Oltre l’effettività della morte
Fosca Giovanelli
4 Ottobre 2026
Il titolo della redazione aperta di oggi è “Il lutto necessario”. Questo tema si è imposto a noi della redazione mentre stavamo lavorando ad altro, perché non riuscivamo a non tener conto che tutte noi avevamo subito due grandi perdite: quella di Lia Cigarini e quella di Luisa Muraro, che per 50 anni sono state il cuore pensante di questa libreria. Ho ventidue anni, sono giovane, ma ho iniziato a frequentare la Libreria tempo fa, quando ero ancora una bambina, grazie all’Accademia delle piccole filosofe e dei piccoli filosofi, iniziativa organizzata proprio da Luisa Muraro.
In ogni caso, non vogliamo focalizzare l’incontro su questa nostra perdita, ma abbiamo il desiderio di superare l’idea del lutto inteso in senso privato ed individuale per approfondirlo come questione collettiva e politica. Infatti, da sempre, l’esperienza necessaria del lutto viene messa in discussione. Oggi, in particolare, a partire dal tentativo di esorcizzare la morte con innovazioni tecnologiche e dall’incapacità di dare un senso pubblico alla perdita per paura che la condivisione del dolore possa trasformarsi in dissenso politico.
Quest’anno, anche per me personalmente, è stato funesto. Oltre alla morte di Lia e di Luisa, tra il mese di marzo e il mese di giugno, sono venuti a mancare anche i miei due nonni paterni e mia nonna materna. Credevo che la morte di mia nonna materna avrebbe segnato un prima e un dopo nella mia vita, visto il legame che con lei ho avuto dal mio primo giorno di vita e per i successivi ventidue anni. L’ho assistita fino alla fine, ho fatto tutto ciò che una nipote qualsiasi non avrebbe fatto, arrivando persino a trascendere il mio ruolo. Eppure, il giorno che è mancata non mi sono sentita affranta dalla perdita. Certo, ero dispiaciuta. Niente più di questo. Sono rimasta delusa dalla mia stessa reazione. Parlandone con la mia analista mi sono resa conto che in realtà ho perso mia nonna qualche anno fa, quando la demenza senile e il suo declino cognitivo l’hanno trasformata in una persona che io non conoscevo, con la quale non potevo comunicare, parlare, aprirmi. La malattia ha cambiato la relazione che avevamo. La nostra relazione caratterizzata da amore, da cura e fiducia reciproche era diventata una relazione a senso unico. Non riusciva più a prendersi cura di sé ed io mi sono dedicata a questo negli ultimi anni: a fare ciò che lei da sola non poteva fare. Mi ricordo quanto parlavamo, le raccontavo ogni frammento della mia anima e sentivo il suo amore riempirmi. Ma poi lentamente, come fosse stato un lento processo, tutto è cambiato. Io mi sono ritrovata a fare da madre e da figlia ad una mamma che non era la mia. Così ho capito che la morte fisica di mia nonna non ha mai coinciso con la mia esperienza del lutto. Ho vissuto la perdita laddove la relazione è venuta a mancare definitivamente, ovvero con l’incombere della malattia. La relazione tra me e mia nonna è sparita anni fa, però si è modificata la relazione che io avevo con lei. Sulla base di questo, sento di poter dire che la morte fisica di una persona cara non corrisponde in senso assoluto alla fine della relazione che con quella persona intratteniamo. Per questo sento molto vicine le domande che ci guidano in questo incontro: Che cosa accade ad una relazione quando una delle due persone muore? Come è possibile fare dell’esperienza dolorosa del lutto un momento di pratica politica che faccia agire il legame con chi non c’è più? Tenteremo di trovare una risposta a queste domande a partire dai contributi di Daniela Santoro e di Ida Dominjianni.