In un lungo intervento sui fatti recenti riguardanti il Venezuela, Paola Caridi pone un interessante interrogativo su quella che alla maggior parte dei commentatori sembra la ragione prima dell’aggressione armata di Trump a uno Stato sovrano, il Venezuela per la cattura del suo Presidente: e cioè il petrolio. Scrive Paola Caridi:
«Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia».
Il nuovo ordine mondiale, che Trump sta imponendo con una delirante onnipotenza, rimanderebbe perciò una delle forme più arcaiche di dominio: una società di schiavi e mercanti di schiavi, residuo mai del tutto cancellato di ingiustizia, sfruttamento, sottomissione, che ha segnato fin dall’origine la storia umana.
Sulla persistenza di rapporti di potere che la società industriale, capitalista sembra aver cancellato, non dovrebbero esserci dubbi. Ne è prova incontestabile il fatto che il primo e fondamentale dominio sia stato quello di un sesso sull’altro, così radicato nelle viscere della storia da emergere solo in tempi recenti e riuscire a farsi riconoscere con grande lentezza.
Non ritengo perciò che sia una ipotesi azzardata pensare che il terremoto prodotto dalla comparsa del sessismo come fenomeno politico, con tutti i nessi che ha sempre avuto con i rapporti di razza e di classe, colonialismo e fascismo, abbia oggi un peso non indifferente nel ritorno in forza della logica “amico-nemico”, dell’esaltazione della legge del più forte, dell’imposizione di una volontà assoluta su umani considerati deboli, razzialmente inferiori.
Tali non sono state forse le donne, il primo “diverso”, il primo corpo “nemico”, la prima “risorsa” preziosa di cui appropriarsi da parte del sesso maschile?
Se oggi siamo costretti a guardare senza maschere e infingimenti le “memorie del sottosuolo”, forse siamo anche in condizione di ripensare l’idea di “rivoluzione” senza le cancellazioni che ne hanno fatto fallire finora i tentativi di realizzazione.

(facebook – profilo di Lea Melandri, 7 gennaio 2026)

da il manifesto

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chávez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

Accettare l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chávez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che l’élite venezuelana, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione “Kgb”: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’è qualcuno che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chávez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

Se osi ricordare Chávez, ribattono secchi che Maduro non è Chávez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure antidemocratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

Se è a questa gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da sessantacinque anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

Caracas eradiventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

Erano gli anni di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chávez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chávez prima ancora che compisse sessant’anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a Cuzco, antica capitale degli Incas, nel 180° anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’idea era creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico-culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

Il nuovo anno si apre con un’operazione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela che non segna solo un’escalation, ma una trasformazione politica: la forza non viene più nascosta o giustificata, ma esibita come linguaggio del comando.

È in questa esibizione che prende forma oggi un potere apertamente imperiale.

L’attacco porta alla luce una trasformazione già in atto: la violenza come linguaggio ordinario del potere globale. Non è soltanto una violazione del diritto internazionale, ma la messa in crisi dell’idea stessa che i conflitti possano essere attraversati politicamente e non schiacciati militarmente.

Lo slittamento che ne deriva non riguarda solo la geopolitica ma le condizioni di esistenza che rendono alcune vite possibili e altre sistematicamente negate.

In questo senso, l’operazione contro il Venezuela è un momento di un processo che trasforma la forza in criterio di accesso alle risorse, alla sicurezza, alla continuità della vita, e consuma il futuro come se fosse una riserva disponibile.

Si consolida una distanza crescente tra chi decide e chi ne vive le conseguenze. In questa sproporzione fra chi esercita il dominio e chi ne subisce la coercizione violenta si istituzionalizza la crisi della responsabilità politica.

Proprio per questo, la posta in gioco non è solo fermare una guerra, ma ricostruire le condizioni perché la parola torni ad avere peso, perché la cura torni ad avere valore, perché il futuro torni a essere pensabile come spazio condiviso e non come risorsa da consumare.

È dal rifiuto di questa grammatica della forza e dalla riapertura di spazi di responsabilità che può continuare ad affermarsi un’altra idea di mondo, tesa al superamento di una logica grezza fondata sulla sopraffazione, sulla menzogna e sulla mancanza di rispetto: un cambio di civiltà necessario per garantire il futuro delle nuove generazioni – sempre più a rischio – e che esige il coraggio di uscire dai parametri rassicuranti del già pensato.

(facebook – profilo Udipalermo ETS, 5 gennaio 2026)

Mi sono sempre stupita di come l’opera di Tillie Olsen, straordinaria scrittrice americana studiata nelle università, sia stata a lungo sottovalutata in Italia. Qualcosa sta cambiando grazie all’interesse della casa editrice Marietti che, dopo aver ripubblicato la raccolta di racconti Fammi un indovinello (era comparsa nel catalogo dell’estinto editore Giano, grazie a cui anch’io l’avevo scoperta), finalmente propone ai lettori italiani Yonnondio, il romanzo-capolavoro di Olsen, anch’esso nella traduzione di Giovanna Scocchera. C’è una bella e importante nota di Cinzia Biagiotti intitolata, significativamente, “Il libro ritrovato”, ed è uno di quei casi in cui la lettura del saggio-postfazione è imprescindibile per la piena comprensione di ciò che si è letto (o, invertendo l’ordine, di ciò che si leggerà): inquadrare il contesto della grande Depressione e del maccartismo, intrecciarli con la singolare vita dell’autrice, è fondamentale per capire non solo quando, ma come, è stato scritto Yonnondio – testo frammentato, stratificato e, dunque, sfaccettato tanto nella forma quanto in profondità.

Ha una ventina d’anni, Tillie Learner, quando inizia a lavorare a questo romanzo. È nata nel Nebraska da genitori immigrati, ebrei russi di militanza socialista; si iscrive diciottenne alla Lega dei Giovani Comunisti, fa attività sindacale, viene arrestata per aver organizzato la rivolta dei lavoratori di un’industria di carne a Kansas City, in carcere viene picchiata da una detenuta per averne difeso un’altra – la pratica della rimozione delle ingiustizie sociali è il suo mestiere, prima di ogni altro lavoro (nella vita, di lavori ne farà tantissimi e svariati: operaia, cameriera, lavandaia, per mantenere sé stessa e la famiglia). Nel 1933 si trasferisce in California, con due creature: Karla, la bambina che ha messo al mondo dopo essere rimasta incinta da una relazione senza futuro, e che ha chiamato così in onore di Karl Marx, e il romanzo a cui ha appena cominciato a lavorare.

Qualche anno dopo sposa Jack Olsen, l’attivista con cui era stata arrestata, dopo aver fatto con lui altre tre figlie, e dopo che la gestione della prima, Karla, era stata problematica, perché per un periodo aveva scelto di mandarla dai genitori nell’illusione di avere indipendenza e tempo per scrivere, ma la sofferenza generata da quel distacco l’aveva poi indotta a ricongiungersi con la bambina. Allora si era allontanata da Los Angeles e trasferita a San Francisco. I circoli intellettuali di Los Angeles le erano sicuramente più estranei dell’aria di San Francisco, e nella nuova città, seppur tra molte fatiche, riesce a mettere radici. Il romanzo scivola in un cassetto, mentre la vita trascorre velocissima tra la famiglia e l’attività politica, sempre molto turbolenta: Tillie è una donna troppo libera per avere a che fare senza contrasti con la dirigenza del partito comunista, e nel frattempo viene tenuta d’occhio dall’FBI, che la considera pericolosa come intellettuale e come agitatrice. Tira su quattro figlie facendo tutto il giorno lavori che non valorizzano certo il suo talento, e intanto si batte per un mondo in cui sia vivere con pienezza la maternità sia avere un lavoro interessante e soddisfacente siano diritti garantiti per le donne. La società, ritiene, ne sarà beneficiata, così come la cultura, perché – sono parole sue – «una nuova e complessa ricchezza entrerà in letteratura».

Di questa ricchezza, di questa complessità è intessuta ogni parola di Yonnondio. Tillie Olsen riprende il lavoro sul romanzo trent’anni dopo averne scritto le prime pagine, dopo averlo ritrovato quasi per caso, e lo pubblica come fosse un reperto, un oggetto archeologico che viene da un’altra epoca: è il 1974, e il titolo con cui esce è infatti Yonnondio: from the Thirties [‘Yonnondio: dagli anni Trenta’]. Nel frattempo, Olsen ha potuto riprendere a scrivere: quando la sua ultima figlia è in età scolare, verso la metà degli anni Cinquanta, si iscrive a un corso di scrittura creativa all’università di San Francisco e, poco dopo, nonostante non abbia i titoli per essere ammessa, anche Stanford le apre le sue porte. Escono in quel periodo i suoi racconti, che Joan Carol Oates definisce fondamentali, commoventi – sempre Oates sostiene che Tillie Olsen è un’autrice alla quale bisogna guardare «con riverenza», perché il rispetto non è sufficiente.

Dunque, ecco Yonnondio: un libro in cui la storia dell’America e quella dell’autrice si tessono inscindibilmente, un romanzo in cui la quotidianità è quasi una formula magica nella polvere di giorni complessi e duri, e la povertà non ha nulla di epico o mitologizzabile. Il tempo che passa è un gioco su una scacchiera, tra le miniere del Wyoming e le fattorie del Nebraska, tra paesaggi sperduti e grandi città, la lotta contro le disuguaglianze si incarna nella voce di Anna, protagonista insieme alla figlia Mazie, che affronta fame e ingiustizie senza mai rinunciare a una dimensione sognante e perfino visionaria. «Non si può andare avanti così, a subire come un cane. Non si può, Anna» – si chiude così il quarto capitolo di questo libro in cui il riscatto non è un’epica ma una resistenza quotidiana per non soccombere al buio, alla stanchezza, al tanfo della miseria, quel tanfo che fa da promemoria, che ricorda: «Qui comando io». Almeno finché non arriverà qualcuno, o meglio qualcuna, a non arretrare e riscrivere la storia.

(La Stampa – TuttoLibri, 3 gennaio 2026)

Che cosa si scateni, quando chi scrive fa i conti con la madre, è una faccenda che resta certo non inspiegabile ma sempre un po’ sbalorditiva. È un fatto che quando uno scrittore, o una scrittrice, comincia a battere i polpastrelli sul materno, dalle pagine divampano incendi, la scrittura si assottiglia, la poesia comincia a soffiare forte tra le righe. Metteteci i nomi che credete, Gadda e La cognizione del dolore, Simone De Beauvoir e la sua Una morte dolcissima, i versi purissimi di Supplica a mia madre di Pasolini – per restare tra i morti. È come se le parole, al momento di confrontarsi con l’origine, cambiassero di natura, e andassero ad agganciare non solo un arcaico di specie – il tentativo e la necessità di sopravvivere alla morte – ma anche il più umano degli istinti. E dunque non soltanto il bisogno di protezione, ma anche il più viscerale desiderio, e il bisogno disperatissimo, di essere amati fino alla fine. Quando Pasolini, preso a bastonate sul litorale di Ostia, grida «Mamma!» nella notte, tutto questo confluisce nella voce. Come se la parola stessa, che sia scritta su un foglio oppure pronunciata, contenesse già dentro, incastonato, il pianto.

Dire che Edouard Louis – di cui ora esce per la Nave di Teseo Monique evade – ha dedicato un’opera intera alla madre non è corretto ma non va nemmeno troppo lontano dal vero. Quando esordì con Per farla finita con Eddy Bellegueule, nel 2014, aveva ventidue anni, e quel libro fu un piccolo tornado, tradotto e letto avidamente in tutto il mondo. Era la storia di un figlio che si strappava il nome – letteralmente – da dentro la tagliola: la propria storia familiare, la violenza vissuta in casa, era tale da offrirgli come uscita di sicurezza soltanto un gesto. Quello di rimettere all’anagrafe il cognome – Bellegueule – e scegliersene uno non solo per la vita ma da mettere come un sigillo di liberazione sulla copertina. Optare per Edouard Louis, cioè, come uno scandaloso atto di autodeterminazione. Il che però significava anche strappare, dilaniandolo, il cordone – pur fantasma – che lo univa alla madre.

Monique evade (traduzione di Annalisa Romani) è per Edouard Louis quell’opera unica, quella fiammata, che il nome della madre scatena nel figlio che ne scrive. Non lo dico per affermare che si tratta del suo libro migliore né d’altra parte è il solo in cui la madre compaia. Fa anzi il paio, e ne è la prosecuzione, di quel Lotte e metamorfosi di una donna, che Edouard Louis pubblicò meno di cinque anni fa, in cui raccontava, tra le altre cose, il tentativo di fuga della madre dal marito per salvarsi da una violenza che era insieme personale e di classe: dall’uomo sotto il cui dominio viveva, dalla classe operaia cui appartenevano. Al pari di quello, e di altri – penso a Chi ha ucciso mio padre – c’è una questione centrale per Louis, e cioè il tentativo di scavare dentro le ragioni di una sconfitta. C’è sì un dolore privato nella storia di una famiglia che va in pezzi e di una sottomissione inaccettabile al maschile. Ma è inscindibile dalla violenza di classe, dalla dittatura del denaro.

Non è un caso se al centro di questa storia di fuga – di evasione, come da una detenzione – ci sia proprio, più o meno esplicitato, il denaro. Monique fugge dall’uomo con cui è andata a vivere dopo la fuga dal marito. Si è trasferita a Parigi dalla provincia con l’illusione di una vita migliore, per poi ritrovarsi in una replica grottesca della vita precedente. Nella trappola di un uomo violento, in cui la mortificazione era l’unico strumento di un potere tanto totalitario quanto di cartapesta perché tenuto da un uomo da poco. Aiutare la madre a fuggire – da Atene, a distanza, con l’unico aiuto delle videochiamate e degli amici da delegare – è l’atto che innesca la combustione di questo libro così breve e incalzante. Domandarsi il come mai, pur potendo, sia poi così difficile la fuga per una donna, è una delle domande pulsanti, impellenti direi, di questo romanzo. Il denaro – la sottomissione economica – è una delle risposte: «Ci sono ovviamente altri fattori che rendono la fuga impossibile o impensabile, l’abitudine, la paura di una reazione violenta, ma proprio per questo: i soldi non potrebbero dare la sicurezza necessaria a superare quei fattori di paralisi e di rinuncia?». Ovvero: «Sarebbe possibile stabilire qualcosa come un prezzo per la libertà».

Se scrivere della madre è stato prima un istinto – di salvezza e letterario, senza che in fondo vi sia differenza tra i due –, in Monique evade la posta è ancora più alta. Perché è la stessa scrittura che sale sulla bilancia, che stabilisce il prezzo di un gesto. Furiosa con il figlio ai tempi della pubblicazione del primo romanzo, per aver rivelato al mondo la storia di una violenza destinata a restare silenziata tra le mura di casa, ora la madre gli chiede aiuto. Per farlo, sa che deve varcare lei stessa la soglia di casa per entrare – per quanto questo possa suonare paradossale – dentro un libro, dentro la letteratura. Per farsi aiutare dal vero di una versione differente eppure possibile di sé – in quanto donna e in quanto madre. Il figlio la aiuta a fuggire, e lei ce la fa. E se ce la fa è anche perché sa che questa sarà una storia per tante e per tanti, che attraverso la letteratura diventerà una faccenda politica. «Grazie a lei – scrive Edouard Louis – ho scoperto il piacere di scrivere al servizio di un altro, di un’altra. Il libro che state leggendo è, in un certo senso, il risultato di un ordine di mia madre».

(La Stampa -TuttoLibri, 3 gennaio 2026)

Ricordiamo che l’intelligenza artificiale è stata l’argomento della redazione aperta di Via Dogana 3 del 14 dicembre 2025, “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, di cui potete trovare le introduzioni e i primi contributi qui: Via Dogana 3 – Punto di vista.

La redazione del sito

Nelle note precedenti ho cercato di chiarire alcuni specifici equivoci su letteratura, scrittura e stile su cui secondo me si basano molte reazioni all’articolo del New Yorker “What If Readers Like A.I.-Generated Fiction”. Equivoci che in realtà sono già nell’articolo, e nell’esperimento di cui racconta e su cui ricama. A monte c’è una grande confusione su cosa sia e cosa faccia la letteratura e addirittura su cosa voglia dire scrivere; da qui discende l’assurdità concettuale e metodologica dell’esperimento, i cui esiti aggravano la confusione iniziale.

