Rita Calabrese (5 marzo1965-8 maggio 2026), già professoressa ordinaria di Letteratura tedesca all’Università di Palermo, è tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate, di cui è stata presidente. È stata una pioniera degli studi femministi e in particolare della Frauenliteratur tedesca. In quest’ambito spiccano alcuni suoi studi come Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990), Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991), Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996), Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003) e Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (2015).

Altrettanto importante è stato il suo contributo sul fronte della letteratura ebraico-tedesca e sulla Shoah, culminato nella monografia Acher l’altro: figure ebraiche nella letteratura tedesca dal Settecento al Novecento (1996) e la cura del volume Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005).

Anche le sue traduzioni parlano del suo desiderio instancabile di comunicare e trasmettere: La gita delle ragazze morte di Anna Seghers (2010), Piccoli amori di Franziska zu Reventlow (2014), Album italiano di Fanny Lewald, (2015), Il cielo sopra Palermo di Constanze Neumann (2021).

La sua presenza alla Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO ha rappresentato negli anni un riferimento importante, umano e politico insieme.

(Luciana Tavernini)

Ricordo di Rita Calabrese da parte di Rita Svandrlik, professoressa ordinaria onoraria di Letteratura tedesca presso l’Università di Firenze

Rita Calabrese era una grande viaggiatrice; diceva con il suo sorriso coinvolgente che si trattava di una scelta obbligata essendo siciliana. Non credo si riferisse al patrimonio genetico dei siciliani, risultato di tanti molteplici spostamenti di gruppi più o meno consistenti, variamente agguerriti; le piaceva tra l’altro sottolineare che la sua Sicilia occidentale non era quella greca bensì la Sicilia fenicia, concentrata sugli scambi commerciali e marittimi. 

Rita sentiva lo spostarsi al di fuori dell’Isola come ineludibile parte della sua ricerca professionale e umana; voleva incontrare persone, era mossa dal desiderio di scambi intellettuali, di partecipazione in particolare alle correnti culturali progressiste; Rita non aveva dubbi che quelle più innovative si trovassero nel pensiero delle donne. 

Da esperta di letteratura di viaggio è stata per me una cara compagna di viaggio, in senso letterale e metaforico, con maggiore intensità dalla fine degli anni Ottanta fino agli anni Duemila.

Il fatto che le modalità del prenotare e viaggiare fossero allora diverse da oggi è per me legato a ricordi che ci vedono insieme, per esempio nella memoria ho un fermo immagine non meglio datato: noi due sedute su una valigia e su uno strapuntino nel corridoio affollato di un vagone, forse sulla tratta Bologna-Firenze, con Rita che dava informazioni in inglese a turisti malcapitati. I nostri viaggi insieme avvenivano in occasione di partecipazione a convegni di studi delle donne, non solo in Germania, come a Paderborn nel 1989, poche settimane prima della caduta del muro: il tema del convegno, ricordando il secondo centenario della Rivoluzione francese, era la rivoluzione delle donne, ma nessuno allora prevedeva che il mondo sarebbe mutato in modo abbastanza pacifico di lì a poco; il caso volle che ci ritrovassimo con Rita ad agosto del 1990 proprio a Berlino, a constatare tutto ciò che era già cambiato nell’arco di pochi mesi. I viaggi insieme ci portarono anche in altri paesi europei: eravamo noi due le rappresentanti italiane al convegno di fondazione di W.I.S.E. (Women’s International Studies Europe) a Utrecht nel 1990. Ricordo che l’ultima sera ci chiesero una breve performance in qualche modo “italiana”: io ero assolutamente imbarazzata, ma trascinata da Rita cercai di cavarmela in qualche modo. Una volta successiva, dopo una riunione di W.I.S.E. ci concedemmo qualche giorno ad Amsterdam, insieme. Per lei viaggiare con le amiche diventò in seguito sempre più importante; lo capii da come me ne parlò in occasione del nostro ultimo incontro a Palermo, nel luglio del 2021, rammaricata per l’interruzione imposta dalla pandemia nel periodo precedente; negli ultimi anni erano stati invece i guai di salute, che dalle sue parole non sembravano tanto preoccupanti, a impedirle comunque di “muoversi” al di fuori della sua città, ma era intenzionata a riprendere i suoi viaggi, come mi disse anche l’ultima volta che ci sentimmo, due mesi fa; per lei i contatti non potevano essere in alcun modo “a distanza”, dovevano essere interrelazioni nel senso pieno della parola. 

Ci siamo conosciute credo a metà degli anni Ottanta, grazie alla comune amica e collega Uta Treder, socia fondatrice della SIL pure lei; Uta e Rita si interessavano allora alla scrittura delle donne concentrandosi sull’epoca d’oro della letteratura tedesca, tra fine Settecento e la prima metà dell’Ottocento, alla scoperta delle autrici poco studiate o proprio dimenticate, spesso menzionate solo come sorelle, figlie, mogli. Ricordo bene il convegno su “Viaggio e scrittura” a Firenze, nel dicembre 1986, organizzato insieme alla Libreria delle Donne; nel volume che pubblicò i risultati del convegno Rita è presente appunto con un contributo su una famosa sorella, Fanny Mendelssohn; il suo Diario italiano viene analizzato non tanto per enucleare vicinanze e differenze con altri diari famosi (ovviamente con quello di Goethe), quanto piuttosto per cercare di far emergere la voce più intima, personale, la quale non riesce ad esprimersi compiutamente in un «linguaggio sentito come strumento altrui, estraneo, inadatto ad esprimere propri stati d’animo e sensazioni»; nella musica Fanny Mendelssohn trova invece uno strumento che sente proprio. Rita Calabrese scopre già in questo saggio quello che sarà un filo conduttore delle sue ricerche: l’indagine sulle implicazioni a livello creativo della doppia differenza, quella di donna e di ebrea. Trent’anni dopo questo saggio, nella sua introduzione all’edizione italiana di un altro resoconto di viaggio in Italia, l’Album italiano della romanziera Fanny Lewald, ricorda l’altra Fanny e introduce la specificità della situazione degli ebrei tedeschi assimilati, che in Italia si confrontavano con il Cattolicesimo e con «la disinvolta presenza di sacro e profano»; la loro doppia appartenenza, al mondo ebraico e a quello tedesco, provocava «punte di dolorosa lacerazione», che spingeva gli ebrei tedeschi a «dare senso alle discriminazioni subite con la lotta per una più generale emancipazione, delle donne, della borghesia, degli ebrei».

Lo studio delle autrici del Romanticismo, per esempio Gisela von Arnim, conduce la studiosa ad approfondire le costruzioni mitiche del femminile, come sirene e ondine, e a incontrare l’opera di Christa Wolf, una “scopritrice” e divulgatrice delle autrici romantiche tedesche. 

Abbastanza coerente con i suoi ambiti di ricerca pare dunque che a un certo punto l’interesse si focalizzi sulla scrittrice tanto ammirata da Christa Wolf, vale a dire su Anna Seghers; alle opere di Seghers Rita Calabrese dedica numerosi saggi; voglio qui menzionare solo la traduzione e cura del racconto forse più famoso di Seghers, La gita delle ragazze morte. Grazie a Rita ho maturato e poi condiviso il giudizio sulla grandezza della scrittura di Seghers. 

Vedo come consequenziali pure i suoi studi su Elfriede Jelinek, per esempio nel contributo “Dai margini dell’ebraismo. La scrittura ‘patrilineare’ di Elfriede Jelinek”. Devo al nostro comune interesse per Jelinek il mio primo viaggio a Palermo, perché Rita mi invitò a tenere una lezione, e poi, naturalmente, mi fece conoscere le sue amiche e alcune realtà della Palermo impegnata e femminista.

Non voglio con queste poche annotazioni dare un quadro della studiosa, traduttrice e critica letteraria, ho ricordato solo gli snodi di una rete che legava noi, e altre amiche. Delle autrici e dei testi menzionati abbiamo discusso davvero tante volte insieme, nella “felicità del dialogo” come suona anche il titolo di un suo libro; quando poi leggevo nei suoi articoli i risultati maturati anche grazie ai dialoghi rimanevo ammirata dall’eleganza della sua scrittura, dalla capacità di sintesi e di far emergere con levità la drammaticità delle situazioni in cui le opere delle ‘sue’ autrici erano maturate.

Trasformandoli in impegno culturale e civile lei stessa ha affrontato le crisi e i dolori della vita con forza, levità ed eleganza.

(Newsletter della S.I.L. – Società Italiana delle letterate, giugno 2026)

Diceva che lei andava in Internet come sua madre andava a Monte Berico. Ogni due mesi, a Vicenza, la madre annunciava che doveva salire al santuario, quella chiesa barocca sul colle dove c’è una Madonna grande che apre le braccia e sotto il manto si rifugia la città intera. Un divertimento autorizzato delle donne, lo chiamava Luisa Muraro, e insieme il resto di una religione molto più vecchia del cristianesimo. Di sé raccontava la stessa cosa, con uno spostamento: ogni tanto vado in Internet. Solo che, aggiungeva subito, non è l’Internet nella sua generalità, è il sito della Libreria delle donne.

In questa immagine a ben vedere c’è quasi tutto. C’è la madre e una genealogia di donne che passa per la madre. C’è il sacro fatto scendere nella cosa quotidiana, il pellegrinaggio che diventa un giro in rete. C’è soprattutto il rifiuto del generico. Era questo, in fondo, il suo modo di pensare. Mai l’idea per l’idea, mai la categoria astratta, sempre questa cosa qui, questa persona, questo posto, questo libro. La filosofia, per lei, non era il pensiero che si fonda da sé, da una tabula rasa, ma un pensiero che sa di essere nato, che viene al mondo da un’altra, come noi.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno, alla vigilia degli ottantasei anni: era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno del 1940 e ha smesso di vivere il giorno prima del suo compleanno, una di quelle ironie della sorte che avrebbe apprezzato. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Pensatrice, non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo non ha aggiunto un capitolo sulle donne alla filosofia, ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e con essa l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. In piena pandemia aveva smesso di dire andare avanti, parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Preferiva andare più a fondo nel presente.

Per capire da dove le venisse, conviene andare alla cucina di quando era bambina. Tra il ’45 e il ’46 tornavano gli uomini dai campi di lavoro forzato. Lei si ricordava di uno che era arrivato con un pezzo di pane conservato come una reliquia. Aveva bisogno di raccontare, di essere ascoltato e stava lì in mezzo a loro bambini stupefatti con quel pezzo di pane in mano, mentre la madre doveva sbrigare i suoi lavori e lo ascoltava educatamente, e poi lo compativa. Parola ambigua, diceva lei. Quell’uomo non è stato ascoltato come avrebbe meritato. La storia, in quello che aveva di stonato, le si è impressa proprio come una mancanza di ascolto. E tutto il suo lavoro, poi, è stato un tentativo di tendere l’orecchio a chi non è stato sentito.

Quando, anni dopo, nei gruppi di autocoscienza le donne presero a parlare e a ricevere attenzione le une dalle altre, lei riconobbe una pratica: una raccontava una cosa dolorosa, le altre ascoltavano e quella vicenda che pareva cancellata tornava a risuonare nell’ascolto. È lì che ha capito di non essere interessata alle parole che sostituiscono la realtà e ha imparato a ricercare quelle che permettono di avvicinarla: a interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, a partire da sé e dalla propria esperienza, a cercare parole fedeli a ciò che si vive senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe; a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.

Da questa pratica è nato, nel 1976, il suo libro La Signora del gioco sulla caccia alle streghe. Ha preso gli atti dei processi, le trascrizioni delle testimonianze e si è messa a cercare le voci delle donne: da quelle carte veniva fuori che non erano solo vittime inerti. Luisa Muraro ha restituito la voce a chi una voce ce l’aveva avuta. È il massimo di fecondità, diceva, perché la pratica politica non le dava i contenuti ma il modo di procedere nella ricerca.

La Libreria delle donne di Milano, che ha contribuito a fondare nel 1975 insieme a Lia Cigarini e altre, è prima di tutto un luogo fisico e Luisa Muraro è stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra. Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano, perché altrimenti, prese com’erano dalle loro discussioni appassionate, non l’avrebbero aperta mai: a un certo punto bisognava pur cominciare. La Libreria è stata per lei anche un guadagno personale. Da giovane, in una tensione di emancipazione di cui era appena consapevole, leggeva soprattutto uomini. Ricorda di avere avuto in mano Orgoglio e pregiudizio e di averlo scartato perché scritto da una donna. È stato rifornendo gli scaffali della Libreria che le si è aperto il vasto panorama della letteratura femminile e Lia Cigarini fece per lei quello che la professoressa di scuola non aveva fatto, le disse che Jane Austen era una grandissima scrittrice.

Con l’università il rapporto è stato di lunga, lucida distanza. Avrebbe potuto fare carriera (il suo professore della Cattolica, Bontadini, la difese in pieno Senato accademico quando, dopo le occupazioni, gli altri volevano liberarsene) e invece è rimasta ricercatrice tutta la vita. Qualcuna trovava scandaloso che Luisa Muraro non fosse ordinaria; qualcun’altra ci vedeva un segno tangibile della differenza tra autorità e potere. Lei la metteva più semplice. Diceva: amo Diotima, la comunità filosofica femminile che aveva fondato nel 1984 con Chiara Zamboni e altre, amo gli studenti e le studentesse che mi vengono affidati, amo lo studio, amo la ricerca; ma l’istituzione accademica non la tengo in simpatia.

