Condividi

La testimonianza di un’operatrice della sanità nella città invasa dagli agenti dell’Ice

Quando l’assedio è cominciato, è stato destabilizzante. In quanto abitante del Minnesota da oltre trent’anni, sono abituata a sentirmi radicata e al sicuro qui: il Minnesota è casa mia. Quando le attività dell’Ice sono aumentate, quel senso di normalità si è trasformato in attenzione e cautela acuite. Anche le attività quotidiane hanno cominciato a sembrare diverse.

Molti di noi provano paura. I latini/ispanici e la comunità somala. Anche se sono una cittadina naturalizzata, a causa dei miei tratti somatici non sono al sicuro dal rischio di essere fermata o arrestata dall’Ice. Preoccuparmi della mia sicurezza e di quella dei miei figli, anche loro latinos, ha avuto un impatto emotivo. Ho detto ai miei figli adulti di portare con sé i loro passaporti e certificati di nascita: sono nati qui. E dopo aver visto le notizie sull’Ice che entra nelle scuole, mio figlio più giovane – che è al liceo – porta con sé il suo certificato di nascita nello zaino. Ciò che fa più male è che molte persone non bianche vengono prese di mira solo sulla base del proprio aspetto.

Ho cominciato a portarmi dietro il passaporto a metà dicembre 2025, dopo essere stata testimone di un’operazione dell’Ice trasmessa in live streaming. In quel momento ho capito che il mio senso di sicurezza era svanito, e che quel piccolo libretto blu (il passaporto) era ciò che auspicabilmente mi avrebbe protetta.

Personalmente non sono mai stata fermata o detenuta. Tuttavia, mio fratello più giovane – che è un cittadino americano – è stato fermato mentre andava al lavoro. Non è stata compiuta nessuna azione pericolosa nei suoi confronti, ma l’incontro con gli agenti dell’Ice è stato intimidatorio ed emotivamente destabilizzante per lui. Dopo è tornato a casa, si è assentato a lavoro: l’esperienza era troppo difficile da elaborare, specialmente perché è successo dopo la morte di Renée Good.

Sono un’operatrice della sanità qui a Minneapolis: ho iniziato a notare un cambiamento dalla seconda settimana di dicembre. Sempre più pazienti cancellavano i loro appuntamenti o non si presentavano. Il motivo, ci dicevano, era la paura: di essere fermati mentre andavano alle visite. Una paura che induce le persone a ritardare o privarsi delle cure mediche di cui hanno bisogno, cosa che ha gravi conseguenze a livello sanitario. Sentire queste storie ha un forte impatto per chi di noi ha a cuore la propria comunità. Nella mia esperienza professionale, è una delle cose più difficili di cui sono stata testimone.

Un mio caro amico mi ha invitata a partecipare a un gruppo social di community watch (dove ci si scambia informazioni su raid in corso, avvistamenti, attività politiche ecc., ndr). Il mio scopo è essere informata, capire le risorse a disposizione e condividerle con le nostre comunità, specialmente se si tratta di questioni relative alla sanità. Garantire informazioni accurate mi sembra importante.

Si è anche trattato di un modo per sentirmi parte della comunità, insieme a altri cittadini del Minnesota che hanno a cuore i nostri vicini. È ciò che siamo – ci sosteniamo a vicenda. Fare parte di un gruppo, condividere le proprie risorse, le allerte e le informazioni sulle veglie o altri eventi ci ha aiutati a restare connessi tra di noi, a elaborare insieme il lutto, a trovare un senso di unione in un momento estremamente difficile.

Ricordo il mercoledìmattina, il 7 gennaio, in cui la notizia della morte di Renée Good ha iniziato a circolare. Alcuni di noi nei gruppi di neighbor alert hanno ricevuto il messaggio: avevano sparato a un’osservatrice. Ricordo la sensazione: ero stupefatta. Si trattava di una madre che aveva appena portato il figlio a scuola. Quella stessa sera ho partecipato a una veglia. C’erano centinaia, forse migliaia di persone che si sono riunite in solidarietà. È stato commovente e surreale. Ero in stato di shock, cercavo di farmi una ragione di quello che era accaduto. Diciassette giorni dopo è stato ucciso Alex Pretti: l’impatto è stato diverso. A quel punto ero già emotivamente esausta. Scoprire che era successo di nuovo, stavolta a un altro professionista della sanità, è stato doloroso. Quando è emerso che Alex era un infermiere, la cosa mi ha colpita su un piano personale. Molti di noi già devono farsi carico del trauma collettivo che deriva da ciò che vediamo ogni giorno: la paura dei nostri pazienti, le cure posticipate, l’insicurezza perenne.

