La figura della pioniera del modernismo, autrice della Villa E.1027 affacciata sulla costa di Roquebrune Cap Martin, che ossessionò Le Corbusier

Eileen Gray, artista irlandese, classe 1878, riconosciuta e consacrata quasi novantenne tra le pioniere del design e dell’architettura del ventesimo secolo, è la protagonista della seconda biografia illustrata (dopo Charlotte Perriand) scritta da Gisella Bassanini e Giovanna Canzi, disegnata da Giuseppe Giacobbe, con la postfazione di Beppe Finessi, pubblicata nella collana «Fuori dall’ombra. Le pioniere del design e dell’architettura del Novecento», dedicata alle donne da riscoprire.

Bassanini, a sua volta architetta e docente di Architettura del Politecnico di Milano, ha fondato con altre studiose il Gruppo Vanda, la prima comunità scientifica italiana impegnata fra il 1990 e il 2000 proprio nella valorizzazione del contributo delle donne alla cultura del progetto. Il volume bilingue, italiano-inglese, edito da marinonibooks, casa editrice indipendente di «libri con le figure», con il progetto grafico di studio òbelo, ripercorre i momenti salienti di una vita fuori dal comune per l’epoca e dei suoi progetti. Una figura riservata e indipendente, autonoma, ribelle, libera e anticonformista. Sull’elegante copertina cartonata in tela il profilo di Eileen Gray realizzato con un tratto minimale ispirato alla foto che le scattò Berenice Abbott.

All’interno, oltre sedici pagine centrali illustrate da Giacobbe, dal segno grafico pulito e raffinato. I disegni ritraggono lei e gli oggetti che ha progettato, le case, gli spazi. Architetta a lungo dimenticata emerge in questo racconto quasi inedito. Riportata alla luce grazie anche al recente film E.1027 Eileen Gray e la casa sul mare di Beatrice Minger e Christoph Schaub, una forma che mette insieme documentario, finzione e messa in scena teatrale, che racconta la storia della villa modernista progettata da Gray fra il 1926 e il 1929, dopo aver conosciuto il critico Jean Badovici a cui l’ha dedicata. Bianca, dalle linee nette e grandi vetrate, piena di luce, affacciata sulla costa di Roquebrune Cap Martin, raggiungibile solo a piedi lungo il vecchio sentiero dei doganieri, un modello di architettura che desta interesse, o più probabilmente invidia, da parte dell’architetto Le Corbusier che ne rimane ossessionato. Tanto che qualche anno dopo, quando Gray lascia la casa, dipingerà alcuni affreschi sulle pareti candide quasi per sfregio, un atto prevaricatore: oltre a rovinare il progetto e la pulizia dell’edificio, si fa fotografare davanti a quei murales facendo pubblicare le immagini per alimentare il malinteso di essere lui stesso l’autore del progetto.

Gray si occupa anche degli interni: tappeti, luci, mobili, serramenti. È aristocratica, figlia di una baronessa e di un pittore, e dopo gli studi a Londra si stabilisce a Parigi dove inizia la carriera aprendo un laboratorio di produzione di tappeti. Viaggia in Nord Africa per apprendere dalle donne arabe la tessitura e la tintura della lana con colori naturali.

Impara a lavorare la lacca da un maestro restauratore giapponese, realizza mobili, lampade. Incontra Chatwin che le farà una lunga intervista e sarà ispirato da lei a intraprendere il suo viaggio in Patagonia, è apprezzata da Joyce, Schiapparelli e Saint Laurent. Per lo stilista francese Jacques Doucet realizza un paravento che nel 1972 viene battuto all’asta per una cifra da capogiro portandola alla ribalta. Nell’arco della sua vita costruirà diverse case, tutte accomunate dall’equilibrio fra spazi e forme e in cui presta molta attenzione a chi le abita.

Solo nel 2000 la sua opera E.1027, gioiello di architettura moderna, viene dichiarata monumento storico dal governo francese e restaurata. Eileen Gray prima di morire elimina tutto ciò che riguarda la sua vita privata, anche per questo resta tuttora una figura enigmatica. Quel che è rimasto dei progetti è conservato nell’archivio al National Museum of Ireland di Dublino. Solo nel 1968 sulla rivista Domus il critico Joseph Rykert le dedica un omaggio definendola pioniera del design. Donna aristocratica ed emancipata, Eileen Gray muore nel 1976. Il libro, dalla grafica e le illustrazioni raffinate, permette di approfondire la figura di un’architetta che ha vissuto restando sempre un passo indietro.

(il manifesto, 12 maggio 2026)

Lo sgomento dopo il 7 ottobre e l’amarezza per la scarsa empatia, anche tra le amiche, verso le vittime del pogrom; poi la reazione del tutto sproporzionata di Israele, la devastazione di Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania; davanti al rischio di una doppia indifferenza, il bisogno di rompere la solitudine e di prendere parola: le discussioni sul sionismo, sulla parola genocidio, ma anche su che cosa significa oggi essere ebrei. Intervista alle fondatrici di “Mai Indifferenti”.

Joan Haim è nata in Egitto, paese che è stata costretta a lasciare negli anni Cinquanta; cresciuta in Italia in una famiglia laica ma legata alle tradizioni ebraiche, ha svolto diverse attività prevalentemente nell’ambito della formazione; oggi insegna italiano ai migranti. Renata Sarfati ha studiato cultura ebraica per un anno all’Università ebraica di Gerusalemme, ha lavorato come redattrice presso la casa editrice Feltrinelli e successivamente come traduttrice. Eva Schwarzwald, di madre italiana e padre mitteleuropeo, è stata dirigente regionale in Lombardia. Jardena Tedeschi viene da una famiglia di ebrei italiani laici, con un forte legame con Israele; è stata a lungo docente di economia politica. Bella Gubbay ha insegnato matematica e fisica al liceo sia alla scuola ebraica di Milano che nella scuola pubblica. Saby Fresko, nato a Istanbul in una famiglia ebraica sefardita laica, è arrivato in Italia nel 1959, ha fatto l’insegnante e poi l’imprenditore.

Joan, Renata, Jardena, Bella ed Eva sono le fondatrici del gruppo “Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace”.


Com’è nato il gruppo “Mai indifferenti”?
Joan Haim. La mia storia rispetto a questa vicenda inizia il 7 ottobre. Appena si è avuta notizia mi sono subito messa in contatto con Claudia, un’amica che vive in Israele e in quelle ore ricordo di aver seguito quel dramma in diretta, con lei che mi raccontava cosa vedeva in televisione. Questa cosa naturalmente mi ha turbato moltissimo. Quindi il primo dato è questa partecipazione, pur da lontano, a quell’orrore. In Israele tutti avevano conoscenti che erano stati ammazzati o presi in ostaggio. Un massacro di proporzioni enormi. Poi ricordo di essere andata a scuola dove insegno l’italiano ai migranti e di aver sentito qualcuno dire che stavano esagerando con le notizie; c’era questo bisogno di precisare, di attenuare i dettagli più scabrosi. Questo mi ha provocato un disagio che è andato crescendo nei giorni successivi quando agli eventi culturali, le mie amiche storiche tradizionalmente proPal (ma non è che noi non siamo “pro Palestina”), facevano delle battute da cui emergevano i loro pregiudizi rispetto a Israele. Alla Casa delle donne, a pochissimi giorni dal 7 ottobre, avevano creato il “gruppo Gaza”, decidendo di avvolgere l’edificio con dei manti neri con su scritto: siamo in lutto per quello che succede a Gaza. Io dissi timidamente: “Ma sul 7 ottobre e quello che ha fatto Hamas non diciamo niente?”
Ora, io non sono indifferente: in quanto ebrea ho un legame particolare con Israele. Pur non identificandomi minimamente con quel regime, mi sentivo coinvolta e colpita dall’entità di quel pogrom. Quindi per me le date sono: il 7 ottobre, l’iniziativa della Casa delle donne e la manifestazione nazionale del 25 novembre 2023 in cui le donne di “Non una di meno” sbattono fuori dal corteo le israeliane.
L’altra cosa che ci dava da pensare è che si avvicinava il giorno della memoria. Noi già avevamo cominciato a interrogarci: come lo affronteremo quest’anno? Perché nel frattempo era cominciata la reazione durissima del governo israeliano. Purtroppo era intuibile che la destra ne avrebbe approfittato…
Avvicinandosi quella ricorrenza, avevamo visto circolare questi documenti dell’Unione delle comunità ebraiche che consigliavano a chi sarebbe andato nelle scuole a non menzionare i massacri in corso a Gaza, a non accostare quegli eventi al tema della memoria.
È stata questa serie di eventi a scatenare il bisogno di condividere questo malessere, questa tristezza enorme con le persone con cui nel passato avevo condiviso la lotta contro la politica dello Stato d’Israele e contro l’occupazione.
Renata Sarfati. In quei giorni ricordo che Jardena e io ci siamo incontrate per la strada e, tra le altre cose, ci siamo dette: “Si avvicina il giorno della memoria, sono accadute cose tremende, come si potrà fare qualcosa?” Davanti a quella precipitazione degli eventi, non avevamo più parole. Poi è arrivata la telefonata di Joan e così pochi giorni dopo ci siamo viste.
Come diceva Joan, c’erano in noi tutti questi sentimenti diversi, anche contrastanti. Cosa potevamo fare? Era uscita l’idea di scrivere un manifesto, ma io avevo obiettato: quattro sconosciute che scrivono ai giornali?! Non so, mi sembrava una cosa assurda. Allora ci siamo dette: “Beh intanto cominciamo a scrivere cosa proviamo”. Ne è nato una sorta di testo collettivo in cui ciascuna diceva una cosa… un flusso libero. È iniziata così. Dopodiché ci abbiamo lavorato e abbiamo cominciato a mandarlo in giro a un po’ di persone.
Eva Schwarzwald. Volevo aggiungere che, al disagio iniziale legato alle immagini del 7 ottobre, c’è stato un ulteriore malessere dovuto al fatto che alcune di noi hanno dei parenti in Israele. Come l’11 settembre, quando alla tv si vide l’abbattimento delle Torri gemelle, subito provai a chiamare i cugini newyorkesi, così questa volta il pensiero è andato immediatamente ai parenti in Israele. Quindi intanto un fortissimo dolore.
Poi, come già ricordava Joan, per noi non era una novità opporci a certa politica israeliana. Ricordo le manifestazioni in piazza della Scala, dove ci ritrovavamo qualche anno fa, i vari appelli firmati… va però anche riconosciuto che, negli ultimi anni, c’era stato un calo di attenzione. Quindi questa è stata una botta emotiva molto forte, una spinta a dire e a fare qualcosa.
Bella Gubbay. Io sono stata contattata da Joan, con cui avevamo militato in Avanguardia operaia. Subito ci siamo dette: “Cosa facciamo noi, come ebree?” Abbiamo cominciato a scambiarci qualche opinione. Io ho 77 anni e, ai tempi della guerra in Libano, avevo firmato l’appello di Primo Levi. Ero già sensibile alla questione israeliana-palestinese. Anche mio marito se n’è sempre occupato; faceva parte del gruppo Cipmo, quindi c’è stata sempre molta discussione in famiglia. Da tempo lui diceva: “Dopo cinquant’anni che ci ragiono, non ne voglio più sapere né di Israele né di Palestina”. Invece col nostro gruppo ha ricominciato a interessarsene e spesso mi gira degli articoli.
Aggiungo un’altra nota personale: nella mia famiglia – questo è un punto molto dolente – dei miei tre fratelli che vivono a Tel Aviv, due sicuramente sono pro Netanyahu, la terza non ne vuol parlare, quindi mi trovo molto isolata in casa e anche nella comunità…
Jardena Tedeschi. Io di quei giorni ricordo un forte disagio e un grande senso di isolamento, con tutti: ebrei e non ebrei. Per me quindi, in primis, c’era il bisogno di trovare un contesto in cui parlare liberamente, in cui poter dire le cose senza la preoccupazione che qualcuno si indignasse, da una parte e dall’altra.
Bella. Dopo qualche settimana abbiamo organizzato un primo evento pubblico alla Casa della Cultura, che ha avuto molto riscontro: molti ebrei si sono connessi da tutta Italia e hanno detto: finalmente un luogo dove ci si può parlare, ragionare, provare a capire.
Renata. Il 7 ottobre ha riportato violentemente sulla scena la questione palestinese. Anche se le istituzioni ebraiche si sono subito arroccate su posizioni in difesa di Israele, tanta gente seguiva gli eventi con sentimenti contrastanti. Il fatto che noi abbiamo avuto il coraggio di esporci pubblicamente è stato importante: ci hanno scritto in tanti ringraziandoci di aver permesso loro di tornare a respirare, perché era una situazione veramente opprimente.
Dopo la reazione al 7 ottobre, e la legittima condanna di Israele, purtroppo è venuta meno la capacità di fare dei distinguo. Per esempio, per me era e rimane importante cercare di sostenere le voci del dissenso in Israele, creare una rete, sostenere l’opposizione. Nel mio piccolo, per esempio alla Libreria delle donne, ho cercato di portare questo discorso.
Joan. Anche molti ebrei si sono arroccati, irrigiditi in difesa. Molti amici, ebrei e non ebrei, hanno esitato a criticare Israele in modo netto, deciso; avevano paura a pronunciarsi contro quello che stava accadendo. Questo ha accentuato il senso di solitudine.
Jardena. Quando ci siamo viste la prima volta, io ero sotto shock per l’atteggiamento di alcune amiche carissime. Il 7 ottobre è stato un trauma. Se eravamo pronte a condannare quello che succede in Cisgiordania, con Gaza è stato molto più difficile, credo.
Renata. Io sono stata in Israele nel luglio successivo, perché la famiglia di mio padre, i miei zii vivono là e c’era un matrimonio. In quei giorni ho partecipato alle manifestazioni che erano veramente impressionanti, anche per l’originalità degli striscioni, degli abbigliamenti. Una cugina che fa la psicologa mi ha spiegato che vivevano un trauma generale, tant’è che erano state attivate anche linee telefoniche per sostenere chi stava male. Questa cosa è verissima, però è stata un po’ strumentalizzata perché si è finito per cancellare tutto il resto. È molto difficile parlare di questi argomenti.
Eva. A proposito della nascita del gruppo, voglio aggiungere che questa cosiddetta libertà di parlare proviene anche da un passato di femminismo attivo che ci accomuna. Lo slogan il personale è politico ha segnato questo nostro inizio. Siamo partite da questo bisogno di esprimere il nostro disagio personale, e subito ci siamo chieste come far diventare politica questo nostro star male.
Bella. Ieri sono andata nella mia vecchia scuola dove parlava una palestinese israeliana che insegna letteratura a Bar-Ilan e vive a Haifa. Lei è stata molto attenta nella sua esposizione; ha parlato con una certa obiettività della costruzione dello Stato di Israele, del fatto se è democratico o meno, eccetera. Arrivata al 7 ottobre addirittura ha detto: “Io gli israeliani li capisco perché sono tuttora traumatizzati”. Diversi palestinesi israeliani lavorano in ospedale e raccontava di come quelli che prima erano amici quasi non si salutassero più. Inoltre davanti a Gaza non c’è più destra o sinistra: il 90% degli israeliani non sa o non vuole sapere di Gaza. Paradossalmente diceva che trovava più empatia tra alcuni ebrei religiosi di destra. Mentre diceva queste cose aveva le lacrime agli occhi…
Saby Fresco. Io sono entrato nel gruppo attraverso Bella e grazie a voi ho trovato proprio quel luogo in cui poter parlare liberamente. Personalmente è dagli anni Settanta che critico la politica israeliana; anch’io ho firmato l’appello di Primo Levi e all’epoca ricordo di aver litigato persino con mio fratello negli Stati Uniti, lui oggi è trumpiano…
Anche prima del 7 ottobre, quando Netanyahu era venuto a Roma, ero andato a contestarlo.
Mi piacerebbe parlare delle posizioni degli ebrei di sinistra, che sono divisi tra una posizione come quella di “Mai indifferenti -Voci ebraiche per la pace” e l’approccio di “Sinistra per Israele” la quale condanna quello che viene fatto a Gaza, in Cisgiordania, è contro Netanyahu e Ben Gvir, ma in qualche modo resta incapace di mettere sullo stesso piano ebrei e palestinesi. Se da una parte è comprensibile, è naturale pensare prima al proprio popolo, oggi lo sforzo da fare per rimanere umani richiede di mettersi nei panni l’uno dell’altro. Per me è fondamentale questa attenzione a non mettere prima la mia famiglia, come concetto.
Renata. Infatti si chiama “Sinistra per Israele”. Io proprio non riesco a condividere questo nome. L’idea è che siccome sei una persona di sinistra capisci le posizioni degli altri, però ti fermi lì, non vai oltre a questo.
Saby. In questa fase a me invece piacerebbe riuscire ad aprire un dialogo con i palestinesi. Una parte importante di loro non è pro Hamas; sarei molto contento se riuscissimo a confrontarci, anche avendo opinioni diverse. Il mio sogno è quello di riuscire ad arrivare un giorno a un manifesto scritto da ebrei e palestinesi della diaspora.
Dopo la tragedia del 7 ottobre, anche in ambienti amicali non avete incontrato l’empatia che vi aspettavate. Eppure, invece di chiudervi in una posizione difensiva, avete scelto di esporvi e di parlare anche della tragedia dei palestinesi. Come è maturato questo passaggio, tutt’altro che scontato?

