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Ho pensato di scrivere del pensiero della differenza sessuale perché in questo momento se ne parla in modo semplicistico e confuso.
Faccio riferimento al saggio iniziale del primo libro di Diotima, intitolato appunto Il pensiero della differenza sessuale.

Di differenza sessuale ne parlano abitualmente le persone, i giornali, le scienze umane come la sociologia, la psicologia, la filosofia e ora la medicina di genere. Il limite è che viene nominata come un fatto tra gli altri fatti: la differenza oggettiva tra le donne e gli uomini. In particolare nella filosofia tradizionale è stata data ad essa una interpretazione naturalistica, che nasconde una regolazione gerarchica dei sessi. In sociologia e in psicologia viene considerata come un oggetto di studio, che non tiene conto che quando se ne parla lo si fa da una posizione inevitabilmente soggettiva, quella che occupiamo.
L’intenzione del libro è stata quella di fare pensiero della contingenza di essere donna o uomo, cioè dare ad essa un significato che ci corrisponda, trasformando il linguaggio a partire da dove siamo.

Ed ecco il primo passo: si tratta di muoversi all’interno di un circolo, in cui è vitale l’immediatezza del sentirsi tra sé e sé, che ci àncora a noi stesse, ma per lo più rimane silenzioso e muto, ed è necessario il lavorìo all’interno del linguaggio, trasformandolo, per dare parola a questo sentire e sentirsi.
È ovvio che esistono già fuori di noi molte mediazioni linguistiche. Il simbolico dominante è ricco di diverse definizioni, descrizioni, che ci interpretano e tra queste possiamo trovare qualcosa che si avvicini a quel che sentiamo. Sono espressioni che certo dicono qualcosa che in parte corrisponde, ma sono una falsa esteriorità, tanto è vero che qualcosa in noi resiste, restando muto e silenzioso. C’è un’eccedenza del nostro essere che non trova dicibilità in tali espressioni. Eppure abbiamo bisogno di mediazioni linguistiche per esistere, per esserci in rapporto agli altri e a noi stesse.
Dunque la prima scommessa del pensiero della differenza sessuale è stata quella di trovare le parole fedeli al sentire, rifiutando le mediazioni alienanti. Una fedeltà a sé, che richiede un lavoro di parole creativo. Un percorso che non può concludersi, perché una espressione, che sentiamo fedele, è semplicemente un punto di avvistamento da rimettere ogni volta in gioco dato che il nostro divenire si dipana lungo tutta la vita.

Consideriamo ora il secondo passo. È stata posta al centro la differenza: significa mostrare che l’alterità è costitutiva dell’essere umano. Questo porta alla critica del concetto di identità di essere donna o uomo. Infatti dare espressione al differire è un percorso mai concluso perché il divenire del rapporto tra i sessi è qualcosa a cui partecipiamo storicamente e continuiamo a dargli un significato, che non si conclude in una identità. Per questo essere donna è un significante aperto, polemico, da guadagnare ogni volta, mai definitivo, a cui ognuna può contribuire.
Mi avvicino così ad un punto importante, sul quale però ho visto sorgere delle difficoltà. Lo dico così: è impossibile per l’essere umano conoscersi dall’esterno oggettivamente scindendosi in due, donna e uomo. In altre parole non possiamo guardarci da fuori, come se non fossimo dalla nascita posti sotto il registro di donna o uomo e come se questo non ci coinvolgesse. Tale coinvolgimento soggettivo è vero anche quando rifiutiamo questa collocazione, perché comunque, anche per rigettarla, occorre partire da dove siamo dalla nascita. È proprio questo essere in una posizione precisa che ci permette di andare altrove.

Dunque è impossibile guardare la nostra collocazione dall’esterno in modo neutro, come se fossimo al di sopra delle parti. Siamo infatti sempre incarnati. Anche chi arriva ad una posizione queer o ad una transessuale lo fa a partire da una incarnazione precisa, in questo caso rifiutandola. Aggiungerei che il binarismo, con cui si intende che la società è spartita oggettivamente in donne e uomini, è un fatto simbolico-culturale, che cancella il nostro stare soggettivo sfasato – ma anche creativo – rispetto ad ogni definizione e non sempre felice in tale spartizione. Piuttosto subiamo il binarismo come qualcosa che ci viene dall’esterno e rende oggettivo il pensiero della differenza, che è invece squilibrato dalla visione soggettiva. È una di quelle mediazioni che ci alienano, ma con cui dobbiamo fare i conti.

