Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Femminista, filosofa, scrittrice, docente, per tante di noi è anche stata una grande maestra, colei che ha messo al centro delle nostre vite il pensiero della differenza sessuale e con essa il partir da sé in relazione con altre donne, con la lingua materna e l’autorità femminile.
La scomparsa di Luisa Muraro è avvenuta a poche settimane da quella di Lia Cigarini, un’altra figura importante del femminismo italiano e sua compagna di vita e di pensiero. Insieme a lei Luisa Muraro è stata una delle protagoniste più lucide e coraggiose del femminismo italiano, un femminismo che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica del secolo scorso.
A lei dobbiamo in gran parte l’elaborazione del pensiero della differenza, un approccio che rifiuta l’idea di una parità basata sull’omologazione al modello maschile assumendo invece la differenza come punto di partenza politico e di pensiero.
Con Luisa Muraro perdiamo una donna speciale che non solo ha scritto cose importanti, ma ha anche sperimentato insieme ad altre donne forme nuove del vivere e del pensare, che non ha mai separato la teoria dall’azione, il pensiero dalla pratica e dalla politica, interrogando costantemente il linguaggio, il potere e lavorando incessantemente per far diventare le relazioni tra donne una pratica politica capace di modificare la realtà.
Per lei la filosofia è una riflessione che sorge dalla concretezza del vissuto, da relazioni e pratiche condivise a partire dal riconoscimento della madre come origine di ogni vita, da una genealogia di donne e da legami concreti. Questo significa radicare la riflessione nella propria esperienza, trovando parole fedeli a ciò che si vive “senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe”. Insieme a Lia Cigarini ed altre è stata la fondatrice della libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile di Diotima, luoghi di vita in cui le donne hanno imparato a pensarsi fuori dai canoni che altri avevano costruito per loro.
Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle “anime semplici”, quelle che ascoltano e parlano in “lingua materna”, la lingua della libertà femminile che lei ha vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro portando la felicità di essere donna… e una donna femminista!
La morte lascia sempre un sentimento di solitudine e smarrimento.
Luisa Muraro ha lasciato la scena della vita e della politica delle donne, uno spazio che ha abitato e trasformato radicalmente con l’acutezza del suo pensiero e la luce delle sue parole. Tuttavia, le maestre muoiono ma non ci abbandonano davvero: ci consegnano un testimone. La vera maestria, d’altronde, non sta nel possedere in esclusiva la Parola, ma nel farla sgorgare, suscitando nuovi pensieri e nuove menti pensanti.
Cara Luisa, ti salutiamo raccogliendo la tua eredità, pronte a continuare il nostro cammino come donne consapevoli del proprio corpo sessuato che prende parola nel mondo.
(Facebook Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne, 7 luglio 2026)
Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata sul sito di Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in valore l’opera di Luisa.
Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili.
Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni.
La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazioneper vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla.
Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole,che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà.
Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non
amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi.
Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma.
Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci»
(Comune.info, 4 luglio 2026 https://comune-info.net/luisa-muraro-e-la-rosa-di-silesio/)
Un omaggio a Luisa Muraro, filosofa, femminista e cofondatrice della prima libreria femminista in Italia, la Libreria delle donne di Milano. Alternando il profilo intellettuale alla memoria personale, il testo ripercorre la sua attenzione, profusa nel corso di tutta la vita, al linguaggio come possibile spazio di libertà. La sua eredità viene presentata non come un programma per il futuro, ma come un invito ad approfondire il presente
“L’enigma è del nostro essere corpo e essere parola, insieme”
(Luisa Muraro 1998 [1991] p. 189)
La mattina di sabato 13 giugno è morta a Milano Luisa Muraro, filosofa e femminista. Perdiamo una delle voci più autorevoli del femminismo e della filosofia contemporanea e una testimone del momento dirompente e generativo che è stato il movimento delle donne degli anni Settanta. Già impegnata nel movimento per la pace in Vietnam, nel segno della contestazione studentesca lascia, da assistente e allieva di Bontadini alla Cattolica di Milano, la carriera accademica. Si dedica all’insegnamento nella scuola dell’obbligo, è ingaggiata con la pedagogia antiautoritaria e partecipa insieme a Elvio Fachinelli e Lea Melandri all’avventura editoriale de L’erba voglio. Muraro è tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, la prima libreria femminista d’Italia, aperta nel 1975 negli storici locali di Via Dogana, in Piazza Duomo, sul modello di quella parigina del Mouvement de libération des femmes. La Libreria delle donne è senz’altro la forma più riconoscibile della fecondità della relazione con Lia Cigarini (1939-2026), avvocata, giurista e figura di spicco del femminismo italiano delle origini, anch’essa mancata poco tempo fa, a fine aprile [1]. Luisa Muraro è inoltre stata, insieme ad Adriana Cavarero e Chiara Zamboni e altre, iniziatrice, nel 1984, della comunità filosofica femminile Diotima all’Università di Verona, ateneo dove ha insegnato per molti anni. Il pensiero della differenza sessuale (edito dalla casa editrice La Tartaruga, allora diretta da Laura Lepetit) è il primo volume con cui si esprime Diotima (1987; 1996), che parla non solo attraverso i testi ma anche nella rivista online Per Amore del Mondo e in momenti di scambio in presenza pubblici quali il Grande Seminario annuale.
Muraro è forse conosciuta maggiormente per L’ordine simbolico della madre (Muraro, 1991), testo seminale dove mostra, intrecciando filosofia, psicoanalisi e racconto, l’originaria alleanza tra essere e logos disponibile alla specie umana in relazione alla madre, figura cardine nel suo pensiero. Figura, non metafora né del femminile né del materno, per dire che il pensiero di Muraro non conteneva alcuna idealizzazione della relazione materna, né normatività rispetto a essa. La pensatrice ha pubblicato moltissimi contributi, nei quali la sua penna non ha sostato solo su questioni di matrice filosofica e politica ma anche di storia (con particolare amore e attenzione alla storia delle mistiche medievali). Menziono La signora del gioco (Muraro, 1976), Maglia o uncinetto (Muraro, 1981), Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (Muraro, 1985), Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete (Muraro, 1995), Il Dio delle donne (Muraro, 2003), Al mercato della felicità (Muraro, 2009), Dio è violent (Muraro, 2012), Autorità (Muraro, 2013), L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Muraro, 2016), fino al prezioso Esserci davvero (Muraro e Jourdan, 2025), conversazione con Clara Jourdan dove la sua bibliografia vastissima è ragionata e presentata. Il suo pensiero è stato tradotto in diverse lingue; a lei sono stati dedicati volumi di studio e analisi sul suo pensiero e, a sua volta, è stata traduttrice italiana delle opere di Luce Irigaray.
Il mio ricordo viene dal privilegio immenso, che condivido con molte altre e altri, di averla avuta come maestra. Muraro aveva a cuore la costruzione di un buon ragionamento, rigoroso, meglio se pungente e nuovo, meglio se espresso in una forma interessante e mossa, insieme all’essenziale: che chi parlava si facesse sentire e facesse sentire da dove parlava, ma in una tensione che da quel punto potesse spostarla. Il femminismo italiano della differenza lo ha chiamato partire da sé: con alcune differenze questa formula è parente di quella che forse si conosce di più, in quanto estera, delle standpoint epistemologies. Una maestra che voleva insegnare a tutte e tutti, con l’idea di accogliere ciò che c’era da pensare fuori dai templi del sapere costituito, fuori dalle soggettività costituite tradizionalmente come pensanti.
Capitava di incontrarci sul tram nove, che facendo la circonvallazione interna milanese porta a Piazza Cinque Giornate, dove è situata la sua Libreria delle donne, lei con un carrellino di quelli della spesa, colmo di libri e giornali. Se ti guardava con quegli occhi azzurri chiarissimi, sciacquati, ti sentivi vista fin dentro all’anima. Tante lo sanno: ti inchiodava a te stessa, anche con veemenza, e voleva per te che tu fossi più precisa, più vera, più ambiziosa, con le parole e con la tua pratica di vita. Anche insostenibile, quello sguardo e quella richiesta, alle volte.
Rigorosissima ma creativa, con un sapere intuitivo e ispirato che l’apparentava alle mistiche che amava e all’arte, lavorava sul crinale del dicibile, creando corridoi tra parole e l’immensità del silenzio. Insegnava a trovare uno spartito per muoversi con rigore, libertà e felicità nel dicibilmente vero della propria esperienza e così nel mondo. Come, c’è un modo per includere nel parlato anche tutto ciò che da esso sono stata istruita a tener fuori? Questo movimento la spinse più in là, fino alla pratica politica: cambiare il mondo. Così, è stata fautrice, come altre pensatrici, della rivoluzione simbolica e politica che ha contribuito a creare il soggetto femminile.
Oltre alla Scuola di scrittura pensante, per anni ha tenuto a Milano un’Accademia di filosofia per bambine e bambini, gratuita. Quella dell’insegnamento era per lei una vocazione, in obbedienza alla quale ha saputo praticare un modo di trasmettere ciò che non può essere insegnato. La convinceva questa formula, che nell’insegnare come si scrive, o come si può scrivere o come si può migliorare il proprio scrivere, si insegna altro: “perché la scrittura, la parola, attingono a un qualcosa di inesauribile, e quindi nell’insegnarle, nell’impararle, si va verso questo oltre…” [2].
Muraro ha sempre desiderato per il suo corpo studente, a partire dalle periferie desolate in cui ha insegnato decenni fa, che si liberasse anche grazie alla liberazione delle proprie parole. Detestava il conformismo. Il già pensato e il già detto ci assoggettano, ma la lingua che ci dice dove siamo ci fa schivare la cattura del potere. Sarebbe infatti un errore credere che lo spostamento interiore che le pratiche femministe possono provocare stia in una dimensione intimista e individualista; si tratta piuttosto di ristabilire in noi la piena facoltà di un’azione politica, chiarendone la sua radicale vicinanza a quella simbolica, tema che Muraro attraversa per esempio nel pamphlet Dio è violent (Muraro, 2012).
Non si può negare che la mancanza di Luisa generi un senso di perdita, ma la strada, una strada stretta ma dall’orizzonte ampio, è segnata. Non si tratta, potrebbe sorprendere, di un cammino di futuro, non, senz’altro, un futuro inteso come l’indefesso andare avanti, migliorativo, produttivo, orientato al risultato. Laura Colombo, nel commiato a lei dedicato, scrive: Luisa aveva smesso di usare la parola “andare avanti”. Lo disse in piena pandemia. Andare avanti è la parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Meglio andare più a fondo nel presente, diceva [3].
Andare a fondo nel presente significa farsene carico, con lucidità, ripudio per l’ingenuità e un poco di visionarietà. D’altra parte siamo dentro alla politica femminista, che si tramanda un’idea di politica prima (l’espressione è di Cigarini), cioè politica dell’impegno personale per cambiare qualcosa, a partire dalle proprie pratiche, radicate dove si è, non importa quanto circoscritte, mai astratte. Questa politica è giocata nel presente, il che non significa stare nell’economia del ritorno immediato ma piuttosto prendere sul serio la scommessa di cambiamento futuro tanto da renderla già all’opera nell’ora. Così il futuro sarà credibile solo se è all’altezza di un desiderio presente, anche di felicità. Felicità nel discorso politico, che fa corpo con la felicità soggettiva e collettiva: sembra incredibile oggi.
Il femminismo italiano della differenza accorda un primato alle pratiche, questo significa tante cose, tra queste c’è il tener presente il contesto oltre al testo [4]. Esso è un antidoto all’ideologia e alla polarizzazione volgare delle posizioni. Confliggere, è stato detto, significa andare a fondo nel dibattito anche con radicalità senza, però, voler distruggere l’altra, ma c’è anche altro, io credo. Anche amare.
Amare le altre (e gli altri) nei loro difetti e nei loro limiti: anche i limiti delle teorie. Questa è una parte della sua eredità, per me, un’eredità senza testamento (Arendt, 1961; Padoan et al, 2002; Rossi-Doria, 2007), s’intende, e praticabile ancora solo se proteggiamo i luoghi che fanno comunità e ci contengono nel nostro farci e disfarci in relazione. Solo se ci pensiamo parte – protagoniste ma anche responsabili – di un mondo comune che pur potendo procedere anche senza di noi, è fatto di noi: noi che non possiamo essere senza gli altri.
NOTE
[1] Di Lia Cigarini si veda, per esempio Cigarini, L. (2022). La politica del desiderio e altri scritti. Orthotes. [Prima edizione 1995 Pratiche editrice].
[2] Luisa Muraro in un dialogo con l’autrice, 2017.
[3] Laura Colombo, Per Luisa Muraro, Libreria delle donne di Milano.