Joan. Ma perché quel “Mai indifferenti” riguardava sia il 7 ottobre sia tutto quello che ne è conseguito. Non “noi o loro”, ma “noi e loro”. Questo è l’elemento distintivo che tiene assieme altri gruppi in Israele che fanno battaglie analoghe; penso a Standing Together oppure ai Parents’ Circle e altri. Noi non vogliamo e non possiamo essere indifferenti né a quello che è successo al popolo israeliano né a quanto subito dai palestinesi.
Renata. Il nome è nato così. Parlavamo appunto dell’indifferenza e Joan ha detto: “Chiamiamolo: ‘Mai indifferenti’!”
Joan. L’intento era di tenere assieme una rete di voci ebraiche per la pace capace di accogliere sfumature diverse, che non pretendesse di essere d’accordo su tutto.
Bella. Ovviamente questo non è affatto semplice. Anche tra noi c’è chi vorrebbe scaricare tutte le responsabilità su Israele e chi, come me, sottolinea anche le responsabilità di Hamas.
Jardena. Il mio slogan è fondamentalmente la vicinanza. Io ho fette di famiglia in Israele, ma non tollero che “i miei” si comportino male. Riconosco il mio legame con quel paese, ma proprio per questo avverto come ancora più grave il comportamento non etico dei “miei”.
Renata. Nel mio caso a muovermi è stato un senso di responsabilità. Proprio in quanto ebrea. Sento che, anche se personalmente non c’entro niente con Israele, mi devo far carico di quello che succede.
Dicevate che questi ultimi avvenimenti vi hanno spinto a ripensare all’identità ebraica, al rapporto con le comunità ebraiche, con Israele.
Joan. Io sono rimasta dentro la Comunità ebraica. Assieme al Laboratorio ebraico antirazzista, Lea, abbiamo lavorato per tenere aperto un dialogo ebraico, abbiamo incoraggiato anche altri gruppi e singoli a pronunciarsi più liberamente. Direi che abbiamo aperto dei varchi. Anche la Comunità ebraica di Firenze si sta muovendo. Molti ebrei si interrogano su quale ruolo avere nelle comunità.
Renata. Anch’io sono iscritta alla Comunità ebraica.
Eva. Io mi sono tolta.
Bella. La Comunità è l’istituzione: oggi è di destra, però un domani potrebbe cambiare. Per la mia famiglia, arrivata dalla Siria, la Comunità è stata importante, ci ha accolto. Negli anni in cui insegnavo, molti ebrei sono arrivati dalla Libia, dall’Iran, dal Libano, e anche loro sono stati accompagnati. Ricordo che alcuni non parlavano una parola di italiano, io però avevo capito che erano bravi in matematica e quindi ho lottato perché fossero promossi – l’italiano l’avrebbero imparato dopo, e così è andata. Alla scuola pubblica, dove ho insegnato trent’anni, non c’è stato verso di adottare queste misure di accoglienza.
Detto questo, io sono molto critica nei confronti della Comunità e del mondo ebraico istituzionale. Io ho frequentato le scuole ebraiche a Milano, in più ci ho insegnato proprio negli anni Ottanta, ai tempi del Libano e del famoso appello. Già all’epoca i pochi ragazzi o insegnanti che la pensavano diversamente venivano zittiti. Allora io mi ero permessa di ricordare ai colleghi che l’insegnamento è legato alla tolleranza, alla capacità di far discutere. Niente da fare: guai a chi osava dire qualcosa contro la guerra. Io mi sono spaventata. Non riconoscevo più quella scuola ebraica che quando ero giovane era molto più libera delle scuole non ebraiche. C’erano professori ex-partigiani, si poteva parlare di tutto…
Jardena. Io invece ho scritto una lettera contro quell’appello, firmata da me, Stefano Levi della Torre e altre tre o quattro persone. Perché trovavo intollerabile che mi chiedessero ad ogni momento: “Sei d’accordo con Israele?”. E io dicevo: ma a che titolo? Non ho votato, non c’entro… Insegnavo all’università e ricordo ancora che un giorno nella sala fotocopie un collega mi disse: “Sarai contenta adesso che avete attaccato…”. Scusa, ma voi chi?
Renata. Dopo l’82, la guerra in Libano, abbiamo fatto un primo gruppo per riflettere su cosa significa essere ebrei, sulla nostra identità e il nostro rapporto con Israele. Abbiamo provato a leggere alcuni testi, poi abbiamo deciso di partire dall’abc e ci siamo messi a studiare il Pentateuco. Ci abbiamo messo circa dieci anni a leggere cinque versetti! Ma perché li commentavamo, è stato molto divertente. Lì si è manifestato questo desiderio di capire e scindere l’identità della diaspora da Israele…
Eva. Io vengo da una famiglia di ebrei perseguitati, sia madre italiana che padre mitteleuropeo, però in casa mia, famiglia laica, nonno onorevole socialista, non c’è mai stata una grande rilevanza della relazione con Israele. Credo che questo mi metta in una posizione un po’ diversa. Tanto più che sì, è vero, ho dei cugini e ho sofferto per loro. Ma in realtà loro, siccome non sono molto di sinistra, sono molto più rilassati di quanto non sia io su quello che sta succedendo lì.
Anche se per molti di noi c’è un legame rilevante, perché abbiamo amici e parenti che stanno male, che sono traumatizzati, io penso che la relazione con Israele dipenda da quello che abbiamo maturato nella nostra vicenda familiare. Io non sono andata alla scuola ebraica, non parlo l’ebraico. La prima volta che ho conosciuto Israele è stato da sedicenne, quando arrivavano gruppi da tutto il mondo e gli obiettivi erano stare insieme e divertirsi nei kibbutz. Quello è stato un momento molto positivo, allegro, pieno di energia. Dopodiché mentre mio zio è andato a vivere in Israele, un grande afflato verso quella terra in casa mia non c’era. Cioè io di sionismo non ricordo neanche mai di aver sentito parlare.
Renata. Neanche a casa mia. Anzi! Da noi si diceva che Israele era la vittoria di Hitler! Il mio è stato un percorso molto personale.
Jardena. Io invece potrei dire che il sionismo è nato a casa mia! Il mio bisnonno ha ricevuto Teodoro Herzl e l’ha portato dal Papa. Le lettere di Herzl a lui indirizzate sono al museo italiano di Gerusalemme. Io ho sempre sentito parlare di sionismo e, anzi, essere sionisti andava assieme con l’essere laici. Dopodiché non mancavano le battute sul fatto di andare effettivamente a vivere laggiù. I miei antenati dicevano: “Mica che poi ci voglia andare a stare in Israele. Farei volentieri l’ambasciatore d’Israele in Italia!” Questa era una delle battute che ricordo.
Una nonna è andata a stare in Israele nel 1946, subito dopo la guerra, portandosi dietro mia madre e mia zia. Poi non dimentichiamo che in Israele erano poverissimi; mio padre, che ha resistito circa tre mesi, faceva lo spazzino. Era un paese tutto da costruire…
Bella. Io ho frequentato la scuola ebraica e i miei genitori erano tradizionalisti. Venivano dalla Siria quindi non avevano subito la Shoah. Mio padre ci teneva molto alle feste ebraiche, eccetera. Io però a un certo punto ho sentito che questo ebraismo diventava una forma di oppressione: “Ah, non sei venuta in sinagoga”, “Non hai osservato i precetti…”, così mi sono ribellata. Infatti sono la più laica di tutti i fratelli, di tutta la famiglia.
Saby. Io vengo da una famiglia laica. Sono nato in Turchia, sono arrivato in Italia a tredici anni. Mi sento legato alla Turchia, nonostante Erdoǧan. Mi sento italiano e turco e non ho legami particolari con Israele. In questa fase mi preoccupa il silenzio intorno a quello che sta succedendo a Gaza e in Cisgiordania. Non si capisce cosa si vuole fare di Gaza; se in Cisgiordania riusciranno a cacciare i coloni oppure no; non si parla di confini, non si parla di niente…
Joan. Io sono stata cacciata dall’Egitto con la mia famiglia e sono approdata in Italia. Sono andata alla scuola ebraica negli anni Cinquanta e lì è avvenuta la mia formazione ebraica. Anche la mia era una famiglia laica in cui non ricordo che si rispettassero tradizioni particolari, forse Hanukkah, l’accensione dei lumini; non ho dei ricordi d’infanzia legati a dei rituali.
In quei primi anni era molto forte l’attenzione verso Israele, un paese nato da poco, vissuto come la salvezza. Alla fine degli anni Sessanta mi sono allontanata dall’ebraismo per fare politica. Sono finita in Avanguardia operaia e mi ricordo che andavo alle manifestazioni gridando “Al Fatah, Al Fatah, alla fine vincerà…”, sentivo un certo disagio dentro però mi allineavo. In seguito sono uscita da questa organizzazione assieme a un gruppo di donne perché non ci sentivamo più rappresentate.
È stato grazie a Renata che mi sono poi riavvicinata all’ebraismo, ma perché lei mi ha fatto cogliere un modo diverso di viverlo, mi ha dato una nuova chiave. L’essere ebrea è diventato anche per me l’essere contro le ingiustizie, perché gli ebrei sono stati perseguitati come minoranza discriminata e quindi sanno cosa vuol dire. Penso di aver introiettato questo concetto. Il mio bisogno di mobilitarmi anche rispetto alla causa palestinese nasce da questo percorso.
Oggi si parla molto di sionismo e antisionismo. Alcune forme di antisionismo si spingono talvolta fino a delegittimare lo Stato di Israele. Voi come la vedete?
Saby. Oggi si condanna il sionismo strumentalizzato dalla destra al governo in Israele, ma poi c’è anche il sionismo delle origini. Io non mi sento sionista per due ragioni. La prima è che quel movimento ha raggiunto il suo obiettivo di creare lo Stato di Israele, quindi per me si è esaurito. La seconda è che, pur partendo con comprensibili ragioni, cioè cercare una terra dove poter vivere in pace senza essere perseguitati, aveva due limiti: il primo è questo concetto che fa riferimento a una terra promessa, promessa da chi? Il secondo è che si è voluto creare uno Stato di ebrei dove vivevano altre popolazioni, senza pensare in alternativa a una situazione di tipo binazionale o altro; questo è stato un errore.
Renata. Ormai il sionismo è identificato con qualche cosa di estremamente negativo. Se ti dici sionista vuol dire che sostieni l’operato di questi governi. Io da ragazzina e fino verso i vent’anni, ho militato nel movimento sionista, che era estremamente diversificato, andava dall’estrema sinistra alla destra estrema. Personalmente a quell’età quella militanza mi ha aiutato a ritrovare me stessa, a capire chi ero attraverso le relazioni. Considera che si facevano delle cose all’avanguardia, tipo autocoscienza: ci si riuniva per parlare di quello che sentivamo rispetto a certe scelte di Israele. Avevamo quattordici, quindici, sedici anni.
Da noi in Italia era nato come movimento scautistico; posso dire che ci siamo politicizzati da soli. Cioè abbiamo cominciato a leggere Marx, perché avevamo un amico comunista; molti di noi erano in sintonia con quella parte politica. Alla fine siamo diventati parte di Hashomer Hatzair, il movimento giovanile socialista, ma questo quando io avevo già diciassette, diciotto anni. Comunque quel percorso è avvenuto all’interno dell’ebraismo sionista, riferendoci in particolare all’esperimento del kibbutz; parliamo del Dopoguerra: il trauma delle leggi razziali, della Shoah, era ancora fortemente presente e questa idea di trasformare l’ebreo da persona passiva, da vittima, in qualcuno che si costruisce una vita diversa, a me aveva affascinato.
Per me quindi il sionismo ha significato una trasformazione personale ed esistenziale. Non certo mandare via gli arabi dalla loro terra. L’uso della parola “sionismo” come fosse un insulto mi ferisce molto, è una cosa su cui vorrei lavorare. Comunque anch’io oggi ritengo che il sionismo non abbia più senso: è stato un percorso avvenuto in un determinato momento che ha portato alla nascita di uno Stato e comunque era un movimento politico, non religioso…
Saby. A sinistra capita che l’antisionismo scivoli in una messa in discussione dell’esistenza stessa di Israele; questa cosa si percepisce. Io però non la leggerei come antisemitismo, quanto piuttosto come ignoranza. Per me oggi la questione è combattere contro un regime che considero fascista…
Renata. Quando si costruisce uno Stato questo può diventare fascista. Qui c’è una grande confusione. Il nostro sforzo principale è stato quello di lavorare sulle parole.
Non pochi ebrei israeliani stanno pensando di lasciare il paese. Alcuni hanno già compiuto questa scelta.
Bella. Sto seguendo le statistiche di chi se ne va. Si parla di 84.000 ebrei israeliani che, tra l’altro, verosimilmente sono persone laiche, professionisti che possono lavorare altrove. Stanno lasciando il paese anche diversi palestinesi israeliani. È un momento difficile. Tutta questa violenza esercitata in Cisgiordania e a Gaza si sta ritorcendo contro Israele. Ormai è la società stessa a essere sempre più violenta, suprematista, razzista.
Renata. Ho una cugina che vuole chiedere la cittadinanza portoghese: gli ebrei che sono stati cacciati dalla Spagna e che possono dimostrare di avere mantenuto la lingua spagnola lungo le generazioni hanno questa possibilità. So che in Val di Sesia, in una di queste aree un po’ desertificate, c’è un piccolo insediamento di israeliani che vorrebbero ricostruire una comunità.
Jardena. Non ricordo chi me l’ha raccontato, che un rabbino è andato lì a chiedere se volevano iscriversi alla Comunità e pare abbiano reagito dicendo: “Ma non ci sogniamo neanche!”.
Comunque, se penso alle mie radici, ritrovo anch’io questa identificazione proprio con il socialismo, con il comunismo, con la giustizia sociale.
Io sono di famiglia italiana, sia padre che madre, ovviamente con deportazioni in famiglia. Ho cominciato a far politica nel ’66, con gli internazionalisti. In quegli anni ho maturato l’idea che l’essere ebrea mi facesse perdere tempo politicamente.
Avevo così deciso che sarei andata a stare in Israele, dove non ci sarebbe stata contraddizione tra la mia militanza politica e il mio essere ebrea; finalmente un posto in cui che fossi ebrea non era rilevante. Poi però è scoppiata la guerra del ’67 e io ho detto: no, in un paese fascista non ci vado. Quindi, ho preso le distanze.
Si parla di una nuova ondata di antisemitismo, qual è la vostra esperienza?
Bella. Io l’antisemitismo non l’ho mai avvertito né all’università né nei quarant’anni in cui ho insegnato. Ora invece alcuni colleghi mi dicono: “Bella, stai attenta perché in questo momento moltissimi ce l’hanno su con gli ebrei”. Questa è una cosa che mi fa soffrire.
Joan. Purtroppo è vero che c’è un antisemitismo strisciante. Anche a causa di quello che sta succedendo, cioè alla politica del governo di Israele. È una situazione molto brutta. Io ho partecipato diverse volte al presidio in Piazza Duomo, di denuncia di quello che succede a Gaza. Come gruppo “Mai indifferenti”, ci sarebbe piaciuto celebrare la giornata europea della cultura ebraica dentro quel contesto. Mi hanno detto: se non vi definite antisionisti non possiamo accettarvi. Così mi sono ritrovata a dover quasi difendere il sionismo, proprio io, perché le cose sono più complicate.
Bella. Purtroppo a sinistra oggi è così…
Joan. Quando abbiamo partecipato alla protesta in piazza della Scala ci siamo sentite molto a disagio perché gli slogan erano “Free Palestine dal fiume al mare”. Non di rado ci troviamo a dover precisare che la nostra posizione è comunque in difesa dell’esistenza dello Stato di Israele.
Questo per dire che facciamo fatica a star dentro alle manifestazioni proPal. La reticenza su Hamas, anche da parte dei rappresentanti dei palestinesi, è problematica.
Renata. Difendere Hamas o non nominarlo mi sembra una cosa assurda. Questo però, per me, non toglie e non aggiunge niente alla nostra posizione, che è chiara.
C’è un’altra parola controversa e dolorosa: “genocidio”. Ne avete parlato?
Bella. Ne abbiamo discusso molto. Io sono sempre stata contraria all’uso di questa parola perché ha un connotato giuridico che ci spingeva verso una marea di disquisizioni molto spiacevoli e poi perché evocava troppo la Shoah.
Joan. Io ero contraria e molto infastidita dall’uso della parola genocidio perché anche secondo me era sinonimo di Shoah. Poi, però, con l’aggravarsi della situazione mi sembrava che ci stessimo sempre più arrampicando sui vetri per non pronunciarla, anche nel tentativo di rispettare la sensibilità delle persone con cui volevamo rimanere in dialogo.
Oggi mi sento di poter pronunciare questa parola. Grossman l’ha sdoganata con grande dolore. Genocidio esprime l’intenzionalità di un certo crimine; come si fa a non definire tale la pulizia etnica che è in atto attualmente in Israele? Anche rispetto ai vari requisiti, se già non ci siamo, ci stiamo arrivando: distruzione delle infrastrutture culturali, sanitarie, il ridurre la popolazione alla fame. Su questo, ho cambiato posizione, la mia sensibilità è cambiata.
Renata. Anche per me è stato così.
Saby. Abbinare il genocidio esclusivamente alla Shoah è sbagliato, perché genocidio è stato anche quello degli armeni, dei pellerossa, ecc.
Renata. Tra l’altro il concetto di unicità è pericoloso…
Saby. Io capisco bene il disagio e i sentimenti di tanti amici che rifiutano di usare questa parola. Quello che per me è importante è che si riconosca che parliamo di un crimine contro l’umanità e non solo di un crimine di guerra, come fanno appunto Sinistra per Israele o altri.
Jardena. Anch’io infine ho imparato a tollerare questo termine e tuttavia, in alcuni contesti, mi sembra innegabile che nel voler ricorrere a tutti i costi a quella parola ci sia un intento antisemita. Ne sono convinta.
Saby. Questo però non toglie nulla al fatto che si tratti effettivamente di genocidio.
Bella. Quello che sta succedendo in Africa, in Sudan, eccetera, è molto simile a quello che è successo a Gaza. Io resto perplessa davanti al fatto che Israele è regolarmente soggetto a questa condanna diciamo “speciale” rispetto ad altre situazioni altrettanto tremende. Mi sono spesso chiesta come mai e mi sono data anche una risposta, perché Israele viene percepito come parte del mondo occidentale. Per me questo è un punto.
Eva. Tanti paesi africani da anni sono in mano a governanti corrotti. Ecco, da Israele, ti aspetteresti qualcosa di diverso.
Renata. Il mondo è grande e chi si impegna politicamente cerca di rimanere aggiornato sui vari avvenimenti, però ciascuno di noi si sente più responsabilizzato rispetto a certe vicende. Io non riesco a mettermi nei panni dei ruandesi allo stesso modo in cui mi capita di farlo con gli israeliani. Sarebbe una finzione. Un conto è se faccio la studiosa e quindi posso prendere le distanze. Ma se devo parlare di me, devo essere onesta e dire la verità. La parola genocidio anche a me all’inizio ha dato molto fastidio. Per tanto tempo anch’io ho detto: parliamo di crimini di guerra, che già significa cose tremende. Tuttavia, quando è entrata in gioco la fame, ho avuto una reazione: “No, qui veramente c’è un’intenzione brutale”. E poi Ben Gvir e Smotrich l’hanno detto a chiare lettere e allora io credo che bisogna prenderli sul serio. Perciò, anche se questa parola continua a mettermi a disagio, non voglio nemmeno abbarbicarmi sui vari distinguo: “Però il Sudan, però il Rwanda…”. È un tipo di discorso che mi irrita. Ormai parlano di genocidio anche in Israele; se lo dice Grossman, se lo dicono persone che da anni si impegnano per il loro paese… Io sono dentro questa storia e su questa sento di dover mobilitarmi, più che per altre situazioni, dico la verità.
Jardena. Mi ricordo ai tempi del nostro gruppetto di autocoscienza quando su questo litigai con un’amica che sosteneva appunto che per lei Israele o Rwanda erano la stessa cosa.
Bella. Io non ho mai lesinato critiche a Israele, anche prima di Netanyahu, però avvertivo e avverto un disagio davanti al fatto che cose analoghe succedono in altri paesi del mondo e nessuno ne parla. Questa cosa mi dà molto fastidio.
Joan. Io capisco, però non mi posso preoccupare di eventuali manipolazioni oppure di fare il processo alle intenzioni di chi sostiene certe posizioni. Io parto da me e in quanto ebrea mi sento coinvolta nelle cose in cui c’entra il popolo ebraico e quindi anche in ciò che succede in Israele. Sappiamo che le nostre prese di posizione possono essere strumentalizzate, ma io voglio sentirmi libera di dire le cose che penso, anche mettendo in gioco le mie relazioni con il mondo ebraico, la Comunità ebraica milanese, le vecchie amicizie.
Bella. Io continuo a segnalare il problema di un pregiudizio negativo verso gli ebrei…
Renata. Nel bene e nel male c’è un eccesso di interesse per gli ebrei; è la storia dell’Europa, è la nostra storia, c’è poco da fare.


