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La posizione geopolitica della Sicilia e di Catania, la città dove vivo, ha favorito in questi anni l’approdo al porto di Catania di navi delle Ong umanitarie o di navi militari e guardacostiere con a bordo donne, uomini e bambini, bisognosi di protezione umanitaria, provenienti da paesi africani e medio orientali, per lo più partiti dalle coste libiche e salvati dai naufragi nel canale di Sicilia. Questo, e la presenza in città dell’agenzia Frontex per i respingimenti e del Centro di Accoglienza Richiedenti Asilo (Cara) di Mineo nel territorio circostante, hanno fatto sentire a me e alle amiche della Città Felice di Catania la necessità di impegnarci, di non voltare la faccia dall’altra parte. Così ci siamo messe in contatto con altre realtà, collaborando con loro con le nostre pratiche e le nostre scommesse femministe.

Per esempio, venute a conoscenza degli stupri subiti dalle donne migranti nei centri di detenzione libici da parte di uomini delle milizie mercenarie locali, ci impegnammo, collaborando alla stesura della Carta di Lampedusa nel 2012, affinché il linguaggio adoperato comprendesse le donne migranti e per fare chiarezza in alcuni passaggi tra i quali quello che se buona parte delle donne che giungevano sino a noi si trovavano in stato di gravidanza, questo era dipeso dalle violenze subite in Libia e non perché avessero deciso di partire dai loro paesi in stato di gravidanza. (1) Già a Catania, avendo saputo del disagio in cui si trovavano le donne migranti ospitate insieme agli uomini in strutture cittadine senza criteri di civiltà e senza alcuna distinzione di sesso, avevamo chiesto a esponenti del comune e alle associazioni accreditate di porre fine a quello stato di promiscuità, separando le donne dagli uomini affinché non condividessero spazi, dormitori e bagni.

Con le “Mamme di Lampedusa” e anche con le “Mamme No Muos” di Niscemi (Caltanissetta) e di Caltagirone (Catania) dove opera anche l’associazione “Astra”, le donne mediche di Medu (Medici per i diritti umani) nonché dell’associazione “Lasciateci entrare”, con le quali eravamo entrate in relazione organizzando insieme manifestazioni e recandoci frequentemente non solo alla base militare-satellitare del Muos di Niscemi (realizzata in una secolare sughereta protetta patrimonio Unesco) ma anche dinanzi ai cancelli del Cara di Mineo (Villaggio degli aranci) per incontrare donne e uomini migranti, iniziammo una riflessione che ci portò ad acquisire la consapevolezza del forte nesso esistente in questi ultimi anni tra lo svolgimento delle guerre e il flusso delle migrazioni, soprattutto quando ci sono donne: sono in primo luogo i conflitti bellici, non le aspettative di una vita migliore come nel caso di molti uomini, a spingere sempre più donne a lasciare le loro case e intraprendere quei viaggi con i loro bambini/e che molto spesso le hanno portate a morire per annegamento o per altri violenti motivi. In seguito a questa visione secondo noi più vera della questione e a nuove letture in merito alle cause della migrazione, attribuibile in buona parte alla militarizzazione, abbiamo pensato lo slogan “Libere da violenza e militarizzazione” trascrivendolo su documenti e volantini e in un colorato striscione esibito più volte durante manifestazioni e mostre mail art, una delle quali è stata la mostra “Lampedusa porta della vita” curata da Katia Ricci e Rossella Sferlazzo (2) esposta al LampedusaInFestival nel 2014. Ma libere da violenza non solo causata dalle guerre. In secondo luogo, infatti, oltre alla violenza delle guerre, le donne di paesi africani e d’oriente che abbiamo conosciuto ci hanno parlato della cultura misogina che regna nei loro paesi e nelle loro famiglie, che sono costrette a subire e dalle quali molte sono fuggite. E che spesso hanno ritrovato anche qui. Sono donne che abbiamo incontrato in varie situazioni: migranti incrociate ai cancelli del Cara di Mineo o incontrate grazie ai nostri rapporti con la Rete Antirazzista Catanese e gli/le amiche eritree di “Africa unita”, anche donne prostituite durante il giorno dentro lo stesso Cara o lungo le strade provinciali (3), o donne fuggite dal Cara perché la loro richiesta d’asilo era stata bocciata dalla commissione, conosciute nelle loro brevi permanenze a Catania mentre erano in attesa di partire per altri paesi europei. Ancora abbiamo conosciuto donne straniere che svolgevano l’attività di mediatrici culturali, collaboratrici domestiche o badanti con le quali siamo entrate in contatto per l’attività che Nunzia Scandurra svolge allo sportello della CGIL di Catania per essere d’aiuto in qualità d’avvocata. O donne straniere desiderose di fermarsi a vivere a Catania, che Giusi Milazzo responsabile del Sunia in Sicilia, sostiene e orienta nella loro faticosa ricerca della casa… Anche Mirella Clausi da anni segue nel suo percorso di inserimento nella vita cittadina una donna proveniente dal Marocco…

