Dopo il 7 ottobre 2023, la fumettista di Gaza Safaa Odah è stata sfollata più volte, ma dal campo profughi di Al-Mawasi continua a disegnare, usando le pareti della tenda quando la carta finisce. Safaa racconta due anni di genocidio attraverso immagini straordinarie dal tratto essenziale, cogliendo il dolore e la resistenza del popolo palestinese nei dettagli della vita quotidiana, e intrecciando emozioni diverse, sguardo femminista, senso dell’umorismo, forza della contro-informazione. Il libroSafaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza, pubblicato da Fandango a cura di Pat Carra, è disponibile in Libreria. Qui una presentazione in video.

(Erbacce, 28 gennaio 2026)

Giorno della memoria. Le poesie di Ravensbrück a cura di Anna Paola Moretti e la pièce teatrale di Charlotte Delbo su Auschwitz

Dal 1939 al 1945, a Ravensbrück, il lager ha contenuto circa 130mila donne, di cui 90mila sono morte, mentre statistiche incomplete indicano 882 bambini deportati. Per dare conto della evoluzione materiale del campo, basti pensare che nel 1944 risultavano 32 baracche dormitorio, 4 infermerie, bunker di punizione, crematorio (le ceneri venivano gettate nel lago di Schwedt trasformato in fossa comune), laboratori industriali. Il Frauenkonzentrationslager di Ravensbrück è stato l’unico del sistema concentrazionario nazista destinano appositamente alla deportazione femminile.

Anche per questo, leggere oggi Boschi cantate per me (Edizioni Enciclopedia delle donne, pp. 416, euro 23) significa accedere a un materiale prezioso: si tratta infatti dell’antologia poetica che proviene proprio da Ravensbrück. Dobbiamo ad Anna Paola Moretti la curatela di questo volume, che l’ha impegnata per vent’anni nel reperimento delle poesie (oltre novanta con testo a fronte), riportate per la prima volta in traduzione italiana (grazie a Loredana Magazzeni, Daniela Maurizi, Maria Luisa Vezzali e di Paul Benjaminse, Mirko Coleschi, Krystyna Jaworska, Elisabetta Ruffini, Jessy Simonini, Luciana Tavernini). Cinquanta sono le autrici presenti, quindici le diverse nazionalità: le più numerose sono polacche, quasi 40mila, poi francesi, austriache, tedesche, slovene, olandesi, danesi, russe, spagnole e italiane.

Quando possibile viene indicata la data di composizione della singola poesia, quando la lingua originale non è invece ricostruibile si traduce da una versione intermedia (tedesca o inglese). Il valore eterogeneo dei versi non osta con la qualità storica e umana ed è un bene che possiamo leggerle, soprattutto se consideriamo che molti componimenti sono andati persi perché distrutti dalle guardiane o dalle stesse detenute per evitare punizioni.

Ebree, rom e in prevalenza politiche, i versi delle deportate mostrano il luogo di annientamento da cui scrivono per poterne intravvedere la comunità che vi era rinchiusa. Fame, freddo, botte, corpi bruciati, lavoro fino allo sfinimento, morte quotidiana e obbligo di spogliare i corpi delle altre per portarli a morire. Se i lager erano progettati per distruggere moralmente e fisicamente le prigioniere, riducendole a numeri, a «pezzi» (Stück), è esattamente dentro Ravensbrück e nei sottocampi che si sviluppa una produzione artistica (e poetica) come forma di sopravvivenza e resistenza alla disumanizzazione.

Provvisto di apparati storici e critici, oltre che le schede biografiche di ogni poeta, il libro ci accosta alla pluralità linguistica che ha composto la trama del Novecento, dal crollo degli imperi agli spostamenti di confini, fino alle deportazioni e alle migrazioni forzate. È una voce, la loro, che interpella, domanda dialogo, invita a non sprecare la vita e a interrogare il nostro tempo. Anche le contraddizioni sono radicali: libertà e costrizione, dipendenza e relazione, fragilità e forza. In particolare occorre sottolineare quest’ultima, perché di forza femminile si tratta, di alleanza contro la frammentazione, le une con le altre insieme, così che da numeri si potessero pensare come un “noi”.

Una trasmissione della memoria che diventa un modo per rendere comunicabile ciò che altrimenti resterebbe muto o impronunciabile.

Tra le deportate rimaste scrittrici anche dopo il ritorno dal lager si ricordano i nomi di Micheline Maurel, Violette Maurice, Zofia Górska, Halina Golczowa e Charlotte Delbo. Le edizioni Ets, grazie alle sapienti cure di Cristina Galasso e nella traduzione di Federica Quirici, propongono la prima traduzione italiana del capolavoro teatrale di Charlotte Delbo Chi porterà queste parole? (pp. 80, euro 10) unico testo teatrale scritto da una sopravvissuta che racconta l’esperienza vissuta nel campo di concentramento di Auschwitz, cominciata per lei il 2 marzo del 1942, dopo ci sarà Ravensbrück fino alla liberazione il 23 aprile 1945.

Scrittrice e partigiana francese, la tragedia in tre atti di Charlotte Delbo vede la luce nel 1966, e mette in scena ventitré partigiane che sono altrettante compagne di prigionia a restituire, guardandolo insieme a chi legge le loro parole e senza mai nominarlo, il lager. Soprattutto consegnano il senso della vicinanza tra donne, Cristina Galasso parla di consapevolezza e sentimento solidale che consente loro di «stringersi una all’altra e a confidare nella resistenza di ciascuna “affinché una ritorni per dire”».

L’aspetto testimoniale di Charlotte Delbo, che in apertura fa dire a una delle sue personagge di essere «reduce dalla verità», è qui puntellato dalla quotidianità: dagli appelli alle percosse, dal freddo agli stenti per fame e sete, dalle selezioni alle marce e le camere a gas. La scenografia non c’è, non serve perché i luoghi sono rappresentati dalle luci e dal movimento delle protagoniste: all’interno della baracca, nel tragitto e infine nel piazzale dell’appello. Il campo contiene quindicimila donne di varia provenienza ma quelle che Delbo fa emergere sono ventitré, arrivate tra le duecento francesi totali. Françoise, Mounette, Yvonne, Gina e Madeleine, poi Claire, Reine e altre, spalancano le loro vite, lottano «a mani nude, a cuore nudo. A pelle nuda».

Raccontano le loro paure, si confrontano: «Bisogna che ce ne sia almeno una che sopravviva, tu o un’altra, poco importa. Ognuna di noi si aspetta di morire qui. È pronta. Sa che la propria vita non ha più importanza. Eppure si affida alle altre. Bisogna che ce ne sia una che sopravviva per parlare. Tu vorresti che tutti i milioni di esseri umani che sono stati distrutti qui, tutti questi cadaveri, restino muti per sempre, che tutte queste vite siano state sacrificate per niente?».

La potenza del testo scritto da Delbo risiede nelle parole, quelle capaci di dire «le cose semplici». Per fare ritorno a una esistenza che non si immaginava più disponibile né praticabile. Ci si riconosce in quel Tu che le ha accompagnate in questo canto di sopravvivenza e attesa, un Tu che sa tenersi vivo nella presenza di un altro volto o un’altra mano, compresa quella che arriva quando il tempo del vivere si è ormai chiuso.

(il manifesto, 27 gennaio 2026)

Critica letteraria e saggista, Liliana Rampello ha insegnato estetica all’Università di Bologna ed è fondatrice dell’Italian Virginia Woolf Society. Ha scritto di Marcel Proust, Simone De Beavoir e, chiaramente, Virginia Woolf. Ad accomunarla alla Woolf è anche la capacità di leggere e amare Jane Austen. Alla scrittrice inglese ha dedicato i testi “Sei romanzi perfetti”, edito Il Saggiatore, e “Un anno con Jane Austen”, uscito nel 2025 per Neri Pozza. Non è un caso che sia stata scelta come curatrice dei Meridiani Mondadori, la più importante raccolta di opere per autore, il cui ultimo dei tre volumi dedicati a Jane Austen è in libreria da maggio 2025.

In questa intervista, interamente dedicata alla figura di Jane Austen e alla sua scrittura, Liliana Rampello ripercorre i suoi studi sull’autrice partendo proprio dall’esperienza di lavoro sui Meridiani Mondadori, portandoci poi dentro il mondo dell’autrice, maestra di lettura e di scrittura da cui abbiamo ancora molto da imparare.

Partirei proprio dai Meridiani. Oggi di Jane Austen si parla moltissimo. Complici le numerosissime riedizioni, i film e le serie tv dedicate ai suoi libri, il successo che le sue storie e lo stile del suo tempo stanno avendo sui social media e tra le nuove generazioni, è un’autrice che sembra essere sempre in voga ma di cui c’è ancora moltissimo da scoprire. Il Meridiano Mondadori che, lo ricordiamo, non è un’edizione critica delle opere di un autore ma una raccolta analitica delle stesse, inserisce l’autrice nell’Olimpo dei “grandi”. Ti chiedo quindi quanto sia stato complicato per te lavorare su un autore, in questo caso su Jane Austen, con l’intento di curarne un’opera importante come il Meridiano? Nonostante la tua conoscenza della Austen fosse già consolidata, questo lavoro ti ha consentito di scoprire ancora altro su questa autrice?

Certamente. Io ho scritto la prima monografia su Jane Austen lavorando circa tre anni. Quando poi la proposta è arrivata da Renata Colorni, che allora dirigeva i Meridiani prima di Alessandro Piperno, è stato tutto un altro mondo. Innanzitutto perché i Meridiani hanno un loro formato e una serie di regole già determinate: introduzione, cronologia, notizie sui testi, traduzione, bibliografia, ecc. Avevo una grande, meravigliosa scatola da riempire.

Il primo momento è stato il progetto: come distribuire i materiali? Perché da un lato sono pochi e dall’altro sono tanti. I romanzi sono sei, ma c’erano i famosi incompiuti, le 161 lettere, le avvertenze del fratello, la memoria del nipote… Bisognava capire come distribuire tutto in modo da non far perdere efficacia né al primo né al secondo volume. Questi testi vanno su un mercato, non servono solo a noi studiosi. L’impresa mi ha affascinato innanzitutto perché, come dicevi tu, così Jane Austen entra nell’Olimpo dei grandissimi e non la confondiamo più con mille altri rivoli eventuali.

Poi una cosa importante era trovare la connessione giusta con la traduttrice. Io penso che il lavoro di traduzione sia un lavoro critico. Nel caso di Susanna Basso, avevo di fronte una competenza straordinaria e una grande gentilezza mentale oltre che intelligenza. Le ho mandato per prima la mia introduzione per capire se c’era lo stesso sguardo sull’autrice, per non essere divaricate. Devo sottolineare anche che la redazione dei Meridiani è magnifica: Marco Corsi per la redazione interna e Francesca Pinchera per la revisione. Sono persone estremamente competenti, gentili e attente a qualsiasi necessità o aiuto.

Ho cominciato con l’introduzione e la rilettura di tutti i testi per rinfrescare la memoria, considerando che, come accade per tutti i classici, ad ogni rilettura si trova qualcosa di nuovo. La mia idea iniziale era presentare tutti i sei romanzi nel I volume; quindi, c’era da tener presenti molte cose.

Poi c’è stata cronologia e il discorso è stato diverso. Le biografie di Jane Austen sono molte, soprattutto in lingua inglese, e più o meno tutte simili: la vita di Jane Austen apparentemente non presenta eventi significativi o traumi straordinari. Però bisognava correggere questa visione di una vita “priva di eventi”. Non è vero: leggendo le biografie e accostandole, si scopre che ha viaggiato, seppur in un’Inghilterra ristretta geograficamente, ma aveva moltissimi parenti (cinque fratelli maschi, la sorella Cassandra, zii, amici). Era una zia divertente e aveva un rapporto speciale con le nipoti. La sua era una vita priva di enormi avventure ma ricca di incontri, conversazioni e letture. Nonostante all’epoca le ragazze non andassero all’università, lei aveva una formazione colta, era una grande lettrice ed era sostenuta, sia nella lettura che nella scrittura, dalla famiglia. Leggeva tutti i suoi primi scritti nel salotto di casa da bambina e poi il primo a credere in lei è il padre. Si può pensare a questo proposito ai padri vittoriani, attenti a non modificare le regole dell’educazione delle fanciulle, ma il suo è anche un padre che dà fiducia, che le regalò il primo raccoglitore per i suoi scritti e l’attrezzatura per scrivere. Questo è l’ambiente e studiandolo insieme ai romanzi sono nate le prime ipotesi di interpretazione critica, cosa era riuscita a fare rispetto al contesto, alla letteratura del suo tempo, alle forme di costume della sua epoca. E qui ci sono invenzioni e scoperte continue. Tra la mia prima lettura e i sette-otto anni di lavoro sui Meridiani, la mia visione di lei è cambiata e si è approfondita moltissimo.

Ho sempre pensato che tra le cose che rendono unica, e amabile, la scrittura di Jane Austen ci sia la sua capacità di costruire i dialoghi. Mi ha colpita un passaggio inserito nella prefazione del II volume dei Meridiani – tema che si ritrova approfondito anche in Sei romanzi perfetti – in cui parli del rapporto tra i dialoghi austeniani e quelli teatrali, in particolare del suo amore per Shakespeare a cui indubbiamente si ispira. Che rapporto c’è, quindi, tra Jane Austen e il teatro e quanto secondo te questo amore per Shakespeare ha contribuito alla creazione di dialoghi perfetti, ritmati e ancor oggi coinvolgenti ad ogni pagina?

Partiamo dalle sue avventure di ragazzina. Tutto nasce in quel fienile in cui, per divertimento, lei, la sorella, i fratelli e gli allievi del padre mettevano in scena piccoli sketch scritti da loro o commedie dell’epoca e Shakespeare. Quindi non solo lo ha letto, ma lo ha “attraversato” fisicamente con la messa in scena. È lì che lei comincia ad amare il teatro di Shakespeare ma anche il teatro in genere. Sappiamo che da adulta, quando andava a Londra dal fratello Henry e per seguire le vicende legate ai libri, andava a teatro spessissimo. Era un’attentissima spettatrice di forme anche diverse di teatro, oltre che essere un’attenta osservatrice delle arti in genere. Era una persona sensibile a tutti i linguaggi artistici, in particolare quello teatrale.