Andiamo al nocciolo. Un ricercatore fa “mangiare” a un LLM [Large Language Model*] diversi brani di opere di Han Kang. In traduzione inglese, mentre l’autrice pensa e scrive in coreano. Questo comporta già una perdita di connotazioni, da autore tradotto in varie lingue lo so fin troppo bene; eppure da questi brani – non opere: brani – tradotti l’IA dovrebbe desumere e acquisire lo “stile” di Han Kang, con tutti i malintesi su cosa sia lo stile, di cui ho già scritto. Dopodiché, il ricercatore descrive all’IA una scena del romanzo Il libro bianco, che non è tra i brani già sottoposti, e le chiede di buttarla giù nello stile dell’autrice.

In questa situazione, una madre veglia il proprio neonato, che ha dato alla luce solo due ore prima. Il bimbo sta morendo, lei lo implora di vivere, ma lui morirà. Se fosse vissuto, sarebbe stato il fratello maggiore della narratrice. Che dunque ci sta raccontando di sua madre. Siamo in un luogo intimo, il più intimo possibile, e pericoloso per chiunque scriva.

Nel romanzo (in inglese), la frase è: «For God’s sake don’t die, she muttered in a thin voice, over and over like a mantra.» [traduzione mia: ‘“Per l’amor di Dio, non morire”, mormorava con voce flebile, ripetendolo come un mantra’].

A tutta prima è una frase banale e contiene un cliché ormai logoro, “come un mantra”, ma – ecco uno degli equivoci che più fanno arrabbiare noi scrittori e scrittrici – non si può giudicare un’opera da una sola frase, va valutato l’effetto che essa ha in quel particolare punto del testo, arrivando dopo tutte le frasi precedenti e caricandosi di ulteriore senso grazie a quelle che seguono.

Ad ogni modo, ecco la frase alternativa generata dall’IA: «She held the baby to her breast and murmured, Live, please live. Go on living and become my son.» [‘Si teneva il bimbo al seno e mormorava: vivi, ti prego, vivi. Continua a vivere e diventa mio figlio’].

E il ricercatore, e dopo di lui i lettori di prova, e poi il New Yorker, e ulteriori lettori di prova, e infine i commentatori reagiscono così: urca! potente! commovente! Se un’IA può scrivere una frase così, per gli scrittori cominciano a essere seri problemi! Presto alle case editrici converrà far scrivere le IA e affinare giusto un poco, cosa che abbatterebbe i costi del dover compensare gli autori. A quel punto il ricercatore ripete l’esperimento con brani di altri autori, ne nasce un paper che esce in preprint, arriva il New Yorker e parte la sarabanda.

Ora, se la frase rivela qualcosa, rivela proprio l’incorporeità e inumanità dell’IA, di cui si dice impropriamente che “genera” – da questo dibattito andrebbero banditi tutti gli antropomorfismi e animismi perché stanno facendo danni spaventosi – ma in realtà non genera. Non avendo un grembo, non ha mai avuto in grembo una creatura vivente che deve nascere, non ha mai dato alla luce altra vita, non ha mai provato un dolore come quello di quella madre, può solo tirare a indovinare nel produrre un’imitazione.

Io credo che, in quelle circostanze, nessuna donna che ha scelto di essere madre direbbe: «Continua a vivere e diventa mio figlio», per la semplice ragione che è già suo figlio, lo è nel dato di fatto (è nato da lei), e lo è nell’amore che lei prova per lui da quand’era ancora in grembo. Non c’è madre che non pensi alla creatura che ha nel ventre come già suo figlio o figlia. Vivono in simbiosi, lei sente la creatura muoversi, scalciare, capisce se sta bene o soffre, sono tutt’uno, sono già madre e figlio.

Se un’imitazione così gelida, che andrebbe considerata un vero e proprio lapsus dell’IA, impressiona lettrici e lettori umani – anche del settore, anche scrittori! – perché come frase “funziona” “letterariamente”, ribadisco che il problema pre-esiste all’IA, e concerne quel che chiediamo alla letteratura.

Letteratura che non vuol dire una frase, non vuol dire nemmeno un testo, non si riduce all’esito rappresentato dal testo, ma è un processo, un divenire continuo, è un multiverso di opere – e un’opera non è solo un testo – e di mondi e di incontri che avvengono in quei mondi e tra quei mondi, ha una dimensione sociale, concerne i corpi.

Se temiamo che un’IA presuntamente brava a scrivere testi letterari sostituisca tutto questo, vuol dire che abbiamo una concezione miserrima dello scrivere e del leggere.

Le “esternalità” di questo modello di sviluppo dell’IA

Ma ribadisco: in cima alla lista dei problemi causati da questo modello di IA – altri modelli erano stati ipotizzati, e altri sarebbero realizzabili – ce ne sono di ben più concreti, gravi, su scala ben più vasta. Non è possibile tener fuori dal quadro l’ecocidio. L’imprinting ideologico del modello è il solito, quello che chi lotta contro le “grandi opere” ben conosce: X è tecnicamente fattibile? Allora va fatto. Tutte le conseguenze che, se prese in considerazione, metterebbero in questione tale assunto vengono rimosse, diventano “esternalità”.

Questo discorso irrita diversi operatori, pensatori e artisti che a livello “posturale” esibiscono pensiero critico, ma scattano in reazione a ogni analisi che reintroduca nel discorso le (false) esternalità.

Non si può criticare solamente l’uso dell’IA a valle, ad esempio il fatto che la grande maggioranza di chi la usa ogni giorno – per fortuna, pare, ancora una minoranza di chi sta in rete – lo faccia per produrre sbobba. Va criticato anche il modello a monte.

Servono a ben poco i brillanti vademecum su usi etici e/o presuntamente liberanti dell’IA se resta sottotematizzato il primevo dato di fatto: questo modello è letteralmente tossico dal principio. È espressione dei settori più schifosi di Big Tech, di un pugno di multinazionali rapaci spesso guidate da miliardari sociopatici e con seri problemi cognitivi (cfr. George Monbiot, Billionaire Brain); è compromesso alla radice con interessi militari e genocidi; è basato su lavoro sottopagato, alienato, invisibilizzato; è vorace di suolo, energivoro, assetato, inquinante e climalterante, arrogantemente lanciato nella direzione opposta a quella in cui dovremmo muoverci come civiltà.

Dai discorsi che danno l’IA per scontata restano sempre fuori i mastodontici centri dati.

I movimenti che lottano contro la loro costruzione sono molto più avanti nella consapevolezza di qualunque teorico che si interroga su come usare un chatbot.

(*) un tipo avanzato di intelligenza artificiale addestrato su enormi quantità di dati testuali per comprendere, generare e interagire nel linguaggio umano, svolgendo compiti come scrivere, tradurre, riassumere e rispondere a domande, con applicazioni in vari settori come assistenza clienti e analisi dati, e basato su architetture come il Transformer.

(Giap, 27 dicembre 2025)

«L’abolizionismo non chiede un vuoto, ma costruisce una trama di presenze e una cultura della responsabilità, senza confondere la giustizia con la reclusione né la protezione con la sorveglianza». Lo scrive Valeria Verdolini, ricercatrice, sociologa del diritto e attivista. Verdolini è anche presidente di Antigone Lombardia e autrice di saggi che intrecciano esperienza sul campo e riflessione teorica. Dopo L’istituzione reietta. Spazi e dinamiche del carcere in Italia (Carocci), frutto del lungo impegno con l’associazione Antigone, Verdolini torna con Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (pp. 240, ADDeditore 2025, € 17,10), un libro che non parla solo di carcere, anche se il tema resta rilevante: «Non si abbandonano i grandi amori» dice ridendo.

Il saggio è il risultato di anni di studio, letture, docenza e confronto diretto con le istituzioni e le comunità, una riflessione lucida e stimolante sulle pratiche della violenza, sulle istituzioni che le legittimano e sugli antidoti possibili, che si costruiscono insieme, come comunità. In questa intervista, Verdolini ci guida attraverso i concetti di abolizionismo, deistituzionalizzazione e realismo magico, esplorando i legami tra potere, istituzioni e la vita concreta delle persone, dentro e fuori dai luoghi di detenzione.

Partirei dalla fine: e cioè dalla bibliografia ricchissima e variegata che nutre e interroga le pagine di Abolire l’impossibile. Questo libro è frutto dei tuoi studi multidisciplinari e degli anni di docenza universitaria?

Sì, è così: una sintesi del mio lavoro accademico e del mio impegno da attivista. Ho tenuto per quasi dieci anni un corso universitario sulla disuguaglianza, e prima di occuparmi di carcere ho indagato i confini: su questo tema ho scritto articoli accademici e ho contribuito alla realizzazione di un documentario che seguiva sette migranti nel loro percorso attraverso il confine. Quanto al femminismo, è una compagnia di lunga data: fin dal liceo, grazie a professoresse che ci facevano leggere il pensiero della differenza, ho approfondito autrici come Carla Lonzi, Lia Cigarini e Adriana Cavarero; poi, all’università, mi sono confrontata con il femminismo giuridico.

In generale, tutto ciò che si trova nel libro nasce dall’intreccio di percorsi diversi: l’idea era anche trasformare un sapere accademico in un sapere politico, radicato nella realtà sociale.

Quando ho terminato il mio precedente saggio, L’istituzione reietta, avevo già constatato che il carcere non funziona e non realizza ciò che dichiara di fare. Questa constatazione ha posto una domanda: «Come possiamo affrontare questa situazione? Dove collocare il cambiamento?». Volevo ampliare lo sguardo e pormi interrogativi più ambiziosi. In questo percorso si sono intrecciati diversi stimoli: avevo scritto l’introduzione al libro Abolire le prigioni di Angela Davis e mi ero confrontata con le esperienze basagliane in Brasile. Si tratta di due percorsi paralleli, diversi ma con punti in comune: da un lato l’abolizione delle prigioni, dall’altro il percorso di deistituzionalizzazione. Gradualmente ho provato a mettere ordine, distinguendo tra abolizioni riuscite e quelle che definisco “possibili” o “impossibili”.

Il libro ha una struttura molto originale. In particolare, ci sono due parti dove si elencano manifestazioni delle strutture violente della nostra società. Le chiami “affioramenti” e “detriti”. Un affioramento è per esempio l’uccisione del diciottenne Federico Aldrovandi per mano di quattro agenti di polizia nel 2005. Un detrito è l’omicidio di Soumaila Sacko, bracciante nei campi di Gioia Tauro e sindacalista, colpito da un colpo di fucile mentre recupera lamiere per rinforzare le baracche del campo di San Ferdinando. L’omicida si giustifica dicendo di proteggere la proprietà privata; il processo non tratta la matrice razziale. Cosa connota gli affioramenti e cosa i detriti?

All’inizio avevo previsto solo gli “affioramenti”, immaginando due cicli dedicati a ciò che emerge in superficie: come la punta di un iceberg, ne vedi solo una parte, mentre tutto il resto rimane sommerso. L’idea era mostrare le forme manifeste della violenza, quei momenti in cui la violenza eccede la dimensione istituzionale, diventa visibile, scandalosa. Per questo avevo scelto casi che attraversano tempi e luoghi diversi, ma che riguardano sempre le tre grandi istituzioni del controllo: carcere, confine e polizia.

Poi, però, mi è sembrato che la seconda parte del libro avesse bisogno di un registro differente. Ricordo che stavo camminando sulla spiaggia quando ho pensato ai “detriti”: residui di strutture molto più antiche, ormai solidificate e cristallizzate. A differenza della radicalità esplosiva degli affioramenti, i detriti – pur contenendo spesso una violenza altrettanto forte – sono episodi che si sono sedimentati nel tempo e nello spazio, che vengono da lontano e mantengono una continuità con storie passate.

Per questo hanno caratteristiche diverse: sono i resti di strutture che, anche abolendo le istituzioni, continuerebbero comunque a esistere in qualche forma.

Il tuo libro mostra con molta chiarezza che abolire un’istituzione violenta non significa necessariamente riuscire ad eliminare la violenza su cui quell’istituzione era fondata. La schiavitù è stata formalmente abolita, eppure sappiamo che continua a esistere in molte parti del mondo; i manicomi sono stati chiusi, ma sopravvivono forme di internamento e mortificazione per ragioni di salute mentale.

Il punto che cerco di sviluppare è questo: abolire un’istituzione violenta, di per sé, non basta. Se non si interviene anche sulle strutture culturali e politiche che legittimano la separazione, il controllo e il contenimento, quella stessa logica troverà nuovi modi per manifestarsi.

Nella letteratura statunitense è spiegato molto chiaramente: l’abolizione della schiavitù non ha eliminato i meccanismi di segregazione, che si sono trasformati nel ghetto e nel ricorso sistematico all’incarcerazione. E quando anche le leggi Jim Crow e le norme sulla segregazione razziale sono state superate, altre forme di esclusione hanno continuato a operare. In altre parole, puoi abolire singoli dispositivi, ma se non affronti le ragioni culturali e politiche che producono il bisogno di separare qualcuno da una comunità, quella spinta riemergerà altrove – a volte in forme più sottili, altre volte in modo evidente.

Lo stesso discorso vale per i manicomi. La legge 180 prevedeva non solo l’abolizione dell’istituzione manicomiale, ma un ripensamento collettivo del modo in cui una comunità si fa carico della sofferenza, insieme a una riorganizzazione territoriale della cura e della sanità pubblica. Il fatto che questa trasformazione culturale e politica non sia stata pienamente realizzata – non certo per volontà dei suoi promotori – ha lasciato nella società una domanda “manicomiale” che non è scomparsa.

Così, anche se sono stati compiuti passi avanti, un residuo di quella logica sopravvive: prima negli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), rimasti nonostante la chiusura dei manicomi, poi – con la loro abolizione – nell’uso del carcere come luogo che finisce per raccogliere forme di sofferenza psichiatrica.

Le rivoluzioni di questa portata avvengono perché la società, in quel momento, è pronta a compiere un salto o possono invece esplodere prima che la maturazione sociale sia avvenuta, sollecitandola?

Diciamo che qui non è semplice capire cosa venga prima. Sicuramente deve esistere un contesto in cui certe trasformazioni siano almeno pensabili. E quel contesto, negli anni in cui nasce l’esperienza triestina, c’era: le mobilitazioni degli anni Sessanta e dei primi Settanta, l’eredità del ’68, i giovani studenti di medicina che decidono di raggiungere Basaglia a Trieste… Insomma, quella di Basaglia non era una voce isolata.

Allo stesso tempo, però, è vero anche il contrario: a volte bisogna rischiare e andare oltre ciò che sembra possibile, buttare il cuore oltre l’ostacolo e vedere cosa accade quando si apre una finestra. È un atto di coraggio.

Quando Basaglia e i suoi parlano di “utopia della realtà”, dicono esattamente questo: rendere possibile nel presente qualcosa che fino a un attimo prima sembrava soltanto immaginabile.

C’è una frase di Mariame Kaba, che torna più di una volta nel tuo libro: «la speranza è disciplina». Come si difende la disciplina della speranza dai continui attacchi che le vengono inferti?

Quando Mariame Kaba dice che «la speranza è disciplina», invita a perseverare anche quando tutto sembra remare contro. Significa continuare a credere nella possibilità del cambiamento anche quando appare impossibile, anche quando è faticoso, anche quando vincono forze politiche autoritarie o quando i movimenti sembrano indeboliti o anacronistici. La disciplina della speranza è, in fondo, la scelta di non demordere.

C’è poi un altro aspetto: la speranza non va intesa solo come entusiasmo ottimistico o slancio emotivo momentaneo. Deve diventare un metodo, una pratica politica fatta certo di passione, ma soprattutto di costanza. È il modo con cui si porta avanti un’idea trasformativa, il modo in cui si pensa e si costruisce la possibilità di un cambiamento. Per questo, nel libro, insisto sul fatto che l’abolizione non è un fine ma una pratica. In termini molto semplici, l’abolizionismo è un metodo perché implica credere che possa esistere un “dopo” diverso dal presente, un tempo possibile alternativo a quello che viviamo. Non si tratta di immaginare un’utopia come un futuro perfetto da realizzare, ma di aprire spazi del possibile nel qui e ora.

