Cosa porta un ebreo, il 25 aprile, a sparare con una pistola ad aria compressa su due persone col fazzoletto dell’Anpi al collo? L’identità.
A volte si parla di identità collettiva ma l’identità è sempre tale: identità comunista, occidentale, patriarcale, milanista. È una dimensione comoda, che non ti obbliga a pensare chi sei, perché fai parte di una collettività e agisci non secondo il tuo sentire soggettivo, ma secondo slogan già pensati ed echeggiati in qualche spazio o iperspazio. È una dimensione simbolicamente potente ma intellettualmente povera.
Questo vale per le masse. Poi ci sono i capi, i politici di professione che la cavalcano proprio per muovere il sentire e l’agire collettivo. E parlando di 25 aprile e identità ebraica, a Milano ne abbiamo avuto una dimostrazione plastica.
Io perché mi definisco ebreo? Perché mi identifico con le vittime della Shoah e di rimbalzo nella potenza vendicativa israeliana? No, per me essere ebreo è legato alla storia della mia famiglia, più il mio vissuto, ossia l’elaborazione della mia esperienza. Quindi io e mia sorella abbiamo due diverse sensibilità ebraiche, cioè siamo ebrei diversi.
Senza la Shoah, probabilmente gli ebrei italiani, tedeschi e francesi si sarebbero quasi tutti assimilati, come già stava accadendo fino agli anni Venti del Novecento. È stata proprio la Shoah che ha risvegliato negli ebrei di questi paesi una coscienza ebraica, anche se poi quello che ha cambiato tutto è stata la nascita dello Stato di Israele. All’inizio, grazie anche a una grande battaglia ideologica per la quale il mondo arabo era allora impreparato, si sono diffuse idee come «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Il mondo intero ha solidarizzato col desiderio degli ebrei di avere finalmente un loro Stato dove stare al sicuro. Ma così sono gli uomini, o almeno gli occidentali: prima si incuneano, poi si difendono, si consolidano, attaccano, e infine dilagano. Chiedere alle varie popolazioni aborigene del mondo per maggiori informazioni.
Ma almeno una cosa la possiamo fare: non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità.
(il manifesto, 3 maggio 2026)
Il primo dei due volumi in cui è diviso “Il secondo sesso” esce in Francia, pubblicato da Gallimard, nel giugno del 1949. Il 15 ottobre viene spedita ad Alberto Mondadori una copia del libro con una lettera: «Il titolo sta facendo furore in Francia, vendendo almeno 500 volumi al giorno» vi si legge. Simone de Beauvoir, già legata all’editore italiano perché l’uomo che le sta vicino è il celebre filosofo Jean-Paul Sartre, sa che “L’invitata” e “Per una morale dell’ambiguità”, da lei scritti, sono stati scartati. E “Il secondo sesso”, che sta andando così bene in Francia? I professori, le menti più accese, l’hanno letto e il dubbio rimane. Ci stanno pensando, da noi potrebbe addirittura essere una bomba.
Il tempo scivola via e arriva di colpo il 1958. Quasi dieci anni senza la traduzione del saggio in italiano, ma chi lo vuole appassionatamente lo trova in francese nella libreria italiana preferita. Poi qualcuno si sveglia e dalla Mondadori chiedono a Gallimard di tagliare almeno 240 pagine, per poterne fare un solo libro, anziché due come l’edizione in lingua originale. Il “no” francese, accompagnato da una temuta scenata della severissima Beauvoir, li zittisce.
Remo Cantoni commenta, attirandosi maledizioni, «Non è la de Beauvoir una grande scrittrice o una profonda pensatrice, ma ha accumulato in quest’opera un materiale vario e gustoso, amministrato con grande abilità giornalistica».
Quando il libro è tradotto e già in composizione, Arnoldo Mondadori non lo pubblica: intanto nel 1956 un editto vaticano l’aveva messo all’indice. Nel 1954 l’instancabile scrittrice vinceva il Goncourt col romanzo I Mandarini e anche allora nessuna reazione da parte di Mondadori. È un premio accolto male da Giansiro Ferrata: «È un romanzo brutto, noioso anche, senza scampo…». Poi Marisa Bulgheroni lo finisce: «Un lungo squallido romanzo, privo di unità tecnica ed estetica, manca l’aria, il segno della vita… si tratta di un romanzo fallito…».
Finalmente, alla fine del 1961, esce “Il secondo sesso” in italiano, edito dal Saggiatore, sigla nata tre anni prima, editore il figlio di Mondadori, Alberto. E “Il secondo sesso”, nella collana La Cultura, numero 48, ha un immediato successo e da allora è poi stato sempre ristampato.
L’ultima ristampa, a quarant’anni dalla morte di Simone de Beauvoir, e a sessantacinque anni dalla prima edizione italiana, è un librone, uno solo, di 1055 pagine, edito sempre dal Saggiatore: un Secondo sesso tutto bianco, un filo rosso molto semplice e il nome dell’autrice in nero leggero, nell’insieme un oggetto rigoroso, semplice eppure severo.
Un monumento alla sua autrice che non può dimenticare lo scandalo suscitato dal libro, le ingiurie violente a lei dirette: insoddisfatta, frigida, priapica, ninfomane, lesbica. Lei, “il Castoro”, non può non riconoscere la superiorità di Sartre (siamo negli anni Cinquanta e lui, il maschio, il Sartre, non può che essere il meglio), il quale a sua volta dice «mi fido completamente di lei», «le devo tutto», «in una certa misura si può dire che scrivo per lei o più esattamente affinché lei funga da filtro». Alberto Mondadori, dai grossi baffi neri, muore d’infarto a sessantun anni a Venezia: l’intellettuale di casa lascia anche l’amatissimo il Saggiatore.
Poi nel 1993 ne diventa presidente Luca Formenton, figlio di Formenton e nipote di Arnoldo. «Avrei preferito diventare direttore d’orchestra» dice ridendo, e infatti ha una passione per la grande musica, compreso il 7 dicembre alla Scala. Tutto questo si impara da “Voci d’Italia. Breve storia della ricezione italiana del ‘Secondo sesso’”, un opuscolo di 25 pagine che accompagna il volumone, scritto da Liliana Rampello, scrittrice esperta di Jane Austen e di Virginia Woolf, bravissima.
(la Repubblica, 28 aprile 2026)
Sabato abbiamo raccontato della nostra esperienza di ebree ed ebrei «contro il fascismo in ogni tempo e luogo», che hanno attraversato il corteo del 25 aprile senza problemi, mentre a poche centinaia di metri si consumava per quasi due ore una forte tensione tra lo spezzone della Brigata Ebraica e altre componenti del corteo, che si è conclusa con l’allontanamento dei primi dalla manifestazione.
L’obiettivo dell’intervento non era raccogliere complimenti né tantomeno avallare l’idea, come leggiamo amaramente nei commenti, che “l’antisemitismo non esiste”. Piuttosto, abbiamo voluto utilizzare la nostra voce per disinnescare un’escalation del dibattito che rischia di non cogliere mai il punto.
Le frasi antisemite rivolte verso alcuni dei partecipanti come quelle sulle “saponette mancate” sono inaccettabili e disgustose. Al contempo, riteniamo estremamente problematiche le provocazioni che intendono minare la riuscita di una giornata dedicata a valori condivisi.
Lo spezzone della Brigata Ebraica, o sue componenti, rompendo gli accordi con ANPI, ha tentato di collocarsi più avanti nel corteo insieme a gruppi iraniani monarchici, sventolando bandiere israeliane e altri simboli, tra cui bandiere statunitensi e cartelli con il volto di Trump inneggianti alla guerra in Iran.
Troviamo indifendibile e incompatibile con i valori dell’antifascismo la scelta di portare in piazza bandiere israeliane, mentre Israele sta commettendo conclamati crimini contro l’umanità.
La questione del rapporto con la Brigata Ebraica il 25 aprile è da anni terreno di scontro. Intorno ad essa si è coagulata una strumentalizzazione che con la storia ha poco a che fare, creando una commistione tra la Brigata Ebraica, inquadrata nell’esercito britannico, e la forte presenza ebraica talvolta offuscata nelle fila della resistenza italiana, che sono due storie diverse e parallele. Almeno mille ebrei furono presenti nelle formazioni partigiane comuniste, socialiste, repubblicane, spesso da molto prima dell’8 settembre e dell’arrivo delle forze alleate.
Come scriveva già l’anno scorso David Calef del gruppo Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace: «Le dispute non riguardano più ciò che è successo 80 anni fa durante la battaglia del fiume Senio dove i 5.000 volontari della BE combatterono contro i paracadutisti tedeschi. Hanno a che fare con il “conflitto” tra Israele e palestinesi – spesso chi sfila con la bandiera della BE sventola anche la bandiera israeliana. Le distinzioni saltano e i litigi cominciano».
Quest’anno la polemica ha preso forme particolarmente inquietanti. C’è chi, parlando della contestazione, ha evocato le leggi razziali del ’38 o l’istituzione dei ghetti, un’affermazione che non è solo priva di senso, ma profondamente offensiva nei riguardi di chi ha subito tali leggi e provvedimenti. Il Presidente della Comunità ebraica di Milano accusa l’Anpi di istigazione all’odio razziale e di “non volere gli ebrei nel corteo”. Questa non è la realtà.
La realtà è quella di una destra ebraica filo-israeliana che, anche in chiave propagandistica, provoca e cerca lo scontro. Questo atteggiamento mette in forte disagio molti ebrei ed ebree che, il 25 aprile, vorrebbero celebrare la liberazione dal fascismo nel ricordo dei propri familiari scomparsi, ed esitano a scendere in piazza, percependo alcuni movimenti sprovvisti di anticorpi verso l’antisemitismo come ostili.
La realtà è che essere antifasciste e antifascisti oggi significa prendersi in carico quello che succede nel mondo – dalle guerre e massacri più lontani fatti nel nome del dominio degli uni sugli altri, a ciò che accade in Italia con lo scempio dei nuovi decreti sicurezza – e unire le forze in nome di libertà e giustizia sociale. Non saremo libere e liberi finché non lo saremo tutte e tutti.
(Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace, 28 aprile 2026)
Pubblicato sul manifesto online il 28 aprile 2026
Venerdì scorso ho partecipato con tante altre e anche non pochi altri al saluto a Lia Cigarini, nel salone della Libreria delle donne di Milano fondata da lei, Luisa Muraro e altre mezzo secolo fa. Sul sito della Libreria (https://www.libreriadelledonne.it) si possono leggere le belle parole dette da Laura Colombo all’inizio e quelle di chi ha parlato o ha fatto arrivare messaggi.
L’incontro, nonostante il dolore, voleva essere anche un po’ una festa pensando al solido ottimismo di Lia e alla sua ricerca del piacere nella politica (Stefano Sarfati ha ricordato certi rilassati aperitivi serali comuni durante gli anni dei seminari di “Identità e differenza” a Asolo e Torreglia), e alla fine c’è stata una bella sorpresa. Una “Banda degli ottoni”, complesso musicale noto a Milano, che era nelle vicinanze e sapeva dell’appuntamento, si è presentato a metà del pomeriggio e ha offerto un contributo di note in emozionanti controcanti. Alcune melodie consolanti, ma poi anche una “Bella ciao” che ha preso ritmo, e per finire l’“Internazionale”.
