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Fra i tanti buoni interventi del Via Dogana attuale e di quello precedente, mi sollecita lo scritto di Cristiana Fischer (che pure appare nella sezione del sito” Contributi”) che mescola il tema del credito politico crescente dato alle donne con quello del parlar bene di “alcuni” uomini.

A me sembra importante – e so di poter essere equivocata – che “non solo la donna può non essere considerata come l’altra ma come l’una – e l’uomo la sua variazione” (Massimo Lizzi), ma anche che alcuni uomini possono, e lo dico senza il timore di commettere sacrilegio, essere considerati centrali insieme a alcune donne. Avremmo quindi le alcune, gli alcuni, i “non tutti”. Sono convinta che la cosa sia non semplice da spiegare in termini piani. Il nuovo dire, che appunto viene tentato, è moltosimile al balbettio del lattante che grazie alla madre mette insieme a spezzoni, a sillabe le sue prime parole – momento basico della capacità futura del suo parlare. Ne ha trattato da tempo la psicoanalisi, in particolare Lacan, ma stando geograficamente e politicamente a casa nostra abbiamo a disposizione diversi scritti sulla questione: la sapiente ignoranza delle donne capaci di tornare a un loro dire originario, a una sorta di balbettio, per poi pienamente parlare recedendo dallamonolitica onnicomprensiva cultura maschile. Cito a questo proposito due testi, fra i molti pubblicati nel corso degli anni, rispettivamente del 1970 e del 1991: il “Manifesto di Rivolta femminile” e “L’ordine simbolico dela madre”: troppo note le autrici, pleonastico nominarle.

Nel mio ragionare ho guardato al passato del lavoro femminista del dire in prossimità della madre, che si travasa e si invera più che mai nel presente; al linguaggio di cui abbiamo ora bisogno nel sociale: un linguaggio che possa essere nuovo e politicamente efficace come vogliono e dicono nei loro scritti Cigarini, Santini, Rampello, Cosentino. Sono anche stata in prossimità, sempre seguendo Cristiana, del buon pensiero maschile: le riflessioni, che a me sembrano efficaci ed elegantemente scritte – cosa non secondaria – di Massimo Lizzi. E approdo anch’io, come Cristiana, al “comunismo materno” di cui parlava e parla tuttora Lia Cigarini (vedi il suo Intervento nel testo collettaneo “Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pc”, Harpo 2017): si dia a ognuno secondo i propri bisogni; così come all’origine la madre ci ha dato, offrendoci quel preciso nutrimento che ci serviva per vivere.

Che si sposino le ragioni di Simplicio o che si contestino in una visione ben più drammatica e complessa della vita politica e dei partiti che la determinano, non confondiamo “rivolta” e “rivoluzione”. Equivalenza che, mi ha raccontato di recente un’amica prof di scuola media superiore, avrebbe fatto un suo alunno. “C’è poi, in fondo, questa gran differenza?”, ha opposto lui alle proteste dell’insegnante. “Sì, c’è una grande differenza.”

Al di là dell’aneddoto, a noi tocca ormai pronunciarci con chiarezza sulla realtà politica in cui viviamo e sulle emergenze che essa ci pone, forse sentendoci in contraddizione (ancora Cigarini all’inizio del suo intervento in VD3) ma brandendo visibilmente la bandiera delle nostre opinioni. Esposizione che richiede impegno, approfondimento, coraggio, umiltà, possibilità di entrare in contraddizione e soprattutto il non fare sconti a nessuno, nemmeno a noi stesse. Esposizione estrema che, in quanto tale, a me sembra rivoluzionaria.