Condividi

In un primo momento, e con una certa dose di ingenuità, io ritenevo che per una donna come me, anziana pensionata poco amante dell’informatica, sarebbe stato relativamente facile essere un elemento “stonato” rispetto all’ulteriore avanzamento tecnologico rappresentato dall’intelligenza artificiale. Poi è capitato che il mio cellulare, di ottima fattura cinese, che mi accompagnava da più di dodici anni, mi stava abbandonando non caricando più la batteria e ho dovuto comprarne uno nuovo. Ho cambiato il cellulare e ho cambiato anche posizione. Perché ho toccato con mano il salto di livello comunicativo introdotto dall’intelligenza artificiale.

Il nuovo telefono vuole continuamente comunicare con me e prende iniziative non richieste. Google, per esempio, almeno tre volte al giorno mi informa sul cambiamento della situazione metereologica e ogni giorno mi costruisce un “ricordo” con foto del passato montate con la musica. Ma fa di più: mi scavalca bellamente! È un apparecchio nuovissimo ma già si vuole aggiornare per cui mi manda il messaggio: «Devi installare l’aggiornamento». Io temporeggio perché voglio chiedere consiglio se farlo o non farlo tutte le volte… ma la mattina dopo trovo il messaggio: «Ho installato l’aggiornamento».

Anche le app sono diventate più insistenti, con messaggi che pescano a piene mani nell’area affettiva. Per esempio Duolingo con cui sto studiando un po’ di spagnolo mi manda messaggi incredibili tipo: «Mi spezzi il cuore se perdi il tuo slancio saltando una lezione». Sto studiando spagnolo o sto vivendo una storia d’amore? Per non parlare di Netflix che sempre più spesso mi consiglia i film e le serie che ritiene adatte a me, mi comunica le novità, mi chiede cosa ne penso di quello che ho visto. Certo l’offerta delle piattaforme in streaming è molto allettante per me che da anni non esco più la sera, ma fa perdere la testa quel mare magnum di film e serie da vedere e la ricerca diventa ansiogena. Sento anche una punta di tristezza quando è un algoritmo a chiedermi il parere su un film, mentre un tempo era un oggetto di conversazione con un’amica di cinema davanti a un ricco aperitivo. Insomma anche a me sta capitando che la comunicazione più continuativa durante la giornata è con il mio telefono. Con il vecchio smartphone ero io a usarlo come e quando volevo, con quello nuovo mi sento di essere io una sua appendice.

Del resto Luisa Muraro ci aveva avvisato per tempo, da queste stesse pagine di Via Dogana 3. Nel novembre del 2017, pur passata l’illusione che il digitale favorisse una piena democrazia permettendo a tutte e tutti la libera espressione di sé, quando ancora si pensava che fosse uno strumento a nostra disposizione, Muraro scriveva: Lo strumento sei tu.

L’intelligenza artificiale sta entrando come un operatore in tutti gli altri prodotti tecnologici che già popolavano la nostra vita quotidiana potenziandone e affinandone le capacità comunicative e interattive. Per questo non possiamo pensare di starne fuori, anzi ci siamo completamente dentro… a nostra insaputa, anche se non usiamo mai ChatGpt.

Io provo fastidio e allarme perché la sento come un’invasione.

È un progetto che mira a sostituire le relazioni intraumane con relazioni essere umano-macchine parlanti?

Non so se a parlare sono le mie paranoie, ma tendo a rispondere affermativamente. Per questo mi sembra urgente prenderne coscienza collettivamente e non lasciare che questo ulteriore passo, che ha la forza di cambiare tutto il panorama, si consumi in un rapporto esclusivamente individuale con l’intelligenza artificiale. Ho letto alcuni articoli sul fatto che i e le giovani la usano sempre più come supporto psicologico o amica del cuore, non solo perché è gratuita e disponibile 24 ore su 24, ma anche perché, come si sa, è programmata per assecondarti. Alcuni ragazzi hanno dichiarato di preferirla al terapeuta in carne e ossa. So che ora i programmatori stanno lavorando sulla “compiacenza” dell’IA per ridurla o eliminarla, dopo che sono state avviate alcune cause legali importanti. Una madre, per esempio, ha denunciato una di queste grandi società produttrici perché suo figlio si è suicidato: ne ritiene responsabile la IA di supporto psicologico perché non l’ha contraddetto nei suoi propositi autodistruttivi.