È l’unico “inno” del movimento operaio che mi commuove sempre. Ci sento gli esiti tragici di quella storia, che mi appartiene, e anche tutta la speranza e il desiderio di un cambiamento rivoluzionario per la “futura umanità”.
Il femminismo, da Carla Lonzi fino al pensiero e alla pratica della differenza di cui Lia – come hanno scritto qui Ida Dominijanni e Luciana Castellina – è stata protagonista centrale, è stato radicalmente critico di gran parte delle idee e delle pratiche della sinistra. Ha cercato di dare forma, nel vissuto delle relazioni, a un “cambio di civiltà” che non aspetta un futuro “orizzonte” per inverarsi nella libertà di ognuna, e di tutti, tutt*.
Ma Lia aveva un assillo e una domanda che ha ripetutamente posto a noi maschi, più o meno di sinistra, e più o meno attratti dall’universo imprevisto del modo in cui molte donne che abbiamo incontrato dopo il ’68 mettevano in gioco il loro desiderio di libertà investendo conflittualmente le nostre vite. La riassumo così: che aspettate voi maschi a cogliere l’occasione di cercare e praticare “relazioni di differenza” tra voi e con noi, unica via per realizzare davvero un “cambio di civiltà”?
Domanda rivolta nel suo ultimo libro – La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes, 2022 – anche direttamente a noi di Maschile plurale: tanti ricchi incontri lungo gli anni, ma nel tempo «ho notato da parte loro un interesse sempre più scarso verso quelle che noi chiamiamo relazioni di differenza, cioè le relazioni di scambio tra uomini e donne».
Un «appuntamento mancato»?
Penso sia difficile negarlo. Poco oltre Lia fa una diagnosi più generale: «Gli uomini insomma non hanno saputo partecipare al conflitto tra i sessi con la lucidità e la creatività che erano nel frattempo divenute indispensabili. Si sono invece rinserrati in un narcisismo sempre più aggressivo […] la politica maschile ha cominciato a divenire sempre più ripetitiva e addirittura a restringersi riducendosi all’economia e alla guerra, che è quanto abbiamo ancora sotto gli occhi».
C’è forse da sperare che lo spettacolo orrendo fornito ora dai “modelli di maschilità” dei Trump, Putin, Netanyahu, e i tanti ayatollah al comando non solo a Oriente, spinga noi e gli uomini più giovani di noi a fare i passi finora mancati, o compiuti con troppa esitazione, nel liberarsi dalle croste patriarcali. Qualcosa si vede.
La bella introduzione di Ida Dominijanni alla prima edizione di questo libro (1995), finiva così: «Il lavoro politico consisterà in questo per il prossimo futuro: rilanciare desiderio femminile, chiamare in campo desiderio e autocoscienza maschile».
Era trent’anni fa.
(DeA, donne e altri, 28 aprile 2026)
Il 24 aprile la Camera dei Deputati italiana ha approvato in via definitiva un nuovo decreto sicurezza del governo Meloni che ha fatto ricorso al voto di fiducia per accelerarne l’approvazione. Il provvedimento contiene una serie di norme in materia di ordine pubblico, ma ha fatto discutere soprattutto per un emendamento sui rimpatri volontari delle persone migranti, poi corretto con un decreto legge approvato lo stesso giorno su richiesta del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ne parliamo con Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale. Il suo ultimo libro, Divieto di protestare, uscirà il 12 maggio per Einaudi.
Il decreto è stato approvato dalla Camera a meno di 24 ore dalla scadenza del termine, che avrebbe imposto un nuovo passaggio al Senato.
L’opposizione ha fatto ostruzionismo in tutti i modi, costringendo i parlamentari a una maratona notturna che ha ritardato il più possibile l’approvazione del decreto, che era sede avvenuta intorno al mezzogiorno del 24 aprile, con 162 voti a favore, 102 contrari e 1 astenuto. Ma nell’aula ci sono state proteste, l’opposizione ha cantato Bella ciao, proprio perché questa approvazione avveniva il giorno prima della Festa della Liberazione, ha definito la giornata una pagina buia della storia italiana, così come molte organizzazioni che si occupano di difesa dei diritti umani. Però alle 17 dello stesso giorno il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che era intervenuto appunto il 20 aprile chiedendo di modificare quell’articolo che riguardava i rimpatri volontari, ha promulgato alla fine questo decreto e allo stesso tempo ha emanato il secondo correttivo, anche se permangono molti dubbi sulla costituzionalità dell’intero impianto e di diversi articoli del decreto.
È stato soprattutto questo emendamento sul rimpatrio volontario delle persone migranti essere discusso e criticato nell’ultima settimana. Cosa prevedeva questo emendamento? Cosa è successo?
Il 20 aprile il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva convocato il sottosegretario Alfredo Mantovano e aveva fatto capire che avrebbe potuto non firmare la norma se non fosse stata modificata e questo è abbastanza irrituale e denota una questione davvero centrale. Al centro della discussione c’era quell’emendamento in base al quale gli avvocati che offrono consulenza e informazioni a chi presenta domanda di rimpatrio volontario avrebbero ricevuto un compenso di circa 600 euro per ognuno degli assistiti che effettivamente fossero stati rimpatriati.
Nel testo originario si faceva riferimento ad accordi da stipulare con il Consiglio nazionale forense, cioè l’organo di rappresentanza degli avvocati che sarebbe stato l’organo incaricato di versare questi compensi. Questo emendamento ha scatenato immediatamente le proteste dell’opposizione come abbiamo detto, ma soprattutto dello stesso Consiglio nazionale forense che ha detto di non essere mai stato informato dell’approvazione di questo emendamento e poi ha assolutamente detto di volerne la modifica altrimenti ha annunciato, insieme con l’Unione delle Camere Penali, l’Asgi e altre organizzazioni di avvocati, una mobilitazione permanente. Perché l’accusa era quella di mettere in discussione l’autonomia dell’avvocatura, un approccio che non si vedeva dal regime fascista e che voleva legare la retribuzione di un avvocato all’ottenimento di un risultato concreto, un risultato legato all’agenda politica del governo in carica, qualcosa che mette in discussione uno dei cardini costituzionali che è l’indipendenza dell’avvocatura e poi il diritto alla difesa. Tutte le persone che ricorrono a un avvocato hanno diritto a essere difese secondo la nostra Costituzione, a prescindere ovviamente dall’orientamento politico dei governi in carica.
E adesso in che modo interviene il decreto legge che è stato approvato in questo cosiddetto correttivo?
Anche su questo decreto correttivo approvato dall’esecutivo contestualmente all’approvazione dell’altro decreto ci sono molti dubbi, si è parlato di un grande pasticcio, in effetti non era mai successo che per evitare un nuovo passaggio parlamentare contestualmente si approvasse un decreto da parte del governo, decreto che ora dovrà essere convertito in legge, quindi dovrà tornare al Senato e alla Camera, potrebbe essere modificato. Comunque diciamo che il decreto che è stato licenziato dall’esecutivo il 24 aprile prevede sempre un contributo di 615 euro per chi assiste una persona migrante nella pratica, ma non parla di avvocati, quindi chiunque assiste una persona migrante nel piano di rimpatrio volontario, ricordiamo che rimpatri volontari non necessitavano fino ad ora l’accompagnamento con un legale, ma anzi erano gestiti soprattutto dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, che era un’agenzia delle Nazioni Unite e che prevede l’accompagnamento anche finanziario della persona migrante che chiede di tornare volontariamente nel suo paese d’origine per delle ragioni.
I rimpatri volontari in Italia sono pochissimi, sono nell’ordine di qualche centinaia e nel quadro di rimpatri in generale sempre costanti nel corso degli anni che il governo si è impegnato in tutti i modi ad aumentare con scarsi risultati. Quindi siamo dentro un progetto politico di aumento dei rimpatri e questo decreto prevede un contributo di 615 euro per chi assiste una persona migrante in questa pratica indipendentemente dall’esito della richiesta. Di nuovo non è più esclusiva degli avvocati, quindi anche un’associazione che si dovesse occupare di questa pratica riceverà questo tipo di incentivo.
Non sarà erogato questo compenso dal Consiglio Nazionale Forense, che si era appunto detto estraneo a questa misura. Per il piano è stato approvato un bilancio importante di circa 170mila euro, in tutto 1,4 milioni di euro fino al 2028. Ma di nuovo su questa misura pesano una serie di incognite. Chissà se sarà approvata da tutte e due le Camere senza modifiche e se non sia anche questa portatrice di alcuni elementi di incostituzionalità.
Questo decreto è stato criticato anche per altri aspetti, per esempio il fermo preventivo. Quali sono le norme più controverse?
Intanto dobbiamo dire che è l’ennesimo decreto sicurezza. Il primo decreto sicurezza che riguarda questioni legate alle proteste, alle manifestazioni è stato convertito in legge a giugno del 2025 ed era già stato definito dall’associazione Antigone il più grosso attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana. Questo decreto, approvato a fine febbraio e ora convertito in legge, rafforza questo quadro e chiarisce qual è l’idea di sicurezza che ha questo governo, che diventa un termine ombrello dietro cui nasconde una serie di cardini ideologici che limitano fortemente la libertà di manifestare e il dissenso che, come direbbe Norberto Bobbio, è essenziale e forse addirittura consustanziale alle moderne democrazie. Come il precedente, trasforma il diritto penale in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie molto diverse, le persone migranti, i minorenni, le armi da taglio, gli attivisti, gli autori di reati comuni, come se fossero un unico problema di sicurezza. Il capitolo centrale riguarda la limitazione della libertà di protesta. L’articolo più controverso, e che anche questo è stato oggetto di un richiamo da parte del Presidente della Repubblica, è quello che prevede un fermo di polizia fino a 12 ore senza il controllo dell’autorità giudiziaria, solo per il fatto di essere una persona sospettata di essere pericolosa sulla base di un sentimento, di una valutazione fatta dal funzionario di polizia. Allo stesso modo delle perquisizioni preventive.
Questo tipo di misure dobbiamo pensare che non erano presenti neppure nelle normative emergenziali adottate negli anni ’70, quindi in pieno terrorismo, in piena lotta armata. Oltre a questa misura del fermo e della perquisizione preventiva, che è già stata attuata in queste settimane e ha scatenato davvero molte polemiche e critiche, ci sono altre misure nel decreto che vanno nella stessa direzione. Per esempio l’inasprimento delle sanzioni per l’omesso preavviso delle manifestazioni, oppure l’estensione della durata delle cosiddette zone rosse, queste aree urbane, come per esempio le stazioni ferroviarie, colpite da maggiore microcriminalità. In queste aree potrà essere disposto il Daspo urbano, che era già previsto dai precedenti decreti di sicurezza, su soggetti denunciati negli ultimi cinque anni per alcuni tipi di reati.
Infine, nuove norme contribuiscono a delineare una figura dell’agente di polizia che sostanzialmente viene sottratto al controllo della magistratura. Anche su quest’ultima questione c’è stato un intervento del Capo dello Stato, per cui è stato riscritto quella parte che riguardava l’azione del Pubblico Ministero nei casi di presunta legittima difesa da parte dell’agente, ma anche questa nuova formulazione continua a presentare diversi problemi.
