Convegno in presenza e online Città Vicine e MAG Verona,Ostello degli Elefanti, via Etnea 28 Catania, 14-15 novembre 2026

Carissime e carissimi delle Città Vicine,

abbiamo pensato di organizzare il prossimo convegno delle Città Vicine a Catania, in presenza e online il 14 e 15 novembre, per parlare delle nostre attività, delle nostre esperienze, del nostro pensiero e degli orizzonti che potremo allargare. Abbiamo una lunga esperienza alle spalle ma forse dobbiamo riflettere su quanto siamo o non siamo riuscite/i nelle nostre città a incidere e a cosa possiamo pensare di nuovo per un salto di qualità della nostra azione politica.

In questo ultimo anno abbiamo potuto apprezzare e anche partecipare a pratiche ed esperienze trasformative collegate, per la peculiarità espressivo-artistica del loro linguaggio, al campo dell’arte visiva e concettuale e che con i loro contenuti e significati hanno risvegliato nel profondo sensibilità sopite e suscitato risonanza e partecipazione in varie città d’Italia e del mondo.

Ci riferiamo al movimento degli stupendi arazzi della pace realizzati dalle molteplici realtà di donne in Italia che da oltre un anno danno vita alle manifestazioni della rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, promosse dalla Biblioteca delle donne dell’UDI di Palermo, dalle donne delle Comunità Cristiane di Base di Pinerolo e dalle donne di Caltanissetta. Ci riferiamo, altresì, alla missione della Global Sumud Flotilla, al senso di umanità bellezza e creatività politica messo in essere dalle centinaia di donne e uomini componenti gli equipaggi di mare e di terra. Le variopinte e provvisorie navi delle spedizioni, accompagnate nei porti di partenza da migliaia di donne e uomini, hanno solcato il mare per raggiungere Gaza e superare il blocco israeliano con il loro carico di farmaci, beni di prima necessità, di pace, solidarietà e amore. Carico destinato alle donne agli uomini e ai bambini e bambine palestinesi. Idee e azioni queste che risentono e riflettono anche la creatività e l’unicità del pacifismo attivo nella storia delle donne, impegnate a scongiurare e fermare le guerre con linguaggi, forme e strumenti attinenti alla sacralità della quotidianità, della convivenza, della natura, della bellezza, dell’arte, della vita.

In questi anni abbiamo visto affermarsi parole come cittadinanza attiva e democrazia partecipata. Ma la riflessione di Lia Cigarini,che ci è stata vicina nel cammino percorso dalle Città Vicine e ci ha spinto sempre verso una “pratica politica originale”, ci aiuta, ancora oggi, a coglierne il limite quando queste formule chiedono alle donne semplicemente di partecipare a forme politiche già date, costruite su una pretesa neutralità che troppo spesso assume la misura maschile come universale. Di come le donne, che hanno scelto di stare dentro quelle formule politiche e amministrano le città, ne hanno cambiato o no la forma e con quali pratiche, discuteremo con donne sagge che con noi dialogano da tempo.

La questione politica è trarre beneficio, sempre, dal riconoscere la natura costituente delle pratiche delle donne: partire da sé, dalla relazione, dall’esperienza, dai corpi, dai desideri e dal lavoro quotidiano per creare libertà e trasformare il modo stesso di vivere insieme. È una lezione che sentiamo viva nel pensiero di Luisa Muraro, nella centralità che ha dato alla parola, alla relazione e alla libertà femminile, e nella sua capacità di riconoscere autorità a ciò che nasce dall’esperienza e dalla relazione tra donne.

Da qui, come abbiamo sempre fatto, possiamo guardare alla città con occhi diversi. Elena Granata ci invita a pensare la città come spazio di condivisione, biodiversità sociale, riuso, immaginazione e incontro. Un’idea di città non mercificata ma viva, che sa valorizzare ciò che già esiste e trasformarlo in possibilità di relazione e di vita comune.

Le pratiche delle donne ci hanno insegnato cosa significa abitare: prendersi cura delle persone e dei luoghi, creare cultura, difendere uno spazio, costruire relazioni, contrastare la violenza, custodire ciò che è fragile. Sono pratiche che producono comunità e, quindi, producono città. Possiamo noi agire con il nostro sapere nelle città in cui tutto è governato dal guadagno e dove corpi e storia hanno perso ogni significato? Noi crediamo ancora di sì. Ed è qui che la riflessione di Simone Weil sul radicamento diventa per noi particolarmente preziosa. L’essere umano ha bisogno di luoghi, memoria, relazioni, cultura, responsabilità: di un ambiente capace di nutrire l’anima. Lo sradicamento, prodotto dalla perdita dei legami, dalla mercificazione della vita e dalla forza esercitata sui più fragili, genera solitudine e impoverimento umano.

La città può allora essere pensata come un luogo di appartenenza nel quale la bellezza, la cultura, la memoria e le relazioni costituiscono qualcosa di fragile e prezioso da custodire. Salvare la città significa salvare qualcosa che appartiene alla civiltà e che nessuno dovrebbe avere il diritto di distruggere.

Ripartiamo da tutto questo per affinare la nostra pratica politica in città, per riflettere sulle attività che già facciamo, per produrre pensiero, dando parola a ciò che viviamo. Mettiamo in relazione le nostre esperienze per aprire nuovi spazi, nuovi orizzonti.

Ci incontriamo a Catania il 14 e 15 novembre per ritrovarci, con passione e fiducia, per dare maggior senso alle nostre pratiche.

Sabato 14 novembre ore 17-20 e domenica 15 novembre ore 10-13

Per info: tel. 045-8100279; info@magverona.it

Per la connessione online https://us06web.zoom.us/j/81911007992

ID riunione: 819 1100 7992; Codice d’accesso: 544323

(https://magverona.it/2026/09/le-citta-vicine-oggi-attivita-pensiero-orizzonti-convegno-2026/)

Intervista con il Care Collective, fondato a Londra nel 2017 e composto da attivisti e accademici. «Dopo sei anni dalla prima edizione del nostro libro, crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra interdipendenza come esseri viventi»

Sei anni dopo la prima uscita, il Care Collective ripubblica per Verso, con una nuova e aggiornata prefazione, The Care Manifesto. The Politics of Interdepence (Alegre ha tradotto Il Manifesto della cura nel 2020, ndr). Abbiamo incontrato il Care Collective per discuterne.

In prefazione scrivete che sei anni fa i «discorsi sulla cura» avevano fatto irruzione per la pandemia. Definite quei mesi un «tempo di transizione» in cui ci è sembrato possibile costruire un mondo nuovo (relazioni, consumi, eccetera). Vi sembra che oggi si possa parlare di una «transizione permanente», visti i conflitti, la crisi climatica, i superpoteri dell’AI? Che cosa è andato storto e che cosa non abbiamo appreso?

In quel momento i discorsi sulla cura portavano con sé un senso di speranza: allora abbiamo assistito, finalmente, al riconoscimento del lavoro essenziale, quello riproduttivo, e sono nati spontaneamente sistemi di mutuo soccorso. I governi, in un batter d’occhio, hanno mostrato di poter prendere decisioni radicali, cambiando priorità. La morte ci ha messo di fronte a una verità per noi fondamentale: si può fare politica diversamente. In effetti, si dovrebbe farlo. Oggi c’è meno speranza, paradossalmente: i governi hanno volontariamente soppresso ogni lavorare politicamente sulla cura, criminalizzando il dissenso e spargendo retoriche anti-migratorie. Musk, poi, ha apertamente attaccato la cura perché questione eccessivamente “empatica”. A questo aggiungiamo anche l’estrattivismo, la capacità delle destre estreme di mobilitare paure collettive, l’atomizzazione dei rapporti.

Usate l’espressione “care justice” (una giustizia della cura). Non gratitudine, ma giustizia. È questa una combinazione potenzialmente rivoluzionaria perché fa della cura il nucleo di un paradigma politico ed economico e la assimila a un’equa distribuzione delle risorse e ad altri concetti trasformativi. Ci spiegate quel che intendete precisamente?

È una citazione dal saggio Clap for Carers di Helen Wood e Beverley Skegg (2020). Nel Regno Unito, durante il picco della pandemia, la gente stava sulla porta ad applaudire gli operatori del servizio sanitario nazionale, mostrando di apprezzare il coraggio profuso nel salvare vite mettendo a rischio le proprie. Skegg e Wood sostengono che questi gesti, queste immagini, vadano supportati materialmente: non si può applaudire e poi tagliare i fondi per la sanità pubblica e gli asili. Non servono gesti ma infrastrutture. Puntare sulla “care justice” significa investire sulle strutture pubbliche anziché sui profitti privati.

La nuova prefazione riporta esperienze in cui la nozione di cura universale ha ispirato musei, esperimenti di “gaming”, produzioni teatrali (nel Regno Unito e oltre). Ce ne parlate? Pensate che risultati elettorali quelli di New York e Berlino indichino che il tema possa arrivare a guidare le campagne?

Siamo coinvolte in un progetto finanziato dall’Europa – “Youth Care for Change” – che usa il Manifesto della cura come base per formare gruppi di giovani nell’area mediterranea coinvolgendoli in agende pubbliche della cura. Il Promiscuous Care Study è stato creato dalla Willem De Kooning Academy in Olanda, per sostenere anche artisti e curatori nell’applicazione dei concetti del Manifesto. La cultura è centrale e purtroppo le destre lo hanno capito bene: negli ultimi dieci anni hanno riempito la rete di contenuti d’odio e ideologie. Sicuramente, a sinistra serve impegno nel tradurre i desideri di cura in programmi politici. Siamo sia ottimisti che pessimisti. Risultati come quello di Mamdani e le vittorie dei socialisti fanno ben sperare. In più emergono i verdi e alcune varianti dentro la sinistra, come Sheinbaum e Burnham. Tuttavia, questi successi vanno letti in un quadro globale, in cui alcuni degli uomini più ricchi al mondo supportano apertamente agende politiche di stampo fascista.

Vi hanno criticati perché la vostra idea di cura sarebbe troppo ampia – salute, bambini, anziani, consumi, animali, ambiente – e tale ampiezza farebbe perdere di vista le singole battaglie per i diritti. Come rispondete?

Il punto non è creare competizione fra le battaglie ma trasformare la cura in un paradigma politico. Per questo puntiamo sulla centralità del supporto pubblico nella facilitazione del lavoro di cura, a iniziare da casa, trasporti, formazione e pensando a tutte le risorse utili per i caregiver. La logica dei profitti contrasta questo progetto: è proprio questa logica, non a caso, ad averci guidati dritti in un’atmosfera distopica da fine del mondo. Seguiamo la scia di pensatrici come Judith Butler, Joan Tronto, Naomi Klein che hanno insistito sulla centralità della cura per la vita democratica.

Nel testo, c’è una chiamata di fondo un po’ in stile «donne/caregiver di tutto il mondo, unitevi!» – quando descrivete l’importanza di uno sguardo globale sulle politiche della cura. Visione opposta a quella di Musk, che addita la cura come principale debolezza della civiltà occidentale. Quale forma dovrebbe avere una rivoluzione?

Crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra ineluttabile interdipendenza come esseri viventi. Rispetto alla prima edizione, siamo sempre più consapevoli del fatto che è proprio il desiderio di una prosperità condivisa tra esseri umani e non umani a essere strumentalizzata e trasformata in un’arma da figure mostruose come Musk. La cura per il destino dell’umanità è presentata come un’idiozia morale: non serve commentare. Il suo monito contro quella che chiama “empatia suicida” appare ancora più assurdo se consideriamo ciò che viene proposto in alternativa: odio e divisione. I nuovi plutocrati non si limitano a sfruttare impunemente chiunque e qualsiasi cosa: sono diventati deliberatamente antiumani. La posta in gioco si è alzata: per continuare a lottare per la cura, dovremo guardare ai nostri progressi insieme alle perdite, alle caratteristiche del momento che viviamo e alla crescita di nuove fonti di potere: questa è la strada da seguire, senza paura.

(il manifesto, 22 ottobre 2026)

Intervista alla filosofa e attivista catalana, il 24 a Perugia ospite del festival «Kum!». «Oggi, fenomeni come la polarizzazione, il linciaggio pubblico e l’ostilità, attirano la nostra attenzione»

Per Marina Garcés il pensiero comincia quando prende posizione nel mondo. Intellettuale, attivista catalana e docente di Filosofia morale e politica all’Università di Girona, nei suoi numerosi saggi ha intrecciato la riflessione teorica con esperienze di ricerca condivisa. Dal 2002 ha animato Espai en Blanc, laboratorio collettivo nato a Barcellona; partecipa al progetto di Xamfrà, nel quartiere del Raval, dove il programma radiofonico L’amic imaginari ha fatto delle storie di amicizia un terreno di conversazione e indagine comune.

Garcés sarà tra le ospiti della decima edizione di Kum! (Palazzo dei Priori di Perugia, 24 ottobre, ore 14:30) con una lectio sul rapporto tra adulazione e violenza, dalle antiche pratiche di corte ai social network e all’“adulazione programmata” dei chatbot.

Si era già soffermata sul concetto di “sycophancy”, l’adulazione servile, in relazione alla servitù volontaria. Ora ne ripercorre le radici storiche fino alla intelligenza artificiale. Che cosa ci dice l’adulazione sulle nuove forme della servitù e del potere nell’ambiente algoritmico? E quale peso ha, nella violenza del presente, la progressiva scomparsa dell’alterità?

Ci troviamo in un momento in cui fenomeni come la polarizzazione, il linciaggio pubblico e l’ostilità attirano particolarmente la nostra attenzione. Si tratta di aspetti di una violenza sociale generalizzata, radicata in comportamenti sia intimi che istituzionali. Nel frattempo, però, nelle nostre vite si è infiltrato un agente gentile, una voce che ci tratta bene, che ci valorizza partendo dalle nostre domande, dai nostri interessi o dalle nostre preoccupazioni. Si tratta delle chat basate sull’intelligenza artificiale che, a livello di singolo utente, abbiamo tutti sui nostri dispositivi digitali, pronte per ogni tipo di utilizzo. In esse troviamo ascolto, risposta, gratitudine e, soprattutto, riconoscimento.

Tuttavia, ne parliamo poco, o solo quando emergono comportamenti patologici, come la dipendenza, la tendenza al suicidio o il delirio. Possiamo fermarci a riflettere “prima” della patologia, per cercare di capire cosa accade attraverso l’integrazione quotidiana dell’adulazione algoritmica? La questione mi interessa perché ci colloca nel filone della riflessione filosofica e politica sull’adulazione come elemento centrale nelle relazioni di sottomissione al potere attraverso i giochi che ruotano attorno alla verità.

Nel suo saggio “Comprensión y reparación” (2019) riconosce alla elaborazione femminista il merito di aver posto la vulnerabilità e l’interdipendenza al centro della cura, ma introduce uno spostamento: siamo vulnerabili e possiamo essere feriti, tuttavia siamo anche capaci di ferire. Perché una filosofia della cura deve necessariamente affrontare anche la nostra capacità di fare del male?

Tutta la riflessione sulla vulnerabilità si è orientata verso la prospettiva della vittima. Ciò comporta il rischio, molto evidente ai nostri giorni, di trasformare la vittimizzazione in un argomento di forza. È un paradosso, ma non una contraddizione. La mia argomentazione non si inserisce in una tensione tra istanze di colpa, poiché l’attribuzione di colpa è l’altra faccia della vittimizzazione. Mi interessa piuttosto concepirci come soggetti delle nostre stesse azioni, sia nella loro dimensione attiva che passiva. Si tratta di restituirci la capacità di creare e agire, di decidere e valutare.

Non siamo solo corpi colpiti e reattivi, la reazione diventa facilmente reazionaria. Quello che dobbiamo riuscire a pensare è quali azioni, pur causando danno, facciano parte di un antagonismo emancipatorio e quali siano, semplicemente, reazioni imprigionate dal dolore.

In questa sua riflessione critica lei si domanda se, di fronte a una società che produce continuamente nuove vulnerabilità e nuove ferite, la cura rischi di ridursi a una sorta di “riparazione palliativa”. Come possiamo “prenderci cura” senza limitarci ad aggiustare i danni prodotti dalle stesse condizioni sociali che continuiamo a riprodurre?

L’espressione “prendersi cura” ha molti significati, ma sembra che ne abbiamo ridotto il senso a un’azione riparatrice o protettiva, volta ad attenuare gli effetti di un danno precedente. Tuttavia, prendersi cura significa anche coltivare (prendersi cura della terra), allevare (prendersi cura dei più piccoli), mantenersi in salute, anticipare qualcosa. Le relazioni legate alla cura sono molteplici e si muovono liberamente nel tempo e nello spazio, tra ciò che è già accaduto e ciò che deve ancora avvenire.

È un concetto relazionale che ci invita a guardare a noi stessi attraverso i legami con altre presenze, umane o non umane, passate o future. Non credo che dobbiamo concentrare tutta la nostra riflessione sull’azione e sul possibile nella cura, perché il nostro potere di esistere ha un repertorio di espressioni molto più ampio. Ma mi interessa e mi sta a cuore che, in un mondo che fa del male, non facciamo della cura una scusa per il ripiegamento su noi stessi.

In “Il nuovo illuminismo radicale” (2017, Nutrimenti 2019) parlava di una “condizione postuma” segnata dall’impotenza: «sappiamo tutto, ma non possiamo nulla». Oggi, di fronte all’avanzata delle destre, dei fanatismi e delle teorie del complotto, quella diagnosi sembra acquistare nuova forza. Eppure, in “Il tempo della promessa” (2023, Castelvecchi 2024), cerca di sottrarre il futuro tanto al progresso quanto alla catastrofe. Che cosa può ancora fare una promessa?

Per me, la forza di una promessa non è quella di garantire un futuro, bensì quella di creare un impegno nel presente. Le promesse non sono progetti con una clausola assicurativa o con una sezione dedicata alla gestione dei rischi. Tutto il contrario: se qualcosa merita di essere promesso è perché ci impegna con coloro che sono disposti ad accogliere come valida quella promessa. Dire questo in tempi di banalizzazione e mercificazione del linguaggio della promessa può sembrare ingenuo o illusorio. Eppure, se il marketing politico e commerciale si appropria di questo linguaggio è perché ne conosce il potere. Lo hanno compreso anche i grandi discorsi religiosi e politici ed è per questo che tutta la civiltà occidentale si è fondata sul monopolio della promessa da parte di Dio e dello Stato. Quello che esploro sono le possibilità di una promessa emancipatrice che, lontano dai monopoli della promessa dei poteri sovrani, ci permetta di darci la parola tra pari.

In “Occupare la speranza” (2018, Castelvecchi 2024) racconta la sua esperienza nei movimenti sociali di Barcellona, dalle occupazioni alle lotte contro la speculazione e per il diritto all’abitare, e si interroga sull’emergere di un “noi” attraverso la difesa dei quartieri. Che cosa vuol dire, soprattutto oggi, abitare una città e quale importanza ha una pratica politica capace di produrre quel “noi” di una vita in comune?

