L’accademica Annarosa Buttarelli e la regista Loredana Rotondo ricordano l’approccio al femminismo della differenza teorizzato da Muraro dalla fine degli anni ’70 e spiegano la sua attualità nel modo di riflettere, lavorare e fare politica
Luisa Muraro il giorno dopo. Dopo il suo funerale, dopo l’omaggio che le ha tributato la Libreria delle Donne di via Dogana a Milano di cui la filosofia, scomparsa a ottantasei anni il 13 giugno, è stata una delle fondatrici. E che era diventata la sua casa intellettuale assieme alla comunità filosofica Diotima. Un saluto intimo. Anche se resta un po’ il dispiacere che una pensatrice della statura di Muraro, una delle madri del femminismo italiano e della filosofia della differenza, non sia stata salutata da una comunità più vasta, dalla città di Milano, per esempio. Perché la grandezza di scritti e riflessioni come le sue appartengono alla collettività di uomini e donne. E avrebbero meritato un omaggio collettivo.
Allora partiamo da lì. Dal fatto che quello che potremmo chiamare “il femminismo di qualità”, nato grazie a figure come Carla Lonzi e Luisa Muraro non ha lasciato una traccia e un messaggio che parla solo alle donne, ma all’umanità tutta. Perché implica un modo di discutere, lavorare, agire, fare politica che è collegiale, collettivo seguendo il cardine, che era davvero rivoluzionario negli anni ’70, che il pensiero delle donne è differente proprio per questo, che viaggia in orizzontale e crea relazioni.
Per aiutarci a capire meglio Annarosa Buttarelli, accademica e filosofa che di Muraro è stata allieva e assistente, fa un esempio biografico: il rapporto che lei aveva con la filosofa che definisce “una madre”. «Il nostro era un rapporto improntato al principio di “autorità generativa”. È qualcosa di più del rapporto tra maestra e allieva o maestro e allievo, è una relazione in cui una persona dotata di autorevolezza e contenuti si mette a disposizione di un’altra per farla crescere e farla arrivare al suo livello. Questo faceva Luisa con me, giovane laureata che vedeva dotata. “Pensi bene e scrivi bene quello che pensi” mi disse una volta: una frase che non scorderò mai. Lei ascoltava, leggeva, correggeva, mi indirizzava. Si era creato un vincolo che non era un legame di potere ma un legame che nasce da una relazione che arricchisce entrambe e non ingabbia perché nasce da quell’amore filosofico di cui parla Platone. Tant’è che un giorno ci dicemmo che non c’era più bisogno che lei correggesse i miei scritti e che potevo volare per la mia strada. Ecco, lei la chiamava autorità “generativa” perché trasmette, genera novità. Se usciamo dall’ambito filosofico, questo è il senso della relazione collegiale, collettiva di ogni azione che si vuole dire femminista. E qui sta la differenza tra autorità e autoritarismo, dove il secondo è tipicamente maschile. Quando diciamo che la politica è scollegata dalla vita dei cittadini e delle cittadine diciamo questo: non riconosciamo autorità alla politica contemporanea. In questo il femminismo e il pensiero di Luisa contenuto nel libro “Autorità” darebbe una grande lezione alla politica contemporanea».
Buttarelli ci aiuta ancora a capire attraverso i suoi racconti. «Muraro, a un certo punto, alla fine degli anni ’90, chiuse la rivista Via Dogana che lei stessa aveva aperto, perché diceva che non capiva dove volessero andare le donne dopo aver rotto il soffitto di cristallo. Eravamo arrivate alla fine del percorso di emancipazione, le donne conquistavano posizioni prima precluse, però questo protagonismo non assumeva su di sé i valori della libertà femminile. Vedeva omologazione, non la valorizzazione della differenza. Lei coglieva tutta l’ambiguità del limite superato. Ecco, quello che vedo oggi, prepotente, è proprio il rischio di un femminismo che diventa esaltazione della singolarità, un’emancipazione che diventa un assoluto senza qualità».
In questa visione Muraro era stata, come sempre, profetica. E valorizzare, oggi, quelle riflessioni, come quelle di Carla Lonzi, aiuterebbe a superare certi fraintendimenti sul femminismo quando viene visto, da una parte, come movimento ostile agli uomini che punta alla sostituzione di un autoritarismo con un altro, e dall’altra, invece, quando viene ridotto all’esaltazione di singole donne arrivate a ruoli di potere: il soffitto di cristallo che si rompe, ma solo per poche. Che poi si omologano al sistema che è sempre stato maschile anziché lavorare perché anche le altre possano arrivarci.
Chiediamo a Buttarelli di fare esempi in politica: «La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, quando parla, ha sempre ben presenta questa chiamata alla collegialità, dice spesso “Io sono qui, ma voi siete tutte sedute a fianco a me”. Quando una donna ha coscienza della differenza storica che la caratterizza, comprende che arrivare a un posto di potere vuol dire innescare un cambiamento per tutte. La nostra presidente del Consiglio Meloni, invece, pur sottolineando spesso di essere la prima donna presidente del Consiglio, si ferma lì, lavora per sé».
La generazione che usciva dal ’68 creava avanguardie in molti settori. La stessa Muraro, cacciata dal mondo accademico perché aveva aderito ai movimenti contro l’autoritarismo nelle università, prima di rientrarvi con autorevolezza ha insegnato nella scuola dell’obbligo e ha partecipato assieme a Lea Melandri e Elvio Fachinelli, all’esperienza della scuola antiautoritaria, dove si facevano anche le prime sperimentazioni con l’educazione sessuale. Erano gli anni in cui scrivevano e venivano letti a scuola Mario Lodi, Gianni Rodari e don Milani.
Era lo spirito del tempo in cui nasceva e respirava il femminismo italiano con il suo messaggio dirompente e rivoluzionario per la stessa sinistra istituzionale perché scardinava il concetto di autorità e la tendenza all’omologazione che non rispetta le differenze.
«Muraro ci ha insegnato che il femminismo è relazione: si lavora insieme, non ci salva da sole». A dircelo ora è un’altra protagonista che ha portato innovazione tra gli anni ’70 e ’80, Loredana Rotondo. Non una filosofa, ma un’autrice e regista Rai che del femminismo teorico però ha fatto una vera messa a terra grazie ai suoi programmi prima radiofonici e poi televisivi. Porta la sua firma il documentario del 1979 “Processo per stupro”, che documentò le fasi del processo penale per uno stupro di gruppo avvenuto nel 1977 a Nettuno, provincia di Latina: lì una grandiosa avvocata, Tina Lagostena Bassi, nelle sue arringhe, per la prima volta, stigmatizzava il modo in cui le vittime di violenza erano trattate nei processi e l’approccio maschilista dei difensori degli imputati.
Il film fu deflagrante per l’opinione pubblica. Racconta Rotondo: «La Rai, come spesso faceva allora, valutava come i programmi erano stati presi dagli spettatori attraverso un’indagine statistica. Be’, molti uomini ammisero di aver fatto una scoperta che aveva un valore etico: si erano resi conto per la prima volta che emergeva uno sguardo femminile, relativamente a un fenomeno forte come la violenza sessuale in quel caso. Uno sguardo che non prendevano in considerazione semplicemente perché non lo conoscevano, ed era uno sguardo “differente”. Ecco, in pratica, nella vita reale, quella differenza che filosoficamente Muraro e Lonzi portavano alla luce e a cui davano un valore». E che trovava la sua concretezza nei dibattiti pubblici, negli articoli di giornale, nelle opere radiofoniche e televisive come “Processo allo stupro”.
«Sono diventata femminista facendo il programma “Chiamate Roma 3131”, in onda a Rai radio 2 dal 1969 al 1995. – racconta Rotondo – Ero stata appena assunta in Rai e venivo da anni di lavoro negli Stati Uniti proprio nel periodo in cui il femminismo nasceva lì, quindi sono arrivata a Roma carica di un anticipo di progetti e di idee. A Chiamate Roma 3131 raccoglievamo quattro, cinque telefonate al giorno: gli ascoltatori, anzi, soprattutto ascoltatrici, facevano domande su tutto, sulla relazione di coppia, sulla crescita dei figli, sul lavoro, sulla religione, sulla guerra… Bisognava trovare esperti che fossero in grado di rispondere. La maggioranza delle telefonate arrivavano da donne perché molte di loro, all’epoca, stavano a casa al mattino. E lì ho capito l’esigenza, l’urgenza di raccogliere la voce femminile e portarla allo scoperto. Poi, passando alla televisione, con Rai 2, la prima rete laica, nel 1975, mi resi conto che le immagini erano ancora più potenti delle parole. Si trattava di inventare un nuovo linguaggio per noi donne, che finalmente, potevano dire la nostra: eravamo un nuovo soggetto e avevamo un nuovo linguaggio: bisognava solo coglierlo e farlo conoscere. Eravamo noi donne a bucare la storia e raccontare il mondo con i nostri occhi. Le prime cose che feci in tv furono servizi in Puglia, nei paesi da dove erano partiti i migranti».
Ma è stata soprattutto dopo “Processo per stupro”, grazie a Tina Lagostena Bassi, la svolta: «Fu come se avessimo finalmente rotto qualcosa: un dominio maschile, anche nel narrare. Ricordo i giorni in cui ero invitata alla Libreria delle donne, a parlare del mio lavoro: di quegli incontri con Muraro ricordo quanto fossero preziosi, momenti in cui guardavo dentro le sue parole, coglievo le sue intuizioni e comprendevo il senso profondo di quello che facevo ogni giorno. Ne vedevo il ritorno “pratico”».