Pensi che nella lotta contro le strutture e le pratiche della violenza esista un ordine di priorità, oppure tutto è inevitabilmente interconnesso?

Credo che le cose possano procedere insieme, perché sono chiaramente intrecciate. Però, se dovessi indicare un punto da cui partire, direi il confine. E infatti, nel libro, mettendo al centro il Mediterraneo, dichiaro questa scelta. Il confine è uno degli spazi dove la violenza è più intensa e, allo stesso tempo, è strettamente legato sia alla polizia sia al carcere.

Da un lato, abbiamo un carcere sovraffollato di persone straniere, e spesso la loro presenza lì è effetto diretto della violenza del confine. Dall’altro, molte pratiche di discriminazione e profiling da parte della polizia derivano proprio dalla logica del confine. E non intendo solo il confine fisico, ma il confine come processo di “bordering”: il meccanismo che porta a vedere nell’altro qualcuno da separare, controllare, respingere.

Il confine, inoltre, conserva al suo interno una continuità con la dimensione coloniale: mantiene le stesse matrici e le stesse forme che hanno attraversato la storia delle relazioni tra Nord e Sud del mondo, le stesse che erano alla base dell’invenzione di istituzioni come la schiavitù. Quando il colonialismo formale finisce, ci troviamo davanti alla sfida di fare i conti con quella prossimità e con quelle gerarchie costruite nel tempo, forme di subordinazione differenziata. Chi si muove nel mondo immaginando di potersi spostare liberamente si scontra con l’impossibilità imposta dal confine, che diventa un modo per mantenere in vita quelle stesse strutture di oppressione, ingiustizia e disuguaglianza.

A un certo punto del libro inviti a interrogarsi su quanto i nostri desideri possano trasformarsi in gabbie per quelli degli altri. Allora mi chiedo: se consideriamo l’“Occidente” come la sede sociale del potere – economico, storico, prodotto di privilegi sedimentati – è davvero possibile che generi desideri che non si traducano, almeno in parte, in forme di subordinazione per qualcun altro?

Dipende da come li pensiamo: i desideri vanno ripensati. Ed è qui che entrano in gioco, da una parte, l’immaginazione e ciò che nel libro chiamo realismo magico, e dall’altra la necessità di dare forma a modalità di convivenza che non si fondino su meccanismi costanti di sopraffazione. Il primo passo, però, è esserne consapevoli.

Le strutture culturali dell’oppressione funzionano proprio così: rendono naturale ciò che è artificiale, fanno apparire come eterne – vedi le montagne o gli alberi – dinamiche che invece sono culturalmente e storicamente costruite. Per questo è fondamentale interrogarsi su come tutto questo ci riguarda. La migrazione, per esempio, è stata spesso percepita come qualcosa che non ci tocca, quando invece ci riguarda eccome, così come ci riguardano molti altri processi che tendiamo a considerare esterni e dunque estranei.

Una volta riconosciuto che ci riguardano, il passo successivo è chiedersi come vogliamo starci dentro. E poi ricordarsi che le persone non sono necessariamente mosse da logiche di sopraffazione o indifferenza: lo abbiamo visto, per esempio, nell’ondata di solidarietà verso ciò che accadeva a Gaza. Quella spinta nasceva da un senso di empatia e dalla domanda «Che cosa c’entra con me?», che dimostra come sia possibile attivarsi anche per realtà che ci toccano indirettamente.

«La speranza non va intesa solo come entusiasmo ottimistico o slancio emotivo momentaneo. Deve diventare un metodo, una pratica politica fatta certo di passione, ma soprattutto di costanza. È il modo con cui si porta avanti un’idea trasformativa, il modo in cui si pensa e si costruisce la possibilità di un cambiamento».

Nel libro Perché ero ragazzo (Sellerio), Alaa Faraj, migrante libico, racconta la sua incarcerazione ingiusta perché accusato di essere uno scafista. Dell’Italia, Faraj conosce solo il carcere, e dentro le mura riesce ad attivare quello che chiamiamo “percorso trattamentale”: studia, segue corsi, impara l’italiano, scrive un libro. La sua vicenda – eccezionale, ma non isolata nella geografia carceraria contemporanea – mi ha fatto pensare a quando scrivi che il carcere ha assorbito la sofferenza sociale, diventando una forma di welfare minimo per chi è stato espulso. Avevo trovato un ragionamento simile in Prison Lives Matter (Eleuthera), dove Francesca Cerbini osserva che molte persone che vivono condizioni di marginalità accedono per la prima volta a determinati diritti – istruzione, sanità, percorsi formativi – proprio quando entrano in carcere, cioè nel momento in cui vengono private della libertà. È come se quello fosse il prezzo da pagare per avere accesso a un minimo di welfare.

Io questo fenomeno tendo a guardarlo dall’altra parte: il confine agisce come un dispositivo di inclusione differenziale. Proprio perché funziona così, prevede un accesso minimo – o addirittura nullo – ai diritti a seconda della tua capacità di rispondere alle richieste del mercato del lavoro, principalmente.

Detto questo, non avrei alcun dubbio nel dire che una libertà imperfetta è sempre meglio del carcere. Fuori, un accesso ai diritti è possibile: ci sono scuole di italiano, centri di formazione, percorsi di accoglienza. Il problema è che spesso la vera marginalità fatica a essere intercettata. Nel caso specifico di Faraj parliamo di una persona con risorse personali e relazionali importanti, e anche con un buon livello di istruzione. Questo gli permette di individuare strategie adattive quando può e dove può. Quando invece parlo di “welfare minimo di sopravvivenza” mi riferisco alle persone che non riescono ad attivare nulla perché sono troppo vulnerabili. Ed è lì che si entra in una dimensione quasi necropolitica.

Cioè?

Cioè una situazione in cui lo Stato non si fa davvero carico di queste persone, e le forme di gestione passano attraverso il carcere, che – rispetto alla strada – rappresenta una forma “migliore” di sopravvivenza. Penso a una donna che ho intervistato qualche tempo fa: era uscita dal carcere perché doveva fare la chemioterapia per un tumore, e mi disse che per fortuna era riuscita a ottenere una casa popolare, altrimenti avrebbe dovuto vivere per strada. E non voleva morire per strada. Ecco, penso a questa traiettoria: persone per cui il carcere diventa la prima casa, o comunque un luogo più sicuro della strada.

C’è un passaggio in cui scrivi che Basaglia ha potuto abolire il manicomio non da una posizione di assenza di potere, ma grazie al potere che aveva. Era infatti stato nominato direttore del manicomio di Gorizia. È qualcosa di ovvio, ma non ci avevo mai riflettuto in modo così netto. Ti chiedo quindi se il cambiamento passa più dall’interno o dall’esterno delle istituzioni?

Io uso il termine “abolizionismo” anche per il manicomio, ma va detto che i basagliani non lo usavano. Loro parlavano di “deistituzionalizzazione”. L’idea era che tanto la struttura dell’ospedale quanto gli operatori dovessero continuare a esistere, ma che cambiasse radicalmente la relazione di cura. Per questo il primo lavoro, politico e culturale, era proprio con gli operatori. Lo spiegano bene in Crimini di pace: occorre ripensare il modo di lavorare.

Loro parlano di un doppio movimento: hanno aperto le porte del manicomio, quindi il “dentro” è uscito fuori, ma era necessario anche che il “fuori” entrasse dentro, cioè che ci fosse una relazione più univoca tra il contesto sociale, la città e l’istituzione.

In sintesi: le istituzioni producono separazione. Se vuoi deistituzionalizzare o abolire, oltre al cambiamento normativo devi aprire l’istituzione, far cadere il muro della separazione e portare fuori ciò che sta dentro. Ma serve anche il movimento inverso: portare dentro ciò che sta fuori – relazioni, legami sociali, dimensione politica. Deve esserci una compenetrazione molto più forte tra società e soggetti istituzionalizzati. E questo vale anche per il carcere. Possiamo immaginare di “portare fuori” il carcere: molte persone già oggi scontano la pena in misure alternative, sono circa 90.000. Quindi la pena non è solo detenzione. Ma per deistituzionalizzare davvero il carcere serve immaginare una permeabilità totale tra interno ed esterno, dove ciò che accade nella società libera possa entrare dentro. Ed è esattamente ciò che oggi fatica ad accadere.

Questo mi fa pensare a discussioni che ho avuto con persone di ambienti anarchici e abolizionisti, per le quali qualsiasi forma di dialogo con l’istituzione carceraria sarebbe inaccettabile – anche quella necessaria per introdurre progetti, laboratori o spazi di dignità – perché l’istituzione è di per sé violenta e va abolita. Obbiettavo che intanto l’istituzione esiste e le persone ci vivono dentro. Come stare in questo “frattempo”?

Per me l’abolizionismo può anche essere pensato “da dentro”. Premesso che non sono anarchica – lo scrivo chiaramente anche nel libro, alla fine: non arrivo all’abolizione dello Stato né la desidero – io credo nello svuotamento delle funzioni istituzionali e nell’immaginare altre istituzioni possibili. Questo è il punto di partenza.

Il secondo aspetto è che arrivo all’abolizionismo partendo da un riformismo pratico. Ho sempre fatto sportelli, attività concrete dall’interno. In molti casi mi è sembrato che l’istituzione non solo non collaborasse, ma che fosse nociva: non rieduca, non migliora le prospettive di vita, non riduce l’aggressività, anzi spesso fa il contrario.

Detto questo, penso che non ci sia una contraddizione tra lavorare quotidianamente per migliorare le condizioni di chi è dentro e immaginare l’abolizione dell’istituzione. Il mio punto non è legittimare l’istituzione in sé, ma occuparmi di come stanno le persone dentro: ogni strumento utile a questo scopo è più che benvenuto.

Rimane poi la questione politica: quelle istituzioni sono nate per applicare criteri di separazione sociale. Io sono contraria a quel meccanismo e credo che vada abolito, sostituendolo con altri strumenti di gestione della devianza e dei conflitti sociali. Se tutto questo va a scapito di una certa coerenza ideologica, va bene così.

Mi sembra una perfetta conclusione.

Il punto centrale è come stanno le persone e come possano stare in una prospettiva futura. Sul medio periodo ha senso fare tutto ciò che è possibile: anche tutelare un solo diritto in più rappresenta comunque un risultato importante. Allo stesso tempo, è fondamentale riflettere sul senso delle azioni, sul perché le compiamo e sull’orizzonte a cui guardiamo. E questo orizzonte è quello in cui possiamo liberarci dalla necessità del carcere e delle altre forme di istituzionalizzazione della violenza.

(Lucy – Sulla Cultura, 19 dicembre 2025)

da il manifesto

Rosa Luxemburg, nata nel 1871 nella Polonia russa in una colta famiglia ebrea, si forma in un tessuto culturale composito e si afferma precocemente come teorica marxista. Costretta all’esilio, svolge in Germania un’intensa attività politica, giornalistica e teorica all’interno della socialdemocrazia. A partire dal 1904 subisce numerose incarcerazioni, che si intensificano tra il 1915 e il 1918. Trascorre quaranta mesi in carcere come conseguenza della sua opposizione alla guerra, sostenuta invece dal suo stesso partito con il voto ai crediti bellici nell’agosto del 1914; anche dalla prigione continua tuttavia a intervenire nell’azione politica contro il conflitto, prima attorno alla rivista Die Internationale e poi nella Lega di Spartaco. Mantiene una posizione al contempo critica e autonoma che, pur nel sostegno alla Rivoluzione russa dell’ottobre 1917, la porta a dissentire da Lenin e dai bolscevichi su questioni decisive come la politica agraria e, soprattutto, la tendenza del partito a una direzione autoritaria.

Ritroviamo alcune delle lettere della sua prigionia in Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere (pp. 184, euro 20), un volume di grande bellezza edito da Casagrande, curato e tradotto da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi. Le lettere in questione, venti, si collocano nell’intervallo tra il 1914 e il 1918 e sono scritte dalle prigioni in cui Rosa Luxemburg era detenuta.

Il 16 febbraio 1917, dalla prigione di Wronki (nell’allora Prussia) scrive a Mathilde Wurm, Tilde, militante socialdemocratica tedesca: «Oh, questo sublime silenzio dell’infinito: mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nuvole e uccelli e lacrime umane. Ieri sera c’erano delle meravigliose nuvole rosa sopra il muro della mia fortezza. Stavo davanti all’inferriata e ho recitato per me sola la mia poesia preferita di Mörike».

Nelle pagine, la natura ritorna incessantemente come respiro necessario: seguendo il mutare del cielo oltre le sbarre, Luxemburg accoglie tra le mani le erbe del cortile e le affida alla pazienza di un erbario. Così, mentre la storia precipita, il ricamo delle erbe custodisce la vita, nei gambi carnosi degli anemoni – disegnati – e dei petali ostinati della pulsatilla comune, i cui colori sembrano rifiorire anche nell’ombra della pagina.

Le piante essiccate e classificate valgono come tracce di un gesto preciso, affine all’attenzione metodica per la salvazione di quei frammenti minimi di natura – cura che attraversa anche la scrittura epistolare della prigionia. In questo lento lavoro di raccolta, di nominazione e di scrittura spicca fra tutti la semplicità blu del fiore della borragine e delle sue foglie, raccolti entrambi il 24 luglio del 1915, in estate, nell’orto nel cortile dell’infermeria del carcere femminile di Berlino.

Accanto alla nomenclatura botanica, nei tratti nella grafia di Rosa Luxemburg, compaiono anche i luoghi di ritrovamento delle erbe e dei fiori. L’erbario diventa così un territorio di resistenza della memoria, custodita a fasi alterne, tra libertà e reclusione, e, al tempo stesso, un linguaggio silenzioso capace di mantenere – contro gli strattoni della storia – una fedeltà al vivente.

Nel volume di Casagrande sono riprodotti sedici fogli tratti dagli erbari, i cui originali sono conservati presso l’Archiwum Akt Nowych di Varsavia: un lavoro che poté prendere forma grazie alla presenza decisiva di alcune donne legate a Rosa Luxemburg da un rapporto di salda amicizia, tra cui la femminista Clara Zetkin (fin dal 1890) – e che proseguì così anche come esito relazionale, forma condivisa di attenzione e cura. Nell’aprile 1917 proprio a Clara, per ringraziarla del mazzo di fiori ricevuto, Rosa scrive: «Ho potuto sistemarmi qui un intero tavolino di fiori e mi sento una regina».

Come indicato nell’introduzione di Baratti e Candolfi, accanto ai pochi fiori e alle erbe spontanee – raccolti nei cortili delle carceri durante le brevi uscite sotto sorveglianza – furono soprattutto le persone a lei vicine a inviarle, per lettera, esemplari essiccati o mazzi di fiori freschi, affidati alla trasformazione lenta della pressatura e della catalogazione. Alle tavole botaniche si intreccia così una corrispondenza intensa, in cui «la cinciallegra in gabbia» dialoga con l’amore per la vita e le sue forme.

Dal carcere Luxemburg riuscì a far circolare numerosi articoli, tra cui il pamphlet La crisi della socialdemocrazia, una dura presa di posizione contro le scelte di Kautsky e della Spd sulla guerra, che verrà tuttavia pubblicato solo clandestinamente nel 1916 con lo pseudonimo di Junius. Nella corrispondenza si colgono i segni della teorica marxista, avvisata e disincantata: sia sui compagni di partito, sia sulle derive romantiche di un ritorno a una Natura idealizzata e necessariamente falsata. A tal proposito, in una lettera del 2 maggio 1917 a Sophie Liebknecht, scrive: «A lei posso ben dirlo tranquillamente: non andrà subito a sospettare un tradimento del socialismo. Lei sa che spero di morire ancora sulla breccia: in una battaglia di strada o in prigione. Ma il mio io più profondo appartiene più alle cinciallegre che ai “compagni”. E non perché io, come tanti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario, anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto. Pensi, ad esempio, che non riesco a togliermi dalla mente il seguente piccolo episodio. La scorsa primavera stavo tornando a casa da una passeggiata nei campi nella mia strada tranquilla e deserta, quando ho notato per terra una piccola macchia scura. Mi sono chinata e ho visto una tragedia silenziosa: un grosso scarabeo stercorario giaceva sul dorso, e cercava invano di difendersi con le zampe, mentre un’orda di minuscole formiche gli brulicava intorno e se lo mangiava ancora vivo!»

