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Ho incrociato cronos e kairos quando ho scelto di vivere a Milano all’inizio degli anni novanta nel preciso punto di svolta in cui si evidenziava la radicale trasformazione della città. Amo le grandi città, sempre proiettate in avanti in continuo movimento. Ho abitato prima a nord in una casa di ringhiera, senza servizi, e subito mi sono presa una brutta infezione. Oggi dopo trent’anni abito a sud-est in una casa di proprietà. Quando il cielo è azzurro vedo a nord-ovest le Grigne e il monte Penice dal balcone opposto. Un quartiere moderno in continuo cambiamento dove però da un mese regna il silenzio.

Le gigantesche gru sono ferme, i lavori del nuovo centro direzionale e residenziale sono bloccati. Durante le mie brevi passeggiate entro il perimetro del quartiere vedo, nel terreno incolto a ridosso del borgo rurale prossimo a dove abito, fagiani e fagiane che pascolano nell’erba verde, colonie di nutrie nello specchio d’acqua formatosi da una roggia, intubata, interrata poi cementata ma che sbuca qua e là nello spazio non ancora costruito. Presto lo sarà, finita l’emergenza inattesa. Secondo il piano di governo del territorio (PGT), qui è prevista l’Arena Multifunzionale per le Olimpiadi del 2026 per le gare di hockey su ghiaccio poi per grandi eventi musicali. A me piacerebbe di più una bella piscina immersa nel verde con varie attività culturali e forse posso ancora sperare/sognare, adesso che la pandemia impone uno stop di lunga durata e un ascolto maggiore delle esigenze del territorio. Non è proibito sognare e possibilmente anche agire come sostiene l’economista italo-americana Melania Mazzuccato, consigliera economica del Governo italiano: «approfittare della crisi per indirizzare l’economia e l’intervento pubblico dello Stato verso una trasformazione ecologica».

Non separare i bisogni, i desideri e la libertà, questo per me significa cogliere il momento opportuno. Farci orientare e guidare dal principio materno quando i cicloni storici ci fanno piombare nell’emergenza. Ne parla anche Marcel Gauchet in un breve pamphlet dal titolo La fine del dominio maschile. Il principio della libertà incondizionata l’ho visto manifestarsi in mia madre. Io desideravo studiare e lei non pose condizioni sull’oggetto, sul cosa. Mentre mio padre pose delle condizioni ideologiche limitanti. Dovevo studiare quello che piaceva a lui. Anche il ciclone degli anni cinquanta/sessanta ebbe origine dalla modernizzazione. Ripensare a quel periodo che pose le fondamenta di una biforcazione storica nella mia vita e in quella italiana mi aiuta a capire il presente. Affiora da questo tempo rallentato un altro ricordo sepolto. Negli anni sessanta mio padre, da contadino, s’improvvisò insieme a un amico piccolo imprenditore. Installarono una struttura per l’allevamento intensivo di galline faraone. Mia madre era contraria, ma non fu ascoltata. Lei era esperta di allevamento di animali da cortile e aveva uno sguardo più lungo. Le faraone, animali molto sensibili che per un nonnulla si spaventano, infatti morivano a decine e venivano date in pasto ai maiali… E così l’esperimento si rivelò un fallimento. Con gravi perdite economiche e sofferenze.

Oggi nella selva di dati statistici manca sempre qualcosa, e cioè le motivazioni soggettive che spingono le azioni di una donna. Cioè la necessità di interpretare i dati così come le scelte determinanti delle nostre vite per cambiare le letture correnti e andare in profondità e lontano. Il respiro della città è il soffio che anima la mia fiducia di poter realizzare l’inimmaginabile. Un di più di esistenza me lo può dare una città dove c’è aria, dove c’è larghezza, termine occitano usato dalle trovatore, cioè generosità, dove ci sono relazioni che non hanno paura di pensare e pensarsi in grande. La ruach, il soffio, un termine ebraico, usato dalle beghine, è poter trovare, ricreare tracce della relazione materna nell’assetto urbano, nella vita della città. Citando la mistica medievale Hadewijch di Anversa, nella sua poesia strofica sulla primavera: «Uno spirito di buona volontà crea al suo interno più bellezza di quanto qualsiasi regola possa mai generare».

A Radio 3 alla lettura dei giornali del mattino ho ascoltato la storia di un’infermiera che cura con lo sguardo. Completamente coperta, le restano solo gli occhi per comunicare con il o la paziente di cui deve prendersi cura e ha constatato come questa modalità porti sollievo e sia efficace. Oggi viene visto il lavoro di cura, non è più invisibile, ma com’è interpretato, raccontato? Sento spesso usare la chiave di lettura del sacrificio eroico di tante infermiere e infermieri. A questo proposito un’altra notizia mi ha colpito: un’infermiera suicida a causa del sovraccarico di lavoro. Letteralmente bruciata dal lavoro di cura. Assistiamo nel discorso pubblico alla retorica della vocazione di coloro che sono “in prima linea”, tanto per usare un linguaggio inappropriato, che rischia di far passare di nuovo il messaggio tradizionale dell’inevitabile bisogno di sacrificare vite umane all’emergenza, mistificando la realtà dei fatti. «Il lavoro di cura è stressante, faticoso e soprattutto non gli viene attribuito il giusto valore, non dico riconoscimento, ma valore simbolico ed economico nella gerarchia dei valori del neoliberismo o modernità», come sostiene Pascale Molinier in Care: prendersi cura. Un lavoro inestimabile. Un libro uscito l’anno scorso che in questi giorni ho riletto. Un bene essenziale che, come scrivono le autrici del Sottosopra Immagina che il lavoro, fa parte di «tutto il lavoro necessario per vivere», mentre oggi si tende a glorificare come una panacea l’intelligenza artificiale che ci libererà dagli eventi catastrofici che ciclicamente, “inevitabilmente” dobbiamo stare pronte, pronti ad affrontare. Sempre all’erta, in guardia. Ci aiuteranno i robot a superare la fatica dello stare in relazione, un robot al posto di una badante, un tablet al posto di una insegnante in carne e ossa, un robot al posto di una cameriera, un cameriere… E diventeremo noi stesse sempre più come macchine: una madre surrogata al posto di una madre.

Con l’automazione, con le tecnologie senzienti ci vogliono far credere che ci verrà risparmiata la fatica delle relazioni e dei conflitti prodotti dalle differenze. Affidarsi alle macchine per superare la sfiducia nelle relazioni o i rischi. Per sopportare l’incertezza del futuro e gli imprevisti ci vuole fiducia nelle relazioni. Siamo sicuri che basterà un nuovo vaccino per scongiurare le conseguenze dello stravolgimento dell’ecosistema di cui stiamo vivendo la nocività? È una nuova illusione? Pari a quella dell’intelligenza artificiale? Ci basterà l’idea che le merci possano liberamente circolare e gli umani no?

Io mi immagino una possibilità di sovvertimento dell’ordine delle cose: riprendere l’idea di un nuovo patto simbolico e sociale. Approfittare della crisi per ridiscutere il contratto sessuale, rovesciando le priorità del vivere in società mettendo al primo posto il principio dell’inviolabilità del corpo femminile e di conseguenza di tutte le forme del vivente. Aprire una fase costituente come il movimento delle donne chiede da tempo.