Condividi

Già al primo lockdown ho avuto la forte sensazione, dapprima soltanto istintiva, che dall’inedita esperienza del distanziamento fisico e della mancanza avrei potuto guadagnare più di ciò che avrei potuto perdere. 

Credo che l’origine di quella mia istintiva certezza sia da rintracciare in una scelta: l’atto, anche amorevolmente concepito ma soprattutto politicamente orientato, che ho compiuto circa due anni fa. Non avevo esperienza con la pratica dell’affidamento né con la libertà femminile, però ho potuto leggere ascoltare e cercare di dare un nome al mio desiderio errante, e durante il distanziamento fisico ho fatto un corso di formazione accelerato. Sono una ragazza degli anni ottanta, incline a pensare che sia semplice realizzare i propri desideri. So d’esser riuscita a affrontare l’incontro ravvicinato con la vulnerabilità, con la mancanza di relazioni, con l’accettazione dell’interdipendenza umana, soltanto affidandomi a due donne dentro l’orizzonte della libertà relazionale. 

Attraversando l’esperienza della pandemia, tutto il di più che mi viene oggi è cominciato nel giorno in cui ho capito con certezza che avrei dovuto fare un “all in”, avrei dovuto investire tutta me stessa puntando sul convincimento che la donna davanti a me non poteva desiderare altro che il mio bene, seppure magari un bene al primo sguardo incomprensibile, non visibile. Come quando ho pensato di essere libera nel piccolo angolo di gestione della pagina facebook dell’associazione di cui faccio parte tanto da credere di non poter accettare intromissioni in quello spazio. Il silenzio parlante che l’altra ha concesso al mio sguardo miope – che guardava solo alla difficoltà, alla fatica del confronto con tutte e non alla sua proposta di pensiero e scrittura collettiva – mi ha riportata alla necessaria mediazione generando per me nuova gioia. Di parole che arrivano e di silenzi parlanti ce ne possono essere molti, ciò che ha conferito e conferisce consistenza a quei silenzi e a quelle parole è l’incrollabile riconoscimento nella relazione di fiducia.

Affidarmi per me significa questo: ciò che l’altra mi dice o mi mostra ha un significato che mi appartiene; ciò che l’altra mi permette di sapere o di scoprire è se e quanto il mio desiderio mi corrisponda davvero.

È stato difficile fare i conti con quel vincolo, con l’accettazione dell’apparente limite che deriva dal considerare l’altra misura della propria libertà. Tanto più che la quotidianità del mondo come lo conoscevo mi mostrava altro.

In questo tempo però è arrivata la conferma della potenza simbolica che quell’investimento riesce a generare. Oggi affronto le indecisioni anche quando il desiderio si deprime, o quando lo sguardo cede alla mestizia che a volte ci circonda. Quelle relazioni sono fonte di una forza capace di rilanciare i desideri, miei e di altre, e rimetterli in circolo tra molte.

Una consapevolezza tanto chiara e rischiarata mi ha più volte messa di fronte a una domanda precisa: come fare perché la pratica dell’affidamento sia agita in modo da sprigionare tutta la sua portata di cambiamento? La risposta per me di maggior valore è: mostrarla. Mostrare la forza delle relazioni di affidamento tra donne è uno dei migliori investimenti per il futuro della politica.