Violenza maschile contro le donne, la prevenzione non c’è
Rita Rapisardi
24 Luglio 2025
da il manifesto
[…] Lo dicono da sempre i centri antiviolenza e i movimenti femministi che l’azione penale non è la risposta al problema culturale della violenza di genere maschile contro le donne. Lo dicono proprio a quelle forze politiche che si sono fatte promotrici nella creazione del nuovo reato di femminicidio, e l’ergastolo per chi lo commette, ma che quando si tratta di prevenzione, formazione, educazione, respingono le soluzioni.
«C’è tanta demagogia in questa operazione di facciata. Sappiamo che l’inasprimento delle pene non agisce come contrasto, la prevenzione lo fa. Vogliamo l’educazione già dalla prima infanzia, ma su questo il governo si oppone» commenta Cristina Carelli, presidente di D.i.Re., la rete nazionale antiviolenza che si compone di 89 organizzazioni che gestiscono centri antiviolenza e case rifugio. […]
Ci sono comunque dei risultati, sottolinea Carelli, come l’avere accolto l’obbligo dei centri antiviolenza come parte civile nei processi per femminicidio. «La definizione di femminicidio è importante, definire i fenomeni lo è, ma bisogna essere coerenti. Non crediamo all’approccio giustizialista, non è quello che interessa alle donne. Le donne non vogliono essere rivittimizzate, giudicate perché denunciano». Circa il 30% delle donne che si rivolge ai Cav poi decide di non denunciare, molte a posteriori si pentono di questa scelta. La formazione delle istituzioni è fondamentale, medici, magistrati, forze dell’ordine, servizi sociali: è necessario un intervento che garantisca un’adeguata preparazione su come riconoscere e valutare il rischio e fermare l’escalation che porta ai femminicidi, servendosi della conoscenza proprio di chi vede questa violenza tutti i giorni nei Cav. Una conoscenza che le donne si tramandando dagli anni Settanta, ma che è ignorata. Con il ddl diventa obbligatorio per i giudici seguire un corso sul tema, ma alla scuola di magistratura. […]
La mancanza di finanziamenti pubblici adeguati sta mettendo in ginocchio i centri antiviolenza e le case rifugio, l’80% è erogato dalle regioni, ma con piani che variano a seconda del territorio e mai continuativi, manca anche una raccolta dati poi su come vengono utilizzati. La rete D.i.Re assiste 23mila donne ogni anno. Il report annuale 2024 racconta di una realtà che si poggia esclusivamente sul lavoro delle volontarie, altamente specializzate, 3.739 attiviste in totale. Senza un sostegno stabile, molti di questi servizi rischiano di chiudere, soprattutto nelle zone di depressione in cui difficilmente trovano altri modi per finanziarsi. È quello che sta accadendo nel sud Italia dove diverse case rifugio non esistono più, lì dove la disoccupazione femminile è altissima.
Ad oggi non esiste un piano che passi dai centri antiviolenza per aiutare le donne a inserirsi nel mondo del lavoro e trovare una propria indipendenza economica, indispensabile per attuare il distacco dalla violenza. «Su questo il reddito di solidarietà può essere un aiuto, un palliativo, in un sistema di welfare debole e sottofinanziato», sottolinea Carelli. Fondamentale sarà il prossimo Piano nazionale antiviolenza, per ora i centri hanno avuto una prima bozza, identica al piano precedente. Denunciano di non essere stati interpellati nella stesura, se non per quattro incontri “passivi” in cui non si sono potute fare proposte.