Intuitiva, avanguardista, Luisa Muraro riuscì a rientrare all’università come ricercatrice a Verona agli inizi degli anni ’80 e lì fondò la comunità filosofica Diotima. Ma pur essendo un’autorità intellettuale indiscussa non riuscì a ottenere una cattedra: quando provò il concorso, dalla sua cartella furono sottratti dei titoli: un “furto” che lei rivelò in un’intervista all’Unità. Da quel momento non volle più fare altri concorsi.
Oggi Annarosa Buttarelli desidera fare con gli scritti della sua “madre e maestra” l’operazione già fatta, magistralmente, con quelli di Carla Lonzi: raccoglierli tutti, preparare nuove pubblicazioni. Perché Muraro ci parli ancora.
(Corriere della Sera, 17 giugno 2026)
Ho conosciuto Luisa Muraro da adolescente, grazie alle mie insegnanti femministe che erano impegnate attivamente nel Centro Documentazione Donna di Foggia. Loro stavano vivendo quella straordinaria stagione del movimento politico delle donne, che tra gli Ottanta e Novanta gettò le basi del pensiero della differenza sessuale in Italia e che vedeva in Luisa Muraro e nella Libreria delle donne di Milano un punto di riferimento indiscusso.
Mi appassionai così tanto all’opera collettiva della Libreria delle donne di Milano Non credere di avere dei diritti e poi ai primi testi di Diotima, che andai a studiare a Verona per avere Luisa come maestra. Nel frattempo, prima di approdare a Verona, la conobbi a Roma al Centro Virginia Woolf e mi fece subito piangere, perché a differenza del tono dolce e incoraggiante che aveva avuto nel nostro carteggio, lì fu dura e poco accogliente. Inoltre, conobbi in quell’occasione un’umanità femminile per me prima sconosciuta. Donne singolari, stravaganti, anticonformiste, che dicevano cose strane, tutte ammassate nella stessa sala e estremamente interessate a quanto stavano pensando e discutendo assieme. Si percepiva che stavano facendo qualcosa di molto importante assieme. Ho capito in quella stanza il sentimento e le emozioni che devono essere comuni alle rivoluzioni: c’era un senso di partecipazione straordinario, un esserci in prima persona che brillava.
Nonostante le lacrime dell’adolescente che ero allora, la passione per la filosofia femminista che Luisa incarnava mi portò all’Università di Verona dove fui la sua prima laureata e la “sua cavia”, diceva scherzando.
L’università che ho vissuto e condiviso con intensità negli anni della mia formazione con lei è stata un’università originale, estremamente appassionante (e faticosa), formativa e trasformativa. Un’università «messa sottosopra da quel partire da sé» che lei riusciva a creare in una straordinaria combinazione di capacità teorica e filosofica e valore dell’esperienza. Un circolo ermeneutico che illuminava le aule a giorno e ci rendeva tutti più intelligenti e più capaci di ogni cosa. In quel periodo ci fu un investimento importante e reciproco nelle relazioni tra lei – assieme alle altre docenti di Diotima – e noi studentesse. Relazioni che sono diventate creative e inventive di diverse situazioni e contesti (Scuoletta di filosofia poi diventata Scuola di scrittura, Laboratorio tesi, Movimento di Autoriforma della Scuola e dell’Università), che mi hanno fatto assaggiare un sapore che non ho più voluto perdere e che è tuttora rappresenta il senso irrinunciabile del mio essere docente all’università: il gusto della relazione, della partecipazione e dell’esserci a partire da sé.
Tra le situazioni e i contesti creati assieme, mi piace ricordare il Laboratorio tesi, uno spazio informale di incontro e dialogo attorno alle tesi di laurea che, peraltro, ha avuto una lunghissima vita grazie a Chiara Zamboni e a Wanda Tommasi e che ancora vive come pratica stabile nella nostra università. Le tesi, come esercizio di pensiero in relazione con Luisa, erano diventate per noi, sue seguaci e accolite, un’esperienza amorosa, emotiva e affettiva assai intensa. Parlavamo delle nostre ricerche su Carla Lonzi, su Margherita Porete, su Luce Irigaray, su Emily Dickinson, come delle nostre relazioni sentimentali più coinvolgenti. Nei lunghi pomeriggi o nelle serate passate a casa dell’una o dell’altra, tra flusso di coscienza ininterrotto, intuizioni che ci sembravano geniali e rivoluzionarie, un appunto da fissare urgentemente su un quaderno e un piatto di pasta, la vita si intensificava meravigliosamente.
Ora sento una nostalgia pungente di ciò che è stato. E di ciò che non è mai stato e non sarà più.
Ciao Luisa, con gratitudine.
(L’imprevista, 17 giugno 2026)
COMUNICATO STAMPA
Auser Lombardia esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Luisa Muraro, filosofa, attivista e figura cardine del femminismo italiano e internazionale, spentasi a Milano all’età di ottantasei anni. Cofondatrice della storica Libreria delle donne di Milano nel 1975 e della comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, Muraro ha dedicato la sua intera esistenza a scardinare i modelli patriarcali, dando voce e dignità all’esperienza femminile attraverso il pensiero della differenza sessuale.
Per Auser Lombardia, un’organizzazione da sempre in prima linea nella difesa dei diritti, nel contrasto alle discriminazioni di genere e nel supporto alle donne di ogni generazione, la perdita di Luisa Muraro – avvenuta a pochissima distanza da quella della sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica Lia Cigarini – lascia un grande vuoto, ma consegna anche un’eredità morale e intellettuale imprescindibile.
«Con la scomparsa di Luisa Muraro perdiamo una maestra straordinaria – dichiara Tiziana Scalco, Presidente di Auser Lombardia –. Luisa era una mente illuminata che ha insegnato a generazioni di donne il valore della libertà, dell’autodeterminazione e della parola “a partire da sé”. In un momento storico complesso come quello attuale, in cui i diritti delle donne sono tragicamente messi sotto attacco, la violenza di genere non accenna a diminuire, il concetto di femminicidio viene messo in discussione e vecchi modelli patriarcali tentano di riaffermarsi, il pensiero di Luisa è più vivo e necessario che mai. Auser Lombardia vuole onorare la sua memoria trasformando il suo immenso patrimonio ideale in potenziamento della nostra azione quotidiana: il nostro impegno per la tutela dei diritti delle donne, per il superamento delle solitudini e per la costruzione di una società basata sulle relazioni e sulla solidarietà si nutre anche della sua lezione. Luisa ci ha insegnato a fare luce dove c’è buio; continueremo a farlo nei territori, accanto alle donne e difendendo la loro libertà e la loro dignità in ogni fase della vita».
(Auser Regionale Lombardia APS – ETS, Milano, 15 giugno 2026)
Apprendo con profondo dolore la notizia della morte di Luisa Muraro, filosofa, pensatrice femminista, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima
Con lei se ne va una delle voci più autorevoli del pensiero della differenza sessuale in Italia, una donna che ha saputo trasformare la filosofia in pratica viva di relazione, libertà e autorità femminile.
Luisa Muraro ha attraversato la storia culturale e politica del nostro Paese lasciando un segno profondo. Il suo lavoro ha contribuito a dare parola, forma e dignità al pensiero delle donne, rompendo schemi, aprendo spazi, costruendo luoghi di confronto e di sapere.
Milano le deve molto.
La Libreria delle donne non è stata soltanto uno spazio culturale, è stata – ed è ancora – un presidio politico, simbolico e intellettuale della nostra città.
Un luogo in cui generazioni di donne hanno potuto pensarsi libere, autorevoli, capaci di nominare il mondo a partire da sé.
In un tempo in cui il dibattito pubblico tende spesso alla semplificazione, la lezione di Luisa Muraro ci ricorda il valore della parola pensata, della relazione, della differenza, della libertà femminile come pratica quotidiana e politica.
Alla Libreria delle donne di Milano, alla comunità di Diotima, alle sue allieve, ai suoi allievi e a tutte le persone che l’hanno amata e ascoltata va il mio cordoglio più sincero.
Monica Romano
Consigliera comunale di Milano
Vicepresidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili Vicepresidente Commissione Speciale contro i discorsi e i fenomeni d’odio
(comunicato stampa, 15 giugno 2026)
FEMMINISMO Addio alla femminista, madre e maestra del pensiero della differenza sessuale. Tra i suoi libri più significativi «Maglia o uncinetto» (1981) e «L’ordine simbolico della madre» (1991)
Poco più di un anno fa Vita Cosentino e Laura Colombo (della Libreria delle donne di Milano), Chiara Zamboni (della comunità filosofica «Diotima» di Verona) e io ci siamo incontrate mosse dal desiderio di manifestare con un gesto pubblico e corale la nostra gratitudine nei confronti di Luisa Muraro. Da un po’ di tempo Luisa non era nel pieno della sua forma, parlava poco e talvolta si ritraeva dalle riunioni della Libreria come già da quelle di Diotima. E noi quel grazie volevamo dirglielo finché c’era ed era in grado di riceverlo, in un paese che si accorge delle sue eccellenze (tanto più femminili) solo quando non ci sono più.
Da quel desiderio, e grazie all’apporto di altre amiche della Libreria e di Diotima, è nato il convegno sul pensiero di Luisa che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre dell’anno scorso, una giornata intensa e affollata, affettuosa e sincera alla quale Luisa ha partecipato felice e a sua volta grata, e dalla quale è venuto fuori un libro a più mani, Come quando si accende la luce (citazione da un testo di Luisa del 2011, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna), di imminente uscita per Mimesis.