(Una Città n° 317 / 2026 marzo)

Una piazza invasa dal tramonto, un piccolo gazebo a protezione del tavolo colmo dei buoni cibi portati da ognuno per condividerli con tutti: è il modo di stare insieme del Movimento NO TAV, il segno di una partecipazione collettiva, nata sui prati di Venaus accanto ai fuochi di resistenza del lungo inverno del 2005 e praticata ogni volta che serve ritrovarsi, per rabbia o per allegria, e riprendere insieme gli spazi materiali della lotta. Oggi siamo qui, nel cuore di Bussoleno, nella piazzetta dove si fronteggiano la casa comunale e la chiesa e ancora resiste, a sfidare i tempi, l’albero della libertà. Ci siamo per ricordare al paese che due compagne e concittadine, Ermelinda e Alice, sono da alcuni giorni recluse agli arresti domiciliari e richiederne l’immediata liberazione. 

La loro colpa? Essere attive e convinte antifasciste, far parte del Movimento NO TAV e opporsi con generosità al disastro sociale e ambientale legato alla grande, mala, inutile opera.

Restrizioni analoghe sono in atto ormai da lungo tempo anche contro Giorgio, con l’alternarsi di arresti domiciliari e sorveglianza speciale. Su di loro lo Stato, attraverso i suoi tribunali, applica il diritto penale del nemico per cui diventano reato il diritto alla critica, una visione del mondo conflittuale al sistema e l’opposizione allo stato di cose presente. Non a caso le restrizioni sono arrivate alla vigilia del 25 aprile: quest’anno, per Ermelinda e Alice, niente Festa della Liberazione, niente Primo Maggio né partecipazione allo spezzone sociale del Corteo torinese…

La serata si conclude con una passeggiata collettiva per le vie del paese fino alla casa di Ermelinda: nulla più che un breve saluto, noi in strada oltre il cancello, Erme a distanza, sul balcone. Ci vengono incontro festanti i suoi miti, dolcissimi cani. Alice è lontana, irraggiungibile in quest’ora che si fa notte: per oggi, non possiamo far altro che immaginarla, affacciata alla finestra della Meisonetta, l’antica casa di partigiani alta sul paese, tra boschi e rocce.

Si ritorna in centro costeggiando la ferrovia, accompagnati dallo sferragliare di un treno merci, lunga fila di pianali perfettamente vuoti, transitanti in una stazione deserta: la smentita concreta alle menzogne della lobby del TAV che, rappresentando la ferrovia esistente come ormai insufficiente alle necessità di trasporto, dichiarava indispensabile una nuova linea TAV, vaticinando delle “magnifiche sorti e progressive” di una modernità lanciata ad alta velocità sulle dorate vie del Mercato Globale.

Oggi che il mondo va in pezzi solcato dai venti di guerra, l’Europa di Maastricht riconverte in corridoi militari quelli che erano i progetti di trasporto per passeggeri e merci, ed a tale scopo moltiplica i finanziamenti. Il “Corridoio Mediterraneo per il trasporto di truppe ed armamenti da Ovest verso Est”, di cui è segmento la Torino-Lyon, costituisce uno dei progetti prioritari.

Il NO TAV della Valle che resiste diventa così opposizione chiara, concreta e intransigente contro la guerra del capitale ai popoli del mondo. E la lotta presente si riconnette alle lotte del passato che in essa tornano a rivivere: il sabotaggio partigiano al ponte ferroviario dell’Arnodera; gli scioperi dei quattrocento ferrovieri di Bussoleno che nel ’44 bloccarono la ferrovia Torino-Modane rendendola impraticabile ai trasporti nazifascisti; il rifiuto unanime a fabbricare armi, messo in pratica negli anni ’70 dagli operai della Moncenisio di Condove; le manifestazioni contro le guerre dell’Occidente imperialista e gli aiuti solidali alle Resistenze dei Paesi aggrediti…

Dunque esiste una ragione in più di metterci in cammino, non disdegnando il pessimismo della ragione che ci rende attenti alla via e praticando l’ottimismo della volontà che ci spinge ad andare avanti, nella consapevolezza che non siamo soli e che, insieme, “fermare il TAV si può, fermarlo tocca a noi”.

(Pressenza.it, 11 maggio 2026)

Delle ventuno donne elette su 556 deputati il 2 giugno del 1946, la prima a entrare a palazzo Montecitorio è Bianca Bianchi, socialista, professoressa di filosofia, che si è guadagnata a Firenze oltre 15mila voti di preferenza, più del doppio di quelli del capolista Sandro Pertini. Ma ciò che colpisce di più lo sguardo maschile è il colore dei capelli, tanto che viene subito soprannominata «la biondissima».

«Vestiva un abito color vinaccia, e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza ingentiliva l’austerità di quegli scanni». In questo eccezionale momento storico così la descrive il giornale Risorgimento Liberale, ma articoli simili escono su tutti i quotidiani e sottolineano l’aspetto fisico delle nuove deputate e le toilette scelte per l’occasione, come se si trattasse di una sfilata di moda o di una prima all’Opera. «Ecco Teresa Mattei, vestita di blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Ha molti bei riccioli bruni e due begli occhi vivi, e ha venticinque anni. (Non vien voglia di dire: beata lei?)». Leggendo la sua biografia faccio fatica a considerarla così beata.

Teresa – che per la sua giovane età chiamano la «ragazza di Montecitorio» – non è una scolaretta al primo giorno di scuola. Sebbene indossi un ingenuo colletto bianco, in aula porta anche una volontà ostinata e tenace, e la determinazione a cambiare con tutte le sue forze il corso della storia, insieme alle colleghe.

La sua famiglia è stata perseguitata dal regime fascista. Il fratello, torturato dai nazisti, pur di non tradire i compagni si è impiccato nel carcere di via Tasso, a soli ventisette anni. Lei stessa è uscita viva per miracolo dalle sevizie che le hanno inflitto per farla parlare: le hanno spaccato i denti, rotto un rene con il calcio del fucile e naturalmente l’hanno violentata, la prassi abituale per piegare le ragazze ostinate e ribelli.

Ma Teresa ora è lì, tutta intera, e con fierezza varca quel portone a schiena dritta, pronta a mettersi al servizio dell’Assemblea costituente, l’organo eletto dal popolo per redigere la Costituzione della neonata Repubblica italiana. Nonostante le donne rappresentino solo il 3,7 per cento del nuovo Parlamento, tutti gli occhi sono su di loro, quasi fossero il frutto di un’insolita mutazione sfuggita all’esperimento di uno scienziato pazzo. Stupore, sufficienza e scetticismo le circondano, e sulla carta stampata non mancano caricature e battutacce a doppio senso. Anni dopo Nadia Gallico Spano, una delle esponenti del Partito comunista, ricorderà che nel suo primo giorno da deputata, appena varcato l’ingresso di Montecitorio, venne fermata da un commesso. «“Pss pss, ma dove va lei?”. Timidamente risposi che dovevo entrare perché ero appena stata eletta. “Anche lei!” fu il commento desolato del commesso».

Si racconta che, durante i primi interventi alla Camera delle onorevoli, gran parte dei colleghi maschi si rifugiasse alla buvette per bersi un caffè, con una diffusa aria di supponenza: una perdita di tempo stare ad ascoltare quello che era considerato un inutile chiacchiericcio femminile. Non stupisce che tuttora ci tocchi assistere a episodi offensivi in aule comunali e non solo, dove politiche elette vengono zittite con arroganza e maleducazione da chi continua a considerarsi superiore e con licenza di mansplaining. O, in italiano, minchiarimento.

Se nel 2026 risuonano ancora frasi come: «Non mi faccio comandare da una donna», o l’intramontabile «Stai zitta tu… che ne vuoi sapere», è facile comprendere quanto allora quello sparuto manipolo di pioniere facesse paura.

Le cronache di palazzo cercano di ammorbidire la strana novità, che non a tutti è piaciuta. I giornali assicurano che le cosiddette «deputatesse» «in genere non fumano, e in maggioranza non si truccano e vestono con la più grande semplicità». Sono per lo più «buone spose e buone madri», e c’è chi aggiunge che, senza dubbio, lo «spirito femminile sereno e conciliante» si rivelerà una risorsa utile per addolcire le più aspre dispute politiche. D’altronde, non è questo da sempre il compito delle donne? Di tutt’altro avviso è la democristiana Filomena Delli Castelli, una delle ventuno deputatesse, abruzzese verace e decisa a far valere il suo mandato al di là delle previsioni più sdolcinate della stampa: «Eravamo consapevoli che il voto alle donne costituiva una tappa fondamentale della grande rivoluzione italiana del Dopoguerra. Avevamo finalmente potuto votare e far eleggere le donne. E non saremmo state più considerate solo casalinghe o lavoratrici senza voce ma fautrici a pieno titolo della nuova politica italiana». È evidente che molti avrebbero preferito aspettare ancora prima di «concedere» anche alle cittadine del nostro Paese il diritto di voto e, soprattutto, quello a candidarsi ed essere elette. Tant’è che in un primo momento ci fu un pasticcio, visto che la legge del suffragio universale aveva previsto per le donne solo la possibilità di votare, non quella di essere votate. Ci vollero più di un anno e le proteste di tante associazioni femminili per correggere il bizzarro inghippo, un’assurdità che rispecchiava l’anima più retriva della nazione.