Di Shakespeare, secondo me, la colpiscono i personaggi femminili: autonomi e indipendenti. Le donne di Shakespeare non sono bambole manovrabili dall’uomo. Lei intuisce le potenzialità del personaggio femminile. Capisce che si possono disegnare personaggi femminili capaci di autonomia, riflessione, invenzione e scontro verbale con l’uomo e di dire la propria sul mondo. La letteratura a lei contemporanea non andava in quella direzione, c’era più la passività e la sofferenza femminile. Lei sceglie la strada della protagonista indipendente, autodeterminata, libera e soprattutto con una lingua. L’avere una lingua, che significa avere un pensiero, diventa con il dialogo il modo in cui lei ci fa vedere come può funzionare il rapporto fra i sessi, nel conflitto e nell’amore, ma in un dialogo in cui il confronto è vivo e in cui entrambi prendono la parola. Questa è una novità straordinaria per la sua epoca. Poi ruba al teatro l’idea che la “parola è azione”. Lei trasferisce il dramma nel dialogo e qui fa comparire ragazze – le sue protagoniste sono tutte giovanissime tranne Anne – capaci di nominare il mondo in cui vivono. Questa è una scoperta austeniana straordinaria che arriva fino a noi. Fino a noi non arrivano carrozze e balli, ma qualcosa di più intenso, vero, contemporaneo e moderno, per la capacità che lei, come i grandi artisti, ha di “vedere prima”. Lei vede prima molte cose e ciò fa sì che nei suoi romanzi i dialoghi siano spumeggianti, sempre intelligenti e ironici. E questo è un altro tratto importante. Qui ha ragione Virginia Woolf quando dice di lei: «Una donna che all’inizio dell’Ottocento scrive senza odio, senza amarezza, senza fare prediche e senza lamentarsi». Questa libertà profonda lei la sente in sé stessa, se la concede senza seguire consigli. È un salto straordinario che lei fa e penso che lo faccia assolutamente attraverso la comprensione profonda del senso del teatro, di che cosa il teatro può comunicare semplicemente attraverso la parola.

Jane Austen, come racconti qui e nei tuoi testi, scrive dopo aver letto tanto, aver ascoltato e guardato il teatro. Ha cominciato da bambina a mettersi alla prova leggendo ai familiari e il suo percorso probabilmente dimostra quanto sia importante l’esercizio dietro la scrittura. Oggi può essere un esempio concreto, e purtroppo per nulla scontato, di come solo studiando a fondo l’arte si può poi creare arte.

Lei insegna innanzitutto a leggere. Essendo una grande lettrice, scopriamo quanto sia formativa la lettura per uno scrittore. Poi insegna a scrivere: aiuta a capire che la lingua va lavorata a lungo per arrivare a quella leggerezza. Da questo punto di vista assumono importanza i due incompiuti che abbiamo pubblicato [con il terzo volume dei Meridiani Mondadori “Romanzi incompiuti” ndr]: si vede che nella prima stesura sistema i personaggi, ma non tutti hanno ancora una lingua; è attraverso lo stile che lei riesce a dare una restituzione complessa sia del singolo personaggio che dell’antropologia sociale che lo circonda che è complessa e ricca. Non utilizza mai il “tipo”: anche il seduttore – da Wickham a Willoughby – non è un tipo fisso, sono forme di seduzione diverse con ambizioni diverse. Non c’è mai il carattere nel senso della tipizzazione dello stesso. Anche questo è molto moderno. Invece che darci una generalizzazione, ogni personaggio è visto in sé e per sé ed è questo che le consente di non essere ideologica. Abbiamo personaggi come Darcy o il colonnello Brandon capaci di sanare una ferita inferta da altri uomini alle ragazze con un’idea molto moderna della rottura dell’omertà, ma abbiamo anche una moglie cattiva come all’inizio di Ragione e sentimento. Ci sono tematiche di grandissima profondità, il tutto raccontato divertendoci. Il che la colloca in una sfera superiore.

Altra cosa importante, che molto insegna alla letteratura contemporanea, è l’impersonalità. Non c’è bisogno di mettere l’Io in scena per scrivere un buon romanzo. Jane Austen insegna che raccontare un mondo non significa non dire ciò che si pensa di quel mondo ma trovare la forma per dirlo in modo diversificato a seconda dell’esperienza di ogni personaggio.

Qualcuno dice che nelle storie di Jane Austen il contesto storico pare non essere importante, che appare poco in favore della sola trama e degli intrecci tra personaggi. Io personalmente mi sento di dissentire e ritengo che Jane Austen abbia, anzi, una capacità unica di raccontare il mondo in cui i suoi personaggi si muovono, dando uno spazio e un tempo precisi a ogni storia.

Assolutamente, la grandezza sta proprio nel saper raccontare e interpretare il suo mondo. Quella collocazione storica, sociale ed economica ci permette di capire i comportamenti dei personaggi. Se li sottraiamo a quella società, diventano burattini, non hanno quella concretezza anche visiva.

Quando Elizabeth Bennet attraversa la campagna e si infanga lei lo racconta e noi lo vediamo al di là dell’averlo visto in un film. Questa capacità visiva è legata a un contesto che non è sfondo. La campagna non è uno sfondo. Quando le sue ragazze camminano per pensare – perché le case avevano poco spazio per la solitudine – la passeggiata è un elemento che indica l’autoriflessione. Anche questa è un’intuizione potente.

E poi c’è il rapporto tra necessità e libertà. Se togli la necessità sociale dell’epoca, non c’è più quella libertà cercata e trovata che passa attraverso l’errore e la vergogna.

Un altro aspetto in cui letterariamente Jane Austen è bravissima è la capacità di descrivere i rapporti familiari. In ogni romanzo, sebbene i rapporti con madri e padri non siano al centro della trama, influenzano moltissimo le vicende. Oggi ce ne sono moltissimi di romanzi che hanno al centro i rapporti tra genitori e figli, ma probabilmente nessuno sa parlarne come ha fatto Jane Austen.

Sì e lo fa sempre con un’attenzione precisa. Prendiamo l’esempio di Mr. e Mrs. Bennet [in Orgoglio e Pregiudizio ndr]. Lui è più simpatico, ironico, è il preferito di Elizabeth. Mrs. Bennet è insopportabile, sbaglia tutto, è petulante e non sa stare al mondo in modo adeguato. Però, fin dall’inizio, sappiamo che Mrs. Bennet deve occuparsi di cinque figlie che, essendo senza dote, rimarrebbero sul lastrico alla morte del padre. Mr. Bennet la irride e nelle prime pagine di Orgoglio e Pregiudizio ci divertiamo molto, ma in realtà l’unica che si preoccupa del futuro delle ragazze è la madre. Molto spesso poi i padri, in Austen, vengono messi a posto. Per quanto riguarda Mr. Bennet, per esempio, verso la fine, Elizabeth dice al padre due cose: che non è stato in grado di educare Lydia [altra figlia dei Bennet, ndr] sebbene lei lo avesse avvisato del pericolo che correva nel lasciarla agire e che un genitore non ha il diritto di prendere in giro l’altro genitore davanti ai figli. Sebbene la madre potrebbe meritarlo, Elizabeth riflette su come un bravo genitore non dovrebbe mai farlo davanti ai figli. In Mansfield Park, poi, Lord Bertram deve fare autocritica perché ha affidato l’educazione delle figlie a Mrs. Norris senza capire che i valori che lei stava trasmettendo erano vacui. E c’è poi Fanny che è in grado di dirgli «non mi sposo se non amo». Altro che romanzi di formazione, questi sono romanzi di costruzione di amore vero e sensato e anche di un amore reciproco. Anche questa è un’assoluta novità in un’epoca di matrimoni combinati. Se penso a Charlotte Lucas [personaggio di Orgoglio e Pregiudizio, ndr], che dice chiaramente di non credere al matrimonio, penso a ciò che io definisco l’inesorabile materialismo di Jane Austen.

Poi c’è il tema delle “sostitute” delle madri: in Persuasione c’è una vicemadre esplicita, ma anche in Emma è un tema presente. Jane Austen ha ben presente il rapporto tra le ragazze tra loro e le figure femminili adulte che consentono loro di andare nel mondo in maniera più sicura.

I temi dei romanzi di Jane Austen l’hanno fatta arrivare fino a noi. Tuttavia oggi, probabilmente, questa scrittrice e la sua fortuna sono vittima di un equivoco. La Austen viene presentata infatti, ancora troppo spesso, come una scrittrice di romanzi romantici e di lei, complici molte copertine piene di ghirigori e fiorellini e alcune trasposizioni, emerge un’esaltazione del romanticismo che la allontana dai contemporanei concetti di emancipazione femminile. Si tende a confondere il romanticismo austeniano con la centralità del matrimonio come unica ambizione femminile. Oggi si parla tantissimo di emancipazione, a volte anche in un’accezione che sembra porre le donne in conflitto con l’altro sesso. Jane Austen, invece, al concetto di emancipazione ha sempre preferito quello di felicità femminile. Ha messo al centro, per quelle che tu giustamente più volte hai definito protagoniste e non eroine, la capacità delle donne di fare i conti con sé stesse, di capire ciò che vogliono andando anche contro i dettami del patriarcato, quindi di innamorarsi per davvero in un confronto reale e diretto con gli uomini. Sono forse le donne di Jane Austen le vere femministe cui dovremmo ispirarci?

Lei lavora sul tema della libertà, tema che la porta fino a noi con una velocità che supera i secoli. Se noi pensiamo a Jane Eyre e alle sorelle Brontë siamo già in un’epoca in cui una ragazza lavora e lì c’è già un romanzo di formazione emancipatore, sebbene sia un’emancipazione che ha bisogno di una serie di soluzioni romanzesche che la Austen non avrebbe mai ammesso. Non c’è in lei l’amore travolgente e incapace di limiti di Cime tempestose. Jane Austen è prima del romanticismo inteso anche a livello scolastico, non apprezza il sentimentalismo. In tutti i suoi scritti giovanili c’è l’irrisione dello svenimento, dell’eroina che mostra la sua debolezza. Questo la rende moderna. Relativamente a come arriva a noi sono anticipazioni straordinarie di ciò di cui discutiamo oggi. Ultimamente faccio spesso l’esempio della proposta di matrimonio di Mr. Collins a Miss Bennet [Orgoglio e Pregiudizio ndr]. Per lui una donna vale l’altra, basta che dica sì. Inoltre quando lui fa la proposta, lei rifiuta con una precisa presa di posizione di fronte alla quale lui dice che sa benissimo che le donne dicono molti no prima di dire un sì e che quindi ogni “no” nasconde un “sì”. Se noi trasportiamo questa cosa dal tema matrimonio al tema consenso oggi capiamo come la Austen avesse capito come nella testa di un uomo un no potesse essere un sì. Lei aveva intuito che gli uomini fossero così sicuri delle loro capacità di seduzione da potere pensare una cosa così. Tramite Miss Bennet lei invece sottolinea il tema della felicità come centrale, non della realizzazione di sé. Questo desiderio messo in capo a una ragazza è una cosa molto potente e che arriva ad oggi.

C’è poi il fatto che la si traduca spesso come una scrittrice di sentimenti e di amore e questo è dovuto anche a film e serie che spingono più sul lato romantico, nei film ci sono moltissimi baci che non esistono nei libri. Così come nei libri non c’è Dio, nonostante lei fosse un’evangelica, ma Dio non esiste nei suoi romanzi. Non esiste neanche l’idea di una maternità oblativa e non esistono i bambini come centro del mondo, come accade oggi, anzi nei suoi romanzi sono o solo oggetto di conversazione o ragazzini che scocciano. Non c’è idealizzazione del ruolo della maternità e dell’infanzia, però c’è questa sua capacità di guardare le cose per quel che sono e di raccontarle. Certamente quando al posto della sensualità sotterranea, dell’erotismo, del primo avvicinamento tra i ragazzi, del ballo come metafora di questo avvicinamento vediamo baci e abbracci e stritolamenti siamo fuori dal vero universo di Jane Austen. Secondo me se la si legge quando si è molto giovani magari si sta attenti solo alla trama e alle coppie, però quando la si rilegge o la si legge da adulti tutto questo non toglie niente alla lucidità del suo sguardo. Indubbiamente bisogna leggerla con attenzione, non pensare che sia una lettura di evasione perché in ogni frase c’è ironia, precisione e puntualità. Non si possono sottovalutare le posizioni che lei prende rispetto ai mutamenti – facile pensare alla sua contrarietà al modificare il panorama in favore del pittoresco in Mansfield Park – o la capacità di parlare di soldi, tema quanto mai attuale. 

Ripercorrendo i suoi romanzi e la loro fortuna, vorrei concludere concentrandomi su un romanzo in particolare che è Persuasione. Io ci sono arrivata da adulta grazie a Virginia Woolf ed è il suo romanzo che preferisco. Tu hai scritto a tal proposito che contiene «una delle riflessioni sulla relazione fra i sessi più alte, belle, equilibrate, è segno di una mente profondamente libera, fino a quel momento mai udite, quasi un piccolo trattato che apre la tempesta romantica, lì trasportando, per bocca di una donna, il meglio della tradizione settecentesca, ma soprattutto la sua idea di un nuovo possibile ordine nel rapporto fra i sessi e il suo preciso giudizio sulla divisione dei ruoli nel patriarcato. Consapevolezza della parzialità di ciascun sesso, della loro diversa collocazione socio-simbolica, della possibilità di uno scambio autentico se basato su una sincera autoconsapevolezza, e dunque sul rispetto reciproco». È un romanzo diverso, più maturo, con una protagonista adulta. Perché secondo te è un romanzo che arriva ancora poco?

Forse perché quello che si sa più “in superficie” di Jane Austen è che sia allegra, che i suoi personaggi sono piacevoli anche quando, come Emma, sbagliano tutto. Circa Persuasione, non so se la parola “maturo” sia la più appropriata. È sicuramente il romanzo di una donna che non è più in età da marito (Anne ha quasi trent’anni) e questo sposta i riflettori sulla coscienza di questo personaggio, che non è più la ragazza vivace e avventurosa cui eravamo abituati. È una ragazza che ha rinunciato all’amore e che ha deciso che quella scelta non è più valida. Ha già rifiutato due proposte di matrimonio perché era ferma al suo primo grande amore. Questo farci vedere una protagonista sempre lucida e piena di autocoscienza forse conquista meno rispetto alla percezione più “superficiale” che si ha degli altri romanzi. Catherine Morland [protagonista di L’abbazia di Northanger ndr] è una ragazza simpaticissima che non sa far nulla ma è più divertente di Anne.

Ma in assoluto, il romanzo che arriva meno è Mansfield Park, perché è complicato e perché non è facile affezionarsi a Fanny, così inerme e silenziosa. Man mano Fanny diventa un grande personaggio.