Quel pomeriggio sono andata nel posto in cui si era formato un piccolo memoriale. È stato profondamente emotivo. Non potevo crederci: era successo di nuovo. Quella notte ho pianto per qualcuno che non ho mai conosciuto, ma il cui impegno per la comunità ho riconosciuto immediatamente.

Nella sanità, ci viene insegnato a mettere i nostri pazienti al primo posto. A restare con me è questa dedizione a proteggere i nostri vicini e a difenderci gli uni con gli altri.

Dal mio punto di vista, non c’è stato un miglioramento significativo dal cambio di leadership degli agenti federali a Minneapolis. L’Ice è ancora presente, e le tattiche sono sempre le stesse. Anche dopo che Greg Bovino se ne è andato, la visibilità e l’intensità delle azioni non sono cambiate in modo percettibile.

Molti di noi si sono sentiti sollevati quando Bovino è stato rimosso, ma la paura non è scomparsa. La gente ancora parla di avvistamenti di agenti, si sente ancora osservata (i droni di notte sorvolano le città) e si sente insicura nella propria quotidianità. Sotto Bovino ci sono state tre sparatorie, due delle quali letali. Sono trascorsi pesanti, e aleggiano sul presente.

Vorrei che la leadership democratica fosse in grado di fare di più. Ma mi rendo conto anche del fatto che le loro mani sono legate. Ci sono limiti legali e strutturali a ciò che possono fare. A livello locale ho visto Jacob Frey, il sindaco di Minneapolis, parlare consistentemente e con chiarezza di come tutto questo stia avendo un impatto sulle famiglie di immigrati e le piccole attività. Da parte sua vedo un interesse genuino. Ho anche visto un cambiamento positivo sotto il capo della polizia di Minneapolis Brian O’Hara: in tanti ora vedono la polizia locale come un’alleata – una fiducia che ha importanza.

Allo stesso tempo, sembra una situazione alla Davide e Golia. Minneapolis ha risorse limitate: il dipartimento di polizia ha circa 600 agenti mentre le operazioni dell’Ice ne impiegano quasi 3.000. La leadership locale e statale può agire solo fino a un certo punto davanti a questo sbilanciamento di forze.

Eppure ho speranza. Vedere il sindaco di Minneapolis a Washington, e i parlamentari venire in Minnesota per osservare ciò che sta accadendo, mi dà speranza che ci sia una maggiore comprensione degli eventi.

Mi rendo conto che i nostri leader statali stanno cercando delle soluzioni passando per i canali legali, ma per il momento questi sforzi non hanno portato a una soluzione significativa. Ed è frustrante per tutti noi.

Vedere Liam Ramos tornare a casa è stato un raggio di speranza. Quando ho visto il suo volto sui giornali locali qualche settimana fa, mi si è spezzato il cuore. È solo un bambino. Sapere che era tornato in Minnesota, da sua madre, insieme al papà, ha dato sollievo a tanti di noi. La sensazione era che qualcosa stesse finalmente andando per il verso giusto.

Tuttavia l’allarmebomba alla sua scuola mi ha profondamente turbata. È doloroso pensare che chiunque possa voler fare del male a un bimbo di cinque anni solo per il suo status migratorio. Ma mi conforta vedere che le forze dell’ordine locali hanno fatto il loro dovere.

Non mi sorprende che si parli di un appello, da parte del governo, alla decisione del giudice di rilasciare Liam e il padre. A darmi speranza è il lavoro incessante dell’American Civil Liberties Union, degli attivisti dell’immigrazione e per i diritti civili, e il fatto che i funzionari del dipartimento dell’Educazione stiano prendendo posizione per difendere i bambini nelle scuole dall’Ice. Per me, il fatto che Liam sia tornato a casa resta un simbolo di speranza.

(il manifesto, 8 febbraio 2026 – Traduzione di Giovanna Branca)