Come afferma il botanico Nicola Schoenenberger nel saggio in volume dal titolo Flora carceraria, l’erbario di Rosa Luxemburg mette in luce il valore conoscitivo della presenza delle specie in un luogo preciso: ogni pianta raccolta, datata e conservata, diventa traccia materiale di un luogo e di un momento, una prova silenziosa dell’incontro tra il corpo prigioniero e il mondo vivente. Proprio per questo, i campioni raccolti da Luxemburg nei cortili delle carceri permettono oggi di ricostruire con sorprendente precisione l’ecologia di quegli spazi – secondo una cartografia sensibile dei luoghi della reclusione, in cui la natura conserva memoria della vita che vi è passata, «nei cortili di prigione nei quali era costretta». Si compone dunque, in forme intime e luminose, l’unità profonda tra la combattente e l’umana, in tutte le declinazioni della nostra vulnerabilità. È proprio lì che la forza della teorica e della militante convive con la capacità di stupirsi per un fiore, per ogni erbaccia «che cresce tra le pietre», per una meravigliosa piuma azzurra di una ghiandaia di Südende – per le vibrazioni del vivente che ci circonda e che siamo.

da La Stampa

Che bel mondo sarebbe senza adulti: mi scopro a pensarlo con una frequenza che mi scandalizza e, insieme, mi elettrizza. La configurazione demografica ha fatto di noi una specie egemone, prevaricante come tutte le specie egemoni, e piuttosto monologante. Lo psicanalista Matteo Lancini ha detto a questo giornale che i genitori contemporanei ascoltano i figli più di qualsiasi altra generazione ma che il loro è un «ascolto selettivo: rabbia, tristezza e paura non fanno parte di questo patto. Ai nostri ragazzi abbiamo chiesto di proteggerci dalle emozioni che ci disturbano». Parliamo e straparliamo di ragazzi che, quindi, conosciamo a metà. Parliamo e straparliamo di come dovrebbero essere, e del loro bene, del loro meglio, e siamo certi di poterglielo insegnare, di poterli e doverli indirizzare, e ce ne crediamo capaci e all’altezza proprio perché li ascoltiamo di più. Dall’altra parte, genitori o no, siamo adulti dilaniati dalla consapevolezza della nostra inadeguatezza, che però non ci sposta dal prendere in considerazione la possibilità di sottrarci dall’universo di riferimento dei ragazzi, di dismettere i panni degli educatori e indossare quelli degli educati. Continuiamo a credere di dover dare il buon esempio, anche se dubitiamo di poterlo incarnare. Non mettiamo mai in discussione il fatto che possa essere sbagliata l’idea stessa di dare un esempio, di segnare il varco, il solco, il perimetro entro cui la generazione che ci segue debba e possa muoversi, specialmente quando quella generazione dà segnali di insofferenza verso di noi (come accade sotto i nostri occhi da diversi anni): un’insofferenza che non vogliamo vedere e meno che mai interrogare.

Nathania Zevi ha scritto su questo giornale che tra le ragioni per le quali si fanno sempre meno figli c’è anche l’esempio che, in questi anni, della maternità hanno dato le donne: un’impresa eroica, spossante, titanica, che toglie più di quanto restituisce. Ha parlato di un esempio che «abbiamo dato o che non siamo riuscite a dare». Non posso darle torto su un punto: la maternità è stata indagata, negli ultimi anni, nei suoi aspetti più complessi e dolorosi (prima, però, e cioè negli ultimi secoli, la maternità non veniva nemmeno indagata ma imposta come un compito: siamo appena all’inizio di un tentativo di riequilibrare le narrazioni). Lucy Jones in Matrescenza ha raccontato tutto quello di cui di magnifico e di orrendo, di biologico e psicologico, della maternità e del parto le donne sono all’oscuro, non solo perché non viene raccontato ma pure perché non viene studiato: non è esistita, finora, domanda. Perché non sono esistiti, finora, dubbi profondi come quelli che ora ci sono su cosa significhi e comporti diventare madre, su quanto sia naturale e su come, quanto, e per quanto cambi il corpo e la mente e la psiche delle donne. Non possiamo pensare di estromettere tutto questo credendo che sia inibente: per incredibile che possa sembrare, la cultura della maternità è ancora acerba, perché di recente è stato acquisito che essa non è un destino. Questa acquisizione rallenta (non ferma: rallenta) la demografia: complica e affolla il piano della scelta e lo fa collimare con quello della rinuncia. Vero. Affrontiamolo.

Un figlio è un peso e richiede rinunce: dobbiamo poterlo dire così come abbiamo detto sempre che un figlio è una rivoluzione e porta felicità. La regolazione della frequenza, dell’equilibrio, del tono con cui diciamo tutto questo non può essere improntata al desiderio di dare un esempio: non tocca a nessuno incentivare o disincentivare la maternità. A un Paese civile tocca mettere tutti in condizione di fare o non fare figli, nonostante le conseguenze che farne o non farne ha. La paura di diventare madri va ascoltata, compresa, rispettata: è un valore e, come tutte le paure, è un’allerta che, nella giusta dose, può salvarci la vita. Anziché credere che le donne non fanno figli perché hanno paura di fare le madri, perché non proviamo a immaginare che le donne che non fanno figli abbiano ragioni diverse dal terrore di perdere la propria autonomia, che siano individui nuovi, che rigettano la pienezza e sposano la vuotezza, che sono immuni agli esempi e disinteressate ai consigli perché vogliono scrivere una Storia nuova, inedita. Lasciamole fare, liberiamole dai nostri errori, dal nostro peso, dal nostro senso di colpa, dalle nostre letture. Fidiamoci di loro. Senza la nostra impronta è possibile che facciano meglio. Il Premio Strega Ragazzi è andato qualche settimana fa a un romanzo di una grande scrittrice americana, Jacqueline Woodson: si chiama Proteggimi e parla di un’insegnante che ogni venerdì lascia soli i suoi studenti Bes (bisogni educativi speciali), perché capisce che tra loro possono aiutarsi più di quanto farebbe lei.

In un documentario importante sulla maternità, Tua madre di Leonardo Malaguti, una suora dice a un certo punto che l’apocalisse arriverà quando sarà realizzata la parità tra uomini e donne, tra padri e madri. Ecco un’altra cosa buona cosa da fare, per far nascere un mondo nuovo: convocare i padri.

Vi proponiamo, attraverso il collegamento al sito dove è stato pubblicato in origine, un ampio e interessante articolo di Stefano Ciccone, intitolato “Per un’altra radicalità” su violenza politica e mascolinità (ma non solo), che entra in dialogo con un altro intervento di Claudio Vedovati che aveva aperto la discussione sul tema.

Oltre al link all’articolo di Ciccone, vi proponiamo anche quelli di Vedovati e Umberto Varischio già pubblicati sul nostro sito.

La Redazione

Stefano Ciccone
https://comune-info.net/per-unaltra-radicalita/   

Claudio Vedovati
https://www.libreriadelledonne.it/approfondimenti/costola_eva/bisogna-affrontare-seriamente-la-questione-della-violenza/

Umberto Varischio
https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/guardare-la-violenza-in-faccia/

da La Stampa

Non c’è mai lieto fine né conferma di cliché sessisti o eteronormativi. In lei il mondo non esiste come scenario, ma come campo di esperienza

LILIANA RAMPELLO, Un anno con Jane Austen, Editore NERI POZZA Pagine 432

Genere: SAGGISTICA Prezzo 26 €

L’unico ritratto in vita di Jane Austen, nata il 16 dicembre di duecentocinquant’anni fa, è quello eseguito a matita e acquarello intorno al 1810 dall’amata sorella Cassandra. Di solito, si nota la cuffia – la indossava sempre, ha raccontato il nipote – o gli occhi grandi e la bocca sottile. Ma colpiscono anche i riccioli lisciati sulla fronte, in puro stile Regency. Eppure, non sono i singoli dettagli, ma il modo complessivo di occupare lo spazio a creare lo stile “Jane Austen”. Questa piccola figura non particolarmente bella, e silenziosa, che nel medesimo tempo appare distratta e concentrata, sembra avere in testa molte cose, oltre alla cuffia, e ci ispira autorevolezza; pur essendo, anzi proprio perché è e vuol farsi riconoscere come, una donna. Come ha fatto?

Gli occhi sono attenti, ma, anziché cercare il nostro sguardo, sfuggono, cercando un punto fuori campo: vanno oltre. Magari, durante la posa, la scrittrice è rimasta seduta accanto al piccolo tavolo dodecagonale, nell’angolo del salotto dove scriveva, mentre le altre persone di famiglia attraversavano la stanza. In quarantun anni e mezzo di vita (1775-1816) Austen infatti non ha mai avuto un ambiente soltanto suo. Ma, in senso simbolico, lo spazio della narratrice e quello delle sue eroine compongono universi interi. Sono «i mondi di Jane Austen» (come li ha definiti Diego Saglia), territori creativi spaziosi dove, assieme alla finzione, regna l’autoironia di una voce proveniente «by a Lady» (come si leggeva sul frontespizio dei romanzi pubblicati durante la sua vita: tutti anonimi, ma esplicitamente attribuiti a una “Signora”).

Guardando ancora quel ritratto, sono interessanti le braccia in posizione conserta, come a delimitare il corpo, invece di assumere la postura innaturale di tante donne stordite raffigurate nei quadri sette-ottocenteschi. La ragazza con la cuffia, invece, sta ferma, con l’intelligente tranquillità di chi sa di aver mostrato e fatto sentire, con la sua prosa, tre cose che non erano mai esistite prima, e che sono fondamentali per capire la grandezza dei romanzi di Jane Austen.

Le prime due segnano una linea di non ritorno nella storia del romanzo moderno e sono state indicate, tracciando anche una genealogia di riferimento, da Virginia Woolf. Vale a dire: i libri di Austen inventano la voce di una donna, ci fanno sentire come pensa e come parla una donna, sia da scrittrice sia da protagonista di una storia.

In più, la scrittura di Austen fa esistere non solo quelli che Woolf chiama i momenti d’essere, ma anche i momenti di non essere: «gran parte di ogni giornata non la si vive consciamente. Si cammina, si mangia, si vedono cose, si provvede alle nostre incombenze; l’aspirapolvere rotto; il pranzo da ordinare; la nota della spesa per Mabel; il bucato; i pasti da cucinare; i libri da rilegare. Mi venne un po’ di febbre l’altra settimana: quasi tutta la giornata fu non-essere. Una vera scrittrice riesce a rendere entrambi gli stati. Jane Austen secondo me ci riesce», scrive Woolf in Uno schizzo del passato (1939), nella traduzione di Adriana Bottini.

Il terzo punto fondamentale per capire il potere intramontabile di Ragione e sentimento, Orgoglio e Pregiudizio, Mansfield Park, Emma (usciti tra il 1811 e il 1815), Persuasione e Northanger Abbey (entrambi pubblicati nel 1818), è stato illuminato da Liliana Rampello con Sei romanzi perfetti (2014), il lavoro di curatela dei due volumi dei Meridiani Austen (2022-25), e con il suo recente libro pubblicato da Neri Pozza Un anno con Jane Austen, dove si ripercorre il paese di AustenLand come sfogliando un calendario (con un brano per ogni giorno dell’anno), organizzato però secondo un sistema di simmetrie, rimandi e confronti che pare un gioco eppure è assolutamente serio.

Elinor e Marianne Dashwood, Elizabeth Bennet, Fanny Price, Emma Woodhouse, Catherine Morland, Anne Elliot: al centro delle storie e delle avventure di ciascuna di loro – Rampello lo mostra benissimo – Austen mette, come nodo centrale, la felicità individuale. Questa però è intesa non come autorappresentazione romantica, ma come apprendistato personale e sociale alla capacità di guardare e riconoscere i propri bisogni, distinguendoli dalle velleità e scegliendo bene, di conseguenza, o talvolta anche reinventandosi, i punti di partenza e di arrivo della felicità. Qui sta il terzo punto sostanziale dei sei capolavori.

La promessa di felicità progressivamente esaudita del racconto arriva, dunque, con il riconoscimento della differenza tra “orgoglio” e “vanità”, dentro un sistema pieno di ostacoli, divieti culturali e pregiudizi, che molto spesso continueranno a pesare, visto che ci troviamo in un mondo in cui se sei una donna non sfuggi al destino di essere considerata o come una ragazza da marito o come una povera zitella (a meno che tu non sia ricca). Ma sono limiti materiali e sociali che non vanno travestiti, romanzati o accettati come regole naturali. Lo spazio simbolico percorso dalle eroine di Austen, spesso anche ballando, è quello che intercorre tra necessità e libertà: proprio in questo incontro abita la verità del romanzo. Il matrimonio finale varrà da sigillo sociale di questa traiettoria di esperienza, non è l’orizzonte esclusivo della realizzazione di sé. Per questo, che sia un bene o un male, non andremo mai a un ballo – a meno di non partecipare a una rievocazione austeniana – ma da lettrici (o da lettori), continuiamo a sentire l’urgenza di felicità delle sue eroine come una tensione romanzesca e vitale che ci riguarda e ci interessa ancora così tanto.

Ci vorrà un romanzo intero per elaborare e trasformare l’arroganza con cui Darcy, al primo incontro, ha definito Elizabeth «passabile», perché Austen non rende mai attraente e desiderabile la sottomissione delle ragazze a stereotipi sessisti. La forma di romanzo dentro le quali abitano, pensano e parlano le sue protagoniste è quella della novel realista, dove trama, relazioni, ambientazione, e soprattutto punto di vista interno e esterno alle storie sono tutti livelli testuali che fanno esistere il mondo non come scenario e performance, ma come campo di esperienza; anche come occasioni di sogni, se si è giovani, o della felicità di camminare e ruzzolare da un prato, se si è ragazze; ma lo spazio narrato resta costellato da limiti prosaici, per l’appunto, resistenze e confini di classe, di ragazze che non potranno mangiare bene, chiamare un dottore, sposarsi o indossare un abito nuovo se non hanno rendite sufficienti – visto che i patrimoni vanno sempre ai maschi. Anche per questo i dialoghi dei romanzi di Austen sono così originali e importanti: perché i discorsi in società sono, in termini narrativi e drammatici, il riflettore perfetto sia della vita (e dei momenti di non essere di cui parlava Woolf), sia di come le relazioni umane siano luoghi straordinariamente comuni, cioè quotidianamente “parlati” da forme di disciplina e di repressione del desiderio e dei corpi. Se poi si tratta di corpi femminili anche di più, tant’è vero che sarebbe tempo di riconoscere a Austen il merito di aver reinventato il novel non tanto in termini generici, quanto proprio nel senso di novel d’autrice.

Come mostra la fortuna di Austen a partire dal cinema degli anni Novanta ispirato alla sua opera, il fascino pop testimoniato dalle tante forme di reinvenzione di Austen va compreso e accolto come conferma di un modello diventato immortale non solo come stile di scrittura e narrazione, ma anche come intrattenimento e perfino di consolazione. Eppure una precisazione è dovuta.

Leggendo, e spesso ridendo (perché un altro scandalo di Austen è stato quello di essere una scrittrice ironica, come svela così bene anche la ripresa creativa di Bridget Jones), non siamo mai nei territori del romance, inteso, anche nel senso più largo, come storia d’amore a lieto fine, dove incontriamo giovani donne e uomini di successo dai nomi stranieri, che agiscono in luoghi comunemente straordinari, dove tutto è immediatamente possibile e se ci si innamora o si fa sesso si confermano i clichés sessisti e eteronormativi più sfruttati. C’è posto per tutti, ma invocare Austen come modello di riferimento di questo tipo di scritture è un atto di appropriazione o attribuzione culturale e commerciale essenzialmente falso, qualche volta anche violento, e, proprio ispirandoci a Austen, dobbiamo avere il coraggio sorridente di dichiararlo, anche per non fare il gioco di chi continua a recintare Austen sugli scaffali patriarcali della letteratura “femminile”. Spazi scomodissimi, spesso anche imbarazzanti, se consideriamo che Austen è stata amata e imitata dai più grandi scrittori oltre che dalle autrici. L’importante teorico Edward Said l’ha attaccata, usando Mansfield Park come esempio di letteratura tipicamente orientata da uno sguardo coloniale; ma essere uno straordinario intellettuale non lo ha forse preservato dal pregiudizio contenutista, visto che la verità dei testi non va cercata nelle singole frasi, ma nell’esperienza formale complessiva che facciamo di un dialogo, una situazione, un mondo.