Eravamo impazienti di portarlo a Luisa per festeggiarlo con lei, ma non accadrà. Luisa si è spenta ieri, il giorno prima del suo compleanno, dopo essere sopravvissuta per meno di due mesi alla scomparsa di Lia Cigarini, sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica, a riprova dell’inossidabilità di una coppia che ha orientato per più di mezzo secolo il femminismo della differenza italiano. Luisa e Lia, Lia e Luisa: sembra impossibile rassegnarsi a fare a meno di una doppia presenza che diventa un doppio vuoto e apre per tutte noi, inutile negarlo, una voragine.
IN PREPARAZIONE del convegno milanese era uscito Esserci davvero, un Quaderno di «Via Dogana» che raccoglie, insieme con la bibliografia completa di Luisa, una sua lunga conversazione del 2003 con Clara Jourdan. Un testo prezioso, in cui Luisa ripercorre le tappe principali del suo percorso personale e politico (l’infanzia segnata dalla guerra e dalla Resistenza; il disorientamento della giovinezza, prima di trovare una bussola nelle relazioni con Rosetta Infelise, Elvio Fachinelli, Lia; «l’esserci nella storia» scoperto nel Sessantotto, e «l’esserci davvero, in prima persona, senza dadi truccati» scoperto nel femminismo, ma soprattutto mette a nudo il suo rapporto esistenziale con la scrittura, pratica di messa in forma del vissuto, del pensiero e di sé stessa («scrivo per salvarmi l’anima»), che nella lettura e nell’ascolto delle altre trova autorizzazione e rispondenza. Altrettanto prezioso è un altro libro-intervista con Riccardo Fanciullacci, Non si può insegnare tutto (2013), dove il racconto si allunga fino ad anni più recenti, con il fuoco spostato stavolta sulla pratica filosofica. Parto da questi due testi invece che da altri e più famosi perché entrambi restituiscono come meglio non si potrebbe, in forma dialogica e in lingua corrente, lo stile unico e inimitabile del pensiero di Luisa, che procede sempre sul doppio registro della metafora e della metonimia, dell’astrazione e delle piste indiziarie, del rigore logico e delle libere associazioni, della teoresi e del racconto. E perché il tema della passione della scrittura come messa in forma «di ciò che è ancora semipensato, ma già vissuto» ci introduce a quello che si può considerare il nocciolo della ricerca filosofica di Muraro: il problema della dicibilità dell’esperienza e della attendibilità della verità soggettiva, problema che percorre come un filo rosso tutta la sua produzione, da Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (1981) a L’ordine simbolico della madre (1991) agli svariati saggi sulla politica del simbolico pubblicati nei volumi collettivi di Diotima e altrove.
SI TRATTA DI UN PROBLEMA squisitamente filosofico, che muove però nel percorso di Muraro da un fatto storico e da un’urgenza politica, e trova soluzione nella pratica prima che nella teoria. L’urgenza politica è quella di dare voce e significato all’esperienza muta o tacitata del «corpo sociale selvaggio», cioè di quella parte della società che non trova rappresentazione nel discorso dominante ed è costretta all’imitazione del linguaggio altrui e al conformismo. È la condizione tradizionale delle donne ma non solo la loro, una condizione di miseria simbolica prima che di oppressione materiale dalla quale siamo uscite con la rivoluzione femminista degli anni 70, grazie alle pratiche di separazione dal discorso maschile, di presa di parola «a partire da sé», di autorizzazione reciproca a «dire la verità» che ci hanno fatto guadagnare indipendenza simbolica dal maschile. Un fatto storico di cui Luisa è protagonista e testimone, e che assume per lei il valore di un evento epistemico. Che da un lato la porta a rileggere la storia delle donne del passato restituendo voce a quante sono state concepite dalla storiografia ufficiale solo come vittime passive (La signora del gioco, 1976; Guglielma e Maifreda, 1991). Dall’altro lato apre la strada, per le donne e per tutti, a una politica reinventata, che mette al primo posto la modificazione del regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile, del vero e del falso, in una parola dell’ordine simbolico che detta le regole dell’intellegibilità dell’esperienza: senza la quale modificazione i tentativi di sovversione dell’ordine sociale sono destinati a bloccarsi e a ricadere nella ripetizione, come la storia delle rivoluzioni novecentesche andate a male insegna.
In termini più strettamente filosofici, quello che è in gioco nella ricerca di Muraro è un ripensamento impegnativo del circolo fra esperienza, linguaggio, verità e realtà, dove l’esperienza è l’intervallo fra il già e il non ancora interpretato, il linguaggio la nomina e le dà significato, la verità risuona quando dice qualcosa che altrimenti non esisterebbe, e il reale si allarga a ciò che prima restava muto e nascosto (cruciali, in quest’ultima direzione, i testi sulla mistica femminile).
QUESTO CIRCOLO colloca il pensiero di Muraro in una posizione originale nel panorama filosofico novecentesco cui pure appartiene integralmente, nonché nel panorama internazionale della teoria femminista con cui pure dialoga costantemente. Potremmo definirla una collocazione terza rispetto alle contrapposizioni fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione che hanno dominato la scena nella seconda metà del secolo scorso. Muovendo dall’analisi della posizione di internità estraniata delle donne nell’edificio sociopolitico moderno, Muraro assume in pieno la crisi del paradigma moderno ma senza cedere alla deriva postmoderna della dissoluzione del soggetto, anzi rilanciandone la potenzialità politica di trasformazione del reale. E muovendo dalla critica dell’ordine simbolico dominante assume il metodo imprescindibile della decostruzione, ma senza cedere alla deriva di una critica interminabile e allergica a qualunque approdo affermativo e a qualunque verità attendibile. Ne consegue una filosofia pratica, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, che declinando la differenza come leva del conflitto potenzia la migliore tradizione del pensiero politico sovversivo italiano (Toni Negri, La differenza italiana, 2005). E ne consegue anche l’originalità del pensiero italiano della differenza sessuale rispetto alla teoria femminista soprattutto anglofona, che nelle secche della contrapposizione fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione è rimasta e rimane tuttora molto spesso impigliata. Non stupisce dunque, per quanto sia un indice della loro lacunosità, che la figura di Muraro trovi raramente posto nelle mappe geo-filosofiche più accreditate di una teoria femminista sovente tutt’altro che indipendente dalle scuole maschili. Sorprende di più che sia la scena femminista italiana a subire l’influenza di etichette, classificazioni e imputazioni – le sempreverdi accuse di essenzialismo e «monumentalizzazione del materno» rivolte al pensiero della differenza – nate altrove, che il pensiero di Luisa vanifica ponendosi peraltro oltre il canone della «teoria femminista».
CON LUISA siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.
Eppure, detto tutto questo di Luisa non abbiamo ancora detto l’essenziale. Che sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto, che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti. Luisa la chiamava la mossa della schivata: cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio.
Luisa era così, non la trovavi mai dove pensavi che fosse, e ti costringeva sempre a spostarti a tua volta impedendo sul nascere fissazioni e arroccamenti. Era il suo modo, talvolta non poco ruvido, di essere e aiutarti a essere libera. La sua luce si spegne mentre il mondo in cui siamo cresciute si capovolge, la guerra che aveva offeso la sua infanzia torna a massacrare la vita e a umiliare la politica, la tecnologia pretende di catturare e ammutolire l’esperienza, la libertà femminile diventa preda di fantasie di ripristino di sovrani e patriarchi claudicanti. «Un nuovo disordine simbolico si è installato sul protrarsi di un patto sociale morto», scriveva già nel 2012 in Dio è violent, consapevole di quanto il cambio di stagione sfidasse la scommessa politica della differenza ma pronta ad accettare la sfida e ad alzare la posta. Il disordine sarà più buio senza la sua capacità di fare luce, ma l’immenso patrimonio che ci lascia è lì per noi come un bene comune a cui attingere, ancora e encore.
SCHEDA. Qualche nota biografica
Nata il 14 giugno del 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), Luisa Muraro si accosta alla filosofia negli anni 60 con Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dedicandosi soprattutto agli studi di linguistica e di filosofia della scienza. La partecipazione alla rivolta del ’68 e alla «rivolta nella rivolta» femminista decidono il seguito del suo percorso biografico, politico e filosofico. Nel ‘70 entra nel DEMAU, gruppo pionieristico del femminismo della differenza, dove incontra Lia Cigarini; con lei e altre fonderà nel ‘75 la Libreria delle donne di Milano. Dei primi anni 70 anche l’incontro con Elvio Fachinelli e la psicoanalisi, con la conseguente partecipazione, con Lea Melandri, alla rivista «L’Erba voglio» e a un esperimento antiautoritario di didattica nella scuola dell’obbligo. Traduce e introduce in Italia il pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray. Insegna in seguito all’Università di Verona, dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre fonda nell’83 la comunità filosofica femminile Diotima, cui dopo Chernobyl si affiancherà la comunità scientifica femminile Ipazia. Ma innumerevoli sono i luoghi di pensiero e pratica politica femminista che portano la sua impronta in tutta Italia, a partire dal Centro culturale Virginia Woolf-B di Roma, e frequenti i contatti con il femminismo internazionale, in Spagna, Francia, Germania, negli Stati uniti, in Cile, nello Yemen, in Burkina Faso Nel ‘91 dà vita alla rivista della Libreria di Milano «Via Dogana», nel ‘93 avvia con altre il Movimento di autoriforma della scuola e dell’università, dal 2007 al 2017 tiene in Libreria una Scuola di scrittura pensante. La sua sconfinata bibliografia, curata e pubblicata da Clara Jourdan in «Esserci davvero», include oltre 25 monografie, più di cento volumi collettanei, innumerevoli interventi su «il manifesto», «l’Unità» e altri quotidiani, su riviste specialistiche, settimanali pop, siti web, nonché interviste radiofoniche e televisive.