Le lettrici, per lei, erano la condizione stessa dell’esistere di un libro e forse della sopravvivenza di chi lo scrive. Non penso indipendentemente dalla scrittura, diceva: le intuizioni venivano prima, luminose, intense, ma è scrivendo che il pensiero si articola. Era un bisogno quasi fisiologico e lei era una che scriveva sempre. Un’altra parte importante del suo rapporto con la scrittura era aiutare le altre a dire meglio, a tirar fuori una cosa che sentivano importante e non riuscivano a esprimere. E molte ne hanno beneficiato, io per prima. Sognava una scuola di scrittura e l’ha fatta davvero: dal 2007 fino al Covid che l’ha interrotta nel 2020, ha tenuto con Clara Jourdan una Scuola di scrittura pensante, perché meglio si scrive e meglio si pensa e perché quello che si dice sia vero e possa interessare anche altri. Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.

(Doppiozero.com, 23 giugno 2026)

Disegno di Safaa Odah e Pat Carra

Una relazione di amicizia, solidarietà e femminismo: è quella che lega due fumettiste, Pat Carra e Safaa Odah, tra Gaza e l’Italia. Dal loro legame è nato un libro, Safaa e la tenda (Fandango, 2026), e la mostra Al di là del mare che da giugno attraversa l’Italia, con il sostegno di Un Ponte Per, Chandra Candiani, Fandango, Erbacce.

Le abbiamo intervistato insieme.

Come vi siete conosciute, e come è nata la vostra relazione?

Pat Carra – Ho incontrato Safaa nel 2024 sui social. Mi sono innamorata dei suoi fumetti, questa è l’origine di tutto. Le ho chiesto di collaborare a Erbacce, la rivista umoristica e femminista di cui faccio parte, e le abbiamo dedicato la rubrica Una tenda in Palestina. Tra noi si è sviluppata una corrispondenza sempre più coinvolgente. A me la sorte ha assegnato la sfida di creare le condizioni concrete di un progetto comune, prima il suo libro e in seguito la nostra mostra. Anche in Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza è presente una seconda protagonista: la nostra relazione. Siamo due fumettiste e condividiamo uno sguardo femminista, Safaa ha trent’anni meno di me, è energica e coraggiosa, ha una fede che la rende forte. In un momento per me doloroso, mi è stata molto vicina. Era un paradosso ricevere sostegno da Gaza, dove è in corso un genocidio e manca tutto. Ci è venuto da ridere.

Safaa Odah – Ci siamo conosciute in tempi non ordinari. Erano momenti estremamente difficili e vivevo in condizioni psicologiche molto fragili. Come sapete, stavamo attraversando un genocidio. In quel periodo, per me il disegno era un mezzo per resistere e restare salda. Ci siamo conosciute sui social e ho capito subito che Pat non è solo un’artista, ma una persona. Ho conosciuto molti colleghi e artisti, ma lei è stata l’unica a restare, e aveva qualcosa di diverso. Con il tempo, la nostra relazione ha superato i confini della collaborazione. Ho trovato in questo incontro uno spazio in cui potevo essere sincera. Attraverso di lei ho conosciuto un mondo di amicizie meravigliose, tra cui la poeta Chandra Livia Candiani. Pat ha avuto un ruolo molto importante nel far pubblicare i miei disegni sulla rivista Erbacce e attraverso di lei è nato anche il libro con Fandango. Ci siamo incontrate nel pensiero prima ancora che nel disegno, e nel sentimento prima ancora che nelle parole.

Che ruolo ha il disegno nel rappresentare il mondo che vi circonda?

PC – Da sempre il fumetto e l’umorismo sono stati per me una forma di resistenza. Quando disegno vignette sulla violenza maschile o sulla guerra, seguo una linea che ha origini nella mia infanzia. Come Safaa sono un’autodidatta del disegno, lei ha studiato psicologia, io filosofia, eppure siamo arrivate a scegliere questo linguaggio, che è semplice ma non semplicistico. È un’arte che riconduce le cose a una misura umana, svelando la verità al di là delle finzioni come il bambino che dice «il re è nudo». Trasformare la rabbia, l’odio, l’angoscia in un momento liberatorio è l’essenza del mestiere. Nel 2004 ho creato “Cassandra che ride”, una personaggia che racconta le guerre occidentali post 11 settembre. Safaa testimonia il genocidio post 7 ottobre spogliando l’oppressore della sua presunta onnipotenza: i soldati israeliani sono insopportabili, nelle sue vignette, come lo sono i topi che ritrae davanti ai sacchi di farina.

SO – Per me il disegno non è solo un mezzo di espressione, ma un modo per comprendere ciò che accade intorno a me. Molto spesso le parole non sono sufficienti. Disegno per documentare ciò che vivo e ciò che vedo, non solo eventi, ma anche emozioni e dettagli quotidiani che altri potrebbero non notare. A volte sento di essere una testimone e che è mio dovere trasmettere questa realtà così com’è, con sincerità, anche se è molto doloroso. Inoltre, il disegno è uno spazio attraverso cui posso affrontare questa realtà, non fuggirne. È il mio mezzo per restare salda e per trasformare questo dolore. Non è solo arte: è una responsabilità. Raccontare ciò che accade dal mio punto di vista e lasciare un impatto reale su chi guarda.

Cosa sono stati questi anni di genocidio, visti da Gaza e dall’Italia?

PC – Sfilo nelle piazze, partecipo a incontri, seguo le notizie ma la mia vera guida sulla Palestina è Safaa. Abbiamo una lingua madre in comune, quel tipo di fumetto: socio-politico, femminista, che nel tratto è umoristico anche quando è tragico. L’Italia è un paese venduto agli Stati Uniti e Israele, Milano è una città gemellata a Tel Aviv. Safaa è l’unica fumettista che continua a disegnare da Gaza. Il mio impegno dall’Italia è stato coltivare la nostra amicizia, riconoscere il suo protagonismo, rilanciare la sua voce e fare coro con lei. Safaa è una grande fumettista, il suo lavoro è destinato a diventare un classico, e sentire la sua fiducia è un onore. La sua lotta è la mia: sopravviviamo in un capitalismo che non si può definire con parole umane.

SO – Sono stati due anni difficili, e non sono finiti. La guerra non si è mai fermata, viviamo nella paura costante della perdita. Questo comporta un logorio emotivo molto intenso. A Gaza non esiste più separazione tra vita e morte: sono intrecciate. Ormai per noi vivere è semplicemente cercare di sopravvivere. In questi anni Pat mi ha sempre mandato foto e immagini di manifestazioni di solidarietà che arrivavano dall’Italia, con una partecipazione davvero straordinaria. Questo per me è stato molto importante: mi ha fatto sentire che il nostro popolo non è solo, che ci sono tante persone a sostenerci. Ho sempre saputo che l’Italia è solidale alla Palestina, ma durante la guerra questo è stato ancora più evidente. Attraverso i social ho potuto vedere quanta solidarietà c’era, e il sostegno è stato davvero eccezionale.

Cosa significa per voi vedere oggi un libro e una mostra nati dalla vostra relazione? Come è nata questa idea?

PC – Dal desiderio di mettere al centro la nostra relazione, due donne fumettiste da due paesi diversi. Mentre curavo il libro di Safaa, non c’erano le condizioni materiali per lavorare insieme. Era necessario creare un filo narrativo, fare scelte e rischiare. Lei mi scriveva “vai avanti”. Volevo avvicinarmi il più possibile, per farcela ad andare avanti. Un giorno del 2025 non avevo più parole per fare coraggio a Safaa. Ho scelto un suo fumetto e mi sono disegnata accanto lei: questo disegno a quattro mani è diventato l’immagine guida della mostra. Ne sono seguiti altri che sono il cuore di “Al di là del mare”: ci incontriamo nel fumetto, letteralmente. La poeta Chandra Candiani, che è presente insieme a noi con il testo “Indomabile fiducia” lo racconta in questo passaggio:

«E c’è l’amorevole ponte tra Safaa e Pat, il loro incontro da una sponda all’altra del mare risuonando. Sono nati alcuni fumetti a quattro mani, come sonate notturne e dialoghi al buio tra bambine spaventate che si rassicurano così dentro il male del mondo, senza uscirne, con i loro strumenti di salvezza fragilissimi e incorruttibili. Con il loro testimoniare. Con il loro fare insieme».

SO – Vedere il mio libro e la mia mostra nascere da questa relazione mi provoca sensazioni contrastanti. Da una parte la gioia immensa, non mi sarei mai aspettata di raggiungere questo risultato. Sono grata e felice per tutto questo. Ma avrei tanto desiderato essere lì con voi. Ogni disegno per noi ha una storia, ogni dettaglio è legato a un momento, e sembra la dimostrazione che qualcosa può continuare a esistere e crescere nonostante tutto.

(*) Per informazioni sulla mostra, segui Erbacce e Un Ponte Per qui e sui canali social.

(Erbacce, 21 giugno 2026)

Nel corso della trasmissione La domenica dei libri del 21 giugno 2026, il conduttore Roberto Festa ha intervistato la filosofa Laura Boella sul pensiero di Luisa Muraro.

Qui di seguito il link al podcast della trasmissione. L’intervista si trova poco dopo le ore 10:30 della registrazione.

(La redazione del sito)



(Radio Popolare – La domenica dei libri, 21 giugno 2026)

Pubblichiamo di seguito il link al TG3 del 21 giugno 2023 in cui è contenuto il servizio di Francesca Sancin sulla manifestazione “Tessere la pace, custodire il futuro” organizzata a Roma dalle 10 100 1000 Piazze di donne per la pace. La manifestazione ha raccolto in un momento simbolico nazionale il lavoro costante di tanti gruppi locali di donne, divenuti nel giro di un anno oltre 160, per opporre alle guerre che imperversano una logica di pace di costruzione di civiltà. Il servizio comincia al minuto 24,17.

Le immagini degli arazzi disposti circolarmente sulla piazza ci ha ispirato il titolo “Nel cerchio delle vostre mani”.

(La redazione del sito)

https://www.raiplay.it/video/2026/06/TG3-a1e7d84d-bc41-4238-8865-03d0a3694624.html

(Raiplay.it, TG3 21 giugno 2026)

Domenica 21 giugno la Piazza del Campidoglio di Roma si è riempita di arazzi per la pace tessuti a mano da donne che hanno voluto manifestare in questo modo contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione delle società europee. Nata un anno fa grazie alla rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, l’iniziativa è stata preceduta da un percorso collettivo di elaborazione tematica e sostenuta da un appello che continua a raccogliere sottoscrizioni (https://www.ioscelgo.org/petizioni/tessere-la-pace-custodire-il-futuro-il-21-giugno-in-piazza-per-interrompere-leconomia-di-guerra/). Pubblichiamo il testo letto in apertura da Daniela Dioguardi dell’Udi di Palermo.

Per essere qui e portare i nostri arazzi molte di noi sono dovute partire all’alba, rinunciando al loro unico giorno di riposo. Ma Roma era una tappa importante di un cammino per la pace che abbiamo deciso di percorrere insieme, un cammino iniziato un anno fa e a cui si vanno aggiungendo altre donne. Nel giugno 2025 le piazze delle donne erano 39, a marzo 2026 più di 160. Abbiamo tutte insieme costruito con impegno una comunità diffusa e molteplice, certe che pensare e stare insieme avrebbe moltiplicato e reso visibile nello spazio pubblico la nostra forza morale che si oppone alla violenza patriarcale. Ci unisce la convinzione che non si possa restare indifferenti di fronte alla sofferenza di intere popolazioni terrorizzate, costrette dalla guerra alla fuga o ai limiti della sopravvivenza in città ridotte in macerie, dove piangono giorno dopo giorno i loro morti, tra cui molti, troppi, bambine e bambini. E di fronte alla devastazione ambientale, di cui tutti e tutte piangeremo le conseguenze.

Da Gaza, dal Libano, dall’Ucraina, dall’Iran, dal Sudan e da tutte le zone di guerra sentiamo riecheggiare dentro di noi le grida di aiuto delle donne, delle madri disperate che hanno perso figli e figlie, che cercano in situazioni impossibili di assicurare la quotidianità, di proteggere i più piccoli, di riparare i loro stessi corpi dagli stupri che sono l’arma in più usata dagli uomini contro le donne per ucciderne l’anima. La forza bruta si impone sfacciatamente, facendo piazza pulita di convenzioni, diritti umanitari, istituzioni, organismi internazionali che dopo la Seconda guerra mondiale gli uomini si erano dati per limitare, controllare l’uso della violenza. Il sogno di un’Europa unita anche per realizzare la pace è stato di fatto travolto.