Contro questa legge fondamentale aveva remato fino all’ultimo una propaganda serrata, fatta non solo delle solite vignette sarcastiche, ma anche da editoriali altisonanti. Solo un anno prima, per esempio, Il Resto del Carlino titolava: “Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne”. Come spesso accade ancora oggi, quando si vogliono sminuire le rivendicazioni dei diritti più elementari c’è sempre qualcos’altro di più importante di cui parlare. In questo caso, poi, si trattava quasi di un paradosso offensivo, visto che proprio le donne avevano dovuto affrontare e stavano ancora combattendo le conseguenze della miseria causata dalla politica scellerata del fascismo.

A raccontare con passione ai microfoni della neonata Rai quei momenti memorabili è Anna Garofalo, giornalista intrepida che, per volontà delle forze alleate, già dal settembre del 1944 conduce una fortunata trasmissione radiofonica, “Parole di una donna”, la prima dedicata alla questione femminile.

Indimenticabile la sua emozionante cronaca dell’esordio alle urne per le nuove elettrici: «Per la prima volta si domanda la nostra opinione. Avessimo potuto esprimerla quando si trattava di pace e di guerra! Tutte queste croci sparse nei cimiteri, questi invalidi, questi alienati e gli orrori dei campi di sterminio sono lì a testimoniare che non potemmo far niente. Da queste sventure, però, è nato il riconoscimento di oggi, che accomuna uomini e donne, alla pari. Prendiamone atto per darci coraggio… Stringiamo le schede come biglietti d’amore!». Parole che evocano il bellissimo film di Paola Cortellesi C’è ancora domani, che con grande poesia racconta questo appuntamento delle italiane con la storia al pari di un incontro amoroso atteso da tempo. Non a caso, per l’occasione la protagonista si cuce di nascosto una camicetta nuova, proprio come se dovesse raggiungere un amante segreto. Ma niente rossetto: dovendo umettare la scheda per chiuderla c’era il pericolo, senza volerlo, di sporcarla e rendere nullo il voto. «Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra, ma solo fuori dal seggio», raccomandava con paternalismo il Corriere della Sera sulla prima pagina del 2 giugno del 1946.

Un sacrificio da nulla davanti alla portata epocale dell’evento. E se c’era da aspettare, viste le lunghe file ai seggi, non importava a nessuno: alcune si erano portate delle sediette pieghevoli, come quelle che si usano in spiaggia, e altre qualche panino in più, da offrire alle nuove amiche.

E finalmente in un’assolata mattina di inizio estate, dopo quasi un secolo di battaglie, delusioni e speranze tradite, le prime parlamentari posano per le foto di rito, tra giornalisti e curiosi.

(la Repubblica, 11 maggio 2026)

La Corte d’Appello di Bari ha trascritto l’atto di nascita di un bambino nato in Germania perché uno dei due padri è italotedesco. È il primo riconoscimento in Italia di una genitorialità plurima per i padri, alternativa alla maternità surrogata

Per la prima volta in Italia è stato riconosciuto un bambino figlio di tre genitori: i due padri che lo crescono da quando è nato e la madre che lo ha messo al mondo. Lo ha disposto la Corte di Appello di Bari con una sentenza emessa a gennaio e ormai passata in giudicato, quindi definitiva.

La sentenza arriva dopo il divieto universale di maternità surrogata, è la prima di questo tipo nel nostro Paese e permette la trascrizione del certificato anagrafico di un bambino con due padri. Apre così a un nuovo modello di riconoscimento delle coppie di padri, alternativo alla maternità surrogata. «È una sentenza che dà tutela a nuove forme di genitorialità condivisa, offrendo la possibilità di riconoscere un modello di co-genitorialità allargata, diverso da quello della coppia sia tradizionale che omogenitoriale, ma che non è in contrasto né con la normativa italiana né con il superiore interesse del minore» dice Pasqua Manfredi, l’avvocata dell’associazione per i diritti lgbtq+ Rete Lenford che ha assistito i due padri.

Il bambino, che oggi ha 4 anni, è nato in Germania. Il padre biologico è sposato con un cittadino italotedesco con cui sta da oltre dieci anni, la madre è un’amica di lunga data della coppia di uomini e ha già altri figli. Il bimbo è stato concepito con un rapporto sessuale ed è stato riconosciuto alla nascita sia dalla madre che dal padre biologico, a cui è stato affidato. Il padre l’ha cresciuto da subito insieme al marito italotedesco, che dopo qualche tempo ha chiesto di riconoscere il bambino, visto che la Germania permette l’adozione del figlio del partner per le coppie dello stesso sesso (il bimbo peraltro aveva già il suo cognome italiano, perché il marito lo ha assunto con il matrimonio, passandolo al figlio).

I due padri hanno poi chiesto che l’adozione tedesca, e quindi l’attestazione che il bambino ha tre genitori, venisse trascritta anche in Italia, nel Comune pugliese dove il secondo papà italotedesco è registrato all’anagrafe degli italiani residenti all’estero. Il Comune però ha negato la trascrizione, ritenendo che dietro all’adozione ci potesse essere una maternità surrogata “nascosta”. E il caso è finito alla Corte d’Appello di Bari.

I due padri, assistiti dall’avvocata Manfredi di Rete Lendord, a quel punto, hanno dimostrato che non c’era stata maternità surrogata, pratica vietata anche dalla legge tedesca. E hanno fornito la relazione rilasciata dall’Ufficio dei Servizi Sociali tedeschi in vista dell’adozione del figlio del partner, in cui si afferma che «è stata effettuata una visita presso l’abitazione della coppia omoaffettiva; entrambi i “partners” esercitano la responsabilità genitoriale sul bambino, il quale, sin dalla nascita, vive insieme a loro; essi si dedicano “alla cura, l’assistenza, l’accudimento e l’educazione del minore, a partire dalla sua nascita”». Nella relazione si attesta che «la madre del minore acconsente all’adozione» e che i due padri «sognano un futuro insieme e condividono lo stesso progetto di vita. Entrambi si augurano prospettive sicure e chiare» per il bambino. I servizi sociali hanno anche accertato che «il minore è in contatto con entrambe le famiglie di origine, incluso il contatto con altri due fratelli e sorelle uterini che vivono dalla madre del minore» e che «le due famiglie si fanno visita regolarmente» pur vivendo in città diverse. Il rapporto tra le famiglie viene descritto come «caloroso e affettuoso» e i servizi sociali hanno riscontrato «una relazione familiare distesa» tra i due padri e il bambino, «la serenità dell’infante, la “medesimezza” del suo comportamento verso il padre ed il marito di questi, il quale, durante la visita domiciliare, si è comportato in modo attento, premuroso ed adeguato alla sua età». E quindi il giudice tedesco ha acconsentito alla richiesta del secondo papà «di esercitare gli stessi diritti e di assumere gli stessi doveri verso il figlio comune, onde rafforzare il senso di appartenenza alla famiglia».

Constatato che la madre biologica era favorevole al riconoscimento del secondo papà e che non c’era stata maternità surrogata né alcun tipo di «patto gestazionale» vietato,la Corte d’Appello di Bari ha dunque disposto la trascrizione dell’atto che riconosce tutti e tre i genitori anche in Italia. Anche nel nostro Paese, infatti, c’è un istituto giuridico che permette di riconoscere altri legami genitoriali oltre a quelli biologici, senza annullare per questo il rapporto legale con i genitori “di sangue”: è l’adozione in casi particolari. E i giudici hanno concluso che l’adozione tedesca era compatibile con il diritto italiano.

«Questa sentenza dimostra che, una volta esclusa la gravidanza per altri, non può ritenersi vietato dalla legge italiana un accordo di condivisione della genitorialità tra tre persone. In Germania, dove la maternità surrogata è vietata, molti padri gay sono genitori così. Non è un reato, ma il riconoscimento di una famiglia allargata» dice l’avvocata Manfredi. «È un precedente importante perché apre a forme di genitorialità plurale e condivisa. Un bambino può avere più figure genitoriali, se ciò risponde al suo superiore interesse e si basa su relazioni affettive autentiche, trasparenti e prive di sfruttamento».

(Corriere della Sera, 11 maggio 2026)

Partendo da un’idea nata dal confronto fra le donne del “Presidio di pace” di Palermo e le donne “Contro ogni guerra” di Pinerolo, è nata un’iniziativa che culminerà a Roma il 21 giugno quando gli arazzi, a volte giganteschi, verranno esposti al pubblico

Si può preparare la pace tessendo? Si possono comunicare pensieri di pace con tante mani che operano su tessiture dal segno gentile e arcaico?

Eppure è quello che stanno facendo tante donne in giro per il nostro paese partendo da un’idea nata dal confronto fra le donne del “Presidio di pace” di Palermo e le donne “Contro ogni guerra” di Pinerolo.

Non è che le donne siano portate per natura alla tessitura, ma la storia le ha costrette a questa arte casalinga mentre l’uomo andava a fare la guerra, a conquistare terre e donne in altri luoghi.

«L’arte della tessitura è una pratica millenaria che consiste nell’intrecciare fili perpendicolari detti ordito o trama per creare stoffe, arazzi, tappeti» spiega il vocabolario. «Questo antico mestiere coniuga abilità manuale, creatività e ingegneria, evolvendosi nel tempo da semplice necessità domestica a sofistica espressione di artigianato artistico».

Non si potrebbe dire meglio. In un tempo di consumismo in cui tutto si crea rapidamente, affidandosi a macchine anonime, ritrovare una manualità inventiva diventa un progetto non solo artigianale ma politico.

Stiamo vivendo dentro una cultura mediatica che scoraggia palesemente la memoria perché dobbiamo diventare tutti bravi compratori e bravi venditori, e il mercato non ama la memoria che suscita consapevolezza e coscienza storica. Per questo chi coltiva oggi la memoria fa resistenza.

Tante donne di città diverse hanno aderito all’iniziativa. Si è cominciato con Palermo e Pinerolo, poi seguite da Milano, Bergamo, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Catania, Siracusa e Messina, a cui si stanno aggiungendo tante altre città piccole e grandi.

Gli arazzi, a volte giganteschi, che narrano storie affascinanti, verranno esposti a Roma il 21 giugno.

«Con creatività e immaginazione abbiamo espresso l’amore per il genere umano», spiega Daniela Dioguardi, una delle iniziatrici del progetto.

E io aggiungo che dovremmo ascoltare di più la voce di chi si oppone con gesti umili alla diffusa pratica dell’odio e della prepotenza verbale e fisica.

(Corriere della Sera, 11 maggio 2026)

La libertà di parola è sotto attacco sia a causa delle logiche di profitto del mercato sia a causa del settarismo nello spazio pubblico. Si assiste a un generale impoverimento della ragione critica a favore di logiche da “tifoseria”.

Molte oggi si pongono nell’atteggiamento di chi si autoproclama “dalla parte giusta della storia”, che annulla ogni possibilità di confronto. All’opposto, si rivendica il coraggio di stare “dalla parte del torto” (citando Brecht) pur di mantenere l’indipendenza della propria coscienza. È necessario pertanto recuperare comportamenti non escludenti, a vantaggio del dialogo e dell’interazione anche conflittuale, ma costruttiva. Formule di boicottaggio e di allontanamento non dovrebbero appartenere alle pratiche e alla storia delle donne.

Si corre il rischio di sostituire la storica contrapposizione “uomo-donna” con la dicotomia “normali-anormali”, frammentando così i terreni di lotta comuni e imponendo logiche polarizzanti (“o con noi o contro di noi”) a cui si contrappone la pratica del pluralismo. Di questo e di altri aspetti abbiamo parlato con Cristina Gramolini, insegnante di Storia e Filosofia e presidente di Arcilesbica, a pochi giorni dal convegno “Femminismo fortemente sconsigliato ma necessario” che si terrà a Milano il 16 e 17 maggio presso CFUP, Viale Monza 140. Ricostruiamo pertanto la nascita di una rete e di una necessità che non poteva più attendere.

Com’è nata la rete Dichiariamo? Con quali obiettivi e urgenze?
È stata l’iniziativa di un gruppo di donne nel 2022. Ci conoscevamo per esserci incrociate in tanti momenti politici precedenti, ma stavamo e stiamo in gruppi diversi: ci siamo accorte che avevamo bisogno di unire le forze su alcuni temi inquietanti che sembravano essere in via di adozione a sinistra, come l’utero in affitto, il blocco della pubertà di minori ritenuti trans, la normalizzazione della prostituzione tramite lo slogan “sex work is work”, e soprattutto volevamo contrastare insieme l’impedimento a esprimere le nostre critiche ai suddetti obiettivi.

Femminismo fortemente sconsigliato ma necessario: come nasce l’idea di questo convegno?
Dopo tanto dibattito interno, redazione di testi, comunicazione online, ci è venuta voglia di trovarci e farci trovare. Il titolo esplicita che il nostro punto di vista è pericoloso, perché si viene liquidate come amiche del governo, ma è necessario perché non si può far finta di niente su temi di importanza estrema. Siamo tutte donne che si sono formate e impegnate a sinistra ma non siamo donne a disposizione di qualunque ordine di partito, non siamo “fedeli alla linea”.

Qual è il panorama del movimento delle donne attuale?
C’è di buono che è arrivata una nuova generazione, di non buono c’è che usa pratiche antagoniste, dall’estetica dei fumogeni e dei volti coperti agli slogan incendiari; molte femministe aspettano che le giovani di Nudm maturino, noi invece non facciamo del maternage, preferiamo criticare la loro riproposizione del neutro e degli altri moduli maschili.

Il conflitto fa parte delle relazioni tra donne, ma può essere costruttivo e generativo: con quali strumenti e basi?
Come minimo per un confronto costruttivo bisognerebbe parlarsi, invece le transfemministe adottano la convenzione ad escludere: buttano fuori dalle manifestazioni quelle che hanno cartelli a loro sgraditi, boicottano le iniziative di chi non la pensa come loro, l’ultima bravata di una lunga serie è il mailbombing di minacce alla Casa delle donne di Bologna che ha impedito a Olivia Guaraldo la presentazione del suo libro, a febbraio scorso (stendo un velo pietoso sulla Casa delle donne che si è piegata).

Quali saranno gli argomenti che affronterete?
Parleremo di impegno nella ricerca di modi originali di fare politica, non nel senso di inventiva fine a se stessa, ma di alternativa alla logica di schieramento, per l’aderenza al proprio sentire, per l’indipendenza dalle priorità e dalle classificazioni della tradizione; parleremo di pseudo-diritti come la Gpa, la self-id che pretende che maschi transidentificati gareggino negli sport femminili ecc. 

Se potessi incidere su un tema, su quale ti soffermeresti?
Se per incidere tu intendi la bacchetta magica, io la userei per infrangere il bisogno di approvazione maschile di cui le donne soffrono e che è all’origine di tutte le nostre sventure, proprio tutte. 

In “Vietato a sinistra” [“Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi”, a cura di D. Dioguardi, Castelvecchi 2024, Ndr] di cosa ti sei occupata?
Ho scritto con Roberta Vannucci un contributo intitolato “La rivoluzione gentile non è più gentile”, dove abbiamo raccontato i metodi muscolari usati nel movimento Lgbt per tacitare le posizioni critiche di lesbiche come noi, pur attiviste di lungo corso: in un battibaleno siamo state bollate come traditrici e letteralmente espulse dalla sede comune, investite da un’ondata di odio. Per essere esaustive, occorre aggiungere che lo stesso trattamento è stato riservato anche a quei gay, a loro volta di lunga militanza, che non si sono allineati. È successo quasi dieci anni fa e da allora nessuno nel movimento Lgbt ha pensato di tornare a mente fredda su quella lacerazione, anzi vige la pratica di fare finta che attivisti divergenti non sono mai esistiti, non capiscono che sulla rimozione e sulla menzogna non cresce niente di buono. 

