Negli Stati uniti assistiamo a un conflitto importante contro i data center e alla rabbia verso l’uniformità dell’intelligenza artificiale, che, vista da vicino, sottrae capacità cognitive, restituisce disoccupazione e non garantisce progresso nelle condizioni di produzione e riproduzione.

L’Europa rincorre investendo in conglomerati industriali imponenti per potenza e consumi, senza sapere se davvero qualcuno avrà bisogno dei loro dati e delle loro elaborazioni.

Qual è il piano strategico di investimenti e il progetto industriale europeo o italiano? La narrazione sulla sovranità si ferma alle soglie del digitale. I data center, infatti, sono costruiti seguendo le richieste delle big tech internazionali e non si capisce se sarà possibile tutelare i loro dati dagli usi abusivi delle multinazionali.

Intanto la Cina fa un suo piano quinquennale di investimenti sulla robotica domestica e industriale, posizionandosi in autonomia dalla Silicon Valley. Non sappiamo se avrà successo, ma è una strategia per diversificare, mettendo le risorse nazionali al servizio di un progetto industriale autonomo.

L’intelligenza artificiale sviluppata nella California libertaria è un progetto estrattivo, che prolifera appropriandosi ed espropriando risorse comuni non abbastanza protette (dati personali, energia, acqua, minerali e capacità cognitive) per trarne valore commerciale, oppure intensificare la sorveglianza a scopo bellico o per controllare la popolazione automatizzando la discriminazione delle soggettività deboli, o marginalizzate, che tante battaglie per i diritti civili avevano reso più difficile da perpetrare.

Conosciamo il meccanismo della colonizzazione. Si individuano spazi di interesse, non abbastanza presidiati da regole, o sotto il controllo di soggetti privi della capacità di farle rispettare con la forza, e poi si interviene per appropriarsene illecitamente. Il colonialismo nasce come metodo espansivo, ma si rende necessario per la scarsità delle risorse necessarie in patria. Gli spazi coloniali sono sempre abitati, secondo la soggettività dominante, da selvaggi e inferiori, i quali potranno scegliere tra una morte certa eroica, un’assimilazione dolorosa e il deperimento in una riserva.

L’Europa è molto fragile sotto questo punto di vista perché, come tutti i soggetti politici da secoli seduti al tavolo dei vincitori, è impreparata a comprendere che si sta trasformando in una preda. Discute di sovranità, ma è pronta a sottomettersi per l’accesso ai satelliti a bassa quota di Starlink, senza nemmeno rivendicare che lo spazio dove si trovano i dispositivi di Elon Musk sarebbe comune al pianeta e non di proprietà aziendale. L’Unione europea si limita a fare le regole, un’attività nobile e importante, ma dipende da come le si scrive e le si fa rispettare. La leva delle tasse è difficile da usare senza peggiorare ulteriormente le relazioni transatlantiche, non certo perché tecnicamente impossibile. Spesso si accompagna l’Europa con l’aggettivo vecchia, non per il tempo di vita dei paesi, ma per una latitanza del desiderio di immaginazione autonoma sul proprio futuro. La vecchiaia dell’Europa, e dell’Italia in particolare, consiste nell’incapacità di esercitare una sovranità sulle idee per affrontare sfide concrete come il disastro climatico, le guerre endemiche, la transizione ecologica, l’uso dell’intelligenza artificiale, la ricerca di altre nuove tecnologie.

Le soluzioni non possono essere universali. Abbiamo bisogno di biodiversità e di tecnodiversità, come continua inascoltato a sostenere Yuk Hui, filosofo della tecnologia tra Oriente e Occidente. Ci servono pensieri nostri, concreti e situati, molteplici e dinamici.

Il termine greco téchne vuol dire sia arte che tecnica, si riferisce a un insieme di pratiche che hanno bisogno di soluzioni artigianali e insieme regolate, ma in un processo continuo in cui convivono metamorfosi e tradizione. Per abbandonare l’ideologia unica del capitale, la narrazione disastrosa di una crescita illimitata, è necessaria una struttura proteiforme, capace di feedback e riorganizzazione costante per rendere possibile la circolarità di una sopravvivenza nel pianeta, che protegga anche le generazioni future.

L’intelligenza artificiale della Silicon Valley è un livellatore di soluzioni, è uno strumento algoritmico per automatizzare la valutazione sulla maggiore probabilità di una risposta entro un ambito statistico. Ma per l’addestramento della IA generativa, persino la Silicon Valley deve ricorrere a libri scritti prima del proprio esordio, perché ha bisogno di variabilità per alimentare il suo sistema ed evitare che degradi le sue prestazioni.

E l’Europa? Maestra di pluralismo, federale e multilingue, rinuncia a se stessa, per inseguire la tendenza dominante senza fantasia.

(il manifesto, 30 agosto 2026)

«Io questo documentario proprio non lo volevo fare, nel senso che mi sembrava una materia troppo prossima, troppo vicina. Soprattutto pensavo che non ne sarei stata in grado: Carla Lonzi l’ho conosciuta quando ero giovanissima, le devo così tanto», dice Francesca Archibugi e sullo sfondo si sentono due bambine giocare, l’ex ragazza favolosa del cinema italiano ha sessantasei anni ed è nonna. «Poi però, dopo la ripubblicazione da parte della Tartaruga dei suoi scritti, da Fandango mi hanno detto: guarda Francesca che se non lo fai tu, il documentario sulla Lonzi lo farà qualcun altro…».

Due anni di lavoro – anche se in mezzo c’è stato un film, Illusione, uscito a maggio –, materiale d’archivio inedito e bellissimo, in casa non un consulente qualunque, ma “il” consulente perfetto per questo lavoro (Archibugi è sposata da decenni con Battista Lena, figlio unico di Carla Lonzi): è nato così Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo, che sarà presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori e sarà nelle sale il 26-27-28 ottobre.

Nei primi anni Settanta Lonzi fonda, con Carla Accardi ed Elvira Banotti, il gruppo Rivolta femminile, che diventa anche casa editrice e pubblica i suoi primi scritti, fra cui Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e il diario Taci, anzi parla. «Alla fine mi sono decisa perché avevo un obiettivo chiaro: raccontare Carla nella sua complessità», riprende la regista. «È conosciuta come critica d’arte e poi come femminista radicale e integerrima. Ed è senz’altro così. Però la mia esperienza di lei è stata anche diversa, era una persona fragile e piena di contraddizioni, attentissima alle relazioni, su cui ha lavorato l’intera esistenza. Una donna molto colta che stava sempre con un libro e una matita in mano, sempre alla macchina da scrivere. Volevo restituirle una statura da femminista non rigida, raccontare quanto in realtà fosse inclusiva. Se non fosse morta quasi mezzo secolo fa, a cinquantun anni, oggi sarebbe tutto il contrario delle femministe escludenti, stile Rowling per intenderci. A casa nostra ha continuato a vivere anche quando non c’era più. Lei al centro mette la sessualità, lo smascheramento del culto del coito inventato dagli uomini. È una grandissima intuizione, con un lato anche scabroso» (la scrittrice e storica Giulia Siviero nel documentario lo riassume così: «Carla ha una posizione originale sull’aborto perché va alla radice del problema. E la radice è: una sessualità che è stata imposta nel sistema patriarcale alle donne, in cui piacere e riproduzione sono stati falsamente legati fra loro, perché nelle donne esiste la clitoride che permette, a differenza degli uomini, di separare piacere e riproduzione. Così sull’aborto Carla capisce che la domanda da fare è: perché le donne sono costrette ad abortire?»).

Quando vi siete conosciute?

«Avevo tredici anni, ero compagna di classe di suo figlio Battista e la rivedo nel corridoio di scuola vestita così elegante, alla moda, ma non una moda borghese, aveva sempre qualcosa di creativo addosso. Con le ragazze, anche molto giovani, riusciva ad avere relazioni intense. Ricordo che mi ero entusiasmata per La Storia, di Elsa Morante, uscito una decina d’anni prima. Lei era stata molto critica verso quel libro, eppure ha compreso il mio fervore e alla fine ha detto: mi stai facendo cambiare idea. A me, che ero una ragazzina che non sapeva niente delle cose, niente del mondo».

Il documentario si chiude con l’ultimo video, girato in casa, Lonzi è già malata, ha metà del volto coperto da un cerotto, immagini che non si erano mai viste.

«Ci abbiamo pensato tanto se introdurlo o no. Poi una sua amica di Rivolta femminile mi ha fatto riflettere: Carla non aveva nessun pudore a mostrarsi aggredita, sfigurata dalla malattia, perché la considerava un’esperienza importante della sua vita e quindi continuava a lavorare, a leggere con un occhio solo, a fare riunioni, senza ritrosia. Non c’era una Carla sana e poi una Carla toccata dalla malattia: erano la stessa persona, ha continuato a essere totalmente sé stessa. Mostrare il filmato è stato restituirle il modo in cui aveva deciso di attraversare una prova così devastante».

Erano gli anni ’70, le femministe dicevano che il privato doveva diventare politico. Quella lezione ha ancora senso oggi, in cui ogni azione ed emozione viene tracciata e monetizzata?

«Carla cercava sempre l’autenticità. Tutto il contrario del fasullo di cui sono pieni oggi i social. Carla rendeva politica una cosa reale, vera, a cominciare dai difetti che riscontrava in sé stessa e che analizzava con grande profondità. Penso che un approccio all’esistenza più critico e più autocritico sarebbe veramente un beneficio per tutti, perché è proprio questa falsità, questa terribile inautenticità nella quale siamo costretti a rappresentarci, uno dei drammi dei nostri giorni».

E forse un altro dramma è che non sappiamo più davvero dialogare.

«Anch’io credo che il dialogo oggi sia del tutto mortificato. Il gruppo di Rivolta femminile metteva al centro la parola e io non posso non pensare che sia la cosa più giusta e più alta da fare. Carla ha scritto poesie, diari, testi filosofici. La parola è stata la sua espressione e la parola dovrebbe sempre essere la nostra espressione» (Carla Lonzi nel documentario: «Io risolvo tutto nel dialogo!». E poi: «Godevo della relazione, e mi espandevo»).

C’è una parte della sua produzione che predilige?

«Il diario, Taci, anzi parla, perché lì ha fatto convivere livelli temporali diversi, utilizzando una forma di scrittura che definirei avanguardistica. Nella stessa pagina racconta di quando era bambina, poi fa un salto nel futuro per mostrare cosa ne sarebbe stato di quelle idee, una volta diventata grande, e poi torna al presente, perché aspetta un’amica e deve decidere cosa cucinarle. Ha il senso di un’esistenza fatta di piani temporali, ogni “qui e ora” si porta dietro tutto quello che siamo stati e quello che saremo. Senza tirarla troppo lunga: ha fatto un’opera rivoluzionaria».

Vede affinità con la sua poetica di regista?

«Non lo so, io mi interrogo molto poco, sono del tutto incapace di fare esegesi. Sono una manovale, mi viene in mente una storia e mi metto a raccontarla, facendo tutte le ricerche possibili. Ma non penso mai, mai, ai massimi sistemi. Racconto solo una storia a qualcuno e la mia voce si modula come se fosse sempre un po’ una favola».

Questo documentario che posto ha nel suo percorso professionale?

«Ho evitato di guardare troppi documentari, anche se ne conosco di meravigliosi. Ho cercato di lavorare sul triangolo fra me, la Carla che non c’era più e il ricordo che avevo di lei, a cui si somma la testimonianza di Battista, che è stato molto importante durante tutto il lavoro. Il documentario è stata una prova completamente nuova, che non sapevo fare. Ma è sempre un bene fare nuove esperienze».

Si fa una citazione da un diario inedito di Lonzi, chiamato Gelosia, di cui si vociferava l’esistenza, ma senza certezze. Presto la pubblicazione?

«Non so, sarà Battista a decidere. Contiene delle cose così private che ti domandi se ha senso renderle pubbliche».

Con Battista Lena vi siete conosciuti al liceo. Come si riesce a far durare tanto una relazione?

«Non ci siamo messi subito insieme, anzi non avevo nemmeno una particolare simpatia per lui. L’amore è arrivato dopo, in concomitanza a fatti molto drammatici: verso la fine del liceo, le nostre madri si sono ammalate, contemporaneamente, e sono morte a poca distanza l’una dall’altra. Innamorarci è stato forse il nostro modo per proteggerci dalla paura del mondo. Entrambi non avevamo grandi rapporti con i nostri padri, quindi abbiamo perso le uniche persone di riferimento e questo sicuramente, ripensandoci dopo tanti anni, è stato un collante, un collante abbastanza misterioso. Abbiamo anche avuto momenti bruttissimi, siamo stati a un passo dal lasciarci, qualche volta per colpa mia, qualche volta per colpa sua, però c’è stato un elastico che non si è mai rotto. Non voglio essere retorica, ma se nelle relazioni non ci sono momenti brutti, non è possibile avere momenti belli e bellissimi».

«Il femminismo non è teoria, ma un’esigenza vitale», diceva Lonzi. E per lei?

«Carla non avrebbe approvato che io portassi un mio lavoro a Venezia, oppure a Cannes, o in tutti gli altri festival del cinema in cui sono stata: li riteneva posti dove si celebra la cultura maschile, mentre alle donne resta solo il ruolo delle ancelle. È passato mezzo secolo, ma ancora siamo allo stesso punto: ancelle di questa, come dire, di questa messa in scena della grandiosità dell’artista maschio, mentre la nostra arte è confinata in un recinto. Forse Carla aveva ragione: non bisogna andare da nessuna parte, bisogna rifiutarsi e combattere con l’estromissione. In quarant’anni di carriera mai ho sentito un critico o un selezionatore o un direttore di festival interrogarsi e dire: davvero i film delle donne non sono all’altezza o non sarà piuttosto il mio sguardo a essere sbagliato?». (Carla Lonzi: «L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione». «Non dobbiamo chiedere di essere uguali all’uomo, perché l’uomo è il termine della nostra esclusione»).

Eppure ai festival continua ad andarci.

«Se non fossi andata, se non fossi stata sul palco con il mio premio in mano, sarei stata cancellata dalla faccia del cinema. Sono ancora qui perché mi sono ritagliata uno spazietto d’ancella. Avrei dovuto fare una lotta più radicale, tutte avremmo dovuto farla, perché una lotta non la puoi fare da sola. Non si vince con le quote rosa, ma dicendo: fatevela fra voi la vostra mostra. Negli anni ho visto aprirsi e chiudersi spazi per le donne, in un alternarsi legato all’andamento della società e questo c’entra poco con il percorso femminista, purtroppo». (Laura Lepetit, editrice scomparsa nel 2021: «Io mai nella vita avrei osato sputare su Hegel e invece si poteva fare un salto a lato, oppure produrre, come diceva Carla, un imprevisto nella storia e cambiare prospettiva. Cambiare prospettiva allora era un terremoto gigantesco, ma è come se lei ignorasse i pericoli. Lo faceva. E le altre? Potevano farlo»).

Lei è un’attivista?

«Non nel senso comune, però sono molto attiva nel creare le mie relazioni. Nel non retrocedere, non accettare l’inautenticità: con le mie amiche, con Battista, con i miei figli. Fino alla sgradevolezza di dirci le cose come stanno. Non è facile, ma sono convinta che questo crei legami molto, molto più profondi».

Al Festival

Il documentario

Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è un documentario scritto e diretto da Francesca Archibugi prodotto da Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà (a sinistra la locandina). Accanto alla figura pubblica di Lonzi di primissimo piano nel femminismo italiano per il suo pensiero radicale e originalissimo, il documentario racconta anche la figura privata, affascinante e contraddittoria. Attraverso archivi preziosi e inediti, la regista, che ha un forte legame personale con Lonzi avendone sposato il figlio, Battista Lena, porta per la prima volta sullo schermo il suo pensiero e la sua eredità.