[4] In questo ricordo vorrei sgombrare il campo anche dall’ingombrante malinteso che il femminismo della differenza sessuale sia un pensiero essenzialista. Radicato nel movimento delle donne degli anni Settanta – della seconda ondata, si direbbe secondo una formula storiografica comune ma non priva di problemi – e sviluppatosi poi nel corso degli anni Ottanta, il femminismo della differenza sessuale pone una questione insieme filosofica e politica: la rottura della dominazione del maschile come valore universale. Aprendo un piano alternativo, non complementare, nel discorso, attraversato dalla presa di parola del soggetto femminile, incarnato e in relazione, il femminismo della differenza prefigura anche la presa di parola di altre soggettività. Esso, inoltre, opera sia come lente per rileggere e recuperare vicende e voci minori della storia, sia come taglio per agire nel presente. Storicamente, questa tradizione prende avvio anche da un sentire l’orizzonte dell’emancipazione raggiunta o da raggiungere come insufficiente, e da una lettura dell’uguaglianza come terreno che disegna come desiderabile ciò che è già dato e già pensato, in una costruzione simbolica e politica il cui architetto è il soggetto maschile, assunto come misura unica dell’umano. Infine, ma dovrei dire innanzitutto, il femminismo della differenza si caratterizza per il suo radicamento nelle pratiche politiche, che costituiscono il primo referente e la prima misura del pensiero. Si configura così come una filosofia relazionale della pratica, nella quale l’atto del teorizzare e l’agire politico rimangono costantemente in dialogo e in reciproca trasformazione. La lettura essenzialista della differenza – purtroppo presente e talvolta appropriata da agende reazionarie – tradisce l’originaria natura critica di un’impresa che prende avvio da un corpo sessuato e sempre in relazione. Tale lettura non appartiene alle intenzioni di Muraro, che non è stata l’unica pensatrice della differenza sessuale, né a quelle di molte pensatrici radicali contemporanee che continuano a richiamarsi a questa tradizione come a una fonte di sapienza, anche in virtù del primato accordato alle pratiche politiche che l’ha mantenuta legata al movimento.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Arendt, H. (2006). Between Past and Future. Eight Exercises in Political Thought. Penguin Books [Prima edizione 1961 Viking Press].
Diotima, (1987). Il pensiero della differenza sessuale. La Tartaruga Edizioni.
Diotima, (1996). La sapienza di partire da sé. Liguori.
Muraro, L. (1976). La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe. Feltrinelli.
Muraro, L. (1985). Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista. La Tartaruga Edizioni. Muraro, L. (1998). Maglia o uncinetto. Manifesto Libri [Prima edizione 1981 Feltrinelli]. Muraro, L. (1991). L’ordine simbolico della madre. Editori Riuniti.
Muraro, L. (1995). Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete. D’Auria. Muraro, L. (2003). Il Dio delle donne. Mondadori.
Muraro, L. (2009). Al mercato della felicità. Mondadori.
Muraro, L. (2012). Dio è violent. Nottetempo.
Muraro, L. (2013). Autorità. Rosenberg & Sellier.
Muraro, L. (2016). L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. La Scuola.
Muraro, L. & Jourdan, C. (2025). Esserci davvero. Libreria delle donne di Milano.
Rossi-Doria, A. (2007). Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne. Viella.
Padoan, D. et al. (2002) Un’eredità senza testamento. Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano.
(AgenziaCult, 4 luglio 2026, https://www.agenziacult.it/letture-lente/equita-di-genere/in-ricordo-di-luisa-muraro-montecchio-maggiore-1940-milano-2026/)
Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno 2026 e con lei scompare una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Se ne va una maestra, un punto di riferimento per molte e molti. Ci lascia un pensiero vivo, che continuerà a orientare la ricerca di chi lo incontra, e un’eredità fatta di luoghi, pratiche, relazioni.
Con Lia Cigarini e altre aveva fondato, nel 1975, la Libreria delle donne di Milano, dove ha preso forma una politica inaudita: partire da sé, facendo dell’esperienza materia di pensiero e di politica; stare in relazione tra donne; praticare l’affidamento, fidandosi del sapere di un’altra.
Luisa Muraro ha visto il limite di un’emancipazione intesa come inclusione delle donne in un mondo già pensato dagli uomini. Per questo ha nominato la libertà femminile che non prende il maschile come misura e non attende dalla legge il permesso di esistere. Questa apertura di orizzonte ha permesso a molte – femministe, sindacaliste, scrittrici, insegnanti – di fare di quella libertà una pratica condivisa.
Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024 curata da Clara Jourdan, seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa ripercorre la sua vita e la genesi delle sue opere.
Qui vorrei fermarmi su Dio è violent (Nottetempo), un testo breve e spiazzante, prezioso per una rivista che pensa la pace come conflitto aperto contro l’ingiustizia. Luisa Muraro interroga una nonviolenza pacificatrice, quella che si fa predica e invito a non usare la forza che pure abbiamo. La violenza va rifiutata, ma non al prezzo di rinunciare a quella forza. Il pericolo politico è disimpararla: consegnare al potere, allo Stato, agli apparati militari ed economici la prerogativa di agire e decidere, lasciando a chi subisce solo il compito di sopportare o testimoniare la propria innocenza.
Il suo pensiero tocca un nervo scoperto del presente. Oggi la violenza dei poteri si presenta come ordine necessario e sicurezza. A chi si oppone viene chiesto di non rompere la scena. Al contrario, Luisa Muraro invita a guardare quella collera, a non demonizzarla né lasciarla agire alla cieca. La rabbia non è buona in sé, diventa politicamente feconda quando trova misura e mediazioni.
È qui che entra in gioco la competenza simbolica femminile. Le donne sono state incluse nel patto sociale moderno in modo asimmetrico: incluse nella sfera pubblica, ma ancora esposte, nel privato, alla violenza maschile. Una posizione obliqua che ha prodotto un sapere: riconoscere i travestimenti della violenza anche quando si presenta come amore e protezione, e sapere quanto facilmente il giusto rifiuto della violenza scivoli nella rinuncia alla propria forza.
Luisa Muraro parla di una volontà non suicida né omicida: non andare a farsi massacrare, non assumere i mezzi del potere che si vuole disfare. Non per spegnere i conflitti in nome della moderazione, ma in un lavoro di mediazione più esigente: trasformare la rabbia in forza simbolica, trovare il “quanto basta” per combattere senza odiare, per disfare senza distruggere.
Da qui si può guardare anche alle pratiche disarmate del nostro tempo. Le donne e gli uomini della Global Sumud Flotilla che mettono in gioco i loro corpi per rompere un assedio sono disarmati e pieni di potenza. Le forme di disobbedienza civile che attraversano i movimenti per la pace mostrano lo stesso: l’azione disarmata non è passività, obbliga il potere a rivelare la propria violenza davanti al mondo. È la forza simbolica di chi disobbedisce, quella che disfa il potere meglio delle armi di chi comanda.
La pace è il lavoro difficile che impedisce alla forza di diventare dominio e alla nonviolenza di diventare rassegnazione. In questo crinale, scomodo e necessario, il pensiero di Luisa Muraro ci ha insegnato a stare.
(Mosaico di pace, rivista mensile di Pax Christi, luglio 2026)

Luisa Muraro è morta la mattina di sabato 13 giugno. Ho avuto la notizia mentre ero in viaggio da Ravenna verso Milano, per partecipare alla redazione aperta di Via Dogana alla Libreria delle donne, luogo che Luisa co-fondò nel 1975 insieme ad alcune socie e che ha segnato la storia del femminismo italiano. Il tema dell’incontro sarebbe stato la differenza sessuale, cioè la questione su cui Muraro ha lavorato per tutta la vita, dando a questa parola un significato molto più aperto e diverso di quanto, da fuori, possa sembrare.
Ho conosciuto il pensiero di Muraro mentre scrivevo il mio podcast Nemiche Geniali, in cui ragionavo del bello e del brutto dell’amicizia femminile. La differenza tematizzata da Muraro è infatti il riconoscimento di un’asimmetria non solo nella relazione maschile-femminile, ma anche e soprattutto nelle relazioni fra donne. Muraro ha tenuto insieme, non senza difficoltà, l’idea che c’è qualcosa che le unisce, il riconoscersi in un continuum, in uno spazio differente dall’ordine patriarcale, e qualcosa che le separa. Questa continuità fra donne non deve mai tradursi dal punto di vista politico in universalismo, nell’idea che le donne sono tutte uguali, che vogliono tutte le stesse cose, che aspirano agli stessi obiettivi. È una posizione difficile da difendere, che ha reso Muraro antipatica a molte, e che a volte si è tradotta anche in pratiche faticose e respingenti. Ma io la trovo anche una posizione incredibilmente liberatoria, immaginifica e produttiva. Mi piace perché resta aperta all’ignoto.
Durante la redazione aperta di Via Dogana è stata detta una cosa che mi ha colpita molto. Per essere in disaccordo col pensiero di qualcuna, bisogna avere il desiderio di conoscerla. Questo desiderio si può chiamare amore. Simone Weil lo chiamava attenzione. Per Muraro è la differenza: sapere che siamo diverse, che pensiamo cose diverse, che abbiamo due vite diverse, è ciò che mi spinge verso di te. Se fossimo identiche, che bisogno avrei di fare un passo verso di te?
Io tre anni fa ho fatto un passo verso la Libreria delle donne di Milano, con grande pregiudizio e scetticismo. Mi si è aperto un mondo. Questo non vuol dire che io ora sia assimilata a questo luogo, o sia d’accordo con le posizioni che esprime, ma dopotutto l’identità, il coincidere, non è mai stato il suo obiettivo politico. Molte persone pensano che il femminismo serva a trovarsi, secondo me serve soprattutto a perdersi. Come diceva Luisa, partire senza farsi trovare.
(Sibilla. Newsletter di Jennifer Guerra, 1° luglio 2026)
Il 26 febbraio 2023 un barcone stracolmo di uomini, donne e bambini è stato lasciato affondare a 80 metri dalla spiaggia di Cutro. Il grido dei familiari e dei superstiti della strage di stato è arrivato anche nella sede più alta della pseudo-democrazia europea, il Parlamento di Bruxelles. Grazie all’eurodeputato Mimmo Lucano, che ha risposto alle loro richieste, nelle aule del Parlamento con la partecipazione del gruppo The Left e Carovana Migranti il 24 giugno attivisti calabresi, giornalisti, registi e testimoni oculari della strage si sono incontrati per parlare delle politiche europee responsabili del migranticidio che da anni va avanti nel Mar Mediterraneo e nelle frontiere europee sigillate nei confronti di coloro che fuggono da guerre, povertà e dittature.
Come hanno scritto Fatima Farzaneh e Laila Maleki, che nella strage hanno perso metà della propria famiglia, “È difficile sopravvivere con il pensiero dei nostri cari, morti al largo delle vostre coste, vivere nella speranza di coloro che non ce l’hanno fatta, vivere tra l’angoscia delle famiglie, padri, madri e figli, che attraversano il mare nella speranza di una possibilità di una salvezza, di una vita migliore. Eppure per tutti coloro che hanno perso la vita e per tutti coloro che lottano per la giustizia, questa speranza non deve essere dimenticata e offesa.”
Come ha detto Mimmo Lucano aprendo i lavori dell’incontro a Bruxelles, “È necessario riconoscere questa tragedia come una strage di stato ed è fondamentale chiedere scusa ai familiari in nome delle istituzioni che rappresentiamo. In quel periodo ero sindaco di Riace e avevo chiesto scusa come sindaco. In Calabria è consuetudine che quando muore qualcuno nei giorni successivi si fa silenzio. Per questo vi chiedo di fare un minuto di silenzio, perché quelle di Cutro sono state immagini insopportabili e per qualsiasi cuore umano sono state uno scandalo. E le vedremo anche stasera nel documentario di Bruno Palermo su Cutro. Dopo poche ore dalla strage, mentre il mare ancora restituiva i corpi gonfi dei bambini annegati, abbiamo visto le immagini della Presidente del Consiglio e del ministro Salvini che facevano il karaoke. Loro non hanno avuto alcun rispetto per la vita. Ecco perché vi chiedo un minuto di silenzio”.
“Questo incontro – ha continuato l’eurodeputato – è avvenuto a pochi giorni dal nuovo patto europeo su migrazioni e asilo, che di fatto smantella il diritto di asilo, accanendosi in particolare con speciale crudeltà sui migranti, aprendo alle deportazioni di massa, nei centri di detenzione di Paesi terzi. Siamo quindi davanti a una verità scomoda. Quella di Cutro non è stata una tragedia del mare, è stata una strage politica, il risultato diretto di decisioni precise, di ritardi, di omissioni, di un sistema che ha scelto di non mettere la vita umana al primo posto. Questo sistema ha un nome e una struttura ed è il risultato di anni di politiche europee che hanno trasformato il Mediterraneo in una frontiera armata e omicida. Non è come dice la destra di governo e a volte anche la sinistra di governo, un sistema per gestire i flussi. No, è selezione della vita e della morte. È un sistema europeo e degli Stati membri che antepone logiche di controllo al soccorso, in cui la morte diventa un effetto collaterale e con cui gli Stati rinunciano alla propria umanità politica.
Oggi siamo qui per raccontare la disumanità e il cinismo di una politica che ha trasformato il soccorso in un’eccezione e il controllo nella regola. Non esistono civiltà e democrazia dove la difesa dei confini vale più di una vita. Cutro è il momento più infimo, il vero fallimento morale del cinismo della destra rappresentata dal governo italiano. Se ha qualche valore il mio impegno politico e umano è che i morti di Cutro siano ricordati come eroi, come combattenti della libertà”.
