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Noi amiche del corso di inglese, tutte signore intorno ai 70 anni, abbiamo continuato a incontrarci con la piattaforma zoom. Luisa Valenziani, la nostra insegnante che nel frattempo si è trasferita a Roma, ci convoca settimanalmente. Leggiamo articoli dal New York Times, racconti di scrittrici e scrittori americani e ne parliamo in inglese tra noi.

Marina Santini e io abbiamo cominciato da gennaio a insegnare il corso di Storia Vivente per il master online di Duoda in Studi della differenza sessuale all’università di Barcellona. Le nostre allieve ci inviano settimanalmente i loro compiti in spagnolo, io li traduco, poi con Marina discutiamo animatamente almeno un’ora ogni testo e prepariamo delle risposte con i nostri commenti, che poi traduco e invio.

Una quindicina di giorni fa ho avuto l’irresistibile desiderio di leggere in francese. Ho scovato nella libreria Deux dames sérieuses di Jane Bowles che avevo acquistato anni fa alla svendita annuale di libri usati del Trinity College di Dublino. Un vecchio libro del 1943, tradotto in francese nel 1969, che, come succede spesso, se è per te, ti aspetta.

Mi sono accorta che anche altre amiche hanno ripreso i loro studi linguistici. Mia figlia Silvia, poco più che trentenne, che conosce a livelli differenti cinque lingue, si è ora impegnata a imparare il tedesco. Anche mio marito continua accanitamente a lottare per capire e parlare inglese e la sera lui e io vediamo film in lingua originale con sottotitoli in italiano.


Perché in questa situazione tanto fervore linguistico?

Ho pensato che, oltre a un’ottima ginnastica per il cervello, fosse un modo di rendere presente un futuro in cui potremo ancora muoverci in Europa, nel mondo, comunicare con amiche e amici che vivono in altri paesi; dimostrare concretamente fiducia nel fatto che ritorneremo a incontrarci e parlare sarà un modo di essere più profondamente vicine, pur alla debita distanza.

Un altro motivo mi sembra sia la fiducia nella possibilità connessa proprio all’imparare una lingua straniera. Quando si comincia a leggere un testo in una lingua che si conosce poco, all’inizio ci sembra quasi incomprensibile. Il senso pian piano si dispiega solo a una seconda, a una terza lettura, andando a cercare le parole sconosciute e sapendo, come dice la mia insegnante, che un testo originale consente il gioco dell’interpretazione, mentre la traduzione già data, per quanto buona, ne propone una sola, insomma ci limita. Inoltre, come mi suggerisce la psicoterapeuta psicoanalitica Annapaola Giannelli, la traduzione consente di arrivare al nocciolo della parola nella sua declinazione affettiva ed è attraverso il nostro legame con l’oggetto che si esprime la traduzione giusta per ognuna/o di noi. Con questi esercizi dunque esercitiamo e rafforziamo la fiducia nel linguaggio che ci permetterà di avere una maggiore chiarezza nella situazione attuale, una situazione confusa di cui scopriamo solo alcuni elementi ma che desidereremmo arrivare a chiarire e ci offre l’elasticità, mettendo in gioco anche l’affettività, di non accontentarci di un’unica interpretazione.


Ma non basta

La mia amica Laura Modini mi ha raccontato come in questo periodo si stia impegnando in maniera più approfondita a imparare il cinese, che da anni sta studiando. Settimanalmente fa lezione via internet con la sua insegnante, che ora vive in Ungheria, per rafforzare la sua comprensione della struttura della lingua; un’altra giovane insegnante cinese invece con insistente pazienza l’aiuta a parlare a capire. E Laura esegue anche tutti i compiti. Mentre svolge queste attività, lei non pensa ad altro, si concentra completamente; anche se dice che i risultati le sembrano ancora scarsi, continua perché si ricarica. Le ho detto che è la sua forma di meditazione, il suo modo di concentrarsi sul presente, su quello che sta facendo, mettendoci tutte le sue energie. La meditazione porta a percepire la gioia interiore di sentirsi vive, parte di un mondo più ampio verso il quale proviamo gratitudine per la possibilità di scoprire giorno per giorno, momento per momento qualcosa di nuovo, di inaspettato, come accade con la lingua in cui ogni parola può offrici la gioia della scoperta.


E altro ancora

Mio figlio Andrea vive a Londra con sua moglie Valeria e loro bambina Gaia di venti mesi a cui sua madre e los abuelos si rivolgono in spagnolo, mentre il papà e i nonni in italiano; al nido, in giro e anche in casa sente parlare inglese. Come dicevo alle mamme straniere a cui insegnavo, anche a Londra dépliant colorati del Comune suggeriscono di comunicare con le creature piccole usando la propria lingua forte, insomma la propria lingua materna, per permettere loro di godere e imparare una lingua complessa, sciolta, carica di parole, suoni e toni ricchi di sentimenti. Certo, parleranno più tardi, ma il passaggio da una lingua all’altra creerà un’abitudine al saper cogliere prospettive diverse.

In questo periodo mio figlio, secondo le diagnosi telefoniche di un medico inglese e di uno di Bergamo, in base ai sintomi che presentava era ammalato a causa del Covid-19. Stava piuttosto male ma, come anche mia nuora, doveva lavorare da casa. Allora mio marito e io abbiamo cominciato a creare un’attività di animazione a distanza con racconti di storie, canzoni, video condivisi e tanto altro, cosa che non avremmo mai fatto se non si fosse trattato di un’emergenza. Gaia, che non ha bisogno di parlare perché la capiamo immediatamente, manifesta emozioni complesse attraverso il corpo, col viso e il suo comportamento. Si infiamma alle parole nuove. Ho notato la sua gioia quando, all’interno di un discorso più ampio, ne riconosce una. È una gioia imprevista, una sorpresa sottile, quella che io chiamo solletico al cuore, che ti fa ridere tra te e te per qualcosa che ti tocca da dentro, senza che chi ti è attorno la possa condividere.

È quello che capita a me quando trovo negli scritti delle allieve forme dello spagnolo latino-americano che mi sorprendono, parole nuove che, anche solo per il loro suono, richiamano aspetti diversi della cosa che rappresentano, un’esperienza che in italiano è per me ormai rara.

Allora ho capito che questo fervore linguistico è legato anche all’ascolto primigenio delle parole, quell’ascolto della voce di nostra madre che ci assicura che le cose, il mondo, pur scomparendoci davanti, possiamo evocarle attraverso le parole, perché lei ci assicura della loro esistenza e della possibilità, parola dopo parola, di conoscerle meglio. È una parola rassicurante, quella che ascoltiamo prima e appena dopo la nascita, quando usciamo dal buio caldo alla luce accecante di un mondo che ancora non vediamo.