Di fronte a tanto orrore non si può, non si deve restare indifferenti né rassegnarsi. Non solo perché lo richiede la nostra umanità, ma perché ciò che avviene oggi in questi paesi può domani avvenire nel nostro. È venuto meno l’equilibrio geopolitico che ha permesso in Occidente, sia pure con delle orribili eccezioni, un lungo periodo di pace, e grande è il disordine sotto il cielo. Compaiono sulla scena pubblica rozzi personaggi che fanno dell’individualismo, del cinismo, della volontà di dominio e della forza di sopraffazione la propria cifra politica, come fosse un titolo di merito. La potenza degli armamenti attuali e di quelli che stiamo finanziando, e le oltre 12.000 testate nucleari già esistenti sono in grado di annientare la civiltà umana. Il rischio che la guerra si allarghi anche per un errore è estremamente concreto.

In questo contesto è ancora possibile parlare di civiltà dell’Occidente? Le magnifiche sorti e progressive del genere umano consisterebbero nel distruggere e sterminare con una tecnologia sofisticata talmente avanzata da permettere perfino di uccidere senza sentirsi responsabili? Questa non è la civiltà per cui hanno lavorato e continuano a lavorare milioni di donne che conoscono la vulnerabilità e la fragilità dei corpi e sanno bene di quanta attenzione e di quanta cura abbiano bisogno per nascere, crescere e restare al mondo.

La civiltà delle donne non vanta imprese cosiddette mirabolanti e straordinarie e non è raccontata nei libri di storia, nemmeno quando esse sono state protagoniste di invenzioni e scoperte, superando proibizioni e impedimenti. La civiltà delle donne è fatta di attività quotidiane necessarie per vivere, considerate dal pensiero patriarcale marginali, di poco conto. Della maestria femminile di costruire relazioni, trovare soluzioni in contesti difficili, cercare utili mediazioni, noi siamo orgogliose. Sono attività dalle quali in questa fase di grave crisi storica si debbono trarre insegnamenti.

“Tessere la pace. Custodire il futuro” porta sulla scena pubblica un’attività che fa parte dell’esperienza storica delle donne e indica che fuori da una logica predatoria di onnipotenza e di dominio la pace è possibile e conveniente. Tessere, cucire, ricamare, rammendare sono occupazioni che richiedono tempo, pazienza, l’abilità di sapere intrecciare armoniosamente fili diversi, di saper rimettere insieme spacchi e riparare rotture, producendo opere utili alla bellezza e alla vita. Simbolicamente sono antitetiche alle attività belliche che separano, rompono, distruggono, uccidono. Tessere per noi è stata ed è anche un’entusiasmante pratica collettiva, un ritorno alle radici da cui abbiamo tratto energia; una pratica politica che ha portato molte donne a conoscersi, costruire relazioni, creare spazi di parola e di ascolto. Spazi necessari per costruire una trama resistente di discorsi di pace, in grado di contrastare la narrazione mainstream che presenta la guerra come inevitabile, manipolando le coscienze e militarizzando la scuola, e usando le parole non per nominare la realtà e cercare soluzioni pacifiche ma per camuffare ciò che avviene realmente e alimentare le tensioni.

La guerra non è un fenomeno naturale, non è un terremoto, può quindi essere eliminata attraverso una buona politica e soprattutto una trasformazione culturale profonda, cominciando col disarmare oltre agli arsenali le menti e il linguaggio. Rifiutiamo la passività, e alla trappola dell’impotenza in cui vorrebbe farci cadere il potere contrapponiamo la potenza generativa dell’amore in grado di far nascere qualcosa di nuovo. Dipende da noi, dalla capacità di mettere insieme pensiero e azione, dal coraggio di combattere con la mente pensando controcorrente, andando oltre la logica dicotomica dell’amico-nemico pur consapevoli che esistono torti e ragioni, spezzando la spirale di odio e vendetta in cui è facile restare impigliati. Non vogliamo abituarci né fare abituare i/le più piccoli/e alla contabilità dei morti, alle immagini di violenza e distruzione che purtroppo sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Rivolgiamo un appello alle donne che stanno nelle istituzioni perché non dimentichino che sono lì grazie alle lotte delle donne prima di loro, e perché vi portino l’esperienza storica femminile di attenzione e cura della vita. Essere donna, essere madre non è un proclama strumentale, è una differenza che richiede consapevolezza e che si nomina attraverso le parole che usiamo e le azioni che scegliamo. Prima che sia troppo tardi, queste parole e queste azioni oggi debbono essere contro la guerra e contro il riarmo.

(centroriformastato.it, 21 giugno 2026)

A distanza di qualche mese dalla morte di Lia Cigarini, il 13 giugno è morta anche Luisa Muraro. Due grandissime donne del femminismo della differenza sessuale, della libertà femminile. Entrambe ci hanno lasciato una ricchezza enorme di pensiero, di idee, di scritti, di libri da leggere, rileggere, studiare e trasmettere alle nuove generazioni di donne e uomini che poco o nulla o male sanno di loro e del pensiero e delle pratiche politiche del femminismo della differenza. Femminismo che ha portato le donne fuori dal patriarcato rendendole libere quali soggetti pensanti e parlanti. Libere di autodefinirsi, di pensarsi a partire da sé in relazione con un’altra donna. Se la mia generazione è nata emancipata quella delle giovani è nata libera, grazie a donne come Muraro e Cigarini, a cui essere grate. Grande è il dolore di chi, come me, le ha conosciute non solo leggendole ma anche ascoltandole nei luoghi della politica delle donne come la Libreria delle donne di Milano che, insieme ad altre, hanno fondato nel 1975. Al dolore si unisce tanta gratitudine e riconoscenza per due donne che hanno speso la loro vita per aprire nuove strade di pensiero e di pratiche di relazioni tra donne e tra donne e uomini, per un senso libero dell’essere donna e dell’essere uomo.

Luisa Muraro con il suo libro “L’ ordine simbolico della madre” ci ha insegnato l’amore femminile per la madre come riconoscenza e gratitudine per la donna che ci ha messe al mondo e per tutte quelle donne (madri simboliche) che, come lei e Lia, ci hanno dato qualcosa di essenziale per la nostra vita. Muraro è una delle più grandi pensatrici del nostro tempo. Una filosofa a cui piaceva, sin dall’infanzia, scrivere. Tanti i libri che ci ha lasciato, tra cui quelli sulle mistiche e la loro libera ricerca di Dio. Una tradizione, questa, andata perduta. Una scrittura, la sua, sorgiva dal pensiero della differenza sessuale e dalla politica delle donne, stando in una relazione di scambio e di confronto con Lia Cigarini. Un sodalizio il loro durato oltre la vita. Più volte le ho viste all’opera e ogni volta entrambe, con le loro parole, illuminavano e aprivano a nuove riflessioni, a nuovi pensieri, spingendo in avanti la discussione. Erano esigenti. Non ammettevano discorsi superficiali o approssimativi. Quando, nei primissimi anni Settanta, Muraro incontra Cigarini, che era già una femminista, lei aveva alle spalle anni di impegno politico nel movimento per la pace in Vietnam e nel movimento studentesco. Aveva partecipato all’occupazione dell’università La Cattolica, dove si era laureata in filosofia della scienza, e questo le costò la perdita della possibilità di intraprendere la carriera accademica, come racconta a Clara Jourdan nel libro intervista “Esserci davvero” a cura della Libreria delle donne di Milano: «Appena laureata mi hanno chiesto di restare in università, e di fare carriera accademica lì. Però è scoppiato il Sessantotto e allora hanno cambiato idea, tranne il mio professore il quale (…) ha voluto tenermi come assistente volontaria (allora c’era questa figura)». Non ha mai avuto una cattedra ma, dopo un breve passaggio nella scuola media, ha insegnato e fatto ricerca per trent’anni all’università di Verona dove, nel 1983, insieme ad altre, legate alla politica delle donne e al pensiero della differenza sessuale, ha fondato la Comunità filosofica femminile “Diotima”. Nel 1991 fondava la rivista della Libreria delle donne Via Dogana2, che ha voluto continuasse con Via Dogana3 online. Muraro non solo amava scrivere ma anche “aiutare altri a dire meglio” quando sentiva che c’era “qualcosa di importante”. Maestra di scrittura, insieme a Clara Jourdan, dal 2007 al 2017 ha portato avanti una “Scuola di scrittura pensante”, divenuta nel 2020 “Scuola di scrittura politica per aiutare a pensare la politica delle donne, che interagisce con il mondo globale”. È poca cosa quello che ho scritto per onorare una donna grande come Luisa Muraro, che ho amato, e amo, tanto. Grazie Luisa, grazie Lia.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 21 giugno 2026)

Secondo l’artista e designer tedesca Annie Albers, i suoi primi anni esaltanti al Bauhaus come studentessa di tessitura erano liberi da sistemi fissi di insegnamento ed erano, di fatto, un invito alla sperimentazione. Erano i primi anni ’20 del Novecento, e come donna, anche in un ambiente progressista come quello del Bauhaus, le era vietato seguire altri corsi di arti applicate, che non fossero tessitura e ricamo. Annie Albers è una delle tante protagoniste del saggio Cucire universi, scritto dalla storica del design Domitilla Dardi e edito dai Einaudi.

Il libro propone una storia dell’intelligenza progettuale nascosta, mostrando come ricami, tessuti, abiti e altri territori tradizionalmente femminili non siano periferie della cultura, della progettualità e di quello che oggi chiamiamo design, ma proprio uno dei suoi motori principali. Ne parliamo con la sua autrice Domitilla Dardi.

Cucire universi è stato un lavoro che ha messo a sistema diverse riflessioni maturate nel tempo. Diciamo che nasce anche in qualche modo come una sorta di controcanto al manuale di storia del design che avevo scritto diversi anni fa. A un certo punto ho sentito proprio l’esigenza di girare lo schermo e andare a inquadrare tutta una serie di campi che tradizionalmente sono stati definiti appunto arti minori e arti femminili. Mi sono resa conto, mano a mano, che andavo proprio a inanellare tutta una serie di storie, una serie di racconti e che in realtà questa impostazione, che è quella nella quale io stessa mi sono formata come storica dell’arte prima e poi come storica del design, è frutto di un’ideologia.

E non è assolutamente l’unico modo di guardare a una serie di tecniche che al contrario sono estremamente innovative e potrebbero avere dei potenziali inespressi che forse è arrivato il momento di indagare e di conoscere meglio. È vero che una grande parte della ricerca è stata improntata appunto al tessile perché il tessile è il territorio per eccellenza del fare manuale e del fare femminile. In realtà se siamo disposti a questo piccolo gioco copernicano di cambio del punto di osservazione, ci accorgiamo che ad esempio in cucina esiste una legge che è quella dell’ingegneria gestionale che veniva applicata per esempio nelle fabbriche secondo il metodo tayloristico e le pioniere dell’organizzazione della cucina fecero gli stessi ragionamenti che poi i loro mariti portarono dentro le fabbriche all’interno della loro cucina e del loro spazio professionale. Quindi di base è stato un lavoro proprio per cercare di intaccare una serie di paradigmi che io stessa credevo inamovibili e riconsiderare soprattutto le tecniche.

Apri il libro con Corradina, la madre del Barone rampante di Italo Calvino, una donna che ha il talento di una stratega militare ma può esprimerlo soltanto attraverso il ricamo. Perché hai scelto lei come guida spirituale di Cucire universi?

Allora, innanzitutto penso di avere una passione per i personaggi arcigni e questa Corradina è una madre abbastanza sui generis, nel senso che prima di tutto è una donna frutto del suo tempo. Lei appunto vive nel Settecento e non può esercitare la sua grande passione che è lo studio strategico, la balistica, perché lei è figlia di un generale e voleva fare la generalessa. A un certo punto invece di sottostare questa regola imposta dalla società e dalla cultura nella quale vive, fa quella che io trovo una geniale mossa del cavallo. Cioè invece di andare di petto, di ribellarsi come fa peraltro Cosimo, suo figlio, che appunto sale sugli alberi e si ritira a una vita vista dall’alto, lei rimane sotto, rimane ancorata alla sua realtà, ma comincia a occuparsi di strategie, di scene di battaglia, di studi di balistica ricamandole sulle tovaglie, sulle tende, su tutto ciò che ha portata di mano. E allora è diventata un po’ una guida questa immagine, cioè quante volte nella storia dei saperi che sono stati preclusi a qualcuno per motivo di genere, per motivo di appartenenza a un gruppo culturale, sono stati al contrario esercitati in una maniera meno evidente, ma altrettanto producente. E quindi su questa scia dell’invenzione calviniana di un personaggio che è considerato minore secondo me c’è proprio un grande incentivo ad accorgerci, a leggere questi altri modi di fare.

Nel libro alla fine sostieni che le arti minori non esistono, a un certo punto della storia però qualcuno ha deciso che un affresco era più importante di un arazzo e che il ricamo apparteneva a una categoria inferiore. Chi ha costruito questa gerarchia e con quali finalità secondo te?

Diciamo che ci sono stati diversi elementi che hanno proprio stratificato questo pensiero, ma se dobbiamo scegliere il punto più evidente di questa impostazione io direi che è il caro vecchio Giorgio Vasari con il suo trattato delle vite; perché Vasari ha un’impostazione che potremmo quasi definire oggi un po’ agonistica, perché lui parte proprio dallo stabilire qual è l’arte maggiore tra le arti maggiori.

