La forza trasformativa del lavoro del lutto
Anna Maria Piussi
29 Ottobre 2026
Sono grata alla Libreria per aver organizzato questo incontro e alle tre amiche che lo hanno aperto, perché in particolare la morte di Lia e Luisa può segnare uno spartiacque tra il prima e il dopo, e comunque ha provocato la necessità di elaborare il lutto, personale e collettivo, privato e pubblico, della loro perdita. Per quanto mi riguarda, ho continuato a interiorizzare molte delle loro parole e dei loro pensieri, che non cessano di darmi misura nonostante la loro assenza, anzi, proprio perché ho accettato la loro assenza. Si tratta certamente di un’altra forma di relazione, e la trasformazione avvenuta non riporta a un vuoto, ma a un’altra forma di presenza.
E vengo alle mie riflessioni di oggi, stimolate dagli interventi precedenti.
Non parlo di morti vicine, nel senso di genitori, parenti, ecc. E neppure delle troppe morti che costellano il nostro presente con le guerre, le carestie e i disastri naturali a causa della hybris maschile. Invece vorrei parlare di un lutto – così lo chiamo a posteriori – che ha rappresentato per me l’allontanamento di mio figlio. Ne parlo al passato perché per fortuna qualcosa sta cambiando grazie al mio lavoro del lutto. Mio figlio, il mio secondogenito, da alcuni anni è andato a vivere all’estero per motivi che lui condivide con molti giovani, ragazzi e ragazze, che se ne vanno per avere una situazione di vita migliore di quanto troverebbero nel nostro Paese. E all’estero ha avuto il suo primo figlio, confermando indirettamente i risultati di ricerche sulla convenienza di avere figli fuori dall’Italia, come expat. Mentre da noi ci si lamenta della denatalità, assistiamo a un esodo continuo di nostri giovani all’estero, molti con alti titoli di studio, e molti dei quali all’estero incontrano appunto condizioni favorevoli e i figli li fanno. Si tratta di un trend strutturale su cui troppo poco si è prestata seria attenzione da parte dei nostri governanti. E si tratta di un problema politico, perché è un fenomeno esteso che va incrementandosi particolarmente in Italia e ha ricadute non secondarie sulla qualità della vita collettiva. Chi ci governa lo elude per colpevole cecità politica o, nella migliore delle ipotesi, lo disconosce. Il disconoscimento, che sembra diventato la cifra del nostro tempo come propone la filosofa slovena Alenka Zupančič, non è negazione di un fenomeno, ma una forma di evitamento, un dispositivo difensivo della ragione (e della politica). Per fare un esempio: quasi tutti ormai sappiamo del cambiamento climatico, di cui parlerò tra poco, ma andiamo avanti come non esistesse, lo disconosciamo, come dicessimo «Sì, lo so ma…». Però in questo modo disattiviamo qualsiasi possibilità di trasformazione.
Da questo allontanamento di mio figlio è iniziato un periodo in cui ho molto pensato alla morte, alla mia morte, un fatto credo inevitabile data la mia età avanzata (ho ottantadue anni), ma ho sentito anche che c’era una sproporzione del mio sentire rispetto alla realtà, e ho dovuto fare il lavoro del lutto.
Un altro fatto che mi ha portato a questo sentimento di morte è, come dicevo, il cambiamento climatico. Io sono molto sensibile a quanto avviene nel mondo naturale, piante, animali… Vivo in una casa circondata da un bosco che una volta era bellissimo, guardo e ascolto le piante: è come se parlassi con loro e sentissi il loro dolore. Quasi un’identificazione inconscia, accompagnata dalla malinconia, per liberarmi dalle quali ho dovuto accettare il lavoro del lutto. E anche il cambiamento climatico è un fatto politico, eluso da governanti e decisori, di fronte al quale nella migliore delle ipotesi assumono la postura del disconoscimento.
Il lavoro del lutto è un’espressione che io manterrei. Si tratta di un vero e proprio lavorio psichico e simbolico, necessario per far vivere e rivivere il desiderio e la vita stessa. E il desiderio, lo sappiamo, è una spinta essenziale non solo per la vita, ma anche per la politica, in particolare la politica delle relazioni e del simbolico. Negli ultimi tempi per fortuna ha cominciato a sprigionarsi in me un desiderio vitale, che mi permette di rilanciare pratiche di relazione con alcune donne attorno a iniziative comuni. E questo è fondamentale, così come è fondamentale che restino e si rivitalizzino luoghi storici come la Liberia delle donne di Milano e altri, perché questo è un irrinunciabile.