L’approvazione del decreto è avvenuta il 24 aprile, al ridosso del giorno della Festa della Liberazione e delle sue celebrazioni. Questa coincidenza che effetto ha avuto?
Intanto è interessante che tutte le norme sulla sicurezza che ha emanato questo governo per certi versi ricalchino un’idea di rapporto dell’esecutivo con i poteri di controllo e con l’esercizio del diritto dell’opposizione di manifestare dissenso. Questo purtroppo ci riporta indietro di decenni ed è sembrata una provocazione. Forse anche per questo così tante persone hanno partecipato quest’anno alle celebrazioni per il 25 aprile in tutta Italia che sono state molto partecipate e anche molto trasversali di persone che si sono ritrovate intorno ai valori fondamentali della Costituzione e soprattutto dell’antifascismo.
(Il Mondo, podcast dell’Internazionale, 28 aprile 2026)
61a Biennale d’arte. “L’orecchio è l’occhio dell’anima”: il padiglione del Vaticano celebra la figura della badessa erudita, musicista, scrittrice e medica con Patti Smith, Jim Jarmush, Meredith Monk e l’opera-testamento di Alexander Kluge
Ildegarda di Bingen, badessa, scrittrice visionaria, teologa, santa, scienziata, medica, erborista, musicista e grande erudita «è una figura può apparire distante, essendo una mistica del XII secolo, ma possiede una voce fortemente contemporanea, capace di illuminare gli interrogativi e i percorsi del presente». È così che il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto vaticano per la Cultura e l’educazione racconta l’omaggio alla monaca benedettina, vissuta dal 1098 al 1179, che il padiglione della Santa Sede le tributa per la 61/a Esposizione internazionale d’arte. Con una mostra in due luoghi fascinosi – il Giardino dei Carmelitani Scalzi e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, nel sestiere Castello – e un titolo che sceglie l’assonanza con lo spirito della rassegna di Koyo Kouoh improntata all’ascolto: L’orecchio è l’occhio dell’anima. Una capacità musicale, quasi una preghiera sonora, peraltro condotta da interpreti del calibro di Patti Smith, Meredith Monk, Brian Eno, Terry Riley (fra gli altri più “visivi” come Otobong Nkanga e Precious Okoyomon) che scarta dal fragore delle ultime polemiche per attestarsi su un nuovo inizio inclusivo, in cui la voce si fa profetica, accogliendo la lingua ignota promossa da Ildegarda. Il pubblico, con le cuffie, potrà regalarsi una lunga passeggiata contemplativa.
Basterebbe solo questo per evitare di entrare nell’agone conflittuale, ma de Mendonça non si sottrae ai tempi bui che investono la cultura: «Russia e Israele alla Biennale di Venezia? La nostra risposta sta nel Padiglione, nell’esperienza di ascolto comune che siamo invitati a fare. L’orizzonte è quello dato dal papa, un invito a una pace che a tutti può dire qualcosa e trasmettere un senso di opportunità collettiva». In fondo, la stessa Ildegarda di Bingen, musa artistica in Laguna, serviva «il ritmo della vita» e ne curava le ferite quando quell’armonia si interrompeva.
Il padiglione del Vaticano, che due anni fa aveva visto in prima linea le detenute del carcere femminile della Giudecca divenire «guide intime dell’arte», quest’anno si affida a una mostra, curata da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, in collaborazione con Soundwalk Collective, in cui il suono stesso diventa una via emozionale per la comprensione del mondo.
È stato un percorso lungo quello che ha portato al progetto, un itinerario organico condiviso anche con Alexander Kluge (il titolo del padiglione è mutuato dalla sua opera), tanto che l’ultimo lavoro del regista (scomparso il 25 marzo scorso) costituirà una parte imponente della mostra, nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice: un’installazione filmica e di immagini in dodici stazioni, in aperto dialogo con i canti e gli scritti di Ildegarda di Bingen. È il suo testamento e dialoga, nello stesso luogo, con la liturgia sonora delle monache dell’Abbazia di Eibingen.
Ildegarda di Bingen e l’hortus, confessa Obrist, hanno nutrito l’immaginario della sua infanzia. Non ha mai dimenticato quando, a cinque anni, i suoi genitori lo portarono nell’Abbazia di San Gallo né, da grande, le parole di Cees Nooteboom dedicate al Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi di Venezia.
(il manifesto, 27 aprile 2026)

La scomparsa di Lia Cigarini ci coglie mentre stiamo preparando il prossimo numero de L’imprevista sul lavoro, una questione che, sotto la luce del simbolico e con il taglio della differenza, ha a lungo appassionato Lia, consegnandoci pensieri e pratiche che continuano ad allargare orizzonti. Nel lavoro, diceva, si aprono quelle contraddizioni a cui dobbiamo guardare perché orientano il senso del nostro muoverci nel mondo.
In verità, non solo discutendo di lavoro ma per ciascuna delle questioni su cui ragioniamo insieme durante le riunioni, tra le nostre parole, nominiamo sempre Lia poiché non c’è stato nodo, questione, che Lia non abbia desiderato attraversare con il suo passo svelto, con la sua visione in positivo, sempre rivolta in avanti.
Noi “nate libere”, figlie del femminismo, l’abbiamo incontrata alla Libreria delle donne a Milano, alla Scuola estiva della differenza a Lecce, a Paestum dove abbiamo potuto sentireil fascino di Lia, del suo formidabile intuito nel comprendere le situazioni politiche, della potenza vitale del suo pensiero, del suo corpo che entrava in uno luogo e vi portava un’energia unica e ineludibile.
A partire da questa forza sprigionata, si è intrecciata tra noi una relazione politica duratura, conoscendoci a Paestum in occasione del convegno Primum vivere (2012) voluto da Lia e da altre iniziatrici del femminismo e seguito l’anno successivo dall’incontro Libera ergo sum (2013). Sono stati due incontri intergenerazionali incredibili nei quali queste donne ci hanno rese partecipi della forza femminile nel collettivo.
Se è vero che il femminismo non desidera inaugurare una tradizione, a Paestum è avvenuta, però, una trasmissione potente che ha segnato indelebilmente le nostre pratiche: quei semi gettati stanno ancora fruttificando in esiti generosi e imprevisti che continuano a nutrire il nostro presente.
Abbiamo ammirato Lia Cigarini insieme a Luisa Muraro, un due che è testimonianza dirompente della potenza politica della relazione tra donne. Quando si è in due è già politica, e quel loro due ha inciso, con ineguagliabile ricchezza, sul simbolico femminile, in un sodalizio che si è fatto moltiplicatore di desideri. Quanto dobbiamo a Lia, a Luisa, a quel loro due. E in questo momento il nostro cuore è con Luisa.
Ci sono stati anni di appassionate redazioni per Via Dogana in cui la loro relazione era il centro da cui nascevano momenti di grandi slanci di elaborazione politica: nel loro scambio sapevano scardinare il pensiero corrente e proponevano letture politiche della realtà impreviste e coraggiose, a cui tutte guardavano, imparando a osservare il mondo con lenti nuove. Dalla Sicilia, alla Sardegna, al Veneto, per arrivare a Barcellona, in Francia… ovunque, il pensiero della differenza si orientava leggendo Via Dogana, i Sottosopra e poi il sito della Libreria delle donne di Milano. I conflitti, pur nelle ricadute dolorose, erano l’occasione per far emergere i nodi e farsi le spalle larghe, perché «il femminismo è un campo di battaglia». Per Lia, in particolare, il conflitto era vitale, non un momento distruttivo, ma fecondo di possibilità.
Il desiderio più grande per Lia era che la pratica politica delle donne diventasse una bussola per tutti, donne e uomini, smascherando così quel senso comune che, ritenendola per donne, ci relegava di nuovo in spazi angusti, non all’altezza della nostra «voglia di vincere». Certo, era necessaria quella presa di coscienza che porta una donna a essere consapevole della propria differenza, e quindi delle genealogie femminili, della problematicità delle relazioni tra donne, o con gli uomini, di chi usa il potere o l’autorità in modo diverso. Questa presa di coscienza continua ad accadere, a manifestarsi nel mondo come libertà femminile, grazie al contributo lungimirante di Lia.
Se, infine, «forza femminile è capacità d’imporre la propria misura del mondo. E misura femminile del mondo è sì esperienza di relazioni tra donne – ma soprattutto precisione nell’indicare quando, dove, come e con chi si acquisiscono e si spendono i guadagni realizzati» (Note sull’autorità femminile, in La politica del desiderio e altri scritti, pp. 99) – siamo qui a indicare il pensiero di Lia Cigarini come inestimabile eredità di tutte, in un confronto che si manterrà vivo: continueremo a confrontarci col tuo pensiero, a chiederci “chissà cosa direbbe Lia”, a cercare le tue/nostre risposte.
(L’imprevista, 27 aprile 2026, https://imprevista.substack.com/p/chissa-cosa-direbbe-lia)
Alla Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, in corso a Santa Marta, la transizione giusta ha preso la forma concreta delle voci delle donne. Donne indigene, afrodiscendenti, contadine, giovani attiviste, rappresentanti dei territori e dei movimenti per la giustizia ecologica e ambientale hanno riportato al centro del dibattito una questione politica essenziale: uscire dal carbone, dal petrolio e dal gas non può significare semplicemente cambiare tecnologia, sostituendo un modello estrattivo con un altro. Deve voler dire trasformare i rapporti di potere, restituire voce alle comunità e riconoscere che i territori non sono zone di sacrificio, ma luoghi di vita, memoria e futuro.
Il punto di partenza del confronto è stato proprio l’allargamento del concetto di “transizione giusta”. Nato nel movimento sindacale per garantire diritti e lavoro nella riconversione energetica, oggi questo paradigma viene rivendicato dalle comunità più esposte sui territori come qualcosa di più profondo: non solo tutela occupazionale, ma giustizia climatica, di genere, diritti territoriali, autodeterminazione, cura, riparazione e democrazia energetica. Le comunità, è stato detto, non devono essere consultate a posteriori, quando i progetti sono già decisi, ma devono avere potere reale sulle scelte che riguardano energia, suolo, acqua e futuro dei territori in cui vivono.
Yuvelis Morales Blanco, dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, ha riportato il dibattito al Magdalena Medio, a Puerto Wilches, dove le comunità hanno resistito all’avanzata del fracking e hanno legato la giustizia energetica alla giustizia di genere e territoriale. La domanda posta dal territorio è semplice e radicale: perché ogni volta che arriva un progetto estrattivo i diritti sembrano diventare negoziabili? L’acqua, l’aria, la libertà delle donne, la possibilità di vivere in pace non possono essere il prezzo del cosiddetto sviluppo. In un Paese che produce petrolio, estrae carbone e gas, Santa Marta diventa così il luogo in cui affermare che un futuro post-fossile non è un’utopia astratta, ma una costruzione già in corso nelle comunità.
Dal continente africano, Sabla Samuel, del Fossil Fuel Treaty, ha mostrato come questa stessa contraddizione attraversi altri territori del Sud globale. In Africa, ha ricordato, grandi compagnie straniere continuano a estrarre ricchezza ed energia mentre centinaia di milioni di persone non hanno accesso all’elettricità o a modalità sicure di cottura degli alimenti. Il modello fossile promette sviluppo, ma lascia debito, inquinamento, povertà energetica e servizi pubblici indeboliti. In questo ciclo, sono soprattutto le donne a sostenere il peso del collasso: quando lo Stato arretra, quando la sanità e l’istruzione si svuotano, il lavoro di cura gratuito e invisibile diventa l’ammortizzatore sociale di economie costruite sull’estrazione.