Addirittura dice che l’architettura fa una specie di campionato a parte, se la giocano pittura e scultura e all’interno di pittura e scultura lui inserisce tutte quelle che poi vengono definite appunto le arti minori che però sono come delle specie di piccole formazioni, l’oreficeria, il cesello, l’intarsio, sono solo delle preparazioni per poi diventare effettivamente scultori. Se pensiamo a tutto questo relativo al momento storico in cui Vasari parla, che è quello appunto rinascimentale, quindi con una politica basata sull’idea gerarchica del principe, del re, dell’imperatore, ecco che ci rendiamo conto che ha una struttura gerarchica che alla fine diventa assolutamente ideologica. E se ci spostiamo appunto prima di Vasari, quindi nel Medioevo, o lontano da Vasari, cioè in Oriente, ci rendiamo conto che questa suddivisione, vuoi perché le forme politiche di fatto erano anche differenti, non sussiste, non c’è questa esigenza di garantire a un mecenate principe un primato. E questa è una grande liberazione.

Nel libro poi sostieni anche che il tessile non è soltanto una tecnica decorativa, ma è un vero modo di pensare lo spazio. In che senso un tessuto, un abito o una trama possono insegnare qualcosa all’architettura e al design?

Beh, pensi innanzitutto all’abito. L’abito è la seconda casa che noi abbiamo a disposizione nella nostra vita, considerando che la prima è il ventre materno. L’abito è proprio l’idea di costruire una protezione ed esistono di base, a me sembra, due grandi vie. Quella di avvolgere il corpo con un tessuto unico che in qualche modo si adatta alle forme volumetriche del corpo, è qui l’archetipo del sari indiano.

E dall’altra parte invece c’è l’idea di tagliare, cucire e passare dal piano bidimensionale ad una struttura tridimensionale. E quello è la camicia bianca. Se noi pensiamo veramente alla camicia e al sari come due archetipi che poi si ritrovano nell’architettura organicista, che infatti avviluppa lo spazio e lo rende molto fluido, versus l’architettura razionalista, che invece è quella che dà il rigore geometrico all’interno del quale è il corpo che si adatta.

Alla fine del libro mi è rimasta una domanda, oggi siamo davvero usciti dal mondo di Corradina oppure continuiamo a considerare alcuni talenti, alcuni lavori, alcuni saperi meno importanti di altri, perché associati a certi ambiti della vita o a certe identità che consideriamo marginali?

Credo che ci stiamo lavorando, però i campi come quelli scientifici ci dimostrano che queste tecniche, se valgono, possono essere utilizzate. Penso ad esempio all’aerospaziale, alla medicina, alla chirurgia di interni. Utilizzano il ricamo esattamente con una finalità funzionale: quindi io penso che il problema sia davvero avere un’apertura mentale e ripartire dalla considerazione delle tecniche, dei processi e non delle assegnazioni ideologico-culturali.

(Il mondo Cultura, podcast di Internazionale, 20 giugno 2026)

Ricordo Luisa Muraro alla Libreria delle donne di Milano, negli anni ’80 del secolo che abbiamo alle spalle, quando la sede era ancora in via Dogana al numero 2, a fianco della piazza del Duomo. Allora mi stavo laureando in filosofia con Silvia Vegetti Finzi e Fulvio Papi, ma nella mia tesi di laurea ha avuto grande importanza anche il suo pensiero e insegnamento. Ho, infatti, amato e inserito in bibliografia il suo Maglia o uncinetto.Metafora e metonimia, poi pubblicato anche come libro monografico da Feltrinelli, ma da me letto e utilizzato nella sua prima formulazione sulla rivista aut aut n. 175-176 del gennaio-aprile 1980.

Mi piaceva soprattutto, al di là delle sottili e profonde disquisizioni linguistiche, il titolo: che bello richiamare e valorizzare, anche in ambiti di alta filosofia, ciò che attiene alla vita quotidiana delle donne!!! Volere per le donne una diversa considerazione in società, rispetto al passato, ruoli autorevoli e di governance, non può voler dire omologazione al maschile, negazione di ciò che è sempre stato importante e proprio del mondo femminile: questo è l’insegnamento del “pensiero della differenza”, che porterà poi anche alla costituzione di quella fondamentale comunità di filosofia quale è Diotima, nata a Verona e a cui Luisa Muraro ha contribuito a dar vita.

In quegli anni fine Settanta / inizio Ottanta, alla Libreria la ricordo al centro di una grande tavolata, dove si raccoglievano duemila lire a testa, per mangiare tutte insieme mentre si discuteva di filosofia, politica e femminismo. Il suo era un pensiero al di fuori di qualsiasi schema, sia accademico sia “ideologico”, e questo mi piaceva, esaltava il mio essere “contro” l’educazione religiosa, classica, perbene che avevo avuto fino ad allora. Lei si era laureata all’Università Cattolica di Milano, ma poi aveva deciso di fare tutt’altro, andando a insegnare nella scuola dell’obbligo, dove aveva avviato un esperimento didattico di scuola “antiautoritaria”: un esempio di come incarnare la filosofia, mettere in pratica la teoria, e l’esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L’ Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola, Einaudi, 1973.

Aveva fondato con altre, nel ’75, proprio la Libreria delle donne sul cui sito ancora oggi si legge (vedi Chi siamo): «Sì, perché la Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione». Io ho respirato a pieni polmoni, da giovane studente di filosofia, quegli anni così vivaci e intensi, con la gran voglia di sovvertire la cultura tradizionale in cui eravamo cresciute, e quel “partire da sé” è sempre stato al centro del mio essere e agire. Noi donne siamo ben capaci di pensiero astratto, razionale, filosofico, ma sempre incarnato nella nostra esperienza, vissuto corporeo, materialità singola, ben consapevoli che l’universale non è un monolite, ma un prisma, in cui le diverse facce si confrontano, affiancano, uniscono, ma rimangono distinte, sé stesse.

Luisa Muraro si è spenta nella mattinata del 13 giugno scorso, e tantissimi sono stati in queste settimane gli scritti che hanno parlato di lei e delle sue opere, a partire dalla prima comunicazione della sua scomparsa, sul sito della Libreria da lei fondata: nell’articolo di Laura Colombo c’è il richiamo a ciò che Luisa diceva, che occorre «andare a fondo nel presente» per non cadere nell’«inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più». Non pensiamola quindi come una mancanza, perché il suo pensiero continua ad agire anche ora più che mai vivo, «il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera».

Innumerevoli i suoi scritti, sia accademici, sia divulgativi. È stata traduttrice di molte opere di Luce Irigaray e a questo proposito non posso non ricordare un magnifico pomeriggio a Milano in cui noi giovani studenti abbiamo accompagnato Luisa Muraro e Luce Irigaray in visita alla città. Luce parlava solo francese e Luisa un po’ dialogava con lei e un po’ si rivolgeva a noi per chiedere se avevamo seguito tutto e se avevamo domande. Un po’ una lezione a cielo aperto e un po’ un momento di vita indimenticabile.

Al posto di elencare tutte le sue importanti opere, che si possono ritrovare ovunque, voglio invece qui ricordare un suo piccolo scritto che ho sempre trovato geniale!!! Eccezionale perché distribuito gratuitamente in un luogo pubblico, rivolto anche forse a chi non è abituato a leggere testi complessi, distribuito in un luogo, la metropolitana, dove si va di fretta, e su un tema non certo comune: la lingua sessuata, che non esclude ma rende visibile il femminile in quel luogo simbolico per eccellenza, il linguaggio, che non solo descrive il mondo, ma contribuisce a formarlo.

Riporto qui la parte che ha poi indirizzato sempre più il mio modo di parlare, di insegnare, di agire e di essere: «La donna che lavora in fabbrica si chiama operaia, se lavora in campagna, contadina, se vende, commessa. È giusto, lo vuole la lingua che parliamo, lo insegnano i vocabolari. Nei vecchi vocabolari non troviamo il femminile di sindaco, ministro, deputato, ma solo perché erano di una civiltà patriarcale che escludeva le donne dalla vita pubblica. Questo non succede più. Da qui lo scandalo: se quelle che entrano nei posti di comando vogliono chiamarsi al maschile, che messaggio danno? Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università? Che una donna ammiri un uomo, ammesso che abbia qualche merito, non ci sono obiezioni, l’ammirazione è un sentimento libero. Ma che lo prenda come una misura per sé, in generale, questa o è soggezione o trasformismo. E ha degli effetti deteriori, perché in un posto di responsabilità bisogna portare non solo le conoscenze ma anche le esperienze, non solo un titolo di studio ma anche il proprio essere» (“Esiste il sesso delle parole”, Metro, 28 marzo 2012). Era il 2012, ma quanto è attuale!

(https://vitaminevaganti.com/2026/06/20/luisa-muraro-nel-mio-ricordo/, 20 giugno 2026)

Sabato e domenica 13/14 giugno in Svizzera sono state le giornate dedicate allo sciopero femminista. In diverse città svizzere si sono tenute manifestazioni contro la discriminazione salariale, la violenza maschile contro le donne e le molestie. Domenica, a Berna, Basilea, Zurigo e Lucerna migliaia di partecipanti, vestite con magliette viola, hanno protestato in particolare contro i femminicidi e varie forme di dominio patriarcale. Hanno inoltre rivendicato salari più elevati, redditi migliori e più equilibrio tra lavoro e vita privata. Migliaia di persone erano già scese in piazza sabato a Losanna e a Neuchâtel con analoghe rivendicazioni.

(La redazione del sito)

Donne, donne ovunque. Alle manifestazioni femministe del 13 e 14 giugno a Losanna e a Ginevra abbiamo visto madri, nonne, cugine, zie, amiche e bambini di ogni età. Uomini pochi, come sempre. Qualcuno c’era, certo. Altri sono rimasti a casa a badare ai bambini, un modo anche quello per sostenere la protesta. La maggior parte era in giardino, davanti alla televisione o in palestra.

La rivoluzione femminista innescata quasi dieci anni fa dal movimento #MeToo è avvenuta grazie alle donne. Hanno decostruito i discorsi dominanti, pubblicato opere di divulgazione sulle questioni di genere, manifestato, realizzato podcast e contenuti sui social network per spiegare, precisare, contestualizzare, mobilitare.

Se le violenze sessuali nei confronti di donne e bambini, così come i femminicidi, sono oggi sempre in primo piano tra i fatti di attualità, lo dobbiamo a questo lavoro di base svolto dalle attiviste, ciascuna secondo le proprie forze. E quel lavoro è ormai penetrato nella quotidianità. Nelle cucine, nelle camere da letto, nelle aziende, nello spazio pubblico, il concetto di parità regna sovrano, con buona pace degli spiriti più reazionari. E allora perché sono così rari gli uomini che partecipano a questa lotta?

Eppure sono coinvolti direttamente: in Svizzera sono il 90 per cento dei condannati per reati sessuali. Alcuni ne sono consapevoli, ma non si sentono autorizzati a parlare in nome delle vittime. Altri condannano le azioni individuali, senza capire che la violenza è il prodotto di una società patriarcale da cui traggono vantaggio anche loro. Signori, il risultato della vostra inerzia è che ancora una volta sono le donne a battersi al posto vostro e al loro carico fisico e mentale si aggiunge il dovere della militanza, di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Il minimo sarebbe ringraziarle.

(Internazionale, 19 giugno 2026)

«In tutte noi c’è un passaggio segreto che ci porta alla nostra libertà», mi disse Luisa Muraro. Il suo femminismo mi aiuta a (ri)trovarlo ogni giorno

Se ne è andata la creatrice di una delle filosofie più brillanti del XX e del XXI secolo. Ma essere donna e femminista non aiuta a essere riconosciute. Pensare una politica radicale di trasformazione, neppure.

La scoprii quand’ero molto giovane, la insegnai, è stata la forza alla base della mia autonomia. Ho imparato da lei che nessuna teoria ha importanza se non è tradotta in vita, nessun femminismo serve a qualcosa se non interroga le mie viscere, nessuna politica ha valore se mi spinge a tradire me stessa. E mi ha fatto scoprire il senso di NOI al femminile.

Ho avuto la gioia di conoscerla, l’ho vista ESSERE quello che scriveva. E ho scritto un libro che va e viene tra lei e me, tra due viaggi in Italia, l’Elsa ventenne e il nostro incontro decenni dopo, la strada vitale delle mie trasformazioni femministe, che continuano. Così come Luisa continua a essere viva, e ad agitare il mondo.

(*) Elsa Drucaroff, scrittrice argentina, è autrice del libro El pasadizo secreto. Escenas de una autobiografía feminista [‘Il passaggio segreto. Scene da un’autobiografia femminista’], Marea Editorial 2024, inedito in Italia, che tratta della sua vita in relazione al suo incontro con Luisa Muraro.

(Instagram, profilo di Marea Editorial, 19 giugno 2026, traduzione di Silvia Baratella)

Versione originale:

En todas nosotras hay un pasadizo secreto que nos lleva a nuestra libertad, me contó Luisa Muraro. Su feminismo me ayuda a (re)encontrarlo cada día

Partió la creadora de una de las filosofías más brillantes de los siglos XX/XXI. Pero ser mujer y feminista no ayuda a ser reconocida. Pensar una política radicalizada de transformación, tampoco.
La descubrí muy joven, la enseñé, fue mi fuerza para la autonomía. Aprendí de ella que ninguna teoría importa si no está metida en mi vida, ningún feminismo sirve si no interroga mis entrañas, ninguna política vale si me lleva a traicionarme. Y me descubrió el sentido de NOSOTRAS.
Tuve la dicha de conocerla, la vi SER lo que escribía. Y escribí un libro que va y viene entre ella y yo, entre dos viajes a Italia, la Elsa veinteañera y nuestro encuentro décadas después, mi camino vital de transformaciones feministas, que sigue. Como sigue viva Luisa, agitando el mundo.