Penso che oggi ci sia poca differenza tra vivere in città o in altri contesti, rurali o suburbani. Le emergenze climatiche, abitative ed economiche che si abbattono sulle nostre vite raggiungono tutti i luoghi allo stesso modo, anche se assumono forme e intensità diverse.

Le disuguaglianze non hanno tanto a che fare con l’ambiente quanto con le condizioni materiali, culturali e giuridiche che separano quartieri, territori e persone. La questione del “noi” si complica quindi, poiché vi è un “tutti” colpito dalle emergenze che non si traduce in un “noi” politico. C’è una distanza, un divario, che si manifesta a scatti.

Ora possono essere gli sfrattati in Spagna, gli studenti in Francia, i migranti a Ceuta, eccetera. Ma come andare oltre questa logica dell’emergenza e dell’irruzione? Questa è la grande difficoltà del nostro tempo, poiché fa sì che il collettivo, che prende corpo in questi fenomeni, sia ben lontano dal poter sostenere una vita in comune.

Nel volume “La passione degli estranei. Una filosofia dell’amicizia”, disponibile dal 23 ottobre, si sofferma sull’incontro con gli altri, che bisogna reinventare continuamente. In che modo questo «legame senza garanzie» può opporsi al consumismo delle relazioni?

L’amicizia è sempre stata sullo sfondo delle mie riflessioni sul comune e nel cuore delle mie esperienze collettive. Non mi riferisco all’amicizia privata, ma all’amicizia come condizione affettiva e politica di un tipo di legami reciproci che non dipendono né dall’istituzione né dalla strumentalizzazione. In La passione degli estranei (Castelvecchi, traduzione dal catalano di Stefano Puddu Crespellani, ndr) affronto questo tipo di relazione come qualcosa che non passa attraverso il riconoscimento né attraverso l’identificazione, ma attraverso l’estraniamento.

Da Enkidu, l’amico di Gilgamesh nel poema mesopotamico, fino al nostro più recente E.T., l’extraterrestre, l’apprendimento dell’amicizia è quello di quegli incontri che ci fanno uscire dai contorni del nostro mondo conosciuto e alterano profondamente ciò che sapevamo delle nostre vite. In questo senso, il libro è anche un avvertimento rispetto alla nuova romanticizzazione dell’amicizia perfetta, che sta entrando con forza, soprattutto tra i più giovani.

 (il manifesto, 18 ottobre 2026)

“L’incontro” di Fabrizio Galatea, oggi alla Festa del Cinema di Roma, in sala il 15 dicembre. Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nella sparatoria con il brigatista Walter Alasia nel ’76, si confronta con Franco Bonisoli, dirigente delle Br

Se avesse voluto solo spiegarci cosa sia la giustizia riparativa, Fabrizio Galatea – allievo di Luca Ronconi, e varie opere come autore e regista alle spalle – avrebbe potuto accontentarsi di scrivere e dirigere un documentario che si limitasse a descriverla attraverso qualche testimonianza. Ma del resto cosa sia la giustizia riparativa ormai potremmo dire di saperlo, tutto sommato: una forma di giustizia – integrativa, e non alternativa o tantomeno sostitutiva, rispetto a quella ordinaria – che considera il reato non come la semplice violazione di una norma penale, ma come un’esperienza di ingiustizia che produce una frattura, procura una ferita. Lo scopo è provare a riparare la frattura, a curare la ferita, offrendo ad autori e vittime quello che il processo, per come è strutturato, non può offrire: uno spazio, un tempo, per guardarsi negli occhi, per parlare o anche per non dirsi niente, ma in ogni caso per cercare di restituire un senso a quanto accaduto.

Per cercare di trovarlo insieme, questo senso, attraverso la condivisione delle memorie, delle verità di ognuno. Non si tratta di disconoscere le sentenze dei tribunali, ma di aprirsi alla costruzione di una responsabilità più ampia, attraverso lo scongelamento delle fissità implicate dai ruoli processuali. Si tratta, anche, di cercare di uscire dagli angoli nei quali il dolore rischia di inchiodarci: vuoi quando lo abbiamo subìto, vuoi quando lo abbiamo inflitto.

Tuttoquesto più o meno lo sappiamo. Non tanto perché ormai dal 2022 esiste una legge da cui finalmente la giustizia riparativa è stata istituzionalizzata, dopo tanti anni in cui era diffusa solo come pratica sociale. Quanto perché, appunto, è una forma di giustizia che da molti anni viveva già nella realtà e che sempre più vi trova applicazione. Ne leggiamo anche nelle cronache. Allora: non che un film puramente descrittivo sarebbe stato inutile, sarebbe eccessivo pensarlo. Ma non sarebbe stato importante e bello come invece lo è L’incontro.

Quello di Galatea è molto più di un film sulla giustizia riparativa intesa quale modello solo teorico, in primo luogo perché riesce a mostrarcela inscrivendola dentro uno dei nodi cruciali della nostra Storia, rappresentato dalla lotta armata fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Sotto questo aspetto può essere considerato, se si vuole, anche come una specie di trasposizione cinematografica di quel libro memorabile che è Il libro dell’incontro, pubblicato nel 2015 a cura di Adolfo Ceretti, Guido Bertagna e Claudia Mazzucato: frutto di un lavoro di anni, durante i quali i suoi curatori, a partire dal 2009, avevano promosso in gran segreto una serie di incontri fra vittime e responsabili della lotta armata italiana. Ed era la prima volta che qualcuno ne concepisse anche solo la possibilità.

Ma la Storia siamo noi, sempre, e qui assume la concretezza corporea di Giorgio Bazzega e Franco Bonisoli: entrambi avevano partecipato all’esperienza del Libro dell’incontro, e sono loro oggi i protagonisti del film. Giorgio Bazzega: figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nel 1976 da Walter Alasia, ventenne militante delle Brigate Rosse, nel corso di una sparatoria nella quale erano morti anche un altro poliziotto e lo stesso Alasia. Franco Bonisoli: delle Brigate Rosse era stato uno dei principali dirigenti; presente in via Fani, il giorno del rapimento di Moro, era stato fra coloro che avevano ucciso. È definita anche “giustizia dell’incontro”, la giustizia riparativa, e qui l’incontro è proprio il loro. Tutto il film ruota intorno ai loro volti, ai loro sguardi, alle loro parole, ai loro silenzi. D’accordo, accanto a Bazzega e Bonisoli scorrono i volti e le parole anche di altre persone, di un’intera comunità di riferimento: gli stessi Ceretti, Bertagna e Mazzucato; la madre di Giorgio, Luciana Santangelo; il fratello di Walter Alasia, Oscar, e Giuseppe Culicchia, il cugino; Manlio Milani, che aveva perso la moglie Livia in piazza della Loggia, a Brescia; Gherardo Colombo, Federica Brunelli. Ma è intorno a Bazzega e Bonisoli che tutto si tiene, è su di loro che tutto precipita. I loro sentimenti dell’inizio, le loro solitudini di rabbia e sofferenza, si trasformano a mano a mano in qualcos’altro: in un riconoscimento reciproco, in un dolore meno distruttivo e più elaborato, quasi pacificato, sia verso di sé che verso gli altri.

È un movimentocircolare: da un lato la giustizia riparativa si lascia comprendere meglio, attraverso un racconto che le conferisce concretezza; dall’altro, riusciamo a capire bene che un incontro fra due destini così apparentemente incommensurabili, come quello che Galatea ricostruisce, non sarebbe stato possibile senza un modello che lo ispirasse e lo sorreggesse.

L’incontro non pretende di elargire lezioni, ed è un film morale proprio per questo: perché rivela da sé una possibile salvezza. Nella restituzione agli altri, anche ai nostri “nemici”, di un diritto alla visibilità; nella scommessa fiduciaria che l’affermazione di un principio di dialogo e di apertura sia sempre possibile, a patto di voler immaginarlo.

(il manifesto 16 ottobre 2026)

Un anno fa il marchio di cosmetici Elemis ha annunciato che avrebbe cominciato a fare pubblicità attraverso la scuderia di Formula 1 Aston Martin. La Elemis è nota soprattutto per un prodotto definito un balsamo detergente, dalla consistenza grassa e pastosa che serve a rimuovere il trucco. La Aston Martin, dal canto suo, è famosa soprattutto per essere la peggiore scuderia di Formula 1 e per appartenere al miliardario canadese Lawrence Stroll, che si ostina a voler schierare tra i piloti della squadra anche suo figlio, Lance Stroll, che finisce contro il muro praticamente in ogni gara.

Quando la Elemis e la Aston Martin hanno cominciato a “lavorare insieme”, come si usa dire oggi se un’azienda acquista spazi pubblicitari da un’altra, l’annuncio è stato fatto in pompa magna. Rivolgendosi ai propri follower su LinkedIn (in gran parte donne), la Elemis ha proclamato: «Elemis è il primo marchio in assoluto a diventare partner ufficiale per la cura della pelle della scuderia Aston Martin Aramco di Formula 1. Ora che le donne rappresentano il 40 per cento del pubblico della Formula 1, siamo orgogliosi di contribuire a valorizzare un pubblico sempre più diversificato e a promuovere l’inclusività in un settore nuovo».

La cosmetica ha una caratteristica sempre più rara nel capitalismo moderno: margini di profitto che possono arrivare al 90 per cento per cento

Ci sarebbe molto da dire. La disinvolta citazione dello sponsor principale della scuderia, l’azienda petrolifera statale saudita Aramco, è di per sé sconcertante, visto che in Arabia Saudita fino al 2018 alle donne era vietato guidare. Ma la ciliegina sulla torta è la pretesa che la pubblicità della Elemis possa contribuire alla mia “emancipazione” e “inclusione” in quanto donna appassionata di Formula 1.

Ho ripensato al connubio Aston Martin-Aramco-Elemis la settimana scorsa, quando sono entrata in un negozio di una nota catena di profumerie a Copenaghen. Appena varcata la soglia, sono stata investita da un frastuono assordante. Ero circondata da bambine. Erano tutte molto carine, ridevano e chiacchieravano tra loro. Ma erano, inequivocabilmente, bambine. Il mercato dei prodotti per la cura della pelle e dei cosmetici destinati alle preadolescenti tra gli otto e i dodici anni vale attualmente circa 3,8 miliardi di dollari, ma secondo le previsioni di società di analisi come la Market Intel è destinato a raggiungere gli 8,1 miliardi entro il 2034. I negozi di prodotti di bellezza sono ormai diventati negozi di giocattoli.

Non è un caso. Il settore della cosmetica ha una caratteristica sempre più rara nell’attuale fase del capitalismo moderno: margini di profitto che possono arrivare fino al 90 per cento. Con i televisori, per esempio, non si va oltre il 30 per cento. Questo perché produrre cosmetici costa pochissimo e i consumatori sono disposti a pagarli a caro prezzo. In fondo si tratta di acqua, polveri o sostanze grasse colorate. Basta confezionarli in un bel contenitore di plastica, di un colore accattivante e metterli nelle mani di un’influencer o di un personaggio famoso. In poche parole, vendere il mascara a una bambina di nove anni rende più che venderle dei Lego.

Perfino artiste affermate sembrano non trovare nulla di problematico nel mettersi al suo servizio. Icone della generazione millennial come l’attrice Emma Watson, la modella e scrittrice Emily Ratajkowski e la cantante Dua Lipa sono note per le loro posizioni femministe, i loro club del libro e le loro acute riflessioni sulle difficoltà che affrontano le ragazze. Emma Watson è il volto dei profumi Prada, Emily Ratajkowski dei prodotti per capelli Kérastase e Dua Lipa è l’ambasciatrice globale del make-up (che cosa vorrà mai dire?) di Yves Saint Laurent. Lipa ha anche collaborato con l’azienda di cosmetici Augustinus Bader alla creazione di una crema che «rassoda la pelle e ne migliora l’elasticità, contrastando le linee sottili, le rughe e le discromie visibili, per una pelle che si mantiene giovane a lungo».

Anche le attrici che si dichiarano apertamente “sostenitrici delle donne nel mondo dell’arte” non rinunciano a incassare la loro quota: Cate Blanchett (profumi Giorgio Armani), Natalie Portman e Charlize Theron (Dior). Perfino la politica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha partecipato a un video per Vogue in cui mostrava la sua routine di bellezza. In apertura dichiara: «La femminilità è potere». È difficile capire cosa significhi esattamente, ma il messaggio che ci leggo io è che, in qualche modo, le donne a cui non interessa essere femminili e belle sono meno meritevoli di avere potere.

Quando mi dicono che la pubblicità di un balsamo detergente su un’auto da corsa contribuisce alla mia emancipazione, so che si tratta di un’affermazione grottesca. Le bambine però non lo sanno. A luglio la scrittrice Alexandra Brodsky ha scritto nella sua newsletter su Substack: «Mi manca tanto l’internet femminista. Negli anni Dieci davo per scontato quel vivace ecosistema di pubblicazioni femministe indipendenti. Insieme riuscivamo a raggiungere tantissime persone. Ora tutto questo non esiste più». Sono cresciuta con Brodsky. Scriveva per il sito feministing.com, che si occupava di cultura e politica da una prospettiva femminista. È grazie a siti come quello se so che L’Oréal non è mia amica, che la Clinique non mi vuole bene e che un illuminante non farà emergere la “luce che ho dentro”.

Naturalmente noi ragazze della generazione millennial non siamo state risparmiate dalle ansie legate all’aspetto fisico, ma molte di noi hanno sviluppato un sano scetticismo, una vena sarcastica che ci ha fatto almeno un po’ da scudo. Guardando le ragazzine in quel negozio non ho visto alcuna traccia di questo distacco ironico. I messaggi pubblicitari richiamano concetti cari alle femministe: «Decidi tu chi essere!», «Siamo tutti belli!». Ma i prodotti raccontavano un’altra storia: nascondono i pori, attenuano le rughe, donano luminosità.

A causa del cosiddetto effetto cocktail, le preadolescenti corrono un rischio maggiore che le sostanze nei cosmetici per la pelle luminosa provochino alterazioni ormonali a lungo termine. Un recente test condotto in Scandinavia ha dimostrato che un terzo dei prodotti di bellezza commercializzati specificamente per bambine e bambini non è sicuro per la loro salute.

Mentre ero in quel negozio, ho provato una tristezza esistenziale così profonda da togliermi il fiato. Quelle bambine avevano instaurato un rapporto intimo con aziende che le stavano avvelenando, in senso tanto letterale quanto figurato.

Nonostante tutto il parlare di cultura woke, è difficile non concludere che, sotto molti aspetti, oggi per una ragazza crescere è diventato ancora più difficile. La pubblicità si è insinuata in ogni aspetto della vita delle giovani, sentirsi “forti” è diventato sinonimo di sentirsi “belle” e siamo sottoposte a un assalto incessante d’immagini che propongono un unico modello estetico come il solo accettabile. E non c’è più alcun argine. I mezzi d’informazione femministi indipendenti hanno chiuso e sono stati sostituiti da singole voci come la mia, che usano piattaforme finanziate proprio dalla pubblicità che cercano di criticare, lanciando messaggi nel vuoto. Vedere artiste che ammiro equiparare con tanta naturalezza la bellezza al valore di una persona mi sembra una resa totale, niente più integrità, niente più speranza. È una farsa.

La pubblicità dei cosmetici ha un unico scopo: alimentare sentimenti d’inadeguatezza e la sensazione che manchi qualcosa nelle persone, soprattutto nelle donne. Sfruttare in questo modo la propria fama e l’ammirazione del pubblico è inquietante, e l’avidità che sta alla base di tutto questo meriterebbe disprezzo e condanna. Oggi non si coglie nemmeno la valenza politica del fatto che un’artista come Dua Lipa dica ai milioni di sue giovani fan che le discromie della pelle e le rughe sottili sono imperfezioni da “combattere”.

Nel mondo dei motori, come nella maggior parte degli sport di élite, le donne sono sottorappresentate, sottopagate, sottovalutate e via dicendo. Ma quelle due ore che io e il 40 per cento di pubblico femminile dedicavamo alla Formula 1 ogni due fine settimana fino a poco tempo fa erano uno dei rari momenti in cui potevamo divertirci senza che, almeno per un breve istante della nostra vita, qualcuno ci dicesse che eravamo brutte.

(Internazionale, 16 ottobre 2026)

Anche quest’anno Donald Trump ha visto il premio Nobel per la pace sfuggirgli di mano. E, dalla sua prospettiva, il peggio è che gliel’ha soffiato Navanethem “Navi” Pillay, ottantacinque anni, che rappresenta tutto ciò che lui respinge. Dopo una lunga carriera come avvocata e giudice in Sudafrica, suo paese d’origine, e successivamente ai vertici delle istituzioni giudiziarie internazionali, la magistrata simboleggia la contrapposizione tra il diritto internazionale e il ricorso alla forza.

Il 9 ottobre il comitato norvegese per il Nobel ha reso omaggio a una donna che, «con coraggio e integrità eccezionali, ha aperto la strada a un ordinamento giuridico più solido». È stata premiata per «l’impegno a favore della pace e del diritto internazionale», in un momento storico in cui «i giudici e le istituzioni del diritto internazionale sono sotto attacco».

In un comunicato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è rallegrato del riconoscimento a «una paladina del diritto internazionale e dei diritti umani, e una voce decisa e indipendente in alcuni dei procedimenti giudiziari internazionali più importanti della nostra storia».

«Se applaudite ancora un po’, dividerò il premio con Trump!», ha scherzato Pillay nel ricevere la notizia. Al momento dell’annuncio «stava partecipando a una conferenza nell’aula 600 del tribunale di Norimberga», la stessa dove ottant’anni prima erano stati processati i gerarchi nazisti dopo la seconda guerra mondiale, racconta Cécile Aptel, che si trovava con lei. Aptel era consigliera di Pillay quando guidava l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (2008-2014). «Non sapeva neanche di essere candidata», dice commentando il premio.

Come si vede in un video sui social media, in un discorso improvvisato Pillay ha ricordato: «L’ultima cosa che ho fatto è stato il rapporto su Gaza in cui si dice che quello che sta avvenendo è un genocidio». Il 16 settembre 2025 una commissione d’inchiesta, da lei presieduta, dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva presentato un rapporto esplosivo. «È chiaro», aveva detto la magistrata, «che esiste un’intenzione di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che corrispondono ai criteri stabiliti dalla Convenzione» sul genocidio.

Se esistesse «un premio per le menzogne e l’odio», sarebbe lei a vincerlo, ha fatto sapere il 9 ottobre il ministero degli esteri israeliano, secondo cui «il comitato del Nobel ha premiato la più grande menzogna del ventunesimo secolo. Joseph Goebbels (1897-1945) starà sicuramente applaudendo dall’inferno». Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito Pillay “fanatica”, aggiungendo che “demonizza gli ebrei”.

Di tutt’altro tenore la reazione del ministero degli esteri palestinese, che ha accolto con favore la scelta: «Nel corso della sua brillante carriera, ha cercato la verità e difeso i diritti degli oppressi in Sudafrica e in tutto il mondo, compresa la Palestina, con integrità, coraggio e onore».