La stessa critica attraversa la discussione sui minerali necessari alla transizione energetica. Le relatrici hanno messo in guardia dal rischio di usare la crisi climatica come nuova giustificazione per espandere miniere, infrastrutture e frontiere estrattive. La transizione non può diventare il volto verde della stessa economia coloniale, affermano. Per questo è necessario distinguere tra i minerali realmente necessari per garantire accesso universale all’energia rinnovabile e quelli destinati ad alimentare data center, militarizzazione, sovra-consumo e crescita illimitata. Riciclare, riparare, ridurre i consumi dei Paesi ricchi, costruire sistemi energetici decentrati e comunitari: qui si misura la differenza tra una riconversione giusta e un nuovo ciclo di saccheggio.
La voce delle giovani generazioni ha portato nel dibattito un’altra parola: immaginazione. Xiye Bastida, del popolo Otomi-Toltec e cofondatrice della Re-Earth Initiative, ha parlato di “memorie del futuro”, cioè della capacità di immaginare e custodire visioni di un mondo diverso. Un futuro post-fossile è un fiume che torna ad avere pesci, una terra bonificata dalle miniere, una comunità che riprende il baratto, una vicina che offre la frutta del proprio albero. Non è nostalgia, ma politica: recuperare la possibilità di desiderare un mondo diverso in una generazione cresciuta spesso tra fiumi contaminati, miniere e promesse di collasso. Da questa prospettiva, il fracking è stato indicato come una falsa soluzione. Non è energia di transizione, ma ulteriore dipendenza dal gas fossile, con impatti pesanti su acqua, salute, sismicità e clima. Il messaggio emerso a Santa Marta è netto: carbone, petrolio e gas devono essere affrontati insieme, senza scorciatoie che rimandino l’uscita dal fossile o ne cambino soltanto il linguaggio.
Le voci indigene hanno dato al confronto una profondità spirituale e politica. Casey Camp Hornick, della Ponca Nation, negli Stati Uniti, ha ricordato che i popoli indigeni non si presentano a questi tavoli come semplici parti interessate, ma come titolari di diritti. La Ponca Nation ha sostenuto il Trattato sui combustibili fossili come nazione sovrana e chiede di essere parte dei luoghi in cui si decidono politiche e accordi. Non è una richiesta simbolica, ma una condizione democratica: chi ha difeso la terra per generazioni deve poter decidere sul futuro della terra.
Lo stesso principio è risuonato nel panel dedicato all’Amazzonia e ai territori indigeni. “Il sangue della Madre Terra deve rimanere sotto il suolo” non è uno slogan, ma una forma di conoscenza, ripetuta da decenni dai popoli che hanno visto arrivare imprese petrolifere, militari, promesse di ricchezza e devastazione. La difesa dell’Amazzonia è stata presentata non solo come tutela di un ecosistema, ma come difesa del cuore vivente del mondo. Dove i governi continuano a proporre nuove concessioni senza consenso, le comunità rispondono rivendicando territori liberi da estrazione e il diritto di decidere.
Dora, Olivia, Abigail, Luane e Hani hanno portato testimonianze diverse ma convergenti. Dai territori U’wa alla nazione Chapra, da Sarayaku all’Amazzonia brasiliana e al Putumayo colombiano, il linguaggio cambia, ma la sostanza resta la stessa: non può esserci giustizia climatica senza partecipazione reale dei popoli indigeni, delle donne, dei giovani, delle comunità contadine. Le donne indigene non vogliono essere presenza decorativa nei processi internazionali. Rivendicano il ruolo di chi custodisce vita, memoria, conoscenza e soluzioni. Lo hanno detto con forza: i territori non sono risorse naturali, sono beni di vita. Chiamarli “risorse” significa già collocarli dentro una logica di consumo e sfruttamento.
In queste parole, la transizione energetica smette di essere un’agenda tecnica e diventa una trasformazione del pensiero. Non basta cambiare fonte energetica se resta intatto il modo di guardare alla Terra come a un deposito da svuotare. Non basta installare rinnovabili se le comunità vengono escluse, se il consenso viene aggirato, se il potere resta nelle mani delle stesse imprese e degli stessi governi che hanno costruito l’economia fossile. La trasformazione richiesta a Santa Marta riguarda il rapporto tra esseri umani e natura, tra Stato e territori, tra economia e cura, tra memoria ancestrale e scienza.
La conclusione politica è arrivata dalle parole di Susana Muhamad, che ha collocato questa discussione dentro un tempo segnato da paura, autoritarismo e privatizzazione del bene comune. Il capitalismo fossile, ha osservato, non produce solo emissioni: produce alienazione, solitudine, perdita di senso, soprattutto tra i giovani. Contro questa deriva non basta denunciare. Bisogna ricostruire speranza, comunità e potere popolare. Serve un potere diverso, capace di empatia, compassione, riconoscimento dell’altro e connessione con la vita.
Per questo Santa Marta non è soltanto una conferenza sull’uscita dai combustibili fossili. È uno spazio in cui si prova a nominare il mondo che viene dopo: post-fossile, ma anche post-coloniale, post-estrattivo, post-capitalista. Un mondo che, come hanno ricordato le donne dei territori, non deve essere inventato da zero: esiste già nelle pratiche comunitarie, nei saperi indigeni, nelle resistenze contadine, nelle reti femministe, nei movimenti giovanili, nei popoli che continuano a difendere fiumi, foreste e montagne. La sfida politica, ora, è dare forza a queste esperienze, trasformarle in decisioni vincolanti e impedire che la transizione venga sequestrata da chi ha prodotto la crisi.
(Pressenza, 27 aprile 2026)
Il 26 aprile di quarant’anni fa il cielo ai confini dell’odierna Ucraina si illuminò. Un test di sicurezza presso la centrale nucleare di Chernobyl fece esplodere il reattore numero 4 proiettando una nube radioattiva su tutta l’Europa. Le autorità sovietiche tacquero per giorni esponendo migliaia di persone al peggior disastro tecnologico del XX secolo. Quattro mesi dopo Svetlana Aleksievič s’immerse nell’abisso della “Zona di esclusione” intorno alla centrale e si trovò davanti a un mondo inesplorato. Undici anni dopo raccolse le voci dei protagonisti della devastante tragedia nel libro polifonico “Preghiera per Chernobyl” che ha ispirato una serie Hbo. «L’incendio divampò per giorni. La gente arrivava da ogni parte per osservare le fiamme che in effetti erano bellissime. Un bagliore cremisino, una meraviglia cosmica, uno spettacolo sbalorditivo. Questo era per la gente: uno spettacolo. Non capivano che si trattasse di morte. Oggi l’umanità è dimentica del passato e concentrata sul proprio destino, ma dovrebbe prepararsi alle nuove sfide naturali e tecnologiche». La scrittrice settantasettenne, Premio Nobel per la Letteratura, madrelingua russa, padre bielorusso e madre ucraina, parla in videocollegamento con Repubblica da Berlino dove è esiliata da sei anni fa. E avverte: «L’Uomo rosso, l’homo sovieticus, è sopravvissuto al disastro di Chernobyl e al crollo dell’Urss. Un uomo del passato senza idea di futuro. Siede al Cremlino e combatte in Ucraina».
Il disastro di Chernobyl è parte della memoria collettiva, anche di chi nell’86 non eraancora nato. La Zona, la Foresta rossa, la Pioggia nera, il sarcofago, i liquidatori sonoentrati nel mito. Ma, come dice un professore nel suo libro, «non sappiamo comericavarne alcun significato». Cos’è che neppure i suoi lettori potranno mai capire senza mai essere stati lì allora?
«Nell’86 ci trovammo in un vuoto, un mondo nuovo a cui non eravamo preparati. Per chi comeme ha visto le conseguenze dell’incidente coi propri occhi, non si tratta soltanto di immaginiindelebili, ma di un vero e proprio trauma. Per i bielorussi Chernobyl è stato un traumapeggiore persino della repressione della rivoluzione e della successiva partenza di circa unmilione di persone nel 2020. I bielorussi bevono Chernobyl, mangiano Chernobyl, respiranoChernobyl. Tutto è contaminato. L’incidente tormenterà diverse generazioni perché leparticelle radioattive non sono visibili, non hanno odore, non si possono toccare, ma vivranno a lungo. Centinaia o addirittura migliaia di anni».
Viene chiamato “incidente” perché nessuno lo provocò intenzionalmente, ma quanto contribuirono al disastro la segretezza e l’indifferenza ai vertici nei confronti della vita umana?
«Di tutto ciò che è successo, la colpa è dell’uomo. Il test fu preparato male o affrettato. È laconferma che l’uomo a volte non è all’altezza delle tecnologie che ha inventato. Ilquarantesimo anniversario di Chernobyl deve farci ricordare che ci aspettano nuove sfide.Ogni giorno assistiamo a cataclismi. La natura muta e le nuove tecnologie non fanno chedeteriorare l’esistenza. L’umanità deve imparare a convivere con questi cambiamenti. Einvece perde tempo con leggi “di seconda mano” imposte da uomini al potere venuti dal passato».
Nel suo discorso di accettazione del Nobel nel 2015, citando il filosofo Čaadàev,descrisse la Russia come «uno spazio di amnesia totale». Quarant’anni dopo Chernobylsono state costruite altre centrali, ci sono stati altri disastri come Fukushima e si torna a parlare di nucleare. Abbiamo dimenticato?
«Quanto è successo a Chernobyl non è stato compreso fino in fondo, né dagli scienziati, nédalla coscienza pubblica. Si spiega col fatto che, con la disgregazione dell’Impero, ciascuno hapensato alla propria sopravvivenza. Basti ricordare che, agli inizi della guerra in Ucraina,quando i russi si sono appropriati di Chernobyl, ai soldati fu impartito l’ordine di scavaretrincee nella zona contaminata. Ovviamente, pochi giorni dopo, tutti quei soldati finirono inospedale. Quando avvenne il disastro di Chernobyl, ci eravamo avvicinati a una certacomprensione di quanto fosse pericolosa l’energia nucleare per l’umanità. Invece, adesso, nelclima di odio totale in cui viviamo, tutti vogliono centrali nucleari o bombe atomiche e tuttoquesto è molto pericoloso. Oggi su di noi, per lo meno nell’ex Urss, è crollato il passato.Viviamo una sorta di nuovo medioevo. Non siamo andati verso il futuro, siamo tornati indietro».
Con “Preghiera per Chernobyl” e poi con “Ragazzi di zinco”, che raccoglie letestimonianze di reduci dall’invasione sovietica in Afghanistan, ha raccontato duetragedie che accompagnarono il crollo dell’Urss. Furono una causa o un effetto del collasso?
«Stava per crollare già da tempo. L’architettura dell’idea di convivenza all’interno dell’impero sovietico stava già barcollando e il disastro e la guerra ne furono conseguenze e concause».