I libri

Grazie anche alla ripubblicazione dei suoi libri per opera della Tartaruga (La nave di Teseo, a cura di Annarosa Buttarelli), si è tornati a studiare e discutere il pensiero di Lonzi, così radicale da mettere in crisi le gerarchie e i fondamenti della cultura patriarcale.

(Corriere della Sera – Sette, 24 agosto 2026)

A nome dell’Associazione delle Madri dei migranti scomparsi in Tunisia, e in qualità di presidente dell’associazione e di sorella di uno scomparso da anni, oggi trovo impossibile di rimanere inerte di fronte alla nuova tragedia che stanno vivendo le famiglie dei figli di Ben Guerdane, senza far sentire di nuovo la nostra voce. Ciò che sta accadendo non è un incidente di passaggio, né una notizia che si conclude alla fine con la pubblicazione delle foto e con il recupero dei corpi. Dietro ogni giovane disperso c’è una famiglia che vive, dal momento della sua scomparsa, in uno stato di attesa infinita. Una madre che non sa se piangere il proprio figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro, ogni giorno, che un membro della loro famiglia non è tornato. E io conosco bene questa attesa. So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare, e che passino gli anni senza che tu sappia dove sia, cosa gli sia successo, se sia sopravvissuto e dove si sia concluso il suo viaggio. So cosa significa che la domanda rimanga aperta, e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana. Per questo, quando oggi vediamo famiglie che cercano i propri figli o che ricevono la notizia del ritrovamento di salme, non vediamo semplicemente nuovi numeri nel dossier della migrazione. Vediamo noi stesse, ancora una volta. Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore temporaneo, per poi essere dimenticate quando le notizie si placano. Vogliamo la verità. Vogliamo che ogni famiglia conosca la sorte del proprio figlio. Vogliamo ricerche serie per i dispersi, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie di prendere in consegna i propri figli e dargli una sepoltura dignitosa. E vogliamo anche che si apra un dibattito reale sulle cause che spingono i nostri giovani a imbarcarsi in viaggi carichi di morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire. Gli anni hanno dimostrato che l’approccio securitario da solo non ha fermato le partenze, e che la chiusura dei confini e l’inasprimento nella concessione dei visti non hanno cancellato il sogno dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere dignitosamente. Quando le porte legali si chiudono, il desiderio di viaggiare non scompare, ma le rotte diventano più pericolose. Dalla nostra posizione di famiglie degli scomparsi e delle scomparse, diciamo chiaramente: non vogliamo altre tragedie, e non vogliamo altre madri che vivano ciò che abbiamo vissuto noi. Vogliamo politiche che diano ai giovani il diritto di spostarsi in modo sicuro e legale, e che diano loro anche motivi reali per restare, se scelgono di farlo: il lavoro, la dignità e la speranza nel futuro. Quanto a coloro che hanno perso la vita, abbiamo il dovere verso di loro di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero in un rapporto. Le loro famiglie hanno diritto alla verità, alla giustizia, alla dignità, al sostegno psicologico e sociale, a sapere dove sono i loro figli e cosa è successo loro. Noi non parliamo da dietro delle scrivanie. Parliamo da dentro questo dolore. Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone che sono scomparse e hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta. Ed è per questo che continueremo a reclamare i diritti dei dispersi e delle loro famiglie, e continueremo ad alzare le nostre voci ogni volta che un giovane scompare in mare, perché sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta. Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, e non vogliamo che le disperse e i dispersi diventino solo numeri. Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità. Ed è diritto di ogni madre sapere dove si trova suo figlio.

Latifa Walhazi – Presidente dell’Associazione delle Madri dei Dispersi in Tunisia e sorella di un disperso.

(Facebook, profilo dell’Association des mères de migrants disparus, 24 agosto 2026)

Il ribaltamento del mito omerico

Nolan libera Odisseo da Omero.

L’eroe classico ha un compito ben preciso: ristabilire l’ordine sociale e patriarcale violato. Incarna i valori assoluti di una civiltà declinata al maschile, dal coraggio all’astuzia, e le prove che supera servono a confermare il suo status nel mondo.

Nolan rovescia Omero. Non si limita a esporre la crisi contemporanea del patriarcato attraverso la violenza e le guerre che possono evocare quelle di oggi. Mostra piuttosto la fine di un ordine nel momento stesso del suo istituirsi, come nei racconti dell’Iliade e dell’Odissea.

È una postura simbolicamente forte: l’onnipotenza maschile, basata sull’idea che la metis e l’autosufficienza bastino a dominare il mondo, si rivela priva di fondamento.

La legge di Zeus e il sequestro del simbolico

«Bruciare le mura di Troia è stato bruciare il mondo intero, compresa la casa». Ma lo stesso Odisseo spiegherà che – sebbene lo sradicamento dei fragili legami tra gli uomini genererà altra violenza – all’orizzonte si intravede già una civiltà diversa.

Nolan compie un passo ancora più profondo.

Mostra come il danno prodotto all’umanità dalla storia patriarcale non risieda solo nel bisogno di controllo (a partire dal corpo delle donne) e nella forza necessaria a esercitarlo. Il vero fulcro è il sequestro del simbolico, incarnato dalla “legge di Zeus” e ridotto a mero strumento di potere.

Nel film, tuttavia, la legge di Zeus e l’ordine patriarcale non coincidono. La legge divina rappresenta la dimensione simbolica con cui fatichiamo a fare i conti, proprio perché il patriarcato l’ha bloccata e impoverita proiettandovi un’immagine archetipa maschile. Il rapporto tormentato dell’Omero di Nolan con questa legge, continuamente evocata e violata, diventa lo strumento per liberarsi.

Questo passaggio fondamentale non sarebbe stato possibile senza il lavoro del femminismo sul piano simbolico. Nel film questa dinamica emerge con chiarezza ed è il frutto di una riflessione maschile su di sé, profonda e autentica, che difficilmente intercettiamo nel dibattito quotidiano.

Oltre l’impasse dell’eroe moderno

La rottura con il passato è radicale. L’Omero di Nolan si distacca dalle interpretazioni dell’eroe succedutesi dal Rinascimento a oggi. Non è il cittadino ideale dei filosofi rinascimentali, né l’emblema del viaggio neoplatonico nell’anima umana. Non incarna il prototipo dell’individuo proprietario e nemmeno l’archetipo novecentesco del male di vivere. Queste sono solo varianti storiche della soggettività maschile. Nolan è già altrove, oltre le illusioni e i blocchi del passato.

Il regista chiude l’era del dramma. Nel mondo omerico il dramma è collettivo e fondativo, legato al destino e alla volontà degli dèi. Nel mondo moderno (Shakespeare) il dramma si sposta all’interno dell’uomo, scisso tra ciò che pensa di dovere e ciò che sente, una frattura che nella storia patriarcale ha preso tante forme diverse. Questa impasse ha condotto storicamente all’autodistruzione o a tentativi di ricomposizione autoritaria e senza mediazione. Persino quando si rivendica l’azione – il classico “un uomo deve fare quello che deve fare” del cinema western – ci si trova davanti a un agire bloccato, che rimuove con risentimento la propria impotenza.

Nel film di Nolan, invece, Odisseo si sblocca: esce dal dramma e il suo agire diventa produttivo. È un uomo che è andato oltre il patriarcato, pur portandone con sé i limiti. Non sa rinunciare alla vendetta e per questo non può più stare nel posto di sovrano in cui Omero lo aveva ricercato. Tuttavia, libera il figlio Telemaco dall’obbligo di succedergli attraverso le uccisioni rituali e la violenza, che sono il motore interno del patriarcato. Può così iniziare una nuova idea di potere e autorità.

L’autorità delle donne e la metamorfosi dell’eroe

Il commiato di Odisseo dal patriarcato nasce dal riconoscimento dell’autorità delle donne che incontra, una autorità che in molte analisi del film ho visto che si fatica a cogliere.

Nel mito classico le donne sono tappe del viaggio, minacce seduttive o forze distruttive, simili a una natura scatenata dagli dèi contro i mortali. Rappresentano l’alterità fuori controllo, dotate di un potere generativo che spaventa e castra.

Nolan ribalta questo schema. Nel film, le figure femminili guidano l’eroe e fanno luce mentre lui fatica a ricomporre i propri frammenti. Giudicano, spiegano, dicono la verità e innescano la metamorfosi di Odisseo.

Non restano sullo sfondo, non sono docili né malinconiche, e non rinunciano ai propri desideri, non stanno neanche lì a significare l’emancipazione liberale. Il film non distribuisce i ruoli secondo una rigida logica di parità formale: è l’opera di un uomo che vede nelle donne il vero motore del viaggio di Ulisse. Sono loro a rendere possibile e a dare significato al suo addio al patriarcato.

Il femminismo radicale ha già compiuto questo distacco da tempo, smettendo di concedere spazio al patriarcato per produrre piuttosto libertà femminile. Non per questo, però, ha smesso di dialogare con gli uomini intenzionati a compiere lo stesso passo.

Circe, Calipso e Penelope: custodi di verità

Circe non è la parodia della femminista arrabbiata. È la figura che svela agli uomini la vera natura del patriarcato per come esso stesso si è teorizzato: dall’homo homini lupus al “Saturno che divora i suoi figli” di Goya, da cui discende il Polifemo di Nolan.

Circe dice una verità dura con rabbia, poiché ha subito la violenza maschile e la teme. È forse questo il motivo per cui ancora oggi, in tanti e tante, fanno fatica a entrare in empatia con lei? O forse perché ritorni il vecchio timore che la rabbia femminile possa spaventare gli uomini? Ulisse capisce e non si spaventa.

Calipso costringe Odisseo a guardarsi dentro e a elaborare il trauma. Lo aiuta a liberarsi dai fantasmi delle sue vittime e della cultura patriarcale: gli dice «Rinuncia al controllo e vivi». Lo fa attraverso l’amore, ponendo un limite al proprio sentimento.

Penelope dimostra che la libertà femminile non si misura sul desiderio maschile, pur rimanendo in relazione con lui. Lungi dall’essere la madre castrante descritta da alcuni, Penelope cerca di trasmettere al figlio un’idea diversa di forza e libertà in un mondo segnato e ossessionato dall’assenza del patriarca.

Penelope e Odisseo lasciano insieme un’eredità. È lei a comprendere che la minaccia temuta non è un esercito straniero, ma la violenza maschile stessa: «Voi siete il popolo del mare», dice al marito dopo il racconto di Troia. «La nostra età del bronzo sta crollando», le risponde lui.

Attorno a Penelope e Circe ruota anche il tema del generare e dell’essere “nati di donna” (Adrienne Rich), che scardina l’epica patriarcale: l’eroe non nasce solo attraverso le proprie gesta. .

Infine c’è Atena, che compie l’atto decisivo: libera l’eroe dal senso di colpa, trappola sterile che spesso blocca la presa di coscienza maschile e ne oscura il desiderio. Questo legame rispecchia ciò che Lia Cigarini ha definito “relazioni politiche di differenza” tra donne e uomini.

Un film in cui la violenza non è godimento

Come già accaduto con Barbie di Greta Gerwig, l’opera di Nolan mostra la dimensione più profonda e reale del mondo in cui viviamo, offrendo una via d’uscita dalla depressione in cui ci schiaccia la violenza contemporanea.

Sul piano cinematografico, Nolan non usa la struttura narrativa lineare dei film d’azione hollywoodiani, basati sull’adrenalina e sul trionfo dell’eroe. Il film si sviluppa come un labirinto complesso di immagini e suoni che parla all’intelligenza dei sensi.

Qui la violenza non esalta l’azione, ma riflette il trauma del protagonista, e la vendetta è priva di qualsiasi godimento. L’esilio finale diventa l’unico modo per spezzare il cerchio della violenza che rigenera se stessa, scardinando il fondamento ideologico che il cinema d’azione ci chiede normalmente di accettare.

Alla fine della proiezione, in una sala all’aperto, le bambine e i bambini hanno applaudito.

P.s.: Grazie a Lucia per avermi portato a vedere il film.

(Facebook, 19 agosto 2026)

La filosofa Luisa Muraro è venuta a mancare il 13 giugno scorso. Fortunatamente ho saputo che c’è stato il tempo di dedicare anticipatamente al suo pensiero un’intera giornata di studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, organizzata dalla Libreria delle donne di Milano e da Diotima, Comunità filosofica femminile di Verona.

Da quell’incontro è scaturito un libro intitolato Come quando si accende la luce, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi. Il libro restituisce l’importanza del pensiero di Luisa Muraro, protagonista della diffusione del “pensiero della differenza sessuale”, punto di riferimento per moltissime donne nella pratica femminista basata sull’esperienza e del pensiero che “parte da sé”.

Da questo concetto, che intreccia ogni teoria con l’esperienza, con il suo essere vissuta, viene elaborato, negli anni ’70, il pensiero della differenza sessuale, che prende le distanze, pur senza negarlo, dall’emancipazionismo, inteso come l’insieme delle politiche miranti a parificare la condizione socio-economica delle donne e degli uomini.

In questo momento storico possiamo infatti vedere il processo di involuzione che l’emancipazionismo ha portato alla condizione femminile, sempre più sessualizzata, nella maggioranza dei casi impoverita e disoccupata, salvo essere profondamente reazionaria quando raggiunge i vertici del potere, sfondando il cosiddetto “soffitto di cristallo”. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti valutando l’operato delle donne al potere in Italia e in Europa. Senza una coscienza politica e del proprio reale desiderio si rimane ingabbiate nella rete mortifera del maschilismo, che impregna profondamente le strutture economico-sociali fondate su un capitalismo pervasivo e indifferente alla persona umana.

Il pensiero della differenza sessuale, condiviso dalla Muraro con la filosofa belga Luce Irigaray, di cui ha tradotto le opere, invita le donne a interrogare il proprio desiderio, ad agire sulla sua spinta, mettendo radicalmente in discussione che la liberazione femminile coincida con il raggiungimento del potere e la conquista del successo.

Ed è l’esperienza del partire da sé, fedeli all’ordine della madre, senza scimmiottare i discorsi prodotti da altri/e, cioè dall’ordine patriarcale a cui quasi tutti i filosofi sono purtroppo legati, l’eredità che l’incontro con il pensiero della Muraro mi lascia e di cui le sono immensamente grata.

La filosofia è una cosa in atto e pratica, scriveva Simone Weil, intrecciando indissolubilmente pensiero e azione, come poi tutta la sua vita ha testimoniato.

Luisa Muraro ha fondato e lavorato per due iniziative di lunga durata e indubbio valore politico. Nel 1975, insieme a Lia Cigarini e altre donne fondò la Libreria delle donne di Milano, che diventerà una delle istituzioni storiche del femminismo italiano e che è pienamente funzionante tuttora. Fu tra le fondatrici, negli anni ’80, della comunità filosofica femminile Diotima, che gode di notevole autorevolezza simbolica e della grande partecipazione di pubblico al Grande Seminario (organizzato tra ottobre e dicembre di ogni anno) da cui scaturiscono libri inerenti all’argomento trattato.

Ed è proprio nei “ritiri” in preparazione del Grande Seminario che ho avuto l’occasione di conoscere personalmente Luisa Muraro, oltre a filosofe di spessore come Diana Sartori, Wanda Tommasi e Annarosa Buttarelli e altre. Confesso che il modo di lavorare in questi ritiri in un primo momento mi ha intimorito: si parlava a braccio, quasi del tutto proibite le citazioni, in definitiva si trattava di filosofeggiare in presenza. La severità della Muraro era inflessibile: voleva che il pensiero scaturisse da noi, dalla nostra sensibilità, fiduciosa nelle capacità creative di ciascuna di noi. Conoscendola meglio l’ho reputata una grande “Maestra”, di filosofia, ma specialmente di vita: insegnava il coraggio di essere se stesse e di combattere per le proprie idee.