Arrivano le sanzioni

Mentre da Mosca a Washington, da Tel Aviv a Teheran, da Al Fashir, in Sudan, a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, il diritto internazionale è calpestato e le sue istituzioni subiscono numerosi attacchi, il Nobel rappresenta tutto quello che l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu vorrebbero “smantellare”. Figura molto nota in questo ambiente, Pillay rivendica il suo essere un’“universalista”.

Dall’inizio del 2025 tredici giudici e procuratori della Corte penale internazionale (Cpi) sono stati colpiti dalle sanzioni statunitensi. Poche ore dopo l’annuncio del Nobel, il segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che Washington aveva deciso nuove sanzioni direttamente contro la Cpi, il tribunale in cui Pillay ha prestato servizio come giudice dal 2003 al 2008. È la prima volta che succede, prima era stati sanzionati solo i singoli giudici.

Da mesi l’amministrazione Trump chiede l’annullamento dei mandati d’arresto emessi dalla Cpi nel novembre 2024 nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della difesa, Yoav Gallant.

E Washington non è da sola in questo attacco alla Cpi: l’8 ottobre la Russia ha chiesto l’estradizione di nove giudici della corte e dell’ex procuratore Karim Khan. Alla fine del dicembre 2025 erano stati condannati in contumacia da un tribunale di Mosca a pene comprese fra i tre e i quindici anni di reclusione, di cui sei anni in una colonia penale per Khan.

Dall’apartheid al Ruanda

L’impegno di Navanethem Pillay è emerso fin dall’inizio della sua carriera professionale. «Ha fatto un percorso straordinario dimostrando un coraggio eccezionale», dice Aptel. «Era una giovane povera di una famiglia indiana della provincia del KwaZulu-Natal, diventata avvocata nel Sudafrica dell’apartheid e arrivata a presiedere una commissione d’inchiesta su una questione estremamente delicata. Oggi dedica il suo premio alle vittime e ai sopravvissuti».

Nata nel 1941 a Durban, in una famiglia tamil, Pillay riuscì a frequentare l’università grazie al sostegno della comunità indiana, che contribuì a pagarle gli studi. Ai tempi dell’apartheid gli indiani erano considerati appena un gradino sopra i neri e i coloured, ma erano comunque sottoposti al rigido regime di “sviluppo separato” imposto dai nazionalisti afrikaner al potere. Luoghi di residenza, professioni, spostamenti, accesso alle spiagge, ai ristoranti e ai trasporti: tutto era regolamentato.

Pillay s’inserisce anche nella tradizione di grandi giuristi che hanno portato avanti la lotta contro l’apartheid, come Nelson Mandela. Nel 1952 lui e Oliver Tambo furono i primi sudafricani neri ad aprire uno studio legale.

Dopo la laurea, nel 1965, aprì il suo studio da avvocata. «Non avevo scelta», ha raccontato alla Bbc nel 2008. «Nessuno voleva assumermi. Dicevano che era impensabile che i dipendenti bianchi ricevessero ordini da una persona non bianca». In quegli anni difese gli attivisti antiapartheid arrestati dal governo, denunciò le conseguenze della tortura e dell’isolamento dei prigionieri politici e ottenne condizioni migliori per quelli che erano reclusi a Robben Island, tra cui Nelson Mandela. Dopo l’avvento della democrazia e l’elezione di Mandela a presidente nel 1994, diventò la prima donna non bianca a far parte dell’alta corte del Sudafrica.

Nel 1996 Pillay fu nominata al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini commessi durante il genocidio dei tutsi, che nel 1994 aveva causato circa un milione di morti. Fu fra i tre magistrati che il 2 settembre 1998 pronunciarono la prima condanna per genocidio emessa da un tribunale internazionale nei confronti di Jean-Paul Akayesu, che all’epoca del genocidio era sindaco di Taba, un comune del Ruanda centrale. Successivamente Pillay ha presieduto per quattro anni il tribunale internazionale sul Ruanda. Oggi è giudice in un procedimento avviato dal Gambia davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig), il massimo organo giudiziario dell’Onu, contro la Birmania, accusata di violare la Convenzione sul genocidio prendendo di mira la minoranza rohingya.

L’assegnazione del premio Nobel per la pace a questa autorevole giudice internazionale è stata accolta con favore dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il cui paese è stato ripetutamente attaccato dall’amministrazione Trump da quando, nel dicembre 2023, ha presentato un ricorso contro Israele davanti alla Cig, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio. «Il riconoscimento che le viene conferito ci ricorda la necessità di costruire una società in cui ognuno, indipendentemente dalla sua condizione, possa sviluppare le proprie capacità e contribuire pienamente alla vita del nostro paese e del mondo», ha detto Ramaphosa.

(Internazionale, 16 ottobre 2026)

L’Argentina simbolo della “marea verde”, diventata un punto di riferimento internazionale dopo avere legalizzato l’aborto fino alla quattordicesima settimana di gravidanza, oggi è il laboratorio di una reazione conservatrice che vuole ridimensionare i diritti ottenuti dai movimenti femministi.

Sotto il governo del presidente Javier Milei, il diritto all’aborto è oggetto di continui attacchi. I programmi statali per la tutela della salute riproduttiva, come l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole e le iniziative per prevenire le gravidanze tra le adolescenti sono depotenziati o sono stati smantellati. Il Paese considerato un’avanguardia per le politiche sulla giustizia riproduttiva è diventato il terreno in cui la destra e i movimenti anti-scelta si organizzano «di fronte alla perdita dei loro privilegi», afferma Valeria Alejandra Lazarte, attivista per il diritto all’aborto a Santiago del Estero.

Al pari di altri governiin America Latina, Milei sta portando avanti una “battaglia culturale” contro la cosiddetta “ideologia gender” in cui rientrano anche i diritti sessuali e riproduttivi. Il presidente è contrario all’aborto che ha definito «un omicidio aggravato dal vincolo familiare». Ad agosto ha affermato che «quella passione per assassinare bambini» sta facendo calare le nascite, nonostante i dati non dimostrino tale correlazione. Nello stesso mese, tramite il ministro degli Esteri Pablo Quirno, l’esecutivo ha firmato la Dichiarazione del Consenso di Ginevra, iniziativa internazionale che nega il diritto all’aborto e che considera la famiglia naturale l’unità fondamentale della società.

Il governo nazionale ha smesso di acquistare, e distribuire alle province, il misoprostolo e il mifepristone, i farmaci raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’aborto farmacologico. «Non può abrogare la legge sull’aborto, sostenuta da gran parte della popolazione, così adotta strategie silenziose come definanziare. Nella fase di impoverimento che stiamo vivendo, in cui i governi delle province non hanno molte disponibilità economiche, farlo non è affatto una cosa da poco», dice Mercedes Krause, sociologa e ricercatrice presso la facoltà di Scienze sociali dell’Università di Buenos Aires. Come parte del progetto “Mirar”, Krause studia le barriere nell’accesso alla IVG [interruzione volontaria di gravidanza, ndr]. «Rispetto al passato, la situazione è molto più eterogenea e sono aumentate le disuguaglianze tra i territori», prosegue. La possibilità di abortire dipende dalle scelte dei governi provinciali, ma non tutti hanno le risorse e l’esperienza necessaria per riempire i vuoti lasciati dall’alto. O la volontà politica di farlo, soprattutto nei casi delle province conservatrici in cui ha un peso maggiore «la componente ideologica e religiosa», conclude Krause.

Le conseguenzedella mancanza di medicinali ricadono sulle pazienti che vengono spesso informate dell’obbligo di acquistarli privatamente. I costi variano e la combinazione di misoprostolo e mifepristone può arrivare fino a 300mila pesos argentini (circa 170 euro). Il ritiro dello Stato rispetto al suo ruolo di garante del diritto alla salute sta trasformando l’accesso all’aborto in un processo condizionato anche dalle disponibilità delle singole persone, aggravando le disuguaglianze socioeconomiche. Nel rapporto El costo de la retirada, Amnesty International spiega come questo clima di tensione si rifletta sul personale sanitario non obiettore di coscienza che si trova in una situazione segnata da sovraccarico lavorativo e forte stress. «Con l’insediamento di Milei sono cambiati il governo provinciale e la direzione dell’ospedale, passata a un pediatra contrario all’aborto. Da quel momento è iniziata una sorta di caccia alle streghe», racconta Carolina Comaleras, ostetrica e attivista femminista. Ha dedicato la sua professione ad accompagnare chi vuole interrompere la gravidanza e per oltre vent’anni ha lavorato in un ospedale pubblico di Paraná, nella provincia di Entre Ríos, dove era riuscita ad aprire un ambulatorio dedicato all’aborto.

Sotto il governo di destra, il clima è cambiato: «Il nuovo direttore ha detto che non avrebbe più comprato farmaci per praticare aborti e il suo approccio ha cominciato a prendere piede. Anche molte colleghe condividevano questa posizione ed è stato sempre più evidente un atteggiamento discriminatorio. La sensazione era come se “loro”, le nuove persone della dirigenza, fossero arrivate per mettere in ordine», spiega Comaleras.

Con Milei non sono stati più elaborati rapporti istituzionali sull’accesso all’IVG e i documenti realizzati in precedenza sono stati rimossi dai database del ministero della Salute. Sono le organizzazioni femministe a vigilare sull’applicazione della legge, anche realizzando richieste di accesso alle informazioni e avviando cause penali quando il diritto viene negato. Il loro lavoro ha permesso di portare all’attenzione un protocollo di sostegno alle donne in gravidanza in situazioni di difficoltà avviato dall’amministrazione di Buenos Aires, sotto la gestione del sindaco di destra Jorge Macri, insieme al ministero cittadino dello Sviluppo umano guidato dal pastore evangelico Gabriel Mraida. L’iniziativa ha permesso a organizzazioni evangeliche, cattoliche e a gruppi religiosi anti-scelta di penetrare all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, come i consultori.

«La loro argomentazione è che il protocollo rappresenta un’opportunità per comunicare alle donne che si rivolgono ai centri di assistenza sanitaria primaria [il livello base del sistema sanitario argentino, ndr] i diversi diritti cui possono accedere quando si trovano in una situazione di vulnerabilità», spiegano Gabriela Mitidieri e Lucia de la Vega del Centro de Estudios Legales y Sociales. «Il problema è che l’unico diritto di cui si parla è portare avanti la gravidanza. Inoltre il protocollo non offre garanzie sulla tutela dei dati personali. Abbiamo raccolto evidenze che queste informazioni sono usate per ostacolare l’accesso all’aborto».

Come nel caso di Alejandra Iriarte, avvocata della Red de Abogadas Feministas. Dopo avere avviato alcune procedure burocratiche per interrompere la gravidanza e avere inserito i suoi dati personali su un modulo online legato al ministero della Salute, ha iniziato a ricevere insistentemente chiamate da persone che sostenevano di lavorare in un centro per la salute delle donne di Buenos Aires. Usavano un linguaggio amichevole e sui loro profili online adottavano i colori verde e viola che in Argentina sono associati al movimento femminista. In realtà era un’organizzazione anti-scelta.

Questi gruppisi presentano come un servizio di accompagnamento, ma hanno l’obiettivo di dissuadere la donna dall’abortire: spesso danno un appuntamento per un’ecografia nel quale fanno ascoltare il battito cardiaco e mostrano un’immagine dell’embrione. «Si sta costruendo un’agenda anti-femminista», dice Iriarte che ha denunciato quanto le è accaduto. «Ma noi abbiamo ancora la capacità di reagire e unirci. Continuiamo a esigere che i nostri diritti siano garantiti».

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno della International Women’s Media Foundation (IWMF) nell’ambito della sua iniziativa Diritti riproduttivi, salute e giustizia nelle Americhe.

(il manifesto, 14 ottobre 2026)

Il mare intorno a noi della scienziata e madre dell’ambientalismo era uscito la prima volta negli Stati uniti nel 1951. Ora esce per Aboca con la traduzione di Isabella C. Blum che restituisce la musicalità della scrittura e il senso di meraviglia del libro

Il mare intorno a noi

Rachel Carson, trad. di Isabella C. Blum, Aboca

Ci sono libri che invecchiano e altri che il tempo rende più urgenti. Il mare intorno a noi (Aboca, pp. 310, euro 28, trad. di Isabella C. Blum) di Rachel Carson, uscito negli Stati Uniti nel 1951 e subito diventato un caso letterario oltre che un documentario premiato con l’Oscar nel ’53, appartiene alla seconda categoria. Oggi questo capolavoro del nature writing torna in libreria in una nuova edizione e soprattutto con una nuova, magnifica traduzione. Blum restituisce la musicalità di una scrittura avvolgente e cesellata, che sa unire il rigore della scienziata al talento immaginifico della scrittrice.

La modernità di Rachel Carson sta infatti prima di tutto nello stile. Le sue pagine accompagnano il lettore dalle origini del pianeta alla formazione degli oceani, dalle maree alle correnti, dalle isole che nascono alle profondità senza luce, ma nulla assomiglia al manuale accademico. La scienza qui diventa meraviglia. Il libro sorprende anche per i contenuti. Settantacinque anni fa Carson descriveva già l’oceano come supremo «regolatore del clima e stabilizzatore delle temperature», con un’intuizione che oggi è al centro di ogni modello climatico. Lo raccontava vastissimo e insondabile. Soprattutto, lo pensava come unico: esiste un solo mare, in cui tutto è collegato. Questa visione di un sistema in cui nulla è isolato è il fondamento stesso dell’ecologia moderna. Carson riprende gli antichi Greci, per i quali tutto ritorna nell’acqua, perché Oceanus è come un fiume-mare, «simile al flusso incessante del tempo». «Il mare è ovunque intorno a noi. Le rotte di scambio fra tutte le terre devono attraversarlo. I venti che soffiano sui continenti sono stati cullati sulle sue vaste distese e sempre cercano di farvi ritorno», scrive Carson.

L’oceanoè insieme origine e destino, il «vasto grembo» da cui la vita è emersa. Per questo è paradossale – scriveva – che oggi sia minacciato proprio dalle attività di una delle sue creature, l’uomo. Carson non si fa illusioni consolatorie: l’oceano continuerà a esistere, ma «a essere minacciata è piuttosto la vita stessa». Vincitore del National Book Award Il mare intorno a noi fa parte di una ideale «trilogia del mare» insieme con La vita che brilla sulla riva del mare (’55) e Storie delle profondità del mare (’41), oggi tutti ripubblicati da Aboca. È un testo premonitore e pionieristico.

Vi si parla già di riscaldamento delle acque e di innalzamento del livello del mare, con largo anticipo sul dibattito pubblico e un decennio prima di Primavera silenziosa, il libro che avrebbe fatto di Carson la madre dell’ambientalismo. Nata in Pennsylvania nel 1907, era stata prima di tutto una biologa marina e una divulgatrice scientifica. Dopo la laurea in zoologia, aveva il suo lavoro all’ente federale per la pesca e la fauna selvatica per dedicarsi alla scrittura. Quanto al documentario The Sea Around Us tratto dal libro, Carson lo detestava. Aveva ceduto i diritti, ma quando lesse la sceneggiatura trovò molti errori scientifici e fu irritata dal tono sensazionalistico, lontano dalla precisione e dal senso di meraviglia del libro. A conferma di quanto la sua prosa sia difficile da tradurre in immagini.

(il manifesto, 15 ottobre 2026)

«La mia natura è resistere/ E non mi importa di perdere/ Quello che mi serve adesso è vivere». Il ritornello de La rappresentante di lista traduce il senso della solidarietà a Lea Melandri a cui è stato negato il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli. Il rilancio della richiesta di una solidarietà concreta a questa interprete rivoluzionaria del femminismo si spiega con una ragione: le permetterà di curarsi per continuare a lavorare politicamente per la liberazione a ottancinque anni e oltre. È profonda questa idea di lavoro. Lea stessa ci ha dato gli strumenti per interpretarla. Nei corsi delle 150 ore, lavorando con le casalinghe, Melandri ha contribuito a svelare il valore del lavoro di cura invisibile. La sua riflessione ha offerto al nostro discorso politico un’idea decisiva: rendere visibile l’invisibilizzato, restituire l’incalcolabile senza sottoporlo a una misura capitalistica. Parliamo di un’altra forma del valore che non si misura con il salario, la prestazione o il merito.

È una singolare produzione che alimenta le relazioni, l’apprendimento e la maturazione negli sfruttati che soffrono per le potenzialità rimosse e nelle oppresse dal dominio patriarcale, eteronormato o razzista. Ciò che Lea chiama «l’umano alla sua radice» andrebbe fatto risuonare indipendentemente dalla posizione occupata nella scala del dolore.

Ci vuole coraggio per parlare di sé, a partire dalla propria condizione materiale. Nella sua nuova battaglia Lea ha posto esplicitamente il problema dei diritti fondamentali e delle cure da finanziare. In tutta evidenza sta parlando con chi non ha accesso pubblico alle cure e non ha risorse per pagare il privato. Si parla di chi, pur avendo lavorato una vita, versa la pensione per pagare l’affitto e le spese e non arriva a fine mese. E si dice qualcosa che non rientra negli schemi e, anzi, viene stigmatizzato: la domanda di giustizia non ha età, va oltre i ruoli, e rivendica una vita senza condizioni. È a questo principio che vorremmo fosse ispirata un’idea, oggi tanto chiacchierata, di riforma di uno Stato sociale a pezzi. Non è una questione di costi e benefici, ma di esistenza.

Simone de Beauvoir scriveva nelle ultime pagine di uno dei suoi libri più belli sulla vecchiaia: «Contrariamente a quanto sostengono i moralisti, bisogna conservare nella “grande età” passioni forti come l’amore, l’amicizia, l’indignazione». C’è una parola che restituisce l’intensità di queste passioni: progetto. Il progetto della liberazione femminista: è la storia di Lea. «È tutto un sistema che è in discussione – scrive De Beauvoir – la rivendicazione non può che essere radicale: cambiare la vita». Questa esigenza discende dal Sessantotto, in cui Lea è fiorita. Oggi ci parla: bisogna rifare la vita, tutte le relazioni tra amore e violenza, e in particolare quella dell’uomo con la donna. Un altro esempio preso da De Beauvoir. Il titolo italiano del suo libro resta: La terza età. Cominciare dal dare un nome alla propria condizione è già un atto di liberazione. Anche per questo ringraziamo Lea e il pensiero femminista.

(il manifesto, 10 ottobre 2026)

Ogni anno, quando a Stoccolma viene annunciato il premio Nobel per la letteratura, ho l’impressione di assistere a una messa in scena sorprendentemente fedele dell’Antigone di Sofocle. Ma più che un nome – Eteocle o Polinice, Philip Roth o Bob Dylan – gli attori in scena sembrano essere disposti a sacrificarsi per difendere un principio: un’ideologia, ora più ora meno conservatrice, di che cosa il Nobel dovrebbe essere e rappresentare. E come Antigone e Creonte, ciò che si contende non è tanto il corpo esanime (del fratello e del nipote) quanto la legge che dovrebbe stabilirne il valore reale, di ciò che è e rappresenta la letteratura, oggi.