In “Tempo di seconda mano” parla dello shock che seguì la fine dell’Urss. Dovevaessere l’ultimo libro del ciclo sulla crisi di quella che chiama “utopia rossa”. Ma dopo larepressione della rivoluzione bielorussa del 2020, poi il conflitto in Ucraina del 2022,ha compreso che l’homo sovieticus, incarnazione del regime comunista, non è davvero morto. Chi è “l’Uomo rosso”, come lo chiama lei, su cui sta scrivendo il suo nuovo libro?
«L’Uomo rosso combatte in Ucraina mandato a fare la guerra dall’Uomo rosso al Cremlino.Sono uomini del passato che non hanno mai rinunciato alle idee di una volta. Sì, ho capito chel’Uomo rosso non è per niente morto e molte idee comuniste non sono morte. Soprattutto inRussia dove si sta cancellando ogni eredità di quel periodo che fu “un assaggio di democrazia”.Adesso c’è una tregenda di forze oscurantiste, come il filosofo Aleksandr Dugin o altri chechiedono di vietare spettacoli e libri e cancellano qualsiasi eredità di quel tentativo di democrazia. Forze risalite dal fondo che fanno tanta paura».
In Russia tornano i busti a Iosif Stalin e proprio in questi giorni l’Accademia dell’Fsb è stata reintitolata da Vladimir Putin a Feliks Dzeržinskij, il capo della polizia segreta sovietica…
«È la conferma che il passato avanza. Il Cremlino vuole recuperarlo, persino in una versioneancora più terribile. Non ha un’idea di futuro, perciò recupera vecchie idee “di seconda mano”.Putin ha più volte ripetuto che per la Russia non esistono altri alleati se non il suo esercito e lasua marina. Sono le parole di un vecchio Zar. Perciò i suoi carri armati hanno invaso l’Ucrainae sono pronti ad andare oltre. Ma mi chiedo dove sia finito il popolo russo, quel popolo cheamava la letteratura, che leggeva tanti libri, che demolì la statua di Dzeržinskij in piazzaLubjanka. Una parte del popolo tace perché è pericoloso dire la verità, ma un’altra parte èstata corrotta da Putin e va in Ucraina a fare la guerra e ad ammazzare perché viene benpagata. I soldati a contratto tornano con le tasche piene di soldi e i loro vicini li invidiano e si arruolano a loro volta. È la perversione della morale per denaro».
Di chi è la colpa? Di Putin che ha corrotto il popolo o del popolo che si è lasciato corrompere?
«I dittatori cercano sempre di coinvolgere più gente possibile nelle loro nefandezze e direndere i loro popoli complici. Per farlo corrompono, intimidiscono, reprimono. Lo vedo nellamia patria, la Bielorussia, e in Russia. Ma condivido il parere di Hannah Arendt che invitava anon accettare la responsabilità collettiva perché ciascuno è responsabile di quello che ha fattoe di come ha vissuto. Capisco però chi tace pur consapevole di quel che accade. In Russia rischi anni di carcere».
Nel libro “La guerra non ha un volto di donna” racconta che, il giorno in cui finì laSeconda guerra mondiale, i soldati spararono in aria tutte le munizioni convinti chenon avrebbero più combattuto guerre. In Russia invece lo slogan “Mai più” è statosostituito da “Possiamo ripeterlo”. E nel mondo vediamo il moltiplicarsi di guerre, da Gaza all’Iran. Come mai?
«Penso che fare la guerra sia insito nell’essere umano».
Anche le democrazie sono in crisi?
«Stanno facendo marcia indietro. Tuttavia, credo sia un fenomeno temporaneo. Il mondo inogni caso si muoverà verso la democrazia. Le nuove generazioni non accetteranno lo stile di vita medievale che viviamo adesso e che ci viene imposto. Lo spero tanto».
L’ intelligencija costretta all’esilio che ruolo può avere?
«Sembrava che saremmo potuti tornare nelle nostre patrie dopo un mese, poi dopo un anno,ma non è andata così. Io vivo in esilio in Germania da sei anni oramai e non vedo all’orizzontealcuna possibilità di tornare nella mia casa a Minsk. Torneremo, magari non la miagenerazione, ma i più giovani torneranno. Nel nostro piccolo, noi intellettuali facciamo di tutto per creare un’idea di futuro».
(la Repubblica, 26 aprile 2026)
Riproponiamo la bella intervista di Chiara Valerio a Lia Cigarini, per la trasmissione di Rai Radio 3, L’isola deserta, del 23 febbraio 2020. La conduttrice, con amabile sapienza e complicità, sollecita Lia a dire del suo impegno politico. E Lia sembra felice di lasciarsi andare al racconto delle origini della sua personale presa di coscienza e del movimento delle donne a partire dagli anni 60 del secolo scorso. Mezz’ora di ascolto intenso e spesso divertente che ci trascina in un vortice di avvenimenti e aneddoti che abbracciano cinquant’anni di vita delle donne e le più intense esperienze personali di una delle grandi protagoniste del femminismo.

Le voci del gruppo pacifista Mai Indifferenti: “La retorica vittimistica di una parte della Comunità non aiuta ma incita l’odio”
Una critica interna che attraversa una parte del mondo ebraico milanese e rompe la narrazione compatta emersa dopo il 25 aprile. Mentre la Comunità ebraica parla di “esclusione” e di “antisemitismo”, altre voci dal movimento “Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace” raccontano una giornata diversa, segnata da consenso e condivisione. «Noi – spiega Beatrice Stampa, 65 anni, assistente sociale – siamo scesi in piazza senza bandiere israeliane, con striscioni per il cessate il fuoco. Siamo stati applauditi, e mai insultati». Una presenza che, sottolinea, ha intercettato consenso: «Il nostro è un messaggio che funziona, contro tutte le guerre e contro tutti i fascismi. Le persone si riconoscono nel nostro messaggio». Un’impostazione che rivendica anche la presa di distanza netta dalle scelte e dalle guerre del governo israeliano: «Critichiamo quelle politiche, come fanno anche molti cittadini in Israele. Il nostro è un posizionamento chiaro: ebrei contro la guerra».
Sulla stessa linea Eva Schwarzwald, nota voce critica verso la dirigenza attuale della Comunità ebraica di Milano, che contesta la modalità di partecipazione al corteo da parte della Brigata: «Era stato concordato con Anpi di non portare bandiere di Israele. Invece nello spezzone della Brigata c’era un insieme eterogeneo, con simboli politici e presenze provocatorie». Per Schwarzwald, la tensione è stata anche il risultato di scelte istituzionali: «La questura ha gestito male la situazione». La presenza degli ebrei pacifisti, racconta, è stata senza incidenti: «Avevamo striscioni contro il fascismo e per il cessate il fuoco. Siamo stati persino più applauditi dell’anno scorso. C’è una retorica vittimistica di una parte della Comunità ebraica che non aiuta. Anzi è proprio questa retorica a incitare l’odio. Questo clima ha rovinato un’importante giornata di lotta e di valori». A questa critica si aggiunge quella di Saby Fresko: «La Brigata ebraica ha tutti i diritti di stare in quella manifestazione. Ma ciò che rappresenta oggi non è più quello spirito». Per Fresko, la presenza di bandiere israeliane è stata «una provocazione in un contesto antifascista», aggravata da alleanze simboliche: «Stare insieme a gruppi con foto di Trump e Netanyahu significa approvare ciò che accade in Iran, Libano, Cisgiordania». Una distinzione netta tra memoria e uso politico: «Dovremmo essere noi come ebrei per la pace, a rappresentare la Brigata ebraica». E sugli episodi di insulti: «Ci sono stati, ma da poche persone. Usarli per descrivere tutto il corteo è un utilizzo opportunistico».
Anche il giornalista Gad Lerner interviene, criticando l’uso politico della Brigata: «Accusare l’Anpi di antisemitismo è grottesco. Si mortificano i valori della Resistenza. Si rivoltano nella tomba gli antifascisti della prima ora e i partigiani ebrei che avevano già sacrificato la vita ben prima che, nell’aprile 1945, la Brigata ebraica sbarcasse in Italia. Farne un uso strumentale per scopi che nulla hanno a che fare con il 25 Aprile è faccenda recente che mortifica i valori sempre attuali della Resistenza».
(la Repubblica, 26 aprile 2026)
Durante le vacanze di Pasqua ho ripreso in mano un vecchio videogioco che non usavo da molto tempo, Roller coaster tycoon, in cui bisogna costruire un parco divertimenti con tutti gli accessori: chioschi per le cose da mangiare, elementi del panorama, giostre e montagne russe. L’obiettivo è farlo diventare un’attività economica sostenibile. I pochi ettari a disposizione si riempiono in fretta, perciò è necessario fare manutenzione su quello che hai già costruito. Assumi meccanici, addetti alle pulizie e ispettori, ti assicuri che siano pagati bene, che siano formati e che si prendano cura delle giostre. Se fallisci, le montagne russe si rompono o, peggio ancora, crollano.
Ho pensato a Roller coaster tycoon quando ho letto questo titolo su un giornale danese: “Le attività commerciali non riescono ad avere energia elettrica per nuovi progetti: ‘È un disastro’”. L’articolo spiegava che la rete elettrica nella Danimarca settentrionale è drammaticamente obsoleta. Diverse aziende non riescono a ricevere l’energia di cui hanno bisogno. Particolarmente a rischio sono quelle che cercano di essere “ecologiche” e fare affidamento su elettricità prodotta da energia eolica o solare anziché da combustibili fossili.
Titoli come questo spuntano come funghi ovunque in Europa. L’estate scorsa il Guardian ha scritto a proposito della Germania: “Arrugginisci in pace: perché i ponti e le scuole tedesche cadono a pezzi?”. Nel 2018 a Genova sono morte 43 persone nel crollo di un ponte che non aveva ricevuto la dovuta manutenzione. A quanto pare abbiamo dimenticato come prenderci cura di quello che possediamo. Perché?
Nel mio libro Deficit. Perché l’economia femminista cambierà il mondo (La Tartaruga 2025) sostengo la necessità di una rivalutazione del lavoro di cura. Per decenni l’assistenza alle persone è stata sistematicamente sottostimata dal punto di vista politico e le ragioni sono intimamente legate alla svalutazione della manutenzione delle cose.
La teoria economica dominante prende in esame i prezzi, non l’uso futuro degli oggetti, per valutare l’efficacia delle politiche. Applicando questo approccio, però, emergono due enormi problemi. Prima di tutto, stabilire quanto vale nel lungo periodo preservare un ponte che cade a pezzi diventa impossibile, perché i prezzi non riflettono il suo ruolo nell’economia. Il costo del lavoro è elevato e la manutenzione non ripara un ponte rotto, semmai elimina un potenziale ponte rotto in futuro. La maggior parte dei politici lavora sul breve periodo e vuole introdurre dei cambiamenti tangibili e visibili nelle vite delle persone subito, non tra quarant’anni.
Nessuno ringrazia un politico se un ponte non crolla. Lo stesso vale per il lavoro di cura: quando funziona, non lo noti più di tanto. Se un bambino viene nutrito come si deve, se ha amici e una famiglia che gli vuole bene, diventa semplicemente un adulto sano. Ma quando queste cose non funzionano spuntano dei problemi.