Dopo queste parole ai parlamentari europei, la 25enne afghana Fatima Farzaneh si è rivolta ai parlamentari e ai presenti dicendo che i familiari delle vittime sono andati al Parlamento Europeo per chiedere verità e giustizia: “Chiediamo oramai da 3 anni che le richieste dei familiari vengano ascoltate. Che le responsabilità della strage vengano accertate in modo serio e imparziale. Ogni minuto perduto è costato vite umane: è necessario chiarire perché i soccorsi non sono partiti in tempo, nonostante i pericoli che incombevano sui migranti fossero stati segnalati da Frontex molte ore prima. Chiediamo che i familiari delle vittime che non hanno neanche potuto visitare le tombe dei propri cari possano ricevere un visto dal governo italiano per potersi recare in Italia. Non si tratta di una richiesta straordinaria: salutare un’ultima volta le persone che si amano è un diritto umano fondamentale. Chiediamo inoltre un risarcimento perché abbiamo il diritto che la nostra sofferenza venga riconosciuta. Il denaro non vale la vita di nessuno dei nostri familiari, ma dal 2023 continuiamo a mantenere viva la memoria dei nostri cari e a chiedere giustizia. Abbiamo scritto, parlato e sperato… ma fino a oggi dal governo Meloni è giunta solo una risposta: il silenzio.”
La giovane afghana Zahra Barati ha spiegato che suo fratello era salito sulla Summer Love per sfuggire ai talebani e che la sua famiglia vive costantemente il trauma della sua morte; perderlo è stato un duro colpo per la sua famiglia, in cui sono rimaste vive solo le donne, ora rimaste sole.
Un sopravvissuto alla strage, Almoki Assad ha raccontato che ogni notte si addormenta con le urla delle donne e dei bambini inghiottiti dalle onde e ha esclamato: “Considerate le vittime come parte dell’umanità, non solo come statistiche!”
Particolarmente emozionante l’intervento di Orlando Omodeo, medico della polizia scientifica in pensione. Quella maledetta mattina era lì, sulla spiaggia di Cutro, dove ha soccorso una ventina di naufraghi, ma per la prima volta nella sua vita senza riuscire a salvarne nessuno: “Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Ai nostri politici di destra che parlano di dio, patria e famiglia chiedo: ‘In quale dio, patria e famiglia credete? A chi fate la guerra? Con che coscienza costruite le vostre carriere politiche sull’odio e infierendo sugli ultimi, sui più deboli e sugli inermi?’ Quel giorno in cui 35 bambini sono morti annegati il mare non era, come dicono i politici bugiardi, mosso a forza 7: il mare era a forza 4. I governanti italiani hanno anche detto di non sapere che sulla Summer Love c’erano delle persone: falso! falso!! falso!!!”
“Io c’ero – ha concluso il dottor Omodeo piangendo. – A Crotone ci sono due rimorchiatori oceanici che avrebbero potuto trainare il barcone nel porto. Perché non sono stati usati?”
Un giornalista che ha seguito fin da subito le vicende la strage di Cutro, Giuseppe Pipita, ha invitato tutti ad andare a Crotone a seguire il processo ‘silenziato’: “Il giudice ha deciso di celebrarlo a porte chiuse, negando che alle udienze assistano anche radio e televisioni. Perché? Perché colpevole della strage non è il mare, sono le persone che hanno scelto e deciso di non intervenire”.
Mimmo Lucano ha poi concluso annunciando di aver presentato un’interrogazione parlamentare al governo italiano per chiedere verità e giustizia e una piena ricostruzione delle responsabilità istituzionali e, citando la famosa poesia di Pier Paolo Pasolini, dichiarando: “Io so, ma non ho le prove. Io so che 94 persone tra cui 34 bambini sono morte a pochi metri dalla spiaggia, io so che il Mare Ionio ha restituito i corpi gonfi di neonati e bambini che potevano essere salvati. Quelle persone avevano attraversato il mondo per mettersi in salvo. Per questo, per quelle vite spezzate e per le loro famiglie continuerò a chiedere verità e giustizia e responsabilità”.
(Pressenza.com, 30 Giugno 2026, https://www.pressenza.com/it/2026/06/verita-e-giustizia-per-la-strage-di-stato-a-cutro/)
Ho trasportato sul tavolo tutti i libri di Luisa Muraro; si è creato un lungo vuoto sullo scaffale, ma vederli insieme, un po’ alla rinfusa, rigenera una lunga storia di pensieri, discussioni, incontri. Non ci sono solo i libri, ma cassette registrate, appunti, quaderni pieni di note, articoli di giornale: il percorso della riflessione sul pensiero della differenza che ha attraversato la vita.
Prima vivevo in città e seguivo il movimento femminista paradossalmente da sola, un po’ isolata per la recente maternità e il lavoro alla scuola serale. Non distinguevo l’emancipazionismo, che mi sembrava una necessità primaria, dalla rivendicazione dei diritti e mettevo insieme le diverse anime del femminismo che si mostravano in quel periodo di fine anni Settanta. Tutto mi sembrava nuovo e giusto.
Poi mi sono trasferita a vivere in campagna e ho cominciato a frequentare amiche già abituate a incontri in cui lo scambio delle opinioni era ricchezza e alimento. Ci si incontrava il martedì sera, nelle nostre case, parlavamo e ascoltavamo quanto scaturiva dalle meditazioni su temi offerti da quelle di noi più abituate a sostare nella riflessione; cercavamo argomenti che riguardassero le donne e spesso erano di natura religiosa e fornissero occasione di interpretazioni approfondite, versanti inattesi, indicazioni di vita. Insieme conquistavamo sicurezza e forza nella volontà di affermare un modo diverso di pensare e agire come donne. Elisabeth Schüssler Fiorenza pubblicava in quegli anni In memoria di lei e avviava all’elaborazione della teologia femminista.
Da lì approdammo all’Ordine simbolico della madre, un libro che, prima ancora di conoscerne il contenuto, ci conduceva su un preciso versante del femminismo, quello della differenza sessuale. Uscito nel 1991, entra in profonda analisi della relazione primaria madre-figlia e considera la lingua materna il fondamento culturale dell’umanità. Riconoscere questa autorità femminile originaria sposta l’asse della sottomissione al modello patriarcale che ha estromesso la figura materna da ogni ruolo e ha impedito che il continuum materno, il legame che si perpetra tra figlia e madre, rimandi ai primordi della vita, in un circolo di corpo e parola, di ri-creazione della vita. Si tratta certo di un libro complesso, a volte frainteso che a volte è stato letto come fosse una insistenza sul modello materno e sulle sue qualità. Ma, come scrive su “Doppiozero” del 23 giugno Laura Colombo, “è il contrario: non un ordine parallelo a quello del padre, verticale come quello, ma la contiguità tra corpo e linguaggio, già pensata in Maglia o uncinetto, portata dentro la relazione con la madre, dove taglia l’astrazione della legge del padre invece di imitarla”.
L’ultimo decennio dello scorso secolo vedeva, proprio qui nel nostro territorio, esperienze politiche, come quella di Graziella Borsatti, sindaca di Ostiglia che, per prima, grazie anche all’incontro con la comunità filosofica Diotima, affermò la volontà di una gestione ‘femminile’ delle scelte del consiglio comunale (“Sono qui per amore e per passione”). Muraro stessa venne a incontrare sindaca e vicesindaca proprio qui nella nostra campagna per parlare di pratica politica femminile.
La comunità filosofica Diotima, nata nell’università di Verona nel 1984 su proposta di Luisa Muraro, con Chiara Zamboni e altre, raccoglieva donne dell’università, ma anche docenti di scuola superiore o altre interessate ad approfondimenti di tipo filosofico. La scelta di essere comunità si ispirava ai modelli medievali di comunità femminili, come quelle delle Beghine, e il dibattito tra le donne che la costituivano, portava annualmente al Grande Seminario, aperto a tutte e partecipato da un gran numero di persone.
Per molti anni, tra ottobre e novembre ogni venerdì, ci recammo a Verona per far tesoro di quello straordinario deposito di idee che veniva aperto di volta in volta e di cui Luisa Muraro era custode. Con il suo pensiero, come dice Ida Dominijanni nel suo articolo sul “Manifesto” del 14 giugno, siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.
I tentativi di vivere davvero (“esserci davvero”, dice Luisa Muraro nella conversazione con Clara Jourdan del 2003 e raccolta nel quaderno di Via Dogana) nella esperienza quotidiana, le sollecitazioni che questi incontri producevano in noi e nel nostro ripensare e dibattere, ci portarono a scoprire anche i libri precedenti. Dopo l’esperienza nella scuola dell’obbligo come “pratica antiautoritaria”, nel gruppo coordinato da Elvio Fachinelli, Luisa Muraro aveva scritto La Signora del gioco nel 1976, Maglia o uncinetto nel 1981 e Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista nel 1985. La ricerca sulla caccia alle streghe e sulle due culture, quella delle streghe e quella degli uomini delle classi letterate, che entrano in collisione, intende mostrare la forza delle donne che in ogni modo tentano di uscire dalla condizione di persecuzione.
Maglia o uncinetto è una sorta di anticipazione, in forma di “racconto linguistico-politico”, della riflessione sul linguaggio e sulla lingua materna che troverà più articolata espressione in Lingua materna scienza divina, protagonista Margherita Porete, un libro fondante che raccoglie conferenze tenute in varie città alcuni inediti e articoli per “Bailamme”, la rivista voluta da Romana Guarnieri che divenne occasione di incontro e amicizia tra la studiosa dei movimenti beghinali del Medioevo e molte femministe.
In Lingua materna scienza divina è pubblicato anche il contributo di Luisa al corso di lezioni tenute da Ivana Ceresa per la Scuola di Cultura contemporanea, voluta a Mantova da Annarosa Buttarelli (della Comunità filosofica Diotima) e attiva per anni come straordinario apporto culturale alla città. La serie di incontri, raccolta nel volume Donne e divino, prevedeva una sezione, “Donne e trascendenza”, in cui si inserì La trascendenza nel pensiero classico e della differenza di Muraro.
A quegli incontri vidi Luisa Muraro per la prima volta e per la prima volta compresi, dalle sue parole e dalla forza del suo linguaggio, ruvido e immediato, che era possibile avviare quelle ‘pratiche’ che consentono di adattare al presente della nostra vita le esperienze delle donne del passato, di farne un tesoro eversivo. Contemporaneamente, in modo apparentemente paradossale, proprio questa forma di adattamento consente il ‘partire da sé’, l’indipendenza dal modello maschile e la consapevolezza della novità portata dalle donne, i ‘salti’ che si impongono nella costituzione del pensiero e dell’essere, le ‘acrobazie’ della verità. Lì si trova la ragione che porta Luisa Muraro ad affidarsi alle scrittrici mistiche; la loro parola non è conformata all’ordine delle mediazioni costituite, accoglie diversità e contraddizioni. Nell’Introduzione a Lingua materna scienza divina,Muraro dice: La mia scoperta di Margherita Porete è avvenuta sì in un contesto: l’interesse per la storia e il pensiero delle donne, interesse collegato al femminismo. Ma non fu preparata da una tradizione – la tradizione anzi ci separava – e, lungi dal situarsi entro un orizzonte, mi ha tolto il bisogno e la voglia di avere un orizzonte, gettandomi, tanto per parlar chiaro, nella possibilità dell’assoluto. Il capire, questo intendo dire, può costituire un avvenimento assoluto che ci strappa dal dicibile di una tradizione per renderci capaci dell’indicibile. Con ciò non intendo respingere la tradizione né il metodo scientifico; vorrei solo liberare l’una e l’altro dal postulato di un confinamento assoluto dell’essere umano nella finitezza, postulato che vediamo storicamente affermarsi ai tempi di Margherita, contro lei e contro il movimento religioso di cui è espressione, e contro i teologi che lo difendono, Teodorico di Vriberg e Maestro Eckhart.
Si tratta di muoversi su un altro piano e di assumere come pratica politica il dar vita a nuove combinazioni che possono rendere significativo ciò che non lo era, nella consapevolezza che si tratta di un momento strategico della libertà.
Muraro lo chiama il “buco nella siepe”, perché “la storia umana e la trascendenza divina sono separate da una siepe nella quale la libertà femminile fa un buco; la scrittura ne disegna il bordo”.
Imparavamo, le mie amiche e io, a fare i conti con un modo di pensare che sentivamo più vero, soprattutto capace di dare materia a quell’universo di eventi che ogni giorno attraversava le nostre vite. Partivamo per Orvieto per partecipare ai seminari di Terradilei, a luglio organizzati intorno a Mistica e Politica, a partire dal 1991, da Laura Guadagnin. Oltre a Luisa Muraro, incontrammo Erminia Macola, Monica Farnetti, Grazia Sterlocchi, Sandra De Perini, Antonietta Potente e molte altre. Anche quelle riflessioni sono raccolte in Le amiche di Dio, uscito nel 2001, insieme ad altri saggi, nati in contesti diversi, ma tutti afferenti alla mistica femminile.