Elsa Drucaroff

(https://www.instagram.com/p/DZvKVK-jv_W/?igsh=OHdoYnY1dGo4Mm53)

I nostri ricordi

Ho lasciato trascorrere un pochino di tempo prima di provare a scrivere di Luisa Muraro, che se ne è andata dal mondo mortale lo scorso 13 giugno. Il primo ricordo è legato ai suoi occhi: non tanto lo sguardo, quanto proprio gli occhi, di una trasparenza immediata e cilestrina che mi affascinava. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quella di Luisa era trasparente e diretta. La ricordo severa – nella sua prima presenza al Centro Donna di Livorno si arrabbiò a causa dell’intervento di una delle presenti, che lamentava la situazione delle donne senza fare alcun scatto in avanti o, al limite, di lato (su questo tornerò). Lei rispose glaciale che un intervento come quello era il contrario della libertà femminile. Non faceva sconti, Luisa. Però la ricordo anche a sghignazzare senza pudore alcuno – con noi che raccomandavamo prudenza! – in occasione di una amara (soprattutto, si percepiva, per i tifosi maschi) sconfitta legata al campionato di basket, una sera, qui in città. Le scene di maschi dolenti per strada e nei locali la divertirono moltissimo e giunse a dire che le sarebbe piaciuto provocarli. La dissuademmo, altrimenti, addio Luisa e addio noi.

Luisa è stata una maestra di pensiero e di pratica politica. Mi sono nutrita, abbeverata alle sue parole e ai suoi scritti, perché lì trasparivano amore per il mondo, per la lingua, per la verità, anzi le verità che molte donne – più donne che uomini, per citare una scrittrice che amava, Ivy Compton-Burnett– andavano scoprendo: la politica sorgiva del femminismo, la rivoluzione simbolica della differenza sessuale e del suo senso libero (mai consegnato a una dimensione organicista!), un pensiero che intendeva fare tabula rasa del millenario, falso universale neutro e che, per giungere a questo, doveva farsi pensiero vivente, pensiero intrecciato alle pratiche e, in primis, alla pratica della relazione, con cui – citando una frase dalla sua vastissima produzione, amorosamente raccolta in una accurata bibliografia da Clara Jourdan – si dà «il soggetto – me – non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con gli altri, abitata da ricordi, mossa da desideri. Trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano … una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi».

È un’indicazione preziosa in tempi in cui la vertigine identitaria si affaccia ovunque, bloccante, fattrice di monoliti accanto a monoliti. E se lo stare nel mondo continua ad essere difficile, per le donne (e non solo), Luisa ci proponeva esercizi simbolici e pratici di libertà: uno per tutti, la schivata. Riporto le parole assai efficaci di Ilaria Durigon: «Nella schivata, intesa come la mossa a lato che fa l’animale quando viene inseguito da un predatore “per uscire dalla traiettoria della fuga-inseguimento ed evitare così di essere preso”, Luisa aveva intravisto una rappresentazione del modo in cui le pratiche politiche del femminismo si erano manifestate nel corso della storia: con un gesto inafferrabile, con una mossa imprevista, con la fecondità imprevedibile degli spostamenti. Con i gesti autorevoli con cui le donne potevano agire dentro alla storia, deviandone il corso. Se il femminismo è nato da una schivata, da un salto in una direzione inedita rispetto a una storia già scritta, allora l’invito di Luisa è un omaggio alla forza dei gesti rischiosi e audaci, all’inoltrarsi coraggioso su sentieri inesplorati, all’elaborazione originale di nuove definizioni, al tentare nuove acrobazie. Al partire da sé senza farsi trovare».

Sapremo essere all’altezza dell’audacia che praticavi e che chiedevi? È ciò che mi auguro, nell’esprimere la mia gratitudine e il mio amore per te, Luisa.

Paola Meneganti

«Luisa Muraro ha dato respiro e forza al mio desiderio di libertà»

Con queste parole ieri Daniela Bertelli ricordava Luisa Muraro e io mi ritrovo completamente in questa espressione per ciò che ha significato anche per me l’incontro con il pensiero e con la presenza di questa nostra straordinaria madre simbolica.

La scoprii negli incontri di presentazione del Sottosopra verde, un testo che lessi come una vera illuminazione in una fase in cui mi aprivo alla maternità, alla professione, alla pratica politica femminista. Vi trovai una concezione della libertà femminile radicalmente diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora: un’esperienza da vivere e da nominare a partire da sé, nel rispetto del desiderio di autenticità, nella relazione con altre donne.

Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrarla al Centro Donna di Livorno, allora animato da Liliana Paoletti Buti, alla quale oggi il Centro è intitolato, in occasione della presentazione di Non credere di avere dei diritti.

Liliana, docente autorevole e profondamente consapevole del valore del pensiero di Luisa, ci raccomandava di prepararci con cura a quell’appuntamento. Aveva ragione, come al solito, Liliana. Ascoltare Muraro significava lasciarsi interrogare da un pensiero che andava oltre le certezze consolidate e che ci invitava a cercare la libertà nelle relazioni, nella parola, nell’assunzione della propria esperienza e nella capacità di riconoscere l’autorità femminile, oltre il paradigma e l’orizzonte dei diritti. Messaggi per me, giovane avvocata, necessari come l’aria per mantenere il mio desiderio integro in contesti formali e spesso distanti dalle esigenze di giustizia che sentivo così urgenti.

Per me questa scoperta si è intrecciata profondamente con la pratica della relazione tra donne vissuta insieme alle compagne dell’Associazione Evelina de Magistris. È stato grazie a quel tessuto di amicizia, politica, confronto e affidamento reciproco che il pensiero della differenza sessuale è diventato una pratica concreta e trasformativa della mia vita e di quella del gruppo, un modo diverso di stare al mondo, di leggere i conflitti, di fare politica e di costruire legami in ambiti diversi, con soggetti differenti (penso al Centro Donna del Comune di Livorno divenuto oggetto di un patto di collaborazione, un bene comune, ottenuto con impegno, fantasia, tenacia, di cui continuiamo a prenderci cura ogni giorno).

Negli anni la relazione con Luisa si è arricchita grazie agli incontri alla Libreria delle donne di Milano, luogo straordinario di elaborazione politica e simbolica, dove il pensiero di Luisa Muraro trovava una delle sue espressioni più vive, che diverse di noi hanno frequentato in più occasioni, trovando uno spazio prezioso di ricerca e di confronto, anche quando i pensieri erano diversi.

A questo si è aggiunta la lettura di Via Dogana, nelle sue diverse fasi, e dei suoi libri. Penso in particolare a Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, che tanto mi ha donato per l’amore che nutro verso le figure delle mistiche e delle donne che, nei secoli, hanno cercato parole e forme di libertà fuori dagli ordini costituiti. Alcune di noi hanno adottato l’espressione “Che Guglielma ci protegga” per sostenerci in momenti scabrosi…

Mi hanno sempre colpito la capacità di Luisa di tenere insieme interiorità e politica e la sua attenzione alla felicità come dimensione profondamente politica. Una felicità che nasce dalla fedeltà al proprio desiderio, dalla ricerca della verità di sé e dalla qualità delle relazioni. Parole più attuali che mai, in momenti bui e aridi come questi.

In Momenti di felicità ebbi anche la sorpresa e l’onore di trovarmi citata per aver richiamato, in una relazione di difensora civica, il suo pensiero: «Tenere insieme politica e felicità… L’ignorarsi reciproco di felicità e politica è una specialità borghese e maschile… Quello che le pratiche femministe hanno cercato di realizzare è la circolazione del vissuto attraverso tutto lo spessore dell’esistenza, dal più intimo al più pubblico…». Quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi in ogni mio impegno.

Guardando oggi a questo percorso, riconosco il filo che lega il Sottosopra verde, il Centro Donna di Livorno, la Libreria delle donne di Milano, l’Associazione Evelina de Magistris e gli scritti di Muraro sulla felicità come il filo della libertà femminile, che prende forma nelle relazioni tra donne, nella capacità di dare autorità alla propria esperienza, nel riconoscimento reciproco e nella pratica condivisa della cura del bene comune

Un filo che ancora oggi dà respiro e forza al nostro desiderio di libertà.

GRAZIE, LUISA
Maria Pia Lessi

Il ricordo di Laura Colombo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano cliccando qui https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/per-luisa-muraro-morta-il-13-giugno-2026/

Il ricordo di Ida Dominijanni pubblicato su Il Manifesto cliccando qui https://ilmanifesto.it/luisa-muraro-come-quando-si-spegne-una-luce

Ci piace qui ricordare attraverso la testimonianza di Paola Meneganti la prima volta in cui Luisa venne al Centro Donna: era l’estate del 1987 e, all’interno di una serie di eventi dal titolo “La grande avventura della libertà femminile”presentò insieme a Cristiana Fischer, il libro, scritto a più mani dalle donne della Libreria di Milano, Non credere di avere dei diritti, al seguente link http://www.evelinademagistris.org/wp-content/uploads/2026/06/Presentazione-libro-Lib-1.pdf

(https://www.evelinademagistris.org/2026/06/17/luisa-muraro-nelle-nostre-vite/, 17 giugno 2026)

L’accademica Annarosa Buttarelli e la regista Loredana Rotondo ricordano l’approccio al femminismo della differenza teorizzato da Muraro dalla fine degli anni ’70 e spiegano la sua attualità nel modo di riflettere, lavorare e fare politica

Luisa Muraro il giorno dopo. Dopo il suo funerale, dopo l’omaggio che le ha tributato la Libreria delle Donne di via Dogana a Milano di cui la filosofia, scomparsa a ottantasei anni il 13 giugno, è stata una delle fondatrici. E che era diventata la sua casa intellettuale assieme alla comunità filosofica Diotima. Un saluto intimo. Anche se resta un po’ il dispiacere che una pensatrice della statura di Muraro, una delle madri del femminismo italiano e della filosofia della differenza, non sia stata salutata da una comunità più vasta, dalla città di Milano, per esempio. Perché la grandezza di scritti e riflessioni come le sue appartengono alla collettività di uomini e donne. E avrebbero meritato un omaggio collettivo.

Allora partiamo da lì. Dal fatto che quello che potremmo chiamare “il femminismo di qualità”, nato grazie a figure come Carla Lonzi e Luisa Muraro non ha lasciato una traccia e un messaggio che parla solo alle donne, ma all’umanità tutta. Perché implica un modo di discutere, lavorare, agire, fare politica che è collegiale, collettivo seguendo il cardine, che era davvero rivoluzionario negli anni ’70, che il pensiero delle donne è differente proprio per questo, che viaggia in orizzontale e crea relazioni.

Per aiutarci a capire meglio Annarosa Buttarelli, accademica e filosofa che di Muraro è stata allieva e assistente, fa un esempio biografico: il rapporto che lei aveva con la filosofa che definisce “una madre”. «Il nostro era un rapporto improntato al principio di “autorità generativa”. È qualcosa di più del rapporto tra maestra e allieva o maestro e allievo, è una relazione in cui una persona dotata di autorevolezza e contenuti si mette a disposizione di un’altra per farla crescere e farla arrivare al suo livello. Questo faceva Luisa con me, giovane laureata che vedeva dotata. “Pensi bene e scrivi bene quello che pensi” mi disse una volta: una frase che non scorderò mai. Lei ascoltava, leggeva, correggeva, mi indirizzava. Si era creato un vincolo che non era un legame di potere ma un legame che nasce da una relazione che arricchisce entrambe e non ingabbia perché nasce da quell’amore filosofico di cui parla Platone. Tant’è che un giorno ci dicemmo che non c’era più bisogno che lei correggesse i miei scritti e che potevo volare per la mia strada. Ecco, lei la chiamava autorità “generativa” perché trasmette, genera novità. Se usciamo dall’ambito filosofico, questo è il senso della relazione collegiale, collettiva di ogni azione che si vuole dire femminista. E qui sta la differenza tra autorità e autoritarismo, dove il secondo è tipicamente maschile. Quando diciamo che la politica è scollegata dalla vita dei cittadini e delle cittadine diciamo questo: non riconosciamo autorità alla politica contemporanea. In questo il femminismo e il pensiero di Luisa contenuto nel libro “Autorità” darebbe una grande lezione alla politica contemporanea».

Buttarelli ci aiuta ancora a capire attraverso i suoi racconti. «Muraro, a un certo punto, alla fine degli anni ’90, chiuse la rivista Via Dogana che lei stessa aveva aperto, perché diceva che non capiva dove volessero andare le donne dopo aver rotto il soffitto di cristallo. Eravamo arrivate alla fine del percorso di emancipazione, le donne conquistavano posizioni prima precluse, però questo protagonismo non assumeva su di sé i valori della libertà femminile. Vedeva omologazione, non la valorizzazione della differenza. Lei coglieva tutta l’ambiguità del limite superato. Ecco, quello che vedo oggi, prepotente, è proprio il rischio di un femminismo che diventa esaltazione della singolarità, un’emancipazione che diventa un assoluto senza qualità».