Un problema importante che stiamo affrontando è quello del modo di considerare la prostituzione, grazie agli scambi con le amiche operatrici dell’associazione anti-tratta “Penelope” (la cui responsabile Oriana Cannavò è co-fondatrice insieme a molte donne e uomini di realtà catanesi della rete antiviolenza La Ragna-Tela), che da tempo lavorano, e con risultati, per liberare dalla prostituzione giovani donne africane e sudamericane vincolate ai loro carnefici da riti woodoo e joujou e da debiti contratti per ingenti somme in Nigeria o in altri paesi dove sono state raggirate con false offerte di lavoro in Europa: è di qualche mese fa la condanna a Catania a 8 anni di reclusione a uomini e donne di un racket della prostituzione grazie all’individuazione dei/delle componenti della banda e alla denuncia alle forze dell’ordine da parte delle donne di Penelope. Ebbene, insieme a loro da tempo siamo in conflitto politico con uomini (anche alcuni celebri studiosi delle questioni geopolitiche e delle migrazioni nel Mediterraneo) e donne di alcune forze di sinistra non solo catanesi, operatori e avvocate che lavorano al Villaggio degli aranci, a causa dell’indifferenza e della superficialità con le quali viene vista la questione dell’induzione alla prostituzione delle donne migranti all’interno e all’esterno del Cara e nel territorio circostante, che va affrontata invece a nostro avviso in maniera radicale senza alcuna giustificazione e indulgenza. Da parte maschile notiamo solo indignazione riguardo allo sfruttamento economico delle donne prostituite da parte di uomini del racket della prostituzione (solitamente africani o arabi), in analogia allo sfruttamento della forza lavoro dei migranti nelle raccolte stagionali da parte del caporalato. Mentre si fa rientrare quasi nella “normalità” il fatto in sé della prostituzione, il dato che le donne vengano prostituite, come “qualcosa difficile da sradicarsi” e legato alla necessità economica, in quanto esse non avrebbero altra soluzione per estinguere il debito contratto. Ci sono stati avvocati/e che lavorano al Cara di Mineo per assistere i/le migranti, che interpellati da noi in merito alla questione prostituzione se ne sono lavate le mani dicendo che se la denuncia ai loro aguzzini non parte dalle stesse donne loro non possono farci niente. Troviamo inaccettabile la sottovalutazione del significato misogino e sessista del permanere in questo stato di negligenza, e lo diciamo, ma non riusciamo ancora a incidere. Ci siamo rese conto che mentre nel nostro lavoro sulla città da molti anni ci viene riconosciuta autorità da parte di donne e uomini di associazioni locali (come nel caso del lavoro con il comitato “Babilonia” nel quartiere di San Berillo a Catania), su queste questioni c’è quasi una impermeabilità alla politica delle donne.

Altro punto di conflitto con molti uomini di sinistra, è la loro veemente reazione in difesa degli uomini migranti o stranieri che commettono violenze sessiste nei confronti delle donne occidentali o dei loro stessi paesi. Confliggere su questo richiede di approfondire il discorso perché è vero che c’è un accanimento mediatico strumentale contro gli uomini migranti rispetto a quelli occidentali che commettono violenze. Quello che facciamo è mostrare la radice della violenza nella sessualità maschile, che riguarda personalmente anche loro, attivisti antirazzisti. Il problema si ripropone continuamente perché la partecipazione della Città Felice e della rete La Ragna-Tela a varie iniziative a Catania, Niscemi, Riace, Messina, Palermo, in collaborazione con realtà e reti antirazziste, antagoniste e pacifiste quali la Rete Antirazzista Catanese, Comitato No Muos, No Sigonella, Oxfam, Borderline Sicilia, Catania 2018…, apre a buone occasioni di scambio e di conflitto. Per esempio, quando nominiamo la violenza maschile che le donne migranti subiscono in Libia, nella stesura dei documenti comuni riguardanti le migrazioni, ci viene opposto che le violenze non le subiscono solo le donne ma anche uomini e ragazzi. Anche da parte di molte donne, che non vogliono discriminare gli uomini picchiati e i giovani violentati. Questa volontà di spostare l’attenzione dalle donne, tutte le volte che viene affrontata la questione della violenza maschile, è in realtà un modo di sviare l’attenzione dal fatto che chi la commette sono uomini. Un nodo per molti/e irrisolto, e noi cerchiamo di mantenere aperte le contraddizioni, non demordiamo.