Il motivo per cui l’ho sentita intellettualmente vicina è che, forse inconsciamente, abbiamo entrambe cercato la spiegazione della differenza sessuale nell’esperienza delle mistiche: perché Dio, in tempi di totale subordinazione femminile, ha scelto le donne per rivelarsi, scavalcando ogni gerarchia ecclesiastica? Vero scandalo filosofico, a cui la Chiesa, per non dare risposte troppo imbarazzanti, ha quasi sempre risolto il proprio conflitto di coscienza santificandole.

In questa sede ricordo due libri di Luisa Muraro sul tema, scegliendo tra la sua vasta produzione: Il Dio delle donne, Milano, Mondadori 2003; Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2014 (2001).

Per quanto mi riguarda l’incontro con Luisa Muraro e Diotima mi ha dato il coraggio di partire (da me?), facendo lunghe esperienze di insegnamento all’estero, e, specialmente, l’agognato dottorato di ricerca in Portogallo sull’amore mistico, grazie soprattutto alla lettera di referenze scritta all’università di Coimbra da Wanda Tommasi, che colgo l’occasione di ringraziare caldamente.

(Periscopio, 6 agosto 2026)

Le madri tunisine aspettano ancora. Aspettano ancora che le loro figlie e i loro figli, partiti e scomparsi, tornino a casa, vivi o morti. Aspettano una loro telefonata, un messaggio per porre fine all’angoscia, all’attesa e al dubbio. Li cercano nei CPR italiani (centri di permanenza per il rimpatrio), carceri dove vengono rinchiusi migranti che non hanno commesso nessun crimine.    Aspettano giustizia e verità per se stesse e per loro. Aspettano e non si rassegnano al lutto, alla perdita. Non si chiudono nel silenzio dell’attesa. Come le Madri de Plaza de Mayo hanno trasformato il dolore individuale in lotta collettiva, in consapevolezza politica. Ma se le Madri argentine hanno consacrato la loro vita nel chiedere giustizia e verità per i 30mila giovani desaparecidos, loro figlie e figli, fatti sparire dalla Giunta militare, le madri tunisine chiedono giustizia e verità alla “democratica” Europa e ai suoi Paesi che in questi anni con le loro politiche anti-migranti hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero e disumanizzato chiunque arriva. Contro di loro hanno alimentato odio e cavalcato paure. Hanno eretto muri in terra e in mare, hanno ostacolato gli interventi di salvataggio delle Ong, favorendo così le morti in mare. Le madri tunisine aspettano e intanto lottano, dentro e fuori la Tunisia, contro le campagne anti-migratorie, il razzismo e la xenofobia. Lo fanno con la loro “Associazione delle madri di migranti scomparsi” (Association des Mères de Migrants Disparus), fondata nel 2016 da una di loro, Fatma Kassraouin, e accoglie anche madri del Senegal, del Camerun e di altri paesi del Maghreb. Fatma aspetta il ritorno del figlio, Monsar, che nel 2011 a 26 anni, durante le primavere arabe lasciò il Paese senza dirle nulla, per non darle un dolore. Pensava di chiamarla una volta arrivato in Italia e invece, è scomparso. La madre e la sorella*, oggi presidente dell’Associazione, lo cercano e lo aspettano ancora, nonostante abbiano saputo che la notte della partenza del ragazzo ci fu un naufragio e i sopravvissuti avessero detto di averlo visto affogare. Ad alimentare la loro speranza è stata una trasmissione televisiva del 2012 sul centro di rimpatrio di Trapani, in cui la madre dice di aver visto e riconosciuto il figlio. «Era lui ne sono certa, l’ho riconosciuto, ma non ho potuto far niente, nessuno mi ha ascoltato», va ripetendo da allora. Nel 2011, mentre migliaia di tunisini arrivavano sulle coste italiane, Roma e Tunisi firmavano i primi accordi bilaterali, come quelli con la Guardia costiera libica, non per garantire sicurezza a chi parte e dignità a chi arriva, ma per fermare le partenze e agevolare i rimpatri forzati. Da allora quegli accordi sono stati rinnovati ogni anno e resi sempre più stringenti. Accordi fatti anche con l’Europa in cambio di soldi e di equipaggiamenti per fermare chi vuole partire. Non è un caso che la prima richiesta dell’Associazione è di eliminare l’obbligo di visto, che l’Europa non concede mai, costringendo i giovani tunisini e africani a partire irregolarmente, alimentando i trafficanti e aumentando i rischi di morte in mare. Chiedono che l’Italia e Tunisi lavorino insieme non per fermare le partenze, ma per garantire i diritti a chi parte e verità alle famiglie dei “desaparecido”, degli scomparsi. Ogni anno il 6 febbraio, in memoria di una delle prime stragi, l’Associazione insieme ad altre realtà africane, europee e di altre aree, promuove la Commemor Action, una manifestazione per ricordare le stragi in mare e nei viaggi, per chiedere giustizia e contrastare leggi disumane che ostacolano chi, dal Sud del globo, nonostante il rischio enorme e una possibilità minima di arrivare in Italia, continua a partire per il sogno di un futuro migliore. Quei giovani sono uguali ai tanti che ogni anno sono costretti a lasciare il nostro Sud. Disumanizzarli è un crimine. Le madri tunisine e africane vedranno mai, come invece le madri argentine, giudicati e condannati da un tribunale i responsabili della sparizione delle loro figlie e dei loro figli?

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 2 agosto 2026)

(*) Della sorella e presidente dell’associazione, Latifa Walhazi, troverete qui la traduzione della lettera pubblicata il 24 agosto 2026 sulla pagina facebook delle Mères de Migrants Disparus all’indomani di un nuovo, terribile naufragio.

Ci ha lasciate qualche settimana fa Luisa Muraro.

Questa perdita ci ha profondamente addolorato, come quella, poco tempo prima, di Lia Cigarini. Ci resta un patrimonio inestimabile e prezioso che il suo pensiero e il suo lavoro ci hanno lasciato, una forza che continuerà ad accompagnarci e nutrirci nel nostro lavoro, come femministe, come operatrici di un Centro Antiviolenza, come donne impegnate a pensare e praticare quotidianamente un percorso di libertà, per sé e per tutte le donne che incontriamo.

Nella molteplicità del pensiero femminista che caratterizza il nostro tempo c’è ancora tanta ricerca, tanta riflessione e tanto lavoro da fare, tanto da pensare e anche da confliggere per mantenere una direzione unitaria che non ci indebolisca e non vanifichi conquiste culturali, sociali, giuridiche raggiunte dalle donne a caro prezzo e sempre in pericolo. Il pensiero della differenza sessuale può darci peso e misura della nostra forza nella nostra pratica quotidiana. Al tempo stesso, praticare un percorso di libertà per noi e fra noi donne non è abbastanza. Non è più abbastanza per trasformare davvero il mondo, per far sì che i fatti che accadono e le scelte politiche che si fanno abbiano in sé una lettura, uno sguardo, una scelta e una significazione anche di donna.

La politica delle donne non è la politica istituzionale. È una politica universale. L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro non propone un altro ordine, verticale e alternativo, a quello maschile: è un rinnovamento rivoluzionario di un mondo che non riconosce la libertà. Non la riconosce neanche ai maschi, a cui garantisce privilegi, ma non una vera libertà. L’uomo non deve liberarsi, non sente spontaneamente questo bisogno, questa necessità, perché è inscritto in un ordine di privilegio che lo “riconosce” sempre, a prescindere dal ceto, dalla razza, dalla religione, dalla professione, perché il suo essere uomo gli è attribuito e riconosciuto già dalla norma, dalla società, dalla cultura. Il bisogno di libertà della donna è invece determinato proprio dall’esigenza di “significarsi”, come dice Luisa Muraro. Un bisogno che la donna ha sviluppato nei secoli di subordinazione e cancellazione della sua presenza e della sua autorevolezza nella storia.

Ecco perché la politica delle donne mira alla libertà non solo delle donne, ma di donne e uomini, e mira dunque al bene comune. Le donne, e gli uomini, non più costretti alla norma maschile basata sul potere, sul controllo, sugli stereotipi, sui ruoli e le aspettative di genere che la società ha disegnato e prefigurato per loro, possono essere liberi, in un nuovo ordine simbolico che, nella politica della differenza, restituisce parola e corpo, desiderio e libertà, di scelte e di decisione.

La politica di rivendicazione del diritto all’uguaglianza e alla parità delle donne ha riguardato a lungo una richiesta di “riconoscimento” nei confronti di un ordine già costituito. Ma il riconoscimento dei diritti, la “inclusione”, non cambiano l’ordine patriarcale, che dal punto di vista simbolico e strutturale resta mancante dello sguardo altro, quello delle donne. “Non credere di avere dei diritti” ci dice che va costruita una genealogia di donne, ad oggi ancora assente nella costruzione delle nostre società e dei nostri ordinamenti. È necessario passare dalla richiesta di riconoscimento dei diritti a una esigenza di libertà che deve riguardare tutte e tutti, e che implica una grande trasformazione del pensiero e della cultura e delle relazioni.

L’emersione della violenza maschile contro le donne ha scatenato la reazione, a volte nei modi più beceri e retrivi, di tanti uomini che non sanno mettere in discussione le proprie debolezze, che non sono capaci di indagare sui propri bisogni, che non sanno ascoltare sé stessi e quella voce che hanno tacitato per poter essere al centro di quel privilegio dell’essere “maschio” in una società che risulta dispari e poco umana. È emersa una difficoltà umana, psicologica, sociale, culturale di tanti uomini che certo non definiremmo uomini felici. E non ci sono donne felici di averli accanto.

Muraro ci ha insegnato che il desiderio, la gioia, la felicità possono salvare l’umanità. Per gli uomini abbandonare il privilegio, il potere, il controllo, farci i conti e riscoprire il desiderio, la libertà, la relazione può essere l’occasione di un cambiamento epocale. La stessa occasione colta e praticata dal movimento delle donne, con l’unica rivoluzione pacifica ed efficace che ha avuto successo nel secolo scorso e continua tuttora proprio in quanto motivata dal desiderio di trasformazione di sé e del mondo, dal bisogno di libertà e “significazione”, negli ultimi decenni.

Muraro ha tracciato la strada. Noi questa strada desideriamo che gli uomini la scelgano, la attraversino, la percorrano.

Lucia De Cicco fa parte del direttivo CADMI

(Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, newsletter 31 luglio 2026)

Il documentario della regista Francesca Archibugi sulla storica femminista italiana, prodotto da Fandango con Rai Cinema e Luce Cinecittà, sarà Presentato a Venezia 83 nelle Giornate degli Autori

Quando si parla delle radici teoriche del femminismo italiano inevitabilmente viene fuori il nome di Carla Lonzi, critica d’arte, scrittrice e filosofa che, negli anni Settanta, sovvertì ogni modello patriarcale fondando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Rivolta Femminile, redigendo il Manifesto di Rivolta Femminile e pubblicando “Sputiamo su Hegel” e “La donna clitoridea e la donna vaginale”, testi che sanciscono il distacco dalla cultura e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere, della sessualità e dei modelli di soggettivazione femminile.

Per raccontare l’intellettuale e la donna che fu Carla Lonzi, sarà presentato in anteprima alla 83a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Giornate degli Autori – Eventi speciali, il documentario “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” diretto dalla regista Francesca Archibugi, che la conobbe da giovane per motivi personali.

Dunque, anche se per Antonio Barbera le cineaste non hanno realizzato quest’anno film adeguati al concorso dell’83° Festival di Venezia (solo un film su 20 selezionati è diretto da una donna) le Giornate degli Autori, come sempre, valorizzano, eccome, i prodotti e il pensiero femminili.

“Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” è un progetto che va oltre il racconto biografico della celebre critica d’arte, filosofa e teorica del femminismo italiano, e che mostra accanto alla figura pubblica, considerata così intransigente, punto di riferimento di artisti e pensatori, anche quella privata, più affascinante e contraddittoria, restituendo un ritratto puntuale e allo stesso tempo empatico di una delle donne che più ha influenzato non solo le basi, ma anche il linguaggio del femminismo e dell’autocoscienza delle donne.

Attraverso materiale d’archivio inedito, fotografie e la voce della stessa Lonzi, Francesca Archibugi costruisce un racconto intimo e appassionato, avvalendosi anche delle testimonianze di familiari e amici, tra cui il figlio Battista Lena (musicista e compositore, autore delle musiche del documentario), la stessa regista Francesca Archibugi, Nanni Moretti, Giulia Siviero, Suzanne Santoro e la filosofa Maria Luisa Boccia.

In dialogo con tutte le esperienze rivoluzionarie degli anni Sessanta e Settanta, la ricerca della Lonzi attraversa tanti temi come il corpo, la natura, il mito e la memoria e la sua eredità è molto forte e attualissima.

«Con un po’ di imbarazzo devo parlare di me – racconta la Archibugi – e del perché ho fatto questo film. Ho conosciuto Carla Lonzi al liceo, era la madre di quello che sarebbe diventato mio marito, Battista Lena. Ma si è ammalata ed è morta che eravamo troppo piccoli, non avevamo nessuna idea di quello che sarebbe stato il nostro futuro. Pensavo solo che dovevo assolutamente piacerle ed ero sicura che non ce l’avrei fatta. Perché mi sentivo qualche stortura morale. Volevo entrare nel mondo e Carla ne voleva stare al di fuori. Carla e Battista, ma anche lo scultore Pietro Consagra, il compagno, erano diversi da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora. Tutti i giorni c’erano riunioni femministe, guardavo e ascoltavo rendendomi invisibile, strisciavo rasente i muri.

Carla trascorreva lunghi periodi in un podere molto isolato nel Chianti, completamente sola, in mezzo ai boschi e le vigne: quando lei non c’era, andavo nel casale grande e rovistavo nei cassetti, frugavo nelle borse, spiavo gli appunti e le lettere private, annusavo le camicie, le ho rubato un paio di pantaloni. Ho vissuto attraverso suo figlio l’ansia della malattia. Mentre lei stava sempre peggio leggevo il diario, Taci anzi parla, diario di una femminista. Ne parlavamo: mi spiegava un po’ di cose sul sesso, senza imbarazzo e senza voyeurismo. Non assomigliava certo a una suocera, ma alla più fantastica delle amiche adulte. La sua amicizia è stata come un regalo per il mio diciottesimo compleanno e l’entrata nella vita adulta.

Solo che se ne è andata troppo presto. Mi ha lasciato tantissime cose, prima di tutto suo figlio Battista.

Spero di essere riuscita a trovare l’equilibrio fra il riserbo e lo slancio affettivo. Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce. E farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora».

Il film è una produzione Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà e MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, realizzato e distribuito con il contributo del Fondo del Ministero della Cultura per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” sarà al cinema con Fandango Distribuzione.

(Noidonne, 29 luglio 2026)

CARLA LONZI

Carla Lonzi (Firenze, 1931 – Milano, 1982) è una scrittrice e critica d’arte italiana, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale.

Ha attraversato e messo in discussione i dispositivi di legittimazione dell’arte, della cultura e del

sapere, elaborando una pratica intellettuale fondata sull’autonomia, sulla parola e sulla trasformazione delle relazioni.

Formatasi alla scuola di Roberto Longhi, con il quale si laurea in Storia dell’Arte nel 1956, Lonzi si

afferma negli anni Sessanta come una delle voci più autorevoli della critica d’arte italiana. Attraverso

l’attività curatoriale e la collaborazione con artisti italiani e internazionali – tra cui Lucio Fontana, Cy Twombly, Jannis Kounellis e Giulio Paolini – contribuisce alla definizione di una nuova sensibilità critica nei confronti delle pratiche artistiche contemporanee. Nel 1969 pubblica Autoritratto, opera fondativa e radicalmente sperimentale, costruita attraverso il montaggio delle voci di quattordici artisti: un dispositivo letterario e critico che decostruisce la linearità della narrazione storico-artistica e restituisce la complessità della scena degli anni Sessanta.