In questa visione Muraro era stata, come sempre, profetica. E valorizzare, oggi, quelle riflessioni, come quelle di Carla Lonzi, aiuterebbe a superare certi fraintendimenti sul femminismo quando viene visto, da una parte, come movimento ostile agli uomini che punta alla sostituzione di un autoritarismo con un altro, e dall’altra, invece, quando viene ridotto all’esaltazione di singole donne arrivate a ruoli di potere: il soffitto di cristallo che si rompe, ma solo per poche. Che poi si omologano al sistema che è sempre stato maschile anziché lavorare perché anche le altre possano arrivarci.

Chiediamo a Buttarelli di fare esempi in politica: «La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, quando parla, ha sempre ben presenta questa chiamata alla collegialità, dice spesso “Io sono qui, ma voi siete tutte sedute a fianco a me”. Quando una donna ha coscienza della differenza storica che la caratterizza, comprende che arrivare a un posto di potere vuol dire innescare un cambiamento per tutte. La nostra presidente del Consiglio Meloni, invece, pur sottolineando spesso di essere la prima donna presidente del Consiglio, si ferma lì, lavora per sé».

La generazione che usciva dal ’68 creava avanguardie in molti settori. La stessa Muraro, cacciata dal mondo accademico perché aveva aderito ai movimenti contro l’autoritarismo nelle università, prima di rientrarvi con autorevolezza ha insegnato nella scuola dell’obbligo e ha partecipato assieme a Lea Melandri e Elvio Fachinelli, all’esperienza della scuola antiautoritaria, dove si facevano anche le prime sperimentazioni con l’educazione sessuale. Erano gli anni in cui scrivevano e venivano letti a scuola Mario Lodi, Gianni Rodari e don Milani.

Era lo spirito del tempo in cui nasceva e respirava il femminismo italiano con il suo messaggio dirompente e rivoluzionario per la stessa sinistra istituzionale perché scardinava il concetto di autorità e la tendenza all’omologazione che non rispetta le differenze.

«Muraro ci ha insegnato che il femminismo è relazione: si lavora insieme, non ci salva da sole». A dircelo ora è un’altra protagonista che ha portato innovazione tra gli anni ’70 e ’80, Loredana Rotondo. Non una filosofa, ma un’autrice e regista Rai che del femminismo teorico però ha fatto una vera messa a terra grazie ai suoi programmi prima radiofonici e poi televisivi. Porta la sua firma il documentario del 1979 “Processo per stupro”, che documentò le fasi del processo penale per uno stupro di gruppo avvenuto nel 1977 a Nettuno, provincia di Latina: lì una grandiosa avvocata, Tina Lagostena Bassi, nelle sue arringhe, per la prima volta, stigmatizzava il modo in cui le vittime di violenza erano trattate nei processi e l’approccio maschilista dei difensori degli imputati.

Il film fu deflagrante per l’opinione pubblica. Racconta Rotondo: «La Rai, come spesso faceva allora, valutava come i programmi erano stati presi dagli spettatori attraverso un’indagine statistica. Be’, molti uomini ammisero di aver fatto una scoperta che aveva un valore etico: si erano resi conto per la prima volta che emergeva uno sguardo femminile, relativamente a un fenomeno forte come la violenza sessuale in quel caso. Uno sguardo che non prendevano in considerazione semplicemente perché non lo conoscevano, ed era uno sguardo “differente”. Ecco, in pratica, nella vita reale, quella differenza che filosoficamente Muraro e Lonzi portavano alla luce e a cui davano un valore». E che trovava la sua concretezza nei dibattiti pubblici, negli articoli di giornale, nelle opere radiofoniche e televisive come “Processo allo stupro”.

«Sono diventata femminista facendo il programma “Chiamate Roma 3131”, in onda a Rai radio 2 dal 1969 al 1995. – racconta Rotondo – Ero stata appena assunta in Rai e venivo da anni di lavoro negli Stati Uniti proprio nel periodo in cui il femminismo nasceva lì, quindi sono arrivata a Roma carica di un anticipo di progetti e di idee. A Chiamate Roma 3131 raccoglievamo quattro, cinque telefonate al giorno: gli ascoltatori, anzi, soprattutto ascoltatrici, facevano domande su tutto, sulla relazione di coppia, sulla crescita dei figli, sul lavoro, sulla religione, sulla guerra… Bisognava trovare esperti che fossero in grado di rispondere. La maggioranza delle telefonate arrivavano da donne perché molte di loro, all’epoca, stavano a casa al mattino. E lì ho capito l’esigenza, l’urgenza di raccogliere la voce femminile e portarla allo scoperto. Poi, passando alla televisione, con Rai 2, la prima rete laica, nel 1975, mi resi conto che le immagini erano ancora più potenti delle parole. Si trattava di inventare un nuovo linguaggio per noi donne, che finalmente, potevano dire la nostra: eravamo un nuovo soggetto e avevamo un nuovo linguaggio: bisognava solo coglierlo e farlo conoscere. Eravamo noi donne a bucare la storia e raccontare il mondo con i nostri occhi. Le prime cose che feci in tv furono servizi in Puglia, nei paesi da dove erano partiti i migranti».

Ma è stata soprattutto dopo “Processo per stupro”, grazie a Tina Lagostena Bassi, la svolta: «Fu come se avessimo finalmente rotto qualcosa: un dominio maschile, anche nel narrare. Ricordo i giorni in cui ero invitata alla Libreria delle donne, a parlare del mio lavoro: di quegli incontri con Muraro ricordo quanto fossero preziosi, momenti in cui guardavo dentro le sue parole, coglievo le sue intuizioni e comprendevo il senso profondo di quello che facevo ogni giorno. Ne vedevo il ritorno “pratico”».

Intuitiva, avanguardista, Luisa Muraro riuscì a rientrare all’università come ricercatrice a Verona agli inizi degli anni ’80 e lì fondò la comunità filosofica Diotima. Ma pur essendo un’autorità intellettuale indiscussa non riuscì a ottenere una cattedra: quando provò il concorso, dalla sua cartella furono sottratti dei titoli: un “furto” che lei rivelò in un’intervista all’Unità. Da quel momento non volle più fare altri concorsi.

Oggi Annarosa Buttarelli desidera fare con gli scritti della sua “madre e maestra” l’operazione già fatta, magistralmente, con quelli di Carla Lonzi: raccoglierli tutti, preparare nuove pubblicazioni. Perché Muraro ci parli ancora.

(Corriere della Sera, 17 giugno 2026)

Ho conosciuto Luisa Muraro da adolescente, grazie alle mie insegnanti femministe che erano impegnate attivamente nel Centro Documentazione Donna di Foggia. Loro stavano vivendo quella straordinaria stagione del movimento politico delle donne, che tra gli Ottanta e Novanta gettò le basi del pensiero della differenza sessuale in Italia e che vedeva in Luisa Muraro e nella Libreria delle donne di Milano un punto di riferimento indiscusso.

Mi appassionai così tanto all’opera collettiva della Libreria delle donne di Milano Non credere di avere dei diritti e poi ai primi testi di Diotima, che andai a studiare a Verona per avere Luisa come maestra. Nel frattempo, prima di approdare a Verona, la conobbi a Roma al Centro Virginia Woolf e mi fece subito piangere, perché a differenza del tono dolce e incoraggiante che aveva avuto nel nostro carteggio, lì fu dura e poco accogliente. Inoltre, conobbi in quell’occasione un’umanità femminile per me prima sconosciuta. Donne singolari, stravaganti, anticonformiste, che dicevano cose strane, tutte ammassate nella stessa sala e estremamente interessate a quanto stavano pensando e discutendo assieme. Si percepiva che stavano facendo qualcosa di molto importante assieme. Ho capito in quella stanza il sentimento e le emozioni che devono essere comuni alle rivoluzioni: c’era un senso di partecipazione straordinario, un esserci in prima persona che brillava.

Nonostante le lacrime dell’adolescente che ero allora, la passione per la filosofia femminista che Luisa incarnava mi portò all’Università di Verona dove fui la sua prima laureata e la “sua cavia”, diceva scherzando.

L’università che ho vissuto e condiviso con intensità negli anni della mia formazione con lei è stata un’università originale, estremamente appassionante (e faticosa), formativa e trasformativa. Un’università «messa sottosopra da quel partire da sé» che lei riusciva a creare in una straordinaria combinazione di capacità teorica e filosofica e valore dell’esperienza. Un circolo ermeneutico che illuminava le aule a giorno e ci rendeva tutti più intelligenti e più capaci di ogni cosa. In quel periodo ci fu un investimento importante e reciproco nelle relazioni tra lei – assieme alle altre docenti di Diotima – e noi studentesse. Relazioni che sono diventate creative e inventive di diverse situazioni e contesti (Scuoletta di filosofia poi diventata Scuola di scrittura, Laboratorio tesi, Movimento di Autoriforma della Scuola e dell’Università), che mi hanno fatto assaggiare un sapore che non ho più voluto perdere e che è tuttora rappresenta il senso irrinunciabile del mio essere docente all’università: il gusto della relazione, della partecipazione e dell’esserci a partire da sé.

Tra le situazioni e i contesti creati assieme, mi piace ricordare il Laboratorio tesi, uno spazio informale di incontro e dialogo attorno alle tesi di laurea che, peraltro, ha avuto una lunghissima vita grazie a Chiara Zamboni e a Wanda Tommasi e che ancora vive come pratica stabile nella nostra università. Le tesi, come esercizio di pensiero in relazione con Luisa, erano diventate per noi, sue seguaci e accolite, un’esperienza amorosa, emotiva e affettiva assai intensa. Parlavamo delle nostre ricerche su Carla Lonzi, su Margherita Porete, su Luce Irigaray, su Emily Dickinson, come delle nostre relazioni sentimentali più coinvolgenti. Nei lunghi pomeriggi o nelle serate passate a casa dell’una o dell’altra, tra flusso di coscienza ininterrotto, intuizioni che ci sembravano geniali e rivoluzionarie, un appunto da fissare urgentemente su un quaderno e un piatto di pasta, la vita si intensificava meravigliosamente.

Ora sento una nostalgia pungente di ciò che è stato. E di ciò che non è mai stato e non sarà più.

Ciao Luisa, con gratitudine.

(L’imprevista, 17 giugno 2026)

COMUNICATO STAMPA

Auser Lombardia esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Luisa Muraro, filosofa, attivista e figura cardine del femminismo italiano e internazionale, spentasi a Milano all’età di ottantasei anni. Cofondatrice della storica Libreria delle donne di Milano nel 1975 e della comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, Muraro ha dedicato la sua intera esistenza a scardinare i modelli patriarcali, dando voce e dignità all’esperienza femminile attraverso il pensiero della differenza sessuale.

Per Auser Lombardia, un’organizzazione da sempre in prima linea nella difesa dei diritti, nel contrasto alle discriminazioni di genere e nel supporto alle donne di ogni generazione, la perdita di Luisa Muraro – avvenuta a pochissima distanza da quella della sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica Lia Cigarini – lascia un grande vuoto, ma consegna anche un’eredità morale e intellettuale imprescindibile.

«Con la scomparsa di Luisa Muraro perdiamo una maestra straordinariadichiara Tiziana Scalco, Presidente di Auser Lombardia –. Luisa era una mente illuminata che ha insegnato a generazioni di donne il valore della libertà, dell’autodeterminazione e della parola “a partire da sé”. In un momento storico complesso come quello attuale, in cui i diritti delle donne sono tragicamente messi sotto attacco, la violenza di genere non accenna a diminuire, il concetto di femminicidio viene messo in discussione e vecchi modelli patriarcali tentano di riaffermarsi, il pensiero di Luisa è più vivo e necessario che mai. Auser Lombardia vuole onorare la sua memoria trasformando il suo immenso patrimonio ideale in potenziamento della nostra azione quotidiana: il nostro impegno per la tutela dei diritti delle donne, per il superamento delle solitudini e per la costruzione di una società basata sulle relazioni e sulla solidarietà si nutre anche della sua lezione. Luisa ci ha insegnato a fare luce dove c’è buio; continueremo a farlo nei territori, accanto alle donne e difendendo la loro libertà e la loro dignità in ogni fase della vita».

(Auser Regionale Lombardia APS – ETS, Milano, 15 giugno 2026)

Apprendo con profondo dolore la notizia della morte di Luisa Muraro, filosofa, pensatrice femminista, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima

Con lei se ne va una delle voci più autorevoli del pensiero della differenza sessuale in Italia, una donna che ha saputo trasformare la filosofia in pratica viva di relazione, libertà e autorità femminile.

Luisa Muraro ha attraversato la storia culturale e politica del nostro Paese lasciando un segno profondo. Il suo lavoro ha contribuito a dare parola, forma e dignità al pensiero delle donne, rompendo schemi, aprendo spazi, costruendo luoghi di confronto e di sapere.

Milano le deve molto.

La Libreria delle donne non è stata soltanto uno spazio culturale, è stata – ed è ancora – un presidio politico, simbolico e intellettuale della nostra città.