In questo saggio collettaneo le tematiche si intrecciano, quali nessi chiari intravedi maggiormente?
Il nesso tra tutti i pezzi è il richiamo alla sinistra, da cui tutte veniamo, a smettere di pensare solo al consenso facile delle piazze e a ricominciare a promuovere la riflessione seria. Il pensiero deve essere capace di tenere conto della complessità, nei temi della differenza tra i sessi occorre fare spazio a esperienze finora impensate e allo stesso tempo rispettare l’inviolabilità femminile. 

Quali sono gli elementi che oggi mettono a rischio l’autodeterminazione delle donne e la loro voce?
Gli ordini di scuderia, la fedeltà al marito-partito che impone di adottare il suo stile e ripetere i suoi slogan. 

Rivendicare uno spazio e un diritto di critica ha un suo costo?
Molto alto, che alcune sono disposte a pagare perché la propria coscienza vale più dell’appartenenza. 

Il corpo e le istanze delle donne sono tuttora un campo di battaglia. Qual è la posta in gioco?
Una nuova frontiera è quella del libero mercato che vuole impadronirsi del potere procreativo femminile e farne una merce lucrosa, come l’altra merce, quella del conforto sessuale, si cerca di regolamentarle. Poi c’è il lavoro gratuito di cura, rifugio dalla durezza della vita associata, da estorcere tramite il solito mito della femminilità oblativa, che fa risparmiare allo stato le spese sociali.  Quindi la risposta è no all’industria della riproduzione, no alla pornificazione di bambine e donne, no al familismo perbenista. 

La libertà di espressione è sotto attacco e a rischio di una rinnovata egemonia patriarcale alleata ai meccanismi del mercato capitalista?
La libertà di espressione è minacciata dal mercato e dal settarismo, il mercato dà voce a chi agevola i profitti, il settarismo dilaga nello spazio pubblico, abbiamo assistito al rifiuto del confronto in molti campi, dalla pandemia, alla guerra russo-ucraina a quella mediorientale. C’è un grande impoverimento della ragione critica a favore della tifoseria. L’espressione più detestabile è quella di chi si dichiara “dalla parte giusta della storia”, perché rende impossibile ogni interlocuzione. Io preferisco citare Brecht che si sedeva dalla parte del torto. 

Quali pratiche attuali del movimento LGBT+ e femminista rischiano di minare ed estraniare soggettività dalla lotta che dovrebbe essere comune? Cosa sta accadendo?
Il movimento Lgbt (con tutti i +) ha lottato contro i ruoli sessuali obbligatori, il femminismo contro ogni assoggettamento delle donne agli uomini, ci sono terreni comuni; tuttavia il transfemminismo sostituisce la contraddizione uomo-donna con quella normali-anormali e così i terreni comuni potrebbero non esserci più. Le logiche del prendere-o-lasciare, del o-con-noi-o-contro-di-noi fanno disamorare, noi pratichiamo il pluralismo.

(Dol’s, 10 maggio 2026, pubblicato con il titolo “Il femminismo rivendica la libertà di parola”)

Video di Freedom Cartoonists Foundation

La fumettista Safaa Odah, autrice sulle nostre pagine di Una tenda in Palestina, ha ricevuto il Kofi Annan Courage in Cartooning Award 2026. In Italia ha di recente pubblicato Safaa e la tenda (Fandango Libri, a cura di Pat Carra). Abbiamo scelto di accostare al video realizzato per il premio, un testo della Dr. Samah Jabr, sul tema dell’arte come ponte di resistenza e significato. (Redazione di Erbacce)

Video: https://www.erbacce.org/wp-content/uploads/2026/05/Safaa_web.mp4

Il ruolo delle istituzioni culturali e artistiche è quello di individuare persone che creano arte con sincerità e autenticità, e di sostenerle affinché questa voce rimanga viva e non si spenga. La vera arte nasce dall’esperienza quotidiana, dal dolore e dalla capacità di trasformarlo in significato; diventa un ponte tra le persone e un mezzo per trasmettere emozioni ed esperienze al mondo. E poiché alcuni dolori sono troppo grandi per essere espressi a parole, l’arte rimane uno spazio di espressione e sopravvivenza, specialmente per chi non ha parole.

Il testo è tratto dal podcast Cultura: ponte di resistenza e significato di Al-Qattan Foundation. La Dr. Samah Jabr, medica, psicoterapeuta e scrittrice palestinese, ha dedicato il suo lavoro all’esplorazione delle conseguenze psicologiche dell’occupazione. Tala Halawi discute con lei di come l’arte si trasformi da “sfogo momentaneo” di emozioni a “processo di guarigione collettiva” che nasce dalla società e dai suoi bisogni, lontano dai dettami dei progetti istituzionali e dai loro schemi, che potrebbero non rispecchiare i diversi strati della società.

Il video è in arabo con opzione di sottotitoli in tutte le lingue qui. Ringraziamo l’autrice e la Fondazione per la gentile concessione.

(Erbacce, 9 maggio 2026)

Ha fatto discutere la cantante Delia al “Concertone” del Primo maggio: sostituire la parola “partigiano” con “essere umano” è parsa una cancellazione che snatura il senso della canzone “Bella ciao”, testimonianza cantata in tutto il modo della vittoria liberatrice della resistenza italiana contro il nazifascismo.

Delia si è difesa dicendo che voleva “allargare un po’”. Perché dato tutto quello che sta succedendo, la guerra, “essere umano” fa capire che non è soltanto qualcosa che riguarda il passato. Non è soltanto qualcosa che riguarda l’Italia con la resistenza ma è una cosa che purtroppo succede ancora oggi. L’intenzione, anche per me sbagliata, non sarebbe stata “cattiva”. Dare a quel canto un valore ancora più “universale”, contro i violenti potenti di oggi. Forse dobbiamo discutere sul significato di parole come “essere umano” e l’universalismo a cui allude.

Ho pensato al “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Il senso di giustizia, di pace, e di lotte necessarie che quelle parole ci comunicano, penso sia legato alla straordinaria personalità e vita, e atroce morte, di chi le pronunciava. Quali prove abbiamo che l’“umanità” di per sé contenga quei valori? Siamo incontestabilmente la specie animale più violenta sul pianeta. Potremo presto distruggere anche noi stessi oltre ad avere già molto compromesso la Terra e provocato l’estinzione di moltissime altre specie viventi.

Il senso positivo attribuito alla parola “umanità” credo nasca proprio dal voler reagire a questa condizione tremenda. Si sono fatti anche pensieri, rivelatisi tragicamente errati, sulla formazione di un “uomo nuovo”, guarito dalle passioni aggressive e distruttive. D’altra parte la tensione verso una dimensione di vite e di culture “universalmente” condivise da tutte le civiltà umane, non resta un sogno che vale la pena sognare? Intendiamoci anche sulla parola “universalismo”. Ho sfogliato in edicola il libro appena uscito di Giovanni Brizzi, storico molto stimato in Italia e all’estero, “La terra del tramonto. L’Occidente, i suoi dèi e i suoi demoni” (Solferino, 2026).

Mi è sembrato assai interessante, una “carrellata” dalle origini fino ai giorni nostri, con l’idea, se non erro, che l’identità più forte, e preferibile, di questo Occidente oggi in piena e violentissima crisi di identità, sia l’“umanesimo”. Ci sono svariate pagine di bibliografia: ho scorso nomi di autori, di tutte le epoche, quasi, se non del tutto, esclusivamente maschi.

L’“universalismo” occidentale di cui facciamo sempre più fatica a andare fieri aveva, tra gli altri, questo difetto: era androcentrico. Chiudo provvisoriamente con due citazioni. Una ancora di Lia Cigarini: «…resta che la differenza femminile […] è mediatrice della differenza sessuale, quindi della differenza maschile. In altre parole, meno appropriate ma più chiare, la differenza femminile è mediazione universale (“universale” essendo un termine del linguaggio dell’uno, mentre ci servirebbe una parola relazionale)».

Dall’articolo Meteore, nel libro “La politica del desiderio e altri scritti” (Orthotes, 2022). Quella “parola relazionale” non l’abbiamo ancora trovata. Intanto è necessaria una battaglia linguistica contro parole che ci annebbiano la mente, come “identità”. Lo fa bene Stefano Sarfati su questo giornale, a proposito del ragazzo ebreo che ha sparato alla coppia dell’Anpi: «[…] non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità». 

(il manifesto – In una parola. La rubrica settimanale su linguaggio e società. 5 maggio 2026)

«Credo nella diplomazia e credo fermamente che la violenza generi solo altra violenza. Finora, non ho mai visto le sanzioni fermare le guerre. La Biennale di Venezia dovrebbe essere libera di dare spazio a qualsiasi controversia. Siamo paesi democratici e dovremmo seguire le nostre regole. Gli artisti, dunque, possono presentare le loro opere e opinioni. A chi non piace, può organizzare proteste, ma non chiudere i padiglioni o punire sanzionando. Così agiscono i regimi totalitari, non quelli democratici. Non sono bene accetti i funzionari che accompagnano gli artisti? Basta non concedere loro i visti. È semplice».

Emilia Kabakov ha le idee molto chiare in merito ai conflitti che hanno attraversato la Biennale in questi ultimi mesi. Lei, che per decenni ha lavorato insieme a suo marito Ilya, scomparso nel 2023, ha portato in Laguna il loro progetto dal titolo “Diario veneziano” (a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, fino al 28 giugno): una sorta di confessione collettiva narrata sotto forma di oggetti d’affezione, che vedrà installazioni a Ca’ Tron e nel padiglione di Venezia ai Giardini.

Ormai americana da lungo tempo, assicura di non aver scontato esclusioni e posizioni pregiudiziali in questi anni di guerra. «Ilya e io siamo nati a Dnipropetrovsk, nell’Unione Sovietica, che ora è una città ucraina. – spiega – Abbiamo studiato e vissuto a Mosca, che era la capitale dell’Urss. Gli ucraini ora dicono che noi siamo artisti ucraini, i russi che siamo artisti russi. Noi decidemmo molti anni fa che siamo nati nell’Unione Sovietica/ nella Civiltà perduta/, viviamo in America e siamo creativi internazionali. La mia provenienza non ha creato problemi, anzi, sono stata invitata a fare una mostra al museo ucraino di New York».

Nella città lagunare ha immaginato un’opera partecipativa, chiamando a raccolta gli abitanti, che non si sono tirati indietro. «Ho invitato i veneziani a parlare di loro stessi, del rapporto con il luogo in cui vivono, delle loro storie famigliari e d’amore. – continua Emilia Kabakov – Ho anche chiesto a un’amica fotografa francese di aggiungere le sue foto di gondolieri veneziani, perché nessuno può immaginare Venezia senza di loro. Ha partecipato ogni tipo di persona: panettieri, persone impiegate negli hotel, artisti, madri, nonni, bambini, artisti, studenti. Il mio obiettivo era mostrare al mondo che questo è un luogo reale dove le persone vivono, lavorano, amano, hanno figli. E ne sono orgogliosi. Oltre cinquecento abitanti ci hanno consegnato i loro oggetti e storie. Abbiamo persino ricevuto email, racconti e oggetti da chi non vive a Venezia, ma la sogna. Molti, soprattutto tra le giovani generazioni, hanno scritto di salvare la città, parlato di ecologia e protezione. E poi ci sono bellissime storie di innamoramenti a Venezia, di genitori che si sono incontrati qui. O persone malate che hanno creato gruppi trovando il modo di remare nei canali: l’amicizia e questa attività hanno salvato loro la vita. Per comprendere la portata del progetto, bisogna venire a vederlo, leggere le confessioni, le pagine del Diario veneziano e scoprire i veri abitanti della città».

Essendo Venezia sempre a rischio, una città che si fonda sull’acqua e deve far fronte a una situazione ambientale precaria, forse questo “romanzo corale” può divenire un potente dispositivo per la memoria futura.

«In realtà, non sta a me attribuire alcun valore alle narrazioni veneziane. Vivono qui da secoli e anche adesso. Hanno intenzione di rimanerci per sempre. – specifica l’artista – Il progetto è un tributo alle voci che di solito non parlano in pubblico. Tutto ruota attorno a ricordi personali che si sono sempre uniti per poi trasformarsi in memorie condivise e creare la storia umana. Non c’è nulla di sentimentale. Sono esattamente ciò che il titolo suggerisce: diari veneziani. Con momenti divertenti, tragici oppure d’amore: tutto ciò che si può trovare in un album collettivo».

(il manifesto, 5 maggio 2026)

Le Pussy Riot sono tornate. Le attiviste antiputiniane si preparano a protestare contro la partecipazione della Russia alla mostra internazionale di Venezia. In queste ore, la leader del gruppo, Nadja Tolokónnikova, arrivata in Laguna, attacca la Biennale e pianifica una dimostrazione. «Non posso anticipare né dove né come per ragioni di sicurezza – risponde a Repubblica – ma pensi al nostro intervento alle Olimpiadi di Soči nel 2014». Lì il collettivo femminista si presentò con i cappucci colorati e fu fermato dalla polizia nell’area dei traghetti.

Nadja, che cosa pensa della partecipazione della Russia a Venezia?

«Per la Russia, la cultura è uno strumento di guerra. L’infiltrazione attraverso media, arte e lingua – il cosiddetto soft power – fa parte della strategia militare russa ed è un’operazione molto ben organizzata e finanziata. In Europa ci sono ancora “utili idioti” che si lasciano sfruttare cinicamente da Mosca e accolgono la propaganda di Putin proprio nel cuore culturale del continente: la Biennale di Venezia. Questo avviene nonostante la Russia abbia dichiarato apertamente guerra a quello che definisce “l’Occidente collettivo”, nonostante le fosse comuni e il terrore di massa».

Il Padiglione appartiene alla Russia, secondo le regole della Biennale. Si poteva fare qualcosa di diverso, secondo lei?

«Il presidente della Biennale, insieme al consiglio, ha il potere di prendere decisioni in merito. La partecipazione della Russia è illegittima a causa delle sanzioni europee. Secondo le ultime indagini governative, il presidente della Biennale, invece di escludere la Russia, avrebbe facilitato un sofisticato schema legato all’Fsb, l’intelligence russa – guidato da Anastasia Karneeva, figlia di un generale dell’Fsb, insieme ad altri – per individuare una scappatoia che permettesse alla Russia di partecipare. Noi definiamo i curatori del Padiglione russo “curatori con le mostrine” perché fanno parte della macchina di Putin, la stessa che guida la guerra in Ucraina».

Ma dalle indagini risulta che non c’è stato un invito della Biennale. Conosce gli artisti russi coinvolti?

«I russi presenti alla mostra non sono dissidenti: si tratta di persone collegate al governo russo e a figure vicine a Vladimir Putin. Non sono prigionieri politici e non sono emigrati. Ad esempio, Elizaveta Anšina è direttrice dell’ensemble russo Toloka ed è anche relatrice del progetto “Società Russa Conoscenza”, una piattaforma che ospita interventi di Denis Pušilin, capo dell’amministrazione filorussa nella regione occupata di Donetsk, dell’ideologo ultranazionalista Alexander Dugin e dei cosiddetti “eroi dell’operazione militare speciale”. Aleksej Khovalijg si esibisce nelle case degli ufficiali in tutta la Russia e ha espresso sostegno alla cosiddetta “operazione militare speciale”».

È vero che è in contatto con l’ex governatore del Veneto Luca Zaia?

