Sulla necessità del lutto e sull’andare avanti
Vita Cosentino
14 Ottobre 2026
Per tanti anni sono stata riluttante, anzi evitante, nei confronti dei funerali perché mi riaccendevano il dolore e il marasma emotivo per la morte tragica di mia madre. C’è anche un mio tratto caratteriale: sono impressionabile e l’idea di un corpo gelido e dell’immobilità della morte mi disturba parecchio.
Tuttavia in questi ultimi anni dentro di me qualcosa è radicalmente cambiato. Dopo l’11 settembre, con l’attacco terroristico alle torri gemelle, io mi ero identificata nella distinzione avanzata da Butler in Vite precarie tra vite che contano e sono degne di compianto e vite che non contano e quindi sono anche in morte indegne. Vivendo in Occidente con una vita dignitosa io sarei collocata dalla parte delle vite che contano, eppure non è più così il mio sentire. A modificarmi ci sono stati gli anni della pandemia, a cui hanno fatto seguito gli anni di guerre che sembrano non poter finire. Ho impresse dentro di me immagini che non mi danno pace: file di camion a Bergamo pieni di morti che nessuno aveva salutato, ancora di più in Palestina corpi smembrati ricomposti a caso e sepolti a caso.
L’enorme quantità di morti sia civili che militari da una parte e dall’altra nei teatri di guerra fanno un accumulo tale che sono – siamo – presi in un vortice che porta sempre più giù nella svalorizzazione della vita umana: se la vita non è più sacra, se può essere annientata con tanta facilità diventando spettacolo a cui assistere ogni giorno, allora forse nessuna vita vale più niente. E questo non riguarda anche la mia? Attraverso questo sentire sono arrivata alla necessità del lutto e di nuovi rituali per celebrarlo, non solo per le persone vicine ma anche per quelle sconosciute e lontane. Celebrare il lutto per le morti sconosciute è qualcosa che va oltre la pietà umana, è qualcosa di necessario per me stessa, per ridare valore alla mia stessa vita.
C’è un salto d’epoca di cui prendere coscienza. Come ha detto Ida Dominijanni riferendosi alle più recenti analisi di Butler, siamo all’epoca della luttuosità della vita. Le guerre permanenti, gli eventi climatici estremi fanno sì che il lutto per la perdita non sia un passato da elaborare, bensì una dimensione del presente, che si ripete e si ripete, per la continua distruzione di umani e non umani.
Su come trovare nuovi rituali del lutto ci sarebbe molto da ragionare. Ci può aiutare l’arte. Mi ha colpito la vicenda dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath all’ultima Biennale di Venezia. È un’artista che ha molto lavorato sul lutto e doveva presentarvi la sua opera Elegy. Non ha potuto partecipare perché è stata censurata dallo stesso governo sudafricano in quanto per quell’occasione aveva dedicato una delle sue video installazione a Heba Abunada, una poetessa palestinese uccisa in un attacco aereo israeliano a Gaza. L’artista è comunque riuscita a presentare l’opera a Venezia fuori dal contesto della Biennale presso la chiesa di Sant’Antonin.
Goliath afferma con la sua opera che il lutto è un atto necessario e ha offerto a chi ha visitato la sua mostra la possibilità di partecipare a un nuovo rito per le morti sconosciute, entrando in risonanza con l’opera e ascoltando in silenzio il canto che è l’elemento centrale delle sue video installazioni.
In redazione si siamo chieste cosa accade alla relazione quando una delle due muore e questa domanda mi riguarda da vicino nella relazione con Luisa Muraro, che era un legame centrale e continuativo nella mia vita.
Non era solo politico, ma anche di amicizia: per tanto tempo, finché è stato possibile, ci siamo frequentate settimanalmente e poi erano telefonate, anche difficili, quando non stava bene e – data la mia problematica autonomia motoria – tormentavo le amiche perché andassimo insieme a trovarla.
Ora Luisa non c’è più e io non posso fare a meno di cercare di mantenere in qualche modo la relazione con lei. La forma primaria che ho trovato è quella di far risuonare la sua voce e le sue parole in pubblico. In questo periodo mi accorgo che questa è per me una forte motivazione che mi spinge ad agire, ad accettare inviti, a scrivere, superando le fatiche grandi di un’età avanzata sommata a una condizione di invalidità permanente. Lo faccio perché in quel momento, Luisa c’è, è presente nel dire la sua.
Ho accettato, per esempio, di andare a parlare in Triennale al Tempo delle donne – cosa per me molto complicata – quando, sentendo il tema, ho capito che vi potevo portare un’idea di Luisa. Al Garage delle idee, infatti, il tema quest’anno era Nodi da sciogliere, fili da annodare e subito mi è venuto in mente il disfieri di cui Muraro scrive ne La folla nel cuore e ne Al mercato della felicità: era perfetto. E in quel momento alla Triennale Luisa c’era, come mi ha fatto notare un’amica che era venuta a sentire. Oppure mi sono messa a scrivere per il sito sull’accoglienza di Luisa al Famedio, il Tempio della fama del Cimitero Monumentale di Milano, non tanto – o non solo – perché è un riconoscimento della città nei suoi confronti, quanto perché mi sono ricordata che Luisa aveva scritto su Milano ed era un’altra occasione per far sentire la sua voce. II pensiero di Luisa Muraro è per me come una miniera d’oro dove andare a raccogliere la pepita luccicante più adatta a quella specifica situazione.
Con Marina Santini e Silvia Motta abbiamo deciso di realizzare un Quaderno di Via Dogana raccogliendo i ricordi scritti per la morte di Lia e Luisa e in questo modo saremo in loro compagnia per tutto il tempo della produzione del quaderno.
Anche nella riflessione che stiano conducendo sul lutto, voglio portare la voce di Luisa, traendola da ciò che ha detto in un incontro per festeggiare i 25 anni della Mag, tenuto a Verona dopo la morte del suo fondatore Giambattista Rossi. Il testo viene pubblicato per intero su questo numero ed è arrivato in redazione tramite Alessandra De Perini.
Nel suo intervento Luisa Muraro ci dice che le grandi personalità lasciano un vuoto e questo vuoto non va colmato cercando riempitivi e neppure “istituendo leggende”. Ci invita invece a pensare che questo vuoto può essere fonte di cultura politica in cui muoversi liberamente, cioè fonte del formarsi di una cultura politica che ha «il valore supplementare di rifarsi a qualcuno che è all’origine». Inoltre ci invita a vedere la grandezza che c’è e circola tra chi è rimasto/a a portare avanti l’impresa comune.
Ancora una volta la sua voce ci orienta.