Per di più in Persuasione la possibilità di fraintendere il titolo, capire cosa significa “persuasione”, potrebbe aver allontanato dalla lettura. Si pensa che Anne sia stata stupida a seguire quel consiglio. Bisogna entrare bene nel meccanismo di questo romanzo, capire la fedeltà che Anne ha nei confronti delle donne più adulte, il ruolo che lei assume nelle famiglie essendo da un lato una calimera dall’altro assumendo il ruolo di zia. Anne è un personaggio bellissimo, cui Jane Austen fa dire «non credo alla storia perché raccontata dagli uomini» e che ha prese di posizione bellissime.

Se poi leggi Sanditon, vedi che lei sta cambiando di nuovo, sta vedendo con lucidità cosa sta capitando all’aristocrazia: la finanziarizzazione del denaro ereditato che viene investito nell’immobiliare. Qui lei sta vedendo di nuovo con molta lucidità cosa sta capitando all’aristocrazia. Siamo ai giorni nostri.

(Minima&moralia, blog di approfondimento culturale, 26 gennaio 2026)

Quando si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria, il pensiero corre subito alle vite spezzate e a un frangente della storia umana che non possiamo permetterci di dimenticare. In questo spazio tra ricordo e responsabilità si muove Anna Foa, storica di grande rilievo, figlia di Vittorio Foa, uno dei padri fondatori della Repubblica, già docente di Storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma.

Si è specializzata in storia della cultura, storia della mentalità e storia degli ebrei europei, con particolare attenzione alla condizione femminile nella Shoah. Tra le sue pubblicazioni principali: Ebrei in Europa (2004), Diaspora (2009), Portico d’Ottavia (2015) e La famiglia F. (2018). Il suo ultimo libro, Il suicidio di Israele (Laterza), ha vinto il Premio Strega per la saggistica 2025, mentre il nuovo volume di prossima pubblicazione, Mai più, sempre per Laterza, sarà dedicato all’antisemitismo.

Nel 2026 il Giorno della Memoria compie venticinque anni dalla sua istituzione in Italia e cade a oltre ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz. Che significato assume oggi questa ricorrenza, così distante dagli eventi eppure immersa in un presente attraversato da nuove violenze di massa?

Il Giorno della Memoria continua ad avere un significato forte. Lo ha avuto fin dalla sua istituzione e non a caso è stata una delle poche ricorrenze civili condivise da tutti i Paesi dell’Unione europea. Naturalmente, come ogni ricorrenza, va riesaminata. Il tempo che passa e ciò che accade nel mondo ci obbligano a indagarne il senso alla luce dei mutamenti storici e sociali intervenuti nel frattempo. Le violenze del presente, compreso il conflitto tra Israele e Palestina, non possono restare fuori da questa riflessione. Il significato della memoria non va negato, ma messo in relazione con ciò che viviamo oggi.

Lei ha più volte sottolineato la necessità di distinguere tra memoria e storia. Qual è il rischio che il Giorno della Memoria si riduca a una ritualità svuotata di senso?

Il rischio è che la memoria diventi una pratica rituale, centrata sulla ripetizione del dolore e su immagini che finiscono per non interrogare più chi le ascolta. In questo modo si scivola facilmente nella retorica o in una rappresentazione puramente emotiva della violenza. Io credo invece che questa giornata vada riempita di storia, perché solo il lavoro storico può restituire profondità alla memoria. Esiste anche una storia della memoria, di come il ricordo della Shoah si è costruito nel tempo, di ciò che ha funzionato e di ciò che ha mostrato i suoi limiti. Riconoscere questo percorso, compresi gli errori, è essenziale per evitare che il “mai più” diventi una formula astratta. La memoria ha senso solo se resta aperta, capace di confrontarsi con il presente e di interrogare anche le nuove forme di violenza, senza trasformarsi in uno strumento automatico di lettura o di giustificazione del mondo di oggi.

Il peso del trauma della Shoah

A oltre ottant’anni dalla Shoah, quanto pesa ancora questo trauma sul mondo ebraico e sulle generazioni successive?

Pesa moltissimo. La Shoah è stata un pilastro della concezione del mondo ebraico dopo il 1945 e ha inciso profondamente anche nella costruzione dello Stato di Israele, nel modo in cui si è pensato e raccontato, ma anche nei suoi limiti e nei suoi errori. Il trauma si trasmette alle generazioni successive. Esistono studi importanti su questo passaggio della memoria, su come il ricordo funzioni all’interno delle famiglie. Anche chi non ha avuto parenti deportati è cresciuto in un ambiente segnato da quella esperienza. È qualcosa che continua a lavorare nel profondo.

La guerra a Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023, ha riacceso un confronto durissimo. Come si può evitare che questa memoria venga usata come chiave interpretativa immediata del presente o come strumento di legittimazione politica?

È una strada molto stretta, perché la memoria può avere due funzioni opposte. Può aiutare a comprendere il peso del passato nel modo in cui il presente viene vissuto e interpretato, e questo è legittimo. Ma può anche essere usata in modo deformato, quando ogni evento che riguarda oggi gli ebrei viene letto come una ripetizione della Shoah. Dopo il 7 ottobre questo richiamo è stato spesso utilizzato per respingere qualunque critica alla condizione della guerra o alle scelte del governo israeliano, presentando tali critiche come antisemitismo. In questo caso la memoria smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un argomento che chiude il discorso. È proprio qui che il lavoro storico diventa essenziale, perché solo distinguendo tra passato e presente si può evitare che la memoria venga ridotta a un uso automatico e strumentale.

Lei è fiduciosa rispetto a una prospettiva di pace stabile in Medio Oriente?

È difficile esserlo, ma non possiamo permetterci di rinunciare alla speranza. I tempi sono stretti, le sofferenze enormi, la distruzione devastante. Occorre mantenere acceso almeno un piccolo lume, anche se la strada è strettissima. Parlare oggi di pace sarebbe falso. Al massimo si può parlare di tregua, mentre la violenza continua a manifestarsi in forme diverse.

Negli ultimi anni si parla molto di un ritorno dell’antisemitismo. Lei come interpreta questo fenomeno nel contesto attuale?

Esistono certamente forme di antisemitismo che si inseriscono in un clima di forte indignazione per ciò che accade in Medio Oriente. Un’indignazione spesso legittima, che però può essere intercettata e deformata da linguaggi e stereotipi antisemiti, soprattutto nei contesti più estremi o meno informati. Detto questo, non credo che siamo di fronte a un’ondata senza precedenti, come spesso viene sostenuto. Colpisce piuttosto il modo in cui l’allarme sull’antisemitismo venga talvolta usato per spostare il fuoco del discorso. In questo momento storico, ciò che pesa maggiormente sul piano politico e morale è ciò che sta accadendo a Gaza. Una forma più insidiosa di antisemitismo è quella che si manifesta nel boicottaggio culturale e accademico, perché tende a colpire indistintamente e finisce per silenziare anche voci israeliane fortemente critiche nei confronti del proprio governo.

In questo scenario, che ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa e perché oggi appare così marginale?

Mi sarei augurata un ruolo molto più incisivo. Per un breve momento è sembrato che l’Europa potesse assumere una posizione autonoma, capace di tenere insieme la difesa dei diritti e una pressione politica reale. Ma quella spinta si è rapidamente esaurita. Oggi l’Europa apparemarginale, schiacciata tra posizioni esterne e incapace di tradurre in scelte politiche la propria tradizione di mediazione e di diritto internazionale. Questa assenza pesa, perché lascia campo libero a una polarizzazione estrema del dibattito, in cui la memoria, l’antisemitismo e il conflitto rischiano di essere ridotti a strumenti di contrapposizione, invece che a problemi da affrontare con responsabilità storica e politica.

C’è un problema di definizione del termine antisemitismo nel dibattito pubblico?

La legislazione esistente è sufficiente. Tentare di introdurre nuove definizioni giuridiche rischia di comprimere la libertà di espressione e di rendere Israele l’unico Paese non criticabile politicamente. Questo produrrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, alimentando nuove tensioni e nuove forme di antisemitismo.

Cosa si augura oggi per il futuro del Medio Oriente?

Se guardo all’utopia, spero nella fine del regime iraniano e nell’avvio di un processo democratico che cambierebbe profondamente l’intera regione. Per Israele e Palestina, nel breve periodo l’unica strada praticabile resta quella dei due Stati. Ma mi auguro che possa essere un passaggio verso qualcosa di diverso, una convivenza fondata su pari diritti per due popoli che vivono nella stessa terra. È un orizzonte lontano, forse utopico, ma necessario.

(Agenzia Italia – agi.it, 26 gennaio 2026)

Arrivano in Italia sole, spesso dopo aver studiato ma con diplomi e lauree che qui non possono usare. Lavorano nelle case dei milanesi senza contratto come colf, baby-sitter, badanti. Ma quando si ammalano, non hanno alcun medico di base a cui rivolgersi perché sono quasi tutte tagliate fuori dal servizio sanitario pubblico, «vivendo così in un limbo di precarietà legale, lavorativa e sanitaria» che le mette a rischio.

Racconta la salute invisibile delle donne migranti lo studio condotto dalla Bocconi e dal Naga, che mette per la prima volta sotto la lente 7.463 visite mediche di tremila donne senza documenti che fra il 2022 e il 2025 si sono rivolte al poliambulatorio dell’associazione di volontariato che fornisce assistenza sanitaria, sociale e legale agli stranieri. Si tratta della più ampia indagine mai realizzata in Italia su questo tipo di popolazione.

Una ricerca che mostra l’altra faccia della Milano del lavoro. «Donne che rappresentano un laboratorio estremo di disuguaglianza», spiega Carlo Devillanova, professore di Economia dell’università milanese che firma lo studio insieme ad Anna Spada, del Naga. «Sono istruite, spesso madri, ma intrappolate in lavori invisibili e in una rete di barriere che peggiorano la loro salute».

Più della metà delle donne del campione è disoccupata, il 55 per cento non ha una casa propria e vive ospite di amici o parenti. E la quasi totalità, il 92 per cento, non ha un permesso di soggiorno valido. Arrivano soprattutto dal Sud America e il 60 per cento ha almeno un diploma. «Donne che lavorano in case private o nell’economia informale senza alcuna tutela, spesso con orari massacranti e la paura di farsi vedere – spiega Devillanova – madri che si ammalano mentre tengono in piedi la vita quotidiana di altri».

Si presentano al poliambulatorio del Naga in buona misura per visite ginecologiche, seguite da richieste per disturbi alla schiena, ai muscoli o ai legamenti e in generale per problemi muscoloscheletrici. «Ma la cosa più preoccupante emerge nel tempo», sottolineano gli autori del lavoro. Perché a una donna su sette, tra quelle che alla prima visita non presentavano alcuna patologia cronica, ne viene diagnosticata una in quelle successive. Tra le più frequenti diabete, ipertensione oltre a patologie respiratorie. «La mancanza di un medico di base fa sì che i problemi spesso si scoprano tardi e si curino peggio». Tra le pazienti più anziane, si legge, il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari è trenta volte più alto rispetto alle più giovani, quello di patologie endocrine sei volte maggiore. «Eppure proprio le donne oltre i quarantacinque anni sono quelle che accedono meno alle visite preventive».

Da qui, la conclusione: «Escludere le migranti senza documenti dalla medicina di base è un errore di salute pubblica», sostiene il docente della Bocconi. Garantire a tutte il medico di famiglia ridurrebbe ricoveri evitabili e costi per il sistema. «Non una misura di carità – sottolinea Devillanova – ma di efficienza sanitaria».

(Repubblica Milano, 26 gennaio 2026)

L’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) è stata tra le prime ad alzare la voce [qui il comunicato della rete D.i.Re., che raccoglie la maggior parte dei centri antiviolenza italiani] contro la proposta di riformulazione del ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, che aggiunge una nuova fattispecie di reato nell’articolo 609-bis c.p.. Oltre all’attuale formulazione dello stupro, quella commessa mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, e punita con il carcere dai 6 ai 12 anni – che rimane – la proposta prevede un nuovo reato, considerato meno grave, che si configura sulla volontà contraria all’atto sessuale. In sostanza, che guarda al «dissenso» anziché al «consenso», contemplato invece nel testo approvato all’unanimità alla Camera, in prima lettura. Ne parliamo con l’avvocata della Rete D.i.Re.

Avvocata Elena Biaggioni, cosa pensa della proposta della senatrice Bongiorno?

Tutto il male possibile, perché è un arretramento rispetto all’attuale orientamento giurisprudenziale. Attualmente infatti tutta la giurisprudenza della Cassazione – senza alcun contrasto interpretativo – è già perfettamente allineata con le disposizioni della Convenzione di Istanbul sul modello del «consenso libero e attuale». Lo stesso rapporto del Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, organo del Consiglio d’Europa, ndr) pubblicato a dicembre, lo dice chiaramente quando parla dell’Italia. Ora, nei processi, questo orientamento è legge, di fatto. Cambiando invece il 609-bis del Codice penale, necessariamente si dovrà creare una nuova interpretazione giurisprudenziale. Che sarà per forza diversa, in quanto la Cassazione dovrà sostituire al “consenso” il concetto del “dissenso”.

Secondo Bongiorno, nella sua proposta conta la volontà della donna. Tanto è vero, dice l’avvocata leghista, che è stato introdotto anche il reato di “freezing” che si compie quando la vittima non manifesta la propria volontà in quanto bloccata dalla paura. Assicura la senatrice che in questo caso si presume automaticamente il dissenso. Come a dire: consenso o dissenso, sempre di volontà della donna, si parla. Non è così?

No. Se si parla di “volontà” e non di “consenso”, significa che per provare il reato devo provare la volontà contraria. Faccio un esempio: casa nostra. Affinché si configuri il reato di una persona che si introduce in casa – sia con la violenza, con l’effrazione, con l’inganno o solo perché la porta è aperta – non si cerca di capire se io, padrone di casa, ho detto esplicitamente «no». Di base, a casa mia non può entrare nessuno a meno che non abbia suonato il campanello, chiesto permesso e io lo abbia invitato ad entrare espressamente. È tutta un’altra cosa, soprattutto nella fase delle indagini e del processo. C’è un’enorme differenza tra raccogliere le prove sull’intrusione o raccogliere le prove del mio «no».

Per questo qualcuno temeva, nel primo testo del ddl, l’inversione dell’onere della prova. È sbagliato?

