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II linguaggio ovunque prevalente per parlare della pandemia da Covid-19, come è stato riconosciuto da molte, è quello delle metafore belliche. Si descrivono un presente impegnato nella lotta contro il virus e un futuro prossimo, la fase già denominata “ricostruzione post-bellica”. Un futuro che vuole lasciarsi alle spalle quel clima di solidarietà che tutti abbiamo ammirato, quell’intimo vivo sentire l’importanza dei legami con gli altri e l’interdipendenza che ci connette al tutto, e forse sarà invece segnato dalla lotta degli uni contro gli altri – individui, categorie umane, nazioni, governi – per la sopravvivenza (o la supremazia) fisica ed economica. Intanto in nome di questa guerra si rischia di legittimare derive autoritarie, militarizzazioni dei territori, nuovi squilibri geopolitici, oltre al sacrificio di operatori sanitari, volontari, addetti ad attività umili ma essenziali, come in tutte le guerre. 

Sulla necessità di cessare immediatamente i conflitti armati in ogni angolo del mondo, in una situazione di emergenza come questa che aggrava il pericolo per i più vulnerabili, sono intervenute due delle più autorevoli voci a livello planetario: l’invocazione di papa Francesco, in cui sento una voce di verità (come già nella bella Enciclica del 2015 Laudato si’, lì dove si ricorda «pretendiamo di essere sani in un pianeta malato»), e l’appello del Segretario Generale dell’ONU, António Guterres. Richiami certo più che condivisibili, ma che rischiano di restare petizioni ideali se, a cominciare dai potenti e dai molti indifferenti, non si sanno trarre insegnamenti da questa pandemia, se non si sostiene efficacemente una presa di coscienza personale e collettiva sia dell’urgenza di cambiare radicalmente i nostri modelli di civiltà e paradigmi socio-economici, sia delle leve su cui agire. Noi donne siamo state in lockdown per secoli. Ma anche nelle situazioni più difficili non abbiamo rinunciato a sostenere la vita, a prendercene cura e responsabilità, a difendere l’integrità nostra e di altri, di altro, a desiderare di più e di meglio per il mondo intero. Abbiamo sapienza e verità che vengono dalla nostra storia ed esperienza, dalla forza delle relazioni. Sulla lungimiranza femminile nel condannare le forme virili di governo del mondo anche in questo drammatico frangente, di cui ha parlato Annarosa Buttarelli (Coronavirus frutto di forme virili di governo, impotenti e inadeguate, La Repubblica 8 marzo 2020), così come sul protagonismo delle donne – ora anche con il volto pubblico e autorevole di tante scienziate, mediche e infermiere forse finalmente ascoltate – si può, si deve far leva per un cambiamento profondo. È questo il tempo.  

Il tanto evocato ritorno alla normalità, se inteso come prosecuzione dei modelli maschili che conosciamo, sarebbe un affronto insopportabile per i tanti morti, per il dolore di chi resta, per chi ha perso o perderà il lavoro, per gli invisibili delle periferie del mondo destinati a soccombere, per l’impoverimento di intere nazioni che vedranno allargarsi ulteriormente il divario tra i pochi previlegiati e la maggioranza della popolazione. E soprattutto un affronto alla speranza. Alla speranza, ora che sono caduti i veli di una realtà falsificante, di uscire definitivamente dalla globalizzazione neoliberista di matrice post-patriarcale in forte crisi ma capace di colpi di coda nel caos generale; alla speranza di veder ridotte le tante ingiustizie, come quelle che mi hanno toccato profondamente in questi giorni, il caso di un ragazzo americano di 17 anni, che poteva salvarsi, morto perché privo di assicurazione sanitaria in una nazione ritenuta ricca e democratica come gli Usa, dove l’assistenza medica resta un previlegio, o le fosse comuni a New York per i poveri e le persone sole.

Come per tutti, credo, anche per me il trovarmi improvvisamente (ma non inaspettatamente!) nella tragedia della pandemia ha suscitato molte e contradditorie reazioni. La prima, più istintiva e inconscia, è stata quella della rabbia, che, ora lo riconosco, nei primi giorni ha sequestrato la mia anima provocando nel corpo continui e inspiegabili brividi. Una rabbia che ho assimilato, traendola dal fondo della memoria, alla mia reazione alla notizia della morte di mio fratello ventenne. In quel terribile frangente il mio primo pensiero arrabbiato andò alla hybris degli uomini della mia famiglia, che lo spingevano a primeggiare in ogni competizione, ad avere successo ad ogni costo, anche a rischio di morire in mare per una stupida gara sportiva. Ad ogni costo. Quando la disgrazia accadde, avevo partorito da quindici giorni il mio primogenito, e mi trovai, a ventitré anni, sballottata tra la gioia di una nuova vita e l’orrore della morte. Mi ci vollero anni di analisi, e soprattutto la comunità filosofica Diotima e la politica delle donne, per ritrovarmi. 