Il 1970 segna una cesura decisiva nella sua ricerca. Insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti fonda

Rivolta Femminile e redige il Manifesto di Rivolta Femminile. Nello stesso anno pubblica Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, testi che sanciscono il distacco dalla cultura

patriarcale e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere. L’abbandono della critica d’arte non rappresenta per Lonzi una rinuncia, ma l’apertura di un campo di ricerca più ampio e radicale, fondato sulla pratica dell’autocoscienza, sul separatismo e sulla costruzione di forme autonome di produzione e circolazione del pensiero.

Attraverso la propria casa editrice e una scrittura che intreccia teoria, autobiografia, dialogo e pratica politica, Lonzi sviluppa un pensiero capace di mettere in crisi le gerarchie del sapere e i fondamenti

stessi della cultura patriarcale. In opere come Taci, anzi parla. Diario di una femminista (1978) e Vai

pure. Dialogo con Pietro Consagra (1980), la parola diviene uno spazio di conflitto, relazione e

possibilità.

FRANCESCA ARCHIBUGI

Francesca Archibugi (Roma, 1960) è una regista e sceneggiatrice italiana.

Dopo gli studi classici, studia psicologia all’Università degli Studi di Roma La Sapienza; e nel 1983 si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Gira alcuni cortometraggi per la Rai e per Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi, vincendo nel 1985 il Premio Solinas per la sceneggiatura.

Il suo esordio al cinema è Mignon è partita (1988), film che ottiene cinque David di Donatello e due Nastri d’Argento, e numerosi premi internazionali.

Seguono film come Verso sera (1990), Il grande cocomero (1993), Con gli occhi chiusi (1994), L’albero delle pere (1998), Domani (2000), Lezioni di volo (2007), Questione di cuore (2008), Il nome del figlio (2015), Gli sdraiati (2017), Vivere (2019) e Il colibrì (2021). Ha inoltre realizzato serie televisive, tra cui La Storia (2024), Nastro d’argento Miglior serie dell’anno. Accanto alla regia, ha collaborato alla scrittura di numerose sceneggiature per altri autori, tra cui Paolo Virzì, Costanza Quatriglio, Maria Sole Tognazzi.

Nel corso della sua carriera ha lavorato con molti tra i principali attori italiani, da Stefania Sandrelli a

Jasmine Trinca, da Marcello Mastroianni a Pierfrancesco Favino.

Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali e retrospettive del suo lavoro sono state fatte in Francia, Inghilterra, Germania, Argentina, Giappone e numerosi altri paesi.

Battista Lena, il figlio di Carla Lonzi, è il musicista di tutti i suoi film, dal primo cortometraggio fino a questo documentario.

FILMOGRAFIA

Illusione (2025)

La Storia, Serie TV (2022)

Il Colibrì (2021)

Vivere (2019)

Romanzo Famigliare (2018)

Gli Sdraiati (2017)

Romanzo Famigliare, Serie TV (2016)

Il Nome del Figlio (2015)

È Stata Lei, Cortometraggio (2013)

Giulia ha picchiato Filippo, Documentario (2012)

Questione di Cuore (2008)

Lezioni di Volo (2005)

Renzo e Lucia (2002)

Domani (2000)

L’Albero delle Pere (1997)

La Strana Storia di Banda Sonora, Documentario (1997)

Con gli Occhi Chiusi (1994)

L’Unico Paese al Mondo (1994)

Il Grande Cocomero (1993)

Verso Sera (1990)

Mignon è Partita (1988)

Franca Fortunato, in Madri e figlie. Una storia vivente, pubblicato da Libritalia Printlab (pp. 128, euro 14), esplora il complesso rapporto con la madre Vittoria, intrecciando memoria personale e storia collettiva delle donne e del Novecento. Questo memoir autobiografico si ispira alla pratica della “storia vivente”, sviluppata da Marirì Martinengo e dalla Comunità di storia vivente della Libreria delle Donne di Milano. Il libro si apre con una rottura: nel 1978, l’autrice lascia la casa materna per lavorare alla Cgil, senza salutare la madre, contraria alla sua decisione.

Questo evento, difficile e colmo di ripercussioni, spinge Franca Fortunato a riavvolgere la propria infanzia e a interrogarsi sul legame con una donna che l’ha amata profondamente, ma che si aspettava che non la deludesse mai. «Sono stata fortunata a essere nata e cresciuta nell’amore di mia madre», scrive Fortunato.

Vittoria, una sarta di grande talento, è il fulcro del libro. Costretta ad abbandonare la scuola dopo la terza elementare, proietta sulle figlie il desiderio di emancipazione che le era stato negato. Per lei, lo studio rappresenta la via per l’autonomia economica e il riscatto di una genealogia femminile esclusa dall’istruzione. La sua creatività nel cucire diventa così una forma di libertà esercitata all’interno dei limiti imposti dal patriarcato. Talvolta tutto comincia da un filo che insieme ad altri diventa una trama, come nelle alleanze femminili.

Accanto alla narrazione familiare, si dipana una storia della Calabria del dopoguerra, intrecciando temi di povertà, emigrazione, lavoro artigiano, dialetto, rituali domestici e feste popolari. Particolarmente rilevante è la vicenda della madre, affidata da bambina a una zia in seguito a una tragedia familiare. L’autrice interpreta questo episodio come un patto di mutua gratuità tra due sorelle, due donne, da cui trae l’idea di «civiltà della madre», fondata sul primato del legame materno. Altro tema centrale è quello della scuola, vista come spazio di emancipazione ma anche di ferite, come testimonia il ricordo dell’esclusione dalla prima elementare per presunta “immaturità”. Attraverso il femminismo della differenza, quell’esperienza verrà rielaborata come occasione per ripensare l’autorità femminile e il significato dell’educazione.

Madri e figlie offre una critica del patriarcato sempre radicata nell’esperienza concreta. Emblematico è il ricordo della maestra che accoglie senza vergogna la nipote madre non sposata. «Per una madre, tutte le figlie e tutti i figli sono legittimi. Le donne questo lo hanno sempre saputo», osserva Fortunato.

Le pagine finali sono dedicate alla malattia e alla morte della madre. La frase annotata nel diario – «Oggi è morta una grande donna: era mia madre» – racchiude il senso profondo dell’intero volume: restituire amore a una genealogia femminile fatta di lavoro, cura, libertà e relazioni. Più che un’autobiografia, Madri e figlie è una riflessione su come la grande storia possa essere narrata a partire dall’esperienza vissuta delle donne.

(il manifesto, 28 luglio 2026)

“Come quando si accende la luce”, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi per Mimesis. Pubblicati gli atti della giornata di studi dedicata alla femminista e svoltasi alla Cattolica di Milano

Come quando si accende la luce è il volume a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi che raccoglie gli atti della giornata dedicata al pensiero di Luisa Muraro, svoltasi il 20 settembre dello scorso anno all’Università Cattolica del Sacro Cuore su iniziativa della Libreria delle Donne di Milano e della Comunità filosofica femminile Diotima di Verona. Pubblicato da Mimesis (pp. 184, euro 16), il volume restituisce il tenore filosofico e politico di quell’incontro, tenutosi pochi mesi prima della morte di Muraro, avvenuta il 13 giugno scorso e ricordata il giorno seguente su queste pagine da Ida Dominijanni. Dice bene Vita Cosentino quando, nel primo dei contributi, ricorda Muraro come iniziatrice e costruttrice per moltissime donne e per più generazioni di femministe, in Italia e non solo. Luisa Muraro è stata una protagonista del femminismo italiano, del pensiero della differenza sessuale e, per chi ha avuto occasione di incontrarla, è stata anche la prova vivente di quanto la politica delle donne attenga all’esperienza: da discutere in presenza, aperta al conflitto quando necessario, senza sottrarsi né alle occasioni pubbliche più importanti né a quelle più decentrate. La propensione alla lettura e allo scambio faceva della sua intelligenza in relazione insieme il grimaldello e lo scrigno.

Accanto al sentimento di gratitudine che attraversa ciascun contributo emerge un’altra idea, espressa da Chiara Zamboni nell’introduzione: il pensiero di Luisa Muraro come «bene comune», e che resta politicamente disponibile attraverso libri, interviste e interventi disseminati, capaci ancora oggi di mantenere aperta l’interlocuzione. È difficile comprendere la sua elaborazione senza la categoria del movimento, senza la materialità dei corpi in presenza, senza una forma del pensare mai scontata né prevedibile. «Siamo qui per riconoscenza», scrive Diana Sartori in uno degli interventi più intensi del volume dedicato all’autrice de L’ordine simbolico della madre (1991, nuova edizione 2006), libro sul quale la stessa Muraro torna nella conversazione con Clara Jourdan raccolta in Esserci davvero (2025), fra i documenti più significativi per accedere oggi al suo percorso. Cosa significa, si domanda Sartori, che saper amare la madre inizia alla filosofia? Significa anzitutto nominare la riconoscenza. Per comprenderne il senso occorre attraversare quanto è stato elaborato, negli anni, dalla Libreria delle Donne di Milano e da Diotima: comunità di donne che hanno costruito un’esperienza collettiva e in relazione. Non a caso la parola che ritorna con maggiore frequenza nei saggi di Come quando si accende la luce è «inizio». Diana Sartori la declina nella forma verbale, singolare e poi infinita: saper amare la madre inizia alla filosofia. Inizia, e cambia di segno ogni cosa. Sposta dal mutismo di cui Muraro racconta nel primo intervento di Il cielo stellato dentro di noi (1992), nato dopo la lettura de Il circolo della fortuna e della felicità di Amy Tan. Questo «entrare dentro», questo «andare» che appartiene alla radice stessa della parola inizio, presuppone che il congedo da ciò che era il «prima» sia già avvenuto.

Taglio, dunque – ciò che il pensiero della differenza sessuale ha prodotto – e schivata, che nel saggio di Ida Dominijanni viene associata da Muraro «a un fatto storico preciso, la separazione femminile dalla politica maschile che diede origine al femminismo della cosiddetta seconda ondata». È in quella schivata originaria – prosegue Dominijanni – da cui nasce «il soggetto imprevisto della differenza sessuale» che si mette in gioco «il paradigma della modernità». Non un’estraneità, piuttosto un esodo somigliante a un distacco da cui non si torna indietro.

Articolato e compiuto, il volume conta dodici contributi; oltre ai già citati figurano quelli di Laura Colombo, Annarosa Buttarelli, Wanda Tommasi, Carla Lunghi, Maria-Milagros Rivera Garretas, Cesare Casarino, Riccardo Fanciullacci e Paolo Gomarasca. Sarebbe stato impossibile sintetizzare l’intero itinerario biografico e politico di Luisa Muraro. Eppure, dopo la lettura di Come quando si accende la luce, l’impressione è di conoscerne un po’ meglio gli orli, ripercorrendone tanto i passaggi inaggirabili quanto quelli meno noti. In queste settimane sono stati molti i ricordi e i segni di gratitudine seguiti alla morte della filosofa. Ricordi attraversati dall’affetto e dalla riconoscenza, intesa come il tornare ancora sull’occasione di averla conosciuta e su ciò che quell’incontro ha fatto germogliare nelle vite, nei sentieri personali e politici. Si pensi agli interventi comparsi su L’Imprevista, la rivista della Libreria delle Donne di Padova, firmati da Ilaria Durigon, Sara Gandini, Tristana Dini, Barbara Verzini e Antonia De Vita. O a quanto ha scritto Alberto Leiss sul manifesto del 16 giugno, nella sua rubrica «In una parola», a proposito della lezione politica della differenza.

In uno degli ultimi articoli pubblicati da Muraro su questo giornale, il 22 marzo 2008 e riproposto il 14 giugno accanto al pezzo di Dominijanni, c’è una lezione da conservare. Il titolo, e insieme l’innesco del testo, verte su una giovane donna con il braccio per aria in una fotografia del Maggio francese. Compare frontale e il fiore che tiene nel palmo le impedisce di chiudere la mano. È un gesto che in altri contesti significherebbe altro. Qui, invece, c’è una ragazza in mezzo a soli uomini, fermata in uno dei tanti fotogrammi di quegli anni.

Non è un saggio sul Sessantotto, né un’esegesi della fotografia. È l’attenzione alla forza di lei, semplice e insieme laterale. Ed è l’esercizio dell’osservare fino al punto in cui ciò che si osserva diventa pensante. In quella fotografia del 1968 Muraro ne vede molte altre: un’icona bizantina del Seicento, un’immagine degli anni Ottanta, la psicoanalisi, la teologia, i bambini. Il suo pensiero assomiglia a una costellazione che attraversa tempi diversi e gesti capaci di irrompere nella Storia per illuminarne, ancora una volta, l’esperienza. Nessuna deduzione, nessuna astrazione pontificante: l’evento non è fuori, ma comincia nel luogo vivente dello sguardo. Il suo aveva il colore del cielo, aereo come il braccio di quella ragazza in piazza, e i piedi ben immersi nella realtà.

(il manifesto, 28 luglio 2026)

Una giovane donna discende una scaletta minuscola a pochi passi dal Duomo. Stringe con vigore tra le sue mani una pila di libri, sulle copertine ci sono solamente nomi di autrici. Poi si inabissa nel ventre di Milano. È l’autunno del1974 e al civico 2 di via Dogana Luisa Muraro tiene tra le mani il primo seme di una rivoluzione.

Là sotto, nel sottoscala ribattezzato “il bunker”, undici donne la attendono con trepidazione. Si incontrano clandestinamente già con una certa regolarità: hanno da poco fondato la cooperativa “Sibilla Aleramo” e hanno un sogno che in Italia è ancora un’utopia.

Mentre i gruppi femministi di tutto il Paese tirano le somme del primo convegno nazionale organizzato a Pinarella di Cervia, qui un piccolo gruppo lavora senza sosta: sceglie, riordina, cataloga libri scritti da sole donne. 

Tra loro ci sono l’avvocata Lia Cigarini, fuoriuscita dal Pci, Elena Medi e Silvia Motta, provenienti dal Cerchio Spezzato di Trento, la giornalista Bibi Tomasi e Giordana Masotto, prima libraia di via Dogana.

Ispirate dalla Librairie des Femmes di Parigi – scoperta nel 1968 in rue des Saints-Pères durante una trasferta su invito delle femministe francesi del gruppo Psychanalyse et Politique –, vogliono dare vita a “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”, una libreria che diventi “luogo di tutte le donne che vi entrano”.

Da Montecchio Maggiore al sottosuolo di Milano

In questo novembre del 1974 Luisa ha trentaquattro anni e Montecchio Maggiore, il paese dove è nata a ovest di Vicenza, è già molto lontano. Dopo essere passata da Parigi, Bruxelles e Francoforte, senza mai trovare “il clima giusto” e lavorando come babysitter per mantenersi, è tornata in Italia e a Milano si è laureata in Filosofia all’Università Cattolica, dove è divenuta accademica.

Quando esplode la contestazione è tra i pochi assistenti dell’ateneo a schierarsi con gli studenti: perde così la borsa di studio e inizia a insegnare in una scuola media.

Ed è sempre a Milano che fonda, insieme allo psicoanalista Elvio Fachinelli, un asilo autogestito in Porta Ticinese, un “esperimento didattico di scuola antiautoritaria” da cui prende vita il libro L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola, pubblicato da Einaudi.

Insieme a lui e Lea Melandri cura poi la rivista L’erba voglio,natasul terreno fertile di una parte di Italia che per la prima volta sembra interrogarsi davvero sulle forme di oppressione e sui “rapporti liberanti”, quelli tra alunni e insegnanti ma anche tra corpo e sessualità.

E poi le donne, per Luisa “un coinvolgimento profondo. Un grande amore”. Le voci femminili che emergono dal sottosuolo di Milano, ancora oscuro e clandestino, sono per Luisa oramai una bomba in procinto di deflagrare.