Un luogo in cui generazioni di donne hanno potuto pensarsi libere, autorevoli, capaci di nominare il mondo a partire da sé.

In un tempo in cui il dibattito pubblico tende spesso alla semplificazione, la lezione di Luisa Muraro ci ricorda il valore della parola pensata, della relazione, della differenza, della libertà femminile come pratica quotidiana e politica.

Alla Libreria delle donne di Milano, alla comunità di Diotima, alle sue allieve, ai suoi allievi e a tutte le persone che l’hanno amata e ascoltata va il mio cordoglio più sincero.

Monica Romano

Consigliera comunale di Milano

Vicepresidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili Vicepresidente Commissione Speciale contro i discorsi e i fenomeni d’odio

(comunicato stampa, 15 giugno 2026)

FEMMINISMO Addio alla femminista, madre e maestra del pensiero della differenza sessuale. Tra i suoi libri più significativi «Maglia o uncinetto» (1981) e «L’ordine simbolico della madre» (1991)

Poco più di un anno fa Vita Cosentino e Laura Colombo (della Libreria delle donne di Milano), Chiara Zamboni (della comunità filosofica «Diotima» di Verona) e io ci siamo incontrate mosse dal desiderio di manifestare con un gesto pubblico e corale la nostra gratitudine nei confronti di Luisa Muraro. Da un po’ di tempo Luisa non era nel pieno della sua forma, parlava poco e talvolta si ritraeva dalle riunioni della Libreria come già da quelle di Diotima. E noi quel grazie volevamo dirglielo finché c’era ed era in grado di riceverlo, in un paese che si accorge delle sue eccellenze (tanto più femminili) solo quando non ci sono più.

Da quel desiderio, e grazie all’apporto di altre amiche della Libreria e di Diotima, è nato il convegno sul pensiero di Luisa che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre dell’anno scorso, una giornata intensa e affollata, affettuosa e sincera alla quale Luisa ha partecipato felice e a sua volta grata, e dalla quale è venuto fuori un libro a più mani, Come quando si accende la luce (citazione da un testo di Luisa del 2011, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna), di imminente uscita per Mimesis.

Eravamo impazienti di portarlo a Luisa per festeggiarlo con lei, ma non accadrà. Luisa si è spenta ieri, il giorno prima del suo compleanno, dopo essere sopravvissuta per meno di due mesi alla scomparsa di Lia Cigarini, sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica, a riprova dell’inossidabilità di una coppia che ha orientato per più di mezzo secolo il femminismo della differenza italiano. Luisa e Lia, Lia e Luisa: sembra impossibile rassegnarsi a fare a meno di una doppia presenza che diventa un doppio vuoto e apre per tutte noi, inutile negarlo, una voragine.

IN PREPARAZIONE del convegno milanese era uscito Esserci davvero, un Quaderno di «Via Dogana» che raccoglie, insieme con la bibliografia completa di Luisa, una sua lunga conversazione del 2003 con Clara Jourdan. Un testo prezioso, in cui Luisa ripercorre le tappe principali del suo percorso personale e politico (l’infanzia segnata dalla guerra e dalla Resistenza; il disorientamento della giovinezza, prima di trovare una bussola nelle relazioni con Rosetta Infelise, Elvio Fachinelli, Lia; «l’esserci nella storia» scoperto nel Sessantotto, e «l’esserci davvero, in prima persona, senza dadi truccati» scoperto nel femminismo, ma soprattutto mette a nudo il suo rapporto esistenziale con la scrittura, pratica di messa in forma del vissuto, del pensiero e di sé stessa («scrivo per salvarmi l’anima»), che nella lettura e nell’ascolto delle altre trova autorizzazione e rispondenza. Altrettanto prezioso è un altro libro-intervista con Riccardo Fanciullacci, Non si può insegnare tutto (2013), dove il racconto si allunga fino ad anni più recenti, con il fuoco spostato stavolta sulla pratica filosofica. Parto da questi due testi invece che da altri e più famosi perché entrambi restituiscono come meglio non si potrebbe, in forma dialogica e in lingua corrente, lo stile unico e inimitabile del pensiero di Luisa, che procede sempre sul doppio registro della metafora e della metonimia, dell’astrazione e delle piste indiziarie, del rigore logico e delle libere associazioni, della teoresi e del racconto. E perché il tema della passione della scrittura come messa in forma «di ciò che è ancora semipensato, ma già vissuto» ci introduce a quello che si può considerare il nocciolo della ricerca filosofica di Muraro: il problema della dicibilità dell’esperienza e della attendibilità della verità soggettiva, problema che percorre come un filo rosso tutta la sua produzione, da Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (1981) a L’ordine simbolico della madre (1991) agli svariati saggi sulla politica del simbolico pubblicati nei volumi collettivi di Diotima e altrove.

SI TRATTA DI UN PROBLEMA squisitamente filosofico, che muove però nel percorso di Muraro da un fatto storico e da un’urgenza politica, e trova soluzione nella pratica prima che nella teoria. L’urgenza politica è quella di dare voce e significato all’esperienza muta o tacitata del «corpo sociale selvaggio», cioè di quella parte della società che non trova rappresentazione nel discorso dominante ed è costretta all’imitazione del linguaggio altrui e al conformismo. È la condizione tradizionale delle donne ma non solo la loro, una condizione di miseria simbolica prima che di oppressione materiale dalla quale siamo uscite con la rivoluzione femminista degli anni 70, grazie alle pratiche di separazione dal discorso maschile, di presa di parola «a partire da sé», di autorizzazione reciproca a «dire la verità» che ci hanno fatto guadagnare indipendenza simbolica dal maschile. Un fatto storico di cui Luisa è protagonista e testimone, e che assume per lei il valore di un evento epistemico. Che da un lato la porta a rileggere la storia delle donne del passato restituendo voce a quante sono state concepite dalla storiografia ufficiale solo come vittime passive (La signora del gioco, 1976; Guglielma e Maifreda, 1991). Dall’altro lato apre la strada, per le donne e per tutti, a una politica reinventata, che mette al primo posto la modificazione del regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile, del vero e del falso, in una parola dell’ordine simbolico che detta le regole dell’intellegibilità dell’esperienza: senza la quale modificazione i tentativi di sovversione dell’ordine sociale sono destinati a bloccarsi e a ricadere nella ripetizione, come la storia delle rivoluzioni novecentesche andate a male insegna.

In termini più strettamente filosofici, quello che è in gioco nella ricerca di Muraro è un ripensamento impegnativo del circolo fra esperienza, linguaggio, verità e realtà, dove l’esperienza è l’intervallo fra il già e il non ancora interpretato, il linguaggio la nomina e le dà significato, la verità risuona quando dice qualcosa che altrimenti non esisterebbe, e il reale si allarga a ciò che prima restava muto e nascosto (cruciali, in quest’ultima direzione, i testi sulla mistica femminile).

QUESTO CIRCOLO colloca il pensiero di Muraro in una posizione originale nel panorama filosofico novecentesco cui pure appartiene integralmente, nonché nel panorama internazionale della teoria femminista con cui pure dialoga costantemente. Potremmo definirla una collocazione terza rispetto alle contrapposizioni fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione che hanno dominato la scena nella seconda metà del secolo scorso. Muovendo dall’analisi della posizione di internità estraniata delle donne nell’edificio sociopolitico moderno, Muraro assume in pieno la crisi del paradigma moderno ma senza cedere alla deriva postmoderna della dissoluzione del soggetto, anzi rilanciandone la potenzialità politica di trasformazione del reale. E muovendo dalla critica dell’ordine simbolico dominante assume il metodo imprescindibile della decostruzione, ma senza cedere alla deriva di una critica interminabile e allergica a qualunque approdo affermativo e a qualunque verità attendibile. Ne consegue una filosofia pratica, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, che declinando la differenza come leva del conflitto potenzia la migliore tradizione del pensiero politico sovversivo italiano (Toni Negri, La differenza italiana, 2005). E ne consegue anche l’originalità del pensiero italiano della differenza sessuale rispetto alla teoria femminista soprattutto anglofona, che nelle secche della contrapposizione fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione è rimasta e rimane tuttora molto spesso impigliata. Non stupisce dunque, per quanto sia un indice della loro lacunosità, che la figura di Muraro trovi raramente posto nelle mappe geo-filosofiche più accreditate di una teoria femminista sovente tutt’altro che indipendente dalle scuole maschili. Sorprende di più che sia la scena femminista italiana a subire l’influenza di etichette, classificazioni e imputazioni – le sempreverdi accuse di essenzialismo e «monumentalizzazione del materno» rivolte al pensiero della differenza – nate altrove, che il pensiero di Luisa vanifica ponendosi peraltro oltre il canone della «teoria femminista».

CON LUISA siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.

Eppure, detto tutto questo di Luisa non abbiamo ancora detto l’essenziale. Che sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto, che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti. Luisa la chiamava la mossa della schivata: cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio.

Luisa era così, non la trovavi mai dove pensavi che fosse, e ti costringeva sempre a spostarti a tua volta impedendo sul nascere fissazioni e arroccamenti. Era il suo modo, talvolta non poco ruvido, di essere e aiutarti a essere libera. La sua luce si spegne mentre il mondo in cui siamo cresciute si capovolge, la guerra che aveva offeso la sua infanzia torna a massacrare la vita e a umiliare la politica, la tecnologia pretende di catturare e ammutolire l’esperienza, la libertà femminile diventa preda di fantasie di ripristino di sovrani e patriarchi claudicanti. «Un nuovo disordine simbolico si è installato sul protrarsi di un patto sociale morto», scriveva già nel 2012 in Dio è violent, consapevole di quanto il cambio di stagione sfidasse la scommessa politica della differenza ma pronta ad accettare la sfida e ad alzare la posta. Il disordine sarà più buio senza la sua capacità di fare luce, ma l’immenso patrimonio che ci lascia è lì per noi come un bene comune a cui attingere, ancora e encore.

SCHEDA. Qualche nota biografica

Nata il 14 giugno del 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), Luisa Muraro si accosta alla filosofia negli anni 60 con Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dedicandosi soprattutto agli studi di linguistica e di filosofia della scienza. La partecipazione alla rivolta del ’68 e alla «rivolta nella rivolta» femminista decidono il seguito del suo percorso biografico, politico e filosofico. Nel ‘70 entra nel DEMAU, gruppo pionieristico del femminismo della differenza, dove incontra Lia Cigarini; con lei e altre fonderà nel ‘75 la Libreria delle donne di Milano. Dei primi anni 70 anche l’incontro con Elvio Fachinelli e la psicoanalisi, con la conseguente partecipazione, con Lea Melandri, alla rivista «L’Erba voglio» e a un esperimento antiautoritario di didattica nella scuola dell’obbligo. Traduce e introduce in Italia il pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray. Insegna in seguito all’Università di Verona, dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre fonda nell’83 la comunità filosofica femminile Diotima, cui dopo Chernobyl si affiancherà la comunità scientifica femminile Ipazia. Ma innumerevoli sono i luoghi di pensiero e pratica politica femminista che portano la sua impronta in tutta Italia, a partire dal Centro culturale Virginia Woolf-B di Roma, e frequenti i contatti con il femminismo internazionale, in Spagna, Francia, Germania, negli Stati uniti, in Cile, nello Yemen, in Burkina Faso Nel ‘91 dà vita alla rivista della Libreria di Milano «Via Dogana», nel ‘93 avvia con altre il Movimento di autoriforma della scuola e dell’università, dal 2007 al 2017 tiene in Libreria una Scuola di scrittura pensante. La sua sconfinata bibliografia, curata e pubblicata da Clara Jourdan in «Esserci davvero», include oltre 25 monografie, più di cento volumi collettanei, innumerevoli interventi su «il manifesto», «l’Unità» e altri quotidiani, su riviste specialistiche, settimanali pop, siti web, nonché interviste radiofoniche e televisive.

(il manifesto, 14 giugno 2026)

Inesorabile e amoroso è il ricordo che Fleur Jaeggy dedica alla amica Ingeborg Bachmann, compagna di strada e di pensieri che il 25 giugno avrebbe compiuto 100 anni, in Gli ultimi giorni di Ingeborg (Adelphi, pp. 44, € 6,00).

C’è qualcosa di deliberatamente incompiuto in queste pagine, come se la forma volesse replicare la natura della loro amicizia: fatta di presenze, di silenzi condivisi, di ciò che non ha senso spiegare. All’inizio di questo omaggio in un trittico – smembrato, suggestivo, capace di tenere insieme momenti lontanissimi senza cuciture visibili – troviamo una incantevole commedia estiva sullo sfondo del Mediterraneo, La casa dell’acqua salata: rievocazione del viaggio su una vecchia Alfa Romeo verso un luogo, Poveromo in Versilia, abitato da uomini graziati dalla banalità e dal conformismo. E qui incontrano l’idillio, la pace e i molti silenzi.

Poi, collocato nel mezzo, Da Ingeborg, è un dialogo sulla vecchiaia e la morte che registra sorrisi e paure appena placate nella prospettiva di essere sepolte vicine nel Cimitero degli inglesi a Roma, «accanto a Keats», aggiunge Jaeggy. Ma la tomba di Bachmann sarà a Klagenfurt per una scelta della famiglia e per uno dei molti tradimenti subiti dalla poetessa in vita come in morte.