Da questo punto di vista, il 2016 è forse l’anno che più di ogni altro ha acceso gli animi e le tastiere di critici, aspiranti tali e lettori – attenti, curiosi, ma anche occasionali. Tutti si sentirono coinvolti e chiamati in causa per difendere o contestare la legittimità letteraria delle canzoni – o poesie? – di Dylan, un po’ come era accaduto nel 1997 con Dario Fo e il teatro. Un caso tebano forse ancora più calzante è quello del 2019, quando fu premiata la straordinaria opera di Peter Handke, mentre al centro della discussione finirono le sue posizioni extra-letterarie (politiche), in un dibattito – a mio avviso particolarmente sterile – che ancora oggi non sembra essersi esaurito.

Del resto, come scriveva Giorgio Caproni a proposito di un poeta genovese trapiantato a Milano e insignito del Nobel nel 1975, «ciascuno ha il suo Montale, ritagliato a misura. / Vale quello che vale, / secondo natura e misura». E ogni anno, tra pettegolezzi, fughe di notizie e pronostici formulati da lettori di ogni parte del mondo, i regali corridoi del tribunale letterario di Stoccolma mettono in scena una variante appena diversa della tragedia di Sofocle.

Non sembra essere questo, tuttavia, il caso del 2026. Nel momento in cui scrivo, le diverse bolle del web, così come le sue principali testate giornalistiche e culturali, non hanno ancora manifestato alcun segnale di sdegno, antipatia – che spesso fa rima con gelosia – o stupore per il Nobel assegnato ad Anne Carson. E non penso proprio che lo faranno.

Per chi frequenta l’opera della scrittrice canadese, questa condizione di pace e unanimità ha qualcosa di paradossale (se comparata ai lavori di altri recenti premi Nobel, come Annie Ernaux e László Krasznahorkai), dato che i suoi libri non si lasciano ascrivere a una singola categoria letteraria: Carson scrive poesie che non sono poesie, saggi che non sono saggi, traduzioni che non sono traduzioni; e scrive prose che somigliano a quelle poesie che vorrebbero essere e non saggi e traduzioni, in una zona grigia che assume i contorni della poesia per diventare prosa. Senza contare, poi, la sua attività accademica e scientifica, che riflette fin dagli esordi uno spirito critico programmaticamente eclettico, eterodosso, fuori norma – Wrong Norma, per dirla con Carson – capace di muoversi con successo in territori estremamente rigidi e codificati, come quelli della filologia classica.

Insomma, ogni riga e ogni parola scritta da Carson sembrano riflettere quello che ormai viene considerato il suo paradigma dell’acqua: Plainwater, il titolo che forse rappresenta meglio, persino dei suoi lavori più noti e celebrati – Eros il dolceamaro o Autobiografia del rosso – la sua intera opera. Si tratta, in altre parole, di una testualità limpida, ma allo stesso tempo impossibile da afferrare nei confini formali ed estetici del sistema dei generi letterari.

Carson, però, (r)esiste, come l’acqua: anche quando le contaminazioni dell’ambiente letterario ne cristallizzano i versi, la prosa e le traduzioni in forme riconoscibili, la sua scrittura resta libera. Anche quando assume la forma del contenitore che è costretta a occupare nelle librerie e negli scaffali delle biblioteche, l’opera di Carson finisce sempre per debordare, attraversando gli apparentemente rigidi confini del teatro e della filologia, e trasformando ogni gesto in una riscrittura delle forme letterarie tradizionali capace di ampliare la nostra percezione di ciò che è una poesia, un racconto, una pièce – insomma, della letteratura come sistema di espressione del singolo (e dei suoi valori) nei confronti del mondo e della sua complessa realtà multiforme.

Non sarà un caso, infatti, che Carson nasca, cresca e continui a presentarsi ai suoi lettori come poeta e saggista: due forme di scrittura nelle quali il soggetto (lirico o argomentativo) si pone in prima persona sul piano enunciativo ed espressivo, a confronto con la realtà che intende riscrivere, secondo un principio di fluidità e di interferenza (il flusso dell’acqua non è sempre uniforme) che orienta le rispettive scritture nelle direzioni più disparate – come accade quando Simonide di Ceo e Paul Celan vengono convocati in Economia dell’imperduto (1999) per ridiscutere lo statuto del soggetto (eine fensterlose Monade, una monade senza finestre) e renderlo meno ripiegato su di sé, più aperto all’alterità, alla differenza e dunque all’incontro (in questo caso, tra due poeti lirici costretti a confrontarsi con l’economia della parola e con il mercato letterario che ne determina il valore).

Nulla è scontato, in Carson, e sono spesso proprio queste coppie (in)attese a produrre l’implosione estetica dei suoi testi. Anche quando i due estremi dell’accostamento sembrano, almeno sulla carta, contigui – come Catullo e Saffo, figure centrali nella sua formazione (anche accademica). Entrambi costituiscono per Carson un imprescindibile luogo enunciativo, dal quale imparare a calibrare la propria eccedenza di parole. Catullo, infatti, non è soltanto il poeta dell’odi et amo del celebre carme 85; così come Saffo non è soltanto l’autrice del fr. 1 V, consegnatoci da una tradizione che ne ha fissato un’immagine (d’amore, saffico) ormai cristallizzata nell’immaginario collettivo. Sono, insieme e diversamente, figure dell’assenza, che Carson modella attraverso la materialità della poesia, intesa non soltanto come linguaggio, ma anche come oggetto.

In Nox (2010), il carme 101 di Catullo, composto per la morte del fratello, diventa un grande foglio di carta ripiegato a fisarmonica e racchiuso in una scatola che è, al tempo stesso, libro e tomba (della poesia e dei suoi corpi). Su quel foglio, da un lato completamente bianco e dall’altro ricoperto di testi e immagini, Carson assembla un collage di tracce e memorie, dove la poesia di Catullo diventa lo spazio nel quale l’autrice può rispecchiarsi per affrontare la morte del fratello Michael: non per ricomporre il trauma in una forma (in)compiuta, ma per certificarne l’incomunicabilità e renderla visibile attraverso il corpo stesso dell’opera – il corpo della poesia, quello del libro e quello del lutto, di Carson come di Catullo.

All’altro polo si colloca If Not, Winter (2002), la traduzione dei frammenti di Saffo. Qui l’assenza non viene soltanto tematizzata: diventa una proprietà visiva – estetica e ermeneutica – della pagina cartacea che tenta di rispecchiare non solo le lacune dei papiri, ma anche la forma stessa del papiro. In questo esercizio di sovrapposizione tra differenti materiali, invece di essere colmati o dissimulati, i luoghi vuoti della poesia vengono conservati attraverso l’uso di parentesi quadre e di spazi bianchi, che sono chiamati a rendere percepibile la perdita attraverso la loro presenza. Così facendo Carson non traduce soltanto ciò che del testo di Saffo è sopravvissuto, ma anche la forma materiale della sua sopravvivenza, il modo discontinuo, mutilo in cui il testo ci è giunto: la lacuna del papiro diventa così visibile, contribuendo così all’evento ritualistico della poesia e divenendo una componente attiva della lettura, al pari della strofa saffica e delle sue strutture formali.

Pur sapendo molto (troppo?) – e, forse, tutto ciò che è possibile sapere – di Catullo e Saffo, non sappiamo quasi nulla di loro. Ancora oggi, le rispettive opere – il Liber catulliano e i nove libri di Saffo – sono sottoposte a vivisezioni filologiche e a scavi archeologici che potrebbero, come è accaduto per la poetessa di Lesbo, restituirci nuovi testi, per quanto lacunosi, e permetterci di entrare più a fondo nei loro laboratori poetici. Lo stesso vale per Simonide di Ceo, Archiloco e Mimnermo; per la tradizione mitologica dalla quale Carson trae i materiali per comporre Autobiografia del rosso; e per l’immenso corpus di documenti, testimonianze e interpretazioni attraverso cui continuiamo a studiare l’opera poetica di Paul Celan, così come per l’orizzonte esplicito e meno esplicito a cui Carson ricorre per riscrivere, continuamente, la sua idea di mondo (e di letteratura).

Trasformando l’assenza in forma, Carson disegna il vuoto. Lo fa riscrivendo e mescolando senza sosta tradizioni e forme, generi e modalità espressive: poesia lirica, romanzo, teatro, saggio, racconto, memoir, ma anche fotografia, immagine, storiografia, e tutto ciò che concorre a costruire il suo immaginario e la sua produzione letteraria. Ne risulta così un’immagine liquida della letteratura – in un processo creativo (non proprio un gioco, a differenza di quanto si legge sul sito dell’Accademia), «audace e inventivo, in dialogo con la tradizione classica», attraverso il quale Carson «ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Si tratta, per tornare a Carson, di una incessante modalità espressiva propriamente letteraria, che attraversa come l’acqua lo spazio orizzontale del linguaggio. Ne nasce un’idea di mondo, cioè di letteratura, che diventa transitiva proprio grazie alla sua difficoltà comunicativa e ai diversi codici che la attraversano – perfino davanti alle lacune dei papiri, dove la poesia di Saffo diventa finalmente visibile e che portano quei vuoti, attraverso i segni linguistici (le parentesi) e materiali (lacerti) del testo a diventare espressione di ciò che la letteratura è ancora in grado di fare: «portare l’uomo isolato nell’infinito della vita, portare ciò che è contingente nel lecito».

(Doppiozero.it, 9 ottobre 2026)

Intervista all’esperto israelo-tedesco: «La questione degli ostaggi a lungo irrisolta e la campagna di vendetta dell’esercito ha portato la società ebraico-israeliana ad allinearsi quasi completamente al governo». Gil Shohat, esperto di Asia occidentale presso la Fondazione Rosa Luxemburg di Berlino, parla del 7 ottobre, delle imminenti elezioni parlamentari e del suo periodo trascorso in Israele*

Il 7 ottobre 2023 era un sabato, lo Shabbat, e quindi un giorno festivo. Dove si trovava quando è iniziato l’attacco?

Con la mia famiglia nel nostro appartamento a Tel Aviv. La prima sirena, verso le 6.30, non ci ha svegliati e anche in seguito, all’inizio, non abbiamo notato nulla di insolito. Lo Shabbat e i giorni festivi sono generalmente molto tranquilli anche a Tel Aviv. A colazione abbiamo acceso la radio: era già in onda il servizio speciale, ma le notizie arrivavano solo a piccole dosi: un incidente al confine con la Striscia di Gaza, pochissime informazioni. Chi vive in Israele conosce bene questi «episodi di sicurezza». Solo quando ho visto sui portali di notizie le immagini di Ofakim, a circa 30 chilometri a est di Gaza, mi sono reso conto che c’era qualcosa di diverso e particolarmente violento: degli israeliani giacevano legati a pancia in giù accanto a una piscina. Nel corso della mattinata è diventato evidente che la situazione era sfuggita di mano. Con i nostri due bambini, all’epoca di cinque e un anno, non siamo usciti di casa per tutto il giorno.

Cosa ha pensato quando la situazione è diventata più chiara?

È stata senza dubbio una situazione spaventosa per noi come famiglia e abbiamo dovuto pensare a come spiegare ai nostri bambini cosa stesse succedendo. Sono state ore di evidente perdita di controllo, fino a un certo momento del 7 ottobre non era chiaro se gli aggressori si sarebbero diretti anche verso Tel Aviv. A ciò si aggiungevano i ripetuti allarmi missilistici. Allo stesso tempo, da persona attenta alle questioni politiche, mi è stato subito chiaro che ciò non sarebbe rimasto senza una reazione distruttiva da parte di Israele. La mia preoccupazione si è quindi estesa ben presto anche alla popolazione di Gaza e alle mie colleghe palestinesi in ufficio, che hanno lì la famiglia.

Poi è stata presa la decisione: dovevate partire…

Sì, il 9 ottobre siamo riusciti a trovare dei voli per la Germania. La Fondazione ci ha richiamati, ma abbiamo dovuto organizzarci da soli, poiché in qualità di inviati di una fondazione politica non rientriamo nei protocolli di evacuazione dell’ambasciata tedesca. È stata una decisione molto dolorosa: eravamo lì da appena sette mesi e ho dovuto lasciare il mio team a Tel Aviv, almeno per il momento. Ma è stata una decisione presa per i miei figli e la nostra famiglia, e ancora oggi la ritengo giusta. Abbiamo poi trascorso tre mesi a Berlino: è stato un periodo molto difficile sotto tutti i punti di vista.

Ha mai pensato di rimanere in Germania?

All’inizio la partenza era temporanea, non si pensava seriamente di abbandonare l’incarico. Quando è apparso chiaro che, per il momento, la situazione non rischiava di estendersi a livello regionale, a dicembre abbiamo deciso di tornare. Siamo tornati nel gennaio 2024 e siamo rimasti lì fino alla metà del 2025.

In che modo quel periodo l’ha cambiata personalmente?

Devo ancora capirlo. I miei genitori si sono trasferiti da Israele in Germania alla fine degli anni ’80 perché non volevano mandare i propri figli nell’esercito. Erano entrambi nati nel 1948, con storie familiari di migrazione diverse e facevano parte dell’establishment sionista di sinistra. Dopo il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila in Libano nel 1982, però, non riuscivano più a identificarsi con lo Stato. Grazie alle visite annuali della mia famiglia, conoscevo il luogo e la lingua fin dall’infanzia e questo lavoro era l’occasione per vivere lì, stare più vicino alla mia famiglia e fare qualcosa di significativo dal punto di vista politico. Allo stesso tempo, non mi facevo illusioni sulla società in cui stavo per entrare. Tuttavia, la violenza dell’odio e della disumanizzazione, la disponibilità a tollerare metodi brutali pur continuando a vivere la vita di tutti i giorni, mi hanno sempre sconvolto profondamente.

Le manca la vita a Tel Aviv?

In un certo senso, forse mi manca qualcosa che lì non abbiamo mai avuto e che, in quel contesto, non avremmo mai potuto avere: una vita quotidiana al di là della disumanizzazione e della violenza. Tuttavia, ho vissuto quegli anni da una prospettiva molto privilegiata, non paragonabile a quella dei miei colleghi palestinesi o anche di molti israeliani ebrei emarginati. Dal punto di vista professionale sono stati anni incredibilmente intensi, trascorsi con un team ebraico-palestinese davvero stimolante. Ci siamo sostenuti a vicenda in quel periodo. Ho imparato moltissimo sul valore della solidarietà pratica tra ebrei e palestinesi e sull’importanza della “co-resistenza” non violenta. A livello personale, da un lato c’è stato un processo di alienazione e una sensazione di essere respinto, ma anche momenti della vita quotidiana in cui, grazie al mio background biografico, mi sentivo a casa lì. È un’esperienza che conoscono molti figli di immigrati: ci si sente parte di qualcosa e allo stesso tempo si è sempre “l’altro”. Da settembre sono definitivamente tornato a Berlino e per ora ho bisogno di prendere le distanze e di tempo per elaborare tutto questo.

Come è cambiata la società israeliana in questo periodo?

Non so nemmeno se sia cambiata radicalmente. Credo che i processi si siano soprattutto accelerati, in primo luogo la disumanizzazione dei palestinesi. Si è alimentata dal trauma del 7 ottobre, che è stato ripetuto in loop dai media. La questione degli ostaggi è rimasta a lungo irrisolta: 251 persone, tra donne e bambini, erano tenute in ostaggio da Hamas e da gruppi militanti. In concomitanza con la campagna di vendetta dell’esercito, ciò ha portato la società ebraico-israeliana, nei primi mesi del 2024, ad allinearsi quasi completamente al genocidio nella Striscia di Gaza. C’era un ampio consenso trasversale – dagli oppositori ai sostenitori di Netanyahu – e la convinzione che a Gaza non ci fossero innocenti.

Anche gli arabi israeliani hanno percepito questa atmosfera?

Sì, abbiamo assistito a un’ondata di repressione senza precedenti contro i cittadini palestinesi di Israele: arresti arbitrari per post di solidarietà, divieti di manifestare, umiliazioni e violenza verbale contro i politici palestinesi alla Knesset. Sono stati dipinti come la “quinta colonna”, il che ha intensificato enormemente l’emarginazione e la paura. Eppure la maggior parte dei palestinesi in Israele ha parenti a Gaza, poiché la maggior parte degli abitanti della Striscia di Gaza è stata espulsa dall’odierno Israele nel 1948.

È vero che le immagini della guerra a Gaza sono state mostrate pochissimo dai media israeliani?

Abbiamo a che fare con un enorme fallimento dei media israeliani. Fanno parte della missione militarista e nazionalista. Le immagini da Gaza provenivano quasi esclusivamente dalle telecamere dei soldati e dalle riprese dell’esercito: soldati che corrono e sparano, quartieri residenziali distrutti, ma nessun palestinese. Il ruolo dei media è fondamentale in ogni genocidio, perché forniscono le immagini e i suoni dietro cui può nascondersi chi non vuole guardare o ascoltare. Allo stesso tempo, è stato possibile informarsi, nonostante il governo avesse vietato Al-Jazeera. Ciò è stato possibile grazie ai social media e a testate come la rivista palestinese-israeliana +972, con cui collaboriamo. Ricordo alcuni parenti, che non sono affatto di sinistra, che dicevano: «Quello che stiamo facendo a Gaza è imperdonabile». Ma la stragrande maggioranza degli israeliani ebrei non voleva e non vuole vederlo. Nei primi mesi, i media israeliani – da quelli di sinistra-liberale a quelli di destra – si sono accordati su un unico messaggio: Gaza deve essere distrutta.

Lei ha usato il termine “genocidio” con la massima naturalezza. Com’è la situazione in Israele?

L’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato nell’estate del 2025 un rapporto in cui parla di genocidio; le testate investigative online +972 Magazine e Local Call utilizzano il termine nelle loro pubblicazioni in ebraico. Lo hanno usato anche deputati della coalizione di sinistra Hadash, come Ofer Cassif. A partire dalla fine del 2023, alcuni attivisti radicali si sono radunati nelle piazze di Tel Aviv con cartelli recanti la scritta «Stop the Genocide», ma in inglese, quindi rivolti a un pubblico straniero, che è rimasto molto ristretto. Il movimento di base Standing Together, che riunisce israeliani palestinesi ed ebrei, non lo fa ancora oggi nel contesto ebraico. Credo che molti nel campo pacifista farebbero proprio questo termine a livello personale, ma non lo utilizzano per ragioni strategiche, poiché suscita in molti israeliani una reazione aggressiva e quindi non riescono più a raggiungerli. Molti israeliani definiscono il 7 ottobre un atto di genocidio, mentre tutto ciò che va oltre è considerato legittima difesa. Dal punto di vista politico, in Israele non si guadagna nulla con questo termine.

Nel documentario Naza, premiato al Festival del Cinema di Venezia, la telecamera offre uno sguardo nei salotti della popolazione, che sembra continuare a vivere la propria vita in guerra senza lasciarsi turbare. Si tratta di disinteresse?

