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Il tema del nostro incontro, prezzo e prezzi della libertà femminile non mira tanto alla denuncia, quanto alla consapevolezza e alla valutazione. Mira cioè ad affinare la nostra attenzione sulla presente condizione umana, dal punto di vista di chi ha a cuore che ci sia, a questo mondo, libertà femminile.

La libertà sostanziale (non quella liberista) consiste nelle possibilità riconosciute o non riconosciute ma effettive, di autorealizzazione personale: poter esistere in rispondenza positiva con quello che siamo in prima persona. Tra le condizioni di possibilità, la pratica femminista, che condivido, fa un posto importante alle relazioni. La concezione liberista considera che si tratti di un affare individuale. La libertà sostanziale riguarda la persona singola anche per me, ma per me il singolo o la singola è inconcepibile separatamente da altre o altri suoi simili.

Ci sono tante possibili descrizioni e mezze-definizioni di libertà (dubito che si possano dare definizioni vere e proprie), tra le quali richiamo quella di Lia C.: la libertà è esperienza. Vuol dire, tra l’altro, che io posso ipotizzare ma non posso sostenere, di un’altra, che non è libera, se questa invece sostiene di esserlo: si tratta della sua esperienza.

Partirò da un fatto accaduto, che è lo s-legame della relazione materna sancito nel 2014 dall’Europa. Il 26 giugno 2014 la Corte Europea dei diritti dell’Uomo impone alla Francia di riconoscere come valido il certificato di nascita di un bambino nato in paese straniero con la surrogata, certificato che non indicava il nome della madre. Era accaduto, in precedenza, che una coppia che tornava in Francia con un neonato frutto di maternità surrogata avesse dichiarato falsamente che la donna era la madre, incorrendo in un preciso reato. Da qui, l’idea del certificato con la sola indicazione della paternità – non accettabile secondo l’ordinamento francese (e di tanti altri paesi).  Ricorso della coppia e sentenza della Corte Europea: per il bene del bambino, va iscritto nell’anagrafe francese. Una questione simile si è posta anche in Italia.

Il bene del bambino, dunque, sarebbe qualcosa che può autorizzare l’eclissi della madre. (Riconoscete qui il titolo del libro di M.L. Boccia e G. Zuffa, 1998.)

In queste condizioni il diritto di adottare il figlio del partner, da parte di omosessuali uomini, vorrebbe dire il diritto di socializzare una creatura senza madre.

Vi sono coppie maschili che spontaneamente ripugnano a questo esito e si comportano di conseguenza, come risulta dalla testimonianza di Tommaso Giartosio (v. Una città n.229/marzo 2016), ma non si oppongono alla surrogazione, come se il loro comportamento eccezionale fosse la regola. Una strada alternativa potrebbe essere di ripensare l’istituto dell’adozione. Ma, come mi avverte l’avv. M.G. Sangalli, la modifica della legge, che anch’io auspico, non è in vista.

Vi sono giudici che tentano di anticipare il legislatore. Tra questi spicca il nome di una giudice, già presidente di un Tribunale di minori, autrice di molte sentenze che concedono l’adozione a coppie omosessuali, una delle quali maschile (e “surrogata” all’estero) con queste parole: “Di fronte al bene supremo di un minore di avere due genitori, non possono esistere discriminazioni di sesso” (la Repubblica del 3.5.2016, p. 17). È piuttosto evidente che la giudice, se queste sono veramente le sue parole, ha perso il buon senso, ma come e perché l’ha perso?

Il bene del bambino, come forse sapete, in un passato non remoto, ha autorizzato il Tribunale dei minori a mettere in adozione bambini di donne che si prostituivano o di donne che non parlavano in italiano con i figli… Allora, per il bene del bambino, ci voleva la coppia etero, colta e benestante. Trionfo del perbenismo. Adesso, quello che ci vuole assolutamente, secondo la giudice del bene supremo, è che il bambino sia legalmente di due individui, né più né meno. E guai a parlare di sesso, sarebbe discriminazione, il sesso non c’entra: i bambini li porta la surrogata.

Il perbenismo di una volta (anche quello era un prezzo in termini di libertà femminile) è superato, ma c’è sempre un prezzo da pagare. Adesso, da parte della società più avanzata e progressista in cui vuole collocarsi quella giudice, il prezzo a me sembra molto alto, troppo. Si tratta cioè di cancellare il debito con la donna che ci mette al mondo. Siamo disposte/i a pagarlo? E se non lo siamo, con quali argomenti?