È una mistificazione bella e buona: la parola della donna o della vittima, in questo tipo di reati, ha valore ma non è l’unica prova. Si valutano tutta una serie di circostanze di contorno. Non è l’imputato che deve provare di aver chiesto permesso, è il Pubblico ministero che deve raccogliere le prove.

Mentre così c’è il rischio di una vittimizzazione secondaria?

Sì, il focus è su quel dire «no» invece che sull’azione di chi ha commesso il fatto. E questo rischia tra l’altro di aprire tutta una serie di alibi, tipo «non ho capito», «il no non era abbastanza forte» o «abbastanza chiaro», ecc.

Lei dunque non aveva alcun dubbio sulla formulazione del reato basata sul «consenso libero e attuale»?

Non ne sentivo una grande esigenza ma se si fosse riusciti a scrivere la fattispecie secondo la Convenzione di Istanbul ne sarei stata contenta. D’altronde in molti Paesi europei è così: Spagna, Francia, Svezia, Belgio, Finlandia, Grecia, Croazia, Irlanda, Lussemburgo e molti altri. Non capisco tutto l’allarme suscitato dal testo licenziato alla Camera: se quella formulazione avesse intasato i tribunali dalle denunce delle donne, avrei anche capito. Ma sappiamo che lo stupro è tra i reati meno denunciati e che il tasso di condanna è particolarmente basso. Secondo l’Istat la metà dei casi di denuncia per violenza sessuale viene archiviato subito. E solo un quarto delle denunce arriva a condanna. Non c’è alcun allarme di processi ingiusti, di incarcerazioni o di denunce di massa.

Quindi meglio a questo punto lasciare la legge così com’è?

Molto meglio. Sarà piuttosto il caso di cominciare a fare un po’ di cultura.

Il ministro Salvini chiede di aumentare le pene.

Le nostre sono tra le pene più alte a livello europeo. A noi non interessa assolutamente la pena. Sicuramente non è la legge penale a far diminuire la violenza sessuale.

Idem per quella sul femminicidio?

Anche quella non era una mia priorità ma in quel caso il tema è ancora più ampio. La legge sul femminicidio, al di là di ogni demagogia da un lato e dall’altro, credo che abbia il pregio di guidare lo sguardo e di contribuire a considerare un disvalore il possesso e il controllo sulla donna. Anche così si fa cultura.

(il manifesto, 24 gennaio 2026)

Non solo serrande abbassate. La “Giornata della verità e della libertà”, convocata in Minnesota per dire “basta” ai raid dell’Ice contro gli immigrati, ha portato i cittadini di Minneapolis a sfidare, in strada, il freddo artico con temperature fino a meno 24 gradi. Si è tenuta all’aperto anche la manifestazione organizzata al Terminal 1 dell’aeroporto internazionale della capitale Saint Paul per dare voce all’indignazione contro i voli carichi di irregolari deportati.

L’appello a boicottare lavoro, scuola e acquisti è arrivato dopo le tese dimostrazioni sollevate dalla morte di Renée Good, l’americana uccisa il 7 gennaio da un agente dell’Ice durante un raid anti-migranti. La donna, lo ricordiamo, è stata raggiunta da tre colpi di pistola esplosi da una guardia che l’accusava di bloccare il passaggio. Il caso ha indignato l’opinione pubblica statale ed è diventato nazionale. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata dalla parte dell’agente che, questa è stato il ragionamento del vicepresidente J.D. Vance, avrebbe aperto il fuoco perché in pericolo. A gettare benzina sul fuoco delle proteste sono stati tanti altri episodi di “abuso” della forza e del potere che ha visto protagonisti gli uomini arruolati per eseguire i blitz contro gli indocumentados. L’ultimo, solo in ordine temporale, riguarda il piccolo Liam, cinque anni, usato dagli agenti dell’Ice come esca per far uscire la madre di casa. Caso su cui l’Ecuador, il Paese di origine della famiglia, ha chiesto spiegazioni a Washington tramite il ministero degli Esteri.

L’idea dello sciopero come strumento di protesta è legata al fatto che le tante attività commerciali gestite dagli immigrati sono state duramente colpite dall’attività dell’Ice: per mettersi al sicuro dai raid, molti gestori sono stati costretti a chiudere le proprie attività o a ridurre l’orario di lavoro al minimo indispensabile. All’iniziativa hanno aderito per solidarietà anche esercenti americani, e senza personale di origine immigrata. Adesioni sono arrivate pure da leader religiosi, sindacati e dirigenti d’azienda.

Chiusi, in tutto lo Stato, bar, ristoranti e negozi. Aperte le attività di chi ha invece deciso di mettersi al servizio dei manifestanti offrendo loro caffè gratuito e materiali per preparare i cartelli “Ice out” (Ice fuori). Decine le anche veglie di preghiera.

All’aeroporto internazionale di Saint Paul circa cento esponenti di varie denominazioni cristiane si sono inginocchiati in strada cantando inni e pregando per attirare l’attenzione anche sulla detenzione di lavoratori aeroportuali da parte dell’Ice e chiedere che le compagnie aeree smettano di collaborare con l’agenzia. Nonostante gli ordini di sgomberare la carreggiata, i manifestanti hanno continuato la loro protesta e le forze dell’ordine li hanno arrestati, e caricati su bus senza che opponessero resistenza.

Fa discutere il caso di una foto ritoccata dalla Casa Bianca per rendere più drammatico il fermo di un’attivista per i diritti civili. L’immagine originale era stata pubblicata dalla segretaria agli Interni Kristi Noem su X e ritraeva l’attivista Nekima Levy Armstrong mentre guardava serenamente davanti a sé, al momento del suo arresto. La donna è una delle tre persone fermate per l’irruzione in una chiesa a St. Paul domenica scorsa. Ma la foto modificata e pubblicata dalla Casa Bianca mostra l’attivista disperata, in lacrime. Uno dei portavoce ha provato a sminuire l’episodio parlando di un “meme”.

L’Ice sembra intanto acquisire ancora più potere. Una circolare interna autorizza gli agenti a entrare nelle case senza un mandato giudiziario. Una mossa che secondo gli esperti legali viola le garanzie sancite dal quarto emendamento della Costituzione. Anche in un’amministrazione che ha sempre promosso una visione espansiva della propria autorità in materia di applicazione della legge, la direttiva – secondo gli studiosi – si distingue per il modo in cui ignora i divieti di lunga data contro le perquisizioni senza mandato in proprietà private, un concetto giuridico che precede la creazione degli Stati Uniti e che è tra i principi fondamentali del Paese.

(Avvenire, 24 gennaio 2026, apparso con il titolo “Nelle proteste contro l’Ice arrestati anche 100 leader cristiani a Minneapolis”)

Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi

Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera. Era la vista migliore di Gaza. Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri. Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra. «Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie». Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia: «Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno». È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose. Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto. La conferma arriva dalle parole di Ali Shaath, ingegnere civile palestinese ed ex viceministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di quindici membri. «Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare», ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi. Prima, aveva aggiunto, «servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati».

Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti. Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose. Soprattutto, ci sono resti umani. Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità. Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari. Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla. Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali. Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024. Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni. Per Ali Shaath, «Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni». Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.

I bulldozer sono al lavoro da settimane. I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati. Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano. Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande: alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine. Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare. La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri. Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione: prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”. Una cosa non cambierà: il muro israeliano resterà al suo posto. La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.

Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi. «Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri», dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire. Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per «Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione». Il progetto mostrato ad Avvenire parla di «70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati». Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre. «Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi “pacchetti” per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello».

Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole. Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno: «5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno). Sussidio alimentare per il primo anno». Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, «si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare». In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.

(Avvenire, 23 gennaio 2026)

Capi di Stato di tutto il mondo sono stati invitati a far parte del “Consiglio di pace per Gaza” un organismo inizialmente concepito per supervisionare la ricostruzione della striscia di Gaza, presieduto da Trump. Finora i governi hanno reagito con cautela all’iniziativa che secondo molti osservatori potrebbe indebolire le Nazioni Unite. Ne parliamo con Paola Caridi, giornalista e presidente di Lettera 22.

Uno dei primi atti di questi giorni in cui la notizia è il Consiglio per la pace deciso da Donald Trump è la distruzione della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, la distruzione degli uffici della sede dell’UNRWA a Gerusalemme Est da parte delle autorità israeliane. Un fatto non solo gravissimo, ma che dice molto di quello che non solo da parte statunitense, ma soprattutto da parte israeliana si sta compiendo nei confronti delle Nazioni Unite. Per fare un esempio vicino al pubblico italiano è come se a Roma le autorità italiane avessero deciso di distruggere la sede della FAO, oppure quella del Programma Alimentare Mondiale, due agenzie dell’ONU che si trovano in Italia.

La scorsa settimana l’amministrazione Trump aveva nominato i membri fondatori e altri consiglieri di quello che è stato chiamato il consiglio esecutivo di questo board, di questo consiglio di pace. Adesso ci sono stati gli inviti, che segnali arrivano dalle nomine e dagli inviti ai vari governi che sono seguiti?

Sulle nomine e cioè su queste figure che devono far parte del consiglio per la pace voluto da Donald Trump, sulle figure la prima cosa che salta agli occhi è che non c’è neanche un palestinese e cioè che si tratta di figure che in parte sono quelle che hanno sostenuto il genocidio israeliano su Gaza. Parliamo di tutti gli esponenti dell’amministrazione statunitense, dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, dell’amico fraterno di Donald Trump, Steve Witkoff, immobiliarista non un diplomatico, non un esperto di relazioni internazionali, parliamo del segretario di Stato USA, Marco Rubio e poi di altre figure importanti dell’area che però non sono palestinesi e dunque il ministro degli Esteri turco e del capo dell’intelligence egiziana e cioè persone che sono importanti per dare un sostegno regionale al Consiglio di pace. Poi riguardo agli Stati, di inviti ne sono state fatti decine, forse una sessantina almeno, che da una parte sono inviti rivolti alle grandi potenze del mondo, la Cina, l’India, il Brasile, dall’altra a paesi amici e non è detto che siano paesi democratici. Un caso per tutti, la Bielorussia oppure la Russia stessa, cosa significa? Il tentativo è quello secondo me di creare un Consiglio, cioè un organismo che possa se non sostituire le Nazioni Unite, indebolirle a tal punto da rendere questo organismo voluto dal Presidente statunitense una sorta di direttorio del mondo, anacronistico visto che siamo nel 2026. Però allo stesso tempo è come se Donald Trump volesse mettere la retromarcia alla storia contemporanea e tornare a periodi nei quali erano pochi potenti a decidere le sorti più che della pace, delle relazioni fra gli Stati e di un ordine globale. Parlo di un periodo che potrebbe essere quello successivo alla Prima Guerra Mondiale o andare un secolo prima al Congresso di Vienna, un modo di concepire il mondo che fa veramente a botte con quella che è la realtà del mondo.

Il Presidente francese Emmanuel Macron infatti ha rifiutato l’invito di Trump proprio dicendosi preoccupato per i grandi poteri di questo cosiddetto Consiglio di pace e per il rischio di indebolire le Nazioni Unite. Quanto è reale questo rischio?

È altissimo questo rischio, ma è un rischio che non si deve tanto al Consiglio per la pace voluto da Trump, quanto alla politica degli Stati Uniti anche prima dell’elezione di Trump, alla politica di Israele, della Russia etc., l’elenco sarebbe lunghissimo, che sono state politiche contro le regole, contro l’architettura delle regole internazionali, contro il sistema internazionale, i risultati sono una marginalizzazione delle Nazioni Unite, e allo stesso tempo non si può non pensare al fatto che il Consiglio per la pace viene creato su Gaza, ma perché? Perché Gaza è il laboratorio di questa rottura delle regole, di questa violazione continua del diritto internazionale e umanitario, di qualsiasi convenzione, di qualsiasi regola, e allora come si risolve un genocidio? Lo si risolve uscendo dalle Nazioni Unite e creando qualcosa di completamente diverso che metta la parola fine, che metta una specie di punto su quello che si è compiuto, sui crimini, sul genocidio. L’idea è quella cioè che si possa ripartire da qui, che si possa ripartire da una cosa che non c’entra niente con l’architettura internazionale.

Tra l’altro gli stati candidati a un seggio permanente in questo Consiglio dovrebbero anche pagare un miliardo di dollari per farne parte, è vero però che è stato creato anche un comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare temporaneamente la striscia di Gaza, anche se una delle critiche principali che vengono fatte a tutta questa iniziativa del Consiglio di pace è proprio lo scarso coinvolgimento dei palestinesi come dicevi anche tu prima, come mai?

Perché i palestinesi sono considerati oggetti, sono considerati subalterni, non sono considerati parte in causa nonostante siano le vittime. Spesso noi usiamo in questo periodo un linguaggio che non corrisponde alla realtà dei fatti e per esempio non parliamo dei palestinesi come vittime, non solo, come protagonisti in quanto popolo che si deve autodeterminare, ma noi abbiamo dimenticato il fatto che sono vittime di un genocidio e nonostante siano vittime di un genocidio loro e la loro terra li troviamo in un consesso, in questo comitato come esecutori. Non come coloro che dettano l’agenda, che decidono del loro destino, ma sono solamente esecutori e sono esecutori di una ricostruzione che peraltro non segue assolutamente nessuna delle regole che il sistema internazionale si dovrebbe dare e si è già dato, quando il capo del comitato, Ali Shaat, che peraltro fa parte della ANP e ha una lunga storia di relazione, di rapporto con Mahmud Abbas, con il presidente della ANP, dice nella prima intervista che l’idea è quella di prendere le macerie di Gaza e buttarle a mare, questo è contro qualsiasi salvaguardia non solo dei diritti, per esempio dei diritti dei morti che sono sotto quelle macerie, ma della salvaguardia dell’ambiente, del mare. Con l’idea che queste macerie siano come materiale inerte che si possano calare nel mare e costruire una nuova Gaza da quel momento in poi, dalla marina in poi e guadagnare qualche altro chilometro in più, ma questo cosa significa? Significa inquinare il mare prospicente Gaza; e che senso ha dal punto di vista della ricostruzione di Gaza? Questo è solamente uno degli esempi che si possono fare per far comprendere quanto non ci sia non solo visione, ma non ci sia l’idea della realtà sul terreno. Che sotto quelle macerie ci sono almeno diecimila cadaveri, che in mezzo a quelle macerie ci sono agenti chimici che hanno distrutto tutto ciò che poteva essere distrutto, gli agenti chimici che vengono usati bombardando e distruggendo un intero territorio. Questo è il Consiglio per la pace, questi sono gli organismi legati al Consiglio per la pace, questo è ciò che ci aspetta per il futuro, cioè soprattutto che le Nazioni Unite non esistano in questa storia, nonostante ci sia una rappresentante delle Nazioni Unite e cioè la rappresentante per il Medio Oriente Sigrid Kaag.