Solo perché la maggior parte delle persone non si è ribellata o non ha voluto vedere ciò che accadeva, non significa che stesse bene. Ma la consapevolezza che esista un’alternativa è talmente scarsa che – unita al presupposto sopra descritto secondo cui a Gaza non ci sarebbero innocenti – viene accettata o addirittura sostenuta. Si sviluppa un senso di impotenza, un’apatia, unita alla stanchezza, rafforzata da una cronaca continua che suggerisce: non c’è altra scelta, dobbiamo fare la guerra, altrimenti andremo a fondo. Netanyahu ha recentemente ripreso questo tema davanti all’Assemblea generale delle Nazioni unite, citando le parole pronunciate da suo fratello prima della guerra dei sei giorni: «Non abbiamo altra scelta». In questo modo, per quanto sia odiato da una parte della popolazione, riflette uno stato d’animo rappresentativo della maggior parte degli israeliani.

La militarizzazione della società è aumentata negli ultimi tre anni?

Vedo un continuum e un rafforzamento. Fino al 6 ottobre 2023 molti riservisti minacciavano di non presentarsi più al servizio a causa della cosiddetta riforma giudiziaria, e ogni settimana centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza contro il governo, senza però stabilire il nesso tra la politica di occupazione e lo sviluppo autoritario all’interno del Paese. Dopo il 7 ottobre, tuttavia, questa tendenza si è bruscamente interrotta. L’esercito riveste un’importanza decisiva nella vita di molti israeliani: le carriere dipendono dall’aver prestato servizio militare. Chi si rifiuta di prestare servizio può finire in prigione ed è considerato un traditore. Solo così si spiega perché gli ordini vengano seguiti in modo così rigoroso. Nel film Naza un soldato dice, in sostanza: se mettiamo in discussione il sistema, tutto crolla.

In quali altri ambiti si nota questo fenomeno?

Nell’armamento dei civili. Su iniziativa del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, dopo il 7 ottobre circa centomila israeliani hanno ottenuto un porto d’armi. Da quando siamo tornati, nel gennaio 2024, ricordo a malapena una visita al parco giochi senza aver visto un padre armato. Sul treno ci sono soldati con mitragliatrici sulle ginocchia, ma anche normali impiegati del settore high-tech portano armi. Abbiamo quindi a che fare con centinaia di migliaia di civili armati, per lo più di orientamento politico di destra.

I riservisti avrebbero potuto rifiutarsi?

Sì, avrebbero potuto dire: «Io non ci sto». Alcuni lo hanno fatto, in un certo momento, subendo in parte anche pene detentive. Se fossero stati in numero maggiore, lo Stato avrebbe dovuto impiegare molte più risorse per costringerli a prestare servizio in guerra.

Ma le minacce esterne a Israele sono solo immaginarie? Soprattutto l’Iran viene citato ripetutamente. Qual è la sua opinione al riguardo?

Durante il periodo dell’accordo sul nucleare sotto Obama, si è verificata una comprovata riduzione del programma nucleare iraniano e Netanyahu ha combattuto con forza questo accordo, anche in un discorso davanti al Congresso degli Stati uniti. Ha alimentato per anni l’immagine di una minaccia esistenziale, sebbene Israele stesso sia una potenza nucleare non ufficiale, ma secondo gli esperti inequivocabile. In questo modo si alimentano la paura e una prontezza costante alla guerra permanente. Allo stesso tempo, il pericolo non è del tutto illusorio: l’Iran può colpire duramente Israele, più di quanto possano fare Hezbollah o Hamas – fatta eccezione per il 7 ottobre 2023. Lo abbiamo visto nel giugno 2025 e nel marzo 2026 in risposta all’attacco di Israele contro l’Iran, contrario al diritto internazionale. Anche la guerra di aggressione degli Stati uniti e di Israele contro l’Iran nella primavera del 2026 ha riscosso ampio consenso per settimane, sebbene la maggior parte della popolazione dovesse rifugiarsi nei bunker tre o quattro volte al giorno. Viene considerata una necessità esistenziale, e l’idea di un «nuovo ordine in Medio Oriente» si estende fino allo schieramento liberale.

Eravate in Israele anche nel giugno del 2025, durante la guerra contro l’Iran. Come avete vissuto voi e la vostra famiglia quella guerra e la presenza onnipresente delle armi?

Durante il nostro soggiorno si è inevitabilmente verificata una certa normalizzazione, anche se eravamo sempre consapevoli di quanto fosse pericolosa questa normalità. Durante un pranzo festivo, un parente in borghese ha appoggiato il suo mitra per terra e ha detto: «Fai attenzione un attimo, vado a prendere da mangiare». Questa normalità della violenza ha suscitato qualcosa in tutti noi. La guerra di giugno è poi scoppiata in modo relativamente inaspettato. Alle tre di notte mio figlio mi ha svegliato: «Sirena». L’allarme aereo ha immediatamente creato un senso di minaccia, anche se era stato Israele ad attaccare l’Iran e non il contrario. Dopo una settimana caratterizzata da impatti a volte molto rumorosi, siamo fuggiti via terra verso la Giordania e poi abbiamo proseguito per la Germania. Lungo il tragitto c’è stato un allarme missilistico; 300 metri più avanti c’è stato un colpo diretto.

Da allora è tornato a Berlino?

Sì, da allora siamo tornati a Berlino come famiglia. Nel corso dell’ultimo anno ci sono stato più volte e, per il resto, ho gestito l’ufficio da Berlino a causa del perdurante stato di crisi. È stato poi chiaro relativamente in fretta che non saremmo più tornati e che quindi, a malincuore, non avrei più potuto dirigere l’ufficio. Lavorare con i nostri partner politici e della società civile sul posto, nonché con il nostro team ebraico-palestinese, è stata una delle esperienze più incoraggianti che abbia mai vissuto nella mia vita professionale, ma anche a livello personale. Per questo sono grato a tutti coloro che sul posto si impegnano per un futuro al di là del dominio israeliano sui palestinesi, per la collaborazione degli ultimi tre anni e mezzo, e sono lieto che il nostro lavoro in Israele prosegua ora sotto la guida del mio successore, Shaked Spier.

Il 27 ottobre si terranno le elezioni parlamentari. Cosa c’è da aspettarsi?

La campagna elettorale è molto intensa, molti movimenti si stanno unendo. L’esito è molto incerto. Potrebbe verificarsi nuovamente una situazione di stallo come quella dal 2018 al 2021, in cui né il blocco di Netanyahu né quello dell’opposizione avrebbero la maggioranza e i partiti arabi farebbero da ago della bilancia, ma con cui nessuna delle parti vorrebbe formare una coalizione. In tal caso si rischierebbero nuove elezioni. La mobilitazione è alta, anche all’estero: gli israeliani residenti all’estero, soprattutto negli Stati uniti, stanno organizzando campagne per rientrare in patria e votare, cosa che è una spina nel fianco per il governo. Sono preoccupato per ciò che accadrà dopo le elezioni. I civili armati sono per lo più vicini alla destra e, se dovesse emergere una maggioranza contro Netanyahu, la domanda è: come reagiranno i suoi sostenitori e se lui accuserà il governo di brogli elettorali.

Le elezioni non possono cambiare nulla? Non vede alcuna prospettiva di sinistra?

In Israele non esiste una prospettiva orientata alla pacificazione. Dall’interno del movimento Standing Together è nato un partito che ha poi ritirato la propria candidatura, non essendo riuscito a mobilitare un sostegno sufficiente a superare la soglia di sbarramento del 3,25%. I partiti palestinesi, tra cui il comunista Hadash, lottano per la sopravvivenza: erano stati esclusi dalla commissione elettorale e ora la decisione spetta alla Corte suprema. Nello schieramento di opposizione non si levano quasi voci a favore di una politica di sinistra all’insegna di uguaglianza, pace e antimilitarismo. La questione si riduce all’essere a favore o contro Netanyahu e al tentativo di salvare l’immagine di Israele all’estero, non a passi concreti verso una regione pacificata.

Diverse fonti riferiscono che Netanyahu fosse stato avvertito prima del 7 ottobre. Questo aspetto gioca un ruolo nella campagna elettorale?

Nel fronte anti-Netanyahu, decisamente sì. La richiesta di una commissione d’inchiesta statale esiste da tempo; il governo la ostacola e le nuove notizie vengono interpretate come la conferma del perché ciò avvenga. Se provengono da testate autorevoli, non c’è motivo di liquidarle come costruzioni artificiose. È altrettanto certo che la tempistica della loro diffusione è legata alle elezioni. Si tratta di un tentativo di delegittimare Netanyahu proprio sul terreno della sicurezza, ambito che ha sempre presentato come il suo punto di forza e che è stato profondamente incrinato dagli eventi del 7 ottobre. Dall’ottobre 2023 assistiamo a un Netanyahu scatenato, mentre in precedenza gli veniva piuttosto rimproverata una mancanza di decisione nell’azione militare. Dipingerà tutto ciò come un complotto, riuscendo a convincere i suoi sostenitori. È un’elezione contro Netanyahu e anche l’opposizione di sinistra mira a farlo cadere. Il suo obiettivo primario è mandare a casa il suo governo, in parte di matrice fascista; tutto il resto verrà dopo.

Come valuta Gadi Eisenkot, l’ex generale considerato una possibile alternativa politica?

Ha certamente delle possibilità, soprattutto perché non è Netanyahu e per carattere ne rappresenta l’antitesi. In quanto ex comandante in capo dell’esercito, gode di grande legittimità presso ampie fasce della popolazione; il fatto di aver perso un figlio e un nipote in guerra rafforza ulteriormente questa percezione. La gente crede nel suo impegno per la sicurezza del Paese. Gli altri candidati non registrano consensi significativi nei sondaggi, quindi all’interno dello schieramento di opposizione la scelta ricade su di lui.

Quando finirà la guerra? Il “piano di pace” di Trump è sul tavolo.

La società israeliana si è abituata a una condizione permanente di guerra ed escalation. Questa logica della violenza non potrà essere superata agendo solo dall’interno, ma richiederà anche una forte pressione internazionale e conseguenze concrete per le azioni che violano in modo duraturo il diritto internazionale.

(*) Intervista pubblicata in originale sul quotidiano tedesco Nd

(il manifesto, 7 ottobre 2026)

C’è un ricordo d’infanzia di Rosellina Archinto che vale quasi come un autoritratto editoriale. Lo ha raccontato Barbara Schiaffino, direttrice della rivista Andersen, rievocando un gioco a cui l’editrice si era prestata con entusiasmo durante un’edizione della Bologna Children’s Book Fair, luogo fondamentale nella costruzione della sua fitta rete di relazioni internazionali: da bambina Rosellina ritagliava i giornali di casa e li ricomponeva, cucendo insieme fotografie, disegni, frasi.

Separare e rimettere insieme, trovare nessi inattesi, guardare ciò che già esiste e immaginare che possa diventare qualcos’altro. In fondo è rimasto il suo mestiere fino alla scomparsa, lo scorso agosto a novantatré anni, nella sua Santa Margherita Ligure. E fino alla fine è rimasto anche quello sguardo vivissimo, elettrico, capace di brillare oltre la fatica dell’età: lo stesso sguardo curioso che riconosceva nei bambini ai quali aveva dedicato la vita.

Genovese di nascita, milanese d’adozione, Archinto fondò Emme Edizioni nel 1966, dopo un soggiorno negli Stati Uniti che le aveva mostrato un modo diverso di guardare ai libri per bambini. Fu il primo passo per liberare l’editoria per l’infanzia da una doppia gabbia: quella del libro come strumento didattico e moralista e quella di un’idea del bambino come lettore al quale spiegare tutto.

Attorno a Emme raccolse grandi protagonisti della cultura visiva italiana: Iela Mari (con cui firmò capolavori senza parole come Il palloncino rosso), Bruno Munari, Enzo Mari, Flavio Costantini, Emanuele Luzzati e una giovanissima Nicoletta Costa, di cui fu tra le primissime a intuire il talento, contribuendo a far conoscere il loro lavoro anche oltre i confini nazionali.

Con Luzzati il legame con Genova assume un significato particolare: nei suoi libri entravano la libertà del teatro e della scenografia, il collage, l’immaginazione colta ma mai elitaria: la contaminazione fra i linguaggi tanto cara ad Archinto.

Da oltre confine arrivarono anche Leo Lionni, Maurice Sendak, Tomi Ungerer. Piccolo Blu e piccolo giallo di Lionni resta forse l’esempio più limpido della scommessa di Archinto. Nato da un gioco improvvisato con due dischetti di carta ritagliati su un treno, racconta di due macchie di colore che, abbracciandosi, diventano verdi: nessuna spiegazione, nessuna morale esplicitata, solo una forma che chiede al bambino di completarne il senso. In quella fiducia dei più piccoli nell’astrazione, e nella convinzione che in questo modo il bambino cresce più libero, si misura la vera cifra di Archinto: il rifiuto di semplificare il pensiero infantile per renderlo rassicurante.

Quella fiducia non restò un fatto isolato. Attraverso una rete di editori indipendenti europei le stesse idee circolarono da un paese all’altro, permettendo anche ai più piccoli di competere, sul piano del pensiero, con i grandi gruppi.

Molti anni dopo, Babalibri avrebbe raccolto una parte decisiva di quell’eredità. Nata nel 1999 dalla collaborazione con L’École des loisirs e affidata alla figlia Francesca, che ancora oggi la dirige, riportò ai lettori italiani anche alcuni titoli del catalogo Emme, proseguendone con autori nuovi la ricerca sull’albo illustrato. Il contesto era ormai cambiato: all’inizio del nuovo millennio l’albo illustrato aveva conquistato uno spazio e un’autorevolezza impensabili negli anni Sessanta, mentre l’editoria per ragazzi si confrontava con un mercato sempre più ampio e competitivo.

Alle origini quella visione era stata una scommessa controcorrente in un’Italia ancora abituata a libri didascalici e pedagogici. Oggi la sfida è ancora diversa: alle vecchie gabbie se ne sono sostituite di nuove, quelle commerciali e algoritmiche. In un tempo in cui i bambini sono esposti fin da piccoli a narrazioni preconfezionate, la fantasia nel senso che Archinto le dava – la capacità di connettere ciò che sembra distante, di tollerare che un senso non sia dato subito – non è un lusso culturale, ma una competenza che serve tanto quanto imparare a leggere.

Ricordare Rosellina Archinto significa allora interrogare anche il presente: chiedersi quanto l’editoria di oggi sia ancora disposta a scommettere sull’intelligenza dei suoi lettori più piccoli, invece che sulla loro immediata soddisfazione. Una sfida che impone di non abbassare mai lo sguardo rispetto al potenziale rivoluzionario dell’infanzia.

(il manifesto 7 ottobre 2026)

Tre anni dal 7 ottobre, la data che ha segnato una cesura radicale nella storia del conflitto israelo-palestinese e che ha dato inizio allo sterminio di oltre settantamila abitanti di Gaza, alla quasi totale distruzione della Striscia, all’aggressione crescente di esercito e coloni in Cisgiordania, volta a sbarazzarsi cacciandoli dei suoi abitanti palestinesi. Cosa è oggi Israele, come è oggi il Paese che celebra questo ricordo?

Diciamo, a scanso di equivoci, che l’attentato terroristico del 7 ottobre è stato subito – e così doveva essere – condannato universalmente, tranne che da frange marginali di estremisti, non ha trovato giustificazioni né sostegno.

È apparso fin dal primo momento un episodio mostruoso di crudeltà esibita proprio per scatenare la peggiore reazione degli israeliani, e non un, in qualche modo legittimo, atto di resistenza alla realtà dell’occupazione e dell’oppressione esercitata sui palestinesi da Israele.

Ma ben presto la solidarietà e la simpatia verso Israele, vittima del 7 ottobre, si è trasformata in una critica sempre più dura alla sua reazione contro Gaza, fino a diventare aperta ostilità man mano che cresceva a Gaza il numero dei morti sotto le macerie provocate da Israele. Le modalità di questa guerra asimmetrica ben si colgono nelle testimonianze dei soldati e degli ufficiali del film Naza. Così come si coglie lo stato d’animo di chi organizza e mette in atto il massacro di civili innocenti, i “danni collaterali”: senso di essere nel giusto, di stare vendicando le vittime del 7 ottobre, di uccidere esseri inferiori. L’idea che l’unica legge sia quella del più forte, che Israele sia un’eccezione per cui non vale la legge internazionale, né quella della morale universale. Ma anche rimorso, risveglio doloroso dopo l’ubriacatura di sangue.

Per il governo israeliano, il peggiore in assoluto della sua storia, comunque sia andata la questione degli avvertimenti ricevuti, quello che è successo in questi tre anni è stato volto a impedire la nascita dello Stato palestinese, a creare la grande Israele voluta da Dio, a cambiare lo scacchiere mediorientale a suo favore. Per l’esercito, sotto la guida dei peggiori comandanti della sua storia, è stato realizzare la vendetta dei morti assassinati del 7 ottobre. E Hamas? Scompare quasi nell’identificazione con tutti i palestinesi, nella formula che «non ci sono innocenti a Gaza».

Oggi coloro che hanno consentito, consapevolmente o meno, il 7 ottobre sono sui palchi delle commemorazioni a esaltare Israele e la sua guerra. Haaretz ce li descrive, tutti vicini, premier e ministri, compresa Sara Netanyahu, tutti colpevoli. Tra chi li ascolta si levano voci discordi, il padre di un ragazzo assassinato il 7 ottobre che accusa Bibi, il distacco dei famigliari degli ostaggi, che faranno una commemorazione da soli, senza il governo. L’isolamento del mondo, il boicottaggio, l’affiorare nella diaspora dell’antisemitismo. Intanto, si allargano le notizie sull’atteggiamento del governo, sul suo abbandono degli ostaggi, sulla volontà di estendere le guerre sempre di più.

E fra venti giorni questa Israele distrutta dal dolore, dalla paura e dalla colpa voterà. Ritroverà il lume della ragione, seguendo le strade più razionali della politica? È un Paese, come lo è – e lo era – Gaza, dove ci sono innocenti. Hanno il coraggio di opporsi, di gridare «Non in mio nome», di essere protettive presenze contro coloni ed esercito in Cisgiordania, senza armi. Piangono anche loro i morti del 7 ottobre, e ne ricordano la terribile violenza, anche se il governo li considera sostenitori di Hamas.

E noi? Riusciremo a far sì che l’orrore del 7 ottobre non offuschi o addirittura cancelli quello, tanto più vasto, di Gaza? Lo ha detto bene David Grossman qualche mese fa in un’intervista, quando ha fatto sua l’etichetta di “genocidio”. È stato attaccato in Israele e i suoi libri sono stati dati alle fiamme. Eppure, sappiamo che è l’unica strada percorribile, che l’ingiustizia non cancella l’ingiustizia ma la moltiplica, che la vendetta è inutile e porta solo colpa e altre vendette. Ecco, sono passati tre anni.