Erano gli anni in cui cominciava nel nostro gruppo a delinearsi una linea di pensiero che avrebbe portato alla costituzione della Sororità. Da Ivana Ceresa, amica di Muraro dai tempi dell’università, per entrambe la Cattolica di Milano, partiva la proposta di fondare un Ordine femminile che fosse “un viaggio di esodo dall’omologazione al maschile”. Molte tra noi amiche vi aderirono e la Regola dell’Ordine della Sororità apparve sul numero di marzo del 2000 su “Via Dogana” la rivista della Libreria delle donne di Milano fondata da Luisa Muraro, Lia Cigarini e altre.
Nella nota introduttiva di Muraro per Mie carissime sorelle, il libro che raccoglie gli scritti della fondatrice sulla Sororità, si legge: “La Sororità è l’invenzione di qualcosa che non esisteva e come tale mette alla prova della realtà un’ispirazione… Ivana Ceresa invita a mettersi in viaggio verso un senso libero e personale della differenza di essere donna, lasciandosi alle spalle la subordinazione e l’imitazione degli uomini. E insegna, passaggio decisivo, a far corrispondere a questo guadagno di libertà femminile, una ricreazione di mondo e chiesa”. Qui chiama la Sororità “macchina volante” e riconosce a Ivana Ceresa l’audacia di dare alla luce un’impresa che carica di senso la libertà femminile, trasgressiva, strappata al rivendicazionismo e all’emancipazionismo, disposta ad aprire il suo orizzonte all’impossibile. La teologia in lingua materna, espressione che Muraro preferisce a ‘mistica’, si avvale di amore, di morte e vittoria sulla morte, di felicità; disfa le maglie di questo mondo per far posto ad altro.
Si tratta di porsi fuori dalle mediazioni, fuori da ogni subordinazione tra esseri umani, da ogni dipendenza, come le beghine del Medioevo e come le scrittrici ‘mistiche’ di oggi, da Clarice Lispector a Simone Weil, Cristina Campo e Etty Hillesum. Può capitare di non sapere in quale direzione si stia andando, capita spesso, ma occorre prestare attenzione a quei “chiari del bosco” che ogni tanto si aprono, come insegna Zambrano, e che, quasi esperienza iniziatica, non bisogna cercare ma lasciare che si offrano come nulla e come vuoto.
Al mercato della felicità è un libro del 2009 in cui Muraro riflette sulla forza irrinunciabile del desiderio e che si apre con il racconto, rivisitato dalla tradizione islamica, di Giuseppe ebreo che i fratelli consegnano al mercato degli schiavi. Tra i possibili compratori si fa avanti una vecchia che vorrebbe comprarlo, ma ha solo pochi gomitoli di lana da dare in cambio. È chiaro che non c’è per lei speranza, ma il suo desiderio è tuttavia un formidabile indizio, perché indica la volontà di stare nel mondo eludendo le sue leggi, provando a proporsi nonostante la distanza che la separa dal pensiero comune. Questa “mossa” (un termine che Luisa Muraro amava usare) è presente anche nell’analisi della scrittura narrativa e filosofica di Iris Murdoch che compie una “schivata”, sottraendosi alla costruzione chiusa e definita del pensiero, per oltrepassare la linea della comune approvazione e aprire a un possibile altro.
È, questo elemento, continuamente approfondito; in Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, pubblicato da Carocci nel 2011, ricorda lo sconcerto che si generò, a casa di Romana Guarnieri, quando le “venne un’idea ancora senza parole che però pretendeva di essere esposta subito perché in quel posto e in quel momento non mancava niente per riuscire a formularla compiutamente”. Gli uomini presenti si irritarono, non capivano, il diverbio si fece acceso e Luisa se ne andò. Eppure non era stato un errore voler intervenire in quel modo.
Volevo che lasciassero da parte un modo di pensare e di parlare che rifà il mondo a parole. In positivo, volevo renderli partecipi di un modo di pensare insieme, da me conosciuto grazie al femminismo, che non procede con la sequenza ordinata di discorsi che prendono tutto il posto del reale, ma si aiuta apertamente con elementi estranei al pensiero discorsivo, come le circostanze, la presenza dei corpi, la pressione dei desideri: soltanto con questo scambio misto di parole, silenzi, gesti, sensazioni, avremmo potuto far venire alla luce l’idea che avevo intuita (p. 29).
“L’essenziale di Luisa sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti” (Dominijanni), la mossa della ‘schivata’ appunto, quella posizione asimmetrica propria del femminile che consente anche di leggere la realtà in modo netto e di vederne lucidamente le crepe.
Alla base, o intrecciata a questa postura, c’è l’espressione dell’autorità femminile che Muraro mutua da Hannah Arendt quando avverte che non va confusa col potere, che anzi, come forza generativa, aiuta a fare di una disparità un rapporto di scambio e di trasformazione che apre alla pratica delle relazioni e del reciproco riconoscimento.
Quasi tutti i temi offerti da Luisa Muraro alla nostra riflessione tornano più volte nei suoi libri, negli articoli e nelle conferenze. Della enorme quantità dei suoi contributi alla storia della cultura e al femminismo dà conto il preziosissimo lavoro di Clara Jourdan nel quaderno di via Dogana, Esserci davvero, pubblicato un anno fa.
L’ultimo libro, scritto come scambio/intervista con Lucia Vantini, filosofa e teologa, torna su Il Dio delle donneper rimarcare l’eredità della tradizione mistica.
Inevitabilmente su quella siamo tornate insieme, noi amiche, ancora una volta ieri, mentre facevamo memoria della beata Osanna Andreasi nella piccola chiesa di Carbonarola; ci siamo ricordate di quello che ne aveva scritto Muraro, in riferimento a Ivana Ceresa: “Mantova è una città che ha una tradizione di autorità femminile di origine religiosa: la beata Osanna degli Andreasi è una figura di santa viva – ‘sante vive’ chiamavano le sante riconosciute come tali anche in vita – ed era consigliera dei principi di Mantova. Ivana Ceresa ha fondato un ordine di donne che chiama Sororità e tra le loro sante protettrici ha indicato anche la beata Osanna, insieme a una monaca reclusa amica (Paola Montaldi) con la quale Osanna aveva uno scambio intenso. E qui veniamo a queste amicizie femminili: le amiche di Dio sono amiche tra loro naturalmente, va da sé. E stringono amicizie”. Ci siamo ricordate che Muraro sosteneva di credere nello Spirito santo e abbiamo concluso l’incontro ascoltando il Veni Creator Spiritus intonato alla celebrazione per lei nella Libreria delle donne di Milano che aveva contribuito a fondare.
(Cartavetro, 30 giugno 2026 https://www.cartavetro.com/filosofia/luisa-muraro-nella-nostra-vita/)
“La luce del risveglio”, l’ultimo libro di Francesca Albanese per Rizzoli
Questo non è un libro come un altro. È vita che si comunica in diretta. E che vita. Non solo immersa nella storia mentre accade, non solo testimonianza che ne emerge, ma voce che la muove. Che grida nel deserto ma si fa ascoltare dai milioni, dalle moltitudini immense, dai dannati della terra. Ci vuole la lucidità di un profeta anche solo per vederlo, il presente. Ma ci vuole tutta l’energia del dolore di queste moltitudini, del dolore umano quando si enuncia come diritto negato, per giudicarlo. «Senza storia non c’è comprensione. Senza diritto non c’è misura» – e basterebbero queste due frasi lapidarie per inquadrare la ventura intellettuale e morale che è toccata a Francesca Albanese, relatrice Speciale dell’ONU per i Territori occupati in Palestina, già autrice di ben otto rapporti, uno più asciutto, implacabile e informativo dell’altro nell’accertamento di tutti i fatti che costituiscono violazioni del diritto internazionale vigente.
Ma in questo suo libro – La luce del risveglio (Rizzoli, pp. 304, euro 18) – c’è più che comprensione e misura del presente. C’è il sentimento del presente come tempo di rivelazione, tempo letteralmente apocalittico. Era già il nucleo vivo della lezione magistrale tenuta a Johannesburg nell’ottobre del ’25 dalla prestigiosa cattedra della 23° Mandela Lecture. Ma qui – nel terzo dei suoi libri in italiano, palesemente la sua lingua del cuore – questo sentire si fa letteralmente verbo d’azione, quasi principio di un mondo che nasce: vero richiamo a «esserla, questa rivelazione, a renderla verbo: da verbo rivelato ad azione che può stare nelle nostre mani».
Da cui i verbi-titolo dei capitoli, all’infinito presente, come ondate di questa verità vissuta: sognare, o mettere in azione la speranza, criticare, o discernere il vero dal falso, emanciparsi, o decolonizzare la mente e il linguaggio, resistere, in tutte le forme nonviolente che creano già il riscatto per cui lottano, dal palestinese Sumud che ha soffiato nelle vele delle flottille, al sudafricano Ubuntu che ha insegnato la forza della verità e della riconciliazione alla nazione-arcobaleno di Desmond Tutu e Nelson Mandela.
La nonviolenza attiva da cui fioriscono le altre azioni riparatrici dell’universo: nutrire, anche se le primizie di tutta la terra non placheranno la fame di giustizia per l’assedio di Gaza che perdura, piangere – e allargare, finalmente, l’orizzonte della bussola del lutto (Judith Butler), perché le vite dei dannati valevano quanto le nostre. Curare: il trauma senza fine delle vittime e anche la malattia mortale delle società che diventano genocidarie, curare la profondità della ferita morale anche in noi stessi.
Danzare, come vediamo Francesca fare nella festa-arcobaleno di Johannesburg, per la disperazione dei servizi di sicurezza e in barba al ringhio dei Leviatani che le si levano contro. Danzare la Dabke palestinese che ripara i tetti, la pizzica e la taranta del nostro Sud che riparano i morsi della vita. Danzare perché non si risvegli solo la mente o il cuore, ma tutto il corpo.
E ritornare, infine: ritornare con la mente all’inizio dell’immensa ingiustizia perpetrata in Palestina, che nelle chiavi tramandate e conservate da cinque generazioni di profughi ha il suo simbolo, e nella Risoluzione 194 dell’ONU la sua legge. Le chiavi-specchio dei genocidi in cui si radica la «superiore» civiltà dell’Occidente. Tornare in Palestina, «questa folgorazione che ha permesso di vedere il mondo».
O la natura stessa e la perdurante origine del male oggi smisurato che l’attraversa, mentre il diritto internazionale si affloscia sotto i colpi dei nostri doppi standard. E la violenza dei più forti destituisce quello stesso diritto universale che, individuando la fonte ultima di legittimità dei governi nella libertà e nell’eguaglianza dei governati, aveva fondato le nostre democrazie.
Ecco perché il sottotitolo di questo libro recita «Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà». Un manifesto, certo, perché rivela il possibile inizio di un mondo nuovo e chiama al risveglio: ma non un semplice pamphlet, per la sua ambizione di pensiero e l’esattezza quasi visionaria del sentire che lo anima, come già animava il precedente Quando il mondo dorme (2025), e l’ancora precedente glossario del diritto e della violenza epistemica che fu J’Accuse (2024, in collaborazione con Christian Elia).
Il pensiero, condiviso oggi da molti ma da nessuno così intensamente comunicato, è che «questi ultimi anni non hanno cambiato il mondo: lo hanno reso visibile per ciò che è»… «È una luce violenta, che costringe a vedere ciò che prima era stato nascosto. E quella luce illumina tanto l’orrore quanto la possibilità di oltrepassarlo, di uscirne trasformati».
È, insomma, uno di quei punti di svolta della storia in cui il cielo si riavvolge su se stesso come il rotolo della legge, e l’umanità si ritrova al bivio fra l’autodistruzione e un rinnovamento profondo delle sue forme di convivenza. Per questo, mentre altri pensatori parlano della Palestina o di Gaza come «frattura morale del mondo», Francesca Albanese vi vede anche «la bussola morale dei nostri tempi»: volevamo salvare la Palestina, ma è lei che salverà noi.
Era questa, l’apocalisse a noi riservata: eppure a tutto somiglia questo libro, fuorché alla scrittura escatologica del veggente di Patmos. Vita in diretta, dicevamo: travolgente, affollata dei personaggi storici o viventi che hanno contribuito ad accendere questa luce: dai molti classici del pensiero al ricordo struggente di alcuni fra le centinaia di giornalisti palestinesi massacrati da Israele, alle tracce di una memoria famigliare di affetti e ricette materne e mediterranea dolcezza, come per accogliere il lettore, la lettrice, sul divano di casa.
Un’intimità che deve aver distratto l’autore (Adriano Sofri) di una recensione tinta nell’amor torto (copyright Dante), causandogli un paio di sviste riguardo a una supposta assenza di menzione di Hamas (compare 17 volte) e perfino del 7 ottobre (pagina 184: quei «violenti attacchi contro i civili israeliani…. costituiscono crimini internazionali»). Ma pazienza: perfino a lui, ci fa sapere, il libro è piaciuto.