(il manifesto, 14 giugno 2026)
La morte di Luisa Muraro lascia un vuoto difficile da nominare. Non soltanto perché scompare una delle più importanti pensatrici del Novecento e di questo primo scorcio di secolo, ma perché viene meno una figura che per molte e molti è stata insieme maestra, interlocutrice, misura e orientamento.
Una figura che ha attraversato anche Palermo, dove è venuta più volte su invito della Biblioteca delle donne e del Centro di consulenza legale UDIPalermo, per presentare i suoi libri, partecipare a incontri e seminari.
Colpiva il rigore del suo pensiero, sempre esigente e mai accomodante. Colpivano anche la sua capacità di ascolto e la generosità con cui metteva in circolo idee, intuizioni e domande. Non parlava da un sapere già concluso: piuttosto dalla passione di chi continua a cercare, insieme ad altre, parole capaci di dire il reale.
Il suo lavoro ha segnato profondamente il pensiero contemporaneo perché non è nato dall’elaborazione di un sistema teorico astratto, separato dalla vita. È nato dentro l’esperienza del femminismo, nelle pratiche politiche delle donne, nelle relazioni, nei conflitti, nelle scoperte che quel movimento ha reso possibili. Per Luisa il femminismo non è stato un tema da studiare né un settore particolare del sapere: è stato il luogo a partire dal quale il pensiero ha preso forma e si è trasformato. Da qui si comprende come il pensiero non si separi dal luogo in cui prende parola, e come quel luogo ne modifichi il senso.
Ha insegnato a generazioni di donne a dare credito alla propria esperienza, a riconoscere che la relazione non è un fatto secondario o privato, ma una condizione fondamentale dell’esistenza umana; che la lingua non è uno strumento neutro, ma il luogo in cui si forma il senso del mondo; che l’autorità può esistere senza dominio e senza potere.
Tra i suoi libri, L’ordine simbolico della madre segna una svolta decisiva. In quelle pagine Muraro mette in questione l’idea di un soggetto autosufficiente, riportando al centro la relazione originaria con la madre come ciò da cui ciascuna e ciascuno prende avvio. Nessuna e nessuno viene al mondo da sé: si nasce dentro una relazione e si entra nel linguaggio attraverso una voce ricevuta. In questa esperienza originaria, non riconosciuta nel suo valore simbolico, Muraro indica una condizione che riguarda tutte e tutti.
Non era una questione soltanto teorica: per molte il pensiero di Luisa Muraro ha aperto un diverso rapporto con la propria esperienza e con le parole necessarie a nominarla.
È stata una maestra nel significato più profondo della parola: non perché offrisse risposte definitive, ma perché sapeva aprire domande che cambiano il modo di stare al mondo.
Aveva il raro dono di rendere più esigente il pensare e insieme più libera la vita.
La salutiamo con dolore profondo, sapendo che il modo migliore per onorarla non è custodirne il ricordo come qualcosa di concluso. È continuare a fare ciò che lei ci ha insegnato: partire dall’esperienza, cercare parole vere, affidarci a ciò che tiene insieme le vite, andare più a fondo nel presente.
(Pressenza, 14 giugno 2026)
È difficile scrivere di Luisa Muraro al passato.
Con la sua morte scompare una delle pensatrici che più profondamente hanno segnato il femminismo e la filosofia contemporanea, una pensatrice che ha cambiato il modo di intendere la differenza sessuale, la politica, il linguaggio e l’autorità. Ci legava una lunga amicizia politica. Per noi a Palermo, è stata anche una presenza reale: nelle nostre pratiche, nelle relazioni che le hanno alimentate e nei percorsi di libertà che abbiamo cercato di costruire.
Nel corso degli anni è venuta tante volte nella nostra città. L’abbiamo invitata a discutere dei suoi libri, a partecipare a seminari, a confrontarsi con donne e uomini. Ogni volta colpivano il rigore del suo pensiero e la disponibilità autentica allo scambio. Ricordiamo la sua capacità di ascoltare una domanda fino in fondo, di non accontentarsi delle formule, di riportare sempre la discussione all’esperienza viva. Non era interessata alle parole che sostituiscono la realtà; cercava piuttosto quelle che permettono di avvicinarla.
Luisa ci ha insegnato che occorre interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, partire da sé e dalla propria esperienza, cercando parole fedeli a ciò che si vive, ma senza “farsi trovare” là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe. Ci ha insegnato a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.
Da questa ricerca sono nati libri che hanno lasciato un segno profondo nel pensiero delle donne e non solo. Tra questi, L’ordine simbolico della madre, che ha rappresentato una svolta decisiva. Muraro vi riportava al centro ciò che la cultura aveva reso invisibile: la relazione originaria da cui veniamo, la lingua ricevuta da una donna, il fatto che nessuna e nessuno si dà da sé, l’autorità che nasce dal riconoscimento e non dal potere. Mostrava che proprio quel legame, rimasto senza rappresentazione simbolica, custodisce una verità fondamentale della nostra esistenza e apre nuove possibilità di pensare la libertà, il linguaggio, l’autorità e la convivenza umana. Luisa aveva una qualità rara: faceva sentire il pensiero come una possibilità aperta, non come qualcosa di già acquisito. Non occupava lo spazio. Lo rendeva abitabile.
Per questo la sua scomparsa ci addolora profondamente.
Ma insieme al dolore c’è la gratitudine per ciò che ha saputo mettere in circolo: relazioni, domande, pratiche di libertà, fiducia nella capacità delle donne di produrre pensiero e trasformazione.
Ed è forse questo che rende possibile il suo continuare a “esserci davvero”.
(Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale UDIPALERMO, 14 giugno 2026)
Nel 1975 Luisa Muraro e altre quindici donne crearono un luogo che avrebbe cambiato il femminismo: un negozio e centro culturale con libri solo scritti da donne. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto
Sua madre aveva trovato un volantino. C’era scritto: Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli Filosofi. Era il 2015. Fosca Giovanelli aveva undici anni. Si annoiava, leggeva tanto. Andò alla Libreria delle donne di Milano. Dentro c’era Luisa Muraro, e adulte coltissime, abituate a prendere la parola. Muraro cominciò a leggere quello che scriveva. Correggeva, commentava, restituiva. Una bambina consegnava pagine. Una filosofa le prendeva sul serio. Fosca non sapeva ancora che quella fosse già una scuola. Oggi ha ventidue anni, studia filosofia ed è la socia più giovane della Libreria – quella che Muraro contribuì a fondare.
Via Dogana è una strada di quaranta metri, incastrata tra Duomo e Palazzo Reale. Nomen omen, verrebbe da dire. Nel 1975, in quel budello del centro antico, il 15 ottobre, al numero 2, quindici donne aprirono un varco, «una porta sulla strada». Dentro: libri scritti solo da donne. Nel 2001, quando il Comune chiese quarantamila euro l’anno per quei locali, la Libreria dovette andarsene. Si spostò in via Pietro Calvi 29, zona Dateo, vicino a piazza Cinque Giornate. Un indirizzo meno simbolico, forse più esatto. Lì non si arriva per sbaglio. L’insegna è discreta, in una via defilata. Non salta agli occhi. Non è mai saltata agli occhi. Dal centro alla periferia borghese. E la porta sulla strada rimase aperta, anche lì.
Renata Sarfati, che quel primo giorno c’era, ricorda tutto. Parigi, un convegno, le francesi con la loro libreria. Il treno del ritorno. «Perché non noi?». Era già una risposta. «Fu un’impresa materiale». Quindici donne, una cooperativa, i soldi messi insieme centesimo per centesimo.Alle artiste della città dissero: dateci qualcosa. Dadamaino diede. Grazia Varisco diede. Valentina Berardinone diede. Lea Vergine curò il portfolio. Nessuna telefonata ai partiti, nessuna supplica al Comune. «Così abbiamo aperto», dice adesso. La voce è ferma. Prima ancora c’erano stati i gruppi di autocoscienza. Riunioni nelle case private, a turno. Le donne parlavano di sé partendo da sé. Era la pratica che il femminismo della differenza sessuale opponeva all’emancipazionismo: non diventare uguali agli uomini, ma partire dalla propria esperienza. La Libreria fu il passo successivo. Quel pensiero aveva bisogno di misurarsi con una forma: scaffali, affitto, cassa, una porta sulla strada. Anche questo, dice Sarfati, fu un tratto milanese. Non solo pensare. Fare. Tenere in piedi. Durare. Un rigore a volte difficile, necessario.
La scelta dei libri fu una ricognizione paziente. Austen, Woolf, Morante esistevano già, ma nei repertori editoriali restavano confinate tra le letture per fanciulle, in una zona minore, quasi pedagogica. «Abbiamo preso tutti i cataloghi e cominciato a dire: questo sì, questo sì», ricorda Sarfati. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto. Le serate in via Dogana non somigliavano a presentazioni di libri. Si cominciava alle sei, si finiva alle nove. Figli e amanti, fratelli e mariti, annessi e connessi. Nessuna critica letteraria – si cercava di entrare nel cuore del testo, di trovare parti di sé nei personaggi. «Ci siamo appassionate in modo straordinario». Una ventina di titoli scelti tra centinaia fu il risultato di discussioni aspre: chi preferiva la protagonista passionale che scappava di casa con il suo amore, chi preferiva quella razionale. «Non eravamo d’accordo. Ma i conflitti erano produttivi».