La seconda sfida è che la teoria macroeconomica moderna tende a considerare la spesa pubblica come un costo. Fare manutenzione a un ponte è considerato un costo, non un investimento. Tuttavia, come sa chiunque sia bravo a Roller coaster tycoon, non guadagneremo niente se il Rocky road coaster 3 si rompe di continuo!
Questo aspetto spesso non emerge nel dibattito pubblico sull’economia. La spesa pubblica viene contrapposta al benessere del settore privato. È la cosiddetta teoria dello spiazzamento, secondo cui la spesa pubblica convoglia denaro che potrebbe essere usato altrimenti nel più efficiente settore privato, dove risiede la vera creazione di valore. Il che però non regge a un esame approfondito nell’Europa di oggi.
Gli economisti Philipp Heimberger e Cara Dabrowski di recente hanno pubblicato uno studio innovativo che dimostra l’impatto degli investimenti pubblici in Europa nei decenni passati. Gli studiosi evidenziano che una spesa pubblica elevata «ha effetti favorevoli su produzione e occupazione nel breve e medio periodo, non ostacola gli investimenti privati e non compromette la sostenibilità del debito pubblico». In sintesi: l’economia dello stato non è come quella di una famiglia, in cui dev’esserci un equilibrio perfetto tra entrate e uscite, e spendere molti soldi non equivale al comportamento “sconsiderato” di una persona che perde la testa in un centro commerciale.
La spesa pubblica può ampliare le capacità di un’economia nel suo complesso, sia quella pubblica sia quella privata, e rendere più facile e sostenibile fare affari. Heimberger e Dabrowski rilevano che «Ogni euro di investimenti pubblici genera più o meno 1,30 euro di ricavi adeguati all’inflazione nel giro di tre anni».
Le aziende di tutto il mondo hanno bisogno di elettricità, di ponti che reggono, di buone linee telefoniche, di un’efficace connessione internet e di persone istruite, felici e in buona salute. Adesso però in Europa sta accadendo esattamente il contrario, a causa di norme dell’Unione estremamente inadeguate sulla spesa pubblica di cui la maggior parte degli europei non sa nulla. Queste norme fiscali stanno costringendo più di un terzo dei paesi del continente a tagliare la spesa pubblica nel prossimo decennio. E tutto perché le regole sono ancora basate sulla teoria dello spiazzamento.
L’anno scorso la Germania sembrava sul punto di fare una cosa giusta: stanziare 500 miliardi di euro per le infrastrutture (anche se a me sarebbe piaciuto vedere più investimenti per modernizzare il settore della cura). E cos’è successo? Tra l’80% e il 95% delle risorse dei fondi è stato destinato a spese di breve periodo, per rientrare nei vincoli di bilancio a breve termine. Il paese era talmente sottofinanziato che «abbiamo scoperto che i politici hanno usato quasi tutti i fondi finanziati dal debito per altri scopi, e nello specifico per coprire deficit di bilancio. Questo è un problema enorme», ha dichiarato a Politico Clemens Fuest, presidente dell’Institute for economic research (Ifo), uno dei più importanti centri studi tedeschi sull’economia.
La politica moderna è governata dalla contabilità. Nel 2025 in Germania il governo ha visto all’improvviso una possibilità di sistemare i ponti perché poteva rientrare tra le “spese militari”, una voce in uscita che tutti i paesi devono sostenere per legge. Purtroppo non ci sono obblighi di legge simili per la manutenzione sostenibile delle infrastrutture destinate all’uso quotidiano. Il foglio di calcolo è diventato più concreto della realtà, le regole di bilancio stanno plasmando il mondo.
Nella comunità della decrescita economica c’è una specie di mantra: «Meglio una decrescita pianificata che una decrescita forzata». Il detto evidenzia che diminuire le emissioni di anidride carbonica e usare meno plastica, legno e minerali per un certo periodo di tempo può anche sembrare spaventoso, ma non è davvero niente se paragonato al non avere alternative.
L’attuale crisi energetica provocata dalla guerra che Israele e Stati Uniti stanno conducendo in Medio Oriente conferma questa previsione: siamo in un’epoca di decrescita forzata.
Il commissario per l’energia dell’Unione europea Dan Jørgensen di recente ha dichiarato: «Più riusciremo ad agire per risparmiare il petrolio, e soprattutto il diesel, e in particolare il diesel per gli aerei, meglio staremo».
Jørgensen, infine, ha concluso con quelle che suonano come le proposte di giovani attivisti per il clima: «Bisogna lavorare da casa se possibile, ridurre di dieci chilometri orari i limiti di velocità in autostrada, incoraggiare gli spostamenti con i trasporti pubblici, usare le auto private con targhe alterne, aumentare il carsharing e adottare pratiche di guida efficienti».
Non abbiamo le infrastrutture necessarie ad affrontare le nuove esigenze. Una crisi mostra sempre le crepe nelle fondamenta. Quando le risorse finiscono, la cosa più importante è prendersi cura di quello che hai già. Ogni vero tycoon lo sa.
(Internazionale, 24 aprile 2026)
In occasione della scomparsa di Lia Cigarini, la trasmissione di Radio Popolare “Sui generis”, prodotta e condotta da Elena Mordiglia, ha dedicato uno spazio al ricordo dell’avvocata, femminista e cofondatrice della Libreria delle donne.
Nel corso della trasmissione di venerdì 24 aprile ha mandato in onda quattro ricordi di donne che nella Libreria l’hanno conosciuta e hanno condiviso dei tratti di strada con lei. Interventi di Michela Spera, Giorgia Basch, Traudel Sattler e Silvia Baratella.
La parte di trasmissione dedicata comincia al minuto 42’52” del podcast.
https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-suigeneris/suigeneris_24_04_2026_20_30
(Radio popolare, “Sui generis”, 24 aprile 2026)

In Assemblea CNEL il ricordo della sua recente scomparsa
Nel corso dell’Assemblea del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro di questa mattina la consigliera Rossana Dettori, presidente del Comitato per le pari opportunità, ha ricordato Lia Cigarini, scomparsa lo scorso 20 aprile.
«Desidero dedicare un momento di questa Assemblea – ha dichiarato la consigliera Rossana Dettori– al ricordo di Lia Cigarini, figura di altissimo profilo intellettuale e politico, e storica femminista del nostro Paese, scomparsa lo scorso 20 aprile.
Molti conoscono Lia per il suo fondamentale ruolo nella libreria delle donne di Milano – di cui è stata fondatrice – e per i suoi studi pioneristici sulla libertà femminile, ma il suo grande contributo, che vorrei ricordare qui oggi, è sulla sua visione del lavoro.
Non credere di avere diritti (1987) è il suo libro più conosciuto, studiato anche nelle Università, nel quale l’autrice non si limita a chiedere il raggiungimento della piena parità, ma segnala la necessità, per le donne, di affermare la propria differenza per cambiare effettivamente il mondo.
Lia – prosegue Dettori – non ha mai considerato il lavoro come un semplice dato statistico, o una variabile economica, ma ci ha insegnato che il lavoro ha una profonda qualità relazionale – spesso dimenticata o sottovalutata – in cui si esercita la libertà di ogni persona e, in particolare, la libertà delle donne, attraverso il buon lavoro.
Lia, con il suo instancabile lavoro, ancora oggi, ci ricorda che ogni nostra decisione sul lavoro deve avere come obiettivo la valorizzazione della dignità e la rimozione di quegli ostacoli che impediscono – in particolare alle donne – di esercitare appieno la propria libertà, autorevolezza, e competenza.
Ricordarla qui oggi, significa, anche per noi, impegnarsi a fare di questa Istituzione un luogo dove la differenza non è un ostacolo, ma una risorsa, un valore e una grande ricchezza. Un luogo dove la politica non è gestione del potere, ma servizio alla collettività e cura e rispetto di chi vive lavorando nel nostro Paese.
Il suo esempio di donna libera, capace di dialogare con tutte le complessità, sia per noi un invito a lavorare con maggiore consapevolezza e responsabilità per il bene comune», conclude la consigliera.
(https://www.cnel.it/, 22 aprile 2026)
Avvocata e giurista, tra le protagoniste del femminismo italiano, è venuta recentemente a mancare. Il ricordo e il saluto di Fiom e Cgil

La sera di lunedì 20 aprile è morta Lia Cigarini (1937-2026) avvocata e giurista, tra le protagoniste del femminismo italiano. Con altre Lia ha fondato nel 1975 la Libreria delle donne di Milano.
Negli anni in cui nasce la Libreria delle donne nasce l’esperienza del femminismo sindacale, un’esperienza unica in Europa, in cui le donne unitariamente svilupparono riflessioni e lotte sul rapporto tra donne e lavoro.
Con il rinnovo del contratto del 1973 le metalmeccaniche e i metalmeccanici conquistavano le “150 ore retribuite”, uno spazio e un tempo di libertà che operaie, delegate e sindacaliste scelgono di utilizzare con incontri separati di sole donne «rivendicando un tempo tutto per sé nel quale riappropriarsi della cultura»; l’incontro con il movimento femminista le aiuta a ripensare il lavoro a partire dalla propria esperienza, dal pensiero politico e dalla pratica politica del movimento delle donne; con «il separatismo, l’autocoscienza, il partire da sé» le donne della Fiom e della Cgil iniziano a interpretare e leggere la condizione di lavoro a partire dall’esperienza.
Sono gli anni in cui il movimento delle donne attraversa e contamina tutti i rapporti sociali e il sindacato, un “dentro e fuori” che diventa ed è pratica politica, producendo una rivoluzione senza precedenti nella politica e nel costume; nella vita delle persone, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la legge sulla parità di trattamento salariale, l’aborto sono temi nella vita di ognuna di noi.
In ogni realtà sindacale e nelle fabbriche nasce l’esperienza dei collettivi di sole donne e dei coordinamenti delle donne; nasce la pratica di gruppi di donne che svolgono lavoro politico nel sindacato che si mettono insieme al di fuori delle regole dell’organizzazione e si danno una forma politica. Da questa pratica le donne del sindacato ricavano la forza di essere e fare il sindacato nei diversi livelli dell’organizzazione, determinandone l’azione di rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori.
Qui incontriamo Lia, la Libreria delle donne di Milano e una radicalità di pensiero e pratiche politiche per il diritto e il lavoro, per la politica; incontriamo il femminismo della differenza perché siamo interessate alla questione di come «tradurre in realtà sociale l’esperienza, il sapere e il valore di essere donne» su cui stanno ragionando Lia e la Libreria nel Sottosopra verde, perché abbiamo la necessità di costruire nuovi rapporti di forza per arginare e contrastare la mistificazione a cui assistiamo sul tema della rappresentanza che costruisce recinti e riserve in cui rinchiudere l’esperienza delle donne.
È una relazione durata e cresciuta nel tempo, da cui abbiamo ricavato forza nel continuo e reciproco scambio di pratiche e pensiero politico. Lia ci seguiva ed era interessata al nostro lavoro, alle nostre difficoltà, alle nostre conquiste; una mente politica e sindacale che individuava subito il punto in una discussione e una sapienza delle relazioni che appianava ogni ostacolo e valorizzava ogni esperienza. L’abbiamo invitata più volte a partecipare alle nostre iniziative, in Fiom e in Cgil, e sempre ha consegnato alla discussione un contributo che cambiava lo sguardo di tutte e di tutti.
