Un iniziale esperimento di distanza
Francesca Pasini
20 Dicembre 2025
Martedì Vieni? (intendo in Libreria), lo chiedo a artiste e artisti, scienziati e scienziate.
Nell’estate del 2023 a Camogli, quando con l’artista Bruna Esposito chiediamo alla matematica Paola Gario un “ripasso” sulle geometrie non euclidee. Tornata a Milano, invito a cena Paola Gario, Cristina Rossi (film maker), le artiste Margherita Morgantin, Marta Dell’Angelo, gli artisti Marco Trinca Colonel (laureato in fisica), Italo Zuffi, il biologo Claudio Olivari, e gli chiedo di analizzare insieme, in Libreria, l’immaginazione di oggi tra arte e scienza, partendo dalle nostre esperienze personali, senza la pretesa di inventare “un teorema”. Nell’arte è normalmente abbinato all’enigma universale, più che a una immaginazione soggettiva.
Ho pensato a un esercizio per non separare il soggetto dall’oggetto osservato. Dura da due anni ed è una prova, non matematica, ma altrettanto precisa di quanto influiscano le relazioni dirette nello scambio di ragione e sentimenti.
Ho scelto il martedì perché in genere non ci sono programmi e così posso mandare l’invito, senza l’obbligo di un calendario. Come facevo con Quarta Vetrina. Non l’ho pensato come un gruppo aperto, perché temevo che, come spesso succede, all’inizio c’è grande adesione e poi svanisce.
In questi due anni siamo diventati 25. Mando l’invito e in base alle risposte confermo oppure sposto. È già un dialogo.
Oggi mi rendo conto che ero influenzata dall’idea di un’autocoscienza e dalle cene di Estia, inventate da Ida Farè: mangiare insieme aiuta a digerire le parole ostiche.
Così compriamo dei cibi all’Esselunga e dalle 19 in poi stiamo insieme (ho le chiavi per uscire dall’altra porta). Nuccia Nunzella che è di turno al martedì si ferma con noi.
L’andirivieni tra chi parla, chi ascolta, chi interrompe, chi cambia tema, diventa una pratica estemporanea delle differenze che è la rivoluzione che ancor non ci abbandona.
Mettere in vetrina le figure dell’arte e le parole della scienza oggi è “elementare”, come direbbe Sherlock Holmes, però, riagganciarmi a un’informazione tradizionale, lenta, con persone in carne ed ossa, mi fa capire che se vengo a sapere più tardi quello che succede nel mondo, non resto fuori dal mondo. Le virgolette blu dicono che il messaggio è stato aperto ma, parafrasando Massimo Troisi, a cliccare sono milioni, a memorizzare siamo da soli. Cenare insieme permette di dire cose a metà, attivando focolai senza bruciare l’argomento.
In Libreria ci si può vedere tra le stesse persone, senza provocare sentimenti di esclusione. Anzi, aggiunge virtute e conoscenza allo scambio, che è sempre il punto fragile.
Un tempo si diceva “parla come mangi”, oggi “scrivi come parli”? Bastano i post? La carta dura migliaia di anni. I codici bizantini hanno trasmesso Omero.
Google e IA correggono, creano testi, immagini, ma le domande devo individuarle io. Imparerò?
Il 14 dicembre 2025, dalle relazioni in Libreria su “Intelligenza Artificiale e Pensiero Vivente” ho imparato molte cose che mi hanno rassicurato nel continuare i “martedi”, non sarà un sabotaggio, come diceva Ida Dominijanni, ma un iniziale esperimento di distanza.
La scienza in questi ultimi anni con gli articoli sul Corriere di Rovelli, Pievani, Zellini e i loro libri, ha proposto una divulgazione accessibile, meno neutro-specialistica.
Carla Lonzi nel suo ultimo saggio critico artistico, nel 1970, ha scritto: “l’intuizione è un modo di vivere e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi astratta”. Me ne sono appropriata e nell’ultimo martedì ho proposto di pubblicare pensieri e disegni, man mano che li scriveremo, come libretti da tenere sul comodino e leggere volta per volta. Ci sono i libretti rossi di Mao, quelli verdi di Rivolta Femminile e quelli del martedì che mi piacerebbero blu.
Sono affezionata alle biblioteche personali, dove spesso immagino vite possibili, adiacenti alla mia. Computer e cellulare mi aiutano a memorizzare, correggere, mandare l’invito, ricevere le risposte, però vorrei “imparare a non sapere”. Un tempo si diceva “sapere di non sapere”: oggi questo lo risolve Google, ma bisogna imparare una relazione in presenza diretta che non si restringa al privato, dove peraltro i cellulari sono sempre accanto a noi.
Fino a metà degli anni ’90 del secolo scorso le artiste erano eccezioni, oggi sono tante e riconoscibili. Ma le differenze non germinano da sole: dobbiamo continuare a chiederci chi siamo e cosa vogliamo.
Dal momento in cui ho visto nell’opera un soggetto vivente, e non un oggetto prezioso, sono uscita dualismo (uomo-donna, vero-falso) e ho riconosciuto anche nei dipinti storici, anche in quelli sacri, la soggettività sia maschile, sia femminile, ambedue eclissate da un neutro che si riteneva attributo di eccellenza, indipendente dalla “consciousnes” di chi crea e di chi osserva. Oggi la creatività si esprime non solo in chi scrive meglio, in chi dipinge meglio, ma in chi usa meglio i media. Quindi si tratta di leggere sia l’opera, sia le influenze che derivano dalla sua notorietà mediatica, che non riguardano i collezionisti, come un tempo i papi e i principi, ma osservatori e osservatrici anonimi.
L’appropriazione gratuita di un’opera d’arte non avviene per via telematica, ma quando una “scossa dei nervi” ce la fa completare. Virginia Woolf scrive che Liliy Briscoe (a cui Charles Tansley sibilava alle spalle “le donne non sanno scrivere, non sanno dipingere”) sentendolo parlare un comizio pacifista ebbe una “scossa dei nervi: come può amare il prossimo chi non distingue un quadro dall’altro”. E in quel momento capì come completare il ritratto della Signora Ramsay (Al faro).
Ci portiamo a casa l’arte, senza comprarla, quando è adiacente alle nostre emozioni/invenzioni. Ha che fare con l’IA? credo di sì.
Non vuol dire rifiutare gli strumenti mediatici, ma riconoscerne la differenza rispetto alla presenza quotidiana effettiva, quando ci si guarda allo specchio, si ascolta la TV, si risponde al cellulare, si sfoglia un libro o un giornale a casa propria o in quella di altri.
Al martedì, non abbiamo trovato una regola, ma “vite possibili, anche se non realizzate, perché adiacenti alle nostre”. Quest’idea l’ho presa da Telmo Pievani che dedica un libro a Frances Arnold, e alla sua scoperta della funzione promiscua delle proteine che la natura non combina, ma lei sì. “Nell’estate 1976, quando, giovane studentessa di ingegneria meccanica e aerospaziale di Princeton, è in vacanza a Madrid, legge La Biblioteca di Babele di Borges e ha un’illuminazione. Applica alla ricerca degli enzimi il sistema della Biblioteca di Borges, dove la miriade di volumi differiscono anche per un errore tipografico di una sola lettera, cioè un’unica mutazione dall’originale” (T. Pievani, Tutti i mondi possibili, Raffaello Cortina Editore, 2024).
Questo è il mio modo di appropriarmi della scienza per completare le mie relazioni con l’arte e i pensieri che incontro.