Con un matrimonio annullato alle spalle e un figlio inizialmente affidato ai nonni, il femminismo diventa per lei totalizzante, una continua lotta per il senso libero della differenza sessuale: “Sentire dentro di me, a partire da me, che le donne esistono per sé stesse,non come seconde, pari o complementari degli uomini, ha cambiato me e il mondo; siamo cambiati entrambi, perché, quando è stato vero per me, il mondo ha cominciato a popolarsi di donne, non solo nella mia vita, ma anche, a sorpresa, nella storia: uscivano e continuano a uscire dai ricordi delle persone, dalle soffitte, dagli scatoloni delle biblioteche”.

Dopo essere fuoriuscita dal Demau – il primo gruppo femminista nella storia d’Italia fondato da Daniela Pellegrini – è invia Dogana 2 che Muraro torna a incontrarsi tra sole donne. Un luogo dove nuove parole prendono forma e si organizzano ora in ruoli, anche gerarchici; un antro intriso di fumo di tabacco dove la teoria si fa pratica e i rapporti tra donne vivono una primavera mai provata. Uno su tutti quello con Lia Cigarini: nell’incontro dei loro volti c’è già un sodalizio per la vita.

Un’utopia da sei milioni di lire

Tra le strade di Milano il 18 dicembre del 1974 compare così un volantino che descrive il loro progetto, si richiede materiale stampato ma anche finanziamenti. Per aprire l’inaudita libreria di sole autrici servono sei milioni di lire e le dodici socie ne hanno uno soltanto.

Decidono allora di vendere le opere offerte da Carla Accardi, cofondatrice di Rivolta Femminile insieme a Elvira Banotti e Carla Lonzi, ma anche i lavori delle artiste Dadamaino, Valentina Berardinone e Nanda Vigo, selezionati dalla critica d’arte Lea Vergine. Il loro manifesto dichiara di “voler far incontrare la creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte”.

Solo un anno dopo, a un mese dal massacro del Circeo, la neonata Libreria delle donne di Milano apre i battenti: la saracinesca del locale in via Dogana si arrotola su sé stessa e svela scaffali colmi di testi di autrici italiane e straniere fino ad allora ignorate dall’editoria italiana. Tra questi, Speculum. L’altra donna, la tesi di dottorato della femminista belga Luce Irigaray, che Muraro stessa aveva tradotto in italiano: libri scritti da sole donne, scelti da sole donne.

Nulla cambia quando dalla sede storica la libreria si sposta in via Pietro Calvi 29, a causa del rincaro dell’affitto richiesto dal Comune. Muraro dà anche vita all’Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli Filosofi. Una bambina qui può prendere parola, una parola validata e ascoltata.E anche l’infanzia, in un tempo che già metteva in discussione il ruolo del bambino nella società, assume un’importanza centrale: “Per diventare madri ci vuole un lavoro simbolico”, diceva Muraro. “Il grosso di questo lavoro simbolico, che è un lavoro creativo, lo fa la creatura piccola, lo fa il bambino, la bambina. La donna che diventa madre lo diventa in rispondenza a qualcosa che fa la creatura già nel ventre materno con la sua semplice presenza. La donna che diventa madre lo diventa per questa potente domanda della sua creatura”.

La donna per Muraro diventa però madre solamente con un sì: “Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì”, spiegava ricordando i giorni di una lotta non ancora finita. “Ma tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini”.

Una felicità tenuta troppo stretta

In via Pietro Calvi 29 queste parole sono risuonate per decenni, sino alla mattina del 13 giugno 2026, a nemmeno due mesi dalla scomparsa diLia Cigarini, morta il 20 aprile. Sono queste le mura che Luisa Muraro ha abitato per tutta la vita, sempre in compagnia di Lia.

Mura spesso severe, che in molte non sono riuscite a valicare. “Noi femministe abbiamo fatto un’esperienza di felicità, tenendola troppo stretta nelle nostre mani” – confessò Muraro a Repubblica – “Non l’abbiamo passata alle nuove generazioni di donne”. Mura entro cui Muraro ha sempre sostenuto e tematizzato la differenza non solo riconoscendo l’asimmetria della relazione femminile-maschile, ma anche e soprattutto nei rapporti tra donne. Con severità, sì, ma sempre con grande coraggio: “Mi chiedo se non siamo rimaste troppo attaccate al nostro benessere. È una questione su cui sto riflettendo. In cosa abbiamo mancato? Le nuove trentenni – che dicono: noi non abbiamo ereditato nulla, siamo precarie – ci gettano in faccia la loro rabbia. Ma poi è anche vero che non sono riuscite a ereditare niente”.

Il suo pensiero, impossibile da riassumere in queste poche righe, ha certamente oltrepassato i confini di queste mura, inciso come un’eredità viva anche per quelle trentenni tanto arrabbiate che faticano a trovare nuove e vere maestre, e per le ventenni che di maestre non vogliono più sentire parlare.

Ma è qui, è soprattutto qui, nella Libreria delle donne che è stata per Luisa Muraro casa e creazione, creatura utopica divenuta reale, che la sua eredità continuerà a essere custodita. Una foto incollata al vetro dell’anta di un mobile colmo di volumi la ritrae sorridente accanto al ritratto della sua sodale: Luisa e Lia si guardano ancora.

Trovare le parole

Ed è ancora qui che Muraro confessava l’importanza dell’“uscire di scena”: “È la cosa più importante nella vita. Perché si arriva a un certo punto che devi deciderti a quel passo. E devi trovare le parole, se non le ultime almeno le penultime, con cui lucidamente cerchi di capire cosa sta accadendo. Ma non lo so. Questo è il punto. E la postura cattolica non è abbastanza. So solo che c’è un mondo di uomini e donne che si disfa disordinatamente e di aver scritto tanto per cambiarlo in meglio. C’è il desiderio che qualcosa resti. Ma non so quale traccia lasceremo di noi”.

Io voglio ricordarla come l’ultima volta che l’ho vista, pronta a uscire dalla stanza non prima di aver detto l’ultima parola. Sull’uscio di quella libreria che è stata per lei sogno, progetto infinito. Entrare e uscire, con un bicchiere in mano, salire in cattedra, prendere parola, e che sia l’ultima. E poi magari svanire nella stanza accanto, per non farsi trovare dove per gli altri è prevedibile cercarci.

“La mossa della schivata”, la chiamava lei, ispirandosi alla filosofa Iris Murdoch. In fondo è la pratica ricercata da Muraro per una vita intera: partire da sé e non farsi trovare.

(Pubblico, la newsletter di Fondazione Feltrinelli, n. 97, 28 luglio 2026)

Un coro di donne nere e brown intona un canto collettivo: Gabrielle Goliath denuncia tre casi di brutalità contemporanea di matrice razzista e sessuale

Sono già trascorse diverse settimane dalle giornate inaugurali della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, e la frenesia degli eventi, delle inaugurazioni e delle mostre collaterali è ormai un ricordo sfumato. Ciò che persiste è l’impatto di un’istituzione che si è vista, finalmente, perturbata dai moti del tempo presente e dalle urgenze delle comunità che la abitano. È infatti apparsa evidente la fatica della Biennale a tenere insieme la complessità del mondo dell’arte di cui si fa portavoce, che non si esaurisce nella pluralità delle sue pratiche artistiche, ma si radica nella postura politica delle artiste e degli artisti, delle lavoratrici e dei lavoratori dell’arte. Sono loro, quest’anno, ad aver messo in scena lo spettacolo più potente, non solo attraverso le loro opere, ma anche e soprattutto attraverso la sottrazione delle stesse ai registri e alle costrizioni istituzionali, spesso affrontando sacrifici e rinunce a occasioni forse irripetibili.

Si pensi alle dimissioni della Giuria Internazionale, alla rinuncia di decine di artisti della Mostra Internazionale e dei Padiglioni Nazionali a partecipare alla nomina dei Leoni dei visitatori, oppure alla chiusura dei padiglioni nazionali e di alcuni spazi cittadini in occasione dello sciopero indetto da ANGA – Art Not Genocide Alliance, in data 8 maggio, in protesta contro l’apertura del Padiglione Israeliano, che ha riportato l’attenzione sul genocidio in corso in Palestina. Fuori dai padiglioni chiusi si leggeva: «Palestine is the future of the world» – la Palestina è il futuro del mondo. E la verità di questa affermazione diviene sempre più evidente nella sua declinazione più tragica, di fronte all’occasione, ormai mancata dall’Occidente, di opporsi al massacro in corso, ristabilendo come priorità la difesa della vita e della sua dignità.

L’artista, da «Berenice 29-39», 2022, serie di undici ritratti fotografici
L’artista, da “Berenice 29-39”, 2022, serie di undici ritratti fotografici

In questo scenario, le opere più incisive sono state quelle che hanno messo a nudo il cedimento di questa impalcatura istituzionale, indicando direzioni alternative, anche a fronte di vere e proprie censure.

È questo il caso dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath, che avrebbe dovuto rappresentare il Sudafrica alla Biennale di Venezia, con un progetto curato da Ingrid Masondo. L’opera Elegy (2015-’26) è stata tuttavia censurata dallo Stato del Sudafrica, e in particolare dal Dipartimento dello Sport, dell’Arte e della Cultura. Nonostante la cancellazione da parte del Dipartimento, l’artista è comunque riuscita a presentare l’opera a Venezia, fuori dal contesto della Biennale, presso la Chiesa di Sant’Antonin (dov’è visibile fino al 31 luglio), grazie anche a una rete di sostenitori, tra cui Bertha Foundation, Ibraaz, Fondazione ICA Milano e Galleria Raffaella Cortese. L’opera, parte di una serie di video e performance che Goliath realizza da oltre dieci anni, consiste in tre videoinstallazioni incentrate sul momento del lutto. Nei diversi video, un coro di donne nere e brown è invitato a intonare un canto collettivo: le performer salgono su un podio una per volta, mantenendo l’intonazione di una nota che prosegue nel canto della performer successiva. La nota non è mai lasciata cadere, ma è sostenuta da un’azione collettiva. L’opera nasce dalla volontà di onorare la scomparsa di donne e di persone LGBTIQ+ rimaste vittime di violenza di matrice razziale e sessuale.

Il motivo della censura è stato la presenza, nella nuova produzione proposta per il Padiglione, di una dedica rivolta alla poetessa palestinese Heba Abunada, uccisa in un attacco aereo israeliano nel territorio di Gaza. L’opera completava il progetto delle tre videoinstallazioni previste: le altre due sono dedicate, rispettivamente, a due antenate uccise nel genocidio degli Ovaherero e dei Nama e alla studentessa sudafricana Ipeleng Christine Moholane, stuprata e assassinata nel 2014.

Goliath afferma, con un gesto radicale, che il lutto è un atto necessario, non negoziabile, che consente di allinearsi alle tragedie del mondo e di ristabilire una comunità per reagire all’oppressione. È un diaframma separato dal tempo e dallo spazio, in cui è permesso di stare con l’assenza di coloro che hanno smesso di camminare al nostro fianco. L’opera stabilisce una continuità tra il dolore passato e futuro, che risuona come un monito universale: la prevaricazione ha una sua ciclicità, di fronte alla quale nessuno può dirsi veramente al sicuro. A questa consapevolezza fa da contrappunto l’impatto visivo di alcuni podi lasciati vuoti, a rimarcare l’assenza di coloro che non possono più prendere la parola, corrisposta dal canto di coloro che restano.

Il lutto è inteso come una condizione ultrasensibile, che permette di connettersi a frequenze impercettibili, e di abbracciare anche il dolore che non si può vedere in prima persona. È possibile, sembra dirci Goliath, approssimarsi a esso, arrivare a sentirlo come proprio. Tale processo scavalca ogni registro cognitivo attraversando i sensi, mettendo in risonanza i corpi dei visitatori con altre soggettività lontane.

Il dispositivo del corpo è infatti centrale per l’artista, poiché in esso arriva a esprimersi in maniera ambivalente una delle urgenze centrali della sua pratica, che essa stessa definisce «l’impossibilità della rappresentazione delle donne nere». Nel confronto con questa impossibilità, il corpo si afferma come un terreno contraddittorio, esplorato nelle sue forme molteplici, anche attraverso il linguaggio pittorico e grafico. Parte di questa produzione è presentata a Milano, fino al 3 settembre, presso la Galleria Raffaella Cortese, nella mostra personale dell’artista, dal titolo Bearing.

Se in Elegy il corpo è un vettore di forze che opera nell’ambiguità costante tra presenza e assenza, in Bearing Goliath si confronta con una rappresentazione esplicita e frontale, che rivendica la centralità del desiderio come strategia per affermare la propria presenza nel mondo, anche a fronte di dinamiche di esclusione sistemica. Allo stesso tempo, la pittura di Goliath abbraccia la non conformità dei corpi, restituiti come entità in espansione, che reclamano il proprio spazio in un rovesciamento della rappresentazione tradizionale del nudo.

Questo contrasto esprime al meglio la molteplicità della ricerca di Goliath, che appare evidente nel contrasto tra la dirompenza dei corpi esposti a Milano e il silenzio raccolto della presentazione veneziana. Nella magnetica installazione di Elegy, infatti, l’artista concentra tutta la carica introspettiva della sua pratica. Qui, la frequenza del suono, richiamando un impegno collettivo alla memoria, invoca una ritualità silente sostenuta dal canto, quasi a tenere accesa la luce di una candela. Per questo, l’installazione nella chiesa di Sant’Antonin rende l’esperienza dell’opera ancora più significativa.

Elegy detiene il grande merito di ricordare la differenza tra un’opera delicata e un’opera innocua, resa evidente dal contrasto tra la sensibilità dell’installazione e la violenza del gesto della censura. A questa brutalità l’artista contrappone un’opera essenziale, incentrata sull’immaterialità del suono e sulla sua potenza. L’installazione emana un flusso energetico costante, che guida verso una progressiva immersione; è un’esperienza introspettiva, ma tutt’altro che passiva.

Il lutto è per Goliath un momento di resistenza radicale, conflittuale e rivoluzionario. Esso impone di non restare inermi di fronte al dolore del mondo, di guardare i propri sentimenti e di esserne responsabili, cercando alleanze possibili per restare vigili di fronte all’oppressione, continuando a prestare attenzione.

(il manifesto, 26 luglio 2026)

24 luglio 2026, lettera di sostegno alla legge di iniziativa popolare “Istituzione del Dipartimento della Difesa civile, non armata, non violenta”

Viviamo in un tempo in cui si tende a identificare il concetto di difesa con quello di difesa armata, operando una sovrapposizione che è frutto di una narrazione in cui la forza militare viene presentata come condizione necessaria e sufficiente in grado di prevenire e rispondere a ogni minaccia.

Questa visione è tutt’altro che unanimemente condivisa. Numerosi studiosi e studiose, insieme a protagonisti della riflessione scientifica, spirituale e politica, hanno proposto prospettive teoriche differenti e letture più articolate e complesse degli scenari nazionali e internazionali, sperimentando modelli alternativi per affrontare e risolvere i conflitti.

Costruire la pace, non solo dichiararla

Per vivere in uno stato di pace stabile e duratura, non basta dichiarare che non si vuole la guerra. La pace va costruita e agita, come hanno testimoniato figure diverse, da Gandhi ad Aldo Capitini e Johan Galtung, uno dei fondatori degli studi sulla pace.

Come si può cogliere in diversi documenti dell’ONU, ed in particolare nella risoluzione dell’Assemblea Generale del 2016 sul diritto alla Pace, pace «non è solo l’assenza di conflitti, ma richiede anche un processo partecipativo positivo e dinamico in cui il dialogo è incoraggiato e i conflitti sono risolti in uno spirito di comprensione reciproca e cooperazione».

E il primo passo per costruire la pace è riconoscersi come soggetti attivi di questo processo, che chiama in causa tutte e tutti. Scardinare la logica del nemico non significa ignorare la minaccia: significa avere più strumenti per rispondervi, più intelligenza collettiva per prevenirla, più coraggio istituzionale per trasformare i conflitti attraverso la ricerca di equilibri alternativi invece di amplificarli e radicalizzarli.