(il manifesto, 28 giugno 2026)
Alcuni anni fa, una sera di quasi estate, bella come queste sere in cui la luce diventa dolce prima di andarsene, mi trovavo alla Libreria delle donne di Milano insieme a un’amica scrittrice, Gaia Manzini: parlavamo in pubblico di un’antologia, un libro che ho curato, ma in particolare parlavamo di invidia. Che cos’è e quanto è feroce l’invidia di una donna verso un uomo, verso il suo talento, a partire da un formidabile racconto di Kathryn Chetckovich, che si intitola appunto “Invidia”. Lei è la compagna di un implacabile Jonathan Franzen, incontrato a un ritiro per scrittori, dove ognuno scrive le proprie paginette con grande fatica, compresa lei, ma dopo qualche mese d’amore lui le chiede la gentilezza, la condivisione, la pietà di leggere un po’ di pagine in cui proprio non sa come districarsi. O forse, infido, sta preparando il suo trionfo. Quelle pagine sono bellissime, sono Le correzioni, e Chetckovich sente una fitta d’invidia e di frustrazione, uno sconvolgimento che non farà che crescere mano a mano che Franzen chiuderà le bozze e la porterà a festeggiare a cena con l’agente entusiasta che rivolgerà la parola soltanto a lui, trattandolo come un genio. Lei è la fidanzata del genio.
L’invidia la porterà a dirsi segretamente, l’11 settembre 2001 a New York,mentre guarda i notiziari e piange il disastro: forse adesso non gliene fotteràpiù a nessuno di quel cazzo di libro. In realtà passa una settimana e di nuovotutti parlano di quel cazzo di libro appena uscito. A questo punto di solito ilpubblico ride, anche imbarazzato pensando alle proprie inconfessabiliinvidie, e alla Libreria delle donne ridevamo, parlando anche dell’invidiadelle donne verso le donne, divertente sì, ma quanta fatica e quante piccolepugnalate alle spalle, quanto è difficile ammettere che non ne siamo immuni,e che coraggio Chetckovich a raccontarla così precisamente, cosìdisperatamente. In quel momento è entrata nella stanza Luisa Muraro, chenon avevo mai incontrato di persona e che non avrei incontrato di personamai più. Tra noi solo qualche breve telefonata, una delle quali per dirmi chein un articolo le avevo dato dieci anni in più e insomma era ancora presto,no? Entrò e disse, a noi che ridevamo: ma ricordatevi che l’invidia è unsentimento sacro.
Perché prevede il riconoscimento dell’altro e della sua forza, che è ilcontrario della negazione, è il contrario della svalutazione. E porta con séuno slancio verso l’alto, verso quel libro così bello, verso quella poesia chenoi non siamo riuscite a scrivere, verso quella mente così creativa, versoquell’amicizia così fruttuosa. In un minuto, con un bicchiere in mano, LuisaMuraro ha sconfessato Aristotele e parecchi altri, e ha mostrato che cosasignifica: pensare veramente. Pensare da capo, pensare di nuovo. Tra l’altrosi dovrebbe riuscire a tenere distinte l’invidia e la gelosia, due condizionimolto diverse ma usate spesso nella stessa accezione. Luisa Muraro entrò,disse quella cosa sull’invidia e uscì. Uno spostamento d’aria, niente di più.Una cosa preziosa totalmente regalata. Da allora faccio molta attenzione aglispostamenti d’aria, a questa capacità di illuminare una stanza con pocheparole nuove. Lei, femminista, madre e maestra del pensiero sulla differenzasessuale, da qualche tempo non parlava più, non spostava più l’aria intorno.Ma ho letto in un bellissimo articolo di Ida Dominijanni sul manifesto,qualche giorno fa, che questa mossa era tipica di Luisa Muraro. Lei stessa lachiamava: la mossa della schivata. “Cambiare improvvisamente traiettoria,non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine deldiscorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire unaprospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio”.
Quando ho letto nel 2011 il suo libro Non è da tutti, L’indicibile fortuna dinascere donna (compratelo, in libreria si trova, edizioni Carocci), ho avutoquella precisa sensazione: qualcuno che bruscamente, ma senza agitazionealcuna, accende una luce in una stanza buia, o apre la finestra e fuori c’è ilsole. Quell’idea di femminismo che va molto oltre la parità, che se ne fregadella parità, perché guarda alla generazione di un senso libero di quello cheuna donna è e può diventare per se stessa, in relazione con altre e altri,indipendentemente dalle costruzioni sociali della sua identità.L’unico modo di essere davvero libere, del resto, è proprio questo dicambiare piano, spostarci di lato, non farci trovare dove si credeva chefossimo, non arroccarsi da nessuna parte, né su una montagna né su unsassolino. Né su una parola vecchia né su un pensiero che sembra nuovo.Accendere la luce, e poi uscire a fumare.
E così adesso, grazie a Luisa Muraro, posso dire liberamente con quantagioia invidio chi come lei ha saputo trovare le parole, le metafore e anche laposizione giusta per stare al mondo senza averne paura. Senza temere dinon trovarmi mai nel posto in cui gli altri si aspettano di trovarmi, ma anzicon il piacere della sorpresa, dello scarto di lato, dell’uncinetto come dicevalei: qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa diincomparabile. Con la consapevolezza dei conti che non tornano e chel’amore con l’amore si paga, come canta Ivano Fossati, come dicevano milleanni fa le modernissime mistiche ammirate da Luisa Muraro, perchéchiacchieravano con Dio, dandogli del tu, e perché non la facevano poi tantolunga nel promettersi la vita: loro passavano direttamente a vivere.Luisa Muraro ha acceso la luce, e poi è uscita a fumare.
(Il Foglio Review n. 52, 27 giugno 2026)
Catania. Nella Sala Paradiso del Museo del cinema, alle Ciminiere, è stato presentato il videopodcast “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” che la giornalista Nella Condorelli ha dedicato a Maria Giudice, grande figura del Novecento eppure dimenticata tanto che Catania, dove lei visse per quasi venti anni, fino al 1941, non le ha intitolato né una strada né una stanza nella sede della Camera del Lavoro dove pure fu dirigente di spicco. Maria Giudice è stata una grande giornalista, sindacalista, intellettuale, attivista pacifista, antifascista. È la madre della scrittrice Goliarda Sapienza e fa parte della genealogia femminista.
Il videopodcast è parte di un lavoro di ricerca e comunicazione che si è sviluppato attraverso un convegno universitario, la pubblicazione di un libro e ora attraverso You Toube con una trasmissione – fatta con filmati d’epoca, letture e interventi di femministe, sindacalisti e studiosi – che ricostruisce il contesto storico, sociale e culturale in cui opera Maria Giudice. Una storia collettiva centrata sulle lotte che Giudice porta avanti per i diritti sociali e per l’indipendenza delle donne. Il videopodcast si articola in tre parti*: la vita torinese con l’impegno nel Partito socialista italiano, nel sindacato con le lotte con le lavoratrici tessili e con la direzione della Camera del Lavoro di Torino, e nel giornalismo. Fu direttrice del giornale “Il grido del Popolo” prima di Gramsci che la sostituisce durante uno dei suoi numerosi arresti. La seconda parte parla del periodo siciliano e catanese, a partire dal 1920, della lotta contadina per le terre, dell’impegno antifascista insieme al compagno avv. Peppino Sapienza da cui avrà la figlia Goliarda. Poi nel 1941 il ritorno a Roma, la Resistenza e l’Alzheimer. Infine la terza parte è dedicata ai commenti e alle riflessioni, fra cui quelle di Giusi Milazzo (Sunia), Gabriella Messina, Valentina Di Magro e Rosaria Leonardi (Cgil), Anna Di Salvo (La Ragna-Tela). A dare il proprio volto a Maria Giudice l’attrice Manuela Ventura.
*I links di “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” di Nella Condorelli:
prima parte
https://www.youtube.com/watch?v=YZNreYU1xY4
seconda parte
https://www.youtube.com/watch?v=lr02zMfSDz0
terza parte
https://www.youtube.com/watch?v=oqxQL2vKm0g
(La Sicilia, 27 giugno 2026)
Rita Calabrese (2 aprile 1950 – 8 maggio 2026), già professoressa ordinaria di Letteratura tedesca all’Università di Palermo, è tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate, di cui è stata presidente. È stata una pioniera degli studi femministi e in particolare della Frauenliteratur tedesca. In quest’ambito spiccano alcuni suoi studi come Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990), Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991), Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996), Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003) e Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (2015).
Altrettanto importante è stato il suo contributo sul fronte della letteratura ebraico-tedesca e sulla Shoah, culminato nella monografia Acher l’altro: figure ebraiche nella letteratura tedesca dal Settecento al Novecento (1996) e la cura del volume Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005).
Anche le sue traduzioni parlano del suo desiderio instancabile di comunicare e trasmettere: La gita delle ragazze morte di Anna Seghers (2010), Piccoli amori di Franziska zu Reventlow (2014), Album italiano di Fanny Lewald, (2015), Il cielo sopra Palermo di Constanze Neumann (2021).
La sua presenza alla Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO ha rappresentato negli anni un riferimento importante, umano e politico insieme.
(Luciana Tavernini)
Ricordo di Rita Calabrese da parte di Rita Svandrlik, professoressa ordinaria onoraria di Letteratura tedesca presso l’Università di Firenze
Rita Calabrese era una grande viaggiatrice; diceva con il suo sorriso coinvolgente che si trattava di una scelta obbligata essendo siciliana. Non credo si riferisse al patrimonio genetico dei siciliani, risultato di tanti molteplici spostamenti di gruppi più o meno consistenti, variamente agguerriti; le piaceva tra l’altro sottolineare che la sua Sicilia occidentale non era quella greca bensì la Sicilia fenicia, concentrata sugli scambi commerciali e marittimi.
Rita sentiva lo spostarsi al di fuori dell’Isola come ineludibile parte della sua ricerca professionale e umana; voleva incontrare persone, era mossa dal desiderio di scambi intellettuali, di partecipazione in particolare alle correnti culturali progressiste; Rita non aveva dubbi che quelle più innovative si trovassero nel pensiero delle donne.
Da esperta di letteratura di viaggio è stata per me una cara compagna di viaggio, in senso letterale e metaforico, con maggiore intensità dalla fine degli anni Ottanta fino agli anni Duemila.
Il fatto che le modalità del prenotare e viaggiare fossero allora diverse da oggi è per me legato a ricordi che ci vedono insieme, per esempio nella memoria ho un fermo immagine non meglio datato: noi due sedute su una valigia e su uno strapuntino nel corridoio affollato di un vagone, forse sulla tratta Bologna-Firenze, con Rita che dava informazioni in inglese a turisti malcapitati. I nostri viaggi insieme avvenivano in occasione di partecipazione a convegni di studi delle donne, non solo in Germania, come a Paderborn nel 1989, poche settimane prima della caduta del muro: il tema del convegno, ricordando il secondo centenario della Rivoluzione francese, era la rivoluzione delle donne, ma nessuno allora prevedeva che il mondo sarebbe mutato in modo abbastanza pacifico di lì a poco; il caso volle che ci ritrovassimo con Rita ad agosto del 1990 proprio a Berlino, a constatare tutto ciò che era già cambiato nell’arco di pochi mesi. I viaggi insieme ci portarono anche in altri paesi europei: eravamo noi due le rappresentanti italiane al convegno di fondazione di W.I.S.E. (Women’s International Studies Europe) a Utrecht nel 1990. Ricordo che l’ultima sera ci chiesero una breve performance in qualche modo “italiana”: io ero assolutamente imbarazzata, ma trascinata da Rita cercai di cavarmela in qualche modo. Una volta successiva, dopo una riunione di W.I.S.E. ci concedemmo qualche giorno ad Amsterdam, insieme. Per lei viaggiare con le amiche diventò in seguito sempre più importante; lo capii da come me ne parlò in occasione del nostro ultimo incontro a Palermo, nel luglio del 2021, rammaricata per l’interruzione imposta dalla pandemia nel periodo precedente; negli ultimi anni erano stati invece i guai di salute, che dalle sue parole non sembravano tanto preoccupanti, a impedirle comunque di “muoversi” al di fuori della sua città, ma era intenzionata a riprendere i suoi viaggi, come mi disse anche l’ultima volta che ci sentimmo, due mesi fa; per lei i contatti non potevano essere in alcun modo “a distanza”, dovevano essere interrelazioni nel senso pieno della parola.
Ci siamo conosciute credo a metà degli anni Ottanta, grazie alla comune amica e collega Uta Treder, socia fondatrice della SIL pure lei; Uta e Rita si interessavano allora alla scrittura delle donne concentrandosi sull’epoca d’oro della letteratura tedesca, tra fine Settecento e la prima metà dell’Ottocento, alla scoperta delle autrici poco studiate o proprio dimenticate, spesso menzionate solo come sorelle, figlie, mogli. Ricordo bene il convegno su “Viaggio e scrittura” a Firenze, nel dicembre 1986, organizzato insieme alla Libreria delle Donne; nel volume che pubblicò i risultati del convegno Rita è presente appunto con un contributo su una famosa sorella, Fanny Mendelssohn; il suo Diario italiano viene analizzato non tanto per enucleare vicinanze e differenze con altri diari famosi (ovviamente con quello di Goethe), quanto piuttosto per cercare di far emergere la voce più intima, personale, la quale non riesce ad esprimersi compiutamente in un «linguaggio sentito come strumento altrui, estraneo, inadatto ad esprimere propri stati d’animo e sensazioni»; nella musica Fanny Mendelssohn trova invece uno strumento che sente proprio. Rita Calabrese scopre già in questo saggio quello che sarà un filo conduttore delle sue ricerche: l’indagine sulle implicazioni a livello creativo della doppia differenza, quella di donna e di ebrea. Trent’anni dopo questo saggio, nella sua introduzione all’edizione italiana di un altro resoconto di viaggio in Italia, l’Album italiano della romanziera Fanny Lewald, ricorda l’altra Fanny e introduce la specificità della situazione degli ebrei tedeschi assimilati, che in Italia si confrontavano con il Cattolicesimo e con «la disinvolta presenza di sacro e profano»; la loro doppia appartenenza, al mondo ebraico e a quello tedesco, provocava «punte di dolorosa lacerazione», che spingeva gli ebrei tedeschi a «dare senso alle discriminazioni subite con la lotta per una più generale emancipazione, delle donne, della borghesia, degli ebrei».
