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Marta Bergman è conosciuta come regista di documentari sulla comunità rom. Il tema del suo primo lungometraggio di finzione trae origine dalle sue esperienze e dagli incontri con le ragazze rom raccontati nei suoi video e nelle sue inchieste.

La storia della giovane rom che sogna un futuro diverso, per sé e per la sua bimba, fuori dalla sua comunità, tocca nodi cruciali che parlano a tutte: il corpo e la sessualità, la misoginia e i pregiudizi, il desiderio d’amore e la relazione tra una donna e un uomo. Nel film, questi temi assumono particolare interesse per l’originalità e l’aderenza alla realtà con cui sono raccontati e messi in scena.

Pamela, la protagonista, ha poche scelte per riuscire a fuggire dalla miseria e dalla desolazione del suo piccolo villaggio vicino a Bucarest. Le prime immagini sono impietose nel dare il quadro di quel luogo: disperazione dell’anima in un concentrato di misoginia e di oppressione. A questo è doveroso aggiungere che Pamela è tutt’altro che una giovane amabile: come bugiarda è irritante, pessima come manipolatrice, inaffidabile nei suoi rapporti con la bimba e la nonna, anche se un sincero attaccamento la lega a entrambe. Dalla sua, a rendercela simpatica, c’è la sua ingenuità infantile, un’esorbitante voglia di vivere mescolata a una potente sensualità, uno smisurato desiderio di amore insieme a una forte carica ribelle.

Nel suo immaginario e nella sua esperienza, la libertà passa attraverso un uomo, un uomo dell’Europa ricca, che cerca attraverso un’agenzia matrimoniale online.

Bruno, la scelta dell’agenzia, è un uomo serio, inibito, poco socievole, gentile e rispettoso, cosa a cui lei non è abituata, che cerca nel matrimonio la prova di una raggiunta maturità sociale, una specie di emancipazione dallo stato giovanile.

Per Pamela il sogno si sgretola nella vita quotidiana con Bruno, in quel pur confortevole appartamento-prigione a Liegi, città estranea e incomprensibile. E tutto questo per cosa?

Dalla comprensione del suo stato, emerge forte il senso di perdita di sé insieme all’amore e al desiderio per la figlia lontana. Sono queste le molle che la spingono a trovare dentro di sé, e non grazie all’aiuto di un uomo, la determinazione per dare un indirizzo diverso alla sua vita e al suo futuro.

È una storia comune, già raccontata, ma il merito della regista, anche sceneggiatrice, sta nella sua creatura: irritante, libera, spiazzante, ma anche determinata e appassionata.

Il film, presentato nella sezione Acid del Festival di Cannes 2019 e al Rome Independent Film Festival dove ha ottenuto la Menzione Speciale della Giuria e il premio alla protagonista Alina Serban come miglior attrice, esce ora nelle sale a causa dell’emergenza Coronavirus di marzo.