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Era quasi un anno che anche a causa del confinamento non mi recavo in Libreria. La redazione allargata è stata l’occasione che ci voleva. Così, dentro la premessa esplicitata, che la sofferenza individuale e collettiva provocata dal “block” down potesse aver aperto interessanti spiragli. Ecco qualche considerazione dal mio solito osservatorio, sempre un po’ personale e un po’ clinico.

Equilibri precari, sotto l’effetto amplificante della pandemia, sono crollati. In questi casi, la paura delle donne si è trasformata a volte in coraggio, generando un’aumentata determinazione a cavarsela ed affrontare la separazione da anni temuta, negata e al contempo desiderata. Per altre, stato confusionale diffuso e quadri depressivi osservabili non solo nel setting clinico, piuttosto in una scena generale di auto-isolamento, potremmo dire collettiva. Io stessa, come altre colleghe, a volte ne ho potuto soffrire, dovendo cambiare drasticamente le mie abitudini, l’autonomia di cui ho sempre goduto, l’abbondanza di relazioni in presenza. Infatti, per parecchi mesi, l’attività professionale, quando possibile, mantenuta solo in video.

Per gli uomini in trattamento o in prima richiesta, più spesso ho osservato il loro crollo sotto il surplus di sofferenza e ansia di controllo aumentata, si ipotizza, dalla pandemia: alcuni si sono trovati a perdere l’orientamento che li guidava; sofferenze magari da lungo tempo rimaste nascoste a loro stessi, fino a sperimentare lo smottamento. Depressione o crisi di rabbia per questi uomini di varia estrazione con ansia lavorativa oltre ogni limite, a quel punto crollati su conflitti quotidiani scaduti in maltrattamento verso i bambini, la consorte, verso se stessi. È il persecutore interiore che in questi casi, cambiate le condizioni esterne, si è fatto più che mai virulento, finanche contro il soggetto stesso. L’aspetto positivo in tutto ciò? Può essere che finalmente, copioni familiari che reggevano a malapena hanno lasciato il posto a una sofferenza ancor più profonda, autentica che seppur disorientante, da convincerli a chiedere aiuto per andare più a fondo e seppure con resistenze residue, decidere di chiedere aiuto per evolvere.

Nelle famiglie, i limiti imposti dalla pandemia, la necessità di collaborare come mai prima, stare più vicini, compresenti e sofferenti, hanno favorito in alcune coppie la necessità di cambiare per non morire: p.e. il professionista che non tollera più di recitare il solito copione di antipatico incomodo – così la sua impressione – nella coppia di ferro costituita dalla propria moglie con la madre di lei. Il dolore amplificato dal confinamento, si fa intollerabile e allora decide: vuole liberarsi dalla schiavitù che lui stesso si infligge da anni, vuole indagare dentro di sé e scoprire il suo tesoro nascosto. Vuole prepararsi a cambiare vita, ad accettare di non aver voluto figli, a non aver paura di separarsi dalla consorte che nonostante tutto, seppur dolorosamente, gli dà tanta sicurezza.

Oppure, una signora che in prima istanza chiede di affrontare la difficoltà di relazione con un figlio adolescente, prepotente e indomabile, lei dice, ma nel corso di quell’unica seduta ammette che il problema è con il marito e che non avendo la forza di affrontarlo, proietta sul figlio il senso di impotenza e di rabbia che da anni prova verso il marito. Forse chiederà al consorte di fare terapia di coppia? Chissà.

Più che mai, in questo tempo di confinamento e “look” down, spicca che uomini e donne avremmo bisogno di luoghi e contesti in cui confrontarci in sicurezza. Troppo spesso non ci conosciamo, piuttosto abbiamo pregiudizi che facilitano processi di proiezione e identificazione inconsapevoli. Poter frequentare insieme luoghi di confronto in un clima autentico e protetto, potrebbe essere idealmente molto evolutivo. I gruppi che io conosco sono di psicoterapia, esempio molto interessante di come esperienze condivise in una logica evolutiva possano generare cambiamento all’interno di una circolarità che protegge e al contempo fa evolvere.

Di gruppi di Psicoterapia ed evoluzione personale di adulti ne conduco continuativamente da più di 30 anni. La pratica gruppale in ambito clinico non è molto frequente. Eppure è un contesto straordinario in cui uomini e donne di diversa estrazione culturale, di religione e di status, si possono trovare a lavorare su loro stessi – in presenza, diremmo noi della Libreria – ma è altro ancora. Ovvio! Quindi, cosa succede in un gruppo di questo tipo: dinamiche di rispecchiamento, identificazione, confrontazione, immedesimazione, autoriflessione ecc. ecc. Tutto tra storie di vita seppure diverse con strutture e meccanismi difensivi simili: siamo tutti umani, in ognuno dei partecipanti con impegno al cambiamento evolutivo, può passare il riflesso di qualcosa che appartiene all’altro, ma lì insieme nel cerchio, quel raggio appartiene a tutti. L’ascolto empatico, le risonanze emozionali condivise, la comparazione tra storie tanto diverse eppure simili, fa evolvere oltre l’identità maschile o femminile. Ciascuno in cerca di poter conoscere più a fondo se stesso o se stessa, la propria storia personale, gli intrecci transgenerazionali e i conseguenti meccanismi difensivi. Quelli che irrigiditi nel tempo hanno svolto funzione difensiva. Certo, ma limitante e assai costosa, ma pur sempre difensiva rispetto ai demoni e ai traumi subiti, troppo spesso non consapevolizzati.

Ipotizzo che l’autocoscienza, premessa esperienziale storica insostituibile e indispensabile per la nostra storia di donne femministe, debba ispirarci e aprirsi in cerca di qualcosa di simile e al contempo differente da poter praticare insieme agli uomini: siamo in cerca di qualcosa di nuovo che sbaragli le antiche difficoltà e ci arricchisca reciprocamente. In attesa che ciò si crei, il dato rassicurante è che molti uomini entrano in percorsi di psicoterapia con psicoterapeute donne… Alcune sono femministe.