«Non so se l’incontro avrà luogo. Ma trovo curioso che i vertici della Biennale abbiano tempo per collaborare con Karneeva ma non per incontrare me, in quanto rappresentante delle forze democratiche russe».

Ci sono altri Paesi “problematici” che non dovrebbero essere presenti alla Biennale, secondo lei?

«Sono esperta esclusivamente della Russia totalitaria».

(la Repubblica, 5 maggio 2026)

Essere giovani, soprattutto quando si può parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole

I fatti sono noti: dal palco del primo maggio romano, la cantante Delia sostituisce la parola “partigiano” della famosa Bella ciao in “essere umano”. Bufera social, la cantante motiva la sua decisione come personale e artistica: «Non è non prendere posizione, ma allargare il messaggio», dichiara.

Le arti, per loro natura e per convenzione, sono creativamente preposte per andare controcorrente, anche con modi, tempi e tecniche disturbanti: l’emozione, persino negativa nel suo impatto iniziale, è spesso utile per spingerci singolarmente e collettivamente verso l’eventuale acquisizione di sguardi diversi. Questi sguardi non sempre sono condivisibili, ma nella provocazione c’è un vantaggio: il fastidio e, al contrario, il sollievo che proviamo nell’impatto con l’urto della proposta inaspettata servono per asseverare la nostra visione, o per aiutare a farci cambiare prospettiva.

Nella scelta della cantante di modificare la parola chiave della canzone c’è una analogia con ciò che accade ormai da tempo a sinistra e in parte del femminismo: invece che discutere apertamente, e confliggere generativamente su cosa implichi cancellare le parole, o modificarle per (presuntamente) includere soggetti e situazioni, si operano in fretta e con leggerezza delle rimozioni, dando a questo processo il nome di inclusione. È successo per la parola donna, ovvero la definizione che coinvolge oltre la metà di chi abita il pianeta: siccome c’è grande confusione tra le categorie del sesso (i corpi reali), dell’orientamento (la preferenza sessuale) e del genere (le convenzioni e gli stereotipi sociali legati al sesso) parte del femminismo che ha messo “trans” dinnanzi ha decretato che fosse il momento di eliminare la parola per parlare di persone che mestruano, persone con utero e via dicendo.

Lo scorso anno, su questo blog, pubblicai la lettera aperta scritta dalla rete Dichiariamo che invitava il movimento delle donne a fare attenzione alle conseguenze della retorica sull’inclusione: «È una bella parola – scrivevano – Sembra aprire nuovi orizzonti di uguaglianza e amicizia, ma purtroppo le sue conseguenze non sono sempre così positive. Le soggettività hanno bisogno di spazi autonomi. Nel 2023, in nome dell’inclusione, associazioni femminili come Udi e ArciLesbica sono state messe di fronte a una scelta obbligata: o permettere l’iscrizione anche agli uomini, o non essere iscritte come associazioni di promozione sociale del Runts (registro unico nazionale del terzo settore) e declassate in una sezione diversa. Ecco cosa fa l’inclusione: per difendere il diritto di “tutti” (leggi: degli uomini) a partecipare a tutto, si discriminano le donne, il nostro diritto di associazione, riunione, espressione».

È lo stesso ragionamento sotteso alla scelta di Delia: partigiano non va bene perché significa “essere di parte”, quindi è escludente.

Ma come insegnava Lidia Menapace si è lottato contro il fascismo e la difesa della democraziastando da una parte: lo hanno fatto uomini e donne comuniste, socialiste, cattoliche, atee, colte, analfabete, abbienti, molto povere, con storie familiari lontanissime e visioni spesso divergenti. Partigiana o partigiano lo si è per sempre, diceva, è una scelta che segna e distingue.

Chi oggi propone, per allargare il messaggio, di cancellare alcune parole (non a caso donna, o partigiano) nei fatti opera una rimozione violenta della realtà dei corpi (nel caso di donna) e della storia (nel caso di partigiano). Mette a rischio la trasmissione della memoria, indispensabile per la costruzione del futuro collettivo e individuale.

Essere giovani, soprattutto quando si ha la possibilità di parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole, in buona o cattiva fede poco importa, perché gli effetti sono molto pericolosi. Non c’è solo il sacrosanto obbligo delle generazioni più adulte di trasmettere i saperi democratici e il pensiero critico: anche essere nipoti comporta responsabilità. Quella dell’ascolto, certo sempre critico, senza il quale però non si può cambiare il mondo, lo si peggiora. Le strade sicure che nonna e nonno hanno costruito con fatica vanno percorse, custodite, abbellite, allargate: non calpestate e vandalizzate.

(Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2026)

Cosa porta un ebreo, il 25 aprile, a sparare con una pistola ad aria compressa su due persone col fazzoletto dell’Anpi al collo? L’identità.

A volte si parla di identità collettiva ma l’identità è sempre tale: identità comunista, occidentale, patriarcale, milanista. È una dimensione comoda, che non ti obbliga a pensare chi sei, perché fai parte di una collettività e agisci non secondo il tuo sentire soggettivo, ma secondo slogan già pensati ed echeggiati in qualche spazio o iperspazio. È una dimensione simbolicamente potente ma intellettualmente povera.

Questo vale per le masse. Poi ci sono i capi, i politici di professione che la cavalcano proprio per muovere il sentire e l’agire collettivo. E parlando di 25 aprile e identità ebraica, a Milano ne abbiamo avuto una dimostrazione plastica.

Io perché mi definisco ebreo? Perché mi identifico con le vittime della Shoah e di rimbalzo nella potenza vendicativa israeliana? No, per me essere ebreo è legato alla storia della mia famiglia, più il mio vissuto, ossia l’elaborazione della mia esperienza. Quindi io e mia sorella abbiamo due diverse sensibilità ebraiche, cioè siamo ebrei diversi.

Senza la Shoah, probabilmente gli ebrei italiani, tedeschi e francesi si sarebbero quasi tutti assimilati, come già stava accadendo fino agli anni Venti del Novecento. È stata proprio la Shoah che ha risvegliato negli ebrei di questi paesi una coscienza ebraica, anche se poi quello che ha cambiato tutto è stata la nascita dello Stato di Israele. All’inizio, grazie anche a una grande battaglia ideologica per la quale il mondo arabo era allora impreparato, si sono diffuse idee come «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Il mondo intero ha solidarizzato col desiderio degli ebrei di avere finalmente un loro Stato dove stare al sicuro. Ma così sono gli uomini, o almeno gli occidentali: prima si incuneano, poi si difendono, si consolidano, attaccano, e infine dilagano. Chiedere alle varie popolazioni aborigene del mondo per maggiori informazioni.

Ma almeno una cosa la possiamo fare: non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità.

(il manifesto, 3 maggio 2026)

Il 20 aprile scorso è morta Lia Cigarini, avvocata, giurista, una delle fondatrici, insieme a Luisa Muraro, della Libreria delle donne di Milano. Donna di grande passione e intelligenza politica, è stata una delle protagoniste più autorevoli del femminismo della differenza sessuale. Le sue idee, il suo pensiero, i suoi scritti hanno nutrito e orientato generazioni di donne, donne come me, approdate al femminismo quando la libertà femminile era già nata, grazie a lei e ad altre. Tutto ebbe inizio negli anni Settanta con quel gesto politico della separazione (esodo, mossa di lato) dagli uomini e la conseguente costituzione dei gruppi di sole donne. Un gesto che lei in più occasioni e in vari scritti ha definito “imprevisto”, “imprevedibile”, “coraggioso”, “geniale”, “un azzardo”, da cui è nata la politica delle donne, la politica della differenza sessuale, di cui lei è stata maestra e generatrice di pratiche: relazione tra donne, partire da sé, desiderio, disparità, affidamento, genealogia, autorità femminile. «Ho affermato la necessità di imparare a praticare la disparità e ho indicato la strada per farlo: la pratica dell’affidamento a un’altra donna che sostenga il tuo desiderio anche in ciò che ha di sproporzionato. Si costituisce così la figura dell’autorità femminile che sostiene il desiderio femminile senza chiedere di moderarlo. La pratica dell’affidamento richiede che si sappia riconoscere la genealogia femminile, cioè la relazione tra donne e il precedente di forza che rappresentano». Una politica che andava oltre la sorellanza tra donne e l’emancipazione e apriva alla “tessitura” dell’ordine simbolico della madre e all’avvento, imprevisto e impensabile, del soggetto donna, pensante e parlante. Una politica che lei ha portato nel gruppo lavoro che ha fondato nella Libreria delle donne, dando origine a un pensiero originale sul lavoro espresso nel manifesto “Immagina che il lavoro”, scritto da donne per donne e uomini. La mia prima conoscenza di lei è avvenuta attraverso la lettura di suoi scritti in “Non credere di avere dei diritti”, nei vari manifesti femministi dei “Sottosopra”, con cui, insieme ai libri di Carla Lonzi, andavo prendendo coscienza e consapevolezza di me donna. Poi sono venuti i suoi scritti su Via Dogana, rivista delle donne della Libreria di Milano e il suo libro “La politica del desiderio” del 1995, ripubblicato nel 2022 dove sono raccolti anche i suoi scritti dal 1995 al 2020 e una bella intervista a lei di Riccardo Fanciullacci. Nel 2003 accadde che venne, per la prima volta, ad Asolo agli incontri annuali organizzati da Adriana Sbrogiò con le donne e gli uomini di Identità e Differenza, che io frequentavo già da qualche anno. È così che l’ho conosciuta per la prima volta di persona. Per oltre dieci anni, fino al 2018, ho avuto la fortuna di incontrarla e ascoltarla in quel luogo della politica delle donne dove si sperimentava la “relazione di differenza”, di scambio tra donne e quegli uomini che «stavano tentando l’esodo dal simbolico patriarcale». La “relazione di differenza” era stata una sua idea sin dalla fine degli anni Ottanta pensata come condizione necessaria per un cambio di civiltà dopo l’avvenuta libertà delle donne. Relazione da lei cercata, praticata e ribadita fino alla fine. «Oggi l’orizzonte della politica delle donne era ed è un cambio di civiltà. È questo il tema del secolo», ha scritto in un suo ultimo articolo su Via Dogana 3 speciale, pubblicata in occasione del cinquantenario della Libreria delle donne, quasi a voler lasciare a quegli uomini, che le devono molto politicamente, il compito di non abbandonare quella strada, avendo notato negli anni «un interesse sempre più scarso» da parte loro e un rinchiudersi “tra uomini”. Donne come Lia Cigarini sopravvivono alla morte se chi resta sa fare tesoro della sua storia e del suo pensiero, passando il testimone alle nuove generazioni di donne e uomini. Ciao Lia.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 3 maggio 2026)

A seguito della pubblicazione, il 29 aprile 2026, sul Corriere della sera di un’intervista a firma Allegra Ferrante, alla escort “Taylor B” – che propone la prostituzione come un felice momento di imprenditoria femminile, attività frutto di una sessualità libera e altamente desiderabile per gli ingenti guadagni-, la rete Dichiariamo, immediatamente, ha invitato tutte a mandare mail di protesta al Corriere. Molte hanno aderito all’invito. Proteste ci sono state anche all’interno della redazione del Corriere dove si è aperto un dibattito sul tema; critiche sono arrivate anche da altre fonti. L’articolo pubblicato da Professione reporter rende conto, anche se in modo parziale, delle critiche mosse al Direttore.

Titolo: “Dieci appuntamenti al giorno. ‘Mi vendo, ma resto libera’”. Sottotitolo: “Taylor B e le giornate da escort per professionisti: niente calciatori, non conviene”. Un’intervista che occupa l’intera pagina 7 della Cronaca di Milano del Corriere della Sera di mercoledì 29 aprile. Taylor B racconta senza timidezze la sua vita di donna che offre il suo corpo a pagamento. Su Instagram è a disposizione anche un video. Taylor B era già stata ospite della “Zanzara” di Giuseppe Cruciani.

Sembra pubblicità”

Giornalisti del Corriere e lettori hanno criticato la pubblicazione. Il Comitato di redazione ha scritto al Direttore: «Il pezzo tratta un’attività di prostituzione con il tono e l’estetica di un profilo di successo imprenditoriale: foto glamour, enfasi sui guadagni, riferimenti all’empowerment femminile. Sembra pubblicità all’attività in questione». Il Cdr spiega a Luciano Fontana le perplessità di molti colleghi e afferma che il taglio dell’articolo non è in linea con la serietà e l’autorevolezza del Corriere della Sera. Il Direttore non ha risposto.

Nel dibattito che si è aperto in redazione qualcuno afferma che il problema non è il tema trattato, ma il modo: la prostituzione raccontata come successo, quasi imprenditorialità. Viene anche sottolineato che Il Corriere ha lanciato 27esima Ora e Il Tempo delle Donne e contenuti come l’intervista a Taylor B svuotano di senso quei progetti. Si aggiunge che sempre più Paesi riconoscono la prostituzione come una forma di violenza.

Aberrante, sconcertante”

«Scusate – dice un’altra voce – ma questa narrazione della donna che sceglie di essere oggetto dei maschi mi sembra aberrante e sconcertante. Visto che c’è la possibilità di vendersi ai maschi facendo un sacco di soldi perché studiare, impegnarsi, cercare di raggiungere posizioni tipicamente maschili?». Altro intervento (quasi tutte redattrici): «Forse ci si dovrebbe chiedere perché puntare solo su questo articolo/reportage nel “meraviglioso mondo di Taylor B” (dal successo inevitabile) senza aprire una finestra più ampia sul tema. Vogliamo parlare di prostituzione? Bene, facciamolo. Ma con la serietà e lo sforzo di abbracciare la complessità che da sempre caratterizzano il Corriere».

Tutte le sfaccettature

Ancora: «Di prostituzione si può e si dovrebbe parlare. Assolutamente. Raccontandone tutte le sfaccettature. Quelle più tristi e “noiose”, tipo le nigeriane cui sequestrano i documenti per renderle schiave sulle provinciali di campagna. Come quelle più glamour di chi sceglie di vendersi per far soldi in fretta… Però bisognerebbe fare davvero cronaca, spiegare a fondo un mondo che ancora attrae parecchi uomini, insospettabili. Non cercare soltanto bella scrittura o molti clic». Ancora: «Il video e l’articolo fanno pensare, non sono fiction e non hanno un lieto fine. Né lasciano immaginare che un lieto fine possa in qualche modo arrivare. Taylor B compra oggetti di lusso ma li usa solo per i clienti, mentre lavora. Frequenta ristoranti a Cinque stelle ma ci mangia da sola. La sua vita si esaurisce tra le quattro mura di una gabbia dorata… Non credo che il rischio sia che una simile esistenza possa generare emulazione tra le ragazzine».

Imperio dei clic

Altro intervento: «Forse potrebbe essere utile anche una riflessione in più: mi riferisco all’imperio dei clic, alla tentazione di eccedere nel rincorrere a tutti i costi le visualizzazioni, talora a discapito della storia e dell’identità del Corriere. Siamo tutti interessati al successo del nostro giornale in termini qualitativi e di estensione sempre crescente di lettori, per consolidare un primato che ci inorgoglisce. Mi piacerebbe che tali obiettivi fossero raggiunti soprattutto puntando sulla qualità delle notizie, sulla loro esclusività, sulle mai desuete cinque W, sulle nostre teste e la passione civile». Infine: «Se l’autrice dell’articolo mirava esattamente a scatenare questo dibattito, includendo nell’articolo stesso l’antidoto?».

Facili guadagni

«Sorprende e amareggia che una testata autorevole come il Corriere della Sera decida di raccontare sulla propria homepage le avventure da escort di A.V., in arte Taylor B, magnificandone vita e prestazioni: “Una escort, certo, ma con la freddezza di un broker”, “Il bacio costa 100 euro in più. Tanti mi chiedono: mi ami? Io rispondo: in questo istante”». Così Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che aggiunge: «Il tono dell’articolo è assolutamente agiografico, parlando di facilissimi guadagni (“Incasso mensile? Ventimila, nei periodi ordinari”), di “pranzi di rappresentanza e week end tra Cortina e Saint-Tropez”, della gentilezza dei clienti, “giovanissimi” e “papi”».