I romanzi di Austen – che leggiamo grazie al lavoro di traduttrici straordinarie (Susanna Basso, e recentemente Stella Sacchini e Elisa Bizzotto) – sono pieni di ragazze piene di risorse che talvolta possono anche rovesciarsi in pericolosi difetti: la ragionevolezza di Elinor, in Ragione e sentimento, per esempio, o la superbia di Emma, che crede a tutto quello che pensa, o la fantasia meravigliosa di Catherine, in Northanger Abbey, il romanzo scritto per primo ma pubblicato per ultimo, che si può anche intendere come il libro più bello dedicato alle lettrici, visto che la protagonista è per l’appunto una ragazza che ha letto tanti romanzi e grazie a questa esperienza incontra nuove amiche, e un amore. L’opera di Austen ha due secoli e mezzo, ma è così contemporanea perché parla anche di come la storia del romanzo moderno sia, alla prova dei fatti, una storia di generazioni e generazioni di donne che hanno letto i romanzi. Tre persone su quattro che si presentano alla cassa di una libreria, in Italia, in questo momento, sono donne. Forse anche di più quando acquistano Austen. La Lady immortale con la cuffia guarda e sorride, perché sa chi è, come aveva scritto spiritosamente in una lettera del 1815: «The most uninformed Female who ever dared to be an Authoress»: la donna più ignorante che abbia mai osato essere un’Autrice.

da Avvenire

Un messaggio audio ha confermato quello che si temeva: Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace divenuta uno dei simboli più conosciuti della resistenza del popolo iraniano alla tirannia, è stata picchiata prima di essere portata via a forza. Dopo un anno trascorso ai domiciliari, godendo anche di una piccola porzione di libertà, ieri l’attivista per i diritti umani è stata arrestata insieme ad altri mentre partecipava alla commemorazione dell’avvocato Khosrow Alikordi, morto a quarantacinque anni una settimana prima per un presunto malore nel suo ufficio a Mashhad, una cittadina nota come luogo di pellegrinaggio all’estremo nord-est del Paese. È stato proprio il fratello del professionista, Javad, a testimoniare in un audio che le forze di sicurezza, accorse per disperdere la manifestazione, hanno picchiato Mohammadi e altri attivisti prima di trascinarli via. Esistono fermo-immagini di alcuni video che mostrano la premio Nobel in piedi su un palco, con una giacca bianca e una gonna nera, circondata da decine di persone, mentre parla con un microfono nella mano sinistra. Della sua sorte e di quella degli altri arrestati (si conoscono i nomi di Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi, Alieh Motalebzadeh) non si hanno dettagli: secondo il network online Iran International, sono stati trasferiti in un centro di detenzione collegato al servizio di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie iraniane a Mashhad. Si sa anche che la folla ha intonato slogan a sostegno del principe Reza Pahlavi. L’avvocato di cui si commemorava la morte era lui stesso un ex prigioniero e difendeva diversi attivisti antiregime finiti in carcere. La morte di Alikordi ha suscitato un’ondata di sdegno e una contestazione alla versione ufficiale dell’arresto cardiaco avvenuto mentre lavorava nel suo studio. Di qui la manifestazione di ieri, alla quale la premio Nobel si è recata dopo un viaggio in auto da Teheran di diverse ore.

Narges Mohammadi, nata cinquantatré anni fa a Zanjan, nell’Iran nordoccidentale, dai primi giorni di dicembre 2024 si trovava agli arresti domiciliari per gravi problemi di salute, sorti in seguito alle torture e ai ripetuti scioperi della fame attuati nei lunghi anni di detenzione. Ingegnera fisica e giornalista, la sua battaglia per i diritti umani e delle donne in particolare è cominciata sin dall’università. Nel 1999 ha sposato il giornalista dissidente Taghi Rahmani, rifugiato in Francia dal 2012 con i due figli gemelli dopo aver scontato 14 anni di prigione. Sono stati proprio loro, Ali e Kiana, oggi dicianovenni, che Mohammadi non vede da quando erano bambini, a ritirare per suo conto il premio Nobel per la pace, assegnatole nel 2023 per la sua strenua e coraggiosa lotta per la libertà e la democrazia.

L’arresto di ieri è solo l’ultimo attacco contro di lei, una lunga odissea cominciata nel 1998, da quando ciclicamente le autorità iraniane hanno cercato di mettere a tacere la sua voce contro la pena di morte e per il diritto delle donne a non indossare il velo islamico imposto dagli ayatollah. Nel 2008, le autorità iraniane hanno chiuso con la forza il Centro per i Difensori dei Diritti Umani da lei diretto con l’altro Nobel per la pace, l’avvocata Shirin Ebadi, che vive in esilio a Londra. L’anno dopo il suo passaporto viene confiscato; nel 2011 è arrestata per il suo impegno a favore degli attivisti per i diritti umani detenuti e delle loro famiglie. Mohammadi finisce in carcere anche nel 2015, con un’altra condanna e ulteriori anni di detenzione. Nel maggio 2016 è condannata a 16 anni di carcere; rilasciata nell’ottobre 2020, torna in galera ancora una volta, pochi mesi dopo aver scritto White Torture, un atto d’accusa contro il sistema carcerario che pratica un sistema di “tortura bianca” per annientare la resistenza delle detenute: privazioni del sonno, ricatti emotivi, minacce di morte nei confronti dei figli. Il libro è stato tradotto in Italia nel 2024 da Mondadori con il titolo “Più ci rinchiudono, più diventiamo forti”.

La determinazione di questa donna è incrollabile: Mohammadi persegue la sua lotta senza sosta, sostenendo la rivolta “Donna, Vita, Libertà”. Il 12 gennaio 2022, durante un processo farsa durato cinque minuti, è condannata a otto anni e due mesi di carcere e 74 frustate. Tornata nel famigerato carcere di Evin, a Teheran, negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si sono deteriorate per vari scioperi della fame, per la mancata assistenza medica e per le torture inflitte. Ricoverata d’urgenza per un infarto, la sua famiglia e i suoi sostenitori hanno temuto il peggio per la sua vita. Nel dicembre 2024 è tornata in libertà per ragioni mediche. Fino a ieri. Le autorità iraniane hanno ammesso di aver arrestato 39 persone, tra cui la premio Nobel, perché dopo la cerimonia di commemorazione dell’avvocato Alikordi si era formato un assembramento fuori dalla moschea e Mohammadi, con il fratello del defunto e altri attivisti avrebbero incitato la folla a cantare slogan tra cui “Morte al dittatore” e a fare «commenti provocatori tali da turbare l’ordine pubblico». I poliziotti, secondo questa versione, sono intervenuti per gestire la situazione. Due di loro sarebbero rimasti feriti. Una versione contraddetta da diversi partecipanti. Secondo lo stesso fratello di Narges, Hamidreza Mohammadi, la donna è stata «picchiata sulle gambe e afferrata per i capelli» durante l’arresto. Di lei e degli altri fermati non ci sono più notizie.

da RivistaStudio

È un libro per certi versi timido, L’uso della foto. Il soggetto di cui si parla sembra sempre altrove, come se volesse negarsi all’obiettivo che cerca di catturarlo, alla penna che si avvicina a descriverlo ma poi non affonda, devia, prende altre strade.

Pubblicato lo scorso mese da L’Orma Editore con traduzione di Lorenzo Flabbi, L’uso della foto è in realtà un libro di vent’anni fa che l’autrice premio Nobel Annie Ernaux ha scritto insieme al giornalista Marc Marie, suo amante per alcuni mesi. È composto da quattordici fotografie scattate fra il marzo del 2003 e il gennaio del 2004, immagini che testimoniano quel che resta dell’amore quando l’amore è stato consumato, la fragile tenerezza degli abiti abbandonati sul pavimento e delle stanze disordinate, buttate all’aria, che nessuno si preoccupa di tenere in ordine quando c’è una passione che divampa e reclama spazio. «Mi capitava spesso», scrive Ernaux in apertura, «sin dall’inizio della nostra relazione, di restare affascinata nel ritrovare al mattino la tavola non sparecchiata della sera prima, le sedie spostate, i vestiti aggrovigliati, buttati a terra alla rinfusa nel fare l’amore. Il paesaggio era ogni volta diverso. Doverlo distruggere, quando ognuno raccoglieva le proprie cose, mi stringeva il cuore. Avevo l’impressione di cancellare l’unica traccia oggettiva del nostro piacere».

Un racconto cristallizzato

Nella poetica di Ernaux la scrittura è un tentativo di illuminare il passato e offrirgli un senso nuovo. Tutti i suoi lavori sono autobiografici, molti si concentrano sugli anni della giovinezza e sono stati scritti a decenni di distanza dai fatti narrati, ma qui manca un elemento cardine: non c’è il filtro della memoria. L’uso della foto è stato scritto in presa diretta, spinto più dall’urgenza di cristallizzare il presente che dal desiderio di osservare con sguardo inedito, ermeneutico, i fatti già trascorsi.

Ciascuna delle quattordici immagini – una selezione operata su una quarantina di fotografie – è corredata da una descrizione di Ernaux e una di Marie, che raccontano cos’è accaduto subito prima e subito dopo, il contesto in cui è stata scattata, le stanze d’albergo, i ristoranti dove avevano appena cenato o la scomodità di certi stivaletti difficili da slacciare, che arrivano a ricordare le loro infanzie, le famiglie d’origine, i grandi magazzini dove era stato acquistato, coi saldi, un reggiseno di pizzo colorato.

L’uso della foto è anche, di fatto, un gioco tra amanti: Ernaux e Marie scrivevano da soli, senza far leggere nulla all’altro e domandandosi spesso «Cosa starà scrivendo di me?». Colgono elementi differenti della medesima scena, e nel tentativo di comporre un’opera unitaria non fanno che esplicitare la distanza irriducibile che sempre resiste fra due esseri umani, anche quando a unirli c’è una passione sbocciata da poco.

Libri politici e discreti

Ernaux ha esplorato spesso il sentimento amoroso. In Passione semplice, Un ragazzo, Perdersi, che a differenza di L’uso della foto non sono affatto libri timidi, Ernaux ausculta i palpiti del proprio cuore, ogni minima angoscia o effimero entusiasmo, e squaderna sotto gli occhi dei lettori la propria radiografia emotiva. Qui, invece, di sentimenti non si parla quasi mai – solo alcuni accenni alla ex compagna di lui, qualche vaga gelosia, niente di più. Questo è un libro che parla di corpi – e noi possiamo solo immaginarli, avviluppati e felici nella cornice esclusa dall’inquadratura, mentre fanno l’amore, perché di fatto non si mostrano mai. Neanche una mano, neppure la rotondità di un fianco. Al loro posto, solo gli indumenti che portano ancora le impronte di chi li abitava poco prima. I vestitini leggeri di lei, o i pantaloni di tessuto grezzo di lui, sono i testimoni più fedeli del momento in cui i corpi, vivi e appassionati, sono esplosi di desiderio: è successo davvero, sembrano dirci le fotografie, questo è quello che resta.

Quei reggiseni svuotati che compaiono spesso in primo piano, all’apice della montagnetta di abiti, rimandano però al vero, nascosto, protagonista del libro: il cancro. Mentre Ernaux scrive, fotografa e si gode la sua storia d’amore con Marie, è infatti in cura per un tumore al seno. Quando i due escono a cena per la prima volta lei glielo dice subito, come se volesse testare la tenuta del suo desiderio, che dovrà essere più forte di tutto, anche del timore della morte. «Ho un cancro», gli dice, e, subito dopo, «Vorrei andare a Venezia con te».

Non c’è retorica nel modo in cui Ernaux e Marie parlano della malattia: «Ti sei fatta venire il cancro solo per poterne scrivere», le dice lui. Il corpo malato non viene taciuto, né edulcorato, si racconta per quello che è: interamente glabro, dall’incarnato cereo, il capo protetto da una parrucca, attraversato da un sistema di tubi e sacche per la chemio, marchiato da un catetere sotto la clavicola, il capezzolo bruciato dalla radioterapia.

Credo che l’aspetto più potente della scrittura di Ernaux sia il fatto di essere profondamente politica senza mai dichiararlo, senza redigere manifesti. È così nella Donna gelata, che di fatto è un’introduzione al femminismo, in Memorie di ragazza, dove si tematizza il consenso, nell’Evento, dove il diritto all’aborto diventa battaglia sociale e di genere, in Una donna e Il posto, che dietro ai racconti sui genitori nascondono una profonda riflessione sull’identità di classe. Nell’Uso della foto è il corpo malato a prendersi lo spazio, un corpo femminile che, segnato dalla malattia ma anche dall’età – quando scrive, Ernaux ha sessantatré anni –, reclama il proprio desiderio, il proprio piacere, con la medesima sicura pacatezza con cui rivendicherebbe l’ossigeno per respirare, o il cibo di cui nutrirsi. Non fa mai chiasso, la scrittura di Ernaux, ma è raro che indietreggi. «In Francia», scrive, «l’11 per cento delle donne ha avuto o ha un cancro al seno. Più di tre milioni di donne. Tre milioni di seni suturati, scannerizzati, marcati da disegni rossi e blu, irradiati, ricostruiti, nascosti sotto camicette e t-shirt, invisibili. Bisognerà pure osare mostrarli un giorno, in effetti. [Scrivere del mio, fa parte di questo svelamento]».

La fotografia come testimonianza

Per André Bazin la fotografia nasce dall’esigenza di sottrarre la vita alla morte conservandone una testimonianza, una traccia luminosa su pellicola che resista allo scorrere del tempo: questa cosa è successa, dicono le fotografie, questa persona è esistita su questa terra. Roland Barthes, dopo di lui, ha invece esplicitato il paradosso intrinseco al medium fotografico. Se da un lato certifica l’esistenza dell’oggetto immortalato, dall’altro rappresenta la prova irrefutabile che quel momento è andato, perduto per sempre, in fin dei conti anch’esso defunto: «Ciò che la fotografia riproduce all’infinito è un evento che non si ripeterà mai più». Ogni scatto è perciò anche un memento mori: attesta la presenza di un pezzo di realtà che porta dentro di sé le condizioni della sua stessa mortalità, che presto o tardi si farà assenza e figura fantasmatica. «È come una perdita che stia guadagnando velocità», scrive Ernaux, «Invece di frenarla, la moltiplicazione delle immagini dà la sensazione di scavarne ancora di più il vuoto».

Nell’Uso della foto l’autrice, con la complicità del suo amante, intreccia un dialogo con la morte – che non si può scrivere, né fotografare – a partire dalla posizione liminare del suo corpo malato e desiderante, che si nega all’obiettivo ed è combattuto tra due istanze: da un lato il pensiero stesso della morte, dall’altro il richiamo inesorabile del piacere. Fra i due, lo spazio della vita che ancora rimane, e che si fa arte: «Se, in una forma o in un’altra, l’ombra del nulla non aleggia sulla scrittura, allora non c’è niente che possa valere davvero all’uso dei viventi».

da DoppiozeroHo delle polaroid incastrate nella cornice del grande specchio che occupa la parete della sala: una piastrella di Lisbona, un lampione di Venezia, dettagli di corpi femminili di marmo. Le hai scattate tu: è il tuo sguardo. C’è poi un altro scatto, questo è nella mia testa: verso Punta della Dogana, sono dietro di te, sei di spalle e le canette ti girano attorno. Sei avanti, e un po’ in là, a capire prima. L’ultima volta che ci siamo viste hai detto che ci aspetti davanti al mare, con i sassi di Nervi: ci hai descritto la sottile linea bianca che li attraversa. Avrai con te Lisetta, Goliarda, Agota, Grace, Anne e tutte le altre.

