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dal Corriere della Sera

«[…] La donna d’oggi non è più quell’essere impersonale, senza individualità e senza cultura, che una volta fu. Siamo ben lungi dai tempi che la donna si considerava come un animale domestico, da potersi maltrattare, scacciare od uccidere a capriccio del suo padrone». Sono questi alcuni dei versi più celebri contenuti in Il Monopolio dell’uomo (1890), uno dei primi scritti di Anna Kuliscioff. Un simbolo di impegno civile e di emancipazione femminile, ricordato nel centenario della morte – avvenuta nel 1925 a Milano – con una mostra al Museo del Risorgimento di Palazzo Morando (prorogata fino al 30 marzo 2025). Tra le figure più influenti del movimento socialista italiano, Kuliscioff fu un esempio di coraggio e determinazione nel perseguire ideali di giustizia sociale, emancipazione e difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici (qui abbiamo raccontato la sua figura, attraverso le pagine d’archivio, e la sua eredità).

Un personaggio rivoluzionario anche sul fronte degli studi: nata in Crimea, si trasferì in Svizzera per studiare e laurearsi in medicina, e fu tra le prime donne dell’epoca. Il suo impegno si concentrò, in particolare, sulla questione femminile: fu tra le prime a denunciare le disuguaglianze economiche e sociali subite dalle donne, battendosi per il diritto al voto (scontrandosi anche con l’eccessivo gradualismo del Partito socialista e del compagno Filippo Turati) e per migliori condizioni di lavoro.

Si legge in un articolo botta-risposta su Critica sociale, la rivista del socialismo riformista italiano, che diresse insieme a Turati fino al 1891: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivalgono, almeno, al servizio militare la funzione e il sacrificio materno, che danno i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo, forse son pagati dai soli maschi? Quale degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbe invocarsi ugualmente per il femminile? Domandate ai socialisti belgi ed austriaci se l’aiuto delle lavoratrici, nella loro campagna pel suffragio, non ebbe “alcuna influenza benefica immediata”! Vi risponderanno che proprio nelle donne trovarono i più coraggiosi entusiasmi e le maggiori abnegazioni». Il suo sogno si sarebbe avverato solo nel 1946.

Una donna che lasciò il segno in numerose città: Firenze, dove venne incarcerata e contrasse la tubercolosi che la segnò tutta la vita; Imola, la città di Andrea Costa da cui ebbe la figlia Andreina; Torino, dove approfondì le ricerche sulle febbri puerperali e visse presso la famiglia di Cesare Lombroso; Pavia, dove seguì il futuro premio Nobel per la medicina Camillo Golgi; Padova, dove studiò con Achille De Giovanni; Napoli, dove si laureò e incontrò Turati, compagno di vita e azione fino alla morte; Milano, dove come medico si dedicò ai più poveri, curando gratuitamente operai e indigenti, guadagnandosi l’appellativo di “dottora dei poveri”. A cento anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero resta di grande attualità e ci invita a riflettere sull’importanza di proseguire il suo cammino per un mondo più equo e inclusivo.