È per questo che nel libro di Diotima si parla del patire la differenza sessuale. Subire è diverso da patire. “Patire”: una parola ben scelta per dire che ne portiamo il peso in quanto “accettiamo che all’anima accada qualcosa che ha a che fare con il corpo”. Tuttavia – e questo è importante – dare significato a questo accadere non va da sé – non c’è un determinismo del corpo –, ma è affidato alle nostre parole e al nostro desiderio di trovarle.
E proprio perché siamo incarnate, quel che significhiamo della nostra esperienza non può essere simmetrico a ciò che dicono gli uomini della loro. Viene esclusa qualsiasi forma di rapporto dialettico.

Fin qui ho ripreso alcuni temi centrali de Il pensiero della differenza sessuale. Vorrei ora fare alcune osservazioni.

C’è una sintonia con le giovani generazioni di femministe per quanto riguarda il trovare le parole fedeli all’esperienza soggettiva, che altrimenti rimane muta, alienata dalle false mediazioni del simbolico dominante. Vi sono arrivate per lo più per altre strade, ma l’intenzione è la medesima. È ciò che ci accomuna.

Una distanziazione si nota perché generalmente non considerano il linguaggio come un operare infinito che durerà tutta la vita dato che è la differenza in movimento – il differire inquieto tra sé e sé, come tra sé e l’altro – ad essere la spinta per questa politica linguistica. Cosa che esclude ovviamente qualsiasi identità.
Anche che all’anima accada qualcosa che ha a che fare con il corpo e che sia il linguaggio a significarlo viene frainteso. Infatti il dibattito contemporaneo privilegia o il determinismo naturalistico del corpo biologico o la performatività assoluta del linguaggio. In questo modo si separano i due aspetti, ritornando a forme di biologismo o di costruzione solo linguistica della realtà.

Alcune amiche, con cui ho un legame politico e a cui ho detto avrei scritto questo testo, mi hanno chiesto di sottolineare che il pensiero della differenza è sostenuto da pratiche precise. Che le pratiche sono un elemento che lo caratterizza. È vero. È così. Non ci sarebbe questo pensiero se, ragionando assieme, non fossimo state sostenute dalla pratica del partire da sé e della relazione, che vengono dal movimento politico delle donne. Ma sono state inventate anche altre pratiche. Per fare un esempio, dare autorità alla donna che sta parlando, riprendendone il discorso e portandone a chiarezza il suo nucleo, anche se non sei d’accordo con la sua posizione e lo dici, fa sì che indirettamente il tuo discorso prenda a sua volta autorità, andando al proprio nucleo essenziale.

Le pratiche sono fondamentali: creano quel contesto di libertà radicata in azioni precise in cui può nascere un pensiero imprevisto e desiderante. E così potrei parlare della pratica di leggere il reale a cui si partecipa soggettivamente: la pratica del simbolico. La relazione con un’altra donna come mediazione principale rispetto alle mediazioni sociali prevalenti. E così via. La maggior parte delle pratiche che ci hanno guidato sono descritte nel libro di Diotima.
In realtà le pratiche tra donne formano un tessuto, una forma di vita. Senza questo tessuto il pensiero della differenza sessuale sarebbe soltanto un oggetto teorico tra tanti che si possono leggere, ascoltare, studiare. Niente di più.

Per ultimo affronto un tema ricorrente, spinoso, mai risolto. Che rapporto esiste tra questa politica tra donne, a cui negli ultimi decenni si sono avvicinati anche degli uomini, e la politica della rappresentanza, delle istituzioni, della formalizzazione gerarchica dei rapporti di potere? Già il termine rappresentanza rimanda a rappresentare nei partiti, nelle istituzioni, nel governo. Qualcuno o qualcuna rappresenta, cioè si pone al posto di qualcun altro. In un rapporto uno-molti, che vengono contati (i votanti). È una logica del tutto diversa da quella di un movimento che comunica, si trasforma per contatto, contiguità, orizzontalmente. Senza mai contarsi.

Così trovo paradossale che si confonda una logica con l’altra. Nel caso specifico il pensiero politico sperimentale della differenza, che coinvolge un’intera vita, e la rappresentanza politica. Certo le idee circolano liberamente e alcune donne altrettanto liberamente si spostano da una situazione all’altra. Va bene che sia così. L’importante è non mescolare i piani.