Come dicevi si parla male del futuro di Gaza e non si parla quasi per niente del presente, in realtà. Come si vive nella striscia a tre mesi dall’inizio del cessate del fuoco? Ricordiamo che il 1° gennaio Israele ha vietato l’accesso alla striscia a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, citando motivi di sicurezza.

Per l’ennesima volta stiamo parlando di una situazione unica nella storia del secondo dopoguerra, cioè di un genocidio che si compie di fronte ai nostri occhi, seppur distanti di fronte ai nostri schermi virtuali. Non c’è neanche l’idea di fermare il genocidio, perché il genocidio è ancora in corso, vengono usati altri strumenti, per esempio ancora la fame, ancora la sete e cioè non entrano i container che sono fermi dall’altra parte di Rafah, nel sud della striscia di Gaza, non entrano non solo le ONG, ma le organizzazioni umanitarie. Perché Unrwa per esempio, la cui sede è stata appena distrutta a Gerusalemme, potrebbe sfamare la popolazione di Gaza per mesi, l’ha fatto per decenni. È un genocidio che si compie attraverso l’assenza di case e anche di case mobili che sono anche queste ferme dall’altro lato della frontiera, nel sud della striscia di Gaza e quindi come si vive a Gaza? Si vive morendo di freddo, continuando ad essere denutriti e malnutriti, sopravvivendo in una situazione completamente folle e vergognosa, in cui noi ci stiamo preoccupando della ricostruzione senza preoccuparci degli esseri umani, come se la ricostruzione potesse sanare una colpa e una responsabilità che invece deve essere oggetto della giustizia internazionale.

(Il Mondo [podcast dell’Internazionale], 21 gennaio 2026)

La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha portato a un’ondata senza precedenti di traumi psicologici e suicidi tra le truppe dell’IDF. Secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come disturbo da stress post-traumatico (post traumatic stress disorder, PTSD). Significa che sono colpiti da disturbi mentali, ansia, depressione. 

Un numero molto più alto rispetto al passato: rappresenta «quasi il 40%» di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli ottant’anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati – parte di un conteggio che, complessivamente, parla di «circa 54» suicidi dall’ottobre 2023. Un rapporto del parlamento israeliano basato su dati ufficiali da gennaio 2024 a luglio 2025 – documenta 279 tentativi di suicidio tra i soldati. Inoltre, la maggior parte delle morti per suicidio recenti riguarda soldati combattenti: il 74-78% nel 2025, contro una media del 42-45% nel periodo 2017-2022.  

I traumi che portano al suicidio

Questi numeri segnano un’impennata drammatica rispetto al passato: la media annuale di suicidi nell’IDF, nel decennio precedente la guerra, era di circa 13 suicidi l’anno. A dimostrazione del fatto che si può anche essere addestrati a fronteggiare qualunque ferocia, ma poi sotto la più formidabile ed equipaggiata divisa militare, non ci sono solo muscoli. Secondo un’inchiesta interna, la maggior parte dei suicidi è «direttamente collegata al trauma» vissuto durante la guerra: esposizione prolungata al combattimento, scene violente, perdita di compagni, stress psicologico cronico. I medici e terapeuti descrivono una forma di PTSD massiva: decine di migliaia di militari soffrono di disturbi psicologici, molti senza diagnosi, molti non curati.

Fenomeno fuori controllo

Un caso tipico riportato: un riservista, dopo aver prestato servizio a Gaza, rievocava costantemente odori di morte e riviveva flashback in momenti banali della vita quotidiana, perfino cambiando il pannolino al figlio. Le misure adottate includono l’invio di terapisti sul campo, linee telefoniche di emergenza, terapie di gruppo, ma gli esperti denunciano che il sistema è «in logoramento»: l’entità del fenomeno supera di molto la capacità di cura e riabilitazione.

In un rapporto divulgato alla fine del 2025, si legge che il Dipartimento di Riabilitazione del ministero della difesa israeliano ha ricevuto oltre 85mila soldati dall’inizio della guerra, di cui circa 28mila per problemi di salute mentale. Di questi 28mila, circa 9.800‑10.000 sono segnalati come affetti da disturbi da stress post-traumatico. Il governo ha aumentato il budget per la riabilitazione: il dipartimento riceve oggi circa 4,6 miliardi di shekel (oltre 1,25 miliardi di dollari) all’anno, di cui una quota significativa è destinata proprio alla salute mentale. 

La guerra finirà, il trauma no

Gli esperti dichiarano che la portata del problema rimane oltre la soglia critica: molti soldati psicologicamente feriti non cercano aiuto, e tanti fra coloro che invece chiedono sostegno, ricevono cure inadeguate o troppo in ritardo. Secondo i terapeuti e le autorità, il trauma non si esaurirà con la fine del conflitto: molti veterani – specialmente riservisti – rischiano di convivere per anni con PTSD, depressione, senso di colpa, difficoltà di reintegrazione. La pressione psicologica, secondo alcuni esperti, potrebbe trasformarsi in una crisi sociale e sanitaria interna, con conseguenze non solo individuali, ma anche collettive.

Resta invisibile lo choc dei gazawi

Se per i soldati dell’IDF – pur in ritardo – esistono dati, cure, statistiche, per la popolazione di Gaza la situazione è ben diversa. In una guerra che devasta città, case, vite umane, decine di migliaia di civili subiscono lutti, perdita di case, sfollamenti, bombardamenti continui. Ma non c’è un sistema reale – ancora meno uno pubblico – che permetta di misurare l’impatto psicologico su larga scala: le ferite psichiche causate dal terrore quotidiano restano invisibili, senza diagnosi, senza cure, senza memoria ufficiale. Secondo l’Oms e Save the Children, oggi circa 1,2 milioni di persone a Gaza hanno bisogno urgente di supporto psicologico e psicosociale, e oltre il 90% dei bambini mostra segni clinici di trauma severo. Ma il Board of Peace presieduto da Trump non è interessato a questo aspetto, e tantomeno lo sono i componenti del Board, da Tony Blair, all’ immobiliarista Steve Witkoff, ai leader che girano intorno all’operazione, da Al Sisi a Putin, da Erdoğan a Giorgia Meloni. 

Quando e se un giorno si proverà a fare i conti con questa guerra, si scoprirà che il numero di persone traumatizzate è molto più alto di quanto oggi evidenziano le statistiche militari o sanitarie. E non basteranno a sanarli i resort o i grattacieli che sorgeranno nel frattempo sulle macerie.

(Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 – dataroom@corri)

Il Rapporto Oxfam presentato ieri a Davos segnala che aumenta nel mondo la disuguaglianza non solo nei redditi, ma soprattutto nella ricchezza, con effetti anche sulla tenuta delle democrazie, là dove esistono. Per due motivi. Il primo è che i più ricchi hanno sempre maggiore possibilità di influire sulle decisioni politiche e talvolta anche di entrare direttamente in politica. Gli Stati Uniti della presidenza Trump ne sono forse l’esempio più estremo, anche se non unico, tra le democrazie, inclusa la pretesa di formare un contro-ONU ad inviti con quota di ingresso. Il secondo è che diseguaglianze troppo ampie producono conflitti, estraniamento (non voto), o affidamento a sirene populiste. Entrambi questi fenomeni, a loro volta riducono la capacità di una società di migliorare le condizioni complessive, per tutti, valorizzando appieno le capacità che ci sarebbero.

L’Italia non fa eccezione. Accanto ai noti dati sulla persistenza della povertà assoluta a fronte dell’aumento della ricchezza dei più ricchi, della povertà nonostante il lavoro, della diffusione della povertà educativa, dell’ancora troppo basso tasso di occupazione giovanile e femminile, il Rapporto evidenzia due fenomeni che caratterizzano le diseguaglianze nel nostro Paese e che costituiscono un potenziale rischio per la democrazia: le disparità economiche, sociali e di opportunità tra luoghi e il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Per quanto riguarda le prime, accanto a quelle “tradizionali”, e irrisolte, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, stanno divenendo sempre più importanti quelle tra grandi città e aree periferiche. C’è un’Italia di mezzo, come la definisce Filippo Barbera intervistato nel Rapporto, che non comprende solo le aree interne tradizionalmente marginali rispetto ai circuiti dello sviluppo, ma anche città medie, aree pedemontane e collinari, e zone urbano-rurali, che negli ultimi anni hanno perso centralità economica e politica, sperimentando stagnazione economica, deindustrializzazione, perdita di popolazione e servizi. È in questi luoghi che si concentrerebbe anche il voto di protesta antisistema.

Quanto al secondo fenomeno, il Rapporto evidenzia come quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani siano frutto di eredità. Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5% al 15% del reddito nazionale e si è anche maggiormente concentrato. Inoltre, le eredità individuali di almeno 1 milione di euro sono cresciute dal 18,7% al 25% del valore totale dei lasciti nello stesso periodo. Ricordo che, dal 2017, fino a quella cifra si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione, se l’erede è coniuge, figlio o nipote per via diretta, un trattamento tra i più generosi in Europa. A questa ricchezza ereditata si possono aggiungere le donazioni in vita e le assicurazioni sulla vita fatte a favore degli eredi dal defunto, pure esenti da tassazione. Come osserva il Rapporto Oxfam, l’aumento del peso delle eredità, e la sua ridotta tassazione, ha ridotto il dinamismo economico e sociale, limitando l’uguaglianza di opportunità e la mobilità intergenerazionale. Unito alle disuguaglianze territoriali, accentua il peso disegualizzante dell’origine sociale e rafforza la trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza, in un modo sempre meno compatibile con il principio democratico dell’uguaglianza delle opportunità. Non solo le condizioni economiche e sociali della famiglia, ma anche quelle dei luoghi in cui si nasce e cresce sono sempre più un destino, poco o per nulla corretto, contrastato, da politiche che favoriscano un riequilibrio. Anzi, come osserva il Rapporto, le politiche dell’attuale governo sembrano piuttosto orientate a confermare, se non accentuare, i divari. È quanto si può osservare anche nella discussione sui livelli essenziali di prestazione, che dovrebbe essere preliminare all’eventuale realizzazione dell’autonomia differenziata. Come ha osservato anche Viesti in una audizione al Senato, invece di procedere a una discussione su quali dovrebbero essere i Lep da garantire omogeneamente sul territorio nazionale, li si stanno definendo sulla base dell’esistente, che, come è noto, è fortemente disomogeneo a livello territoriale, cristallizzando così i divari, invece di ridurli.

(La Stampa, 21 gennaio 2026)

«Non dimenticherò mai i volti sorridenti il giorno della liberazione di Kobane. Come donna araba, le combattenti curde delle Unità di Protezione delle Donne (Ypj) sono state un grande esempio per me e tante altre: solo insieme possiamo vincere contro il patriarcato e lo Stato Islamico». È il racconto di Arjen Furat, combattente Ypj, impegnata al fronte. «La comunità internazionale deve ricordare che il nostro sacrificio ha liberato l’umanità dal pericolo dell’estremismo islamico».

Nelle scorse settimane la situazione in Siria è precipitata. L’offensiva del governo di transizione di Ahmad Al-Sharaa e dei mercenari filoturchi dell’Esercito nazionale siriano (Sna) ha travolto prima i quartieri curdi di Aleppo e poi le città di Raqqa e Tabqa, che le Forze democratiche siriane (Sdf) e le Ypj avevano liberato dallo Stato islamico meno di dieci anni fa. L’avanzata, fronteggiata solo dalle forze della Siria del nord-est, è giunta fino alle prigioni in cui sono detenuti i miliziani di Isis, quelle di Al-Shaddadi e Al-Hol, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. «Mutilare i corpi delle combattenti martiri rientra nelle pratiche comuni dello Stato islamico. È un modo per punire le donne e mandare un messaggio a tutte coloro che si organizzano contro un sistema che le avrebbe volute schiave – racconta Amara, una giovane internazionalista – Ad Aleppo, così come a Raqqa, le Ypj hanno annunciato di continuare a resistere. L’attacco contro le donne è stato sferrato contro la loro libertà e la possibilità di autodeterminazione».

«In Rojava – continua Amara – le donne hanno dimostrato che ci può essere un altro destino oltre a quello previsto dal patriarcato. Non bisogna accettare di essere solo madri, mogli e restare chiuse in casa. Nelle Ypj, le donne hanno trovato la loro forza e la loro autodifesa. Ma non è così solo nelle unità armate: tutte le donne, giovani e anziane, madri e non, devono essere in grado di difendersi». «L’autodifesa non è un concetto relativo solo alle armi – ci spiega Zeryan, dall’Accademia di Jineolojî in Europa – È un concetto che nella jineolojî (scienza delle donne) e nel movimento per la libertà delle donne è connesso alla consapevolezza. Le donne devono essere consapevoli del proprio ruolo nella società. E si devono organizzare insieme contro il proprio nemico: il sistema patriarcale e genocidiario».

«Nel contesto attuale del Rojava – continua Zeryan – l’autodifesa si trasforma in una pratica che porta le donne a scendere in strada insieme e a difendere la propria esistenza. Ma tutta la società ha incarnato questo senso di autodifesa: la libertà conquistata è stata raggiunta insieme, e nessuno vuole che vada perduta». Dopo la fine dei colloqui tra l’autoproclamato presidente Al Sharaa e Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, nelle città e nei villaggi della Siria del nord-est tutti sono scesi in strada seguendo un’unica parola d’ordine: difendere se stessi e la propria terra. Un appello che è stato accolto anche in altre aree del Kurdistan, dove migliaia di persone si sono ritrovate in strada e alla frontiera con la Siria per difendere anche a costo della vita «il sogno di pace e democrazia» del Rojava. «Le bande di Al Sharaa, guidate dalla Turchia e appoggiate da tutte le forze internazionali, si accaniscono soprattutto sulla rivoluzione delle donne – prosegue Zeryan – Non è una questione di accettare l’esistenza curda, ma piuttosto di non accettare l’esistenza curda rivoluzionaria: è un attacco ideologico».

«L’attacco in corso vorrebbe ridurre il confederalismo democratico a una questione etnica. Invece è una proposta di coesistenza pacifica tra i popoli – aggiunge Amara – Il confederalismo democratico, su cui tutta l’esperienza si basa, è l’unica ipotesi concreta per la pace in Siria e per mettere fine alle guerre volute dall’Occidente che da centinaia di anni affliggono il Medio Oriente». E continua: «Non è retorica. Ogni cultura, religione, lingua può essere libera di esprimersi nei territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Daanes). La strada per una Siria democratica è tracciata, andrebbe solo seguita».