«È girata la voce che non eravamo simpatiche», ammette Sarfati. «C’era chi si aspettava un’accoglienza sororale immediata – siamo donne, ci vogliamo bene. Non avevamo questo atteggiamento. Volevamo relazioni vere, non solidarietà per decreto». Un femminismo esigente.Che a Milano, in quella via stretta dietro il Duomo, aveva trovato la sua forma severa e concreta. Romanzi, riunioni, turni, dibattiti. E poi il lavoro, i tempi, la maternità, la carriera, la fatica di entrare nel mondo degli uomini senza diventarne la copia più stanca. Lo chiamavano «doppio sì»: sì ai figli, sì al lavoro.
Non tutte, però, si riconoscevano in quel mondo. Francesca Zajczyk, sociologa urbana, per trent’anni alla Statale, non indulge alla celebrazione. La Libreria l’ha guardata a lungo da fuori. «Erano mondi altri», dice. Altri anche rispetto alla Milano delle istituzioni, delle deleghe, della politica amministrata. Oggi ne riconosce il salto: «Un’apertura virtuosa», la chiama. Un luogo che ha prodotto pensiero. Che ha costretto anche chi restava fuori a misurarsi con uno scarto. Poi si ferma. Come se stesse ancora decidendo quanto concedere. «Il passo è stato fatto», dice. E subito: «Non compiuto. Ma fatto».
Quel passo, oggi, ha anche il volto imprevisto di un uomo. Umberto Varischio – settant’anni, informatico in pensione – è uno dei due che frequentano la Libreria ogni settimana. «Per me il femminismo non era una novità», dice. «Negli anni Settanta l’ho incontrato in fabbrica, nelle organizzazioni sindacali». Ma la Libreria è stata diversa. Ha trovato «un pensiero forte, che apre problemi che non finiscono mai». Anche sul maschile: il cameratismo, le resistenze, la fatica di non rimettersi al centro. «Mi ha cambiato la vita», dice. Senza enfasi.
Lia Cigarini, l’avvocata che aveva voluto la Libreria più di chiunque altra, è morta poco più di due mesi fa. Ora se ne va Muraro. Le fondatrici lasciano, una dopo l’altra. Eppure, in via Pietro Calvi la porta è ancora aperta. Il giovedì, al banco, c’è Fosca. «Che libro cerca?». E la Libreria ricomincia.
(Corriere della Sera, 14 giugno 2026)
Ci ha lasciate Luisa Muraro. Grande rivoluzionaria e madre di tutte noi
Luisa Muraro è stata una grande rivoluzionaria.
La tua vita di donna -ma anche quella di tanti uomini-, dopo l’incontro con lei e la sua lingua non poteva più essere quella di prima. “Un passaggio in altro e un’apertura d’infinito che portano non oltre e al di là, ma proprio qui, dove e come siamo, dove e come non sapevamo di essere e di stare”.
Una rivoluzione simile a quella che si produce per ogni creatura quando- dopo la grande fatica della lallazione- grazie a sua madre e a quella che Luisa ammirava come “competenza materna”, la creatura incontra la parola e dunque se stessa e il mondo, per poi smarrirvisi. A meno di non avere la grande fortuna di incontrare qualcuna che ti reinsegni a parlare e a stare al mondo, riaccompagnandoti in prossimità della madre, la prima maestra, e del suo ordine simbolico.
Finissima studiosa del linguaggio, Muraro ha sempre preferito esprimersi nelle parole povere e precise dell’esperienza quotidiana, talora violente nella loro nudità ed essenzialità, restituendo valore alla lingua dei semplici così prossima ai corpi e alla realtà materiale. La lingua dei contadini della sua Montecchio. O per fare un esempio commovente, quella di Sibilla e Pierina, mandate al rogo come streghe dal tribunale dell’Inquisizione di Milano, episodio inaugurale della caccia alle streghe che Luisa ha raccontato nel suo splendido “La Signora del Gioco”.
Un dire di più con meno, preciso e libero dalle sovrastrutture, così simile all’esperienza femminile di fare del proprio meglio con quel poco che si ha, e senza mai cedere alla tentazione di piangersi addosso per la miseria materiale e simbolica in cui gli uomini ci hanno costrette, perché l’altra lezione di Muraro è stata questa: sfuggire alla tentazione di accomodarsi nella parte delle vittime e nella recriminazione paritaria, dandosi autorità “nello scoprire in me, nelle altre, nella realtà storica, la grandezza femminile e affermarla qui e ora, subito, con i mezzi che abbiamo, Alzando il cielo e allargando l’orizzonte”. Interpellare Dio senza mediazioni, facendo in sé il vuoto di quella mancanza che permette al desiderio di correre, lezione di Margherita Porete e delle altre mistiche e beghine a cui Luisa si è accostata con tanta passione e tanto studio. Un Dio che ha bisogno di te per essere, come ci ha insegnato un’altra grande mistica vissuta nel Novecento, Etty Hillesum.
Basta farlo una volta e non lo dimentichi più, il vittimismo non ti tenta più.
Luisa Muraro mancherà enormemente alle sue consorelle perché nel “campo di battaglia”, come lei stessa ha definito il femminismo, oggi la voce del pensiero della differenza sessuale sembra essersi è fatta più flebile. L’indifferentismo sessuale, l’intersezionalità, la subordinazione permanente della ricerca di libertà ad altre cause ritenute superiori sembrano averne relativizzato la forza trasformatrice.
Ma nel campo di battaglia bisogna accettare di stare, e lottare. Pratica della differenza sessuale è essere rinate una volta per tutte alla propria lingua autentica e non rinunciare a parlarla in ogni occasione e ovunque ci si trovi.
Da qualche anno Luisa non parlava più e nelle poche occasioni pubbliche si limitava ad ascoltare tenendo gli occhi chiusi. Aveva annunciato che sarebbe andata in vacanza e ha mantenuto la sua promessa.
Solo qualche settimana fa ci aveva lasciate Lia Cigarini, da sempre sua compagna di vita. Nella mia immaginazione sarebbe stata Lia, ragazza per sempre e con le sue malcelate fragilità, a non sopravvivere alla scomparsa del suo “Luisino”. Non avrei mai pensato che sarebbe invece toccato a Luisa, con quel suo carattere aspro e insopportabile, cedere al dolore della perdita. Mi sono sbagliata.
Voglio ricordarla in certe cene pazzoidi e spensierate nell’antro-cucina della comune amica Nadia, perduta troppo presto. Mi ha segnato per sempre una sua terribile rampogna per essermi vantata di qualcosa di buono che avevo fatto: “Non sei stata tu! E’ stato lo Spirito Santo!”.
Amava molto lo Chanel n°5.
Oggi, 14 giugno, sarebbe stato il suo 86esimo compleanno.
(Feminist Post, 13 giugno 2026)
Fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità Diotima, ha costruito una delle riflessioni più originali del Novecento sul rapporto tra donne, linguaggio, maternità e autorità
«L’Uomo non esiste. Esistono uomini e donne». Era una frase tipicamente sua. Semplice, netta, impossibile da equivocare. Eppure dietro quelle poche parole Luisa Muraro aveva costruito una delle riflessioni filosofiche più originali del Novecento italiano.
È morta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. Filosofa, pedagogista, fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità filosofica Diotima, Muraro è stata una delle figure centrali del femminismo italiano. Ma definirla semplicemente una femminista sarebbe riduttivo. Era una pensatrice. Una donna che ha dedicato la vita a interrogare ciò che molti consideravano ovvio: la libertà, l’autorità, il linguaggio, la maternità, la differenza sessuale. Apparteneva a una generazione che non voleva soltanto ottenere nuovi diritti. Voleva cambiare il modo di pensare il mondo.
Quando negli anni Settanta nacque il femminismo della differenza, Muraro fu tra quelle che indicarono una strada inattesa. Mentre altre inseguivano l’uguaglianza come superamento della differenza tra uomini e donne, lei sosteneva che proprio lì, in quella differenza, si nascondeva una risorsa di libertà ancora inesplorata. «La differenza sessuale è la vita stessa», ripeteva.
Per Muraro la liberazione femminile non consisteva nel diventare simili agli uomini, ma nel dare parola e significato all’esperienza delle donne. Era una convinzione che attraversava tutte le sue riflessioni, anche le più controverse. Sull’aborto, per esempio, difendeva la legge 194 e il principio secondo cui nessuna donna può essere obbligata a diventare madre. «La maternità inizia con un sì», sosteneva. Ma rifiutava di parlare dell’aborto come di un diritto in senso proprio: non una conquista da celebrare, bensì una scelta spesso dolorosa, che chiamava in causa anche la responsabilità maschile. Era il suo modo di sottrarsi agli schieramenti e tornare sempre all’esperienza concreta delle donne. Da questa stessa intuizione nacque il suo libro più influente, L’ordine simbolico della madre, dove individuava nella relazione con la madre e nella lingua materna il primo accesso al mondo.
La madre fu il centro segreto della sua riflessione. Non la madre idealizzata, né la madre come ruolo sociale, ma la donna da cui impariamo a parlare e a stare al mondo. In un secolo che aveva celebrato il padre, l’autorità, la legge e le istituzioni, Muraro riportò al centro ciò che era rimasto ai margini della filosofia: la relazione originaria. Per questo è stata una filosofa anomala.
Lo è stata anche nel rapporto con il sacro. Studiosa delle mistiche medievali, appassionata di Margherita Porete e di Teresa di Lisieux, non separava mai la ricerca della libertà dalla ricerca di senso. In un panorama culturale spesso diviso tra laicismo e religione, occupava uno spazio tutto suo. Non smise mai di interrogarsi su Dio, ma lo fece sempre a partire dall’esperienza concreta delle donne.
Negli ultimi anni il suo nome è tornato spesso al centro delle polemiche. Si dichiarò contraria alla maternità surrogata e contestò le teorie che tendevano a dissolvere la differenza sessuale nell’identità percepita. Perché la libertà femminile non ha bisogno di cancellare il corpo delle donne per affermarsi.