Anche questa volta avverto rabbia, ma più ponderata: un’indignazione capace di articolarsi con le riflessioni che mi accompagnano da lungo tempo circa la connessione tra simili catastrofi e la violenza distruttiva maschile sulla natura, agita in nome del progresso, della crescita economica, della competizione globale. Nei giorni di reclusione mi sono addentrata in letture che mi permettessero di capire qualcosa di più dell’attuale catastrofe. Ho ripreso in mano autrici di cui mi fido, come Evelyn Fox Keller, Jane Goodall, Vandana Shiva, la paleoantropologa Dean Falk, Laura Conti e altre. E poi un libro di uno studioso che conosco, Telmo Pievani, filosofo delle scienze biologiche ed evoluzionista, dal titolo significativo Homo sapiens e altre catastrofi, mi ha aiutato a capire le dinamiche e soprattutto le conseguenze della connessione a cui ho accennato, quando sottolinea che stiamo entrando nella sesta estinzione di massa, questa volta però prodotta e subita dallo stesso Homo sedicente sapiens: una catastrofe in cui la biosfera potrebbe continuare la sua vita senza di noi, dal momento che la specie umana non le è indispensabile. Non avevo mai pensato che noi umani fossimo per nulla indispensabili al pianeta! e mi disturba un po’ l’idea che perfino quella infima, semivivente entità che ci tormenta, il coronavirus, oltre al vantaggio di essere, come molti virus, 3 miliardi di anni più vecchio di noi, avrebbe quello di una lunga e prospera vita anche dopo la nostra scomparsa, grazie alle sue capacità di mutazione continua! Allora ci consolano, oppure ci preoccupano ancora di più, le parole di un altro scienziato, Richard Lewontin: «La specie umana ha la coscienza della sua responsabilità che, nel bene e nel male, non sono date a nessun altro animale, poiché a nessun’altra specie è data la possibilità di decidere della sua stessa estinzione» (Biologia come ideologia, Bollati Boringhieri, 2005)?

In alcune mie lezioni universitarie di molti anni fa dedicate alla sessuazione del linguaggio utilizzavo una frase presa da un noto manuale scolastico, “l’uomo sta distruggendo l’ambiente”, per lavorare sulla distinzione tra maschile marcato e maschile non marcato (ossia con pretesa di universale) e soprattutto per pro-vocare le/gli studenti a prendere coscienza del senso di essere al mondo come donne e uomini. Non erano necessarie molte discussioni con e tra loro per arrivare alla conclusione che di uomo-maschio (maschile marcato) proprio si trattava. 

Oggi, grazie a riflessioni libere a partire da sé di donne e di qualche uomo, questa verità si è fatta strada, ma manca nei discorsi ufficiali, di decisori, politici e scienziati, e non è diventata senso comune. Così come la verità che la natura, di cui siamo parte, non è né buona né cattiva (o vendicativa), semplicemente è. E che il virus Covid-19 (come altri già arrivati e altri che verranno) fa semplicemente il suo mestiere evolutivo, quello di replicarsi all’infinito per vivere, anche facendo il salto di specie se le condizioni lo rendono favorevole o necessario: come in questo caso. Se, oltre all’inquinamento crescente, all’urbanizzazione selvaggia, si distruggono le foreste primarie e la biodiversità, e si tengono aperti i mercati di animali selvatici, che cosa possiamo aspettarci? Il problema è che a fronte dei cambiamenti rapidissimi che Homo s. ha prodotto nell’ecosistema, non altrettanto velocemente sembrano attivarsi le sue capacità di autotrasformazione creativa e ordinatrice rispetto alle mutate (e pericolose) condizioni. Lo vediamo bene: anche nell’affrontare la pandemia è pronta a riemergere la vecchia logica individualistica, degli interessi privati e del profitto.

In queste giornate di primavera in cui la natura sembra respirare e diventare più bella grazie alla nostra reclusione – lo notiamo tutti e possiamo in vari modi goderne – mi ritrovo a pensare che la vera specie invasiva siamo diventati noi. Al contrario, la hybris dei grandi della terra, come Trump, li porta a pensare che il nostro pianeta sia a disposizione per ulteriori sfruttamenti, che sia inevitabile continuare a implementare società e culture dello scarto, o perfino considerare preferibile la colonizzazione di altri pianeti lasciando al loro destino la terra e l’umanità che la abita. Tanto, le tecnologie attuali e future, come il denaro in esse investito, lo consentirebbero! 

La vita naturale è un sistema complesso, autorganizzato, dall’equilibrio dinamico e fragile che va compreso e accompagnato con amorosa intelligenza, non può essere oggetto di visioni semplificatrici, tantomeno di conquista e di profitto. Necessita invece di nuove formae mentis, di una nuova coscienza evolutiva all’altezza della sua complessità, di lungimiranza, ma anche di una profondità storica che ci permetta di comprendere meglio il nostro posto di umani nella grande storia dell’universo. 

Una scienziata come Ilaria Capua, consapevole della sua differenza femminile, ha fatto questo passaggio, e non è la sola. Da tempo insiste sulla necessità di un approccio più ampio e complesso, interepistemico e interdisciplinare, da quando, con altre, scommette, oltre che sulla Open Science, sulla One Health, una sola salute: significa riconoscere che la salute umana, degli animali e dell’ambiente sono inestricabilmente legate e trarne responsabilmente le conseguenze. Convinta che «il Covid tocca tutti gli ambiti, non solo il campo biomedico: tocca le famiglie, l’agricoltura, le imprese, gli operai, la natura e la cultura», con un’altra scienziata italiana, Fabiola Gianotti direttrice del Cern di Ginevra, ha dato vita, in una relazione duale di fiducia, a una nuova creatura: un progetto che riunisce libere intelligenze collettive, alcune venute anche dal basso, con l’obiettivo di studiare la pandemia di Covid-19 per quello che è: «un problema complesso che richiede nuove soluzioni che guardino oltre», a partire da domande che ci orientino su rotte inesplorate.