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«Ora le donne sono ovunque e lavorano a fianco degli uomini, spesso portando una propria misura per modificare il contesto in cui si trovano», così si legge nell’invito del 12 giugno. Livia Alga individua, nel “corpo libero” della danza e della ginnastica, la resistenza e l’abbandono alla gravità, mentre nella radicegreca, Tla, Tlein, sopportare/osare, evidenzia la “forza di essere vittime o eroi”.

Una possibile, o forse necessaria, fluidità che riduce la contrapposizione alleato/nemico dei Poemi Omerici, dove peraltro – sottolinea Livia Alga – il potere delle dee è alternato alla vulnerabilità. Un riferimento simbolico importante per la dicotomia uomo-donna: i poemi omerici sono, infatti, l’opera “globale” che segna l’origine dell’Occidente.

Nell’arte la fluidità sopportare/osare si può tradurre in osservare/inventare, nel senso che davanti a un’opera dobbiamo autorizzarci a prendere parola partendo da chi siamo.

L’identità neutro-maschile ha usato l’invenzione come sinonimo di superamento, cioè un’altra versione di amico/nemico, pacificata dall’arte.

Oggi, però, le differenze linguistiche sessuate hanno aggiunto una lingua in più, facilitata dalla pronuncia delle donne in tutto il mondo.

Alla Biennale di Venezia ci sono più donne che uomini. Tutto a posto? No. In questa Biennale si percepisce anche una popolarizzazione della presenza delle donne, basata sulla quantità più che sulla molteplicità linguistica.

Faccio un parallelo azzardato: il patriarcato ha ceduto il campo alle “fratrie” che governano le multinazionali, anche dell’arte e i rapporti personali, «enfatizzando – come dice Lia Cigarini – il narcisismo maschile, spesso violento». Le donne introducono un linguaggio in più che non elimina la differenza, come tradizionalmente si pensa avvenga nell’arte, la aggiunge. Questo limita il narcisismo maschile perché si apre un campo gravitazionale dove gli uomini possono esercitare una dissidenza rispetto al “loro” soggetto neutro, e usare le differenze linguistiche sessuate come un’occasione e non una minaccia da affrontare con la violenza.

Era, però, necessario che le opere delle artiste fossero tante quante, o almeno non più separabili da quelle degli uomini, interferendo così con le misure abituali della forza di gravità dell’arte.

Quando una figura prende corpo, sapere chi l’ha creata è altrettanto importante dei colori perché aiuta a collegare la libertà di esprimersi all’intuizione anonima, per secoli inglobata, prima, nell’idea del divino, poi, nella rivoluzione delle avanguardie del Novecento. Le grandiose idee dell’arte sono correttamente diventate elementi di conoscenza del mondo.

Ma, come diceva Carla Lonzi, «l’intuizione è un modo di vivere, e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi razionale» (Scritti sull’Arte). Questo è l’apporto della presenza delle donne.

Ogni invenzione ha un punto iniziale, che poi viene assorbito e copiato. Oggi le donne hanno la forza di suggerire agli uomini di imitare il loro sistema linguistico, politico, affettivo, partendo da sé. Anche questa è per me un’opera d’arte.