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Oggi parliamo nuovamente di prostituzione. In Libreria ne abbiamo già discusso più volte sotto l’aspetto delle politiche e sotto quello giuridico. A quest’ultimo aggiungiamo solo un richiamo, per ricordare che il 7 marzo 2019 la Corte costituzionale si è espressa contro l’eccezione di costituzionalità sollevata su alcuni articoli della legge abolizionista voluta da Lina Merlin, stabilendo che «la prostituzione è sempre subordinazione e negazione delle relazioni». Una sentenza incoraggiante, che deve spingerci a continuare a difenderla e a farla conoscere.

Di prostituzione abbiamo discusso anche con Rachel Moran, a partire dal suo libro Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione1.  Proprio grazie al suo libro e all’incontro con lei in alcune di noi è nata l’esigenza di capire quanto l’esistenza della prostituzione traccia i confini del nostro mondo condizionando anche le nostre vite.

Nel preparare questa discussione, mi è tornato insistentemente alla memoria un episodio personale, e ho deciso di cominciare raccontandovelo. A fine anni ’90, inizio 2000, in vacanza a Parigi, un pomeriggio mentre passeggio un tizio mi butta lì a muso duro che lui è solo ed emarginato per colpa della società, e quindi io devo fargli compagnia. Con “compagnia” naturalmente intendeva “sesso”, ma è irrilevante: nel corso della breve conversazione lui non lo ha mai esplicitato, e io ho fatto finta di non capirlo. Dopo avergli chiarito che la società sarà anche escludente e ingiusta, ma che io non avevo il dovere di fargli da servizio sociale, l’ho fermamente congedato. Perché proprio questo fra tanti abbordaggi, molto più molesti o volgari, mi è tornato in mente in rapporto al nostro tema?

L’anonimo parigino aveva trovato perfettamente logico esigere rapporti umani e risarcimento sociale da me, una sconosciuta, come se fosse un mio debito personale. Il vero sottinteso infatti, più che il sesso, era che essendo io una donna non visibilmente al servizio di un altro uomo, un servizio lo dovevo a lui in quanto uomo. Una pretesa che mi indignò moltissimo, che mi indigna ogni volta che la incontro.

Succede, infatti, spesso a tutte noi di scontrarci con la pretesa degli uomini di trovare le donne a loro disposizione quando gli servono e di non trovarle dove possono fargli ombra. I colleghi pari grado che ci trattano come le loro segretarie personali, i mariti o conviventi che contano sull’assistenza domestica della loro compagna e al massimo “aiutano”, in casa loro come se fossero ospiti. Eccetera. Questa strumentalità, questa pretesa ostentata con tanta naturalezza, su di me hanno pesato come un macigno per tutta la vita, schiacciando la possibilità di fidarmi mai di un uomo e di scommettere su una relazione con lui.

Non esiste solo questo, certo. Con il femminismo sono stati aperti molti conflitti che hanno spostato la consapevolezza di alcuni uomini e molte altre cose. Uno dei più importanti conflitti recenti è stato il #metoo, che ha fatto emergere un fenomeno contiguo proprio alla prostituzione: le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro. Ed è stato sempre un conflitto aperto da donne, non necessariamente femministe ma che hanno parlato a partire dalla loro verità soggettiva, a rivelare lo scambio sesso-potere-denaro impastato alla base del sistema politico in Italia. Lo analizza benissimo Ida Dominijanni ne “Il trucco”2.

I casi citati hanno in comune con la prostituzione di essere tutte manifestazioni di quello che Carole Pateman chiama il “contratto sessuale”, il patto inespresso tra uomini per l’accesso maschile ai corpi delle donne posto a fondamento delle nostre società, che determina l’esclusione delle donne come soggetti del contratto sociale e fa coincidere gli “individui” liberi cittadini con i soli maschi3. Di quel contratto erano parte anche certi vecchi arnesi giuridici come il “diritto coniugale” del marito alla prestazione sessuale della moglie e lo ius corrigendi4, che ora, grazie ai conflitti aperti dal femminismo, sono diventati per la legge stessa reati di violenza contro le donne.

Ma finché esiste il riconoscimento ai maschi di un accesso al corpo delle donne, sancito dal passaggio di denaro, finché donne e uomini lo considereranno normale, o anche solo fatalisticamente inevitabile il contratto sessuale non si estinguerà. Che spazio c’è per una libera relazione di differenza tra le une e gli altri all’ombra della prostituzione? Come evitare, se si dà questa per scontata, che continuino a nascere forme, anche nuove e inedite, di quella pretesa maschile di uso del corpo e delle risorse delle donne?

Eppure sulla natura della prostituzione c’è sorprendentemente poca chiarezza. Forse perché resta sempre un po’ a margine del campo visivo. Non si vuole vederla, non si vuole pensarci. Gli uomini la occultano, suppongo insieme alla propria vergogna. Ma anche le donne preferiscono non vederla, forse perché non ci rassegniamo a precludere a noi stesse un orizzonte ampio e sgombro, perché non vogliamo vedere intaccate la nostra libertà e le relazioni con gli uomini che fanno parte della nostra vita. La giornalista inglese Julie Bindel, nel libro Il mito Pretty Woman5, osserva che il cono d’ombra che avvolge la prostituzione dipende anche all’impossibilità per molte donne di affrontare gli interrogativi che pone sull’uomo con cui fanno colazione al mattino (anche lui potrebbe usare a pagamento il corpo di un’altra donna come me, come se fosse un oggetto? E se è così, anch’io per lui sono un oggetto?).

Vogliamo quindi parlarne oggi a partire da quello che la sua esistenza ha prodotto nelle nostre vite, come incide sul lavoro e sul concetto di lavoro, sulla società. Vederla bene per non confonderla con altre cose, per non scambiare per sessualità femminile quella che è una rinuncia da parte di donne alla propria sessualità per permettere agli uomini di usarla, per non scambiare per autodeterminazione la decisione (o la costrizione) di rinunciare ad autodeterminarsi per bisogno economico. Vederla bene per sradicarla meglio: la prostituzione va abolita come la schiavitù, vanno liberate tutte le donne come sono stati liberati tutti gli schiavi. Occorre, come con i ricatti sessuali e le molestie sul lavoro, far vedere che è inaccettabile, affinché gli uomini cambino.

Ne parliamo con Grazia Villa, avvocata, e con Luciana Tavernini, da molti anni impegnata nella Libreria delle donne con molteplici attività, autrici rispettivamente del terzo e del quarto capitolo del bellissimo libro Né sesso né lavoro6 (VandA.epublishing, 2019).

  1. «Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione» di Rachel Moran (ed. Round Robin, 2017, traduzione a cura di Resistenza Femminista) ↩︎
  2. «Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi» di Ida Dominijanni (Ediesse, 2014) ↩︎
  3. «Il contratto sessuale. I fondamenti nascosti della società moderna» di Carole Pateman (Moretti & Vitali, 2015) ↩︎
  4. cioè il diritto del marito alle prestazioni sessuali della moglie, cui corrispondeva da parte di lei il “dovere coniugale” di erogarle, e il diritto, sempre del marito, di punire la moglie, anche fisicamente. ↩︎
  5. «Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione» di Julie Bindel (VandA.epublishing, 2018) ↩︎
  6. «Né sesso né lavoro» di Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini e Grazia Villa (VandA.epublishing, 2019) ↩︎

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti, del 6 ottobre 2019