Aumento in Francia

Dice ancora Terragni: «Leggendo della meravigliosa vita di Taylor B. tante bambine e ragazze – già spinte da un marketing martellante a una sessualizzazione precoce nonché oggetto di un’insaziabile domanda di pedopornografia – potrebbero farsi l’idea di seguirne l’esempio, attratte dai facili guadagni e da quel modello di apparente e assoluta autodeterminazione: è di qualche giorno fa la notizia che in Francia la prostituzione minorile – quasi interamente femminile – è aumentata del 43% negli ultimi 4 anni».

«A quelle ragazze che hanno letto il pezzo del Corriere – sostiene Terragni – si dovrebbe fare leggere a ruota Stupro a pagamento di Rachel Moran, saggio autobiografico di una sopravvissuta che smonta ogni tentativo di glamourizzazione della prostituzione. E Il mito Pretty Woman di Julie Bindel, viaggio inchiesta nell’industria del sesso».

(Professione Reporter, 1° maggio 2026)

Nel dialetto trentino il termine femene viene utilizzato in modo dispregiativo per limitare il campo d’azione delle donne. “Tasi femena!”, stai zitta donna! «Ho voluto usarlo come titolo per cambiarne il significato, per riappropriarci di questa parola e rompere i pregiudizi che di solito accompagnano le donne nella loro vita quotidiana». Lo racconta Elena Goatelli, regista del documentario presentato al Trento Film Festival e insignito del Premio Amelia de Eccher, dedicato alle donne che lavorano in campo cinematografico. “Femene” ripercorre la storia del movimento femminista trentino: il Gruppo Donne nato negli anni ’70 nei comuni montani della Valsugana e Tesino. All’inizio del film, sulle immagini bucoliche di boschi e montagne, scorrono cinquant’anni di emancipazione femminile e di conquiste, a partire dal 1946 con il primo voto alle donne, dieci anni dopo con l’abolizione dello ius corrigendi, quella pratica che permetteva agli uomini di educare mogli e figlie anche con la forza. E poi il divorzio nel 1970, confermato nel 1974; la legge per l’interruzione volontaria della gravidanza nel 1978 con referendum di conferma nel 1981, lo stesso anno in cui vengono cancellati dal Codice penale il matrimonio riparatore e il delitto d’onore; fino al 1996 quando la violenza sessuale viene riconosciuta come reato contro la persona e non più contro la morale pubblica, provvedimento ancora in discussione con il ddl stupri.

Ma bisogna arrivare al 2006 per vedere approvato il primo codice per le pari opportunità tra uomini e donne. «È stato necessario dare una cornice storica per far capire che nonostante il nostro isolamento geografico in mezzo alle montagne, anche qui c’è stata una costruzione quotidiana dell’emancipazione». Come dimostrano le storie fatte di privazioni, ingiustizie e poi di riscatto delle donne che raccontano la loro vita davanti alla macchina da presa.

Le interviste si svolgono sul palco del teatro di Borgo Valsugana: sedute una di fronte all’altra ci sono due donne con una trentina di anni di differenza e che si alternano nelle diverse scene del documentario, cadenzate da immagini di repertorio in Super8, estratti di interventi dalle radio locali e canti alpini del Coro da Camera Trentino, tutto al femminile anche nelle canzoni scelte. Ogni storia è emblematica e rappresenta una parte dell’esperienza femminile di quegli anni, come quella di Enrica che è stata mandata a studiare dalle suore a Roma, un’opportunità per conoscere una realtà molto più stimolante rispetto al piccolo paese di montagna. Dopo aver preso i voti e aver trascorso anni in convento Enrica è tornata a casa affrontando con determinazione e ironia un mondo patriarcale pieno di sfide e ostacoli, diventando attivista nel Gruppo Donne. Le più anziane si confidano con le più giovani, ricordando attraverso le esperienze vissute, quali diritti hanno ereditato le generazioni successive, grazie a chi ha lottato prima che queste nascessero.

Senza presunzioneo saccenteria, ma con molta tenerezza avviene una presa di coscienza. «Io sono della generazione di mezzo, un’osservatrice privilegiata di due modi diversi di affrontare la vita da parte delle donne. Nel confronto generazionale, dopo le lotte femministe per i diritti fondamentali, emerge che le ragazze oggi si battono per l’indipendenza economica e la parità salariale, per la libertà di scegliere chi amare, per la sicurezza: per esempio nel film le più giovani si stupiscono della scioltezza con cui prima le donne facevano autostop e si muovevano senza paura, cosa che invece loro adesso non riuscirebbero a fare. Paradossalmente in quest’epoca sentono più limitato il loro campo di azione rispetto a quello che hanno avuto le loro madri e le loro nonne».

(il manifesto, 1° maggio 2026)

N.B.: Per approfondire l’espansione del femminismo nelle valli trentine, consigliamo la lettura di “L’altra rivoluzione. Dal Sessantotto al femminismo” di Elisa Bellè, Rosenberg & Sellier 2021, p. 228, € 18,00.

(La redazione)

Una intervista con la fotoreporter in occasione della mostra “Viva le donne!”, a Torino fino al 2 giugno con 80 scatti che raccontano momenti cruciali del femminismo italiano

Il rametto di mimosa aveva ancora quella forza simbolica per cui le leader dell’Udi lo avevano scelto nel dopoguerra per essere distribuito durante le manifestazioni dell’8 marzo, quando tra il 1970 e il 1985 slogan su striscioni e manifesti animavano le piazze italiane urlando al mondo che la rivendicazione dei diritti delle donne era una priorità assoluta. A documentare questa parentesi fondamentale nella storia degli ultimi cinquant’anni, è seminale il lavoro della fotografa Paola Agosti (Torino 1947), esposto nella personale Viva le donne! (a cura di Giangavino Pazzola) al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino nel circuito di Mettersi a nudo, terza edizione di Exposed Torino Photo Festival (fino al 2 giugno) sotto la nuova direzione artistica di Camera – Centro Italiano per la Fotografia e il coordinamento di Fondazione per la Cultura Torino. «Un racconto che continua a interrogare il presente, sollecitando una riflessione sulle conquiste raggiunte e sulle battaglie ancora aperte», come scrive il curatore.

Di fatto questa straordinaria fotoreporter, al di là del femminismo a cui è spesso associata, con il suo archivio di 360mila scatti in bianco e nero e 40mila diapositive a colori ha un orizzonte professionale molto più ampio, ben delineato nel volume Paola Agosti. Il lungo viaggio di una fotografa, curato da Federico Montaldo (Postcart, 2023). Ma certamente l’aver raccontato il femminismo romano, città dove ha vissuto per trentacinque anni, ha un grande valore etico e storico. In mostra sono esposte 80 fotografie in bianco e nero (quasi tutte vintage), senza un ordine cronologico ma divise nelle sezioni Personaggi, Cartelli/Rivendicazioni, Close up/Ritratti, Civiltà/Costume, In movimento!/Folle, insieme a materiali d’archivio, provini a contatto, riviste e libri tra cui “Donnità. Cronache del Movimento Femminista Romano” e “Riprendiamoci la vita. Immagini del movimento delle donne” (entrambi del ‘76). «Il femminismo è soprattutto la creatività, i cartelli delle rivendicazioni, tutte quelle immense manifestazioni fatte con tanta fantasia e passione», afferma Paola Agosti.

Nelle sue fotografie scattate in diverse zone della capitale – da piazza Farnese alla Magliana, da via Capo d’Africa a via del Governo Vecchio, nella sede storica della Casa delle Donne a Palazzo Nardini, occupato dai collettivi femministi – ma anche nelle giornate del 28-29-30 maggio 1977 a Vincennes Parigi), durante l’Incontro Internazionale dei Movimenti Femministi, si coglie quell’energia incomparabile che ha fatto scendere in piazza donne di tutte le età, appartenenti a status sociali diversi, paladine di diritti imprescindibili per l’uguaglianza e la dignità. Agosti fotografa la manifestazione dell’Udi per il diritto allo studio (1973), quella per la depenalizzazione dell’aborto (1975), Emma Bonino che partecipa alla manifestazione femminista davanti a Montecitorio (30 marzo 1976), così come l’amica e collega Gabriella Mercadini durante i preparativi per una manifestazione (1978), Stefania Sandrelli e Lù Leone sul set del film Io sono mia nel 1977 (diretto da Sofia Scandurra con un cast tutto al femminile), la redazione di Radio Donna (1976), Quotidiano Donna (1978) e quella di Effe con Isabella Rossellini, Gisella Cohn, Daniela Colombo e Lucia Bolognesi (1976).

Gli slogan esprimono rabbia ma anche leggerezza, ironia e poesia, come «Guai a chi mi rompe l’uovo, sto covando un mondo nuovo!». «Non c’è una foto a cui sono particolarmente legata, in un certo modo mi piacciono tutte, perché mi ricordano quel periodo che è stato di grande impegno e di cui sono stata testimone come fotografa. Non ero una militante femminista, ma ho simpatizzato molto con il movimento» – continua la fotoreporter – «Tra le foto che preferisco c’è quella di una ragazza nel corteo del Movimento Femminista dell’8 marzo 1982 che ha in mano un cartello di cartone dove è scritto a mano “Viva le donne”, in un’altra c’è il gesto femminista di una giovane, durante la manifestazione davanti al Tribunale per il processo ai violentatori di Claudia Caputi, nell’aprile 1977, con due elmetti dei poliziotti che fanno da quinta. Secondo me la grande forza di quel periodo è stata proprio la capacità delle donne di essere creative, piene di fantasia, brio e anche allegria nel portare avanti una lotta per rivendicazioni di diritti sacrosanti.

Quel senso di appartenenza e dello stare insieme era veramente molto potente – travolgente – anche perché era la prima volta che si assisteva a cortei solo di donne. All’epoca non mi rendevo conto che stavo fotografando la storia. Però, ricordo ancora quando con Giovanna Borgese abbiamo realizzato il libro “Mi pare un secolo. Ritratti e parole”, nel 1992, sui grandi vecchi della cultura europea ai quali ponevamo sempre la stessa domanda: quale fosse stato per loro l’evento più rappresentativo del XX secolo. Rita Levi Montalcini disse che per lei era stata la lotta delle donne, che per la prima volta avevano fatto sentire in modo così potente la loro voce».

(il manifesto, 30 aprile 2026)

Negli Stati Uniti l’aborto è criminalizzato in 13 stati. Un reportage dal Texas, dove chi vuole interrompere una gravidanza deve farlo da sola o di nascosto, percorrendo lunghi chilometri in autobus, a causa delle restrizioni che sostenute dalla retorica religiosa si intrecciano con questioni di potere, controllo sociale sui corpi, ruoli di genere, e disuguaglianze economiche nell’accesso alle cure

Jane’s Due Process è un’associazione legale pro bono fondata nel 2001 in Texas, che supporta le minorenni nell’accesso all’interruzione di gravidanza. Il nome “Jane” richiama lo pseudonimo utilizzato nella giurisprudenza statunitense per tutelare l’anonimato delle donne coinvolte in procedimenti sensibili, diventato nel tempo un simbolo delle battaglie femministe. È lo stesso nome con cui veniva indicata la ricorrente nella storica sentenza Roe vs. Wade, che per oltre cinquant’anni ha riconosciuto il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti.

Prima del ribaltamento di Roe, l’associazione assisteva le minorenni nel cosiddetto judicial bypass, la procedura che consente di ottenere l’autorizzazione di un giudice ad abortire quando manca il consenso dei genitori. «In sostanza, quello che Roe v. Wade ha stabilito nel 1973 era un diritto federale garantito a interrompere la gravidanza» spiega Lucie Arvallo, avvocata e attivista di Jane’s Due Process. I giudici ritennero giusto stabilire uno standard minimo: la possibilità di scegliere se interrompere una gravidanza prima della soglia di vitalità del feto. Non c’era dunque un termine preciso, ma ci si riferiva al momento in cui il feto può sopravvivere autonomamente al di fuori dell’utero. A giugno del 2022, la Corte Suprema ha emanato la sentenza Dobbs vs. Jackson Women’s Health Organization, con cui ha sostanzialmente eliminato quel diritto costituzionale. Oggi non esiste più una tutela federale minima e la questione è in mano ai singoli stati, che decidono se e in quale misura l’aborto sia praticabile entro i propri confini.

In Texas, lo smantellamento del diritto all’aborto è stato immediato, perché esistevano già leggi precedenti alla sentenza del 1973 (pre-Roe statutes). Arvallo spiega che venne semplicemente aggiunta una clausola che stabiliva che, pur non essendo applicabili in quel momento, sarebbero entrate immediatamente in vigore qualora Roe fosse stata rovesciata. Una di queste è l’Hyde Amendment del 1976, che vieta l’utilizzo di fondi federali per l’aborto salvo eccezioni molto limitate, rendendo l’accesso fortemente dipendente dal reddito.

Oltre alle cosiddette trigger laws (‘leggi grilletto’, che entrano automaticamente in vigore appena cade la precedente), esistono anche altre misure come Senate Bill 8, adottata nel 2021, prima della caduta di Roe vs. Wade. Questa legge, meglio nota come Fetal Heartbeat Actproibisce di interrompere la gravidanza dopo sei settimane, quando inizia a sentirsi il battito del feto. Come spiegano le attiviste di Jane’s Due Process, “battito cardiaco” è un’espressione stigmatizzante, usata dai movimenti anti-aborto: «Spesso si tratta semplicemente di attività elettrica e il cuore non è ancora completamente formato. Ovviamente si sceglie questa terminologia soprattutto per il suo impatto emotivo».

Il Senato ha inoltre inserito una disposizione sul “favorire o assistere” un aborto (aiding and abetting),costruita in modo peculiare. Non è lo stato a far rispettare il divieto, ma soggetti privati, legittimati ad agire in giudizio contro chiunque sia accusato o accusata di aver aiutato una persona ad abortire. La norma incoraggia di fatto la segnalazione e l’azione legale tra privati, trasformando l’applicazione del divieto in un meccanismo di enforcement civile. Questa architettura è stata pensata con l’obiettivo di rendere più difficili le impugnazioni costituzionali. I ricorsi per incostituzionalità, infatti, possono essere presentati contro lo stato. Se non è lo stato a far rispettare la legge, ma soggetti privati, individuare un convenuto pubblico diventa più complesso. Quando la disposizione è stata concepita, Roe vs. Wade era ancora vigente, e un divieto imposto direttamente dallo stato sarebbe stato quasi certamente oggetto di un ricorso costituzionale immediato. La scelta di delegare ai privati cittadini mirava proprio ad aggirare quel passaggio.

Con il ripristino di questo sistema, Jane’s Due Process e altre realtà hanno dovuto modificare drasticamente il proprio lavoro. «Prima potevamo finanziare direttamente le procedure abortive in Texas. Ora non è più possibile. Non possiamo pagare l’intervento né accompagnare le persone in un altro stato, perché rischieremmo di essere denunciate» spiega Arvallo. Oggi l’unica forma di sostegno possibile è aiutare le persone a spostarsi dal Texas per raggiungere altri stati, come il New Mexico e il Colorado, dove l’aborto è permesso. In questi anni, oltre trecento donne sono state aiutate a lasciare lo stato, coprendo il costo del viaggio, dei pasti e dell’alloggio.

«Noi lavoriamo solo con minori di 18 anni, molte sono già madri e vivono in condizioni di marginalità. Il Texas le considera abbastanza mature da crescere un figlio o una figlia, ma non abbastanza per decidere cosa fare con la propria gravidanza» raccontano le attiviste. Aggiungono che molte delle utenti non hanno mai preso un aereo e per abortire devono assentarsi dalla scuola per diversi giorni e viaggiare da sole.