Negli ultimi anni Catania è diventata anche e sempre più riferimento per molte realtà pacifiste a carattere internazionale. Per esempio, la Caravana migrantes buscando desaparecidos composta da donne e uomini provenienti da varie parti del mondo ogni primavera fa capo a Catania per incontrarci. Lo scorso aprile insieme a loro abbiamo accolto e sostenuto al porto di Catania le donne e gli uomini componenti l’equipaggio della nave Acquarius della Ong SOS Mediterranée e visitato la nave. Le Madres buscando desaparecidos intraprendono solitamente da Catania i loro viaggi annuali per sensibilizzare luoghi e genti riguardo la tragedia e l’ineluttabilità delle migrazioni. Con loro abbiamo messo a fuoco l’importanza di esporre durante le loro iniziative anche le fotografie delle figlie scomparse oltre a quelle dei figli. La primavera scorsa abbiamo avuto a lungo con noi anche la carovana Abriendo fronteras: oltre 250 donne e uomini provenienti dai paesi baschi che hanno visitato, manifestando con espressioni e performance dal carattere e dal linguaggio femminista soprattutto da parte delle donne componenti la carovana, i luoghi della militarizzazione in Sicilia e della reclusione dei/delle migranti (Cara e Cie siciliani di Catania, Pozzallo, Trapani, Lampedusa)… Voglio ricordare anche i giorni vissuti febbrilmente a fine agosto 2018 al porto di Catania insieme a oltre 3000 presenze tra donne e uomini per manifestare nelle forme più imprevedibili della creatività politica e per pretendere che le donne, i minori e gli uomini sequestrati a bordo della nave della Guardia costiera Diciotti venissero autorizzati a scendere. Finalmente vista la partecipazione di tante siciliane/i che non dismettevano il presidio e la protesta neanche di notte, e visto l’interessamento di Laura Boldrini, in un primo momento, che è riuscita a ottenere che le donne venissero ricoverate in ospedale, e della Cei dopo, trascorsa una settimana i e le migranti rimaste sulla Diciotti sono stati fatti scendere e assegnati a strutture Sprar (adesso chiuse) e strutture ecclesiastiche… Quelli/e che eravamo rimasti/e in forma stanziale al porto, avevamo dialogato con loro con fiaccole e varie emissioni luminose di notte, con musiche, canti, tuffi acrobatici che i e le giovani presenti facevano per tentare di raggiunge la Diciotti a nuoto, ed enormi scritte in inglese su striscioni con cui davamo il benvenuto e chiedevamo loro di non smettere di sperare e continuare ad avere forza e fiducia perché c’era chi era contento/a di saperli vivi e li avrebbe voluti in Sicilia!

In tutto questo fervore di attività, l’errore politico delle persone benintenzionate, e anche nostro, è stato quello di non aver saputo comprendere per tempo l’entità del malessere generale e di non aver avuto né desiderio di confronto né atteggiamenti di disponibilità al dialogo, quanto piuttosto di impotente disprezzo, verso coloro che non la pensavano allo stesso modo, definendoli populisti, ignoranti, creduloni, manipolabili… Non è stato valutato a dovere quel disagio sociale che aleggiava da tempo in Italia così come in molti altri paesi occidentali, disagio dovuto alla mancanza di una buona politica, dell’occupazione a favore dei/delle giovani costrette a loro volta a emigrare, della corruzione, del sessismo, dei brogli, della discriminazione sociale e culturale.

Adesso ci diciamo che la mediazione culturale la dobbiamo fare con le catanesi e i catanesi. Ma abbiamo perso molto tempo, ci dovevamo pensare molto molto prima. Recentemente a Catania abbiamo montato con le realtà con le quali collaboriamo, un gazebo in una strada del centro cittadino che ci vede presenti in una turnazione di donne e uomini che oltre a distribuire materiale informativo utile a stranieri/e e migranti di passaggio o stanziali a Catania, cercano di comunicare nella maniera meno animosa possibile e ascoltare uomini e donne che rifiutano la presenza dei migranti nel nostro paese. Stiamo cercando di modificare quell’atteggiamento “di sinistra” che ha causato rigide contrapposizioni nel modo d’intendere la questione e che nuoce fortemente al tentativo di dare corso a una reale convivenza con i/le migranti nelle città.


Note:

1- Faccio riferimento per questo ai film Terraferma del regista Crialese e Orizzonti mediterranei delle registe Maria Grazia Lo Cicero e Pina Mandolfo. E rimando per le altre questioni qui trattate anche ai film Come il peso dell’acqua e L’ordine delle cose del regista Andrea Segre, al film Dove bisogna stare e al libro Cicogne nere dell’eritreo Abdel Fetah.

2- L’opera-installazione artistica realizzata a Lampedusa nel 2015 dalla scrivente e dalle Mamme di Lampedusa dal titolo “La porta della Vita” rimanda, proponendo la figura simbolica della donna-mare Abissa che compare in prospettiva dinanzi alla porta, alla grandezza femminile che nella “questione migranti” e nel rispetto dell’ambiente e dell’esistente tutto, sa come procedere e dare sollecitazioni e indicazioni positive.

3- Sull’induzione alla prostituzione delle donne migranti, vedi l’ultimo numero speciale di A&P della MAG Verona, “Le Città all’opera”, dicembre 2018.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Sull’immigrazione: pensieri parole opere e omissioni, del 3 febbraio 2019