Le strade alternative esistono

Numerose testimonianze evidenziano i danni permanenti lasciati dalle guerre, che raramente pongono fine ai conflitti. Le ricerche comparative di Erica Chenoweth (Harvard Kennedy School, 2008-2023), su oltre un secolo di conflitti, mostrano l’efficacia dei movimenti di resistenza nonviolenta organizzata, anche nel confronto con quelli armati.

Diverse evidenze storiche lo confermano: dalle più note, come la lotta di Gandhi per l’India indipendente o la resistenza nonviolenta di Nelson Mandela contro l’apartheid in Sudafrica, ad altre meno conosciute come, ad esempio, il contributo di Johan Galtung alla risoluzione di un decennale conflitto armato tra Perù ed Ecuador attraverso la creazione di un’area naturale protetta binazionale.

In questa direzione, la società civile ha dato impulso a varie iniziative volte a sostenere la costituzione di strumenti e istituzioni per la promozione di una cultura della pace e della nonviolenza.

Clima, salute, sicurezza, ecosistemi: un unico orizzonte

I conflitti del XXI secolo nascono da squilibri profondi e si alimentano sempre più di nuove forme di conflittualità. Scarsità di acqua, terre aride, competizione per le risorse, migrazioni, stili di vita che minano la salute umana e più in generale la salute del pianeta. La crisi climatica è essa stessa una forma di violenza strutturale globale: lenta, diffusa, sproporzionatamente devastante per i soggetti più vulnerabili. La pace, la salute e la cura della Terra non sono obiettivi separati: sono la stessa cosa, vista da angolazioni diverse. E questo richiede di ripensare i modi e le forme della difesa rispetto ai secoli passati.

Perché sosteniamo la proposta di legge per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta

All’interno del CNR e del mondo della Ricerca sono attive ricercatrici e ricercatori che ritengono possibile e promuovono uno sviluppo etico e sostenibile della società fondato sulla giustizia sociale, sul rispetto e sulla nonviolenza, con modalità e percorsi anche molto diversi tra loro.

Come ricercatrici provenienti da diversi ambiti disciplinari, impegnate nello studio e nella promozione della pace nelle sue molteplici forme, sosteniamo la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, e affermiamo che costruire la pace è una responsabilità individuale e collettiva, sancita anche dalla nostra Costituzione. L’articolo 52 afferma che la difesa della Patria è “sacro dovere” di ogni cittadina e cittadino – non solo delle forze armate. L’articolo 11 sancisce il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Importanti pronunce della Corte costituzionale, in particolare la sentenza 164/1985, hanno differenziato concettualmente e istituzionalmente il servizio militare dal dovere di difesa della patria, che spetta a tutti e tutte.

Questa proposta di legge introduce strumenti concreti per una difesa sganciata dall’uso delle armi: un Dipartimento dedicato; Corpi Civili di Pace; un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo; una dotazione finanziaria stabile, alimentata anche dalla scelta volontaria dei contribuenti.

Sottoscriviamo la proposta di legge e invitiamo a fare altrettanto, continuando ad impegnarci per una ricerca pubblica che si assuma la responsabilità che le spetta: raccogliere dati su origini e conseguenze dei conflitti, smontare le narrazioni belliciste e mettere in evidenza i tanti interessi in gioco, ponendo la conoscenza al servizio della collettività. La pace – come ogni fenomeno complesso – richiede studi, elaborazioni, dati, metodi, formazione, strumenti; questa legge istituisce norme in questa direzione: un sistema di difesa civile e nonviolenta che sappia prevenire, mediare e proteggere dai conflitti attuali e futuri, presidio di giustizia sociale e ambientale.

Firmiamo, e invitiamo colleghe e colleghi a fare lo stesso.

Alcune ricercatrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche,

ADRIANA VALENTE, Roma – ALBA L’ASTORINA, Milano – ALESSANDRA PUGNETTI, Venezia – ARIANNA DI PAOLA, Roma – CHRISTINE NARDINI, Roma – CLAUDIA PENNACCHIOTTI, Roma – GRAZIELLA TALLARDA, Agrate Brianza (MB) – PAOLA LETARDI, Genova – SILVIA CARAVITA, Roma – VALENTINA TUDISCA, Roma

Firma la proposta di legge:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008

Campagna e approfondimenti:

www.difesacivilenonviolenta.org

Condividi questa lettera nella tua rete accademica, istituzionale e personale.

Ogni firma è un laboratorio di pace.

Per eventuali comunicazioni con il gruppo scrivere a:

paola.letardi@cnr.it

arianna.dipaola@cnr.it

Il conflitto tra donne è sempre stato presente nel femminismo, portando con sé un alto tasso di distruttività. Conflitto temibile perché chiama con sé emozioni forti e fantasmi incontrollabili: l’invidia femminile e una minacciosa potenza materna che sembra avere potere di vita o di morte sull’altra. Eppure la forza che sprigiona tale conflitto, se prende forma, se riceve misura, se si affida a gesti scelti, può essere feconda e generativa. Per questa ragione Angela Putino – a partire da un testo sulle amazzoni scritto con Lina Mangiacapre – si dedica dalla seconda metà degli anni ’80 alla funzione guerriera come pratica ed esercizio della relazione tra donne che apra ad un modo di «fare polis», di «fare cosmo» a partire da un simbolico femminile.

Alla base della funzione guerriera c’è l’inaddomesticato che Putino sottrae a qualsiasi designazione: è «una zona di taglio», «una modalità di azione». Nei materiali di un workshop presso il Virginia Woolf di Roma, Angela espone le figurazioni che portano dall’inaddomesticato alla funzione guerriera. La prima figurazione è la «solitaria» che guarda «a sé come un bene superiore che non può essere barattato con nulla». L’inaddomesticato è il proprio punto di leva, il partire da sé. Il passaggio dalla “solitaria” alla “guerriera” avviene nel linguaggio, quando entra in gioco la relazione. La guerriera emerge nel dialogo, davanti al «tu privilegiato che una donna rivolge a un’altra donna, questo tu è un imprevisto del sistema culturale» (Putino, Donna guerriera). Essere guerriera non significa avere nemici o nemiche, è «sapersi raccogliere e indirizzare» dal momento che la «funzione guerriera è soprattutto un’arte di alleanze», alleanze tra straniere, dove «risiede nell’altra la possibilità di inaddomesticarmi da me», cioè di uscire dal perimetro chiuso dell’identità personale.

La parola tra donne deriva dal rivolgersi l’una all’altra, afferma la relazione, chiama il mondo a partire da questa: ecco il terreno condiviso che dà dignità alla guerra tra loro. Il «polemizzare tra donne» è un’arte di cui Putino traccia traiettorie, gesti, regole. Le duellanti debbono saper fare un passo indietro per aprire uno spazio di movimento, ritrarsi dai propri codici. Occorre che siano “limpide” e diano trasparenza all’accadere per evitare l’opacità delle interpretazioni. Una guerriera deve stare vicino alla propria ferita, muove dalla propria vulnerabilità, non dalle ferite narcisistiche dell’io, ma da quelle che interrompono le significazioni dominanti, ti tirano fuori da te fino a scoprire un ritmo a te più appropriato. Questo polemizzare tra donne «non si sa se è lotta o abbraccio», è una guerra intesa come «uno dei più puri riconoscimenti» (Putino, Arte di polemizzare tra donne). La guerriera deve infatti poter distinguere le altre guerriere, poiché vuole per sé e per le altre una velocità maggiore. Occorre qui una certa “crudeltà guerriera”, per Putino meno temibile della “violenza pulita”, delle strategie della “non libertà femminile” che nascono da istanze di potere determinate altrove vanificando il polemos tra donne. La funzione guerriera schiude la visione di un «mondo di differenza, non agglomerato di diversità, ma cosmo: insospettato, sorprendente avvicinarsi, affiancarsi, relazionarsi». Dalla singolarità si va verso il collettivo che Angela chiama “razza” (richiamando Deleuze e Guattari, la razza minoritaria e ribelle che rompe le strutture di dominio): «semplice, sobria […] aurorale, ha dei cominciamenti, la bellezza e la visionarietà degli inizi; invita ad abitare in lei secondo scelte, secondo regole del suo cosmo; fa spazio, fa tempo; dona velocità» (Putino, Cosmo).

Da questi punti di intensità tracciati da Putino possiamo rilanciare oggi un discorso vivo sul conflitto tra donne che parta da una fedeltà a sé stesse e da una posta in gioco comune, per creare alleanze fuori da logiche di potere esteriori.

(L’Imprevista, 24 luglio 2026)

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi in cui le donne sono diventate promotrici di pratiche di esclusione all’interno degli spazi femministi. Presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto, mailbombing alle organizzatrici, sale concesse e poi disdette senza spiegazione. Per citare soltanto i casi più recenti: a Feminism 2023 un dibattito sulla prostituzione è stato cancellato sotto la pressione di alcune realtà romane; in seguito è toccato alla presentazione, che doveva tenersi alla Biblioteca delle donne di Bologna, del libro Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, anch’essa cancellata. L’episodio più recente risale allo scorso maggio, con l’annullamento dell’evento, alla Casa delle donne di Pisa, che avrebbe dovuto ospitare la giornalista Monica Lanfranco. D’altra parte, anche all’interno dei luoghi storici del femminismo alla pratica della relazione, anche conflittuale, a volte si predilige la presa di distanza, la sottrazione al confronto e una gestione del dissenso che tende alla chiusura più che alla mediazione. In questo processo di polarizzazione, gli anni della pandemia hanno, infine, segnato un culmine quando in molti luoghi culturali e politici, inclusi alcuni spazi femministi, si è preferito evitare il confronto con chi metteva in discussione la gestione dell’emergenza sanitaria.

Questa situazione racconta di una fatica crescente a sostenere contesti conflittuali, preferendo allinearsi alla più comoda grammatica maschile degli schieramenti. Abitiamo un mondo sempre più abituato a pensare in termini di “noi” e “loro” e le donne sembrano non sfuggire a queste dinamiche: sappiamo che il conflitto richiede energie, espone alla possibilità di stare nel disaccordo o di cambiare idea, obbliga a fare spazio alla verità dell’altra. L’immagine è quella di una casa che si sgretola mentre nell’aria volano coltelli: la rappresentazione di ciò che accade quando il conflitto non trova parola e relazione, ma continua ad agire in forme indirette, opache e distruttive.

Il modo di intendere lo stare in relazione e il conflitto che emerge da queste situazioni assomiglia alle logiche con cui, dagli albori della nostra storia, la solidarietà maschile si è manifestata distruttivamente, come pratica di esclusione che considera l’altro come estraneo, che innalza steccati identitari invece di promuovere aperture e confronto, ossia, agendo come «una banda di fratelli» e non come «un flusso di sorelle» (U. Le Guin, da Non c’è tempo da perdere). Dagli episodi menzionati si impone, quindi, una domanda squisitamente politica: quando alcune donne usano le stesse armi della fratellanza escludente, la pressione, il silenzio imposto, la cancellazione, stanno davvero praticando la sorellanza che, crediamo, dovrebbe essere alla base delle pratiche femministe? O stanno semplicemente replicando una logica di potere con un lessico diverso?

La questione viene ulteriormente esasperata dalla tendenza, nelle società contemporanee, a confondere il conflitto con l’abuso, come ha rilevato Sarah Schulman. Per la saggista e attivista lesbica nordamericana, ad emergere è un’incapacità crescente di gestire le situazioni di tensione tra i nostri desideri, le nostre credenze e quelle degli altri: «Viviamo nel conflitto e non lo sopportiamo. Incapaci di gestire il disagio dell’incomprensione umana preferiamo pensare il mondo in termini di vittime e carnefici, esacerbando e manipolando la paura per evitare di affrontare noi stessi». Per sottrarsi a queste dinamiche rovinose, occorre ripensare le forme della conflittualità.

Una prima indicazione ci arriva da un vecchio numero di Via Dogana, uscito a dicembre 2001 dal titolo Fanno le guerre e non sanno confliggere, era appena cominciata la guerra in Afghanistan e la questione si manifestava, come ai nostri giorni, in tutta la sua urgenza. A conclusione del suo articolo di apertura, Luisa Muraro, dopo essersi interrogata intorno alla «tendenza a formare schieramenti» proponeva di «essere tutta con tutto senza restare attaccata a nessun contenuto, perché i contenuti nascono dallo scambio e sono il frutto della mediazione, di volta in volta. Escluso – ha detto una che ascolto sempre – quel minimo, non più grande di un chicco di melagrana, che ciascuna di noi sente per sé “irrinunciabile”» (Che cosa ci sta capitando?). Per superare la logica amica-nemica, occorre ragionare intorno ai guadagni che si possono ottenere rinunciando all’adesione sterile ai contenuti, senza dimenticare il chicco irrinunciabile che non prevede però la distruzione dell’altra.

L’immagine del «flusso di sorelle» di Ursula Le Guin ci viene, ulteriormente, in soccorso: la solidarietà femminile è fluidità, è come un torrente, è impetuosa, trascinante, inarginabile entro i recinti ideologici di strutture precostituite. Diversamente da quella maschile che nasce «dal controllo dell’aggressività nel perseguimento del potere», scrive Le Guin, la solidarietà femminile si dispiega sregolatamente, in forme mutevoli, perché scaturisce «dal desiderio e dal bisogno di aiuto reciproco, e dalla ricerca della libertà dall’oppressione». Dovremmo, forse, pensare simbolicamente alle nostre relazioni politiche tenendo a mente questi immaginari liberatori e trasformativi: guardare al movimento come a un fiume, nella fluidità di pensieri che si formano “di volta in volta”, che possono a volte avvicinare, a volte allontanare quando toccano quel chicco irrinunciabile, senza mai rinchiudersi, però, entro le sponde fragili dell’esclusione che, nelle continue perturbazioni politiche di quest’epoca, possono spaccarsi, e devastare.

(L’Imprevista, 24 luglio 2026)

C’è un numero da prestigiatore che oggi funziona su scala planetaria. Scriviamo una domanda, sullo schermo compaiono parole ben formate e noi immaginiamo qualcuno che le abbia scelte. Non possiamo farne a meno perché il linguaggio tra esseri umani funziona così. Interpretare vuol dire figurarsi chi parla, da dove, con quale intenzione. Emily M. Bender, che di mestiere fa la linguista, lo chiama parlor trick, trucco da salotto: davanti al testo di una chatbot facciamo quello che abbiamo sempre fatto davanti a ogni testo, supponiamo una mente. Solo che questa volta la mente non c’è. L’inganno non abita tutto nella macchina, abita nel nostro modo di leggere sfruttato ad arte: perfino i pronomi di prima persona con cui ChatGPT risponde sono una scelta di design, non una necessità tecnica. L’illusione la completiamo noi.

Parte da qui The AI Con di Emily M. Bender e Alex Hanna (HarperCollins 2025), ora tradotto da Fazi: L’inganno dell’intelligenza artificiale. Come resistere a Big Tech e costruire il futuro che vogliamo (trad. di Roberto Laghi, 2026). Bender insegna linguistica computazionale all’Università di Washington ed è tra le autrici, con Timnit Gebru e altre, del saggio sui “pappagalli stocastici” che nel 2021 costò a Gebru il licenziamento da Google e aprì il dibattito pubblico sui grandi modelli linguistici. Hanna è una sociologa e dirige la ricerca al Distributed AI Research Institute, fondato dalla stessa Gebru. Insieme conducono un podcast, Mystery AI Hype Theater 3000, in cui smontano in diretta i materiali della propaganda tecnologica e il libro ne conserva il tono. Hanna lo chiama ridicule as practice, il ridicolo come pratica: davanti alla nudità dell’imperatore la posizione giusta è quella del bambino della fiaba di Andersen e in un panorama editoriale dominato dalla riverenza, con titoli che promettono macchine che pensano e ondate che avanzano, l’irriverenza è già una presa di posizione.