In fondo, tutta la sua ricerca ruotava attorno a una stessa domanda. «Alla nostra civiltà manca una teoria della libertà femminile», scrisse. È una frase che potrebbe riassumere quarant’anni di riflessioni sulla maternità, sull’aborto, sulla violenza maschile, sul linguaggio e sulla differenza sessuale. Temi diversi, che per Muraro rimandavano sempre allo stesso problema: come rendere pensabile la libertà delle donne senza costringerle a prendere a modello l’esperienza maschile.
Ma ridurre Muraro alle battaglie degli ultimi anni sarebbe un errore. La sua vera eredità è altrove. Sta nel metodo che ha trasmesso a migliaia di donne. Nel partire da sé. Nel fidarsi della propria esperienza. Nel non delegare ad altri l’interpretazione della realtà. Nel cercare parole nuove quando quelle esistenti non bastano più. Per questo chi l’ha conosciuta la ricorda prima di tutto come una maestra. Non una leader. Non una guru. Non un’autorità nel senso tradizionale del termine. Una maestra. Una donna che insegnava a pensare.
In uno dei suoi ultimi libri, Esserci davvero, definiva il femminismo come «un esserci in prima persona in qualcosa che accade». Forse nessuna formula racconta meglio la sua vita. Per oltre cinquant’anni Luisa Muraro è stata questo: una presenza vigile dentro il proprio tempo. Mai accomodante. Mai allineata. Mai disposta a rinunciare alla complessità per inseguire il consenso. Con la sua morte scompare una delle ultime protagoniste della stagione che rivoluzionò il femminismo italiano. Ma le domande che ha lasciato aperte restano intatte. In un tempo che fatica a nominare il corpo, la maternità, l’autorità e perfino la differenza tra uomini e donne, il pensiero di Luisa Muraro continua a interrogare il presente.
(27esimaora.corriere.it, 13 giugno 2026)
Il 13 giugno 2026 è morta Luisa Muraro, figura importante del femminismo italiano, cofondatrice della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima di Verona, dove insegnava filosofia teoretica. Poche settimane prima, il 22 aprile era morta Lia Cigarini, a lei unita da una lunga relazione politica e affettiva. Tra i suoi libri La Signora del gioco sui processi alle streghe, L’ordine simbolico della madre e Guglielma e Maifreda.
Ha collaborato ai primi numeri della nostra rivista Aspirina (bisnonna di Erbacce) negli anni ’80 con lo pseudonimo Edvige Kirche.
Ci invidiava un po’, a noi di Aspirina, e ci confidava che se non fosse diventata filosofa, avrebbe voluto fare la vignettista.
Auguriamo a Luisa, nella sua prossima vita, di realizzare questo desiderio.
Cerca Edvige Kirche qui:
Aspirina n.6 (dicembre 1988)> https://www.erbaccelarivista.org/prodotto/aspirina-n-6/
Aspirina n.8 (giugno 1989)> https://www.erbaccelarivista.org/prodotto/aspirina-n-8/
(Erbacce, 13 giugno 2026)
Nel giorno della sua scomparsa risuona ancora la voce originale e influente che ha ridefinito la differenza sessuale e aperto nuove strade alla libertà femminile
Oggi, 13 giugno 2026, il mondo della filosofia piange la scomparsa di Luisa Muraro (Montecchio Maggiore, 14 giugno 1940), una delle sue voci più originali e influenti.
[…]
Come ha scritto Giancarlo Gaeta sul Manifesto circa un anno fa, chi è Luisa Muraro l’ha raccontato lei stessa in una conversazione con Clara Jourdan del 2003, pubblicata nei Quaderni di via Dogana (Esserci davvero, Libreria delle donne, Milano, pp. 244). Muraro riferisce del suo itinerario intellettuale e delle scelte esistenziali attribuendole a una sua disposizione ad affidarsi alle occasioni, agli incontri, più che a una progettualità fermamente perseguita. È questa sua apertura all’imprevisto e agli incontri che ha plasmato un itinerario intellettuale unico, lontano appunto dalle rigidità accademiche e insieme sempre attento alle sfumature dell’esperienza. Al di là di una filosofia che si fonda sul pensiero della differenza sessuale – ovvero una prospettiva teorica che parte dalla convinzione che l’essere umano sia originariamente diviso in due sessi (maschile e femminile) e che l’uguaglianza omologante tra i due generi sia un tentativo di cancellare l’identità femminile – Muraro è stata tante altre cose assieme e nello stesso tempo, semplicemente questa cosa sola: «Io sono una che scrive sempre», diceva di sé.
Chi è stata allora Muraro se guardiamo i suoi scritti, ad esempio “L’ordine simbolico della madre”, “Il Dio delle donne”, “Non è da tutti” e anche “La signora del gioco” e “Guglielma e Maifreda”? È stata anzitutto una filosofa e teologa che ha messo in pagina storie di donne a tratti dimenticate, il cui pensiero ha avuto anche una teorizzazione nel suo indimenticato “Il Dio delle donne”. Donne ai margini, dunque, come sono e sono state molte mistiche, da lei amate. Fra queste Margherita Porete, Matilde di Magdeburgo, Hadewijch di Anversa, Giuliana di Norwich, Angela da Foligno e poi mistiche più recenti come Teresina di Lisieux, donne attraverso le quali Dio trovava una sua nuova voce, femminile, appunto «la possibilità di un nuovo inizio di Dio».
“Il Dio delle donne” uscì nei primi anni Duemila (Papa Francesco non era che un lontano miraggio) e scandalizzò non poco parte dell’universo maschile credente per l’importanza che diede alla differenza femminile e per lo spirito di libertà che lo animava: «Le donne – scrisse – si prendono con Dio una libertà che gli uomini neanche si sognano». Solo i grandi pensatori, come senza ombra di dubbio è stata Muraro, sanno inventare una teologia in lingua materna, rinunciando alle sicurezze della dottrina affinché «Dio possa capitare a questo mondo», aprendo così nuove strade alla libertà del pensiero femminile.
(RSI cultura, 13 giugno 2026)
È morta a Milano Luisa Muraro, una delle maggiori protagoniste del femminismo italiano. Avrebbe compiuto ottantasei anni il giorno successivo. A Milano Luisa Muraro fu tra le fondatrici della Libreria delle donne ed è stata la stessa Libreria a dare la notizia della sua morte. «Luisa – scrive la Libreria delle donne – era una maestra, lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita con altre alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei». Un ricordo di Luisa Muraro nelle parole di Renata Sarfati.
https://podcast.radiopopolare.it/podcast/popolare-clip/clip_13_06_2026_17_19.html
Alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno ci ha lasciato oggi Luisa Muraro, filosofa, docente universitaria e insegnante, scrittrice ma soprattutto femminista. Una delle teoriche e delle protagoniste, tra le più importanti, del femminismo della “seconda ondata” in Italia, in Europa e nel mondo.
Il femminismo degli anni Sessanta e Settanta che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica, del secolo scorso. È stata tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile “Diotima”: due esperienze femministe che al di là di molte parole descrivono il significato profondo del suo pensiero e della sua opera.
Anche a lei dobbiamo l’elaborazione e il pensiero del femminismo della differenza.
Oggi perdiamo non solo una fine intellettuale, ma anche una maestra, una donna che ha sperimentato, insieme alle altre e con coraggio, nuove forme possibili del vivere per le donne. Una delle madri del nostro pensiero e dei nostri diritti e delle nostre libertà.
È con gratitudine e commozione che la salutiamo, certe di ritrovarla – sempre e per sempre – in tutti i suoi molti scritti.
Grazie Luisa, ciao!
(Post Facebook, 13 giugno 2026)
N.B. Di seguito i link al video del ricordo di Luisa Muraro pronunciato da Valeria Valente in seduta al Senato il 17 giugno 2026, pubblicati sui canali social della senatrice. (La redazione del sito)
https://www.instagram.com/reel/DZu2Yw7svi8
https://www.facebook.com/share/v/18aNCYG9Zd
Apprendo adesso della morte di Luisa Muraro, che ho incontrato prima ancora del femminismo, quando fui invitata da Elvio Fachinelli a partecipare alla preparazione del convegno sulla “pratica non autoritaria” nella scuola, da cui sarebbe poi uscito il libro L’erba voglio, Einaudi 1971.
Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza.
Se leggo l’intervista, raccolta da Elvira Roncalli insieme alla mia e a quella di Adriana Cavarero – Il futuro è aperto, Prospero Editore 2025 – mi rendo conto che il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno.
Alla domanda di Elvira Roncalli se c’è «uno scarto tra l’esperienza soggettiva del femminismo e il femminismo come sapere teorico», Luisa risponde:
«Su questo mi viene in mente quello che dice Lia Cigarini, è lei che mi ha introdotta nel pensiero femminista ed è tuttora un’autorità per me […] Lei ha una veduta chiara su questa questione. Io non ho una veduta chiara su questo. So che la teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta. Se lo diciamo con Hannah Arendt, se crediamo di sostituire l’esperienza o la realtà con qualche veduta teorica, cadiamo in errore. Infatti, in altri momenti io contrappongo la teoria al racconto, alle volte è la pratica, ma altre è il racconto, cioè il racconto delle cose che capitano. È vero, io ho un gusto per la teoria, sono stata formata alla teoria e credo che la teoria – il pensare e ragionare teoricamente – siano indispensabili, ma non occorre che tutti lo facciano. Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza».
Ciao Luisa.