(La Stampa, 7 ottobre 2026)

«Durante le riunioni mi chiedevo: che ci faccio qui?» scrive l’autrice, Franca Fortunato, quando comincia a prendere coscienza dello scacco subito. Lavorava alla Lega delle Cooperative, un ripiego, conseguenza dell’esperienza negativa vissuta nel sindacato. E qui entriamo nella carne viva del libro Madri & Figlie. Una storia vivente, come recita il sottotitolo. Il bisogno di giustizia instillatole dalla madre fin dall’infanzia emerge alla consapevolezza dopo l’incontro con il pensiero e la pratica della differenza sessuale e scatta una svolta decisiva nella sua vita. Il desiderio di esserci nel mondo prende corpo. Esserci intera, stare con agio. Parole pronunciate alla fine degli anni Ottanta. Nel 1983 era uscito il Sottosopra verde Più donne che uomini. E ci interrogavamo in tutta Italia sulla voglia di vincere, sul protagonismo femminile e sul senso di estraneità. La strada dell’emancipazione non bastava e non basta tuttora alle donne che aspirano alla libertà.

Il racconto di storia vivente di Franca comincia con un ritorno all’infanzia, al mondo delle sarte e all’universo delle fiabe. La madre era una valente artigiana che amava il suo lavoro e leggere fiabe alle figlie. In appendice troviamo le fiabe che la madre raccontava a lei e alle sue sorelle più e più volte in dialetto calabrese, modalità che Franca ha conservato col figlio piccolo. Ho trovato una imprevista risonanza con ciò che è stata definita una “letteratura del sé”, la cui capofila fu Santa Teresa d’Avila: tessere se stesse in relazione. Mi spiego perché è all’interno della Comunità di pratica della storia vivente della Merlettaia di Foggia e di Milano che Franca ha preso il coraggio di affrontare il nodo irrisolto che si annidava dentro di lei, come scrive Marirì Martinengo, iniziatrice della pratica nel 2006, col suo libro La voce del silenzio1. Nel tempo lento della memoria e scavando con sempre più precisione nelle viscere, l‘autrice è riuscita a decifrare ciò che si nascondeva dietro la presenza-assenza silente del padre. Una assenza che è diventata parlante solo quando Franca, affidandosi alle amiche storiche, ha deciso di indagare e nominare ciò che per lungo tempo era stato considerato “normale”, irrilevante.

La narrazione è arricchita da fotografie della madre, delle tre sorelle, del fratello e del padre, e cosa straordinaria, emana una sorta di profumo dei piatti della cucina calabrese che la madre faceva trovare alla figlia prodiga e a tutta la famiglia.

Un riconoscimento alla madre, fonte primaria, dopo avere compreso quanto fossero posticce le figure maschili di autorità che aveva incontrato nel partito e nel sindacato quando, disobbedendo alla madre, aveva voluto sperimentarsi in quei luoghi. Invece che autentico amore per la giustizia e libertà aveva trovato lotte di potere, violenza e menzogne.

Il libro è dedicato al figlio, alla madre e alle donne che gliel’hanno restituita. Alla politica delle donne e, dunque, al femminismo o alla politica delle donne come si preferisce.

Per comprendere più in profondità l’esperienza dell’autrice riporto le sue parole, pronunciate il 19 settembre 2025 alla Libreria delle donne di Milano, in occasione dell’incontro La Storia sottosopra. La novità della pratica di Storia vivente2.

«Io e la Comunità di storia vivente di Foggia

Sono entrata nella Comunità di Storia Vivente di Foggia nel 2019, dopo aver presentato a Catania con Anna Potito e Adele Longo “La spirale del tempo”.

Dopo quella presentazione ho dato voce al mio desiderio di unirmi alla Comunità di Foggia che esiste dal 2018 e di cui fanno parte, oltre a Katia Ricci, Anna Potito, Adele Longo, Rosy Daniello e Isabella Solimando. Sono loro le donne che hanno accolto il mio desiderio dandomi la possibilità e la libertà di iniziare il mio percorso di Storia Vivente, che fino ad allora conoscevo solo attraverso il libro di Marirì Martinengo, gli scritti delle donne della Comunità di Milano su DWF, e ultimo “La spirale del tempo” che allora Marirì mi regalò con una bella dedica.

A Marirì mi lega una lunga relazione di affidamento, gratitudine, affetto e di riconoscimento di autorità che risale al Movimento di Pedagogia della differenza, un’altra sua invenzione. La relazione con lei ha dato una forte impronta al mio modo di insegnare. Ricordo che le sue ricerche e pubblicazioni sulle Trovatore hanno innescato in me un processo di cambiamento in continuo divenire.

La mia pratica di storia vivente

Quando mi sono unita alla Comunità di Foggia, la pratica di Storia vivente non mi era molto chiara. Stavo a quello che avevano scritto le donne che l’avevano praticata prima di me e avevano scritto i loro racconti ne “La Spirale del Tempo”.

Nel 2021 accadde che, sollecitata da Laura Minguzzi e Adele Longo, ho incominciato a scrivere un testo dal titolo “Me ne andai contro il volere di mia madre”, l’ho scritto in cinque anni in relazione con le amiche della Comunità.

All’inizio non sapevo dove mi avrebbe portata quel racconto né che sarei arrivata fino in fondo. Più volte mi sono fermata chiedendomi se ne valesse la pena. Le amiche di Foggia mi spingevano ad andare avanti e ogni volta che ci incontravamo on line riprendevano quello che avevo scritto, mi facevano domande, mi davano interpretazioni, mi spingevano a riflettere, a scendere sempre più in fondo alla mia interiorità, a scavare in profondità e interrogare il mio sentire, alla ricerca della verità soggettiva. Così mi aiutavano a fare emergere ciò di cui non avevo coscienza o non mi era chiaro e poi tornavo a scrivere e riscrivere, e di nuovo con loro, un andare e venire dentro e fuori di me, da sola e con loro, finché quello che volevo dire non era chiaro a me e a loro e se ne coglieva il senso. Mi fermavo davanti ad ostacoli e resistenze interne, che loro mi aiutavano a nominare e superare.

A volte ci portiamo dentro nodi di cui non abbiamo coscienza ma che ci condizionano. È quello che ho scoperto dentro di me, quando le amiche di Foggia mi hanno svelato il nodo del rapporto con mio padre. […] Ho trovato resistenza dentro di me ad ammettere e riconoscere quella violenza […] Solo parlandone con le amiche ho superato quell’ostacolo e ho ripreso a scrivere.

Insomma, un procedere a spirale3, come è nell’invenzione della pratica della Storia Vivente.»

E qui mi sono sentita in sintonia profonda con Franca, perché durante una riunione online delle varie Comunità pratica di storia vivente ho sollecitato Franca a scrivere. In alcune foto che lei pubblica mi sono rivista, essendo vissuta in un piccolo paese di campagna e in mezzo a donne che cucivano in casa per mestiere e mi confezionavano gli abiti su misura e mia madre ne era molto orgogliosa. Un’altra foto con mia madre, a Collodi, quando avevo otto anni, mi ha fatto ripensare al significato implicito che ci è stato instillato nell’infanzia con la fiaba di Pinocchio che nasce da un pezzo di legno modellato da un uomo, Geppetto… Ma la madre dov’era? Pinocchio era senza madre. La Fata Turchina? Quante bambine, come la sorella di Franca, Silvana, me compresa, sono state vestite a Carnevale da fate turchine?

L’amore femminile per la madre ha prodotto uno spostamento radicale; è un portato teorico di una pratica femminista che nasce da un’idea di Luisa Muraro.

Il libro di storia vivente di Franca Fortunato si inscrive nell’orizzonte dell’Ordine simbolico della madre4 ponendosi come finalità di mettere a disposizione di storiche e storici, insegnanti eccetera, i guadagni di cambiamento di sguardo prodotti dalla pratica di reinterpretazione del passato e del presente di donne e uomini a partire da sé e non fermandosi a sé.

1 Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”. Ricordi, immagini, documenti, ECIG, 2005.

2 Dal sito della Libreria delle donne di Milano, 8 marzo 2013, Ci sono novità nella ricerca storica http://www.libreriadelledonne.it/ci-sono-novità-nella-ricerca-storica.

3 Il titolo del libro lo dobbiamo a Marirì Martinengo, ispirata da María Zambrano, così come la forma racconto, da lei proposta per la storia vivente.

4 Luisa Muraro, L’Ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 2006, seconda edizione.

(AP Autogestione e Politica Prima, n. 4/2026, ottobre-dicembre 2026)

Il 7 ottobre 2006 la forte e scomoda voce della giornalista Anna Politkovskaja veniva messa a tacere. «A volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano»; lo disse Anna stessa, un anno prima di morire.

Anna Politkovskaja era una vera giornalista, una che raccontava ciò che vedeva, una che nei suoi articoli sulla Novaja Gazeta – anzi, nelle sue “note”, così lei chiamava i suoi testi – denunciava le storture della Russia di Putin affinché altri e altre potessero imparare a vederle, metteva a rischio sé stessa pur di dare la notizia, pur di raccontare la verità, quella verità che il potere di chi governava – e governa – il suo Stato si ostinava – e si ostina – a nascondere.

«Mia madre è sempre stata una persona scomoda», ha scritto sua figlia Vera nel 2023, «nei suoi articoli mia madre parlava raramente di cose piacevoli e quasi sempre era messaggera di cattive notizie. Scriveva la verità, nuda e cruda. Parlava di dolore, sangue, morte, corpi smembrati e destini infranti».

«Tic-tic-tic-tic. Spazio, a capo e di nuovo tic-tic-tic-tic. All’infinito». Questa era la colonna sonora della vita nella casa di Anna Politkovskaja: il meraviglioso suono dei tasti per scrivere.

Anna ha raccontato le falsità costruite da chi esercitava il potere per conservarlo e accrescerlo, la propaganda usata per sostenere quelle falsità, perché il regime di Putin «si incentra sul potere personale»; ha raccontato di come il sistema giudiziario russo sia asservito «alle esigenze della politica, al quale si oppongono solo singoli eroi».

Anna ha raccontato le ambiguità del “capitalismo russo” destinato ad accumulare ricchezza e potere nelle mani di pochi, condannando all’indigenza e alla subordinazione tutti gli altri: «Questa è l’epoca degli oligarchi».

Anna ha raccontato la capillare corruzione dell’amministrazione, dove «l’illegalità è più forte della legge».

Anna spiegava la nuova ideologia dello Stato, letale per gli esseri umani, illustrata più volte da Putin: «Non aspettatevi che le perdite ci frenino. Non lo faranno. Nemmeno se dovessero essere altissime». Non è certo il primo uomo a decidere di dimostrare la propria forza distruggendo e conquistando le ceneri del mondo – tanti suoi predecessori sono finiti nei libri di storia e ricordati come grandi uomini, quando invece dovrebbero essere ricordati come rifiuti dell’umanità –, eppure dopo millenni di storia la storia continua a ripetersi. Davvero non impariamo mai? O non vogliamo imparare?

Anna ha raccontato la disumanità della guerra in Cecenia, la violazione dei più elementari diritti umani, l’indifferenza del resto del mondo di fronte a quella disumanità. Ha raccontato il massacro avvenuto nel teatro Dubrovka, dove la vita degli ostaggi è stata sacrificata dal presidente russo sull’altare della lotta contro le «forze del terrorismo internazionale» (2002). Ha raccontato il massacro avvenuto nella scuola di Beslán, diventata anch’essa un cimitero in cui la vita degli ostaggi non aveva alcun valore per lo Stato di cui erano cittadini (2004). «È l’inferno? Certamente», scrisse Anna.

Anna ha raccontato soprattutto le storie delle persone comuni che loro malgrado sono state condannate a quell’inferno: madri, padri, figli, figlie, accomunati/e dal dolore dell’ingiustizia senza riparazione, della disperata rassegnazione: loro non entreranno mai nelle pagine dei libri di storia, ma rimarranno nelle pagine scritte da Anna Politkovskaja. «Mia madre non amava l’adrenalina di certi giornalisti maschi che giocano alla guerra. Lei partiva per testimoniare, per ascoltare le vittime, per dare parola al dolore», spiega Vera.

Anna ha raccontato, per esempio, la vita e la morte dei soldati russi, considerati dallo Stato «non uomini, ma ingranaggi costretti a realizzare incondizionatamente gli azzardi politici di chi ha preso il potere»; ha raccontato l’indicibile dolore delle madri di quei soldati, abbandonate senza neanche sapere la data della morte del loro figlio e senza vedersene restituito il corpo. Anna ha raccontato – e voglio ricordarla – la triste storia di Ėl’za Visaevna Kungaeva, ragazza cecena stuprata e uccisa dal colonnello Budanov nel 2000, il cui processo è stato l’ennesima farsa di un sistema che non conosce giustizia, in un Paese disinteressato alla giustizia: «Viviamo in un Paese tremendo. Le gesta del colonnello Budanov sono la norma per la maggioranza schiacciante dei russi. È un’aberrazione che si riscontra in un Paese in cui l’impunità è divenuta legge».

Nel 2004 pubblicò in inglese “La Russia di Putin” per raccontare ciò che vedeva accadere nel suo Paese all’Occidente che tanto ammirava il nuovo zar. «Ho riflettuto a lungo sul perché ce l’ho tanto con Putin. Che cosa me lo fa detestare al punto da dedicargli un libro? Non sono un suo oppositore politico, sono solo una cittadina russa. Una moscovita quarantacinquenne che ha potuto osservare l’Unione Sovietica all’apice della sua putrefazione comunista, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, e non vuole ricascarci».

Sono trascorsi vent’anni dall’uccisione dell’autrice di quelle pagine e la Russia di Putin è peggio di come lei l’ha lasciata, il mondo è peggio di come lei l’ha lasciato. E quel che è peggio è che all’orizzonte non si vede la fine di questo peggio. In quelle pagine Anna ha raccontato l’indifferenza dei più in Russia, incapaci o disinteressati a capire ciò che accadeva; e ha raccontato l’indifferenza dell’Europa, che ha permesso a Putin di diventare quello che è diventato.

Concluse il libro con queste parole: «Non possiamo tollerare altri decenni di glaciazione politica. Vorrei davvero essermeli lasciati alle spalle. Vorrei davvero che i nostri figli potessero essere liberi. E che i nostri nipoti ci nascessero liberi. Per questo invoco il disgelo. Gli unici a poter cambiare il clima, però, siamo noi. E nessun altro».

Nel 2006, quando è stata uccisa sua madre, Vera Politkovskaja aveva ventisei anni ed era incinta della sua bimba che qualche mese dopo avrebbe chiamato Anna. Al funerale di sua madre non c’era nessuna autorità pubblica, né russa né europea. I mandanti dell’omicidio di sua madre non sono mai stati indagati, e questo per la sua famiglia significa mancata giustizia. Oggi Vera scrive che «in Russia tutti si sono dimenticati in fretta di Anna Politkovskaja, soprattutto la gente che conta, perché mantenere la memoria di persone come mia madre è pericoloso. È molto più comodo perderne le tracce e dimenticare la verità». Indubbiamente è molto più comodo, perché ricordare persone come Anna ci obbliga a metterci in discussione, a chiederci cosa possiamo fare noi, ciascuna di noi, per cambiare le cose. Ma le pagine di NoiDonne non hanno mai scelto la comodità, sono nate per resistere alla brutalità della guerra e per conquistare nuovi diritti, sono nate per cambiare il mondo e nel corso di questi ottant’anni ne hanno raccontato il cambiamento; perciò oggi è doveroso che tra le NoiDonne di queste pagine ci sia anche Anna Politkovskaja, una donna coraggiosa e una vera giornalista.

Fonti:

Anna Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo, Fandango, 2003

Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi, 2005

Anna Politkovskaja, Proibito parlare, Mondadori, 2007

Anna Politkovskaja, Un piccolo angolo d’inferno, Rizzoli, 2008

Vera Politkovskaja, Una madre, Rizzoli, 2023

(NoiDonne, 6 ottobre 2026)

È possibile trarre dal personaggio di Aristofane una proposta politica che parta dalle donne e sia capace di arrestare i conflitti?

Nell’invenzione del drammaturgo greco le donne si compattano al di là dell’appartenenza ai diversi schieramenti che si stanno affrontando con gli eserciti, Sparta e Atene. Infatti Lisistrata afferma: «se ci riuniamo tutte assieme, noi, le donne della Beozia e quelle del Peloponneso, insieme salveremo la Grecia». Salveremo la Grecia, cioè salveremo la terra comune, non gli interessi delle singole città.

Già questo è un primo monito significativo che indica la necessità di oltrepassare e smontare le logiche nazionalistiche che incitano al conflitto. Lo abbiamo visto in atto nelle pratiche messe in campo da alcune donne israeliane e palestinesi, in cui madri di entrambe le provenienze hanno marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare nel 2023, riproposta poi nella Barefoot Walk: Mother’s Call for Peace, che ha transitato per Roma nel marzo 2026. 

Tuttavia questo non basta. Lisistrata invita le donne stesse a occuparsi delle trattative di pace, perché gli uomini paiono incapaci di farlo, non in grado di abbandonare le loro posizioni e intravedere lo spiraglio di mediazione per giungere alla pace.

È questo un punto cruciale. Sappiamo infatti che le donne sono quasi del tutto assenti dai tavoli negoziali ufficiali, e la quota di negoziatrici è al di sotto del dieci per cento e poco di più come figure di mediatrici. Questa è la situazione nonostante la Risoluzione 1325 dell’ONU (“Donne, pace e sicurezza”) del 2000 abbia riconosciuto l’importanza della leadership femminile, ma i tavoli formali restano a forte prevalenza maschile. Le donne sono assenti nelle più alte posizioni di vertice di comando delle operazioni e missioni militari dell’Unione Europe e pochissime sono state nominate a capo di missioni civili. Se fossero più numerose, radicate nel loro genere e distanti dalle logiche patriarcali potrebbero fare la differenza, come dimostra la Colombia dove le organizzazioni di donne richiesero nel 2012 la partecipazione ai negoziati tra le Forze armate rivoluzionarie e il governo, dopo aver lanciato il manifesto “La Pace senza le donne non funziona!” Esperte e avvocate parteciparono direttamente ai negoziati in corso all’Avana che condussero all’Accordo di Pace durante il governo di Manuel Santos.

Nel 2025 Avvenire in collaborazione con l’Università Cattolica ha lanciato la petizione “Più donne nei processi di pace”, proprio per promuovere interventi di “diplomazia riparativa” che abbiano al centro la partecipazione delle donne nei processi di costruzione e mantenimento della pace. Più recentemente, il 9 giugno 2026, la Commissione per la parità di genere del Consiglio d’Europa ha organizzato a Strasburgo una conferenza dal titolo “Le donne come artefici di una pace sostenibile: eliminare gli ostacoli alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace inclusiva dal punto di vista di genere”, per affrontare il tema della persistente sotto-rappresentanza delle donne nei negoziati di pace e nei processi decisionali a livello mondiale.