(il manifesto, 21 gennaio 2026)

Il 12 gennaio, a poco più di un mese dal decimo anniversario dell’omicidio della dirigente indigena e attivista popolare Berta Cáceres, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) ha presentato un rapporto con i risultati di una lunga e complessa indagine, che aveva l’obiettivo di far luce sui responsabili della pianificazione, finanziamento ed esecuzione del crimine.

Nel novembre 2024, la Sala Penale della Corte suprema di giustizia dell’Honduras ha deciso di confermare le sentenze emesse contro i sette esecutori materiali [1], con pene comprese tra i trenta e i cinquant’anni di reclusione. Per David Castillo, coautore dell’omicidio, ex presidente della società Desarrollos Energéticos SA (Desa) ed ex membro dei servizi segreti delle forze armate honduregne, la Sala ha deciso di modificare le circostanze aggravanti e di ridurre la pena di 22 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Inoltre, a Castillo sono stati aggiunti altri cinque anni per frode relativa al progetto idroelettrico Agua Zarca.

Nonostante questo primo importante passo avanti, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), la famiglia dell’attivista popolare e il team di parte civile continuano a chiedere cattura e punizione per i mandanti dell’omicidio. Finora, è stato emesso un solo mandato di arresto nei confronti di Daniel Atala Midence, ex direttore finanziario di Desa e ancora latitante.

Si crea il GIEI

Il GIEI si è insediato in Honduras il 14 febbraio 2025, a seguito di un accordo tra la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), lo Stato dell’Honduras, il Copinh e il Centro per la giustizia e il diritto internazionale (Cejil). Tra le prime rivelazioni del rapporto del gruppo di esperti figura la “non occasionalità” dell’omicidio della Cáceres. «L’irruzione armata che ha posto fine alla vita di Berta Cáceres non è stato un fatto fortuito, né un atto di violenza comune. È stato il culmine di un lungo processo di persecuzione, sorveglianza, criminalizzazione e violenza esercitato contro la leader indigena, che per anni ha guidato la difesa del territorio [della popolazione] Lenca contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione del potere economico e da istituzioni cooptate da interessi privati», sottolinea il GIEI. I tre esperti internazionali [2] hanno poi continuato chiarendo che l’omicidio di Berta Cáceres era prevedibile e prevenibile: «Le autorità non hanno attivato meccanismi di prevenzione, non hanno ampliato le intercettazioni, né hanno effettuato arresti tempestivi. Questa inazione, di fronte a una “scoperta inevitabile”, costituisce una grave violazione del dovere di diligenza». Inoltre, gli esperti determinano che il crimine contro l’attivista è stato preceduto da molteplici operazioni illegali di intelligence, sorveglianza sistematica e pianificazione logistica, nonché da ostacoli deliberati alle indagini penali e omissioni strutturali sin dalle prime ore successive all’omicidio, che di fatto hanno impedito un’indagine completa.

Un omicidio d’impresa

Il crimine è stato finanziato con risorse provenienti dal progetto idroelettrico, erogate dalle banche internazionali BCIE e FMO [3] e deviate dal loro scopo originario. Su un totale di 18,5 milioni di dollari, il 67% (quasi 12,5 milioni) è stato dirottato o gestito in modo irregolare. «È stato identificato un modello sistematico di distrazione di fondi, caratterizzato da trasferimenti internazionali ingiustificati, conversione di fondi bancari in contanti, uso ricorrente di dipendenti di basso livello come incassatori di assegni e frammentazione degli importi per eludere i controlli antiriciclaggio delle istituzioni finanziarie». Questo circuito finanziario, spiega il GIEI, avrebbe permesso di pagare i sicari e di finanziare la logistica prima e dopo l’omicidio di Berta Cáceres. Per questo motivo, i tre esperti concludono che «si è trattato di un crimine aziendale, finanziario e politico, perpetrato attraverso una complessa architettura criminale che ha articolato interessi economici, finanziamenti internazionali, strutture di sicurezza, corruzione istituzionale e gravi omissioni statali, configurando un modus operandi sostenuto nel tempo». Principali responsabili del crimine sono, quindi, gli azionisti di maggioranza del progetto Agua Zarca, che ricoprono anche ruoli rilevanti nella costituzione e nel funzionamento del dispositivo societario e finanziario che, in ultima analisi, ha reso possibile l’omicidio di Berta Cáceres.

Il GIEI punta il dito contro José Eduardo, Pedro e Jacobo Atala Zablah e Daniel Atala Midence, che ricoprivano cariche dirigenziali sia in aziende legate al progetto Agua Zarca, sia in istituti bancari, e contro BCIE e FMO per avere firmato accordi di credito a favore di Desa «conoscendo la situazione di violenza già generata dal progetto» e l’inesistenza di un processo valido di consultazione libera, preventiva e informata. La ricostruzione effettuata dal GIEI ha permesso di dimostrare che l’omicidio è stato «il risultato di un’operazione criminale pianificata, eseguita da una struttura articolata tra sicari, attori con formazione militare, dirigenti della Desa e reti di sostegno statale», la cui responsabilità è stata solo parzialmente indagata dalle autorità honduregne, senza approfondire la possibile responsabilità penale dei rappresentanti del capitale azionario maggioritario (Inversiones Las Jacarandas / Jacobo Atala). In questa struttura, Desa ha svolto il compito di pagare informatori, strutture paramilitari e logistica repressiva, funzionari pubblici ed ex funzionari. Ha anche cooptato autorità ambientali, municipali e di sicurezza, ha manipolato la narrativa pubblica attraverso pagamenti a giornalisti e media, ha utilizzato audit e consulenze per legittimare un progetto irrealizzabile e illegale, assicurando la continuità dei finanziamenti internazionali.

Riparazione e giustizia integrale

La parte conclusiva del rapporto del GIEI è dedicata al Piano di riparazione e giustizia integrale per le vittime (famiglia, Copinh e comunità lenca di Río Blanco), che include la chiusura definitiva del progetto idroelettrico Agua Zarca, la titolazione definitiva del territorio ancestrale della comunità lenca di Río Blanco, la cancellazione dal registro commerciale e lo scioglimento di Desa, nonché la depurazione e l’apertura degli archivi dei servizi segreti relativi a Berta Cáceres, al Copinh e ad altri difensori dei diritti umani. Sono anche state consigliate allo Stato dell’Honduras misure concrete di riabilitazione, compensazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione (pag. 373 del rapporto), dove si persegue «un processo integrale, collettivo e trasformativo, indispensabile per ripristinare la dignità delle vittime, ricostruire il tessuto sociale del popolo indigeno Lenca di Río Blanco e garantire che crimini come l’omicidio di Berta Cáceres non si ripetano».

Note

[1] Douglas Bustillo, Mariano Díaz, Henry Hernández, Elvin Rápalo, Óscar Torres, Edison Duarte (autori materiali), Sergio Rodríguez (autore per induzione) e David Castillo (coautore)

[2] Roxanna Altholz, Pedro Biscay, Ricardo Guzmán

[3] Banca centroamericana di integrazione economica e Banca di sviluppo dei Paesi Bassi

(Pressenza, 20 gennaio 2026)

Da tre anni, il Ministro dell’Istruzione non consente al Forum delle Famiglie Israeliane-Palestinesi in Lutto di accedere alle scuole. Le famiglie che hanno perso i propri cari e hanno scelto, proprio a causa del lutto, di impegnarsi per il dialogo e un futuro diverso sono state definite dal Ministero dell’Istruzione un “fattore ostile” che potrebbe danneggiare la “rettitudine del cammino”. In che modo, esattamente? In che “modo” le famiglie in lutto, comprese quelle che hanno perso i propri cari il 7 ottobre e nella guerra che ne è seguita, e che ritengono di avere il dovere di agire in ogni modo possibile per garantire un futuro migliore a tutti noi, possono essere considerate un “fattore pericoloso”?

Sulla base di questo equivoco, al Forum è stata negata l’opportunità di proseguire il programma educativo “Dialogue Meetings”, che aveva operato con grande successo nel sistema educativo per anni. Le famiglie israeliane e palestinesi in lutto incontravano gli studenti nelle scuole, non per predicare, ma per raccontare storie, ascoltare e consentire loro un incontro umano con la complessa realtà del conflitto. Non l’ideologia e l’incitamento dei politici, ma le persone. Non slogan, ma vite spezzate. Il Ministro dell’Istruzione Yoav Kish teme apparentemente che gli studenti israeliani, compresi e soprattutto quelli che si avvicinano all’età della leva obbligatoria, siano esposti alla possibilità che la guerra, il lutto e un ciclo di spargimenti di sangue non siano scontati. Teme che sviluppino un pensiero critico, che ascoltino voci diverse, che capiscano che c’è un popolo palestinese che vive proprio accanto a loro e che i conflitti tra i popoli sono stati risolti in passato e possono essere risolti anche qui.

Grazie al Ministro Kish, nel 2026 gli studenti israeliani completeranno dodici anni di scuola senza alcuna reale conoscenza del conflitto stesso, delle sue radici, del suo costo umano e della possibilità di porvi fine. Saranno qualificati per essere soldati leali, ma difficilmente qualificati per essere cittadini dotati di pensiero critico, capaci di accogliere opinioni diverse e di affrontare la complessità. In un sistema educativo che pone al centro l’eroismo, il sacrificio e la volontà di combattere fino alla fine delle generazioni, non c’è posto per chi è in lutto e vuole parlare di vita, riconciliazione e responsabilità civica. Naturalmente, altre famiglie in lutto che santificano l’eroismo e il sacrificio sono invitate a scuola senza alcun problema; il problema inizia quando chi è in lutto pone un punto interrogativo e chiede un futuro diverso.

Questa lotta non è una questione specifica del Forum. Fa parte di un più ampio processo di silenziamento e persecuzione nel sistema educativo: insegnanti e presidi vengono trattenuti in udienza a causa delle loro posizioni, articoli di Haaretz vengono rimossi dagli esami di maturità, e vengono attaccate organizzazioni della società civile come “Brothers in Arms”. Allo stesso tempo, organizzazioni che promuovono la coercizione religiosa, l’esclusione delle donne, l’intolleranza verso le persone LGBTQ e l’opposizione alle donne che prestano servizio nelle Forze di Difesa israeliane operano nelle scuole senza alcuna restrizione. Il messaggio è chiaro: è lecito educare all’obbedienza e alla guerra, ma è proibito educare alla democrazia e alla pace.

Per giustificare il silenziamento, il Ministero dell’Istruzione si impegna anche in una deliberata delegittimazione: presenta il Forum come un’organizzazione di “famiglie di terroristi”, cancellando sistematicamente l’identità condivisa israelo-palestinese e il lutto israeliano al suo interno. Ciò fa parte di un profondo processo di disumanizzazione, in cui il riconoscimento stesso dell’umanità dell’altra parte e del dolore condiviso è percepito come un pericolo.

Tutte queste azioni, insieme agli attacchi al mondo accademico e alla creatività israeliani, sono interconnesse. Una società che desidera una guerra eterna non può permettersi un’educazione alla pace, nonostante l’educazione alla pace, alla tolleranza e alla dignità umana sia al centro della Legge sull’Istruzione Statale fin dalla fondazione dello Stato.

Chi impedisce agli studenti israeliani di essere esposti alla possibilità di un futuro diverso li condanna a continuare a vivere in un ciclo di spargimento di sangue. È imperativo educare alla pace. Non ci sarà altra realtà e altro futuro qui se non saremo educati e non agiremo consapevolmente, coerentemente e coraggiosamente per la pace. Solo una società che educa alla speranza può viverla.

(Haaretz, 20 gennaio 2026)

[…] domenica 18 gennaio 2026, decine di donne e attivisti si sono radunati in un presidio pacifico davanti alla base militare di Sigonella, storica infrastruttura italo-statunitense nel cuore della Sicilia, per lanciare un forte messaggio contro la guerra e la militarizzazione dei territori. L’iniziativa, promossa dal movimento “Le donne contro tutte le violenze”, si inserisce nel 35° anniversario dell’inizio della Guerra del Golfoe nella mobilitazione nazionale delle “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, contro i conflitti ancora in corso nel mondo.

Un presidio tra protesta e cultura

La manifestazione, iniziata alle ore 10.30 davanti la base militare di Sigonella, ha visto la presenza di cittadini, attiviste e musicisti. Tra slogan, canti e performance, le partecipanti hanno espresso la loro contrarietà alla presenza militare e al suo ruolo nei conflitti globali.

Durante l’evento sono stati eseguiti canti per la pace e momenti di riflessione in solidarietà con le donne iraniane che stanno protestando contro regimi autoritari. Una delle esibizioni di maggiore impatto è stata una rilettura del Monologo di Lisistrata, rivisitato dai celebri autori Franca Rame e Dario Fo, simbolo di ribellione femminile contro la guerra e il patriarcato.

Perché questa protesta

Le attiviste hanno elencato una serie di motivazioni alla base della protesta. Sigonella, secondo le partecipanti, non può essere vista come una semplice base logistica, ma è profondamente inserita nelle dinamiche belliche globali: operazioni di intelligence, sorveglianza e supporto a missioni internazionali partono regolarmente da qui, collegando la Sicilia a teatri di guerra in Europa, Medio Oriente e oltre.

Tra le richieste principali:

– La smilitarizzazione della Sicilia e la restituzione del territorio alla sua vocazione civile, culturale e pacifica;

– La conversione della base di Sigonella in struttura aeronautica civileper uso educativo e commerciale;

– La fine delle influenze militari nelle scuole e nella vita quotidiana dei giovani, percepite come propaganda e presenza invadente.

Secondo le organizzatrici, la presenza militare – inclusa quella di droni e velivoli in missioni di intelligence – rende il territorio siciliano sempre più esposto a possibili ripercussioni dovute ai conflitti internazionali, con un impatto sociale, istituzionale e culturale che va ben oltre il semplice ruolo operativo della base.

Ricordi storici e prospettive future “Verde Vigna” di Comiso.

Nel corso della manifestazione non sono mancati riferimenti storici alle battaglie pacifiste nel nostro Paese, come le mobilitazioni contro l’installazione dei missili Cruise nella base NATO di Comiso negli anni ’80, che portarono alla creazione di progetti per centri di vita nonviolenta e alla diffusione di una cultura disarmista nell’isola.

