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Sull’intervento «Ma dove trovo io la forza?» vorrei rispondere che capisco la rabbia e la pietà di Marirì Martinengo. La capisco anche quando scrive meglio sarebbe rimanere in vita – far durare la
vita – solo finché le proprie energie assicurano l’autonomia. Con queste parole lei termina il suo breve scritto. Sembra terminare, ma non è così, e lo si capisce. A questo punto occorrerebbe parlare di libertà di scelta che sulla vita nostra e su quella degli altri non abbiamo. Non l’abbiamo per fede religiosa o per non incorrere nei divieti che pongono la società e le leggi vigenti. Spesso anch’io vorrei farla finita con le mie sofferenze; per ben due volte, di fronte a diagnosi infauste di malattie incurabili e dei conseguenti interventi chirurgici incerti, sono stata vicina alla morte: ero pronta ad incontrarla al punto da desiderarla. Ma non è successo.
Dopo, in qualche modo, arriva la forza per continuare a vivere, arriva misteriosamente proprio quando ci si arrende e dalla vita non ci aspettiamo più niente. Sono passaggi reali, in cui si viene come lanciate in un altrove, in una dimensione altra, libera anche se fatta di lotta e di pazienza. Si tratta di una dimensione dove può capitare l’impensato, quello di ricevere una forza misteriosa ed esagerata, come l’amor che move il sol e l’altre stelle (Dante); oppure come quello che insegna la mistica Hadewijch d’Anversa: si può vivere lottando fino all’esaurimento delle forze solo per la vittoria di essere sconfitte. Questo è il punto in cui la nostra libertà è completa, troviamo la vera misericordia e la vera pietà, se non altro verso noi stesse/i. Sì, facciamoci forza!