L’ultimo incontro pubblico in occasione del convegno organizzato dalla Libreria in Sala Alessi a Palazzo Marino a Milano, una giornata di studio per riportare al centro il suo pensiero mettendone in rilievo la vitalità e la forza politica per l’oggi, dove abbiamo ragionato di libertà senza la quale non c’è dignità nel lavoro perché la libertà e il lavoro sono stati temi al centro della sua elaborazione politica e sono temi centrali nella nostra pratica sindacale.
Un saluto e un abbraccio Lia, dalla Fiom e dalla Cgil.
(https://www.collettiva.it/copertine/italia/leredita-di-lia-cigarini-evke1cgc, 22 aprile 2026)
Lunedì 20 aprile è morta la femminista Lia Cigarini, una delle fondatrici, nel 1975, della Libreria delle donne di Milano. Lì è nata nel 1987 la nostra rivista Aspirina, di cui era direttora responsabile/irresponsabile la scrittrice Bibi Tomasi. Da lì Aspirina è uscita nel 2018 diventando Erbacce.

(Erbacce, 22 aprile 2026)
A.D., la donna che ha lanciato i suoi tre figli e poi se stessa dal terzo piano, abitava a meno di un km dalla mia casa di famiglia dove mi trovo adesso. Siamo tutti sconvolti. Conosco persone che la conoscevano, e non avevano mai percepito segnali di disagio mentale grave, salvo una lieve depressione post-partum (che però, si sa, può rivelarsi devastante). Non è neanche vero che fosse circondata da un deserto di solitudine sociale, perché frequentava assiduamente la comunità parrocchiale che è appunto una vera comunità, ricca di rapporti non formali e con a capo un sacerdote di rara sensibilità. Leggo giudizi come al solito troppo istintivi e affrettati. Io credo che si debbano sospendere, e che la sola cosa da fare sia chiedersi se siamo diventati tutti/e ciechi/e davanti al disagio mentale, o se il disagio mentale sia talvolta così muto da essere indecifrabile.
(facebook, 22 aprile 2026)
Una frequentazione lunghissima, fatta di scambi quotidiani e politici, con la scoperta dell’autocoscienza come inchiesta delle donne su loro stesse
Non riusciva a sorridere quando l’ho vista l’ultima volta nell’ospedale dove dopo l’ictus era stata ricoverata per riprendersi e tornare alla vita. Era arrabbiata, Lia, perché non riusciva ancora a parlare, sebbene si sforzasse per farlo. Intorno, nelle pur belle sale dell’edificio destinato alle lunghe degenze, molte persone in carrozzina che chiacchieravano animatamente fra loro, relativamente serene. Lia invece, resa muta dalla lentezza della sua guarigione, e dunque isolata da tutti, non sorrideva.
Ripartita per Roma quella sua immagine corrucciata mi è restata impressa, ho continuato a pensarla così, mortificata, e aspettavo di liberarmi anche io dai miei malanni per poter tornare a Milano al più presto e trovarla finalmente guarita. Non è stato così: ieri all’alba sul mio telefono un primo messaggio, che mi ha avvertito che la sera prima Lia se ne era andata.
La mia amicizia con Lia Cigarini ha una data antica, più antica di quella in cui il suo contesto – pensieri, riflessioni, esperienze e anche amicizie – è diventato il femminismo. La mia amicizia molto stretta con lei nasce dalla Fgci, lontani anni ’50, quando Lia diventa la prima segretaria dell’organizzazione di una delle grandi città italiane, Milano. La mia stessa organizzazione, io a Roma a dirigerne il settimanale Nuova Generazione. Tutte e due impegnate in un lavoro «da maschi», o meglio coperto dall’imbroglio del neutro, soddisfatte perché all’epoca esser donne significava essere «un po’ meno», un po’ più stupide, più malaticce, più debolucce. Per difendersi non c’era che travestirsi da maschi. E così erano tutte quelle che all’epoca frequentavamo. Erano gli anni in cui stava prendendo forma quella che fu poi chiamata l’area ingraiana, la sinistra da cui è poi nato il Manifesto, e ci trovavamo a Milano, a via Bigli, a casa di Rossana Rossanda, con Lucio Magri, Michelangelo Notarianni, Achille Occhetto, Luca Cafiero. Ho ancora le lettere – non c’erano i telefoni cellulari e perciò si comunicava così – che commentano quegli incontri, i più giovani che chiamano ancora Rossana «signora Banfi».
Scusate se vi parlo di quella stagione, ma Lia per me nasce lì, anche se poi lei scopre il femminismo ben prima di me ed è a lei che debbo le prime illuminazioni. Il Manifesto è già nato, ed è dal suo numero 2,1969 che Lia ne spiega il significato, come Demau, il primo nucleo del femminismo della differenza. È grazie a Lia che ho cominciato a sapere e a capire; è grazie a lei che ho scoperto la straordinaria importanza dei gruppi di autocoscienza, di cui quando sono nati ero diffidente, non capivo perché le donne volessero essere sole a parlarsi fra di loro, non avevo neppure intuito che avevano bisogno di fare un’inchiesta su loro stesse, per cominciare ad afferrare cosa voleva dire essere donne, «un lavoro lungo tutta la vita», come scrisse Simone de Beauvoir.
A Milano io andavo sempre a dormire da Lia, all’epoca a via Legnano, dove ha vissuto per alcuni anni con Aldo Tortorella. Nella casa, in bagno, c’erano due lavandini e per tutta l’epoca in cui proprio a Milano si andava avvicinando la rottura che portò alla nostra radiazione, al mattino ci ritrovavamo a lavarci i denti insieme ad Aldo, che invece col Manifesto non ebbe mai a che fare. E ricordo che lui mi si rivolgeva arrabbiato e mi diceva: «sei una pirla, proprio una pirla». Lia fu invece vicina al Manifesto perché a dargli vita sono stati i suoi migliori amici – Lucio, Michelangelo, Achel, io – ma il suo impegno e interesse era già tutto per il femminismo. Che tuttavia non è stato speciale solo per essersi qualificato a partire dalla differenza femminile e dunque di tutto quanto a questo fa seguito, ma senza mai perdere l’attenzione per la battaglia politica direttamente legata al conflitto di classe, un terreno diverso, certo, da quello del movimento operaio ma anche per molti aspetti comune.
Lia è stata, infatti, assolutamente unica, nel panorama del femminismo, nel restare legata al sindacato, occupandosi delle operaie (le prime, ricordo, furono quelle della Siemens), presente sempre a tutti i convegni Fiom, partecipe di tutti i problemi diversi ma anche comuni. Lo provano tanti dei suoi scritti. E vorrei che tutti andassero a rileggerli oggi, in una fase in cui si ridiscute se sia possibile che esistano due movimenti – quello delle donne e quello dei maschi – e però possa continuare a esistere un solo Partito. È l’interrogativo che si è imposto fino all’ultimo a Rossana, come testimoniano i suoi scritti in preparazione di un libro che avrebbe dovuto scrivere sull’argomento insieme a Balibar, appunti ritrovati dopo la sua morte sul suo computer.
Gabriele Polo li ha ritrovati e ne ha fatto un interessante libro. Un solo partito, ribadisce Rossanda, perché c’è anche un nemico comune: il capitalismo, giacché non penseremo mica che si possa rendere vincente la nostra rivoluzione femminile nell’ambito di questo sistema così lontano per via delle sue strutture e dei suoi valori come questo per cui gli esseri umani sono solo merce.
E a proposito della rivoluzione: in queste settimane tutte dedicate a celebrare l’anniversario del voto alle donne mi sono sentita fare cento volte domande su cosa quelle donne che votarono allora per la prima volta si aspettavano dagli anni a venire, anni che con il loro voto per la prima volta avevano potuto contribuire a delineare. Ebbene: mi è venuto in mente che certo le aspettative furono tante e molte furono anche soddisfatte. E però nessuna, proprio nessuna avrebbe mai pensato che il futuro sarebbe stato segnato nientemeno che da una rivoluzione, la sola vincente pur con tutti i suoi limiti, e la sola di dimensioni mondiali: quella femminile! Non è cosa da poco.
Ma Lia non c’è più, e non riesco a rassegnarmi.
(il manifesto, 22 aprile 2026)
Addio alla protagonista del femminismo della differenza, se ne va a 89 anni. Tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Nel 1995 è uscito «La politica del desiderio» che raccoglieva i suoi scritti e cruciale è stato il suo volume «Non credere di avere dei diritti». Moltissimo le devono anche i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista «Via Dogana»
Da alcuni anni in qua, alle piccole e deliziose ossessioni che la caratterizzavano Lia Cigarini aveva aggiunto l’invito ricorrente a scrivere autobiografie femministe. Altrimenti, diceva, poco o niente resterà di noi, salvo un pensiero astratto consegnato a una saggistica per poche, laddove solo la narrativa può restituire a tante i mille piani, i colori e i sapori di quella straordinaria avventura esistenziale e politica, personale e collettiva che abbiamo avuto la fortuna di vivere e che va sotto il nome approssimativo di «femminismo».
Lei stessa si doleva di aver raccontato molto di sé, e del rapporto fra dimensione del sé e dimensione della politica e della storia, nei primi anni del movimento, e troppo poco in seguito. Aveva ragione, come sempre del resto. Infatti come restituire, oggi che lei se n’è andata senza lasciarci un’autobiografia, i mille piani della sua vita? Come scrivere l’essenziale che lei non affidava alla scrittura, bensì allo scambio di parola faccia a faccia, alle relazioni in carne e ossa, al realismo della pratica? Come descrivere la sua figura asciutta ed elegante, il sorriso aperto e ironico, la sigaretta che chiudeva ogni pasto prima della frutta quando lei si alzava dal tavolo e si sdraiava su un divano? E come dire della sua grandezza politica, di quella sua aura che per tante di noi ha fatto da bussola per decenni, in un mondo senza bussole e pieno di idoli senz’aura?
Meglio seguire la scia luminosa dei ricordi. Roma, primavera 1983, un’assemblea affollatissima di donne riunita a discutere il «Sottosopra verde» Più donne che uomini con «le milanesi» venute a presentarlo: fu lì che incontrai di persona Lia per la prima volta (e con lei Luisa Muraro, e capii quale forza può avere una relazione fra due donne), e fu un incontro decisivo – anche per la mia vita professionale, come forse ricordano lettori e lettrici d’antan di questo giornale.
Era un tempo confuso, con tanti e tante pronti/e ad annettere il destino del femminismo alla parabola discendente della sinistra ex sessantottina o alle false promesse della modernizzazione craxiana. Quel testo fulminante raccoglieva la radicalità del femminismo degli anni Settanta e la rilanciava in un lessico inedito – desiderio, agio, voglia di vincere – che da un lato tagliava i ponti con il paradigma dell’oppressione femminile proprio della sinistra storica, dall’altro alzava la scommessa della libertà femminile sottraendola al neoliberalismo montante. Era tracciata la sagoma del femminismo della differenza per i decenni a venire: di lì a poco avrebbe proseguito l’opera Non credere di avere dei diritti, il libro-cult della Libreria delle donne di Milano che molto deve a Lia, come molto, moltissimo le devono i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista Via Dogana.
