perché quello che c’era da fare è stato fatto, le barriere sono state infrante e adesso ci si sente libere. E forse, pensano, neppure ha più senso in una società liquida (o addirittura queer come è stato osservato). Ed è vero che l’impostazione paritaria non ha più presa: chi mai oggi sente come attraente l’obiettivo di essere pari a un uomo? Le donne si sentono sufficientemente libere e forti per poter stare nel mondo da donne. Mettendoci tagli e contenuti. Oggi si può perfino intitolare un servizio di moda «Uno stile nuovo, come Virginia Woolf», segno che il riferimento a Virginia Woolf è percepito come valorizzante in un’area di consumo fondamentale come è la moda. Virginia vende trend, chi l’avrebbe detto!

Al femminismo si può dare un riconoscimento storico, quello che ha consentito alle donne di stare nel mondo alla loro misura, ma difficilmente lo si userà per qualificare il proprio agire. Perché non è diffusa la consapevolezza di quali sono i passi successivi da fare. Infatti, se tutte pensano che le donne possono essere nel mondo, molto meno diffusa è la consapevolezza che tutto il mondo si debba trasformare perché le donne ci siano. E quindi meno diffuso è il bisogno di un simbolico politico a cui fare riferimento. In conclusione, su questo punto: riconosco che c’è maggior disinvoltura nell’uso della parola femminismo ma non le darei più peso di tanto.

Differenza e libertà

È vero che la differenza è un processo, vero che la differenza è dentro di noi e la differenza è tra. È un divenire e un agire. Ma neppure libertà è una parola che si definisce in se stessa. Certamente si è affermata (con contraddizioni, non uguale dappertutto ecc.) una libertà dai ruoli consolidati dai secoli. Ma oltre a questo? Dobbiamo invece tenere conto che libertà è una delle parole più usate e consumate del nostro tempo. Per questo motivo, per esempio, la differenza sessuale, quella che ci guida con un faro nella nebbia, oggi può annegare nel grande mare della diversità. La diversity. Quella che nutre i nuovi orizzonti del marketing e dell’organizzazione del lavoro. Quella che rende erotica – non sessuata! – l’individualità e i contatti tra gli individui.

Che cosa hanno da perdere in tutto questo le donne?

Hanno da perdere un nodo fondamentale della differenza, cioè la complessità, quella che è venuta bene alla luce nelle analisi del gruppo lavoro. Infatti io credo sia in atto una grande semplificazione che taglia dei pezzi (obliterazione/neutralizzazione).

Per questo è stato molto importante che alcune donne abbiano messo un punto fermo sulla questione dell’utero in affitto. Per sostenere il quale non a caso si usa il concetto di libertà delle donne (non diversamente da quanto accade in tutte le forme di uso spietato del proprio corpo, sesso/lavoro/politica). Penso che tutta l’area che riguarda la maternità in senso ampio sia fondamentale. Abbiamo detto: tutto il lavoro necessario per vivere, portare tutto al mercato. Ma non è vero che sta andando proprio così. L’universalizzazione del welfare si sta realizzando come aggiustamento di una modalità conciliativa che continua a richiedere il massimo impegno alle donne senza adeguato riconoscimento simbolico. Quello che sta accadendo è che “tutto il lavoro necessario per vivere”, si riduce e si trasforma, perché non c’è tempo, divorato dal lavoro per il mercato: o lo fanno delle colf/badanti, o si compera cibo pronto, o si vive in una dimensione sempre meno attenta alla qualità delle vite. Oppure come in Olanda, dove il part time è il tempo delle donne (segregazione orizzontale): e questo non mi va bene perché è la qualità della vita appaltata alle donne, non la qualità della vita che mette in discussione l’organizzazione e il senso del lavoro.

In questa ottica c’è da mettere in discussione anche quello che sottolinea Rebecca Traister (All the single ladies. Il potere delle donne single, Fandango Libri 2016). Bene che le donne siano sulla scena pubblica libere dal controllo di padri mariti e fratelli. La perdita di valore del matrimonio come fonte di legittimità e senso per sé e la propria vita, è un esempio potente di cambio simbolico. Ma se sono le “scapole”, individue al massimo grado, il target più appetibile per i consumi e anche per la politica, qualche domanda è bene porsela.

Su questo nodo della perdita di complessità ho trovato un riscontro suggestivo anche in un libro di Alain Badiou (La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani, Ponte alle Grazie 2016). Metà libro è sui giovani maschi e metà libro sulle giovani femmine. I maschi sono in stand by perché non c’è più passaggio all’età adulta. Le ragazze non sono più ragazze, perché costrette a essere subito donne secondo una modalità semplificata. Il due, dice in sostanza Badiou, non è uomini e donne, il due è dentro le donne. E conclude: la novità potrà venire solo dalle donne.

C’è ancora da pensare

Essenziale il nodo del potere, come è emerso anche nell’incontro di domenica. Per tanto tempo la formula politica prima/politica seconda sembrava cavare le castagne dal fuoco, risolvere. L’invenzione è stata eccezionale perché ha detto che la prima è politica, quindi ha riconosciuto che le soggettività in azione, in primis quella delle donne, agiscono politica. Ma non usiamo questa formula per non affrontare il problema dei nessi tra le due. Le donne anche quando parlavano dentro le case facevano politica perché le mura crollavano, la casa non era più un luogo separato.

Come riusciamo a farlo oggi? Come ci assumiamo la responsabilità di uscire dagli spazi protetti? Come si sviluppa creatività politica diretta a nuove forme di relazioni politiche (Pateman)? E soprattutto sentiamo l’esigenza di farlo?