Anna Toscano era poeta, docente, scrittrice, fotografa e critica. Abbiamo le sue raccolte di versi (Cartografie, Samuele Editore è l’ultima raccolta pubblicata); i suoi saggi (Il calendario non mi segue. Goliarda SapienzaCon amore e con amicizia. Lisetta Carmi, Electa edizioni); gli articoli su queste pagine (Anna Toscano) e molte altre riviste – Artribune, Domani, Nazione Indiana, Il Sole 24 Ore, Rivista Studio. Scriveva con le parole e con gli abiti che sceglieva, con i giocattoli rotti da salvare, con le piante e le teiere, con le scatole di biscotti e la polvere nelle tasche. Trascorreva il tempo «disponendo parole, spostando oggetti, leggendo virgole e accudendo cane, che è tutta un poco la stessa cosa».

Come la si ricorda? Come si restituisce quanto ha attraversato e raccontato? Siamo tra noi, qui, dove, con te, ci troveremo sempre: nelle voci femminili che ci hai fatto incontrare e hai intrecciato; voci di carta e di carne, di manichine e di cose. Voci che si son fatte, tra le tue mani, versi corpo e carne.

[Anna Stefi]

«E se mi risveglio sulla Striscia di Gaza?». È la prima cosa che mi hai detto quando siamo venute a salutarti per l’ultima volta, e mi ha fatto pensare di essere arrivate comunque in ritardo, che la tua testa bellissima fosse già andata allo strazio di chi muore lontana quattromila chilometri, lasciando il tuo corpo qui a fare i doveri di casa con un’ospite privilegiata che non ne voleva proprio sapere di salutarti per sempre. Ma sbagliavo: eri tu, tutta tu, che tieni insieme i vivi che lasci a Venezia e i morti di Gaza; le nostre cane sgangherate e le vetrine delle pasticcerie; le mostre da vedere e i cimiteri su cui lasciare piccole cose perché in fondo che cos’è una tomba se non un museo e viceversa?; tua madre che si impone per dire la sua anche da morta e mia figlia di lato che ti torna nei sogni; le reiette come fossero protagoniste di un romanzo da scrivere e le scrittrici come se fossero da struccare, mettere davanti a una fetta di torta e parlarsi; la vita con tutta la morte che può contenere. Hai sempre parlato con la morte, tu: la portavi alle feste, ai festival, l’hai infilata nei regali che ci spedivi, nelle poesie che scrivevi e in quelle delle care altre che ci leggevi. Ci hai dialogato così bene con la morte da aver convinto un allora novenne molto attento che assisteva in prima fila ai tuoi racconti su Lisetta, che la nostra potesse non solo essere ancora viva, a girovagare in qualche vicolo genovese fotografando gli ultimi come fai tu, ma addirittura che gli avesse dormito accanto per tutta la notte seguente. E parlavi con la morte così bene da aver convinto anche me, sai, che a gennaio sentendo la parola tumore ho pensato addio, che a giugno vedendoti stanca dopo pochi passi ho pensato basta, e a dicembre leggendo il tuo «Chiara, sono gli ultimi giorni» ho pensato ecco, che quando mi hai salutata alla fine, invece, ho creduto che tu e la morte insieme avevate trovato ancora una soluzione e che avrebbe tenuto insieme anche me, come tutto quello che ci portavi tu dall’altrove. E così: eccomi qui a parlarti, Anna.

[Chiara Alessi]

Ho pochissime vere amiche che fanno il mio stesso mestiere, quello delle parole, così poche che stanno in una mano e tutte abitano lontano da Napoli. Fra tutte Anna Toscano era l’unica ad avere la mia età. Adesso è andata ad abitare così lontano che non posso più ricevere i suoi pacchetti né spedirle i miei. Tuttavia, non sarà mai così lontana da non risentire la sua voce che per vent’anni mi ha raccontato cose. Ad esempio, di manichine, che salvava e collezionava. Una volta ne vidi una antica in un negozio e le mandai la foto: «Salvala! Salvala!», mi scrisse. Ma costava troppo, dovemmo abbandonarla. Mi ha raccontato dei suoi genitori, di sua nonna, di sua sorella, di case, delle poete che amava, Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, di canette, di Gianni che avrebbe poi sposato.

Anna è stata poeta di qualità superiore, Al buffet con la morte Cartografie sono due capolavori, curatrice geniale di antologie, Chiamami col mio nome, prima riscopritrice dei versi di Goliarda Sapienza, perfetta narratrice di vite, da Goliarda a Lisetta Carmi. Ogni volta che le ho affidato una donna da raccontare in Strane Coppie (Janet Frame, Sybille Bedford, Agota Kristof o Carson McCullers), lo ha fatto con tale immersione che tutte ne saltavano fuori salvate.

Quel che dovrebbe fare chi scrive davvero è essere sempre immersa nel dolore, trasformandolo in parole l’indicibile, e cercare con ogni sua forza chi lo ha fatto prima e resta esclusa, o dimenticata. Due attitudini che in Anna erano acutissime, perché nessuna restasse indietro, nemmeno le manichine. E poiché più spesso alle donne capita in arte d’essere seppellite, Anna con metodo metteva luce e tesseva fili. E intanto passeggiava per Napoli in un gran contrabbando di frolle, le sue preferite. Penso spesso a quella gelateria che chiude e causa la morte della nonna, ultimo baluardo della vita in Al buffet con la morte: ci sarà molto da scrivere su che spazio occupa la sua poesia nel canone contemporaneo, delle parole che ha reso coloratissimi pesci-gioiello, perle di impiraresse veneziane, pura bellezza, cristallo di dolore. Grazie Anna, poi ci sentiamo.

[Antonella Cilento]

È stata Agota Kristof. Dovevo debuttare con Trilogia della Città di K. al Piccolo e un giorno ho scritto ad Anna. Mi ha accolta come se ci conoscessimo da sempre. Ho ritrovato con lei una più lucida misura, senza perdere il trasporto che entrambe nutrivamo per quella storia bella e terribile. Poi è venuta a Milano: aveva scritto un bel testo per il programma di sala senza vedere ancora nulla, ma c’era già tutto. Pensai che avesse un superpotere. Al bar accanto al Melato, abbiamo parlato per due ore di Agota, Goliarda Sapienza, Mariella Mehr, poesia, amicizia, maternità, scioperi (ce n’era uno e lei doveva tornare a Venezia), tempi perduti e ritrovati. Ero stordita, felice. Anna è venuta allo spettacolo, ha scritto, abbiamo fatto un incontro col pubblico. Era così: definitivamente generosa. Ogni tanto mi arrivava un’immagine notturna o solare da Venezia. Un pensiero affettuoso, idee vive e brillanti, il racconto di un sogno. In una strana notte insonne, ad esempio, le era apparso un corteo di otto Goliarde su un palcoscenico e ognuna si raccontava: una per ogni evento forte della vita. Era certa, disse, che fosse stata la “mia” Trilogia a farle comparire a quel modo. Le ho scritto a metà ottobre: vieni a teatro? Facciamo L’analfabeta! Lei ha risposto, al solito festosa: è una notizia bellissima! Ma non l’ho più sentita e mi son detta: forse posso riscriverle… Dieci giorni dopo è arrivata una sua foto: Federica Fracassi agli applausi di fine spettacolo. Con un commento: «Super!». Cara Anna, se penso a quanto abbiamo ragionato su Lucas, Claus e ogni finale possibile! Adesso, per quanto sia incredibile non poterne riparlare, posso quasi vederti mentre ne discuti, in quel tuo modo senza scorciatoie, direttamente con la nostra Agota. Vi vedo, un po’ appartate, nel misterioso mondo ancora a noi precluso, coi begli occhiali tondi e, dietro, i vostri occhi intelligenti, insieme allegri e malinconici, e mi sembrate assai più forti di ogni possibile visione.

[Chiara Lagani]

«Il corpo pare lo dobbiamo restituire / e quanto ci è costato / dobbiamo cedere tutto al mondo / quando ce ne andremo»: ho ritrovato questi versi ieri, sottolineati in Cartografie, libro di poesie pubblicato da Anna l’anno scorso. Era insieme a un altro che lei mi aveva consigliato, sapeva a cosa stavo lavorando e mi mandava fotografie di pagine, riferimenti, consigli, sollecitazioni. Perché Anna era sempre generosa del suo sapere e dei suoi talenti, che in lei diventavano anche azione, attenzione, presa di posizione e luogo dove stare insieme nel comprendersi. Dono prezioso e unico. Come erano le sue polaroid che lei scattava a persone, cose, ombre: “quell’ombra della polaroid in cui l’ombra di un lampione crea delle lancette” un brandello di quello che mi aveva scritto inviandomene una che mi aveva fatto fantasticare, entrare nell’incantamento del suo raccontare. In questo confuso scrivere, impastato dal dolore, dalle emozioni, dal rimpianto (dovremo poi scrivere della grande eredità di Anna, dovremo renderle omaggio cercando di dare il giusto valore al suo incredibile lavoro), non riesco a non pensare al corpo di Anna. Accanto, quello di Gianni. Un corpo grande, in cui ti veniva naturale rannicchiarti, ascoltando le sue parole. Era bello vederla arrivare con la sua camminata tra il baldanzoso e il pensieroso. Il suo stile era inconfondibile, e a me piaceva tantissimo. I capelli dal taglio preciso che rendevano grafico il suo bel volto. Le magliette a righe messe una sopra l’altra, i jeans ampi. Gli accessori che lei scovava ovunque. Lei sapeva tenere tutto insieme senza pregiudizi. Le piacevano le sovrapposizioni, sorta di personalissima post production. I cappelli tanti, e le stavano sempre tutti bene. Gli occhiali importanti che mettevano in evidenza i suoi occhi attenti e curiosi. Ecco Anna, io sono lì in campo Santa Margherita, forse ti aspetto alla Marcopolo, e tu arrivi e mi dici che non è vero mentre mi abbandono al calore di quel tuo corpo grande e generoso.

[Maria Luisa Frisa] 

Nella borsa ho un astuccio, una busta di tela écru con la cerniera tortora che mi ha regalato Anna qualche anno fa. A un certo punto ho preso una borsa nuova perché ci stesse dentro meglio. C’è stampata sopra, con la sua calligrafia, una delle sue poesie. «Io con le parole faccio cose / con le parole svuoto una stanza / con le parole compio una danza / cucino un risotto, vado al ridotto. / Con le cose faccio parole / scelgo un baule / e lo riempio di sillabe nuove». Anna con sapienza e pazienza quotidiana ha restituito delle parole a una persona schiva e asciutta come me perché potessi riutilizzarle, è la persona con cui giorno dopo giorno ho condiviso nell’ordine cani, attrezzi, piante, cuori, cappuccini freddi e, naturalmente, libri. Entrambe golosastre autolimitantesi, con Anna voglio condividere ancora un biscotto.

[Sabina Rizzardi]

Ti chiamo col tuo nome, Anna, e ti chiamo antenata. 

Antenata coetanea – tu grande, io molto più piccola – con una vocazione comune di orfane da parte di madre per vie divergenti: ripercorrere la strada a ritroso, cucire arazzi con i detriti seminati dalle altre, detective sulle tracce delle parole di chi ci ha precedute, archeologhe di matrilogie. Ogni donna che scrive sa che lo fa sulle loro ossa: entra in uno sterminato cimitero e si accomoda su quello che altre hanno pensato, poi scritto. 

Ti chiamo col tuo nome, Goliarda, e ti chiamo ancestrale. 

Qualcuna di atavica, primordiale, che sa cose che noi altre non sappiamo. Come: che non conviene sottrarsi, ma accoglierla, quando arriva, e farsi ricoprire dal suo corpo di pietra caldo di sole. E anche: che il buio non è nero, che il giorno non è bianco, che fermarsi è correre ancora di più. 

Ti chiamo col tuo nome, Janet, e ti chiamo tempesta.

Proprio l’altro giorno mi dicevi: della tempesta ti puoi fidare, del paciugo di alghe, gusci imperfetti, uccelli laceri, rasoi affilati, corni d’ariete e conchiglie che lascia scritte sulle miglia di spiaggia. E poi hai aggiunto: tu piangi ora e mi parli di vita. E tu che non piangevi.

Ti chiamo col tuo nome, Wisława, e ti chiamo cuore.

Ascolta, ti dico ora, come mi batte forte il tuo, di cuore. Lo sapevamo, poteva accadere, doveva accadere, è accaduto prima. Però morire – questo a una gatta non si fa. Perché cosa può fare una gatta in un appartamento vuoto?

Ti chiamo col tuo nome, Anna, e sopra tutto tutto questo ti chiamo amica, mia nostra.

L’autunno si è fermato sui rami, è immobile. Forse sei solo andata nell’altra stanza al buio a prendere gli occhiali. Perché chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità. O meglio, è sostanza divina.

[Laura Pezzino]

Anna, zazzera corta che non sapeva ingrigire, occhiali tondi e magliette a righe su pantaloni ampi e scarpe sempre pronte a saltare nel vento e nel mare, quando ho saputo che la tua anima era libera ero su treno che non mi stava portando da te come altre volte, e tra le lacrime ho scritto due (brutte) poesie che parlano della distanza e del tempo, ero furiosa con loro. Volevo farti una torta di mele, che ti piaceva tanto, e invece ho scritto una poesia. Era successo così anche alla tua Goliarda che in una notte di disperazione, quando perde sua madre, inizia a scrivere. Forse per questo la amavi tanto, entrambe sapevate che la propria parte di gioia si ricava scavando con le unghie e la penna nella roccia dei dolori. Eri poesia. Tu accettavi la vita perché sapevi danzare con la morte e la perdita, invitandole a un buffet, prendendole in giro, tirando loro i noccioli dall’altro capo del tavolo, divertita. La tua voce per me era un flauto magico e mi prendevi in giro con Gianni perché a ogni vostro reading di poesia io piangevo sempre, come se quella tua voce con un solo sussurro potesse smuovere in me slavine trattenute troppo a lungo. L’ultima volta che l’ho sentita è stato a novembre, raccontavi di un incontro immaginario tra Lisetta Carmi e Goliarda Sapienza. Era la tua voce di sempre, solo un poco più stanca. Ora ti vedo entrare in quella stanza con loro e tutte le altre che hai amato, nella luce obliqua di dicembre, prendete un tè e una fetta di torta, ridete, ti vedo stringerle come hai fatto con noi Altre a cui hai aperto la porta e il cuore, rendendoci sorelle, ovunque fossimo. Hai scritto in una delle tue poesie che in questa vita tutto è in affitto, tutto va ceduto, prima o poi, tranne che il cuore, quello è l’unico posto che si occupa per intero. Il nostro oggi è allagato da te, diventato in un giorno una Venezia dall’acqua sempre troppo alta. La tua Goliarda diceva che «i morti hanno torto se dopo morti non c’è nessuno che li difende» e tu, qui da noi, avrai sempre ragione, finché non ci vedremo di nuovo, al mare.

[Giorgia Antonelli]

Anna ha sempre visto oltre la trama del visibile: me ne sono accorta dalla prima conversazione che abbiamo avuto, riguardo una scrittrice di fulgido talento scomparsa troppo presto, cosicché la memoria di lei si era dissolta e i suoi libri erano rimasti a navigare alla deriva, senza nessuno che se ne ricordasse. Nessuno tranne Anna, la sola persona che all’epoca delle mie ricerche su Brianna Carafa seppe mostrarmi la via. Siamo diventate amiche parlando di letteratura e poi subito di cani, poi di capelli, di anelli e manichini, poi di Fortuny e di Proust e delle pietre di Venezia, poi ancora di amore, di case, di paure. Ho in testa le increspature nella sua voce mentre manda un messaggio vocale salendo e scendendo da un ponte come in quella sua poesia bellissima in cui il ponte è il passaggio e oltre il ponte lei torna bambina, con le scarpe con gli occhi e tutto ricomincia. Anna ha avuto – ha ancora, perché l’ha impressa nelle poesie che in questi giorni zampillano da ogni dove – delle cose invisibili e sommerse, una visione così precisa da permetterle di porgerti pensieri quasi calmi, pacificati in una saggezza percorsa da un’inquieta corrente sotterranea: nell’equilibrio della sua specifica forma di eleganza ribolliva una personalità forte persino nelle delicatezze, un’allegria tenace per virtù di coraggio. In lei ho sempre sentito una forma di assoluto che si sposava all’attenzione per cose minuscole, rivelazioni splendidamente pragmatiche.