Torniamo a Lisistrata, che è esemplare nell’indicare l’insensatezza che muove gli uomini nel dirigere gli affari cruciali che sovrintendono alla vita delle persone. Lisistrata dice al commissario degli ateniesi:

All’inizio della guerra, abbiamo sopportato, per nostra moderazione, tutto quello che facevate voi uomini. Non ci lasciavate aprir bocca; e peraltro il vostro comportamento non ci piaceva affatto. Stavamo bene attente e spesso, benché fossimo chiuse in casa, sentivamo che avevate preso qualche decisione sbagliata, su qualche faccenda importante. Allora, piangendo dentro di noi, sorridevamo chiedendovi: «Che cosa è stato deciso oggi in assemblea sulle condizioni per la pace?». E l’uomo rispondeva: «Che te ne importa? Vuoi startene zitta». E io zitta. Ma poi venivamo a sapere di qualche altra decisione ancora peggiore della precedente, e chiedevamo: «Come mai vi siete comportati così stupidamente?». E lui, guardandomi di traverso, mi diceva di badare a tessere, altrimenti avrei avuto mal di testa per un pezzo. «La guerra è affare da uomini», affermava. Non potevamo consigliarvi neppure quando sbagliavate completamente la vostra politica!

Questo giudizio di Lisistrata pare riflettere i nostri attuali commenti sull’inefficienza, che pare voluta, delle trattative di pace sia per la guerra in Ucraina che per quella in Iran. Il Commissario le ribatte: «Ma voi come pensate di mettere fine a tutta questa confusione, e sbrogliarla?» E Lisistrata risponde: «Roba da nulla.»

Quel suo “roba da nulla” smaschera quel che si nasconde dietro ai mancati passi avanti sul cammino della pace nei vertici che stanno guidando il mondo che per potere e interessi non vogliono in realtà la pace e sprecano tempo e soldi in un balletto lontano mille miglia dalle vere pratiche di diplomazia.

Lisistrata precisa il metodo delle donne:

Come quando la matassa è ingarbugliata, la prendiamo e la dipaniamo sui fusi, tendendola da una parte e dall’altra, così se ci lasciate fare sbroglieremo la guerra, lavorando da una parte e dall’altra, con le ambascerie. Prima di tutto, come si fa con la lana, togliendo via con un bagno il sudiciume dalla città. Poi, stendendola su un letto, togliere di mezzo con un bastone spine e malanni. Poi cardare quelli che tramano in società per le cariche, e spelargli bene la testa. Poi in un paniere mescolare la concordia comune e pettinarla, mettendo insieme i meteci, gli stranieri che vi sono amici, i debitori dello Stato. […] Bisogna prenderli e raccoglierli insieme e farne un solo grande gomitolo, da cui tessere una tunica per il popolo.

Togliere di mezzo gli interessi, chi trama per il potere, lavorare invece per tutti, per il popolo, dice Lisistrata.

Del resto, ribatte Lisistrata, «Siamo noi a portare il peso della guerra, più del doppio. Partoriamo i nostri figli e li mandiamo a fare gli opliti.» E incita il commissario ateniese che spiega che c’è di mezzo il possesso di un luogo che gli spartani non vogliono cedere, a spostare l’obiettivo: «Chiedete qualcos’altro in cambio». E qualcos’altro non è per forza terra da annettere. 

La lezione di Lisistrata non si ferma qui perché queste donne agiscono e occupano l’Acropoli, il luogo dove avvengono le decisioni politiche che conserva però anche le risorse economiche dello stato, e difendono la loro posizione finché non raggiungono il loro scopo: la stesura di un patto di pace. Mutano dunque la direzione dell’orientamento degli affari di stato e insieme bloccano l’utilizzo del denaro per le spese di guerra.

C’è un altro tema scottante che mette al centro il riappropriarsi delle donne del loro corpo, sottraendolo alle logiche patriarcali. Aristofane disegna lo sciopero del sesso da parte delle ateniesi e delle spartane con molta ironia e toni lepidi, in cui il desiderio femminile si confronta però con pari forza e intensità con quello maschile. Tuttavia se lo rileggiamo, al di fuori della prospettiva dell’autore che non poteva uscire dalla cornice patriarcale del periodo, emerge una proposta politica su cui riflettere oggi: le donne possono essere in grado di vanificare e far fallire le logiche viriliste di guerra sottraendo consenso, negando il sesso, cioè l’uso del loro corpo (e se si pensa alla vicenda Epstein il collegamento sesso e potere è palese), negando la riproduzione a scopo della generazione di soldati ma non limitandosi a questo. Significa allontanarsi, distaccarsi, non corrispondere alle classiche soft skill femminili, evitando di sostenere uomini guerrafondai e maschilisti, non elargendo premure, cure domestiche e psicologiche. Lasciandoli soli.

Bisognerebbe lanciare un appello in tal senso alle donne – lasciateli soli – e penso in primo luogo a quelle che stanno accanto a uomini tremendi e motori di continui conflitti, come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu, Recep Tayyip Erdoğan ma anche allo stuolo di collaboratrici a ogni livello di potere e di catena di comando, nonché a tutte le altre, a tutte noi.

E qui viene la difficoltà reale e Lisistrata la prova di persona perché fa fatica a trattenere le sue compagne sull’Acropoli occupata, perché il prezzo sta in quella battuta salace che le mette in bocca Aristofane: «Dobbiamo rinunciare al cazzo». Ma il cazzo non è il membro maschile ma una metafora che riassume molto altro e che comprende anche la cattiva politica di molte donne che ora sono in situazioni di potere e che si adeguano alle logiche di dominio per lusinghe e alcune ricompense.

E non è di questo tipo di donne che abbiamo bisogno nei tavoli di trattativa per costruire un percorso reale di pace.

(ytali, 6 ottobre 2026)

Il 4 settembre 2026 alla festa di Fratelli d’Italia che si è svolta a Bari, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha festeggiato i primi quattro anni del suo governo, il più longevo della storia repubblicana. Nel discorso conclusivo ha rivendicato i risultati ottenuti e ha ribadito la sua determinazione ad andare avanti. Meloni ha anche altri primati: è la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri, guida il governo più di destra che il paese abbia avuto negli ultimi decenni; tra le priorità del suo programma ha ammesso fin dall’inizio l’occupazione femminile. Ne parliamo con Marcella Corsi, docente di economia politica ed economia femminista all’Università La Sapienza di Roma e presidente della International Association for Feminist Economics. 

Quattro anni sono abbastanza per fare un bilancio, ma io lo voglio fare da una precisazione: cosa ha fatto questo governo per le donne (e non me ne vogliano gli uomini)? E non perché a Palazzo Chigi ci sia una donna, ma perché la questione femminile è in Italia la questione economica più grande, più trascurata che abbiamo.

Un paese in cui lavora poco più di una donna su due non ha un problema di parità, ha un problema di sviluppo. E allora, cosa ha fatto questo governo in generale e in particolare per le donne? Si è occupato delle donne in una veste sola, quella di madre. Ed è qui che entra la mia disciplina, l’economia femminista, con un’idea di fondo che provo a tradurre in semplici parole: nessuna politica economica è neutrale rispetto al genere. Non lo è una manovra, non lo è un taglio di tasse e non lo è un piano di riarmo. Chi dice «Questa misura vale per tutti» sta solo dicendo che non ha guardato a chi arriva davvero: ieri abbiamo parlato di chi paga il conto. Una sola parola sulla prima donna presidente del consiglio: conta ovviamente, ma non nel senso che si vorrebbe, perché una donna al vertice che non trasferisce potere alle altre donne è un’eccezione e non un precedente.

La storia dell’economia lo insegna molto bene: l’accesso di pochi non modifica la struttura che esclude molti. Il divario retributivo, il divario pensionistico, la segregazione nei settori a bassa produttività non si spostano perché cambia il genere di chi governa, si spostano se cambiano le regole. 

Meloni ha detto recentemente che il futuro dell’Italia dipende dalle donne lavoratrici e, come dicevamo, va molto fiera del risultato ottenuto sull’occupazione femminile. Come lo valuti questo risultato?

Il record è vero, non si può contestare, lo dicono i dati dell’Istat: oltre 600.000 occupate in più dal 2021, il tasso di occupazione è salito di circa quattro punti. La disoccupazione femminile è al livello più basso da vent’anni. Ma è un record di quantità che non dipende da questo governo, è un cumulato delle politiche precedenti e ovviamente anche delle decisioni prese all’interno del PNRR.

Guardiamo però alla qualità di questo lavoro, perché il governo non ne parla mai: il tasso di occupazione femminile è al 53% contro il 70% di quello degli uomini, e contro una media europea del 66%; le donne sono il 71% dei lavoratori dipendenti a basso salario e nel mezzogiorno più di una donna su due tra i 15 e i 64 anni, quella che noi definiamo età lavorativa, è inattiva. Non disoccupata, inattiva: cioè non cerca nemmeno lavoro. E i nuovi posti sono in larga parte contratti a termine, part-time involontario, in settori femminilizzali e mal pagati.

Insomma, è quella che noi definiamo “una linea bassa allo sviluppo” applicata principalmente alle donne: competere sul costo del lavoro invece che sulla qualità e chiamarlo successo perché il numero degli occupati sale. C’è poi un secondo aspetto meno visibile: anche le misure che sembrano neutre non lo sono. Il taglio del cuneo fiscale, la flat tax sugli autonomi, la detassazione dei premi di produttività che vanno dati in proporzione al reddito e al tipo di contratto. Il reddito e il contratto sono esattamente ciò che le donne hanno di meno. Un beneficio per tutti i lavoratori è nei fatti un beneficio soprattutto per i lavoratori maschi a tempo pieno e indeterminato.

Se davvero il futuro dell’Italia dipende dalle donne lavoratrici, come la presidente del consiglio più volte ha detto, allora una misura di genere più importante è una misura sui salari. Le donne sono la maggioranza nei settori dove il contratto collettivo scaduto da anni è la norma: salario minimo e contrattazione sono in Italia misure di genere, prima ancora che misure sul lavoro. 

Mentre dice che l’Italia ha bisogno di più donne al lavoro, Meloni insiste molto sulla maternità e sulla famiglia, quella che lei definisce la prima forma di welfare.

È possibile tenere insieme queste due cose e come si tengono insieme queste due cose? 

Si possono tenere insieme ed è esattamente ciò che fanno i paesi dove le donne lavorano al 66% e i figli nascono più che da noi. Classicamente sono i paesi scandinavi, ma anche lì le cose stanno cambiando e bisogna dire non in meglio. Come si tengono insieme?

In un modo solo: con i servizi. Quando invece la famiglia è la prima forma di welfare, bisogna chiedersi chi dentro la famiglia fa il welfare e la risposta la conosciamo molto bene. Le donne italiane dedicano in media più di cinque ore al giorno al lavoro domestico e di cura, quasi il doppio degli uomini. Questo lavoro non è pagato, non è nel prodotto interno lordo, ma è ciò che tiene in piedi tutto il resto. Chi cresce i lavoratori di domani, chi assiste i genitori anziani, chi copre i buchi del welfare?

Noi economiste femministe chiamiamo tutto questo riproduzione sociale. Io lo chiamo anche il prezzo delle omissioni, di ciò che la contabilità nazionale non vede, la politica non finanzia e le donne pagano di tasca propria in ore, salario e pensione. Allora guardate la struttura degli interventi di questi quattro anni e torniamo al bilancio: bonus mamme salito quest’anno da 40 a 60 euro al mese per chi ha almeno due figli, decontribuzione per le lavoratrici madri, assegno unico. Insomma, sono tutti trasferimenti, soldi che arrivano alla famiglia e che presuppongono che la famiglia poi si organizzi da sola a distribuire. Ciò che manca è l’infrastruttura, per i nidi la copertura resta lontana dal 45% che l’Europa ci chiede; nel Mezzogiorno siamo intorno al 15% e gli obiettivi del PNRR sui posti da creare per donne e giovani sono stati rivisti tutti al ribasso.

Il congedo paritario, quello che obbliga anche i padri a fermarsi pagato al 100%, è stato bocciato per mancanza di copertura. La differenza tra un bonus e un servizio non è una differenza di generosità, è una differenza di modello. Il bonus è immediato, visibile, compra consenso e non cambia nulla o poco. Certo, il servizio è costoso, invisibile in campagna elettorale, ma cambia tutto perché un nido non è un “aiuto” alla madre, è la condizione per cui quella madre può lavorare. 60 euro al mese non comprano un posto al nido e quel posto o c’è o non c’è. Un governo che distribuisce bonus sta dicendo alle donne: «vi paghiamo un po’ per restare dove siete»; un governo che costruisce servizi dice «vogliamo liberare il vostro tempo».

Il governo di Giorgia Meloni si è impegnato ad aumentare molto la spesa per la difesa nei prossimi anni. Che cosa ci dice l’economia femminista su una scelta di questo tipo? 

Ci dice che è la scelta di genere più grande di tutte ed è l’unica che nessuno presenta come tale.

In questi quattro anni l’Italia, e non solo l’Italia, si è impegnata a portare la spesa militare verso i nuovi obiettivi della Nato. Decine di miliardi in più nel prossimo decennio, mentre per i servizi di cura si è discusso di qualche centinaio di milioni, briciole dentro un bilancio dello Stato. Il governo esulta per la crescita, ma l’economia non cresce con le spese militari. Un carro armato una volta comprato non produce niente e in buona parte lo si compra all’estero; un nido, una casa di riposo, un’assistenza domiciliare producono occupazione qui, spesso occupazione femminile, e liberano altre ore di lavoro retribuito.

Studi sui moltiplicatori, cose da economisti ed economiste come noi, dicono da anni che un euro speso nella cura genera più posti di lavoro di un euro speso in armi o in cemento. Questa è la rivoluzione della cura di cui parliamo noi economiste femministe, non un supplemento di welfare, ma un cambio di paradigma su cosa consideriamo investimento. Il governo ha fatto la scelta opposta e l’ha fatta senza dichiararla, perché il riarmo passa per sicurezza nazionale e la cura viene chiamata spesa sociale; le parole decidono chi paga il prezzo delle omissioni di cui parlavo prima.

Nel 2025 in Italia è stato introdotto il reato autonomo di femminicidio. Prevenire la violenza sulle donne significa anche però finanziare centri antiviolenza, case rifugio, garantire alle donne un reddito e una casa per potersi sottrarre alla violenza, intervenire anche sul piano culturale dell’educazione. Se guardiamo alle risorse e alle politiche, quale idea di contrasto alla violenza emerge da questi quattro anni? 

Emerge un’idea molto precisa: sicurezza, non libertà. Su questo terreno il governo ha fatto molto, ma ha fatto una cosa sola: ha punito.

Codice rosso rafforzato, braccialetti elettronici, ergastolo per il femminicidio, tutto sul versante penale. L’eccezione che va riconosciuta è il reddito di libertà diventato strutturale: è l’unica misura che parla la lingua dell’autonomia ed è infatti quella che tocca il reddito e la possibilità di liberarsi, di diventare autonome e di acquisire indipendenza. Sul versante della prevenzione, che è l’unico che riduce davvero i femminicidi, il governo non solo non ha fatto, ha anche impedito. La legge Valditara approvata quest’estate vieta del tutto l’educazione affettiva alle scuole medie e la subordina al consenso preventivo dei genitori nelle superiori. Il ministro ha collegato pubblicamente i femminicidi all’immigrazione, con un’operazione che sposta il problema da noi a loro. E la legge sul consenso nella violenza sessuale, nata addirittura da un accordo tra PD e Fratelli d’Italia, quindi una larga convergenza a livello parlamentare, è ferma al Senato. I centri antiviolenza vengono finanziati a rate e con ritardo.

Il risultato è un’idea di protezione paternalistica: lo Stato che difende le donne come si difende un bene, una proprietà, non un provvedimento che le metta in condizione di difendersi e di scegliere in libertà. È qui che il cerchio si chiude con ciò che dicevamo anche sul lavoro: una donna con un part-time involontario, senza casa propria e senza un nido non può sottrarsi alla violenza, anche se il Codice penale è severissimo. Lavoro, reddito e casa sono politiche antiviolenza prima ancora che politiche economiche; non è un caso che 500.000 persone abbiano firmato in poche settimane per il referendum che abroghi la legge Valditara. Quando la politica chiude la porta, il conflitto ovviamente si sposta fuori.

Cosa si potrebbe fare invece? Educazione affettiva obbligatoria dalla scuola primaria, una legge sul consenso approvata, centri antiviolenza finanziati per tempo e non rate e sul corpo delle donne che a noi economiste e femministe sta molto a cuore. Poi applicare la 194, garantire che in ogni struttura pubblica ci sia chi la applica: si può fare ad esempio per un concorso senza toccare l’obiezione individuale, la libertà ovviamente va sempre difesa. Insomma, nessuna di queste cose secondo noi è radicale, sono tutte politiche che altri paesi europei fanno da decenni.

Tornando alla domanda iniziale, facciamo un bilancio. Il bilancio è questo. Il governo più longevo della Repubblica ha governato le donne come madri da sostenere, come vittime da proteggere e come corpi da regolare. Non le ha governate come lavoratrici, come cittadine, come persone che scelgono. Questa è una scelta politica e dobbiamo dirlo chiaramente; ed è una scelta che costa alle donne in primis, ma anche al paese in generale. Non c’è sviluppo economico senza sviluppo civile e l’Italia lo sta imparando al rovescio con la demografia che ha: è l’ultimo paese al mondo che si possa permettere di tenere fuori dal lavoro metà della sua intelligenza.

(Il Mondo, podcast dell’Internazionale al Festival di Ferrara, 5 ottobre 2026)

Intervento al Controforum del Mediterraneo sull’acqua (Roma,1-3, ottobre 2026)

Siamo Giovanna e Michela, portavoci del movimento Mamme No PFAS del Veneto, della Rete Zero PFAS Italia e delle Mamme da Nord a Sud. La nostra storia inizia nel 2017, quando scopriamo, attraverso un piano di monitoraggio della Regione Veneto, che nel sangue dei nostri figli ci sono concentrazioni estremamente elevate di PFAS, livelli mai registrati prima in nessuna parte del mondo. Non avevamo mai sentito prima questa parola: PFAS. Ma ci è stato subito chiaro che nel sangue dei nostri ragazzi non doveva esserci. Le istituzioni ci rassicuravano: ci dicevano che era tutto sotto controllo. Questo atteggiamento però, invece di rassicurarci, ci allarmava ancora di più. Così ci siamo messe a studiare, ad approfondire il problema, diventando delle vere e proprie “esperte”. E abbiamo iniziato a bussare a tutte le porte: da quella del Comune a quelle delle istituzioni a Roma fino ad arrivare a quelle del Parlamento Europeo. Sono molte le emozioni che ci hanno spinto ad agire. All’inizio provavamo solo rabbia, una rabbia furiosa, bruciante. Poi questa rabbia ha lasciato il posto al desiderio di informare la gente, le persone, di far sapere agli altri quello che stava succedendo. E così abbiamo trasformato la rabbia in energia e grinta per iniziare un lavoro di sensibilizzazione costante, pressante, insistente e costruttivo. Un lavoro che non è ancora finito. Ognuno di noi può fare qualcosa. Pensate: se ognuno di noi si impegnasse a informare altre dieci persone, in piazza insieme a noi arriverebbero 10.000 persone! Perché ogni singola goccia insieme alle altre diventa un mare. Dall’Italia all’Europa, dal Brasile all’India le madri sono tutte uguali, ci capiamo anche solo con lo sguardo: i figli non si toccano!