Ma anche se modificano l’algoritmo, può una macchina che non è senziente, che non comprende il contesto, che non potrà mai avere l’intelligenza dell’amore, sostituire quelle relazioni che ci orientano e ci aiutano a vivere?

A complicare il quadro sta di fatto che la IA arriva in una situazione già compromessa, di impoverimento della vita relazionale. Le relazioni continuano a diradarsi e a sfilacciarsi per tanti motivi, compreso quello legato al come le tecnologie hanno orientato da tempo i modi di comunicare.

Nella mia esperienza attuale vivo una comunicazione a singhiozzo. Si comunica soprattutto per messaggi: a volte le risposte arrivano subito e la comunicazione funziona, ma il più delle volte arrivano dopo ore o giorni oppure mai e, con una buona dose di frustrazione, ci si accontenta di constatare che il messaggio è stato letto. Nella nostra redazione ristretta c’è un contenzioso sull’uso della telefonata. So bene che siamo una rivista online, la cui vita dipende totalmente dal digitale, tuttavia io insisto che in certi casi, come per esempio per invitare le ospiti, la telefonata è il mezzo migliore perché permette di conversare e di spiegarsi a fondo… ma il più delle volte incontro sguardi scettici nelle redattrici più giovani: le telefonate? Roba da archeologia industriale. Non c’è tempo per farle.

Sui social, inoltre, è esperienza comune vivere una comunicazione distorta. Instagram, per esempio, è fatto apposta per abbellire le nostre vite fino a farle cambiare di segno. Io ne ho fatto un’amara esperienza personale e dal fraintendimento indotto dalla logica di quel social è nato un contrasto familiare lungo e doloroso. Ora su Instagram sono silente. Tuttavia ho notato con piacere che perfino una nota influencer come Jennifer Guerra ha eliminato dal social tutta la parte personale della comunicazione e lo usa solo per pubblicizzare i libri che scrive o le iniziative che porta avanti.

Il fatto che una giovane influencer femminista cominci a ritirare la sua presenza su un social è un segno significativo di ripensamento: segnala che qualcosa si è già rotto in questo incantamento nei confronti della comunicazione virtuale.

È una crepa da tenere aperta e da allargare. Sì, ma come?

Io propongo di farlo portando uno squilibrio vitale che faccia pendere l’ago della bilancia dalla parte della corporeità e del sentire. Interrogando il nostro rapporto con la tecnologia, si può mettere sotto una lente di ingrandimento questo aspetto che ormai fa parte della nostra routine quotidiana e si può aumentare la nostra capacità di discernimento per trovare i modi e le forme che ciascuna, ciascuno sente praticabili per sé per non sottostare a quella che Miguel Benasayag ha definito una dittatura digitale. L’interrogazione riguarda anche le forme con cui si veicola il nostro agire politico, per ridare tutta la importanza che meritano agli scambi in presenza, alla condivisione nelle relazioni, a una comunicazione all’insegna della continuità.

Certo è difficile. Però fa bene.

Al recente convegno sul pensiero di Luisa Muraro, Come quando si accende la luce, tenuto in settembre all’Università cattolica di Milano, e su cui stiamo preparando una pubblicazione, tutte e tutti noi presenti abbiamo sentito l’energia che si sprigionava dalla vicinanza dei corpi, dalla gratitudine che ci aveva portato in quell’aula anche da molto lontano, dalle parole che venivano dette e dalle voci che le pronunciavano. Quell’energia ha spostato qualcosa dentro di noi. Ecco, è un esempio grande di squilibrio vitale.