La tesi, in breve, è questa: “intelligenza artificiale” è un termine di marketing, non il nome di un insieme coerente di tecnologie. Questa etichetta racchiude indistintamente la trascrizione automatica e la regressione logistica, i sistemi che assegnano sussidi e i generatori di immagini, e l’etichetta serve precisamente a celare le differenze. La prima mossa critica è disaggregare, cioè chiedere ogni volta che cosa viene automatizzato, con quali dati, chi ha valutato il sistema e in quali condizioni, chi ci guadagna, come può difendersi chi ne subisce gli errori. Per le autrici i modelli linguistici sono macchine per l’estrusione di testo sintetico: la lingua, raschiata dalla rete, viene forzata attraverso l’apparato statistico come la plastica in una trafila. Ne esce qualcosa che somiglia a un discorso senza che nessuno abbia inteso dire niente. Il catastrofismo e il trionfalismo – l’IA che ci sterminerà, l’IA che ci salverà – sono per Bender e Hanna due facce della stessa medaglia: entrambi presuppongono una tecnologia inevitabile e onnipotente ed entrambi distolgono lo sguardo dai danni presenti per fissarlo su un futuro immaginario. I sette capitoli attraversano questi danni uno per uno, dall’hype ai servizi sociali, dalle industrie creative alla scienza, fino alle vie d’uscita: rifiuto, regolamentazione, trasparenza, tutele del lavoro.

Il libro dà ai danni nomi, luoghi e date. Alcuni ricercatori si sono chiesti perché ChatGPT usi con frequenza anomala certe parole, come il verbo delve, ‘scavare’, ‘addentrarsi’: una delle ipotesi circolate è che la messa a punto dei modelli, affidata anche a lavoratori sottopagati in Kenya, in India, in Nigeria, abbia rinforzato l’uso di un inglese formale e standardizzato, tipico della documentazione tecnica e aziendale. La macchina che si presenta come priva di autore porta l’accento di chi l’ha addestrata e il lavoro reso invisibile riaffiora come tic verbale. Nel 2023 le operatrici della linea telefonica della National Eating Disorders Association americana hanno votato per costituirsi in sindacato; pochi giorni dopo l’associazione ha annunciato la loro sostituzione con una chatbot, ritirata poi in fretta perché suggeriva alle persone in crisi proprio i comportamenti da cui avrebbe dovuto proteggerle. L’automazione, in questo caso, non ha semplicemente sostituito il lavoro, è arrivata nel momento in cui le lavoratrici stavano rivendicando tutele.

Ci sono poi i costi materiali che le aziende dichiarano malvolentieri: data center che divorano acqua ed energia, Google che ha dichiarato emissioni superiori del 48% rispetto ai livelli del 2019, Microsoft che ha registrato un aumento complessivo rispetto al 2020, legato anche alla crescita di cloud e IA, e le turbine a gas installate da xAI nell’area di Memphis, contestate da associazioni ambientaliste e per i diritti civili per l’impatto su comunità nere e a basso reddito. E ci sono gli usi più feroci, come le domande d’asilo tradotte automaticamente senza nemmeno verificare la lingua del richiedente: se la traduzione sbaglia, l’errore entra nel fascicolo; se arriva un rifiuto, contestarlo diventa quasi impossibile, perché “l’ha tradotto l’IA”, versione aggiornata di “l’ha detto la televisione”.

La ricezione del libro disegna una mappa delle reazioni possibili, e vale la pena percorrerla. C’è chi ne apprezza l’opera di demolizione: sul “Guardian” Steven Poole riconosce alle autrici il merito di smontare il mito dell’IA come rivoluzione inevitabile – è sua l’immagine dei modelli come giganteschi macchinari del plagio – ma rimprovera loro di fare d’ogni erba un fascio. Sotto la voce IA, osserva, finiscono anche il ripiegamento delle proteine premiato con il Nobel e la gestione delle reti elettriche, usi sensati che il libro tace. C’è poi chi coglie il punto politico più profondo: su “The Conversation” Luke Munn scrive che l’IA non ha bisogno di funzionare per funzionare. L’accuratezza può essere dubbia, la produttività più promessa che dimostrata, e tuttavia l’aggregato di aziende, capitali e aspettative trasforma comunque il giornalismo, la scuola, il lavoro. È anche il limite storico della demistificazione, perché smascherare una tecnologia redditizia non basta a fermarla, come insegnano i combustibili fossili e l’automobile privata. Infine, c’è l’obiezione forse più utile per andare oltre il libro. Su “MedieKultur” Martina Mahnke nota quanto gli esempi portati dalle autrici siano americani, cosa che da questa parte dell’Atlantico pesa doppiamente, perché diversa è la cornice politica e istituzionale in cui l’IA viene discussa. Ma la sua osservazione più acuta riguarda l’assenza di chi la usa: se smascherare l’inganno fosse così semplice, perché centinaia di milioni di persone adottano questi strumenti dal basso, per curiosità o per pragmatismo, e dichiarano di trarne valore?

Il libro smonta bene l’inganno cognitivo, resta però da nominare il desiderio che rende possibile quell’inganno.Emily Bender e Alex Hanna sanno che non esiste un punto di vista da nessun luogo, lo scrivono contro la pretesa di oggettività dei sistemi, e la loro genealogia critica è dichiarata: Donna Haraway, i saperi situati, gli studi femministi sulla scienza e la tecnologia. Ma c’è un’altra tradizione che permette di leggere questo nodo da un’angolatura diversa: il pensiero della differenza sessuale, dove la parzialità del sapere non è soltanto una teoria della posizione, ma una pratica di parola. Partire da sé, riconoscere l’autorità che nasce nelle relazioni, assumersi la responsabilità di ciò che si dice davanti a chi ascolta: da qui il vuoto della chatbot si vede meglio. Ciò che manca non è soltanto una mente, o forse non è questo il punto decisivo. Una parte del dibattito anglosassone resta spesso impigliata nell’alternativa che vorrebbe criticare: pensa o non pensa, è intelligente o non lo è. Invece manca una relazione. La lingua si impara da una relazione primaria – la madre o chi per essa – in un rapporto in cui parola e corpo, amore e sintassi sono intrecciati. Un modello linguistico è lingua senza madre, sono parole che non vengono da nessuno (non perché non abbiano una storia materiale o non portino le tracce di chi le ha prodotte, raccolte e classificate, ma perché nessuno le assume davanti a qualcun altro) e non impegnano nessuno, perché nessuno si espone pronunciandole. L’estrusione di testo, per riprendere l’immagine delle autrici e portarla oltre le loro intenzioni, è esattamente questo: la parola separata dalla relazione che l’ha generata. Per questo una vecchia slide IBM del 1979, riportata nel libro, dice più di quanto sembri: un computer non può essere ritenuto responsabile, dunque un computer non dovrebbe mai prendere decisioni gestionali. La responsabilità richiede un corpo e un nome, qualcuno che possa mantenere o tradire la parola data. Ed è per questo che il trucco da salotto riesce così bene, perché induce a scambiare per interlocuzione ciò che è solo produzione di testo. 

Smontare narrazioni non basta e non è mai bastato. La partita infatti non si gioca soltanto sul piano delle narrazioni, né nell’alternativa tra rifiutare la macchina e adattarvisi. Si tratta piuttosto di entrare là dove la macchina cattura la nostra esperienza e di restarci come ciò che non si lascia catturare del tutto: una pratica dell’estraneità dentro l’intelligenza artificiale. Non una resistenza morale dall’esterno, ma un sapere situato dentro il rapporto con la macchina. Luisa Muraro a proposito dell’intelligenza artificiale diceva “lo strumento sei tu” perché non esiste uno strumento neutro da usare rimanendo intatte. Penso alle operaie alla pressa raccontate in un recente numero di Via Dogana 3 (la rivista online della Libreria delle donne) dedicato al tempo: conoscevano la macchina così bene da saperla fermare senza farsi scoprire, perché i manutentori non trovassero il guasto. Quel sapere del fare e del disfare, che trasforma la necessità in libertà, dice sulla resistenza più di molte analisi. Anche Emily Bender, in un incontro pubblico di presentazione del libro disponibile in rete, arriva a un passo da qui quando invita gli insegnanti ad avere orgoglio della propria competenza: il lavoro vero sta nel pensare, nella cura, nella connessione; le parole ne sono solo la parte esternalizzata, quella che la macchina può catturare. 

La tradizione critica da cui le autrici provengono nomina le relazioni e ne riconosce l’importanza; la politica delle donne, però, ne ha fatto una pratica politica essenziale, non solo un oggetto teorico. Per questo sa riconoscere il desiderio anche dove viene mal riposto: chi passa ore a conversare con una chatbot cerca una relazione trovando una compiacenza programmata, una condiscendenza senza nessuno dietro. Il caso più istruttivo è Replika, l’app di compagnia nata dai messaggi di un amico morto della fondatrice, che milioni di persone nel mondo hanno adottato come confidente e talvolta come partner. All’inizio del 2023, in coincidenza con un intervento del Garante italiano della privacy, l’azienda ha disattivato da un giorno all’altro le funzioni affettive ed erotiche e chi aveva stretto quei legami ha attraversato un lutto vero per un legame reale nei suoi effetti e interamente revocabile per decisione aziendale. Prendere sul serio quel desiderio di ascolto, invece di deriderlo o soddisfarlo in forma sintetica, è il compito politico che il libro lascia aperto.

«Le macchine per la sintesi di testo non possono riempire i buchi del tessuto sociale», scrivono Emily Bender e Alex Hanna: servono persone, volontà politica e risorse. È vero. Aggiungo che serve anche sapere da dove si parla e a chi. Il trucco riesce perché nelle parole cerchiamo qualcuno e quel cercare è esattamente la cosa da salvare.

(Doppiozero, 23 luglio 2026)

Piazza d’Armi sono 42 ettari di terreno, pari a una sessantina di campi da calcio, nel Municipio 7 della città, lungo via Forze Armate, verso la periferia ovest. Per decenni questo è stato un luogo militare: prima, all’inizio del Novecento, ha ospitato il primo aerodromo di Milano e le attività legate ai dirigibili di Enrico Forlanini; poi è diventato parte della cittadella militare con la caserma Santa Barbara, i magazzini dell’Esercito e la vasta piazza destinata alle esercitazioni dei mezzi corazzati. Quando l’attività militare è cessata, negli anni Ottanta, uomini e soldati se ne sono andati e la natura si è ripresa lentamente lo spazio. Col passare degli anni quell’abbandono è diventato un ecosistema.

Pioppi, salici, robinie, biancospini, sambuchi, prati umidi e piccoli specchi d’acqua hanno creato un ambiente dove trovano rifugio decine di specie animali. Il simbolo di questo spazio riconquistato dalla natura è l’averla piccola, un passeriforme migratore protetto a livello europeo, tanto da dare il nome al Bosco dell’Averla (così ribattezzato dal comitato Associazione Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere nato ufficialmente nel 2015 per difendere l’area dalle speculazioni, ma già attivo da anni sul territorio), circa 1,7 ettari di vegetazione spontanea nel settore nord-occidentale dell’area. Accanto agli uccelli vivono insetti, pipistrelli, anfibi e numerose specie botaniche censite negli ultimi anni.

È attorno alla riqualificazione – o rigenerazione, come si usa dire ora – di quest’area naturale che si è acceso uno dei numerosi conflitti cittadini tra gli abitanti che chiedono una riapertura dall’area al pubblico rispettosa della natura e l’amministrazione comunale che ha dato il via libera al progetto di Invimit che, dopo una serie di modifiche, prevede sì aree verdi sull’80% della superficie, ma anche nuovi palazzi, spazi commerciali e sportivi. 

La vicenda politica e il conflitto con gli abitanti iniziano oltre dieci anni fa. Nel 2014 Comune, Demanio e Ministero della Difesa avviano il percorso per “valorizzare” l’ex area militare. Nel 2016 la proprietà passa a Invimit, la società del Ministero dell’Economia incaricata di valorizzare e monetizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Arrivano i primi masterplan, ma il progetto si arena. Nel frattempo cresce la mobilitazione dei residenti e il nuovo Pgt, il Piano di Governo del Territorio, cambia l’impostazione, imponendo una revisione complessiva dell’intervento.

Ci sono due vincoli messi dal Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza, che pendono sull’intera area: il primo è un vincolo diretto che interessa il grande spazio verde aperto, considerato un raro esempio di paesaggio storico. Qualsiasi trasformazione deve quindi essere autorizzata e rispettare il carattere autentico dell’area. La seconda è un vincolo indiretto che riguarda gli ex Magazzini di Baggio, l’area destinata a ospitare le nuove costruzioni nei progetti di Invimit. In origine prevedeva limiti molto severi alle altezze degli edifici e alla loro disposizione, per non alterare il rapporto con il complesso storico.

Nel 2025, però, il Ministero rivede proprio quest’ultimo vincolo, rendendolo più flessibile e consentendo edifici più alti nella parte più distante dai fabbricati storici. È una modifica ritenuta necessaria per rendere realizzabile il nuovo masterplan di Comune e Invimit, ma che per il comitato Le Giardiniere rappresenta un arretramento delle tutele, «è la prova che gli intenti sono speculativi» ci dice Maria Castiglioni, infaticabile attivista del comitato.

Per questi motivi Le Giardiniere hanno presentato un ricorso al TAR della Lombardia, col quale chiedono di annullare la revisione del vincolo e ripristinare le prescrizioni originarie. È anche su questo terreno, oltre che su quello politico e ambientale, che oggi si gioca il futuro dell’ex Piazza d’Armi. Il ricorso è ancora in attesa di giudizio del TAR, «ci auguriamo non intendano fare altre manovre sull’area, bisogna attendere la valutazione del ricorso».

A dicembre 2025 Comune e Invimit hanno firmato l’ultimo protocollo d’intesa e si arriva così al progetto che prevede l’80% della superficie a verde – un grande parco urbano nelle intenzioni della giunta Sala – con dentro però 1.700 nuovi alloggi (di cui 700 in affitto a canone calmierato, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione). Le volumetrie sono state ridotte rispetto alle ipotesi precedenti e il Comune promette la tutela del Bosco dell’Averla e della biodiversità esistente. Per l’amministrazione comunale e Invimit il progetto rappresenta un compromesso tra diritto alla casa e tutela ambientale. L’idea è costruire un nuovo quartiere limitando il consumo di suolo e trasformando la maggior parte dell’area in un parco pubblico. Per Le Giardiniere, invece, quel compromesso non esiste e hanno presentato un progetto alternativo di parco elaborato insieme a università, associazioni ambientaliste e tecnici.

La loro richiesta è tanto semplice quanto radicale, in una città come Milano, di questi tempi: nessuna nuova edificazione. Tutta l’area dovrebbe diventare un’infrastruttura ecologica, collegata al Parco delle Cave, al Bosco in Città e ai grandi sistemi verdi dell’ovest milanese, «sottratta a ogni logica di profitto e speculativa» dice Maria Castiglioni. Secondo il comitato, il rischio è che il futuro parco pensato da Invimit e dal Comune sia un «parco addomesticato»: prati rasati, vialetti, attrezzature e una biodiversità molto più povera dell’attuale bosco spontaneo.

Per Le Giardiniere l’area dell’ex Piazza d’Armi è «un’infrastruttura ecologica» e non una semplice area da sistemare a verde, e chiedono che venga preservata nella sua evoluzione naturale. Comune e Invimit replicano che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dei vincoli della Soprintendenza, con un concorso pubblico per il disegno del futuro parco e che il parco che nascerà sarà il secondo più grande parco della città.

L’iter, però, non è ancora concluso, «quanto abbiamo visto a maggio 2026 con il disboscamento del frutteto storico erede degli orti di guerra non ci rassicura, anzi», ricorda Castiglioni. Dopo il protocollo d’intesa, devono essere definite la convenzione urbanistica, gli strumenti attuativi e il progetto definitivo. Solo allora potranno partire i cantieri. Nel frattempo, questa Piazza d’Armi che non sembra Milano, continua a vivere in un equilibrio naturale e sospeso.