Lo studio delle autrici del Romanticismo, per esempio Gisela von Arnim, conduce la studiosa ad approfondire le costruzioni mitiche del femminile, come sirene e ondine, e a incontrare l’opera di Christa Wolf, una “scopritrice” e divulgatrice delle autrici romantiche tedesche.
Abbastanza coerente con i suoi ambiti di ricerca pare dunque che a un certo punto l’interesse si focalizzi sulla scrittrice tanto ammirata da Christa Wolf, vale a dire su Anna Seghers; alle opere di Seghers Rita Calabrese dedica numerosi saggi; voglio qui menzionare solo la traduzione e cura del racconto forse più famoso di Seghers, La gita delle ragazze morte. Grazie a Rita ho maturato e poi condiviso il giudizio sulla grandezza della scrittura di Seghers.
Vedo come consequenziali pure i suoi studi su Elfriede Jelinek, per esempio nel contributo “Dai margini dell’ebraismo. La scrittura ‘patrilineare’ di Elfriede Jelinek”. Devo al nostro comune interesse per Jelinek il mio primo viaggio a Palermo, perché Rita mi invitò a tenere una lezione, e poi, naturalmente, mi fece conoscere le sue amiche e alcune realtà della Palermo impegnata e femminista.
Non voglio con queste poche annotazioni dare un quadro della studiosa, traduttrice e critica letteraria, ho ricordato solo gli snodi di una rete che legava noi, e altre amiche. Delle autrici e dei testi menzionati abbiamo discusso davvero tante volte insieme, nella “felicità del dialogo” come suona anche il titolo di un suo libro; quando poi leggevo nei suoi articoli i risultati maturati anche grazie ai dialoghi rimanevo ammirata dall’eleganza della sua scrittura, dalla capacità di sintesi e di far emergere con levità la drammaticità delle situazioni in cui le opere delle ‘sue’ autrici erano maturate.
Trasformandoli in impegno culturale e civile lei stessa ha affrontato le crisi e i dolori della vita con forza, levità ed eleganza.
(Newsletter della S.I.L. – Società Italiana delle letterate, giugno 2026)
Molti anni fa sono andata in Turchia con delle amiche. Un giorno abbiamo scoperto che la guida locale ci aveva valutate in cammelli, sulla base delle nostre caratteristiche fisiche. Ognuna di noi valeva un certo numero di cammelli, io pochi cammelli. L’episodio mi torna per associazione, leggendo la nostra attualità. Alcuni – troppi – proprio non ce la fanno. Non ci riescono a stare lontani dal corpo delle donne. Si astengono dal metterci le mani sopra, sono a un livello di elaborazione superiore, hanno accesso a immagini e simboli. Eppure la testa è sempre lì, in modi diversi. La fissazione si sfoga in una chat tra colleghi, o scappa una frase rivelatrice in contesti privati o pubblici. Possono essere autisti, pensionati, manager, chiunque.
La loro visione del mondo non può prescindere dal giudizio di valore sul corpo delle donne. Così diversi, questo li accomuna. Lo sanno che non si fa, che le cose sono cambiate, che a essere scoperti si rischia non solo un danno reputazionale. Ma nessun deterrente funziona davvero: non resistono, perché ci credono. A volte sembrano lapsus, ma sono gravi errori di pensiero. Forse sperano di farla franca – non pensano che qualcuna gli fotografi il telefono, e poi non è legittimo, dirà l’ineffabile garante della privacy – oppure si sentono ancora onnipotenti. Fanno quello che sono. Ma la devono smettere, sono fuori dalla storia.
(Internazionale, 26 giugno 2026)
L’ultimo giorno dell’anno scolastico in Israele, il 19 giugno, una lettera dal titolo “Ci rifiutiamo!” redatta da alcuni adolescenti in cui annunciavano la decisione di non arruolarsi nell’esercito israeliano è stata distribuita in migliaia di copie in diverse scuole di tutto il Paese. La lettera, intitolata “Ci rifiutiamo!”, conta ormai più di 120 firme di studenti delle scuole superiori che dovrebbero prestare servizio militare.
Testo completo della lettera “Ci rifiutiamo!”
Noi, adolescenti destinati alla coscrizione nell’esercito israeliano, con la presente ci rifiutiamo di prendere parte ai suoi crimini e di servire gli interessi del governo dittatoriale.
Siamo stati tutti cresciuti nel mito secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa. Il sistema educativo ci terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano. Le nostre scuole ci preparano all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista. Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi nell’esercito non è inevitabile. Nessuno nasce soldato. E come ogni altra scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni.
Negli ultimi due anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre. Ma ciò che era iniziato come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni incomprensibili. E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito? Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali donne, bambini e persino neonati. E nonostante il cosiddetto «cessate il fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano.
Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un fenomeno nuovo. Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese, annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese. L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla parte sbagliata della linea di confine.
Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”?
Le guerre infinite hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che dureranno per il resto delle nostre vite. Viviamo tra una corsa ai rifugi antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti.
Siete disposti a diventare parte delle statistiche?
Siete pronti a compiere un simile sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane per rafforzare il proprio dominio?
E voi cosa farete?
(Pressenza.com, 24 Giugno 2026, www.pressenza.com/it/2026/06/oltre-120-adolescenti-israeliani-annunciano-il-loro-rifiuto-di-arruolarsi-nellesercito/)
In molte culture le persone s’accompagnano sulla soglia che connette la vita e la morte per gradi: tre giorni, otto, quaranta, in un commiato graduale. La comunità del Coordinamento Teologhe Italiane ha scelto di esprimere così, lentamente e coralmente, un suo primo grazie a Luisa Muraro. Che non sarà l’ultimo, che deve scegliere fra tanti pensieri che vengono alla mente, che si pone prima di tutto dall’angolatura del Dio delle donne, con «il gesto di chi beve lentamente a una tazza».
«Sono infatti quella che chiamano “una femminista”. Potrà sembrare, a chi mi ascolta (mi legge) che io confonda discorsi tra loro radicalmente difformi, come Vangelo e politica, ma ci sono sistemazioni mentali e ideologiche che bisogna disfare per vedere il nuovo che accade davanti ai nostri occhi. Separare ed etichettare è piuttosto facile; discernere viene dopo, meno facile ma più vicino al vero». Così Luisa Muraro in un intervento del 2014 che Vita e pensiero ha ripubblicato per i lettori alcuni giorni fa. Con una serie di istanze che condividiamo appieno: femministe in un contesto nel quale questo suona sempre come un insulto, una insurrezione o peggio una banalità sorpassata, continuiamo a vedere contiguità di piani. Così da teologhe sembriamo sempre anche filosofe o sociologhe o antropologhe, e le filosofe tra noi sono teologhe e leggono la Bibbia e si potrebbe proseguire.
Per questo dobbiamo a Luisa Muraro lezioni di teologia oltre che di filosofia, di approccio storiografico oltre che politico; il quadro della «differenza», articolato e fra noi anche discusso, è forse il portato più noto, ma per il nostro posizionamento non possiamo che iniziare da quella tazza e da quella sproporzione, profondamente teologiche.
Incredibile sproporzione
Il brano della tazza a cui ci riferiamo è proprio all’inizio de Il Dio delle donne, testo in sé mistico ancora prima e più che «sulla mistica»:
«Un giorno si aprì la porta di una vacanza senza fine. Capitò quando, leggendo (…) testi di quella che chiamano mistica femminile, cominciai a udire le parole di una nuova conversazione, non semplicemente nuova ma inaudita, tra due che, per brevità, chiameremo una donna e Dio. Una donna c’era di sicuro, Dio non so, ma di sicuro lei non era sola, c’era un altro o un’altra la cui voce non arrivava fino a me ma che sentivo lo stesso perché faceva un’interruzione nelle parole di lei, o meglio una cavità che trasformava la lettura, la rendeva simile al gesto di chi beve lentamente da una tazza». (1)
Queste parole, che ci hanno fatto compagnia negli anni, nelle letture, nelle scritture, nelle riflessioni condivise, sono forse molto semplicemente la cosa più importante che vorremmo dire di lei e con lei, pur col rispetto della sua interiorità e della soglia del suo nominarsi, che non è mai corretto superare. È questa postura che diciamo mistica e che si fa compagna dei percorsi, senza cesure fra la strada con i camionisti, le donne con i gomitoli, (2) i libri sugli scaffali e le comunità, a volte provvisorie ma sempre profonde, che si creano:
«A volte tra visibile e invisibile c’è una sproporzione stupefacente, come quella tra il grande fiume e la piccola sorgente. Di questa sproporzione parla Cristina Campo (alla quale mi accosto regolarmente come a una maestra dello spirito e della lettera). Il suo Angelo della realtà è la capacità di stupirsi: sfortunato è il nostro tempo, dice, che invoca cose grandi, sempre più grandi e così perde la capacità di stupirsi (…) Non restarono né freddi né delusi i pastori davanti al povero neonato messo nella paglia come una nespola, in quel caotico caravanserraglio». [Nella stessa direzione l’atteggiamento di un camionista siciliano] «che si fermò a mostrare l’invisibile impresso nel paesaggio familiare raffigura la potenza dello sguardo, nutrita da una lunga attesa che rende pazienti, perfino troppo, ma non spegne lo sguardo e non consente di rassegnarsi». (3)
Una domanda necessaria
Non rassegnarsi è il tarlo buono di ogni filosofia e di ogni teologia, ma sporge, come nell’articolo da cui siamo partite, a disfare il presuntamente ovvio. Così, in una maniera tanto lapidaria da incidersi nella memoria collettiva anche del CTI e da essere spesso richiamata nelle nostre pagine, (4) racconta che nella temperie del Sessantotto «nella casa di una signora quasi povera» si stava svolgendo una riunione di «intellettuali impegnati» cui da poco si era unito «un più piccolo gruppo di donne», femministe, ammesse al laboratorio. Verso il pomeriggio, la domanda fatidica, cui seguì imbarazzo, silenzio, e poi brusca fine dell’esperienza condivisa: «Cambia qualcosa il fatto che noi siamo donne?». (5)
È passato più di mezzo secolo, ma si mette ancora in scena «l’imprevista» con una domanda che infastidisce e viene considerata divisiva, insurrezionale. Per questo, anche se i gruppi di donne che hanno chiara l’idea della libertà femminile possono ricreare gerarchie non positive e autorità non sempre liberanti, Chiara Valerio ha potuto scrivere: «I libri di Luisa Muraro mi hanno insegnato molte cose; la più importante di tutte è che si può non essere d’accordo. E che talvolta bisogna non essere d’accordo. Che sia la Chiesa, gli uomini, i padri, le madri, se stesse».
Come Diotima, un «qui e altrove» politico
La sacerdotessa del dialogo platonico che dà il nome alla comunità filosofica che ha visto Luisa Muraro protagonista di pratiche condivise e di genealogie autorizzanti si posiziona in un una maniera particolare, in cui la sua assenza dalla scena del banchetto patriarcale diventa magistero eloquente:
«La maggior parte degli studiosi (non tutti) pensano che Platone l’abbia inventata per i suoi scopi. C’è una parte di studiosi che non vuole neanche occuparsi della questione, perché la considera “oziosa”, non degna cioè della loro attenzione. A me invece interessa, perché a mezza strada fra l’esistenza storica documentata e l’inesistenza, in mezzo a date incerte, professioni senza nome, leggende oscure ci sono molte donne che mi interessano, tra cui mia madre (…) gli esclusi rientrano nella categoria degli assenti e non possiamo in alcun modo farli passare per inesistenti». (6)
Tra presenze e assenze – sia ricercate sia subite – tra appartenenze e sconfinamenti si giocano ancora molte partite, a livello politico, accademico, ecclesiale. Abbiamo certo necessità impellenti – per le guerre moltiplicate e le crisi dell’ecosistema sempre più minacciose – ma sarebbe un terribile errore pensare che queste riflessioni siano oziose o possano essere rimandate.
Bere a quella tazza è una possibilità e in fondo anche un compito. E uno spazio libero più di una vacanza.
[1] L. Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori, Milano 2003, 14.
[2] L. Muraro, L. Vantini, Dire Dio nella lingua materna, Il Margine, Trento 2018, 46-51.
[3] L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011, 44s.
[4] E. Green, C. Simonelli, Incontri. Memorie e prospettive della teologia femminista, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2019, 17s.
[5] Muraro, Non è da tutti, 28.
[6] Muraro, Il Dio delle donne, 116. 118.