Non ho incontrato mai nessuno che guardasse come lei: con un’esattezza misurata e appassionata, da dietro i suoi occhiali inconfondibili, come tutti gli oggetti che intorno a lei si animavano di vita infusa dal suo gusto per il bello, l’essenziale, il poetico. In una domenica di settembre, dopo avermi raccontato i segreti di Venezia, sotto il cielo bianco mi ha sorriso dall’imbarcadero, Gianni accanto, le canette al guinzaglio. E mentre il vaporetto si allontanava, dalla laguna ho guardato quel loro amore strepitoso, per sempre salvo.

[Ilaria Gaspari]

Mi sono crogiolata molto

tra parentesi (mie o di altri)

senza scansione del tempo che non fosse interna.

Non avevo capito che è il punto

– come dicono anche i manuali di scrittura –

che rende possibile il respiro.

[Anna Toscano]

da volerelaluna

«Il vecchio continente […] deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina». Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn-Bendit, che conclude: «Spero che gli storici futuri [ma ci saranno? ndr] potranno dire: “L’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina”» [e tutto o quasi l’ex Terzo mondo, ndr]. Cioè, “buoni”, l’Europa; e “malvagi”, tutti gli altri. È il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale; come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo?

Ma affidare la ricostituzione di un’identità liberaldemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli Stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi. Scompare così dall’orizzonte di chi ha percorso quella deriva qualsiasi preoccupazione per il futuro del pianeta e di ogni suo territorio, minacciati dalla crisi climatica: ha un bel dire, Cohn-Bendit, che Trump ha cancellato il problema; chi opta per il riarmo come priorità compie la stessa scelta, ma senza dichiararlo. E non è poco. Ma scompare con essa anche il frutto più ricco e promettente della presa di coscienza di mezzo secolo fa: la lotta al patriarcato, portata “in prima linea” dal femminismo. Che non è solo lotta alla violenza sulle donne – residuo di un passato che resiste o emergenza di una difficile transizione – ma è denuncia e decostruzione di ogni forma di dominio: lo sviluppo di quello che era stato – soprattutto per Cohn-Bendit – il programma del ’68 e delle lotte di fabbrica e sociali degli anni successivi: la destituzione del potere degli oppressori sugli oppressi (Freire), di chi comanda su chi è condannato a obbedire, del prepotente sui diritti degli altri e – come ci mostra l’attualità degli “effetti collaterali” della guerra – dell’ipocrisia sulla verità, della corruzione sull’onestà e del cinismo sulla fraternità e sulla sorellanza. Vi contribuisce una visione del mondo ridotta a una giocata a Risiko, dove ci sono solo guerre, armamenti, confini, conquiste, vittorie o rese: una visione innescata dal sostegno a oltranza dell’Ucraina aggredita – con armi altrui e sacrificio di soldati locali – senza alcuna prospettiva di sbocco se non il crollo della Federazione Russa o una ecatombe nucleare, senza mai prospettare un negoziato sensato o anche solo una tregua vera.

Come scrive l’appello firmato Scienza Medicina Istruzione Politica Società (www.smips.org), «Si tratta dell’ultimo stadio della forma economico-sociale dominante, consistente in un capitalismo militarizzato, che per presidiare il dominio del denaro e di una finanza incondizionata, procede alla militarizzazione non solo di tutto ciò che attiene alla cosiddetta sicurezza, ma della intera, cioè della mente, del cuore, della cultura, dell’informazione, dell’Accademia, della scuola». Ma quella corsa alla militarizzazione della società si rivela, giorno dopo giorno, diretta non solo verso l’esterno, “il nemico”, ma anche e soprattutto verso l’interno: il migrante (in un’epoca in cui milioni di abitanti del pianeta saranno costretti ad abbandonare le loro terre, rese invivibili da guerre e crisi climatica), l’escluso, il dissidente, il povero; la guidano in questa direzione i governi dell’Unione Europea (rientrati, dopo la Brexit… nel Regno Unito) ma, in ultima analisi, ancora gli Stati Uniti; e non solo quelli di Trump: Fuck the EU! diceva una portavoce di Obama innescando la vicenda che ha portato all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: e i governi dell’Unione europea allora come fino a ieri, non hanno fatto che adeguarsi…

Oggi tutto l’establishment occidentale – non solo governi e partiti, ma anche media, Università e associazioni professionali, impegnati a convincerci che non c’è alternativa alla guerra – va contrastato in nome della diffusa volontà di pace che persino i sondaggi riconoscono maggioritaria ovunque e che le manifestazioni per la Palestina in corso in tutto il mondo mettono in evidenza con il loro rinnovato attivismo. Stiamo assistendo o siamo attori, in diversa misura e con diversa intensità, di una mobilitazione mondiale che ai temi della pace e del contrasto al riarmo accomuna in misura crescente difesa dell’ambiente, dei salari, dell’occupazione, della salute, dell’istruzione: tutte vittime designate della corsa alle armi. Ma nei popoli, tra la “gente”, il desiderio di pace è ben più esteso dell’arco delle associazioni e dei movimenti che si riconoscono in questa convergenza di temi. Per questo è urgente che le organizzazioni coinvolte nelle attuali mobilitazioni si facciano promotrici, a livello per lo meno europeo, di un appello rivolto anche a tutte le forze contrarie a guerre e militarizzazione – quali che siano le loro posizioni sulle altre questioni di ordine sciale e ambientale – affinché si impegnino, nei rispettivi ambiti, a portare contraddizioni e disgregazione dentro il furore bellico dei propri rappresentanti. Il tempo è ora!

da il manifesto

Anatomia di una separazione o documento politico sulla relazione tra i sessi, rileggere oggi Vai pure è di una certa attualità. Si tratta del volume che Carla Lonzi prepara e pubblica nel 1980 riportando la sua conversazione in quattro giornate con Pietro Consagra, facendoci entrare dentro il rapporto tra una donna e un uomo. Si erano conosciuti alla metà degli anni Sessanta, Lonzi e Consagra, e a unirli era stata l’arte, ambiente da cui lei decide presto di congedarsi perché non corrispondente alla sua radicalità, ma soprattutto un legame d’amore. Forte, importante, fatto di alleanza e desiderio, soprattutto nei primi anni, non sempre facili, poi di conflitti insuperabili. Uscito per la prima volta nei «Prototipi» delle edizioni di Rivolta Femminile, viene ripubblicato nel 2011 dalle edizioni et.al e ora è nuovamente disponibile per La Tartaruga (pp. 168, euro 19), a cura di Annarosa Buttarelli che ne firma una puntuale postfazione.

A casa di Carla, luogo indicato in quelle 4 giornate del 1980 dal 25 aprile al 9 maggio, registrano ciò che si dicono riportando su carta l’analisi incarnata di una resa dei conti. Per comprendere come arrivano a quel punto si può intanto leggere il diario di Lonzi, Taci, anzi parla (1978, poi 2010 e 2024), in cui «Simone» (cioè Pietro) è tra le sue interlocuzioni significative, se ne possono osservare le mutazioni via via che la scoperta del femminismo diviene inaggirabile indagine di sé, quando l’autocoscienza prosegue e rompe le illusioni, una per una, smantellando inganni, sistemi di potere e inferiorizzazione.

Nel 1973, Lonzi appunta diverse cose proprio nel suo diario rivolgendosi al suo compagno di allora: «Avevo diversi amici, personalità di cui subivo l’influenza, però sono stata saggia e oculata: il cuore, proprio il cuore l’ho dato a te, e era la parte più veritiera. Con te ero più me stessa, tu mi amavi più come ero, gli altri mi mitizzavano di più; o meglio, vedevano solo una parte». Dopo sette anni, la frontalità ormai ineludibile è di due esseri umani nella tensione di osservare l’esaurimento di una esperienza, tra disincanto e allarme.

C’È UNA FOTO, nella copertina di Vai pure, in cui sono seduti ai lati di una scrivania, lui concentrato a leggere qualcosa mentre lei lo guarda. È scomparso il sole caldo di quella volta in cui, nel 1968, è proprio Consagra a fotografare Lonzi. Sono in Texas, a San Antonio, il ritratto di lei ha dietro una costruzione illuminata di una fiera internazionale che le faceva da aureola. Anche questo lo racconta nel diario, quando descrive l’esperienza del suo cancro e della sua operazione proprio negli Stati Uniti.

Cosa accade allora in quel 1980? Anno interessante – ad esempio Adrienne Rich svela i gangli dell’eterosessualità obbligatoria assunta come sistema di potere e sulla scena artistica mondiale, Marina Abramovic e Ulay sperimentano Rest Energy, che li vede in equilibrio precario mentre tendono un arco, sbilanciati sui talloni. Lui tiene la freccia tesa sul petto di lei, basterebbe una frazione di secondo a spaccarle il cuore e in quella eventualità c’è un affidarsi ma pure una disparità di potere maschile su una donna spalancata ed esposta che non cede. Se della performance dei due artisti ricordiamo i suoni dei loro battiti cardiaci, per 4 minuti, di Carla Lonzi e Pietro Consagra l’impressione delle loro 4 giornate è la capacità di sapersi salutare, come accaduto già transitoriamente.

Ora però il clima è definitivo, perché tutto è accaduto, lei davvero gli dice che può andare dopo che si è compresa l’insostenibilità di due mondi opposti, due lingue agli antipodi. Quella di Lonzi, libera, dice, ad esempio, che non è possibile il perdurare di un incontro di due soggetti senza che uno riconosca l’altro interamente e non come presenza accessoria. Anche questa reciprocità, da non confondere con una richiesta di autorizzazione per esistere, è il sottofondo di Vai pure.

Il confronto serrato è su quanto abbiano scelto per le loro esistenze: in Vita mia, l’autobiografia che Pietro Consagra pubblica nel 1980 con Feltrinelli, Lonzi nota quanto lo scultore scambi i processi, i passaggi con le «tappe» mentre lei nel suo Taci, anzi parla, edito la prima volta nel 1978, «si vede cosa è stata per me la tua presenza in quegli anni, dal tuo libro non si vede cosa è stata la mia presenza per te, non c’è proprio».

DUE ORIZZONTI che potrebbero ascriversi nell’ordine di una differenza sessuale al lavoro e in effetti c’è una fatica, un discreto impegno ma infine una irraggiungibilità non più rimediabile. Consagra si lambicca, è a tratti sinceramente incline ma non sostiene l’intransigenza, il nocciolo della questione: le domanda, quindi, perché lei continui a parlare di «un rubacchiamento» mentre quel che solleva Lonzi è ancora una volta, e con semplicità, di un’altra portata. Il tema è che, dice Lonzi, «io trovo astratto, cioè non vero, irreale, tutto questo costruirsi della personalità maschile come un produrre da sé.

Questo produrre da sé non è vero, non esiste. Esiste sempre un rapporto, un dialogo». E fintanto che un dialogo non si pone tra due coscienze, una delle due crede di essere «assoluta», e anche – si potrebbe aggiungere – irrelata. Il diario fa vedere quanto a uno «scatto di coscienza corrisponde un processo che non è prestigioso come lo scatto di coscienza» per segnalare come questo momento «non prestigioso» venga sempre nascosto «ed è quello in cui la donna è presente».

Diversamente, l’uomo di questo salto di coscienza ne fa un salto di cultura, gestendone il profitto. Ancora una volta il meccanismo è della appropriazione, Lonzi lo chiama qui «assorbimento», e del disconoscimento che ne consegue a fronte di un protagonismo maschile.

Sono argomenti che, a quell’altezza, avevano già circolato ampiamente negli scritti di Lonzi e con il gruppo di Rivolta era già intervenuta in più contesti, ad esempio in un documento del 1971, «Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile», o anche quello del 1972 «Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi» (riuniti in Sputiamo su Hegel nel 1974, poi 2010 e 2023). Da un lato dunque c’è il protagonista, monologante ed estroflesso nei suoi rapporti sociali e di mantenimento della sua posizione, che non è più l’uomo «in crisi» della metà degli anni Sessanta, dall’altro lato c’è la «massima dilatazione» il cui sfondo, quando Lonzi scrive il diario, è il femminismo e che le ha consentito di porsi «come mito di nessun genere» piuttosto invece come «un’istanza di autenticità e l’altro capisce che o risponde sullo stesso piano o è meglio che stia zitto».

IN «VAI PURE», prima che Carla e Pietro concludano questo loro apprendistato che ha seguito l’amore, la ferita, la fragilità, fanno capolino la sessualità come l’abbraccio. Colpisce inoltre quanto nessuno dei due sia mai grato all’altra bensì vi sia «una esasperazione continua delle posizioni» che diventa, ineluttabilmente, impraticabile. Cruciale il passaggio in cui, parlando della dialettica servo-padrone segnandone la prospettiva marxiana, Carla Lonzi centra un punto piuttosto attuale nei rapporti cosiddetti emancipati (Consagra non sembra ostile alla sua pratica femminista); oggi lo chiameremmo un percorso denso, condiviso nella libertà di una visione del mondo. Ebbene, peccato che: «qui, siccome il rapporto è privato, a due, senza testimoni, bisogna che siano proprio i due interlocutori a mettere giù i punti di coscienza. L’uomo finora ha usufruito di un profitto senza accorgersene, adesso se ne accorge, perché se ne è accorta l’altra. Me ne sono accorta io quindi ti ho portato a dover ammettere che la cosa è così, siccome siamo sul piano della coscienza, e la coscienza vuol dire la verità».

da Il Sole24Ore

La nostra società considera le donne che lavorano fondamentali, tranne quando si tratta di riconoscerle, pagarle e tutelarle. La retorica che ci circonda è edulcorata, ma strutturalmente disonesta: riconosce il sacrificio, ma non lo trasforma mai in diritto. Le donne questo teatrino lo conoscono bene perché sino a qualche decennio fa vivevamo dentro un’economia che non aveva bisogno di mascherare la sua brutalità: le lavoratrici, ad esempio, erano pagate meno degli uomini perché «non dovevano mantenere la famiglia». Punto. Era un pensiero talmente dominante da diventare indiscutibile: non era percepito come discriminazione, ma come organizzazione naturale della società. Il salario era corrispondente alla gerarchia e noi occupavano un gradino più basso.

La protesta delle tabacchine di Lanciano nel 1968

Poi, la “naturalità” dell’ordine sociale si è incrinata. Nel 1968 alla Manifattura Tabacchi di Lanciano, la notizia di centinaia di licenziamenti fa saltare l’ingranaggio della rassegnazione: quegli esuberi non erano solo perdite di reddito, ma privazione di identità e dignità. Le tabacchine, che la società aveva educato alla discrezione e al silenzio, reagiscono con un atto di sovversione: occupano la fabbrica. Quaranta giorni di sciopero, barricate, tensioni, piazze piene. Un’intera città, studenti, operai, commercianti, preti, casalinghe, trascinata dentro una vertenza guidata da donne, in un’epoca in cui le donne non dovevano guidare niente.

Il gesto non è soltanto coraggioso: è addirittura scandaloso. La narrazione dominante afferma che il sacrificio delle donne è personale e silenzioso e invece loro lo trasformano in rivoluzione pubblica: allattando i figli piccoli ai presidi, mentre i mariti, abbracciati ai cancelli del tabacchificio, intimavano o le pregavano di tornare a casa a occuparsi di loro. La loro lotta non fu solo economica ma anche sanitaria: l’esposizione continua a polveri e umidità provocava bronchiti croniche, dermatiti, malattie professionali e aborti spontanei. Le tabacchine chiedevano controlli medici, pause obbligatorie, strumenti di prevenzione, riconoscimento della nocività. In numerose manifatture, tra gli anni Cinquanta e Settanta, comitati spontanei si trasformarono in delegazioni sindacali, rompendo l’idea che le operaie dovessero subire in silenzio.

Le mani invisibili dietro La Perla

Cinquant’anni dopo, a Bologna, un altro gruppo di donne vive una variante moderna della stessa violenza. La Perla è una delle più note aziende di intimo al mondo, ma le mani che producono quella bellezza restano invisibili: modelliste, cucitrici, ricamatrici che incarnano un sapere artigianale riconosciuto a livello internazionale e che, di fronte alla crisi, vengono trattate come costi sacrificabili. Quando arrivano gli esuberi che coinvolgono centinaia di lavoratrici, le motivazioni sono le stesse di sempre, solo meglio infiocchettate: si parla, infatti, di «razionalizzazione» e «ristrutturazione». Se negli anni Sessanta il sopruso era brutalmente esplicito, oggi è ipocritamente neutro.