Conclusione in musica

La manifestazione si è conclusa in modo pacifico e partecipato sulle note della celebre canzone Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, intonata da tutte le presenti come messaggio di speranza e invito alla riflessione sulle ingiustizie, le guerre e il valore della pace. […]

(Pressenza, 19 gennaio 2026)

C’è qualcosa di poetico nel varcare la soglia di una libreria a Milano. Da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese, abbiamo scovato gli indirizzi più belli (anche nascosti) dove acquistare un libro in città

Varcare una piccola porta e trovarsi, d’improvviso, in un luogo che trascende il tempo e lo spazio. Le preoccupazioni si alleggeriscono e anche la testa sembra abbandonare quelle costruzioni infondate che regolavano la vita all’esterno. Non c’è paura, e neppure adrenalina, solo ritmi lenti. La libreria è uno spazio magico, quasi poetico, in cui le idee danzano leggere, per poi raggiungere il cuore di chi le ha maturate. Tra scaffali stracolmi di libri, angoli e volumi speciali, l’uomo ritrova la sua dimensione autentica. È come se su quella porta – a caratteri cubitali – ci fosse scritto “Lasciati andare”. Scegliere la copertina su cui lo sguardo si posa, perdersi tra le brevi righe della trama, o magari della vita dell’autore – ci sarà una correlazione? A Milano, poi, ci sono alcuni indirizzi nascosti – ai più sconosciuti – in cui la scelta del libro diventa esperienza sensoriale. Interni eleganti in cui trovare antiche, prime, edizioni, ma anche spazi più moderni, lì a ricordarci che il tempo passa, ma la bellezza della letteratura no. C’è la Libreria del mare, per chi desidera perdersi (o ritrovarsi) nella profondità dell’acqua, quella delle donne o dello spettacolo. Perché entrare in libreria è come prendere la rincorsa, saltare, e afferrare la vita, entrandoci in sintonia. Esiste sensazione migliore?

Le 10 librerie più belle di Milano, da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese

Abbiamo selezionato dieci librerie nel cuore di Milano che vale davvero la pena conoscere. Indirizzi nascosti per chi cerca un libro, leggerezza, o anche solo uno sguardo complice – «Quello l’ho letto, mi ha cambiato la vita». Ecco la selezione di Vogue Italia.

Libreria Bocca dal 1775

Il primo luogo che vi suggeriamo si trova nel cuore di Milano, all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II. La Libreria Bocca è una delle librerie più antiche d’Italia, con origini che risalgono al 1775 e una storia di prestigio editoriale unico. L’atmosfera è elegante e intima, con scaffali e oggetti che raccontano secoli di cultura, quasi come un piccolo museo del libro. È considerata autentica per la sua indipendenza, gestione familiare e selezione curata di titoli, lontana dalla standardizzazione delle grandi catene. Qui si trovano soprattutto monografie d’arte, cataloghi di mostre, libri dedicati a pittura, scultura, architettura e design. I suoi spazi sono ricchi di opere d’arte, profumi di carta e un’atmosfera che invita a esplorare con calma ogni titolo.

Libreria del Mare

Varcando la porta, si respira ancora il fascino di un’antica bottega, una di quelle d’altri tempi. La Libreria del Mare (ex salumeria negli anni Settanta) è oggi situata al civico 28 di via Broletto, ed è dedicata alla cultura marinaresca e ai libri sul mare. L’atmosfera è accogliente e suggestiva: scaffali colmi di testi, vecchi arredi e richiami visivi al mondo nautico creano un’esperienza che evoca il profumo del mare anche nel bel mezzo della città. Qui si vendono oltre 10.000 libri e pubblicazioni su navigazione, cartografia nautica, costruzione di barche, pesca, biologia marina e sport acquatici, ma anche volumi in inglese e francese. Oltre ai libri tecnici e storici, la libreria propone guide, racconti di viaggio, romanzi a tema marino e portolani nautici. Un piccolo pezzo di mare nel cuore di Milano.

Libreria Verso – libri, incontri, bar

Per chi cerca un’esperienza culturale diversa, e poliedrica, Verso – libri, incontri, bar è l’indirizzo giusto. Situata nel quartiere Ticinese, presenta un’atmosfera accogliente e dinamica: non solo libreria, ma anche bar con tavolini, divani e poltrone – l’angolo perfetto per leggere, chiacchierare o semplicemente fermarsi a prendere un caffè o un drink. La selezione di libri comprende narrativa italiana e straniera, classici e contemporanei, fumetti, graphic novel e volumi illustrati, oltre a musica, cinema e un’ampia sezione per l’infanzia. Lo spazio si dedica anche all’organizzazione di presentazioni, letture, corsi e cicli di incontri tematici, rendendo l’esperienza viva e formativa.

Libreria delle Donne

Punto di riferimento del femminismo milanese e italiano fin dal 1975, la Libreria delle Donne è nata per dare visibilità alle scrittrici (e pensatrici) donne quando ancora erano marginalizzate nell’editoria tradizionale. Situata in via Pietro Calvi 29, si presenta come uno spazio di relazione culturale e politica dove si discute, si legge e si costruiscono idee insieme. La selezione di libri è vasta: offre migliaia di titoli di saggistica, narrativa, poesia, studi di genere e testi politici scritti da donne, inclusi volumi rari e fuori catalogo.

Libreria dello Spettacolo

Per gli appassionati delle arti performative – dal teatro alla danza, passando per musica e circo – questo è l’indirizzo da segnare in agenda. Il fascino è quello di una libreria d’altri tempi, con l’insegna che condivide emozioni al primo (fugace) sguardo. Situata in zona Cadorna, al civico 11 di Via Terraggio, la Libreria dello Spettacolo è gestita da quasi quarant’anni da Maria Cristina Spigaglia, che ha raccolto un tesoro di volumi, copioni, sceneggiature, manifesti e cimeli rari. I primi pezzi le arrivarono dagli antiquari, poi, man mano che si sparse la voce, le vedove degli attori iniziarono a contattarla. Alcuni pezzi sono in vendita, altri possono essere solo consultati. Qui il tempo sembra essersi fermato, tra scaffali colmi di testi d’epoca e memorabilia che evocano il mondo dello spettacolo in tutta la sua magia.

Libri senza data

Sempre nel quartiere Ticinese, si trova un altro indirizzo davvero speciale: Libri Senza Data. Si tratta di una libreria antiquaria specializzata in volumi rari, edizioni originali e libri fuori commercio, un vero tesoro per i collezionisti. La selezione comprende prime edizioni, testi delle avanguardie artistiche, autografi, riviste storiche e titoli difficili da trovare altrove, anche per argomenti di nicchia. In questo spazio intimo è possibile anche richiedere consulenze o ricerche personalizzate, per individuare il proprio libro speciale.

Scatola Lilla

Per chi cerca una piccola libreria, intima e curata, Scatola Lilla è il luogo perfetto. Nata dalla passione di Cristina Di Canio per i libri, si trova in Porta Romana. L’ambiente è accogliente e colorato, caratterizzato dalle pareti lilla che danno il nome alla libreria e da scaffali colmi di volumi scelti con cura, creando un’atmosfera familiare e calorosa. La Scatola Lilla organizza anche eventi culturali, gruppi di lettura e presentazioni, diventando un piccolo centro culturale di quartiere.

Tempo Ritrovato Libri

Più che un negozio di libri, è uno spazio di dialogo culturale. Tempo Ritrovato Libri, in corso Giuseppe Garibaldi 17, presenta scaffali in legno, pareti tranquille e un ambiente che invita a fermarsi, sfogliare e conversare con chi lavora lì, tra un sorriso e uno sguardo complice. È considerata una delle librerie più autentiche di Milano per la selezione accurata di titoli e per il fatto di valorizzare piccole case editrici indipendenti. La proposta comprende soprattutto narrativa e saggistica, con particolare attenzione alla letteratura contemporanea, alla critica culturale e alle opere di editori non mainstream.

(Vogue Italia, 19 gennaio 2026)

Sono arrivate da varie parti della Sicilia per ribadire il proprio “No” alla guerra e alla violenza. E lo hanno fatto con un presidio-manifestazione davanti alla base di Sigonella, di cui chiedono da tempo la smilitarizzazione. Fanno parte della rete italiana “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che si è costituita nel giugno scorso per opporsi al genocidio dei palestinesi, alla guerra e alla repressione dei popoli e delle libertà femminili. Queste donne ora scendono in strada di nuovo, in occasione del trentacinquesimo anniversario della Guerra del Golfo che allora suscitò sgomento e sorpresa, mentre oggi le guerre scoppiano ovunque nel mondo come se questo fosse ritenuto normale.

E, invece, queste donne – e gli uomini che stanno al loro fianco – gridano che la guerra non deve essere considerata come un orizzonte percorribile, come una delle possibilità, perché le guerre e le strutture militari generano dolore e morte e questo è sempre inaccettabile. «Noi donne – dice Anna Di Salvo della Ragna-Tela – pratichiamo la politica della vicinanza e della prossimità, ma la base di Sigonella, collegata al Muos e al porto militare di Augusta, è una pessima vicina di casa. La sua presenza fa sentire la nostra isola e il nostro territorio minacciati. Questa nostra terra, che per i doni che ha ricevuto è vocata alla bellezza e alla produttività, è stata votata al dolore, alla guerra e alla devastazione. Da qui partono i droni e i bombardieri per i fronti di guerra e questa base ha avuto un ruolo attivo anche nel genocidio del popolo palestinese».

Per questo le donne di La Città Felice, Ragna-Tela, Udi, Cgil, Fare stormo, Il cerchio delle donne, Centro antiviolenza Elvira Colosi, Penelope, Femministorie e Donne di classe, insieme agli attivisti di Catanesi solidali con il popolo palestinese, Anpi, Rifondazione, Comitato Antico Corso, Circolo Olga Benario, Sunia e Cobas scuola, Koine, Potere al popolo, No Muos, Alleanza Verdi Sinistra e Sinistra anticapitalista gridano che Sigonella va smilitarizzata. «Perché è un avamposto di guerra e di morte nel nostro territorio; perché è una base americana e italiana da cui ogni giorno partono sofisticate armi che uccidono bambini/e, donne e uomini, distruggono città e territori e alimentano la sete di potere e sangue degli ottusi governanti del mondo; perché l’aggressione di Trump al Venezuela e l’espansionismo americano vanno fermati; e perché patriarcato, guerre e violenze maschili sono per noi un’unica narrazione». Per questo queste donne si oppongono al militarismo che «è una cultura bieca affine al bullismo», una cultura che «normalizza lo stupro di guerra, soprattutto dei popoli vinti, per cui si fa scempio del corpo delle donne come si fa scempio dei territori e dei popoli come in Palestina, Sudan e Iran». Contro questa cultura ribadiscono la loro attenzione all’ambiente, alla pace, alle regole pacifiche di convivenza e alla composizione dei conflitti senza ricorso alla violenza. Per questo si oppongono al paradigma che considera la guerra come naturale, e dunque al ripristino della leva obbligatoria e alla promozione della carriera militare nelle scuole. «Vogliamo disarmare le parole per disarmare le menti», ripetono mentre srotolano i loro striscioni che gridano «Fuori la guerra dalla storia» e «Donne vita libertà» in omaggio alle donne iraniane massacrate da un regime violento e misogino.

(La Sicilia, 19 gennaio 2026)

C’è una storia della lotta delle donne iraniane contro il regime degli ayatollah che viene da lontano e che oggi rischia di essere travolta dalla rivolta in corso in Iran, a cui anche le donne stanno partecipando e morendo sotto la feroce repressione. Mi riferisco al fatto che l’ondata di protesta pacifica, scoppiata il 27 dicembre scorso dal Bazar di Teheran per il crollo della valuta locale e la crisi economica e dilagata rapidamente in tutto il Paese, a un certo punto si è trasformata in violenza e caos. Alcuni manifestanti nella capitale hanno dato alle fiamme auto, palazzi governativi, banche, moschee, autobus, e c’è chi – israeliani e statunitensi – soffia sul fuoco e minaccia interventi militari in nome della libertà dal tiranno, come hanno fatto, con esiti catastrofici, in Iraq, in Libano, in Siria e in Afghanistan “per la libertà delle donne”. In difesa del regime e della patria, contro le minacce dei nemici interni ed esterni, gli ayatollah hanno chiamato in piazza migliaia di iraniani, agitando così il fantasma di una guerra civile. Minacce e violenze che hanno reso più feroce la repressione nelle piazze con migliaia di morti, feriti, carcerazioni con condanne a morte. Vittime tantissime/i giovani che si sono uniti alle proteste. Rubina Aminian è una di loro. Giovane studentessa curda, si era unita alle proteste dopo essere uscita dall’università a Teheran. Le hanno sparato alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata. Ai suoi genitori hanno negato il funerale, dopo aver trovato davanti all’università il suo corpo dentro un sacco nero, accanto a centinaia di corpi di altre/i giovani. «Non siamo ingenui – dice Arezu F. del movimento “Donna, Vita, Libertà” (il manifesto, 13/01/2026) –. Il regime non crolla in pochi giorni. Il nocciolo duro del potere regge ancora e mantiene intatto il proprio apparato repressivo, insieme a una forza economica riservata a pochi. La strada è lunga. Un intervento militare non servirebbe a nulla, né a cambiare il sistema né a difendere i manifestanti. Occorre pazienza: lavorare per lunghi scioperi nei settori chiave, portare i militari dalla parte della popolazione ed evitare di trascinare il Paese verso un futuro di conflitti dagli esiti imprevedibili». La strada è lunga ma sono le donne iraniane, insieme agli uomini, che la devono percorrere fino in fondo, memori del tradimento subito dalle loro madri da Khomeini, “il Messia”, dopo la rivoluzione del 1979. Cacciato lo scià, la rivoluzione, di cui le donne furono protagoniste, prometteva democrazia e libertà. Le donne ben presto si resero conto che, con la salita al potere dei militanti islamici, avevano portato al governo un regime che imponeva loro la sottomissione, in nome di Dio e del Corano. La ribellione fu immediata. Per l’8 marzo di quell’anno, centomila donne scesero in piazza per protestare contro l’obbligo dell’hijab e altre restrizioni islamiche. Molte manifestanti furono aggredite e ferite da gruppi di fanatici e paramilitari, sotto lo sguardo impassibile delle forze di sicurezza. Da allora la rivolta contro l’obbligo del velo non si è più fermata, inventando, di volta in volta, nuove pratiche di resistenza e di ribellione fino al 2022 quando la morte di Mahsa Amini, la giovane studentessa curda uccisa dalla “polizia morale” per aver indossato il velo in modo non conforme, determinò una svolta. Nacque il movimento Donna, Vita, Libertà il cui grido risuonò in tutte le piazze del mondo. A Teheran le donne nelle piazze sfidarono il regime, si tolsero il velo, si tagliarono ciocche di capelli in segno di protesta, la repressione fu feroce ma non fermò la protesta sostenuta dalle donne in tutto il mondo. Un sostegno mai venuto meno. Oggi, la piazza di Teheran non è più la piazza delle donne e forse è tempo per loro di andare via da lì – cosa che sta già accadendo – per vanificare il tentativo di Trump e Netanyahu che stanno cercando di appropriarsi della loro lotta per fini che nulla hanno a che fare con la loro libertà.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 18 gennaio 2026)

Ogni romanzo è un sopravvissuto. A un editor goffo, a un editore stupido o stronzo o modaiolo, a una miseria del tempo in cui viene pubblicato, a una maledetta sfortuna e, prima di ogni cosa, al genere di chi lo ha scritto. La domanda che è sempre affascinante e ragionevole porci, quando leggiamo una scrittrice, è: lo avrebbe scritto così, se non fosse stata una donna? Fatto salvo che la differenza sessuale conta, assegna uno sguardo e un sentire (chi scrive si colloca con agio nel femminismo della differenza), e quindi la prima risposta è sempre no, c’è poi la più complicata questione di quello che a una scrittrice viene detto, consigliato, talvolta imposto di scrivere proprio perché è una donna. Le storie dei rifiuti editoriali dei capolavori di grandi scrittrici spesso costituiscono romanzo a sé, sebbene siano meno note e tracciate rispetto alle storie dei rifiuti editoriali subiti dai colleghi: quando si parla del fenomeno, e lo si fa nella sciagurata chiave «Coraggio, non desistere, anche Stephen King è stato messo alla porta», si rimanda quasi soltanto ai no assestati agli autori. Il rifiuto editoriale archetipico è sempre Il Gattopardo, mai Via col Vento.