Negli Stati Uniti l’aborto è criminalizzato in 13 stati. In Texas è prevista una sola eccezione, quando la vita della madre è in pericolo. Tuttavia, casi come quelli di Amanda Zurawski, Kate Cox o Samantha Casiano mostrano che, anche quando la vita della donna è in pericolo o il feto presenta anomalie letali, molti medici non intervengono perché temono sanzioni. Nemmeno lo stupro o l’incesto costituiscono eccezioni. Alcune ragazze che hanno chiesto aiuto a Jane’s Due Process hanno appena dodici o quattordici anni e sono sopravvissute a incesto o violenza domestica e, oltre al trauma subito, devono affrontare quello di lasciare la propria comunità per ottenere assistenza medica.

In ogni caso, non esiste una norma che criminalizzi l’aborto “in sé”, le leggi puniscono piuttosto chi lo pratica, chi assiste una donna nell’interruzione di gravidanza o le procura dei medicinali. Per chi non ha i mezzi economici o logistici per lasciare il Texas – o altri stati in cui l’aborto è fortemente limitato o vietato – rimane solo la possibilità di ordinare per posta le pillole abortive. 

L’associazione Plan C, la più nota, fornisce informazioni e accesso alle pillole tramite spedizione postale, fino alla tredicesima settimana. Queste organizzazioni operano spesso a livello internazionale o in giurisdizioni dove l’aborto è legale, e questo consente loro di spedire farmaci in tutti i cinquanta stati. In molti casi utilizzano tariffe proporzionate al reddito, riducendo i costi per chi non può permetterseli. Jane’s Due Process e altre associazioni texane non possono collaborare direttamente con queste realtà né indirizzare le donne, perché è sanzionato l’aiuto e il supporto logistico. Legalmente, è sicuro assumere queste pillole, ma un report del 2023 ha rivelato che diverse donne sono state denunciate da persone a cui avevano confidato di aver abortito o in seguito a controlli medici, per questo consigliano di dire di aver avuto un aborto spontaneo. La soluzione, quindi, è abortire sole e di nascosto.

Ma perché il Texas è così ossessionato dall’aborto? Secondo Arvallo, dovremmo superare lo stereotipo per cui è uno degli stati più conservatori. «Qualche giorno fa ho chiacchierato con un tassista di Uber, un uomo bianco, anziano, molto religioso e conservatore. Aveva lavorato per anni nel campo sanitario. Non si definiva “pro-aborto”, ma era scioccato dall’intervento repressivo del Texas, anche se siamo partiti da una posizione di totale disaccordo». Questo, racconta Arvallo, è l’atteggiamento più rappresentativo del texano medio. La cittadinanza si sente lontana dal processo legislativo, volutamente confuso, e spesso non ne condivide i risultati.

«Le persone comuni, stanche, sottopagate e sovraccariche di lavoro, raramente hanno il tempo o le risorse per partecipare o protestare. La realtà è molto più sfumata: le persone sono spesso pragmatiche e moderate, ma il legislatore non lo è». Questa immagine è in parte prodotta anche dal gerrymandering, cioè la manipolazione dei distretti elettorali: invece di essere suddivisi equamente in base alla popolazione, i confini vengono tracciati in modo politicamente strategico, facendo sembrare il Texas più uniformemente conservatore di quanto sia in realtà. Se la rappresentanza fosse equilibrata, lo stato apparirebbe molto più “viola” (politicamente diviso). I dati mostrano che la maggioranza delle persone texane sostiene l’aborto prima della soglia di vitalità fetale, in linea con ciò che stabiliva Roe vs. Wade.

Un’altra conseguenza visibile e preoccupante è che il Texas promuove un’educazione sessuale basata sull’astinenza, il governo statale è ostile ai fondi per l’aborto e le informazioni sui contraccettivi o sulle malattie sessualmente trasmissibili rimangono appannaggio di poche persone. «Stiamo vedendo sempre più giovani costrette a ricevere cure abortive in fasi più avanzate della gravidanza: questo aumenta la complessità dell’intervento e i costi. Se si ricorre all’aborto farmacologico entro le 12 settimane, in generale è molto più accessibile – intorno ai 1.200 dollari o meno. Ma oltre le 28 settimane i costi possono arrivare fino a 17.000 dollari» racconta Arvallo.

Spesso è la religione a essere utilizzata come giustificazione per politiche anti-aborto estremamente restrittive. Durante l’attuale sessione legislativa (che in Texas si tiene solo ogni due anni), organizzazioni religiose anti-aborto come Texas Right to Life propongono riforme e ricevono sempre più spazio, e soldi. Il gruppo religioso aveva proposto una legge (Senate Bill 2880) per criminalizzare l’uso di farmaci abortivi includendo la persona incinta, anche se l’aborto avviene in uno stato dove è legale. Ma secondo i principi costituzionali ordinari, uno stato non può esercitare giurisdizione su azioni compiute interamente in un altro stato – motivo per cui il Texas non può vietare ciò che avviene in Colorado o Nevada. La proposta è stata respinta, ma dimostra fino a che punto alcuni gruppi sono disposti a spingersi.

Ovviamente, la religione è la superficie del problema di questa guerra al diritto all’aborto. Le restrizioni si intrecciano con questioni di potere, controllo sociale sui corpi femminili, ruoli di genere tradizionali, strategie politiche e disuguaglianze economiche nell’accesso alle cure. La retorica religiosa offre una giustificazione morale immediata e mobilita il consenso, ma il conflitto riguarda più profondamente autonomia, diritti e controllo sociale. In Texas oggi il diritto non si misura nei tribunali federali, ma nei chilometri percorsi in autobus, nei giorni di scuola persi, nel silenzio imposto alle ragazze che imparano troppo presto che il proprio corpo è terreno politico.

Oggi la situazione nel paese è eterogenea. Sono 13 gli stati ad aver adottato il divieto totale di abortire (full ban), come il Texas, 5 stati vietano l’aborto dopo sei settimane, in 7 stati è regolamentato fino alla 22esima settimana, in 18 stati è legale prima della vitalità del feto e solo 8 stati garantiscono l’accesso senza limiti gestazionali.

Diversi stati stanno promuovendo iniziative referendarie, sintomo che il diritto all’aborto continua a essere al centro del dibattito pubblico, sia a livello statale che federale, e che non si esaurisce con gli interventi della Corte Suprema. In stati come il Montana esiste la probabilità che si voti su un emendamento che definisce la persona nella costituzione statale a partire dal momento della fecondazione dell’ovulo. In altri, come l’Oregon, notoriamente progressista, è in corso una raccolta firme per la tutela della contraccezione, dell’interruzione di gravidanza, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e le cure di affermazione di genere.

In vista delle elezioni di metà mandato in autunno, non è ancora chiaro se il diritto all’interruzione di gravidanza tornerà centrale. I movimenti antiabortisti si sentono traditi da Trump, dopo che alcuni deputati repubblicani che quest’anno hanno votato con i democratici per un’estensione dei sussidi previsti dall’Affordable Care Act sull’utilizzo di fondi pubblici per finanziare l’aborto. Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione dell’organizzazione Susan B. Anthony List, ha dichiarato al Washington Post che ha in programma di spendere oltre 80 milioni di dollari nelle elezioni di quest’anno.

Proprio il caso avvenuto in Texas di Amanda Zurawski, che in seguito al rifiuto da parte dei medici di praticarle un aborto ha perso la capacità di avere figli, è diventato noto in tutti gli Stati Uniti. Mini Timmaraju, presidente di Reproductive Freedom for All, crede che il tema avrà una profonda influenza sul voto, come è successo nelle elezioni per il governatore della Virginia dello scorso anno e nelle elezioni per la Corte Suprema in Pennsylvania. Secondo chi sostiene l’aborto, molti elettori ed elettrici si sono accorte che limitare l’accesso alle cure è una grave compromissione del tessuto democratico, ed è anche su questo che i Democratici devono puntare.

(InGenere, 30 aprile 2026)

Il primo dei due volumi in cui è diviso “Il secondo sesso” esce in Francia, pubblicato da Gallimard, nel giugno del 1949. Il 15 ottobre viene spedita ad Alberto Mondadori una copia del libro con una lettera: «Il titolo sta facendo furore in Francia, vendendo almeno 500 volumi al giorno» vi si legge. Simone de Beauvoir, già legata all’editore italiano perché l’uomo che le sta vicino è il celebre filosofo Jean-Paul Sartre, sa che “L’invitata” e “Per una morale dell’ambiguità”, da lei scritti, sono stati scartati. E “Il secondo sesso”, che sta andando così bene in Francia? I professori, le menti più accese, l’hanno letto e il dubbio rimane. Ci stanno pensando, da noi potrebbe addirittura essere una bomba.

Il tempo scivola via e arriva di colpo il 1958. Quasi dieci anni senza la traduzione del saggio in italiano, ma chi lo vuole appassionatamente lo trova in francese nella libreria italiana preferita. Poi qualcuno si sveglia e dalla Mondadori chiedono a Gallimard di tagliare almeno 240 pagine, per poterne fare un solo libro, anziché due come l’edizione in lingua originale. Il “no” francese, accompagnato da una temuta scenata della severissima Beauvoir, li zittisce.

Remo Cantoni commenta, attirandosi maledizioni, «Non è la de Beauvoir una grande scrittrice o una profonda pensatrice, ma ha accumulato in quest’opera un materiale vario e gustoso, amministrato con grande abilità giornalistica».

Quando il libro è tradotto e già in composizione, Arnoldo Mondadori non lo pubblica: intanto nel 1956 un editto vaticano l’aveva messo all’indice. Nel 1954 l’instancabile scrittrice vinceva il Goncourt col romanzo I Mandarini e anche allora nessuna reazione da parte di Mondadori. È un premio accolto male da Giansiro Ferrata: «È un romanzo brutto, noioso anche, senza scampo…». Poi Marisa Bulgheroni lo finisce: «Un lungo squallido romanzo, privo di unità tecnica ed estetica, manca l’aria, il segno della vita… si tratta di un romanzo fallito…».

Finalmente, alla fine del 1961, esce “Il secondo sesso” in italiano, edito dal Saggiatore, sigla nata tre anni prima, editore il figlio di Mondadori, Alberto. E “Il secondo sesso”, nella collana La Cultura, numero 48, ha un immediato successo e da allora è poi stato sempre ristampato.

L’ultima ristampa, a quarant’anni dalla morte di Simone de Beauvoir, e a sessantacinque anni dalla prima edizione italiana, è un librone, uno solo, di 1055 pagine, edito sempre dal Saggiatore: un Secondo sesso tutto bianco, un filo rosso molto semplice e il nome dell’autrice in nero leggero, nell’insieme un oggetto rigoroso, semplice eppure severo.

Un monumento alla sua autrice che non può dimenticare lo scandalo suscitato dal libro, le ingiurie violente a lei dirette: insoddisfatta, frigida, priapica, ninfomane, lesbica. Lei, “il Castoro”, non può non riconoscere la superiorità di Sartre (siamo negli anni Cinquanta e lui, il maschio, il Sartre, non può che essere il meglio), il quale a sua volta dice «mi fido completamente di lei», «le devo tutto», «in una certa misura si può dire che scrivo per lei o più esattamente affinché lei funga da filtro». Alberto Mondadori, dai grossi baffi neri, muore d’infarto a sessantun anni a Venezia: l’intellettuale di casa lascia anche l’amatissimo il Saggiatore.

Poi nel 1993 ne diventa presidente Luca Formenton, figlio di Formenton e nipote di Arnoldo. «Avrei preferito diventare direttore d’orchestra» dice ridendo, e infatti ha una passione per la grande musica, compreso il 7 dicembre alla Scala. Tutto questo si impara da “Voci d’Italia. Breve storia della ricezione italiana del ‘Secondo sesso’”, un opuscolo di 25 pagine che accompagna il volumone, scritto da Liliana Rampello, scrittrice esperta di Jane Austen e di Virginia Woolf, bravissima.

(la Repubblica, 28 aprile 2026)

Sabato abbiamo raccontato della nostra esperienza di ebree ed ebrei «contro il fascismo in ogni tempo e luogo», che hanno attraversato il corteo del 25 aprile senza problemi, mentre a poche centinaia di metri si consumava per quasi due ore una forte tensione tra lo spezzone della Brigata Ebraica e altre componenti del corteo, che si è conclusa con l’allontanamento dei primi dalla manifestazione.

L’obiettivo dell’intervento non era raccogliere complimenti né tantomeno avallare l’idea, come leggiamo amaramente nei commenti, che “l’antisemitismo non esiste”. Piuttosto, abbiamo voluto utilizzare la nostra voce per disinnescare un’escalation del dibattito che rischia di non cogliere mai il punto.

Le frasi antisemite rivolte verso alcuni dei partecipanti come quelle sulle “saponette mancate” sono inaccettabili e disgustose. Al contempo, riteniamo estremamente problematiche le provocazioni che intendono minare la riuscita di una giornata dedicata a valori condivisi.

Lo spezzone della Brigata Ebraica, o sue componenti, rompendo gli accordi con ANPI, ha tentato di collocarsi più avanti nel corteo insieme a gruppi iraniani monarchici, sventolando bandiere israeliane e altri simboli, tra cui bandiere statunitensi e cartelli con il volto di Trump inneggianti alla guerra in Iran.

Troviamo indifendibile e incompatibile con i valori dell’antifascismo la scelta di portare in piazza bandiere israeliane, mentre Israele sta commettendo conclamati crimini contro l’umanità.

La questione del rapporto con la Brigata Ebraica il 25 aprile è da anni terreno di scontro. Intorno ad essa si è coagulata una strumentalizzazione che con la storia ha poco a che fare, creando una commistione tra la Brigata Ebraica, inquadrata nell’esercito britannico, e la forte presenza ebraica talvolta offuscata nelle fila della resistenza italiana, che sono due storie diverse e parallele. Almeno mille ebrei furono presenti nelle formazioni partigiane comuniste, socialiste, repubblicane, spesso da molto prima dell’8 settembre e dell’arrivo delle forze alleate.   

Come scriveva già l’anno scorso David Calef del gruppo Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace: «Le dispute non riguardano più ciò che è successo 80 anni fa durante la battaglia del fiume Senio dove i 5.000 volontari della BE combatterono contro i paracadutisti tedeschi. Hanno a che fare con il “conflitto” tra Israele e palestinesi – spesso chi sfila con la bandiera della BE sventola anche la bandiera israeliana. Le distinzioni saltano e i litigi cominciano».

Quest’anno la polemica ha preso forme particolarmente inquietanti. C’è chi, parlando della contestazione, ha evocato le leggi razziali del ’38 o l’istituzione dei ghetti, un’affermazione che non è solo priva di senso, ma profondamente offensiva nei riguardi di chi ha subito tali leggi e provvedimenti. Il Presidente della Comunità ebraica di Milano accusa l’Anpi di istigazione all’odio razziale e di “non volere gli ebrei nel corteo”. Questa non è la realtà.

La realtà è quella di una destra ebraica filo-israeliana che, anche in chiave propagandistica, provoca e cerca lo scontro. Questo atteggiamento mette in forte disagio molti ebrei ed ebree che, il 25 aprile, vorrebbero celebrare la liberazione dal fascismo nel ricordo dei propri familiari scomparsi, ed esitano a scendere in piazza, percependo alcuni movimenti sprovvisti di anticorpi verso l’antisemitismo come ostili.

La realtà è che essere antifasciste e antifascisti oggi significa prendersi in carico quello che succede nel mondo – dalle guerre e massacri più lontani fatti nel nome del dominio degli uni sugli altri, a ciò che accade in Italia con lo scempio dei nuovi decreti sicurezza – e unire le forze in nome di libertà e giustizia sociale. Non saremo libere e liberi finché non lo saremo tutte e tutti.

(Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace, 28 aprile 2026)