(Il Regno, 23 giugno 2026, https://www.ilregno.it/regno-delle-donne/blog/grazie-e-una-tazza-e-una-sproporzione-coordinamento-teologhe-italiane)
Diceva che lei andava in Internet come sua madre andava a Monte Berico. Ogni due mesi, a Vicenza, la madre annunciava che doveva salire al santuario, quella chiesa barocca sul colle dove c’è una Madonna grande che apre le braccia e sotto il manto si rifugia la città intera. Un divertimento autorizzato delle donne, lo chiamava Luisa Muraro, e insieme il resto di una religione molto più vecchia del cristianesimo. Di sé raccontava la stessa cosa, con uno spostamento: ogni tanto vado in Internet. Solo che, aggiungeva subito, non è l’Internet nella sua generalità, è il sito della Libreria delle donne.
In questa immagine a ben vedere c’è quasi tutto. C’è la madre e una genealogia di donne che passa per la madre. C’è il sacro fatto scendere nella cosa quotidiana, il pellegrinaggio che diventa un giro in rete. C’è soprattutto il rifiuto del generico. Era questo, in fondo, il suo modo di pensare. Mai l’idea per l’idea, mai la categoria astratta, sempre questa cosa qui, questa persona, questo posto, questo libro. La filosofia, per lei, non era il pensiero che si fonda da sé, da una tabula rasa, ma un pensiero che sa di essere nato, che viene al mondo da un’altra, come noi.
Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno, alla vigilia degli ottantasei anni: era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno del 1940 e ha smesso di vivere il giorno prima del suo compleanno, una di quelle ironie della sorte che avrebbe apprezzato. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Pensatrice, non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo non ha aggiunto un capitolo sulle donne alla filosofia, ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e con essa l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. In piena pandemia aveva smesso di dire andare avanti, parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Preferiva andare più a fondo nel presente.
Per capire da dove le venisse, conviene andare alla cucina di quando era bambina. Tra il ’45 e il ’46 tornavano gli uomini dai campi di lavoro forzato. Lei si ricordava di uno che era arrivato con un pezzo di pane conservato come una reliquia. Aveva bisogno di raccontare, di essere ascoltato e stava lì in mezzo a loro bambini stupefatti con quel pezzo di pane in mano, mentre la madre doveva sbrigare i suoi lavori e lo ascoltava educatamente, e poi lo compativa. Parola ambigua, diceva lei. Quell’uomo non è stato ascoltato come avrebbe meritato. La storia, in quello che aveva di stonato, le si è impressa proprio come una mancanza di ascolto. E tutto il suo lavoro, poi, è stato un tentativo di tendere l’orecchio a chi non è stato sentito.
Quando, anni dopo, nei gruppi di autocoscienza le donne presero a parlare e a ricevere attenzione le une dalle altre, lei riconobbe una pratica: una raccontava una cosa dolorosa, le altre ascoltavano e quella vicenda che pareva cancellata tornava a risuonare nell’ascolto. È lì che ha capito di non essere interessata alle parole che sostituiscono la realtà e ha imparato a ricercare quelle che permettono di avvicinarla: a interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, a partire da sé e dalla propria esperienza, a cercare parole fedeli a ciò che si vive senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe; a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.
Da questa pratica è nato, nel 1976, il suo libro La Signora del gioco sulla caccia alle streghe. Ha preso gli atti dei processi, le trascrizioni delle testimonianze e si è messa a cercare le voci delle donne: da quelle carte veniva fuori che non erano solo vittime inerti. Luisa Muraro ha restituito la voce a chi una voce ce l’aveva avuta. È il massimo di fecondità, diceva, perché la pratica politica non le dava i contenuti ma il modo di procedere nella ricerca.
La Libreria delle donne di Milano, che ha contribuito a fondare nel 1975 insieme a Lia Cigarini e altre, è prima di tutto un luogo fisico e Luisa Muraro è stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra. Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano, perché altrimenti, prese com’erano dalle loro discussioni appassionate, non l’avrebbero aperta mai: a un certo punto bisognava pur cominciare. La Libreria è stata per lei anche un guadagno personale. Da giovane, in una tensione di emancipazione di cui era appena consapevole, leggeva soprattutto uomini. Ricorda di avere avuto in mano Orgoglio e pregiudizio e di averlo scartato perché scritto da una donna. È stato rifornendo gli scaffali della Libreria che le si è aperto il vasto panorama della letteratura femminile e Lia Cigarini fece per lei quello che la professoressa di scuola non aveva fatto, le disse che Jane Austen era una grandissima scrittrice.
Con l’università il rapporto è stato di lunga, lucida distanza. Avrebbe potuto fare carriera (il suo professore della Cattolica, Bontadini, la difese in pieno Senato accademico quando, dopo le occupazioni, gli altri volevano liberarsene) e invece è rimasta ricercatrice tutta la vita. Qualcuna trovava scandaloso che Luisa Muraro non fosse ordinaria; qualcun’altra ci vedeva un segno tangibile della differenza tra autorità e potere. Lei la metteva più semplice. Diceva: amo Diotima, la comunità filosofica femminile che aveva fondato nel 1984 con Chiara Zamboni e altre, amo gli studenti e le studentesse che mi vengono affidati, amo lo studio, amo la ricerca; ma l’istituzione accademica non la tengo in simpatia.
Le lettrici, per lei, erano la condizione stessa dell’esistere di un libro e forse della sopravvivenza di chi lo scrive. Non penso indipendentemente dalla scrittura, diceva: le intuizioni venivano prima, luminose, intense, ma è scrivendo che il pensiero si articola. Era un bisogno quasi fisiologico e lei era una che scriveva sempre. Un’altra parte importante del suo rapporto con la scrittura era aiutare le altre a dire meglio, a tirar fuori una cosa che sentivano importante e non riuscivano a esprimere. E molte ne hanno beneficiato, io per prima. Sognava una scuola di scrittura e l’ha fatta davvero: dal 2007 fino al Covid che l’ha interrotta nel 2020, ha tenuto con Clara Jourdan una Scuola di scrittura pensante, perché meglio si scrive e meglio si pensa e perché quello che si dice sia vero e possa interessare anche altri. Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.
(Doppiozero.com, 23 giugno 2026)

Una relazione di amicizia, solidarietà e femminismo: è quella che lega due fumettiste, Pat Carra e Safaa Odah, tra Gaza e l’Italia. Dal loro legame è nato un libro, Safaa e la tenda (Fandango, 2026), e la mostra Al di là del mare che da giugno attraversa l’Italia, con il sostegno di Un Ponte Per, Chandra Candiani, Fandango, Erbacce.
Le abbiamo intervistato insieme.
Come vi siete conosciute, e come è nata la vostra relazione?
Pat Carra – Ho incontrato Safaa nel 2024 sui social. Mi sono innamorata dei suoi fumetti, questa è l’origine di tutto. Le ho chiesto di collaborare a Erbacce, la rivista umoristica e femminista di cui faccio parte, e le abbiamo dedicato la rubrica Una tenda in Palestina. Tra noi si è sviluppata una corrispondenza sempre più coinvolgente. A me la sorte ha assegnato la sfida di creare le condizioni concrete di un progetto comune, prima il suo libro e in seguito la nostra mostra. Anche in Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza è presente una seconda protagonista: la nostra relazione. Siamo due fumettiste e condividiamo uno sguardo femminista, Safaa ha trent’anni meno di me, è energica e coraggiosa, ha una fede che la rende forte. In un momento per me doloroso, mi è stata molto vicina. Era un paradosso ricevere sostegno da Gaza, dove è in corso un genocidio e manca tutto. Ci è venuto da ridere.
Safaa Odah – Ci siamo conosciute in tempi non ordinari. Erano momenti estremamente difficili e vivevo in condizioni psicologiche molto fragili. Come sapete, stavamo attraversando un genocidio. In quel periodo, per me il disegno era un mezzo per resistere e restare salda. Ci siamo conosciute sui social e ho capito subito che Pat non è solo un’artista, ma una persona. Ho conosciuto molti colleghi e artisti, ma lei è stata l’unica a restare, e aveva qualcosa di diverso. Con il tempo, la nostra relazione ha superato i confini della collaborazione. Ho trovato in questo incontro uno spazio in cui potevo essere sincera. Attraverso di lei ho conosciuto un mondo di amicizie meravigliose, tra cui la poeta Chandra Livia Candiani. Pat ha avuto un ruolo molto importante nel far pubblicare i miei disegni sulla rivista Erbacce e attraverso di lei è nato anche il libro con Fandango. Ci siamo incontrate nel pensiero prima ancora che nel disegno, e nel sentimento prima ancora che nelle parole.
Che ruolo ha il disegno nel rappresentare il mondo che vi circonda?
PC – Da sempre il fumetto e l’umorismo sono stati per me una forma di resistenza. Quando disegno vignette sulla violenza maschile o sulla guerra, seguo una linea che ha origini nella mia infanzia. Come Safaa sono un’autodidatta del disegno, lei ha studiato psicologia, io filosofia, eppure siamo arrivate a scegliere questo linguaggio, che è semplice ma non semplicistico. È un’arte che riconduce le cose a una misura umana, svelando la verità al di là delle finzioni come il bambino che dice «il re è nudo». Trasformare la rabbia, l’odio, l’angoscia in un momento liberatorio è l’essenza del mestiere. Nel 2004 ho creato “Cassandra che ride”, una personaggia che racconta le guerre occidentali post 11 settembre. Safaa testimonia il genocidio post 7 ottobre spogliando l’oppressore della sua presunta onnipotenza: i soldati israeliani sono insopportabili, nelle sue vignette, come lo sono i topi che ritrae davanti ai sacchi di farina.
SO – Per me il disegno non è solo un mezzo di espressione, ma un modo per comprendere ciò che accade intorno a me. Molto spesso le parole non sono sufficienti. Disegno per documentare ciò che vivo e ciò che vedo, non solo eventi, ma anche emozioni e dettagli quotidiani che altri potrebbero non notare. A volte sento di essere una testimone e che è mio dovere trasmettere questa realtà così com’è, con sincerità, anche se è molto doloroso. Inoltre, il disegno è uno spazio attraverso cui posso affrontare questa realtà, non fuggirne. È il mio mezzo per restare salda e per trasformare questo dolore. Non è solo arte: è una responsabilità. Raccontare ciò che accade dal mio punto di vista e lasciare un impatto reale su chi guarda.
Cosa sono stati questi anni di genocidio, visti da Gaza e dall’Italia?
PC – Sfilo nelle piazze, partecipo a incontri, seguo le notizie ma la mia vera guida sulla Palestina è Safaa. Abbiamo una lingua madre in comune, quel tipo di fumetto: socio-politico, femminista, che nel tratto è umoristico anche quando è tragico. L’Italia è un paese venduto agli Stati Uniti e Israele, Milano è una città gemellata a Tel Aviv. Safaa è l’unica fumettista che continua a disegnare da Gaza. Il mio impegno dall’Italia è stato coltivare la nostra amicizia, riconoscere il suo protagonismo, rilanciare la sua voce e fare coro con lei. Safaa è una grande fumettista, il suo lavoro è destinato a diventare un classico, e sentire la sua fiducia è un onore. La sua lotta è la mia: sopravviviamo in un capitalismo che non si può definire con parole umane.
SO – Sono stati due anni difficili, e non sono finiti. La guerra non si è mai fermata, viviamo nella paura costante della perdita. Questo comporta un logorio emotivo molto intenso. A Gaza non esiste più separazione tra vita e morte: sono intrecciate. Ormai per noi vivere è semplicemente cercare di sopravvivere. In questi anni Pat mi ha sempre mandato foto e immagini di manifestazioni di solidarietà che arrivavano dall’Italia, con una partecipazione davvero straordinaria. Questo per me è stato molto importante: mi ha fatto sentire che il nostro popolo non è solo, che ci sono tante persone a sostenerci. Ho sempre saputo che l’Italia è solidale alla Palestina, ma durante la guerra questo è stato ancora più evidente. Attraverso i social ho potuto vedere quanta solidarietà c’era, e il sostegno è stato davvero eccezionale.
Cosa significa per voi vedere oggi un libro e una mostra nati dalla vostra relazione? Come è nata questa idea?
PC – Dal desiderio di mettere al centro la nostra relazione, due donne fumettiste da due paesi diversi. Mentre curavo il libro di Safaa, non c’erano le condizioni materiali per lavorare insieme. Era necessario creare un filo narrativo, fare scelte e rischiare. Lei mi scriveva “vai avanti”. Volevo avvicinarmi il più possibile, per farcela ad andare avanti. Un giorno del 2025 non avevo più parole per fare coraggio a Safaa. Ho scelto un suo fumetto e mi sono disegnata accanto lei: questo disegno a quattro mani è diventato l’immagine guida della mostra. Ne sono seguiti altri che sono il cuore di “Al di là del mare”: ci incontriamo nel fumetto, letteralmente. La poeta Chandra Candiani, che è presente insieme a noi con il testo “Indomabile fiducia” lo racconta in questo passaggio:
«E c’è l’amorevole ponte tra Safaa e Pat, il loro incontro da una sponda all’altra del mare risuonando. Sono nati alcuni fumetti a quattro mani, come sonate notturne e dialoghi al buio tra bambine spaventate che si rassicurano così dentro il male del mondo, senza uscirne, con i loro strumenti di salvezza fragilissimi e incorruttibili. Con il loro testimoniare. Con il loro fare insieme».