Il simbolo del reggiseno rosso: non potete fare finta di non vederci

E allora le donne di La Perla, guidate dalle loro rappresentanti sindacali, rispondono con scioperi e occupazione, pressione mediatica e politica. Non solo fabbrica chiusa, ma tavoli istituzionali, vertenze legali, interviste, manifestazioni a Bruxelles. È una lotta che mescola conflitto, competenza, strategia ostinazione, e che non chiede pietà ma rispetto. Gioia e rivoluzione, come cantavano gli Area: ai presidi le lavoratrici si presentano sempre con un enorme reggiseno rosso che campeggia sotto i ministeri e che intima un messaggio semplice ma potente: siamo qui con la nostra ostinazione e non potete fare finta di non vederci.

Nel 2021 nasce UnicheUnite, un collettivo che produce, vende, organizza eventi, per sostenersi economicamente e per non disperdere un capitale di competenze e relazioni.

Più di duecento lavoratrici reintegrate

La vertenza, lunga e ostinata, produce uno straordinario risultato: con l’acquisizione dello stabilimento da parte della nuova proprietà, più di duecento lavoratrici vengono reintegrate in una nuova società con l’obiettivo di rilanciare la produzione. Non c’è un miracolo, c’è un metodo: presidio continuo, pressione mediatica, coinvolgimento istituzionale, difesa del made in Italy, denuncia della logica finanziaria che smantella siti produttivi per ragioni speculative.

Il risultato è, per gli standard attuali, un’anomalia radicale: è un esito talmente inusuale da sembrare un miracolo, proprio perché abbiamo interiorizzato l’idea che la sconfitta sia inevitabile e che la vittoria sia eccezionale. Ma qui non c’è nessun miracolo: c’è una strategia che ha funzionato.

Donne che rifiutano la rassegnazione

Ed è questo che accomuna profondamente le tabacchine di Lanciano e le “perline” di Bologna: non solo l’oggetto della battaglia (il lavoro), ma la sua filosofia. In entrambi i casi, le donne hanno rifiutato l’idea violenta della rassegnazione. Hanno rifiutato il ruolo della vittima controllata, resiliente e composta. Le tabacchine e le lavoratrici di La Perla hanno fatto ciò che di solito non si perdona alle donne: non sono state accoglienti, non sono state “brave e zitte”.

In modo diverso, in tempi diversi, hanno affermato lo stesso principio: la dignità è collettiva o non è. Il potere può ignorare una donna sola, ma cento donne insieme diventano un problema. Il patriarcato industriale degli anni Sessanta e il capitalismo finanziario del XXI secolo condividono un presupposto: che le donne siano fragili, sostituibili, disponibili. La storia dimostra che è proprio questa convinzione a renderle pericolose, perché quando decidono di non esserlo più, cambiano un modello di potere.

Un promemoria universale: organizzarsi per migliorare

E allora forse non dovremo raccontare queste storie come straordinarie: se una vittoria è eccezione, non è imitabile. Se è miracolo, non è metodo. Ciò che le tabacchine e le perline ci consegnano è un promemoria universale: non bisogna essere potenti per cambiare la propria condizione, bisogna essere organizzate.

Non bisogna essere straordinarie, bisogna essere intransigenti. Non bisogna essere perfette, bisogna essere stanche nel modo giusto: quel tipo di stanchezza che chiede trasformazione.

In fondo, il gesto più rivoluzionario non è resistere, ma decidere di non farlo da sole. E le tabacchine e le perline hanno lanciato un messaggio chiaro: se non ci danno il futuro, noi ce lo prendiamo.

da L’Altravoce il Quotidiano

Nei due anni di genocidio Israele ha tentato di ucciderli tutti, di cacciarli dalla loro terra, li ha bombardati, massacrati, affamati, mutilati, trafitti nel corpo e nell’anima, ha raso al suolo le loro case costringendoli a sfollare e a vivere in tende improvvisate, ha ridotto la Striscia di Gaza a un cumulo di macerie, ma loro, i palestinesi, nonostante il dolore, le sofferenze e un mare di lacrime, hanno resistito con coraggio e determinazione. Una resistenza che bambine/i, ragazze/i hanno portato avanti avendo come unica arma i libri, le lezioni e il desiderio di studiare per lasciare aperta la porta alla speranza e al futuro. Bambine/i hanno continuato in tende le lezioni con insegnati volontari. Migliaia di ragazze/i non hanno smesso di studiare, di seguire corsi accademici online, con tutte le difficoltà dovute alle interruzioni di elettricità, al cedimento delle reti di comunicazione, allo sfollamento e al lutto. C’è stata chi come Thuraya Fatid si è diplomata. «Prendere il diploma di liceo – racconta in un articolo su “La Stampa” a firma di Majd Al-Assar – è stato un miracolo. Abbiamo perso due interi anni scolastici, ma ero determinata a continuare gli studi, soprattutto dopo aver perso la casa e dopo che mio fratello è stato ucciso. Ho studiato in una tenda, sono rimasta sveglia notte dopo notte alla luce della torcia del mio cellulare per preparare l’esame di fine corso». Da quando è iniziata la tregua, nonostante Israele non cessi di violarla e di impedire l’entrata a Gaza di tutti gli aiuti umanitari, la resistenza è diventata rinascita con l’apertura, tra le macerie, delle scuole e dell’Università islamica a Gaza. «Mi ci è voluta mezz’ora per arrivare a scuola a piedi, e la maggior parte delle strade sono danneggiate e piene di macerie e pietre, il che mi stanca molto. Il cessate il fuoco mi rende felice», parole di una studentessa. Felicità condivisa dalla giovane Thuraya. «Sognavo – lei dice – di riuscire un giorno a vivere la vera vita universitaria, di conoscere compagni e professori, e adesso una parte di quel sogno è diventata realtà. Sono molto felice, malgrado tutte le difficoltà del momento». Nelle scuole in aule improvvisate non ci sono i banchi, le/gli studenti si siedono per terra, ma sono felici. All’Università islamica il campus vero e proprio è un mare di macerie, i pochi edifici danneggiati portano i segni dell’artiglieria israeliana. La riapertura delle scuole e dell’Università, col ritorno di migliaia di studenti, ha un grande significato simbolico per una generazione che guarda al futuro e affida la propria rinascita non alle armi, non alla guerra ma allo studio, ai libri, al desiderio di imparare che è più forte della distruzione che li circonda. Rinascita è il matrimonio di massa celebrato il 2 dicembre scorso nel sud della Striscia. Tra gli edifici bombardati si sono sposate 54 coppie provenienti da varie parti della Striscia, in centinaia hanno assistito alla cerimonia. Rinascita è il festival del cinema femminile lanciato dal regista palestinese Ezzaldeen Shalh e tenuto, dal 26 al 31 ottobre, in tende temporanee nel centro di Gaza. Cinquecento donne hanno assistito alla proiezione di ottanta film di registe di oltre venti paesi, tra Medio Oriente, Nord Africa, Europa e America. Aperto con la proiezione del film “La voce di Hind Rajab”, la prima nel mondo arabo, il festival aveva come titolo “Donne leggendarie durante il genocidio” in onore delle donne palestinesi che «hanno sopportato gli orrori della guerra, dalla perdita alla detenzione, fino allo sfollamento». Donne sopravvissute al genocidio che vogliono vivere, rinascere e sperare insieme a tutto il loro popolo. Donne da ammirare e sostenere nella rinascita come nella resistenza.

dal Corriere della Sera

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Centinaia di capi scoperti. Centinaia di code, di trecce nere che ondeggiano libere. Bisogna scrutare con attenzione i video della fiumana che taglia il via della maratona di Kish per scovare un hijab. C’è qualche fascia che ferma frangette ribelli, qualche cappellino da baseball portato all’indietro, ma pochissimi i veli a coprire le chiome delle duemila iraniane che venerdì hanno preso parte alla maratona sull’isola nel Golfo Persico. «Una “immorale” la puoi arrestare, ma duemila non è così facile», ci scrive Ghazaleh, giovane professoressa di Teheran. Non ha partecipato alla gara che tanto ha fatto infuriare gli ayatollah e i loro seguaci, ma sono due anni che corre per le strade della capitale a testa libera. Dice: «Non sanno più come fermarci».

Gli uomini di Ali Khamenei, sorpresi e sconcertati dall’affronto senza precedenti, sui giornali di regime condannano la «scandalosa competizione», che qualche integralista indignato sui social chiama «Las Vegas della corsa». Confusi sul da farsi, i giudici fanno partire gli arresti. I primi a «pagarla» sono due organizzatori della maratona colpevoli di non essere riusciti a fare rispettare le leggi morali che governano la Repubblica Islamica. E balbettano: «Per dirla tutta noi avremmo avvertito che era fondamentale osservare le regole d’abbigliamento». Ma la procura di Kish non perdona: «È stato indecente il modo in cui si è svolto l’evento». L’agenzia di stampa ultraconservatrice Tasnim critica «l’assenza totale di controllo e il mancato rispetto dei codici da parte di un numero significativo di partecipanti».

Ghazaleh crede che non si fermeranno ai due arresti: «I loro scagnozzi staranno studiando i profili social per capire chi altro punire. Staranno cercando le persone con più follower perché la vendetta sia rumorosa. Poi, smetteranno di parlarne, come è successo con l’ultimo caso del concerto all’aperto a Teheran. Anche lì si cantava e ballava a capo scoperto: io c’ero».

Le ragazze iraniane sanno come funziona. Conoscono a memoria i rischi che corrono quando sfidano le leggi medievali della dittatura. E a Kish – come per le strade di Teheran, di Isfahan, di Tabriz – hanno affrontato gli ayatollah sul solito fronte, quello più caldo: il velo. Queste giovani donne sembrano avere sempre meno paura delle autorità che governano il Paese. È dall’uccisione di Mahsa Jîna Amini, dal 2022, che la lotta del movimento Donna Vita Libertà è diventata una rivoluzione in grado di cambiare le regole del gioco. «Una rivoluzione che non ha fatto cadere il regime», dicono i pessimisti, ma ha stravolto la società. Ha liberato le ragazze, e, soprattutto, ha «convertito» i padri, i fratelli, gli amici. Gli unici a rimanere immobili sono coloro che detengono il potere e che tremano all’idea di perderlo.

Amir ha 25 anni e venerdì correva sull’isola di Kish: «È stato bello vedere così tante donne senza velo. Le nostre sorelle sono coraggiose e noi le sosteniamo». Erano tremila gli uomini che hanno partecipato alla quinta edizione della maratona. Correvano separati dalle atlete, «ma poi abbiamo festeggiato insieme».

I legislatori hanno accusato la magistratura di non far rispettare la legge sull’hijab. Il capo della Corte suprema Gholamhossein Mohseni Ejei ha chiesto un’applicazione più rigorosa e intanto il presidente cosiddetto riformista Masoud Pezeshkian si è rifiutato di ratificare un disegno di legge che avrebbe imposto sanzioni più severe per le donne. Il governo, indebolito dalla Guerra dei dodici giorni con Israele, da un’economia a pezzi e da una siccità senza precedenti, è accusato dalle frange più conservatrici di lassismo: le lotte interne debilitano il potere.

«Non ci fanno più paura, li combattiamo su ogni fronte. Anche lo sport qui è politica», continua Ghazaleh. In Iran alle donne è vietato andare in bicicletta e nuotare in pubblico. Sono vietati gli stadi ed è proibito giocare a biliardo.

da La Stampa

Piazza Unità d’Italia, Trieste: tripudio di luci e alberi di Natale. Novecento metri più in là, i magazzini del Porto Vecchio. Nessuna luce, niente stelle natalizie. Più di cento persone cercano di dormire nonostante il forte vento che scende dal Carso. Nonostante il cattivo odore e lo squittio dei topi.

Sono migranti, arrivati dalla famigerata rotta balcanica fino a Trieste, in attesa di essere ricevuti dalle autorità italiane. «Torna domani» è quello che tutti i giorni si sentono dire dalla Questura, dove si presentano appena arrivati, anche a costo di stare in fila per ore. Per qualcuno quel domani si trasforma in mesi, passati senza un posto in cui dormire se non gli umidi silos del porto. Circa novanta di loro, settimana scorsa, sono stati “trasferiti” con lo sgombero di uno di questi edifici. Nella struttura accanto, in silenzio, ha invece perso la vita Hichem Billal, trentaduenne algerino arrivato a Trieste sei mesi fa. Quando l’hanno trovato era già morto da ore per il freddo. «Era venuto più volte a farsi medicare da noi volontari: estremamente vulnerabile, era totalmente consumato nel corpo. Mi parlava della moglie e del suo bambino», racconta Lorena Fornasir, presidente dell’associazione Linea d’Ombra, che dal 2019 sostiene i migranti che arrivano in città.

Hichem è la quarta vittima delle basse temperature nel giro di pochi giorni in Friuli-Venezia Giulia. Due uomini pakistani, Nabi Ahmad di trentacinque anni e Muhammad Baig di trentotto, sono morti avvelenati dal monossido di carbonio a Udine mentre tentavano di scaldarsi con un fuoco alimentato da oggetti in plastica. Uno dei due aveva ricevuto l’invito a presentarsi per compilare la domanda di protezione internazionale. Shirzai Farhdullah, anche lui morto intossicato a Pordenone, aveva invece venticinque anni e arrivava dall’Afghanistan. Tutti e tre fino a poco fa, prima di spostarsi a cercare aiuto in altre città della regione, facevano parte dei fantasmi dei magazzini di Trieste.

Noman, kashmiro che vive da due anni in Italia, conosceva bene Shirzai. È stato lui a recitare in piazza il rito funebre in onore dei quattro morti per il freddo. Anche Noman ha dormito a Porto Vecchio per mesi. Da quando ha ottenuto il permesso di soggiorno, però, ha scelto di aiutare gli altri: «Ora vivo in un appartamento con altre persone e lavoro come badante, ma so cosa significa sopravvivere in strada. Tutte le sere sono in piazza per distribuire coperte, scarpe e cappotti. Vado anche a cucinare per gli altri al porto, improvvisando una cena con quello che c’è: riso, farina, olio». Il giovane vuole restituire l’aiuto che gli è stato dato in passato. «Quando qualche tempo fa sono andato con gli altri volontari a fare un giro per le montagne vicine al confine – racconta – mi sono inginocchiato per pregare accanto a una pozzanghera di fango. È stata quell’acqua sporca a salvarmi la vita durante la traversata».

Noman spiega che ogni giorno scopre che qualcuno durante la notte si è ammalato, ha una sospetta polmonite o non riesce nemmeno a muoversi per la febbre. Yousef, afghano che da cinque mesi si aggira nel porto, conferma che molti suoi «amici e fratelli migranti» soffrono l’essere continuamente esposti a pioggia e vento. La maggior parte di loro arriva da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh. Ma molti sono anche i curdi, dalla Turchia o dall’Iraq, e i nepalesi. «Il numero di persone che vivono nei magazzini varia tra i 180 e i 250. La politica cittadina, in modo scientifico, vuole demotivarli e indurli ad andarsene. Sono ridotti a non-persone, a subumani, costretti a vivere tra i topi», spiega Fornasir, «spesso l’unico modo di accedere al sistema di accoglienza è tramite sgombero. Molti implorano la polizia di prenderli, di portarli via con loro». Capita, però, che chi viene trasferito si ritrovi ancora più isolato: molti finiscono in Sardegna, in case abbandonate all’interno dell’isola e lontane dai grandi centri abitati, dove è difficile anche solo frequentare un corso di italiano. Gli ultimi sgomberati verranno invece portati in Toscana.

Il rischio di essere mandati fuori dall’Italia, però, è ancora più grande. Lo spiega Fornasir: «Un tempo curavo vesciche e piedi devastati, oggi mi ritrovo davanti corpi pieni di cicatrici, ossa rotte, nasi spaccati, timpani saltati. I migranti che percorrono la rotta balcanica sono sistematicamente torturati. E chi è respinto è destinato a subire altri abusi».