La terza parte, che dà il titolo al volume, Gli ultimi giorni di Ingeborg ripercorre giorno dopo giorno, come fosse un diario, le ultime drammatiche fasi della sua vita: l’incidente, la malattia e la morte il 17 ottobre 1973 al Sant’Eugenio di Roma. Il tono cambia: la prosa si fa più ruvida, e il racconto si contrae descrivendo in frammenti la lotta per salvare l’amica: perché la disperazione non accetta il lavoro di lima, non raffina e solo a tratti mostra una rara tenerezza per quel lutto devastante, che l’autrice non ha intenzione di esibire. Ricorda le conversazioni attraverso l’interfono della terapia intensiva, un ultimo incontro, un bacio sulla fronte, la rabbia – quasi gridata – per i ritardi e i silenzi «criminali» di chi dovrebbe starle più vicino. E, su tutto la lotta per stabilire una gerarchia tra le persone riunite attorno al capezzale, una gerarchia che finisce per escluderla.

«Wir haben es schön gehabt» (il nostro tempo è stato bello) ripete alla fine per un contrappunto ostinato, rivendicando, al di sopra della morte, l’eccezionalità del loro rapporto fatto di bellezza e appagamento in una breve, tormentata esistenza.

(il manifesto, 14 giugno 2026)

Insieme con la notizia della morte di Luisa Muraro, il manifesto ha ripubblicato un suo articolo scritto in occasione del 40° anniversario del Maggio ’68, il 22 marzo 2008.

Anche noi lo riproponiamo.

(La redazione del sito)

Una istantanea del Maggio francese

Ai pittori di una volta e oggi ai fotografi è sempre piaciuto fare ritratti di donne, Giovane donna davanti allo specchio, Donna che scrive una lettera, Dama con ermellino, Signora seduta con amici in piedi, e così via. Questa, come la chiamiamo? Giovane donna con un braccio per aria? È una foto del famoso Maggio francese. Arrivati per ultimi, dopo gli americani, i tedeschi, gli italiani, gli inglesi non so, i francesi si sono bellamente impadroniti della cosa, le hanno dato il nome, il Sessantotto (noialtri, veramente, avevamo cominciato prima) e perfino un mese, il mese della Madonna, il più bello dell’anno nel nostro clima. A loro fa così piacere, oltre che lo fanno bene, come lo champagne.

Il ritratto che stiamo guardando, s’indovina che è stato inventato lì sul momento, ma non rubato, ed è questa combinazione il suo bello, la ragazza è arrivata alla manifestazione senza premeditazione, con un presentimento appena, ha visto il fotografo, ne ha intuito l’intenzione, gli ha fatto intendere “ci sono”, si è messa in posa, tutto in un lampo e la fotografia era fatta. Ed ecco il ritratto di lei, distaccata, per un attimo ma definitivamente, da quello che la circondava, che è finito in ombra o fuori dal quadro.

Tutto il contrario dalla vasta e impressionante visione della battaglia di Valle Giulia, commentata da Alessandra Bocchetti che l’aveva ripresa, e pubblicata sul manifesto dell’1 marzo scorso in apertura di questa serie di foto del Sessantotto, dove “tutto” è dispiegato, il luogo, le forze in campo, i fronti contrapposti e le rispettive intenzioni (se avete guardato bene, avrete visto anche, nella piega della schiena, la paura di alcuni dei poliziotti, quelli sulla gip di destra), e questo “tutto” ci appare angosciosamente gravato da cose che stanno per accadere.

In questa foto, al contrario, quello che doveva succedere, è lì, felice, il resto è contorno. S’indovina che siamo in una piazza, sul fondo c’è un edificio di nobile fattura, qualcosa di neoclassico; dai vestiti di lei, cuffia di lana e manica di camicia, si suppone che non siamo né d’estate né d’inverno (il maggio parigino va a pennello), due gruppi umani si fronteggiano a distanza ultra ravvicinata, occhi negli occhi; quelli che vediamo di spalle, anche qui, sono gli uomini in divisa, messi in doppia fila, la divisa non è italiana, potrebbe essere dei corpi speciali della polizia francese, giacca di cuoio e berretto tipo bustina, profilato in cuoio: non sono dunque in assetto antisommossa, e forse stanno a guardia di un luogo o di una cerimonia che gli altri vorrebbero occupare o disturbare pacificamente. Ma non potrebbero essere, questi altri, molto banalmente, persone che fanno la fila? No, la posizione dei corpi lo esclude come anche lo sguardo dell’uomo a destra, un bel viso maschile i cui occhi sono duramente puntati sull’uomo in divisa che ha di fronte.

In mezzo a questa virilità tutta compresa nella serietà dei suoi compiti storici e quasi rabbuiata in viso, la figura di lei spicca lucente e serena, sembra un volatile che batte un’ala per prendere il volo, la trattiene la massa scura dei corpi. Da questa emerge solo con il braccio destro e buona parte del viso: ha tratti ben disegnati, grandi occhi, sopracciglia marcate, naso regolare, grande bocca, guance tonde e rialzate, un bel viso incorniciato da capelli scuri coperti da una cuffia di lana chiaroscura. Che mi porta, di colpo, dolorosamente, un’immagine che è nella sequela del Sessantotto (scusate la parola troppo rara, ma ci voleva), quella della giovanissima protagonista di un’ultima impresa delle Brigate rosse, a Roma, nel 1986, si chiamava Wilma Monaco, altre vittime non ricordo che ci furono: il suo viso seminascosto tra il cappotto e l’asfalto, gli occhi chiusi, la testa coperta da una cuffia di lana, anche lei, che non aveva neanche l’età di questa.

La ragazza di Parigi, schivando gli occhi di quelli che ha di fronte, rivolge lo sguardo a qualcuno che si trova al di qua dell’immagine, allora era il fotografo, ora siamo noi. Non ci sta salutando, ci guarda con l’aria di voler comunicarci o mostrarci qualcosa. Naturalmente, quello che più colpisce, è il braccio alzato, la cui vista mi ha fatto venire in mente una miriade di situazioni, i bambini nella classe di una maestra che frequento, quando sanno la risposta, la capocomitiva quand’è sprovvista di ombrellino, il tedoforo delle Olimpiadi, la statua della Libertà a New York che giusto i francesi hanno regalato agli americani, la persona perduta tra i flutti del mare per segnalare la sua esistenza ad un’imbarcazione di passaggio, il pugile vincitore alla fine dell’incontro, le tombole in piazza, tanti anni fa, quando uno o una segnalava di avere vinto, ambo, tris, quaterna, cose così. Lei, perché? Forse per il fiore. Infatti, il braccio tiene in alto, senza stringerlo, fra tre dita, un fiore bianco delle dimensioni di un ranuncolo, il cui esile gambo le attraversa il palmo. Era un’usanza delle anime belle, offrire fiori ai poliziotti, e delle canzoni pacifiste, metterli nelle bocche dei cannoni.

Questo unico fiore, al sommo del braccio sollevato, nella mano dischiusa, impedisce che questa si stringa a pugno e sta al posto di una bandiera. E mi porta un’altra immagine, molto distante ma precisa nel particolare comune, un’icona bizantina del 1637, di Maria bambina in braccio alla madre sant’Anna cui porge un fiore, una margherita, tenendola anche lei fra pollice, indice e medio, le altre due dita ripiegate.

Dietro all’immagine, si affaccia un titolo, “Sola del suo sesso”, coniato dalla teologia femminista per Maria adulta, quasi l’ultima delle litanie, ora pro nobis, con trasparente allusione al contrasto fra la posizione elevatissima riservata unicamente a costei e l’umile rango di tutte le altre, nella società cristiana. Anche la protagonista di quest’immagine è sola, in un mondo di uomini, e realizza il detto di Lacan, erede della teologia cattolica: una per una. Ma nel Sessantotto, come andò, veramente? Che cosa facevano le donne, quando non porgevano fiori al cielo? Il Sessantotto fu una cosa dei maschi, direbbero due bambini che frequento.

Le femmine però, rispondo loro, c’erano e questa foto ne ritrae una, io ero un’altra e tante ne ho conosciute che c’erano, insieme alle loro amiche, una mia si chiamava Rosetta, e ai loro compagni, uno mio si chiamava Giuseppe, nelle manifestazioni di piazza, nelle occupazioni di università, nelle assemblee ad ascoltare, nei sottoscala a ciclostilare, nelle riunioni di gruppi e gruppetti, negli appartamenti presi in comune, nei picchetti delle fabbriche, nelle feste estive in riva ai fiumi, e tutto il resto.

Allora, cambio domanda: che cos’è stato il Sessantotto per me e le mie simili? Fu un passaggio – prima risposta – ma importante e, chissà, necessario, certo che ci ha portate molto avanti. Infatti, si dice “rivolta femminile” e “fine del patriarcato” e i più pensano all’Italia arcaica degli anni Cinquanta. È sbagliato. La rivolta che ha aperto la breccia da cui sono passate poi tante altre, fu contro i costumi e la cultura dei giovanotti che in questa foto fronteggiano i poliziotti. E che, fermi in questa posizione, hanno consumato un sacco di tempo e di energie, troppe. Siamo volate via… avete visto quel magnifico film di plastilina, Galline in fuga? Noi.

C’è una seconda risposta, perché, con la storia dei quarant’anni, ho dovuto tornare a pensarci. A distanza di tanti anni, facendo il confronto con il tempo presente, mi sono resa conto che ci fu un’investitura, allora, in favore delle persone giovani, che adesso non c’è. Quell’ebollizione mondiale aveva la forma espressiva del contro, ma era attesa e ci fu chiesta da un mondo che voleva cambiare, eravamo segretamente autorizzati. Come e da chi precisamente, sono cose che la cultura maschile di sinistra, con la sua dialettica e il suo antagonismo, non ha ancora imparato a captare. Non porto esempi. Autorizzati, chi? Ovviamente, allora, i maschi. Ma le femmine c’erano, ci eravamo anche noi e, per finire, oso dire, il credito del cambiamento possibile è andato a noi. Fu necessario alzare un braccio.

(il manifesto, 14 giugno 2026)

La morte di Luisa Muraro lascia un vuoto difficile da nominare. Non soltanto perché scompare una delle più importanti pensatrici del Novecento e di questo primo scorcio di secolo, ma perché viene meno una figura che per molte e molti è stata insieme maestra, interlocutrice, misura e orientamento.

Una figura che ha attraversato anche Palermo, dove è venuta più volte su invito della Biblioteca delle donne e del Centro di consulenza legale UDIPalermo, per presentare i suoi libri, partecipare a incontri e seminari.

Colpiva il rigore del suo pensiero, sempre esigente e mai accomodante. Colpivano anche la sua capacità di ascolto e la generosità con cui metteva in circolo idee, intuizioni e domande. Non parlava da un sapere già concluso: piuttosto dalla passione di chi continua a cercare, insieme ad altre, parole capaci di dire il reale.

Il suo lavoro ha segnato profondamente il pensiero contemporaneo perché non è nato dall’elaborazione di un sistema teorico astratto, separato dalla vita. È nato dentro l’esperienza del femminismo, nelle pratiche politiche delle donne, nelle relazioni, nei conflitti, nelle scoperte che quel movimento ha reso possibili. Per Luisa il femminismo non è stato un tema da studiare né un settore particolare del sapere: è stato il luogo a partire dal quale il pensiero ha preso forma e si è trasformato. Da qui si comprende come il pensiero non si separi dal luogo in cui prende parola, e come quel luogo ne modifichi il senso.

Ha insegnato a generazioni di donne a dare credito alla propria esperienza, a riconoscere che la relazione non è un fatto secondario o privato, ma una condizione fondamentale dell’esistenza umana; che la lingua non è uno strumento neutro, ma il luogo in cui si forma il senso del mondo; che l’autorità può esistere senza dominio e senza potere.

Tra i suoi libri, L’ordine simbolico della madre segna una svolta decisiva. In quelle pagine Muraro mette in questione l’idea di un soggetto autosufficiente, riportando al centro la relazione originaria con la madre come ciò da cui ciascuna e ciascuno prende avvio. Nessuna e nessuno viene al mondo da sé: si nasce dentro una relazione e si entra nel linguaggio attraverso una voce ricevuta. In questa esperienza originaria, non riconosciuta nel suo valore simbolico, Muraro indica una condizione che riguarda tutte e tutti.

Non era una questione soltanto teorica: per molte il pensiero di Luisa Muraro ha aperto un diverso rapporto con la propria esperienza e con le parole necessarie a nominarla.

È stata una maestra nel significato più profondo della parola: non perché offrisse risposte definitive, ma perché sapeva aprire domande che cambiano il modo di stare al mondo.

Aveva il raro dono di rendere più esigente il pensare e insieme più libera la vita.

La salutiamo con dolore profondo, sapendo che il modo migliore per onorarla non è custodirne il ricordo come qualcosa di concluso. È continuare a fare ciò che lei ci ha insegnato: partire dall’esperienza, cercare parole vere, affidarci a ciò che tiene insieme le vite, andare più a fondo nel presente.

(Pressenza, 14 giugno 2026)