(il manifesto, 23 luglio 2026)

Il convegno dedicato al pensiero di Luisa Muraro, tenuto a settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano, è diventato un libro, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, edito da Mimesis. Se il convegno ha visto la presenza di Muraro e Cigarini, la pubblicazione delle relazioni, divenuti dei saggi, avviene a pochi mesi dalla loro morte, quasi a voler colmare con la gratitudine il dolore immane. Alle relazioni è stato aggiunto uno scritto di Laura Colombo sull’insegnamento di Muraro in relazione alla rivoluzione della rete, considerata da lei «un nuovo mezzo dello scambio politico», «buono, straordinariamente buono» a patto che non prenda il posto della viva relazione. Da qui le redazioni “carnali” del sito della Libreria delle donne e di Via Dogana 3, quali luoghi «di lavoro editoriale e di pratica politica». Di Muraro ci restano tanti “testi preziosi” e un pensiero che «è un bene comune», come scrive Chiara Zamboni nell’introduzione, «che abbiamo a disposizione leggendo i suoi libri, le interviste, i saggi, gli articoli. Sentirlo come bene comune […] è in sintonia con l’idea di Luisa che le lettrici e i lettori siano coloro che con lei contribuiscono al libro, lo ritessono, lo trasformano e lo rilanciano», come hanno fatto le relatrici e i relatori, invitati a parlare al convegno e come può fare chiunque legga il libro. Le relazioni danno conto del percorso filosofico-politico di Muraro, riprendendo «in fedeltà e in libertà» «alcune questioni e certi nodi dei suoi testi», «alla luce delle questioni emergenti della contemporaneità». Un pensiero che fa di Muraro una «delle più importanti pensatrici della contemporaneità», come scrive Vita Cosentino, e nello stesso tempo una filosofa “anomala”, originale, unica, «irriducibile a qualsivoglia scuola». Anomalia che sta nell’aver trovato l’inizio del pensiero nell’ordine simbolico della madre, nel saper amare la madre, nella riconoscenza e gratitudine verso di lei. Da lì – come scrive Diana Sartori – si è accesa la luce ed è venuto il primo orientamento che faceva ordine simbolico, là dove ancora oggi, in un tempo in cui la guerra ha preso la scena del nostro mondo e delle nostre menti, il potere fa disordine. Una «filosofia pratica», quella di Muraro, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, nata, come scrive Ida Domijanni, da una “schivata”, un mettersi a lato, un sottrarsi, un non farsi trovare «laddove ci si aspetterebbe di trovarla», un andare via dalla storia della filosofia occidentale moderna e contemporanea per aprire «una nuova prospettiva», di libertà femminile e di indipendenza simbolica. Muraro associa la mossa filosofica della schivata a un fatto storico preciso, «la separazione femminile dalla politica maschile che diede origine alla nascita del femminismo della differenza sessuale», messa oggi in discussione da un neofemminismo che «sembra rivendicare non sottrazione ma riconoscimento, non separazione ma inclusione, non differenza ma neutralizzazione». Anche oggi, sarebbe necessaria un’altra grande schivata per ripensare e rilanciare la lotta per la libertà femminile all’altezza dei problemi «in un mondo che va in rovina». La luce più importante che lei ha acceso per le storiche di oggi, come scrive María-Milagros Rivera Garretas, è quella di significarsi donna in qualsiasi circostanza storica e davanti a qualsiasi fonte o opera storica. Dalla ricerca di Muraro sulla sapienza mistica in lingua materna ci viene l’insegnamento dell’«intelligenza dell’amore», buona per noi anche oggi, come scrive Wanda Tommasi, per non farci sprofondare nel senso d’impotenza di fronte alla violenza della storia. Muraro ci invita a cercare e incontrare l’«umanità comune» nella cronaca su cui lei scrisse articoli su riviste e quotidiani raccolti nel libro La folla nel cuore, di cui scrive Annarosa Buttarelli. Il pensiero di Luisa Muraro è «spiazzante», il libro ce lo restituisce «come quando si accende la luce». Un grazie a chi ne ha curato la pubblicazione.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 19 luglio 2026)

La curatrice del volume racconta “Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals”, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che il gruppo femminista, tra i più longevi, attraversò in ogni forma e disciplina. Edito da Mousse Publishing

Documenti politici, manifesti programmatici, a mano, ciclostilati; foto di assemblee, locandine di film, immagini di azioni performative, manifestazioni, bozzetti di costumi di scena, antichi templi, l’antro della Sibilla. Ancora, Lina Mangiacapre col suo cappello a cilindro, grandi occhiali, mantello, attorniata da un gruppo di amazzoni in tuniche e ghirlande di fiori in fronte. Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals è un attraversamento di epoche, un’esplorazione esperienziale, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che questo gruppo femminista, tra i più longevi attraversò in ogni forma e disciplina. Il volume bilingue, inglese italiano, curato da Sonia D’Alto in collaborazione con Marea Art Project, edito da Mousse Publishing, realizzato grazie al supporto dell’Italian Council, è la prima monografia dedicata a questo gruppo di artiste, pacifiste, femministe, lesbiche napoletane. Oltre a preziose immagini d’archivio, contiene interventi di Chiara Bottici, Federica Bueti, Cairo Clarke, Arnisa Zeqo, Giulia Damiani, Giusi Palomba, Elvira Vannini, Giovanna Zapperi. Ne abbiamo parlato la curatrice Sonia D’Alto. Ricercatrice di storia dell’arte e curatrice cilentana, classe ’90, vive a Bruxelles, dall’uscita del volume, esito di una tesi di dottorato, affianca le presentazioni alle proiezioni dei film delle Nemesiache, per far riscoprire il loro immaginario potente e inesplorato.

Quali sono gli aspetti che l’hanno più colpita?

Le Nemesiache sono uniche all’interno dei collettivi artistici e femministi dell’epoca, hanno quasi mezzo secolo di storia. Si sono sempre definite gruppo, mai collettivo, per prescindere da quella connotazione degli anni ‘70 dei collettivi femministi, spesso legati a una forte ideologia. Avevano una metodologia legata al mito, fantascienza, racconti popolari, fiabe, uso del corpo. Il loro linguaggio politico era creatività, arte, la lotta passava per il corpo delle donne marginalizzate. Scrissero il primo manifesto nel ’70 (poi pubblicato nel ’72) su una rivista fantascientifica, aspetto unico nel panorama dei femminismi europei dell’epoca.

Come ha lavorato?

È stato un lungo lavoro di ricostruzione. Attraverso un sito, acquisito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, sono entrata in contatto con le membre delle Nemesiache, è iniziato uno scambio che ancora esiste. Ho iniziato con Silvana Campese, uno dei primi contatti su Napoli. Poi Connie Capobianco, invitata con Campese in occasione di una delle proiezioni. Il gruppo da Napoli si estendeva a Venezia, Roma, Milano, Parigi. Nel 1976 organizzarono il terzo congresso femminista in Italia, lottando perché si facesse a Paestum. Nello stesso anno parteciparono a un tribunale internazionale femminista di crimini contro le donne a Bruxelles. Ho frequentato l’archivio di Lina Mangiacapre custodito dal nipote Martino Mangiacapra. Qui sono riuscita a integrare tutti i documenti, trovando frame di film, dietro le quinte che rendono l’intimità del gruppo. Facevano arte per liberarsi, fuori ogni forma, struttura di professionalismo del sistema.

Il cinema è un capitolo importante della storia delle Nemesiache.

Le performance e le azioni pubbliche sono sempre state sempre trasformate in film sperimentali collettivi scritti e diretti da Lina con l’interpretazione, musiche, costumi delle Nemesiache. Meriterebbe un volume a parte la prima rassegna di cinema femminista nata nel 1976 a Sorrento dove affluivano lavori da tutto il mondo. Una figura di riferimento per le Nemesiache era Elvira Notari, prima donna regista italiana, silenziata e dimenticata cui dedicarono un premio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Elemento fondamentale nella pratica delle Nemesiache è la Psicofavola.

Negli anni ’70 le femministe avevano due metodologie: il separatismo e l’autocoscienza introdotta in Italia da Carla Lonzi, proveniente dall’America. Le Nemesiache si resero conto che l’autocoscienza non era sufficiente, perché basata sul linguaggio verbale estremamente patriarcale. Era fondamentale utilizzare il corpo in tutti i suoi aspetti, così introdussero la Psicofavola che permetteva di liberarsi attraverso gesti, musica, danza, rito personale, collettivo che riportava al mondo il mito. Trovò la sua manifestazione nel teatro: il primo spettacolo femminista in Italia fu la riscrittura di “Cenerella” nel 1973 al Teatro Club di Napoli. La messa in scena era semplice: costumi autoprodotti, Lina suonava il flauto, Anna Grieco l’arpa, il tamburo, una modalità creativa libera, non professionistica, liberatoria del corpo, della psiche, per tornare all’origine. Da qui il nome di Nemesis, condizione ancestrale in cui la donna non era stata ancora colonizzata dal patriarcato. S’introdusse l’uso delle fiabe, del mito, il richiamo ai luoghi della cultura marginalizzati, considerati saperi minori che diventavano luoghi di resistenza.

Il femminismo delle Nemesiache guardava a sud come dimensione politica.

Un sud non solo geografico, ogni luogo dove avviene una forma di espropriazione. Il loro primo lungometraggio Didone non è morta è un omaggio, un augurio di Mediterraneo unito. L’idea è riappropriarsi del corpo e del territorio. Nel film Il mare ci ha chiamato, e nella performance della poesia La Gaiola, Le Nemesiache fanno già riferimento alla privatizzazione del mare, anticipando i movimenti ecologisti, usando nell’azione un linguaggio fantascientifico: il comunismo dei pesci del mare, l’imperialismo degli uomini, il mito della sirena.

Di questa storia si sono quasi perse le tracce. Che idea si è fatta?

Bruna Felletti, Nemesiaca intervistata a Roma, dice che erano ritenute molto eccentriche, venivano spesso isolate. Aggiungo un altro livello di lettura: in tanti consideravano la loro pratica unicamente teatrale, anche se attraversava ogni genere, disciplina. Biancaneve, riscrittura dell’84, è una favola cyber-femminista che anticipa di un anno il Manifesto Cyborg di Donna Harraway, mentre l’azione TransNemesiache ha inaugurato nel linguaggio femminista la stagione dei transfemminismi un decennio prima di quello statunitense. La prolificità, quest’espressione così dirompente non entrava nelle categorie patriarcali del cinema, teatro, arte. Erano così avanti che gli strumenti dell’epoca non permettevano di leggerle, interpretarle. Chiara Bottici, che insegna gender studies e ha scritto uno degli interventi nel volume, ritrova in loro ciò che le femministe hanno fatto in America Latina dieci anni fa: Ni Una Menos, le azioni nelle piazze con la danza, gli interventi sull’ecologia. Gli altri gruppi non avevano un linguaggio del genere. Le donne nell’arte erano legate ancora un dominio prettamente maschile, settoriale. Le Nemesiache hanno fatto cinema sperimentale, invaso lo spazio pubblico con le performance, prodotto materiale militante con un linguaggio creativo, cosmico. Come curatrice ritrovo quest’approccio in molte pratiche contemporanee di artiste e artisti soprattutto di diaspore e contesti mediterranei. Erano cinquant’anni avanti.

(il manifesto, 18 luglio 2026)

Al museo Madre di Napoli, fino al 21 settembre, Maria Lai. Essere è tessere, la personale dedicata all’artista sarda a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai

Cucire le storie del mondo, quasi sempre riflesse in un microcosmo che si fa universale come Ulassai, luogo d’origine e di partenza verso l’altrove (una vera “Stazione dell’arte” mobile e ventosa, costellata di connessioni e reticoli di memoria), per Maria Lai ha significato anche sfilare e sfrangiare le mappe, ridisegnare i confini sovvertendo una cartografia del dominio che lei sapeva ricondurre a un ordito di libera immaginazione. Non è un caso, quindi, che la mostra personale al museo Madre di Napoli dedicata all’artista sarda, Maria Lai. Essere è tessere, inauguri il suo percorso proprio con una Geografia in cui un mappamondo appena imbastito mantiene intatta la sua geometria a scacchiera di meridiani e paralleli, ma “perde” i continenti per divenire un anarchico pianeta della fantasia, tutto ancora da “scrivere”, con civiltà prossime venture. A cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai, avvalendosi di un progetto di ricerca di Giulia Brandinelli, l’esposizione procede per isole tematiche, creando una sorta di felice arcipelago visivo che permette di navigare intorno a questa filosofa del rammendo riparativo di storie smarrite e del «rammentare», nel senso di riportare alla mente, in questi tempi di oblio persistente. Nata nel 1919 e scomparsa nel 2013, a novantatré anni, Maria Lai ha avuto in sorte una lunga vita disseminata di dolori e leggende – un’infanzia cagionevole in adozione dagli zii, l’isolamento per le numerose malattie, gli studi condotti in ritardo, l’apprendistato con il maestro Salvatore Cambosu, l’abbandono della Sardegna alla volta di Roma, l’Accademia con Mazzacurati, poi Venezia con lo scultore Arturo Martini, il rientro «a casa» su scialuppe di salvataggio imbarcandosi nel golfo di Napoli, la morte violenta del fratello e quella dello sfortunato altro fratello, Gianni, per un incidente aereo. Sarà questa sedimentazione esistenziale a imprimere le sue opere, i telai – vera messa a nudo del processo creativo senza infingimenti – i collage di mare e terra, i libri scuciti dove le parole cercano janas, api curiose e caprette abbarbicate sulle rocce. «Niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo», sosteneva, intendendo di essersi votata all’esercizio della disciplina interiore, a volte aspra eppure necessaria. Da bambina, aveva anche provato la vertigine della vita aerea, sospendendosi nel vuoto insieme ad alcuni gitani acrobati che si erano fermati nel paese dove abitava con i suoi zii. Ma poi aveva preferito tornare alla terra, anzi alla misteriosa energia ctonia della montagna. Nel 1981, con la performance comunitaria di Legarsi alla montagna (in mostra un filmato ne dà ampia testimonianza), Maria Lai aveva voluto fare «qualcosa per i vivi» – le avevano chiesto di realizzare un monumento per i morti ma lei aveva rovesciato la commissione – riconnettendosi al cuore pulsante di Ulassai. Srotolò insieme agli abitanti ventisette chilometri di nastro azzurro con cui unì le porte delle case e le “ancorò” al Monte Gedili. C’erano fiocchi e pani tradizionali a ritmare il nastro in segno di riappacificazione e fine delle faide interne tra famiglie. Proprio quei pani che diventeranno poi sculture e che Lai ha sempre detto di essere stati un’intima materia da cui imparare, «la prima accademia d’arte furono le donne di casa che facevano il pane con quelle loro mani svelte». E quando guardava la nonna rammendare le lenzuola, inventava storie su quelle “cicatrici” di fili che si aggrovigliavano. Maria Lai, fra il tessere, l’impastare e il vivere ludico che si fa coscienza (come nel suo Il gioco del volo dell’oca, riprodotto in una stanza tutta per sé del Museo Madre) ha scelto di radicarsi nell’universo femminile, nelle pratiche incantatorie e in quelle domestiche delle sue antenate e del suo stesso privato, tracciando sentieri di fili, terracotta, pietra, stoffa, pane e legno che conducessero a un’infanzia collettiva, dove il senso privilegiato non è la vista che apre le porte al raziocinio, ma il tatto che permette di accedere a una dimensione più selvatica e meno addomesticata. In una stanza del museo, sono raccolti i disegni, così come poco oltre le sue sculture debitrici al ruvido Martini: animali e paesaggi che poi sfoceranno in quelle caprette stilizzate e in fila indiana che lei regalò alle tessitrici di Ulassai per ricamarle sui loro arazzi e tappeti. «Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di precipizi», raccontava nelle interviste.

(il manifesto, 17 luglio 2026)