SO – Vedere il mio libro e la mia mostra nascere da questa relazione mi provoca sensazioni contrastanti. Da una parte la gioia immensa, non mi sarei mai aspettata di raggiungere questo risultato. Sono grata e felice per tutto questo. Ma avrei tanto desiderato essere lì con voi. Ogni disegno per noi ha una storia, ogni dettaglio è legato a un momento, e sembra la dimostrazione che qualcosa può continuare a esistere e crescere nonostante tutto.
(*) Per informazioni sulla mostra, segui Erbacce e Un Ponte Per qui e sui canali social.
(Erbacce, 21 giugno 2026)
Nel corso della trasmissione La domenica dei libri del 21 giugno 2026, il conduttore Roberto Festa ha intervistato la filosofa Laura Boella sul pensiero di Luisa Muraro.
Qui di seguito il link al podcast della trasmissione. L’intervista si trova poco dopo le ore 10:30 della registrazione.
(La redazione del sito)
(Radio Popolare – La domenica dei libri, 21 giugno 2026)
Pubblichiamo di seguito il link al TG3 del 21 giugno 2023 in cui è contenuto il servizio di Francesca Sancin sulla manifestazione “Tessere la pace, custodire il futuro” organizzata a Roma dalle 10 100 1000 Piazze di donne per la pace. La manifestazione ha raccolto in un momento simbolico nazionale il lavoro costante di tanti gruppi locali di donne, divenuti nel giro di un anno oltre 160, per opporre alle guerre che imperversano una logica di pace di costruzione di civiltà. Il servizio comincia al minuto 24,17.
Le immagini degli arazzi disposti circolarmente sulla piazza ci ha ispirato il titolo “Nel cerchio delle vostre mani”.
(La redazione del sito)
https://www.raiplay.it/video/2026/06/TG3-a1e7d84d-bc41-4238-8865-03d0a3694624.html
(Raiplay.it, TG3 21 giugno 2026)
Domenica 21 giugno la Piazza del Campidoglio di Roma si è riempita di arazzi per la pace tessuti a mano da donne che hanno voluto manifestare in questo modo contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione delle società europee. Nata un anno fa grazie alla rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, l’iniziativa è stata preceduta da un percorso collettivo di elaborazione tematica e sostenuta da un appello che continua a raccogliere sottoscrizioni (https://www.ioscelgo.org/petizioni/tessere-la-pace-custodire-il-futuro-il-21-giugno-in-piazza-per-interrompere-leconomia-di-guerra/). Pubblichiamo il testo letto in apertura da Daniela Dioguardi dell’Udi di Palermo.
Per essere qui e portare i nostri arazzi molte di noi sono dovute partire all’alba, rinunciando al loro unico giorno di riposo. Ma Roma era una tappa importante di un cammino per la pace che abbiamo deciso di percorrere insieme, un cammino iniziato un anno fa e a cui si vanno aggiungendo altre donne. Nel giugno 2025 le piazze delle donne erano 39, a marzo 2026 più di 160. Abbiamo tutte insieme costruito con impegno una comunità diffusa e molteplice, certe che pensare e stare insieme avrebbe moltiplicato e reso visibile nello spazio pubblico la nostra forza morale che si oppone alla violenza patriarcale. Ci unisce la convinzione che non si possa restare indifferenti di fronte alla sofferenza di intere popolazioni terrorizzate, costrette dalla guerra alla fuga o ai limiti della sopravvivenza in città ridotte in macerie, dove piangono giorno dopo giorno i loro morti, tra cui molti, troppi, bambine e bambini. E di fronte alla devastazione ambientale, di cui tutti e tutte piangeremo le conseguenze.
Da Gaza, dal Libano, dall’Ucraina, dall’Iran, dal Sudan e da tutte le zone di guerra sentiamo riecheggiare dentro di noi le grida di aiuto delle donne, delle madri disperate che hanno perso figli e figlie, che cercano in situazioni impossibili di assicurare la quotidianità, di proteggere i più piccoli, di riparare i loro stessi corpi dagli stupri che sono l’arma in più usata dagli uomini contro le donne per ucciderne l’anima. La forza bruta si impone sfacciatamente, facendo piazza pulita di convenzioni, diritti umanitari, istituzioni, organismi internazionali che dopo la Seconda guerra mondiale gli uomini si erano dati per limitare, controllare l’uso della violenza. Il sogno di un’Europa unita anche per realizzare la pace è stato di fatto travolto.
Di fronte a tanto orrore non si può, non si deve restare indifferenti né rassegnarsi. Non solo perché lo richiede la nostra umanità, ma perché ciò che avviene oggi in questi paesi può domani avvenire nel nostro. È venuto meno l’equilibrio geopolitico che ha permesso in Occidente, sia pure con delle orribili eccezioni, un lungo periodo di pace, e grande è il disordine sotto il cielo. Compaiono sulla scena pubblica rozzi personaggi che fanno dell’individualismo, del cinismo, della volontà di dominio e della forza di sopraffazione la propria cifra politica, come fosse un titolo di merito. La potenza degli armamenti attuali e di quelli che stiamo finanziando, e le oltre 12.000 testate nucleari già esistenti sono in grado di annientare la civiltà umana. Il rischio che la guerra si allarghi anche per un errore è estremamente concreto.
In questo contesto è ancora possibile parlare di civiltà dell’Occidente? Le magnifiche sorti e progressive del genere umano consisterebbero nel distruggere e sterminare con una tecnologia sofisticata talmente avanzata da permettere perfino di uccidere senza sentirsi responsabili? Questa non è la civiltà per cui hanno lavorato e continuano a lavorare milioni di donne che conoscono la vulnerabilità e la fragilità dei corpi e sanno bene di quanta attenzione e di quanta cura abbiano bisogno per nascere, crescere e restare al mondo.
La civiltà delle donne non vanta imprese cosiddette mirabolanti e straordinarie e non è raccontata nei libri di storia, nemmeno quando esse sono state protagoniste di invenzioni e scoperte, superando proibizioni e impedimenti. La civiltà delle donne è fatta di attività quotidiane necessarie per vivere, considerate dal pensiero patriarcale marginali, di poco conto. Della maestria femminile di costruire relazioni, trovare soluzioni in contesti difficili, cercare utili mediazioni, noi siamo orgogliose. Sono attività dalle quali in questa fase di grave crisi storica si debbono trarre insegnamenti.
“Tessere la pace. Custodire il futuro” porta sulla scena pubblica un’attività che fa parte dell’esperienza storica delle donne e indica che fuori da una logica predatoria di onnipotenza e di dominio la pace è possibile e conveniente. Tessere, cucire, ricamare, rammendare sono occupazioni che richiedono tempo, pazienza, l’abilità di sapere intrecciare armoniosamente fili diversi, di saper rimettere insieme spacchi e riparare rotture, producendo opere utili alla bellezza e alla vita. Simbolicamente sono antitetiche alle attività belliche che separano, rompono, distruggono, uccidono. Tessere per noi è stata ed è anche un’entusiasmante pratica collettiva, un ritorno alle radici da cui abbiamo tratto energia; una pratica politica che ha portato molte donne a conoscersi, costruire relazioni, creare spazi di parola e di ascolto. Spazi necessari per costruire una trama resistente di discorsi di pace, in grado di contrastare la narrazione mainstream che presenta la guerra come inevitabile, manipolando le coscienze e militarizzando la scuola, e usando le parole non per nominare la realtà e cercare soluzioni pacifiche ma per camuffare ciò che avviene realmente e alimentare le tensioni.
La guerra non è un fenomeno naturale, non è un terremoto, può quindi essere eliminata attraverso una buona politica e soprattutto una trasformazione culturale profonda, cominciando col disarmare oltre agli arsenali le menti e il linguaggio. Rifiutiamo la passività, e alla trappola dell’impotenza in cui vorrebbe farci cadere il potere contrapponiamo la potenza generativa dell’amore in grado di far nascere qualcosa di nuovo. Dipende da noi, dalla capacità di mettere insieme pensiero e azione, dal coraggio di combattere con la mente pensando controcorrente, andando oltre la logica dicotomica dell’amico-nemico pur consapevoli che esistono torti e ragioni, spezzando la spirale di odio e vendetta in cui è facile restare impigliati. Non vogliamo abituarci né fare abituare i/le più piccoli/e alla contabilità dei morti, alle immagini di violenza e distruzione che purtroppo sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Rivolgiamo un appello alle donne che stanno nelle istituzioni perché non dimentichino che sono lì grazie alle lotte delle donne prima di loro, e perché vi portino l’esperienza storica femminile di attenzione e cura della vita. Essere donna, essere madre non è un proclama strumentale, è una differenza che richiede consapevolezza e che si nomina attraverso le parole che usiamo e le azioni che scegliamo. Prima che sia troppo tardi, queste parole e queste azioni oggi debbono essere contro la guerra e contro il riarmo.
(centroriformastato.it, 21 giugno 2026)
A distanza di qualche mese dalla morte di Lia Cigarini, il 13 giugno è morta anche Luisa Muraro. Due grandissime donne del femminismo della differenza sessuale, della libertà femminile. Entrambe ci hanno lasciato una ricchezza enorme di pensiero, di idee, di scritti, di libri da leggere, rileggere, studiare e trasmettere alle nuove generazioni di donne e uomini che poco o nulla o male sanno di loro e del pensiero e delle pratiche politiche del femminismo della differenza. Femminismo che ha portato le donne fuori dal patriarcato rendendole libere quali soggetti pensanti e parlanti. Libere di autodefinirsi, di pensarsi a partire da sé in relazione con un’altra donna. Se la mia generazione è nata emancipata quella delle giovani è nata libera, grazie a donne come Muraro e Cigarini, a cui essere grate. Grande è il dolore di chi, come me, le ha conosciute non solo leggendole ma anche ascoltandole nei luoghi della politica delle donne come la Libreria delle donne di Milano che, insieme ad altre, hanno fondato nel 1975. Al dolore si unisce tanta gratitudine e riconoscenza per due donne che hanno speso la loro vita per aprire nuove strade di pensiero e di pratiche di relazioni tra donne e tra donne e uomini, per un senso libero dell’essere donna e dell’essere uomo.
Luisa Muraro con il suo libro “L’ ordine simbolico della madre” ci ha insegnato l’amore femminile per la madre come riconoscenza e gratitudine per la donna che ci ha messe al mondo e per tutte quelle donne (madri simboliche) che, come lei e Lia, ci hanno dato qualcosa di essenziale per la nostra vita. Muraro è una delle più grandi pensatrici del nostro tempo. Una filosofa a cui piaceva, sin dall’infanzia, scrivere. Tanti i libri che ci ha lasciato, tra cui quelli sulle mistiche e la loro libera ricerca di Dio. Una tradizione, questa, andata perduta. Una scrittura, la sua, sorgiva dal pensiero della differenza sessuale e dalla politica delle donne, stando in una relazione di scambio e di confronto con Lia Cigarini. Un sodalizio il loro durato oltre la vita. Più volte le ho viste all’opera e ogni volta entrambe, con le loro parole, illuminavano e aprivano a nuove riflessioni, a nuovi pensieri, spingendo in avanti la discussione. Erano esigenti. Non ammettevano discorsi superficiali o approssimativi. Quando, nei primissimi anni Settanta, Muraro incontra Cigarini, che era già una femminista, lei aveva alle spalle anni di impegno politico nel movimento per la pace in Vietnam e nel movimento studentesco. Aveva partecipato all’occupazione dell’università La Cattolica, dove si era laureata in filosofia della scienza, e questo le costò la perdita della possibilità di intraprendere la carriera accademica, come racconta a Clara Jourdan nel libro intervista “Esserci davvero” a cura della Libreria delle donne di Milano: «Appena laureata mi hanno chiesto di restare in università, e di fare carriera accademica lì. Però è scoppiato il Sessantotto e allora hanno cambiato idea, tranne il mio professore il quale (…) ha voluto tenermi come assistente volontaria (allora c’era questa figura)». Non ha mai avuto una cattedra ma, dopo un breve passaggio nella scuola media, ha insegnato e fatto ricerca per trent’anni all’università di Verona dove, nel 1983, insieme ad altre, legate alla politica delle donne e al pensiero della differenza sessuale, ha fondato la Comunità filosofica femminile “Diotima”. Nel 1991 fondava la rivista della Libreria delle donne Via Dogana2, che ha voluto continuasse con Via Dogana3 online. Muraro non solo amava scrivere ma anche “aiutare altri a dire meglio” quando sentiva che c’era “qualcosa di importante”. Maestra di scrittura, insieme a Clara Jourdan, dal 2007 al 2017 ha portato avanti una “Scuola di scrittura pensante”, divenuta nel 2020 “Scuola di scrittura politica per aiutare a pensare la politica delle donne, che interagisce con il mondo globale”. È poca cosa quello che ho scritto per onorare una donna grande come Luisa Muraro, che ho amato, e amo, tanto. Grazie Luisa, grazie Lia.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 21 giugno 2026)