Cosa sono i PFAS? Sostanze perfluoroalchiliche

Sono una famiglia di molecole chimiche (più di 20.000) che in natura non esistono, contengono legami fluoro-carbonio estremamente forti e persistenti, non si biodegradano nell’ambiente e vi rimangono per centinaia o migliaia di anni. Sono per questo chiamate “sostanze chimiche eterne”. Si diffondono rapidamente nell’acqua per la loro elevata mobilità. Nell’aria i PFAS si comportano come sostanze altamente contaminanti e vengono trasportati lontano arrivando a contaminare perfino i ghiacciai dell’Artico e dell’Antartide.

I terreni le assorbono come spugne e si legano alle sostanze organiche. Vengono utilizzate in molti settori per le loro proprietà di idrorepellenza, oleorepellenza, tensioattività, stabilità termica. Le possiamo trovare nei tessuti impermeabili, in vernici, lubrificanti, utensili da cucina come padelle antiaderenti, in imballaggi alimentari, nei cosmetici, detersivi, nei presidi medico sanitari. Sono un elemento chiave anche nella produzione di armi. I governi (quello italiano e non solo) ci presentano i PFAS come sostanze irrinunciabili, per giustificare la corsa agli armamenti. Ma di irrinunciabile per noi c’è solo il diritto alla salute! In Italia, oltre alla Miteni di Trissino, in Veneto, esiste un’altra azienda che produce PFAS: si trova in Piemonte, a Spinetta Marengo, e si chiama Syensqo (ex Solvay). Oltre alle due condanne per inquinamento già ricevute (una negli Stati Uniti, l’altra in Italia) ora sta affrontando altri procedimenti in tutta Europa. […]

Che cosa è successo in Veneto?

Una piccolissima azienda, la Miteni (Mitsubishi – giapponese ed ENI – italiana, poi venduta ad ICIG per 1 euro) di Trissino in provincia di Vicenza, ha contaminato la seconda ricarica degli acquiferi più grande d’Europa, la nostra falda acquifera: 30 comuni contaminati tra le province di Verona, Vicenza e Padova; 350.000 persone colpite, che diventeranno 800.000 a causa del movimento delle acque in falda; acqua potabile e cibo contaminati. Noi, che un tempo eravamo la terra delle acque, ora siamo diventati la Zona Rossa PFAS. Questa è una ferita incredibile per la nostra terra. La cosa più terribile è che siamo state noi stesse, noi mamme, senza saperlo, a trasmettere queste sostanze ai nostri figli, durante la gravidanza, attraverso la placenta, e poi attraverso l’allattamento al seno. Questo spiega perché i livelli di PFAS nel sangue dei nostri figli sono più alti dei nostri. E scoprire tutto questo ha fatto nascere in noi un senso di colpa indescrivibilmente profondo.

Cosa fanno i PFAS al corpo umano?

Si legano alle proteine del sangue accumulandosi negli organi e nei tessuti. Sono interferenti endocrini, che alterano tutto il sistema ormonale, riducono la fertilità, creano patologie della tiroide, causano ipertensione alle donne in gravidanza e problemi di sviluppo nei neonati. Attaccano il sistema immunitario riducendo la produzione di anticorpi e diminuendo l’efficacia dei vaccini. Provocano danni al fegato, fanno aumentare il colesterolo danneggiando il sistema cardiovascolare […], sono cancerogeni. Si bioaccumulano perché il nostro organismo li scambia per ormoni e vengono eliminati difficilmente.

Il processo MITENI

Il 26 giugno 2025 si è concluso il processo contro la Miteni. È stato il primo processo penale sui PFAS, ed è importante perché ha riconosciuto il dolo, cioè la coscienza e la volontà di inquinare. Finalmente, dopo questa storica sentenza, possiamo gridare ad alta voce la parola: “criminali”! Per tutte noi questa sentenza è stata fonte di una grande soddisfazione, e un momento che rimarrà indelebile nelle nostre vite. Ci siamo sentite come Davide contro Golia. Ma ora dobbiamo pensare ai nostri obiettivi futuri. In primis, la bonifica del sito di Miteni, e poi all’ottenimento di una legge sia nazionale che europea, che ne vieti la produzione e l’uso.

L’Italia non ha aderito al “Manifesto Ban Pfas”, nonostante sia uno dei Paesi più contaminati al mondo e questo è veramente sconfortante.

Altro problema urgente è quello che riguarda la presenza di Pfas negli alimenti, un punto dolente e molto delicato che si dovrà affrontare tutti insieme, garantendo supporto anche alla categoria degli allevatori e degli agricoltori. E poi non ci stancheremo mai di parlare di prevenzione e di principio di precauzione, punti fondamentali. che devono essere alla base di ogni scelta politica. Per cominciare, chiediamo che le persone abbiano la possibilità di testare liberamente il proprio sangue per i PFAS, cosa che al momento non è ancora possibile, fatta eccezione per i residenti nella zona rossa. Dobbiamo continuare ad essere come falchi sul collo delle istituzioni, perché se abbassiamo la guardia, le istituzioni tendono ad addormentarsi, a diventare indifferenti. Quindi, oggi più che mai dobbiamo continuare questo importante lavoro di sensibilizzazione.

Rete zero PFAS – Che cosa vogliamo?

Rete Zero Pfas nasce, prima di tutto, per imparare gli uni dagli altri, condividere conoscenze ed esperienze, costruire relazioni e creare reti tra associazioni, comitati, gruppi spontanei di cittadini, società civile ed esperti impegnati nel far fronte alla contaminazione da Pfas nelle matrici di aria, acqua, terra. L’aria, l’acqua e la terra sono i nostri polmoni, il nostro sangue, il nostro corpo: sono il nostro futuro. Fare rete è fondamentale per riuscire a prenderci cura del nostro piccolo pianeta Terra, che è solo un minuscolo punto dell’Universo infinito.

Il nostro obiettivo è creare alleanze con tutti i popoli del Pianeta, per vigilare sugli abusi perpetrati ai danni della Terra e della salute di tutti noi. È una guerra quella che si sta combattendo nei nostri territori. Una guerra silenziosa. In questa guerra non si usano bombe, non si usano armi. Si uccide attraverso l’acqua, l’acqua che beviamo dal nostro rubinetto, che attingiamo dai nostri fiumi per irrigare i campi e gli orti; attraverso il cibo che mangiamo e l’aria che respiriamo. Uno studio scientifico ha dichiarato 4.000 morti in Veneto a causa della contaminazione da Pfas in poco più di vent’anni. Noi società civile e noi madri in particolare abbiamo un grande compito e una grande responsabilità: non solo pensare e riflettere su quanto sta accadendo, ma anche agire. Dobbiamo agire ora! Non possiamo dire che lo faremo domani. Adesso è il momento di agire, perché non c’è più tempo! Per i nostri figli siamo noi le garanti delle istituzioni e non li possiamo tradire.

Il male più grande è l’indifferenza, è il cancro della nostra anima che va curata con consapevolezza e coraggio. Ricordiamoci che chi inquina consapevolmente usa astuzie, inganni e spesso pianifica a tavolino strategie per dissimulare la realtà. Più le persone rimangono addormentate, più facilmente loro possono agire. Pertanto, dobbiamo svegliarci tutti ed in fretta! Non dobbiamo arrenderci di fronte al fallimento, non dobbiamo perderci d’animo. Dobbiamo ricordare che quando una madre cade ce n’è sempre un’altra pronta a rialzarla. I figli del mondo sono tutti figli nostri.

(Pressenza, 4 ottobre 2026)

Quando qualcuno ha iniziato a cercare l’identità della studente della Cornell University che, con lo pseudonimo di Jane Doe, ha denunciato di essere stata drogata e violentata da più uomini durante una festa della confraternita Chi Phi, la reazione online è arrivata puntuale. La mobilitazione ha coinvolto migliaia di utenti, mentre molte persone hanno cominciato a dichiararsi lei, «I am Jane Doe», condividendo nomi, foto e informazioni personali. L’iniziativa senza regia vuole proteggere la donna, rendendo più difficile individuarla tramite motori di ricerca, social media e strumenti di intelligenza artificiale. Insomma, chi sarà? A chi cerca i dati di una persona reale si presenta una sovrabbondanza di possibili Jane Doe, anonime e intercambiabili, ognuna lo è e al contempo non è plausibile lo sia. C’è però un’altra simmetria in questa storia. La violenza denunciata sarebbe avvenuta nella casa di una confraternita, una delle comunità maschili chiuse dei campus americani e a Cornell questo spazio era già piuttosto problematico. Nel 2022, l’Interfraternity Council ha sospeso gli eventi sociali delle confraternite dopo le segnalazioni di studenti che hanno riferito di essere state drogate durante le feste, e una denuncia di stupro. I dati più recenti ampliano il quadro. In un sondaggio condotto da Cornell nel 2025, tra le undergraduate che hanno risposto, il 52% delle affiliate alla Greek life ha dichiarato di aver subito una violenza sessuale durante gli anni universitari, rispetto al 29% delle altre. Circa un quinto degli episodi segnalati è avvenuto in una fraternity house o in un edificio annesso. Il basso tasso di risposta, appena il 13%, impone cautela nell’interpretazione delle percentuali, considerate comunque da Cornell un segnale grave. Proprio in questi giorni la Student Assembly ha portato il tema nel dibattito pubblico e presentato una risoluzione che chiede all’università di rendere disponibili ogni anno dati aggregati sugli esiti dei procedimenti per violenza sessuale. In questo contesto, la disseminazione delle Jane Doe assume un significato più profondo. Alla comunità chiusa della fraternity, unita dall’appartenenza e dalla fratellanza, si contrappone una collettività che si forma nel momento stesso in cui agisce. Chi scrive «I am Jane Doe» apprende il gesto da qualcun altro e lo ripete, diffondendone pratica e funzione. Se con #MeToo la condivisione dell’esperienza passava attraverso l’esposizione di sé, qui il gesto comune cambia di segno. Ci si espone per depistare, opponendo allo strapotere algoritmico una moltiplicazione di nomi e volti possibili. Anche il concetto di “protezione” si trasforma: al gruppo ristretto, che custodisce la propria appartenenza, controbatte una moltitudine che mette al riparo una sconosciuta. Si può trovare rifugio in questo susseguirsi di inafferrabili Jane Doe? Certo somiglia a una specie di cura collettiva cui va riconosciuta anche una nobile baldanza nel rovesciare contro algoritmi e sorveglianza la loro stessa fame di informazioni. Finn Brunton e Helen Nissenbaum, già dieci anni fa, definivano obfuscation (offuscamento), la pratica di inserire informazioni false o ambigue per aumentare il “rumore” in cui individuare il dato reale. Una strategia di resistenza alla sorveglianza che può spingersi, scrivevano, fino al sabotaggio. L’offuscamento ha una stretta parentela con le pratiche di flooding (inondazione) dell’attivismo digitale: invece di cancellare un’informazione, la si sommerge sotto una massa di contenuti concorrenti, fino a comprometterne la reperibilità. Una tecnica divenuta anche strategia comunicativa dell’universo trumpiano e Maga, con l’invito di Steve Bannon a «flood the zone with shit», viene qui ribaltata. La saturazione dello spazio informativo si ritorce contro chi l’ha trasformata in un’arma politica. Nel caso di Jane Doe questa strategia assume però una dimensione relazionale; a moltiplicarsi infatti sono nomi e volti che si offrono come schermo per una sconosciuta, come a dire «Mi rendo visibile affinché tu possa restare nascosta». Un meccanismo, questo dell’offuscamento, che rimane temporaneo e dunque fragile ma in questa circostanza lo apprendiamo. Sappiamo ad esempio che anche una folla anonima può diventare un modo in cui trovare alleanze. Osserviamone il passaggio, perché accanto al diritto di cancellare le proprie tracce emerge l’ipotesi collettiva di renderle indecidibili. Mentre lo sciame delle Jane Doe propaga, insieme al proprio nome, la richiesta di giustizia.

(il manifesto, 4 ottobre 2026)

Non accade spesso che proteste di piazza pacifiche siano accolte, sia pure nelle democrazie più sensibili alle rivendicazioni popolari. In Spagna sembrava essere accaduto con il cosiddetto decreto Maricarmen, il provvedimento del governo del premier socialista Pedro Sánchez, che aveva bloccato gli sfratti per le persone vulnerabili fino al 2030 e ridotto, fra l’altro, la possibilità dei “fondi avvoltoio” di speculare sugli immobili. A favorire la decisione, l’ondata di indignazione in tutta Europa per la cacciata dalla sua casa in affitto della ottantasettenne Maricarmen Abascal a Madrid. Il Parlamento però, in due votazioni, ha bocciato, oggi 2 ottobre, tutto il pacchetto, grazie anche ai voti contrari degli indipendentisti catalani di Junts, ex alleati dei socialisti. «La Storia – ha detto Sánchez – li giudicherà». In gioco, ora, sono le dimissioni stesse del governo con elezioni anticipate. Intanto, il Sindicato de Inquilinas ha continuato a protestare, organizzando le tipiche caceroladas, le manifestazioni a suon di pentole e mestoli.

A proposito di storia, la protesta è tutt’altro che un inedito storico. El Mundo, il quotidiano spagnolo schierato sul fronte opposto di El Pais e vicino alle posizioni del Partito popolare, ha ricordato, sempre il 2 ottobre, un precedente di oltre cent’anni fa, anche questo quasi tutto femminile. Nel 1915, ovvero in pieno conflitto mondiale, un’attivista politica scozzese, Mary Barbour (1875-1958) organizzò un’efficace protesta contro gli insostenibili aumenti degli affitti a Govan, un agglomerato che ora fa parte di Glasgow, con la South Govan Women’s Housing Association. La sua azione fu così efficacemente strutturata che le sue sostenitrici e sostenitori furono definiti «l’esercito di Mary Barbour». Gli aumenti degli affitti erano legati al crescente affollamento di Govan dove si concentrava una parte consistente dei cantieri navali allestiti per sostenere la guerra. Inutile dire: un grande business per pochi. Ma anche una calamita per operaie e operai disperati di tutta la Gran Bretagna. Le case divennero introvabili e i proprietari fecero lievitare gli affitti. A quel punto le donne scesero in campo.

Erano soprattutto donne perché, appunto, sempre più uomini venivano spediti nei tritacarne delle trincee europee. Rimaste sole con i bambini e con stipendi da fame, le lavoratrici rischiavano pure di ritrovarsi per strada. Il caso arrivò al Parlamento britannico con gli sfratti di Hillfoot Street. Le inquiline avevano ricevuto un avviso datato 27 luglio 1915: se non avessero accettato il pesantissimo aumento dell’affitto entro tre giorni se ne sarebbero dovute andare. Mary Barbour e le altre attiviste rifiutarono l’ultimatum e si prepararono a resistere. Ogni portone divenne una barricata. Una campana avvertiva dell’arrivo dei poliziotti che dovevano eseguire gli sfratti: tutte smettevano di fare quello che stavano facendo e andavano a occupare le scale, con i loro corpi e qualsiasi cosa si trovassero per le mani, compresi i panni bagnati.

Il 17 novembre la questione arrivò in tribunale, a Glasgow, dove un amministratore di un palazzo aveva trascinato 18 inquilini che rifiutavano di pagare l’aumento. La causa fu ritirata quando ventimila lavoratrici e lavoratori marciarono sul tribunale e anche il ministro delle munizioni, David Lloyd George, pensò bene che non fosse il caso di aggiungere alla guerra pure i moti civili. Ma la cosa non finì lì: la notte di Natale, il Parlamento approvò una legge che bloccò l’aumento degli affitti per tutta la durata del conflitto.

Mary Barbour arrivava a questa vittoria forte della sua militanza politica. In genere, viene associata ai Red Clydeside, un movimento popolare radicale scozzese che fu attivo dagli anni Dieci ai Trenta del Novecento e che, fra l’altro, sostenne una robusta quanto purtroppo inefficace protesta pacifista per evitare che centinaia di migliaia di lavoratori morissero nella Prima guerra mondiale: il Regno Unito perse nel conflitto quasi 900mila soldati, oltre 107mila civili morirono per le conseguenze, pandemia di influenza spagnola inclusa.

Figlia di tessitori, la terza di sette, Mary aveva però potuto frequentare la scuola fino a quattordici anni. Poi aveva fatto l’operaia torcitrice. Nel 1896 aveva sposato un ingegnere e con lui si era trasferita a Govan. Ebbero due figli (uno morì presto) e Mary, secondo i principi che ingabbiavano la vita delle donne, non solo dell’epoca, avrebbe fatto bene, per i benpensanti, a gioire del salto sociale e godersi la vita da neoborghese standosene buona a casa. Lei invece entrò in politica, dalla parte dei lavoratori. E organizzò, appunto, la rivolta delle inquiline del 1915. Nel 1916 fu tra le creatrici del The Women’s Peace Crusade, un movimento sorto a Glasgow e poi esteso in tutto il Paese che chiedeva trattative immediate per porre fine al conflitto, senza annessioni e indennizzi. Governo e polizia reagirono in modo piuttosto violento e il gabinetto di coalizione di David Lloyd George, che rilanciò la guerra, fece cadere tutte le speranze. Finito il conflitto, nel 1920, Mary si candidò per il Partito laburista (le britanniche ottennero il voto attivo e passivo nel 1918) e fu eletta nonostante che l’idea suscitasse ancora parecchia indignazione fra gli elettori, donne comprese.

Dopodiché si dedicò alla salute delle donne e dei bambini e in seguito, come magistrata municipale (bailie), di welfare. Si occupò già negli anni Venti anche di controllo delle nascite, cosa che, pur non esplicitamente vietata in Gran Bretagna (come lo fu dal 1930 al 1971 in Italia dal Codice Rocco), fu molto osteggiata con l’accusa di “oscenità”. L’impegno di Mary in politica non terminò nel 1931, quando si ritirò dalla carriera attiva. Oggi, fra gli altri riconoscimenti, la ricorda un monumento al porto di Glasgow, a Govan Cross, in cui guida una protesta. La canzone Mrs Barbour’s Army, scritta da Alistair Hulett (1951-2010), ricorda: «La signora Barbour preparò un cartello: “Non pagheremo affitti più alti” / Poi bussò a ogni porta dei caseggiati di Govan / Disse: “Mettetelo alla finestra e, quando mi sentirete battere il tamburo, / usciremo di corsa a cacciare l’esattore fino in capo al mondo” / Quando quel poveraccio arrivò, fu coperto di botte e lividi / Da un reggimento in grembiule che sapeva bene cosa fare. / La signora Barbour organizzò il raduno dei clan / Ed esse irruppero fuori dalla lavanderia pubblica, armate di pentole e padelle». Per fortuna ora in Spagna pentole e padelle del Sindicato de Inquilinas servono solo per far rumore e non per aggredire nessuno. Ma ricordano chein democrazia le proteste di chi non riesce a tirare avanti devono trovare ascolto.

(Corriere della Sera, 2 ottobre 2026)