Delle scrittrici, tuttavia, sono più intriganti le storie delle correzioni, i consigli che hanno dovuto ascoltare, gli snaturamenti delle loro opere. Alle scrittrici è successo di più che agli uomini, e in un modo preciso: dovevano dar conto di essere donne, e a lungo ci sono state cose che le donne potevano scrivere e cose che, invece, no, perché avrebbe nuociuto alla loro reputazione, perché avrebbe scandalizzato, perché avrebbe pervertito (aha!) adolescenze, etiche, ruoli. Se in molte hanno usato uno pseudonimo anche quando essere una donna è diventato, ai fini della pubblicazione, un bonus, è anche per non doversi sentir dire a quale categoria corrispondere: fino agli anni Settanta per pubblicare era tanto meglio essere (e/o scrivere da) morigerata borghese, santa, pettegola, guerrafondaia (Sibilla Aleramo non avrebbe probabilmente mai pubblicato se, ai suoi esordi, non fosse stata – non avesse scritto da – accesa interventista); ultimamente conviene aver subito quello che si racconta, soffrire di un qualche disturbo, avere un qualche cronico travaglio. È divertente che le più libere da questo giogo siano ora le autrici di romance, che non proprio a caso usano solo pseudonimi (Erin Doom, Felicia Kingsley, Stefania S.), visto che il romance è un genere al quale le autrici sono state relegate per decenni ritenendo che solo di quello potessero occuparsi e che quindi essere una scrittrice significasse fare romanzi rosa (era per smarcarsi da questo orribile sinolo che Morante ordinava di chiamarla scrittore). Per difficile che sia da immaginare, vista la mole di pubblicazioni, i rifiuti e le correzioni, anche autoindotte, a fini di performance, capitano ancora, e si intuiscono alla semplice lettura. Molta letteratura femminile contemporanea risente ancora del bisogno, tutto editoriale, di inscrivere una scrittrice nelle storie che racconta, e di decidere per quali storie di donne c’è o ci sarebbe mercato. Quanto sarebbe utile un esaustivo volume che raccontasse tutte le volte che una romanziera, dal 1726 al 2026 si è sentita dire «questa storia ti rappresenta?». Alarico Tassè, nome dietro cui è rimasta ostinatamente celata

l’autrice di alcuni dei racconti più precisi e spietati del ’900 italiano, Il topo Chuchundra (nel 1963 per Feltrinelli e nel 2017 per Elliot, grazie all’eroica Giulia Caminito), si astenne dallo svelare chi fosse e pure dallo scrivere altro per non doversi sedere a discutere con un editore. Per non dover dire «mi veda, sono brava», come fece per tutta la vita Dolores Prato, che esordì a ottantotto anni con il capolavoro Giù la piazza non c’è nessuno, falcidiato da un corposo taglio imposto da Natalia Ginzburg. Prato, che per decenni chiese e a volte supplicò, ma non cambiò mai una virgola, cedette solo con Ginzburg, perché era Ginzburg. […]

(La Stampa – TuttoLibri, 17 gennaio 2026)

«Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, Chiesa, scienza, etica e leggi vigenti che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante».

Le parole che avete appena sentito sono tratte da un discorso intitolato Il monopolio dell’uomo, che nel 1890 Anna Kulishoff fece al circolo filologico milanese, prima relatrice donna. A lei, a una figura centrale ma troppo spesso trascurata della storia politica e intellettuale italiana tra 8 e 900, è dedicato Con gli occhi di Anna, un podcast di Sara Poma, già autrice di altri lavori su alcune figure femminili rimaste ai margini del racconto pubblico.

Medica, socialista e femminista, Kulishoff ha legato in modo inscindibile la questione sociale e quella femminile. Nata nell’impero russo verso la metà dell’Ottocento, si formò tra Russia e Svizzera per poi scegliere l’Italia come luogo di impegno politico e professionale. Tra le prime donne laureate in medicina in Italia fu conosciuta come la dottora dei poveri per il lavoro svolto gratuitamente nei quartieri popolari di Milano.

Protagonista del socialismo riformista a fianco del suo compagno Filippo Turati, Kulishoff animò riviste e dibattiti e si batté per la tutela del lavoro femminile e per il diritto di voto alle donne, spesso anche contro le resistenze del suo stesso partito. A cent’anni dalla sua morte, molte delle questioni che pose restano aperte e continuano a interrogare il presente. Parliamo di Con gli occhi di Anna con la sua autrice, Sara Poma, curatrice di contenuti audio per Chora Media.

Allora, questo è uno di quei casi felici e fortunati in cui una ricorrenza, quindi un lavoro commissionato per questa ricorrenza, cioè il centenario dalla morte di Anna Kulishoff, mi ha permesso di scoprire una storia stupefacente.

Come tante altre persone, io conoscevo il nome di Anna Kulishoff, sapevo che era stata una femminista ante litteram che era legata al nome di Turati e di Andrea Costa, ma ignoravo completamente – nonostante viva nella sua città in cui ha vissuto, ha pensato, ha fatto cose importantissime – ignoravo le cose gigantesche che ha fatto e quanto sensazionale sia stata la sua vita. Quindi il podcast è nato così, come un progetto da inserire nell’ambito delle celebrazioni per il centenario dalla morte di Anna Kulishoff e per me è stato veramente un viaggio di scoperta importantissimo di una figura che, nonostante sia vissuta moltissimo tempo fa, ancora trovo attualissima e contemporanea.

In passato hai già raccontato alcune figure femminili forti che hanno vissuto ai margini della storia ufficiale, penso per esempio a Carla, una ragazza del Novecento, in cui racconti la storia di tua nonna basandoti sui suoi diari, oppure a Prima, in cui ricostruisci la vita della prima persona che si è dichiarata pubblicamente omosessuale in Italia nel ’72, o anche a Figlie, in cui racconti una storia personale legata alla dittatura argentina. In quale modo questo podcast su Anna Kulishoff dialoga con questi lavori precedenti e in quale modo invece se ne discosta?

Naturalmente non lo potevo sapere quando ho iniziato, ma in qualche modo la storia di Anna Kulishoff, il suo pensiero, è un po’ una matrice per tutto ciò che è la storia delle donne del Novecento. Le cose che lei ha pensato, ha cercato di mettere in pratica, in qualche modo hanno sicuramente influito nella vita delle donne che sono venute dopo di lei.

Citavi il primo podcast che io ho realizzato, ancora quando Chora non esisteva, e il mondo dei podcast era molto diverso da quello di oggi. Questo podcast che si chiama Carla, una ragazza del Novecento sulla vita di mia nonna, che è stata un’infermiera e ha trovato la sua emancipazione, liberazione attraverso proprio il suo lavoro di infermiera. Se lo riguardo oggi nella prospettiva di quello che Anna Kulishoff ha fatto per il lavoro femminile, per i diritti delle donne, vedo che sicuramente c’è un legame, così come anche per quanto riguarda Mariasilvia Spolato in Prima e per la storia di Figlie, che ha al centro la vita di un’architetta desaparecida durante la dittatura argentina.

Quelle sono persone, donne, che in modo diverso si sono battute e ne hanno pagato le conseguenze cercando di immaginare un mondo più giusto e più equo, cosa che ha fatto anche Anna. Quindi mi sembra, volendo tirare dei fili, devo dire che quei fili sicuramente riconducono alla storia di Anna, solo che quando ho lavorato a queste altre storie di fatto non lo sapevo. È stato proprio un viaggio di scoperta anche per me, quest’ultimo podcast.

Parli di scoperta, dal podcast emerge una figura molto complessa che tiene insieme femminismo, socialismo, la professione medica, anche una vita privata decisamente anticonformista. Preparandoti a questo podcast, cosa ti ha sorpreso di più e che cosa hai trovato più difficile da raccontare?

La cosa più sorprendente nel mio viaggio alla scoperta di questa figura è stato proprio il tema legato al suo essere socialista, proprio a questa parola, “socialismo”, una parola che a noi in Italia oggi riporta alla mente tutta una serie di cose che in qualche modo, per varie ragioni abbiamo deciso di dimenticare, di silenziare, ma l’essere socialista di Anna contiene tantissime cose. In primo luogo il suo pensiero femminista, la sua tensione verso le persone ai margini, le persone più bisognose, le persone verso cui ogni suo pensiero, ogni sua azione tendeva per cercare di immaginare una vita migliore.

E se dovessi dire, la cosa che mi porto a casa dopo aver esplorato questa storia è quanto questa parola “socialista” forse ce la dobbiamo riprendere in qualche modo. Forse va rivendicata in un mondo come quello di oggi. Guardiamo con tanta curiosità, attenzione quello che farà Mamdani a New York, quando vediamo e ci stupiamo tutte le parole anche molto pratiche e molto concrete che hanno un impatto sulla vita quotidiana delle persone sono legate al mondo socialista che guardiamo oltreoceano.

Io ho pensato che tutto viene da quella matrice, da quel pensiero di Anna Kulishoff e delle persone che come lei in quel momento lottavano per immaginare un mondo diverso, un mondo che poi si è scontrato con l’avvento del fascismo ma che rimane ancora estremamente vitale e a cui mi sono sentita di guardare con molta speranza. Questa è una storia che a rimetterla insieme in ogni suo pezzo, al di là dell’epilogo, che sicuramente è stato un epilogo tragico e ingiusto anche per quella che è stata la vita di Anna che si va a schiantare con l’avvento di Mussolini, però penso che sia qualcosa a cui riguardare oggi per nutrirci di speranza in un momento in cui sicuramente ne abbiamo tanto bisogno.

E quali sono gli aspetti del suo pensiero e delle sue battaglie che ti sembrano ancora oggi attuali?

Sicuramente tutto ciò che ha a che fare con l’impatto concreto sulla vita delle persone. La sua era una politica molto concreta che si rivolgeva soprattutto alle donne per tentare di migliorare la condizione femminile che all’epoca era una condizione disastrosa e terribile, perciò questo elemento di concretezza, di impatto reale, fisico sulla vita delle persone.

Lei oltretutto ha provato a portare avanti anche delle cose di cui stiamo discutendo ancora ora, per esempio il gap salariale: ne parlava più di cento anni fa e oggi si dice che ci vorranno centotrent’anni perché donne e uomini abbiano lo stesso salario; siamo ancora a questo punto però ci sono delle istanze che lei ha immaginato, portato avanti e cercato di rendere molto pratiche già alla fine dell’Ottocento.

Questa per me è stata una cosa veramente incredibile come tutto il suo lavoro di medica: lei per prima insieme alla società civile milanese che si formava in quegli anni ha capito che la medicina deve avere una funzione sociale, quindi in qualche modo anche lei si è inventata quello che oggi sono i consultori.

Certo lo faceva in modo clandestino e “punk” perché ricordo che le donne non potevano studiare, in alcuni casi. Lei è stata una delle prime donne a laurearsi in medicina e a voler praticare la professione di medica anche se non era possibile farlo e lei è riuscita a mettere in piedi questi luoghi dove le persone che avevano bisogno e non potevano permettersi le cure andavano e venivano ascoltate.

Prima di tutto questi sono i due elementi: la parte relativa alla cura delle persone e la parte relativa all’impatto veramente concreto nella vita delle persone sono le cose che più mi hanno colpito del suo pensiero e che trovo siano ancora estremamente attuali.

Nel tuo racconto fai entrare anche il tuo sguardo e il tuo processo di ricerca. Cosa significa per te raccontare la storia in questo modo e cosa speri che resti a chi ascolta?

Allora, a me piace moltissimo portare chi ascolta insieme a me in questo processo di scoperta perché credo che sia un modo per aumentare l’empatia verso la storia che sto raccontando, seguirmi genuinamente in questo processo di scoperta.

Io davvero partivo dal sapere veramente pochissimo di questa donna, mi sembra un patto di comunione e fiducia nei confronti di chi mi ascolta e credo che in qualche modo lo svelamento della storia così risulti più potente.

Quindi mi piace moltissimo quando racconto questo tipo di storie inserire anche tante parti di registrazioni in cui si sente lo sfogliare delle carte negli archivi si sentono i citofoni che vengono suonati o le porte che si aprono perché penso che diventi come dire un viaggio non solo per me ma anche fatto insieme a chi ha voglia di seguire questa storia insieme a me.

Ed è diciamo ormai una cosa che è più forte di me; non riesco a sedermi in uno studio e raccontare una storia leggendo un testo semplicemente.

Ci devono essere sempre queste parti che sono per me vitali per rendere questa storia più vera e più vicina e quindi anche in questo podcast ho voluto fare in questo modo.

(Il Mondo Cultura [podcast di Internazionale per abbonati], 17 gennaio 2026)