Flashback su Milano, 1966. Una non ancora trentenne Lia Cigarini «si aggirava un po’ stordita – sono parole sue – dopo la sconfitta della sinistra comunista all’XI Congresso del Pci, decisa solo a non rifare alcuna esperienza di partito, e con in mano uno scritto che parlava di trascendenza anziché di questione femminile»: era Il maschile come valore, proto-testo del femminismo della differenza stilato dal collettivo Demau e pubblicato nel 1969 sulla rivista de il manifesto: molto di quello che abbiamo sviluppato in seguito viene da lì. Sarà poi su iniziativa di Lia che vedrà la luce nel 1975 la Libreria di Milano, a tutt’oggi, per le amiche ma anche per chi amica non ne è mai stata, la più importante e più longeva istituzione del femminismo italiano.
Lia l’ha abitata e animata come sovrana «signora del gioco» fino all’ultimo, e la concepiva come una finestra sul mondo: alla lettera, un posto aperto sulla città, diceva sempre, dove le donne entrano, escono, si incontrano, parlano, si scambiano idee, leggono i giornali, discutono i libri, intrecciano amicizie e amori, portano desideri e progetti.
Dall’incontro del 1983 nacque tra noi un’amicizia inossidabile, fatta di molti accordi nonché di qualche disaccordo («sei troppo pessimista», mi diceva spesso, e io «sei tu troppo ottimista»). Le cartoline raccontano di riunioni in Libreria, seminari al Centro Virginia Woolf di Roma, convegni all’estero, vacanze al mare, il tutto in un clima di felice baldanza in cui la chiave della differenza ci apriva, o sembrava aprirci, tutte le porte necessarie per colpire al cuore con la nostra critica la crisi della politica tradizionale. Anzi maschile, precisava sempre Lia, perché è la politica maschile a declinare, da quando non ha trovato risposta all’altezza della sfida lanciata dalla libertà femminile.
A un certo punto, nel ’95, a Liliana Rampello venne l’idea di raccogliere gli scritti di Lia disseminati per ogni dove, e Luisa Muraro mi chiese di introdurli. Così ce ne andammo tutte e tre a Manarola, dove un mare pieno di meduse invitava più a lavorare che a nuotare. Il libro uscì per Pratiche con il titolo La politica del desiderio, e nel 2020 è stato aggiornato agli scritti di Lia più recenti e ri-editato per Orthotes a cura di Stefania Ferrando e Riccardo Fanciullacci, con una intervista di Riccardo in cui Lia ripensa il proprio percorso.
Non è una autobiografia, ma molte tracce di vissuto pervadono la sua scrittura scarna e precisa e il suo ragionamento rigoroso su tutti capitoli del pensiero della differenza ai quali ha dato un’impronta indelebile: il rapporto fra pratica analitica e pratica politica (su cui era tornata nel volume a cura di Chiara Zamboni La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti & Vitali 2020), il fantasma del materno (tema privo in Lia di retoriche rassicuranti), la libertà e l’autorità femminile, la critica della rappresentanza e dell’emancipazione, il rapporto fra politica e diritto («la politica è sopra la legge»), la priorità delle pratiche sulla teoria, la centralità del lavoro nelle vite femminili. Nessun grazie di quelli che le dobbiamo colmerà il vuoto di una intelligenza e di uno stile inimitabili.
(il manifesto, 22 aprile 2026)
In Cisgiordania i coloni israeliani sottopongono donne, uomini e bambini palestinesi a violenze sessuali e ad altre forme di abuso basate sul genere con l’obiettivo di allontanarli dalle loro terre. È quanto emerge da un rapporto del West Bank Protection Consortium guidato dal Norwegian refugee council che denuncia come molestie, aggressioni e umiliazioni sessualizzate siano tollerate dalle forze israeliane presenti sul terreno in un clima di impunità che favorisce ulteriori abusi. Nell’audio che avete ascoltato un giovane palestinese intervistato dalla CNN racconta l’umiliazione subita dai coloni che dopo averlo spogliato gli hanno legato i genitali con delle fascette e lo hanno mostrato ai suoi familiari. Ma ad essere prese di mira come conferma il rapporto sono soprattutto le donne e le ragazze. Ne parliamo con Cecilia Dalla Negra giornalista e autrice di “Questa terra è donna, movimenti femminili e femministi palestinesi” pubblicato da Astarte.
Il Norwegian Refugee Council è un’organizzazione umanitaria internazionale che da oltre 75 anni sostiene le popolazioni costrette alla fuga o forzatamente espulse in contesti di conflitto che ha appena pubblicato questo report in cui attraverso numerosissime interviste e focus group realizzati nella Valle del Giordano nell’area centrale della Cisdordania e nelle colline a sud di Ebron, dunque in area C, l’area interamente sottoposta controllo amministrativo e militare israeliano che rivelano un uso sistematico di violenza di genere, violenza sessuale, abusi e minacce rivolte in particolare contro donne e minori e commesse dai coloni israeliani nella totale impunità.
Il rapporto prende in esame il periodo conseguente di ottobre del 2023 e configura queste violenze come una vera e propria strategia volta a terrorizzare la popolazione palestinese in qualche modo costringerla alla fuga dai propri villaggi. Entriamo un po’ nel dettaglio del rapporto e di cosa racconta, quali violenze documenta e con quali conseguenze per i palestinesi e le palestinesi.
Il rapporto ci dice qualcosa che in realtà la popolazione palestinese denuncia da sempre, in particolare ciò che rileva è che il 70% delle persone intervistate considera queste violenze o minacce di violenze di genere sessuali come un displacement driver, vale a dire la ragione principale per abbandonare case e villaggi.
Ci dice che queste violenze si inseriscono evidentemente in un contesto di sistemica violazione e abuso coloniale esteso che però è enormemente aumentata dopo l’ottobre del 2023, basti pensare che si registrano nella sola Cisgiordania occupata oltre 1800 episodi di violenze e si stima che adesso ci siano oltre 50.000 persone a rischio. E infine ci dice che violenza di genere e violenza sessuale sono pattern, cioè un comportamento ripetuto nel tempo che irrompe anche negli spazi domestici e privati, dunque con irruzioni dentro le case, dentro le camere da letto, negli spazi più intimi in cui le donne abitano con delle conseguenze gravissime sia a livello evidentemente fisico e psicologico immediato ma anche in seguito allo sfollamento forzato, se pensiamo che la maggior parte dei minori e delle minori che poi si ritrovano in uno stato appunto di sfollamento non hanno poi accesso o continuità allo studio e che per le donne c’è una gravissima conseguenza di perdita dell’indipendenza economica e del lavoro. La violenza sessuale non è una novità nei contesti di guerra, in questo caso però non è un effetto collaterale del conflitto ma fa parte di una strategia che punta ad allontanare i palestinesi dalle loro terre.
Possiamo parlare di un trasferimento forzato?
Possiamo decisamente parlare di un trasferimento forzato che, è utile ricordarlo, rappresenta un crimine di guerra secondo la Convenzione di Ginevra e per il diritto internazionale umanitario. Purtroppo l’uso della violenza sessuale di genere in Palestina ad opera della potenza coloniale israeliana che si tratti dell’esercito, dunque delle forze armate regolari, o della popolazione di coloni è tutto fuorché una novità e, come ampiamente dimostrato, è stata utilizzata già nel 1948 durante la Nakba, la catastrofe palestinese, proprio per terrorizzare la popolazione e spingerla a lasciare le proprie terre. All’epoca furono centinaia di migliaia le persone costrette ad abbandonare città e villaggi e sono numerosissimi i casi di violenza sessuale che sono stati testimoniati.
È stata usata sistematicamente anche come forma di deterrenza alla partecipazione politica delle donne nel corso dei decenni, se pensiamo all’utilizzo che viene fatto dello stupro all’interno delle carceri come ampiamente denunciato dalle prigioniere, dalle detenute politiche palestinesi, purtroppo è utilizzata ancora oggi, quindi sono tutte strategie volte evidentemente a tormentare la popolazione e fare in modo che abbandoni la propria terra.
Anche se non sono le uniche, come ci dice il rapporto, le donne palestinesi sono le principali vittime di violenze e abusi sessuali e tu ti sei occupata in particolare proprio della loro condizione sotto l’occupazione israeliana. Al di là degli abusi sessuali, in quale modo specifico l’occupazione agisce sulle donne palestinesi?
Da un punto di vista materiale, agisce in una fittissima rete di checkpoint che costellano tutto il territorio della Palestina occupata e ai controlli corporali e violenti a cui le donne sono sottoposte nell’attraversamento di queste frontiere di fatto.
Pensiamo alle limitazioni alla libertà di movimento, di studio, all’accesso alle cure, al lavoro, anche alla stessa organizzazione politica a cui vengono sottoposte evidentemente queste frontiere coloniali, hanno sui corpi femminili un peso diverso rispetto a quello che hanno sui corpi maschili sebbene l’intera popolazione palestinese sia sottoposta a un regime di violenza sistemica ed estesa. Le condizioni di militarizzazione e di violenza a cui assistiamo in Cisgiordania, nella striscia di Gaza non ne parliamo, non sono certo favorevoli evidentemente per la libertà e l’autodeterminazione delle donne, ma c’è anche un aspetto simbolico da tenere in considerazione, che riguarda il controllo dei corpi femminili palestinesi necessario alla potenza coloniale per esercitare il suo dominio: è centrale la loro capacità generativa di riproduzione della popolazione della Palestina stessa, della capacità di resistenza, e dunque sono corpi che da sempre rappresentano una minaccia demografica che Israele tende a voler controllare nel suo progetto di colonialismo di insediamento che, quindi, ha come obiettivo la permanenza e lo sterminio della popolazione indigena. Dominio coloniale e patriarcato sono sistemi di oppressione interconnessi come stai dicendo, si intrecciano.
Che ruolo hanno avuto e hanno le donne nella lunga storia di resistenza palestinese?
Hanno avuto un ruolo assolutamente centrale, in primis nel rendere evidente questa interconnessione esistente tra esercizio del potere coloniale e sistema patriarcale perché il primo evidentemente sfrutta, nutre e rinforza le gerarchie di genere esistenti all’interno della società per poterla meglio controllare. Questo è vero storicamente in tutti i contesti coloniali e lo è anche nella storia del colonialismo israeliano. E poi le donne hanno avuto un ruolo assolutamente di primo piano nella resistenza a cui, anche se qui insomma se ne sa molto poco, hanno in realtà preso parte sin dall’inizio del novecento e poi lungo tutto il corso della storia palestinese e hanno avuto un ruolo di primo piano anche nella risignificazione di questa violenza subita. Se pensiamo ad esempio alle denunce che a un certo punto le prigioniere palestinesi, rinchiuse nelle carceri coloniali, iniziano a fare tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, denunciando apertamente gli stupri e le violenze subite nelle carceri e quindi riappropriandosi anche di quell’onore che la potenza coloniale voleva togliere loro e, come direbbe oggi Giselle Pellicot, “la vergogna doveva cambiare lato”, che loro avevano tutto il diritto a far parte della resistenza volta alla liberazione nazionale, nonostante appunto contro di loro siano state utilizzate forme di tortura sessuale.
(Il Mondo, podcast di Internazionale, 22 aprile 2026)