(Post Facebook, 13 giugno 2026)
È morta a ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, “maestra” e attivista femminista, tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano. Era un punto di riferimento per il femminismo vivo e contemporaneo
La Libreria delle Donne di Milano ha annunciato con dolore la scomparsa di Luisa Muraro, una delle sue fondatrici, oltre che filosofa, attivista femminista e tra le figure centrali del pensiero della differenza sessuale in Italia. Muraro è morta questa mattina, sabato 13 giugno, all’età di ottantasei anni. «Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato», si legge nel messaggio diffuso dalla Libreria, che la ricorda non solo come intellettuale ma come punto di riferimento umano e politico per generazioni di donne e uomini.
Chi era Luisa Muraro
Nel ricordo condiviso dalla Libreria, Muraro viene descritta come una guida capace di attraversare mondi diversi: la scuola, l’università e gli spazi del femminismo politico. Ha insegnato per molti anni all’Università di Verona dove ha contribuito alla nascita della comunità filosofica Diotima, insieme ad altre studiose, dando vita a uno dei laboratori teorici più influenti del pensiero femminista italiano contemporaneo.
La sua figura è ricordata come quella di una “maestra” nel senso più ampio del termine: per gli studenti, per chi l’ha letta, per chi ha partecipato ai suoi seminari e per chi ha condiviso con lei percorsi di pensiero e pratica politica. Centrale, nel suo approccio, era l’idea che la relazione fosse la misura di ogni cosa, anche nel rapporto con la tecnica e con la scrittura.
Luisa Muraro e la Libreria delle Donne
La storia di Muraro è profondamente intrecciata con quella della Libreria delle Donne di Milano, spazio nato nel 1975 e diventato un punto di riferimento per il femminismo italiano e internazionale.
Come ricostruito anche da Fanpage.it, infatti, la Libreria è stata un luogo politico e culturale che ha dato voce a soggettività femminili spesso escluse dal dibattito pubblico, costruendo nel tempo una rete di pensiero e pratiche condivise. In questo contesto, Muraro ha lavorato fianco a fianco con altre figure fondamentali del femminismo milanese, tra cui Lia Cigarini, scomparsa recentemente e ricordata anch’essa tra le co-fondatrici della Libreria.
(Fanpage.it, 13 giugno 2026)
Filosofa e pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, Luisa Muraro si è spenta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. La sua morte un mese dopo la scomparsa di Lia Cigarini
Domani avrebbe compiuto ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, è morta oggi nella “sua” Milano. A darne notizia è stata la Libreria delle donne di Milano, di cui fu tra le fondatrici e le principali animatrici, con un messaggio pubblicato sui social. «Una grande maestra», la definiscono le donne della Libreria. «Lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita, con altre, alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei». La morte di Muraro arriva poco più di un mese dopo la scomparsa di un’altra storica fondatrice della Libreria delle donne, Lia Cigarini.
Nata nel 1940 a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, Muraro a Milano si era laureata all’Università Cattolica. E proprio a Milano, a cui era legata in modo indissolubile, avrebbe sviluppato gran parte del proprio percorso intellettuale e politico. Dopo gli anni dell’insegnamento e dell’impegno nei movimenti delle donne, contribuì alla nascita della Libreria delle donne di Milano, aperta nel 1975 in via Dogana e divenuta uno dei luoghi simbolo del femminismo italiano ed europeo.
L’incontro con Lia Cigarini
Muraro apparteneva alla generazione che contribuì a costruire il femminismo della differenza in Italia. Dopo l’incontro con il gruppo Demau (Demistificazione autoritarismo patriarcale), una delle prime esperienze femministe italiane, a Milano conobbe Lia Cigarini, destinata a diventare una delle figure centrali del suo percorso politico e teorico. Insieme fondarono nel 1975 laLibreria delle donne, luogo che sarebbe diventato un punto di riferimento internazionale in città e per il pensiero femminista.
Il ricordo di Lea Melandri
Tra i primi ricordi arrivati dopo la notizia della scomparsa c’è quello della scrittrice e saggista Lea Melandri, compagna di percorso nei primi anni del femminismo milanese. In un messaggio pubblicato sui social, Melandri ricorda di avere conosciuto Muraro ancora prima della stagione femminista, all’inizio degli anni Settanta, durante il lavoro con lo psicanalista Elvio Fachinelli attorno all’esperienza pedagogica de L’erba voglio. «Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza», scrive Melandri. Un passaggio che racconta bene la storia del femminismo italiano: una vicinanza politica e intellettuale che non ha escluso differenze profonde. Eppure, osserva Melandri, «il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno». A confermarlo, secondo la saggista, sono le parole pronunciate da Muraro in una recente intervista raccolta da Elvira Roncalli nel volume «Il futuro è aperto» (Prospero Editore, 2025), dove la filosofa rifletteva sul rapporto tra teoria ed esperienza: «La teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta», affermava Muraro, aggiungendo che il pensiero non deve mai pretendere di sostituire la realtà vissuta. «Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza». Melandri conclude il suo ricordo con un semplice saluto: «Ciao Luisa».
(Corriere della Sera, 13 giugno 2026)
È morta a Milano Luisa Muraro, filosofa, pedagogista e attivista. Nata a Montecchio Maggiore (Vicenza) il 14 giugno 1940, ha dedicato la sua vita professionale alla condizione delle donne. Il suo lavoro si è concentrato sul cosiddetto femminismo della seconda ondata, quello nato alla fine degli Anni Sessanta, che insiste sulla differenza tra donne e uomini. Senza ovviamente rinnegare il valore dell’uguaglianza, ma usandolo come punto di partenza. Il primo nemico è il sessismo, con tutto ciò che da esso deriva. Fu tra le fondatrici della Libreria delle Donne.
L’intervista a TuttoLibri
Nel 2010 raccontava a TuttoLibri che si avvicinò al femminismo «negli Anni Sessanta, quando arrivarono le prime ondate dagli Stati Uniti». «Ancora prima che iniziasse il movimento italiano – raccontava –, ho iniziato a leggere Sexual Politics di Kate Millet e Betty Friedman, La mistica della femminilità. Poi da noi sono iniziati i gruppi di autocoscienza: il trionfo dell’oralità, un’esperienza molto intensa, cui non rendono giustizia le spente trascrizioni. Quindi con la maggioranza delle donne gli scambi restavano orali. Solo il rapporto con Carla Lonzi è stato sempre mediato dalla scrittura: non l’ho mai conosciuta, ma ho molto apprezzato i suoi librini verdi, come Sputiamo su Hegel. Poi, dal 1975 ho scoperto Luce Irigaray, con Speculum e Questo sesso che non è un sesso, che è diventata il mio punto di riferimento per il pensiero della differenza. Insieme agli scritti politici di Virginia Woolf, Le tre ghinee e poi Una stanza tutta per sé, che leggo e rileggo».
La Libreria delle Donne
Oltre all’incontro con Luce Irigaray, nel 1975 aprì anche la Libreria delle Donne: «Fu un’iniziativa rivoluzionaria – ricordava la filosofa –. Adesso si fatica a comprenderne la portata, ma a quei tempi vendere solo libri scritti da donne aveva un gran significato, poiché persino le donne colte avevano poca familiarità con la letteratura femminile. Si avevano pregiudizi verso le scrittrici: io stessa ad esempio pensavo che Jane Austen scrivesse per dare consigli di comportamento alle ragazze, e l’avevo sempre evitata. Dopo anni passati ad occuparmi solo di saggi, l’ho scoperta allora, insieme a Ivy Compton-Burnett e a Elsa Morante. Il femminismo è uno sfondamento di ordine intellettuale, oltre che simbolico e sociale: quando la differenza femminile interviene, cambia il paesaggio circostante. È il processo simbolico di un movimento interiore, e la lettura si presta benissimo a questi viaggi, è come e meglio delle droghe».
La difesa del femminismo
Le era stato chiesto se il femminismo aveva fallito, era il periodo degli scandali a sfondo sessuale che avevano travolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Che c’entra il femminismo? Semmai, ne esce confermato nella sua critica della politica e dei partiti, ma anche questa è una forzatura, le esigenze che avanziamo si pongono su un altro piano rispetto alla storia degli uomini – aveva risposto Muraro –. Oggi ci riconosciamo in una Veronica Lario. Detesto anche il moralismo spicciolo che critica le veline: niente di male a mostrarsi se può essere l’inizio di una carriera, purché non sia l’anticamera della prostituzione. Non fanno fare una bella figura alla tv italiana, ma questo è un altro discorso. Non bisogna mai giudicare le singole persone che provano a tenersi a galla, piuttosto bisogna prendersela con chi è in posizione di potere».
(La Stampa, 13 giugno 2026)
Il saluto della Libreria delle donne, da lei fondato a Milano: “Aveva quell’intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa, anche della tecnica”
«Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato: lo è stata per i suoi studenti, per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata, per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei. Io l’ho conosciuta in libreria tanti anni fa e abbiamo condiviso fianco a fianco l’avventura del sito della Libreria delle donne. Il sito esiste anche grazie a lei, a quella intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa anche della tecnica».
Così, con un post sulla pagina Facebook della Libreria delle donne di via Calvi, è stata annunciata la morte, avvenuta stamattina a Milano, della filosofa e scrittrice Luisa Muraro, ottantasei anni fra pochi giorni, una delle più importanti femministe italiane, fra le fondatrici della storica insegna milanese.
Luisa Muraro era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno 1940, sesta figlia di una famiglia che aveva fatto la Resistenza. Era cresciuta nel vicentino, ma dal ’76 viveva stabilmente nel capoluogo lombardo, dove aveva studiato e si era laureata in filosofia alla Cattolica, e dove aveva cominciato la sua militanza politica femminista. È stata filosofa impegnata sul pensiero della differenza sessuale, pedagogista, traduttrice e attivista del movimento femminista italiano, saggista e autrice di tanti studi imperniati sul concetto cardine del “primato della lingua materna”.
Negli anni Settanta aveva insegnato anche nella scuola dell’obbligo e fondato con Elvio Facchinelli la “scuola antiautoritaria”. Proprio in quel periodo aveva incontrato i gruppi femministi di Milano, fondando nel 1975 la prima Libreria delle donne italiana, con l’amica di tutta la vita e compagna di mille battaglie Lia Cigarini (mancata anche lei lo scorso aprile a Milano) e con molte altre attiviste che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, tengono in piedi questo bastione del pensiero femminista. Muraro scrisse in quegli anni “Non credere di avere diritti: la generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne”, testo firmato da tante delle fondatrici della libreria di via Calvi. Con Adriana Cavarero, Anna Maria Piussi, Elvia Franco e altre filosofe aveva fondato la comunità Diotima che ancora oggi è attiva e porta avanti studi dedicati alle donne.
Lascia un’opera vastissima fra libri, articoli, interventi e lezioni. Tradusse in italiano le opere di Luce Irigaray. Fra i suoi testi Maglia o uncinetto (1981), Guglielma e Maifreda, storia di un’eresia femminista (1985), L’ordine simbolico della madre (1991), Autorità (2013), L’anima del corpo (2016). L’ultimo libro scritto con Clara Jourdan, Esserci davvero, è stato edito dalla stessa Libreria delle donne.
Fra i primi a esprimere cordoglio per la sua morte c’è Chiara Valerio, scrittrice, attivista e direttrice editoriale di Marsilio: «I libri di Luisa Muraro mi hanno insegnato molte cose, la più importante di tutte è che si può non essere d’accordo. E che talvolta bisogna non essere d’accordo. Che sia con la chiesa, gli uomini, i padri, le madri, se stesse».
(la Repubblica, 13 giugno 2026)
Scritto nel 1927 da Hilda Doolittle (H.D.), “HERmione” racconta una crisi di formazione in quanto figlia, moglie, allieva, musa: edito da Safarà, prima traduzione italiana
Romanzo autobiografico di formazione sensoriale, estetica ed erotica, frammentario, ricorsivo, stocastico, spiraliforme, “HERmione” venne composto nel 1927 da Hilda Doolittle, scrittrice e poeta, che fu cofondatrice del movimento imagista nella Londra nei primi anni Dieci. Il suono buffo e desueto del suo nome fece sì che, nel 1912, Doolittle venisse prontamente ribattezzata “H.D. Imagiste” dall’amico di una vita Ezra Pound. E come H.D. avrebbe dunque firmato le sue opere: nella nuova edizione americana, uscita nel 2022 per la raffinata New Directions (che lo aveva pubblicato per la prima volta nel 1981, a vent’anni di distanza dalla morte dell’autrice) la biografa del modernismo Francesca Wade presenta “HERmione” (ora tradotto per la prima volta da Paola Bono e Marina Vitale per Safarà, pp. 326, € 21,00) come l’autoritratto di un’artista, che «procede a tentoni, lentamente», verso un’autoespressione complessa, laboriosa, che la porta a un «risveglio della sua sessualità e delle sue facoltà artistiche», spingendola a «nominare se stessa affinché il mondo intero possa sapere chi è».
A condensare i temi più manifesti del romanzo è infatti il monosillabo “HER” – diminutivo del nome della protagonista, Hermione Gart, ma anche aggettivo possessivo e pronome oggettivante – “lei”, “la”, “sua”.
Primo: la difficoltà di costituirsi come soggetto stabile. H.D. non racconta la crescita di una donna, ma la crisi delle categorie attraverso cui quella crescita dovrebbe rendersi intelligibile. Figlia, futura moglie, allieva fallita, musa, amante, artista, Her è nominata, rinominata, abbreviata, deformata: è Hermione, Miss Gart, Her Gart, dove l’instabilità onomastica mima la lotta con i padri, con la genealogia, con la cultura di appartenenza, in cui l’abbozzo di un’unica sillaba, “Her”, funziona come residuo minimo di una identità personale e poetica, che per quanto instabile è tuttavia l’unica appartenenza certa.
Secondo: il fallimento come cuore della personalità di Her – che ha mancato il suo percorso accademico, è inadeguata alla razionalità della sua famiglia, non sa che forma darsi. Dalla soggettività della protagonista, il fallimento si trasferisce alla struttura del romanzo. E H.D. non avanza dalla immaturità verso una qualche forma di integrazione, bensì vive il dissolversi delle forme disponibili – famiglia, matrimonio, eterosessualità, lavoro, riconoscimento – seguito da un processo aggrovigliato, parziale e anticonsolatorio di ricomposizione artistica. Non c’è un posto nel mondo per la protagonista, perché non è disponibile al mondo una forma in cui riconoscersi.
Terzo: l’opposizione fra il sapere scientifico – ovvero il linguaggio lineare e progressivo praticati dal padre e dal fratello di Hermione – e la capacità di lei di percepire la realtà solo per via di immagini, parole, ritmo, ripetizione, frammento, pattern. Non è in questione un conflitto generazionale, o di genere sessuale, ma una contrapposizione più profonda, di natura epistemologica: da una parte c’è una conoscenza astratta, misurabile, quantificabile, dall’altra una conoscenza incarnata, percettiva, poetica. Hermione sa parlare soltanto questa seconda lingua – il suo pensiero non avanza ma ruota – mentre i suoi interlocutori conoscono soltanto la prima, ed è raro che queste due sensibilità riescano a comunicare, al di là delle reciproche parentele.
Quarto: il desiderio è sempre strutturalmente dispari, incerto, precario. Hermione oscilla fra attrazione, dipendenza, rivalità, identificazione e desiderio, e fra George Lowndes (alias di Ezra Pound) e Fayne Rabb, riconducibile a Frances Gregg, che al tempo stesso ebbe una relazione con lei e fu compagna di Pound.
Se George mostra a Hermione l’orizzonte artistico, minaccia tuttavia di assorbirla nel suo sistema simbolico. Formalmente ancora più destabilizzante è l’attrazione verso Fayne, perché altera le maglie e il ritmo della percezione, disgrega e moltiplica le immagini, confonde i confini fra sé e l’altra. E il corpo, ovvero la sostanza di cui siamo fatti, investita da desideri così contraddittori, non può limitarsi a fare da imballaggio della coscienza; funziona invece come una sorta di antro in cui il mondo penetra, si imprime, si deforma, continua a tornare. Paesaggi, giardini, alberi, fiori, e stanze, oggetti, superfici, colori, volti e voci sono pieghe, annidamenti strutturali, non soltanto contenuti oggettuali, della coscienza. Non a caso, Hermione si pensa botanicamente come organismo in formazione: qualcosa che può attecchire o marcire, essere potato, trapiantato, crescere storto, o soffocare.
«Le persone fanno le cose, le cose fanno le persone»: questa la considerazione che, più volte, torna nella storia. Quanto al linguaggio narrativo, l’autrice ne tenta la trasfigurazione mediante procedure di condensazione imagista, frammentazione sintattica, ripresa fonetica, ripetizione e variazione, parallelismo, chiasmo.
Non racconta per scene ma procede per nuclei percettivi, per forme che si fanno e si disfano in presenza, impossibili a tracciarsi linearmente perché una forma lineare, di sé in primo luogo, semplicemente non esiste.
Dunque, nell’interpretare il tema modernista di una temporalità discontinua, iterativa, sovrapposta, H.D. scrive una storia in cui ogni gesto, ogni dialogo, ogni evento, ogni pensiero non accade una volta e poi mai più: subito carpito dalla percezione prima e dalla memoria poi, diventa proiezione e in quanto tale viene agito per essere immediatamente interrotto, ibridato con ciò che la protagonista pensa, ricorda, teme o desidera; e successivamente riavviato, secondo una precisa tecnica di “montaggio” fatta di salti, raccordi ed echi che fa pensare, in maniera piuttosto puntuale, a quello che sarà il jump cut cinematografico.
Non che H.D. scriva “come al cinema”; ma come accade in certi film – l’esempio più classico è “Fino all’ultimo respiro” (1960) di Godard – il romanzo è costruito su tagli di montaggio che rompono la continuità attesa di una scena o di un’azione, generando una grammatica della discontinuità ritagliata in maniera millimetrica sulla protagonista.
Tramite interruzioni, transizioni, ellissi, collisioni fra segmenti non raccordati e ritorni differenziali, questa grammatica ci restituisce una geometria viva, fra l’inceppo e la circolarità, fra la sincope e l’intensificazione della simultaneità, in un overlap non meno che strutturale fra azione, parola e pensiero.
H.D. non conosce transizioni morbide, fluidità, solo l’urto fra momenti narrativi e formule percettive e cognitive che riemergono a più riprese, sempre uguali e sempre diverse. In una stessa inquadratura narrativa, Hermione compare in quanto figlia fallita, corpo desiderante, oggetto dello sguardo altrui, artista non ancora nata, figura impersonale, pronome senza volto, cambiando statuto identitario all’improvviso, una volta dopo l’altra.
Il tempo non contiene le nostre azioni, sembra suggerire H.D., è piuttosto la materia, fatta di arresti, ritorni, tagli, sovrapposizioni, in cui la soggettività si disgrega, si ripete, si smonta e si rimonta, si cerca senza trovarsi. E la geometria, l’antica nemica dei tempi della scuola, torna nelle linee, nei cerchi, nelle figure concentriche di una coscienza che attraverso queste operazioni poetiche tenta di riconoscere la sua fisionomia.
(il manifesto, 7 giugno 2026)