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Il tema “parlare bene delle donne” mi ha sollecitato alcune riflessioni sul mio approccio al cinema delle registe e sul lavoro di recensione dei loro film.

Sono state illuminanti le parole di Luisa Muraro che nello scritto Parlare bene delle donne, trans comprese (VD3, 5 aprile 2018) dice: “A me tocca parlare bene delle donne e, quando non posso, tacere. […] Parlo per me, lo ripeto, ma la decisione ha in sé delle ragioni più grandi di me. […] So che c’è di mezzo una questione di giustizia. […] Sicuramente c’entra anche l’avere cognizione di causa; Simone Weil avrebbe parlato di attenzione”.

E quelle di Lia Cigarini che nel suo intervento all’incontro “Sulla violenza. Ancora” / Non accontentiamoci di mezzo mondo (www.donnealtri.it, 28 febbraio 2018) dice: “L’impegno e le energie, a mio parere, dovrebbero essere rivolte principalmente a parlare della donna uccisa: narrando la sua storia e dando un senso, un nome, al diniego che l’ha silenziata per sempre. Queste donne uccise sono protagoniste in prima persona della rottura del patto sessuale che sottendeva tutte le istituzioni sia quelle democratiche che quelle autoritarie conosciute fino ad ora.”

Per me si tratta, e mi interessa, avendo chiaro il forte impatto che il cinema ha sull’immaginario, di cercare nei film delle registe il nuovo: nuovi sguardi sui cambiamenti che le donne stanno mettendo in atto in tutto il mondo, sulle nostre nuove possibilità, sulla ricerca di nuove strade di libertà.

Sappiamo bene come il cinema recepisca velocemente i mutamenti e questa capacità l’hanno mostrata bene le registe a partire dagli anni Settanta con il femminismo.

Mi interessa come le registe (la maggior parte delle quali è anche sceneggiatrice e ideatrice del soggetto) raccontano le donne nelle loro esistenze; come costruiscono i personaggi femminili: i loro percorsi di coscienza; i desideri, le passioni; i sentimenti di libertà; la volontà di darsi un futuro o a volte solo la speranza di averne uno, la ribellione rispetto alle costrizioni, ai ruoli predefiniti. A questo proposito la grande regista Jane Campion dice: “mentre gli uomini raccontano ‘le donne dei sogni’, le donne raccontano come sono le donne reali”.

E infine, mi interessa, per significare sicuramente il nuovo, come le registe agiscono il cambiamento, come rovesciano, ad esempio, un finale, capovolgendolo, così da giocare uno scacco alla “predestinazione”. Mi piace qui ricordare la versione data da Agneszka Holland nel suo film Washington Square – L’ereditiera rispetto all’omonimo romanzo di Henry James e quella di Jane Campion in Ritratto di signora sempre tratta da un romanzo di James.

Tutto questo però evitando di cadere nel buonismo, nell’apologia o nella censura.

All’opposto parlando del negativo e ricordando l’importanza del suo lavoro “per sciogliere legami non liberi, sgombrare la mente da costruzioni inutili, alleggerire la volontà da fardelli insensati” (Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, 2005), porto come esempio, come esso operi nei film delle registe, ancora Jane Campion.

Le protagoniste di J. Campion – la regista con la sua opera copre un arco temporale che spazia dall’Ottocento ai giorni nostri – sono donne costrette dentro i vincoli della società patriarcale o da quelli istituzionali e, comunque, anche se non patriarcali, dentro rapporti di potere maschili, contro cui si scontrano passando anche attraverso le loro zone buie, le loro contraddizioni e debolezze e anche attraverso relazioni negative o false con donne. Compiono un viaggio, una rinascita che è la scoperta della potenza dei loro desideri, della sessualità, del piacere dei corpi. Un cambiamento che produce un sentire e un vivere più pienamente le loro vite. Le loro irrequietezze, instabilità e nevrosi hanno trovato la strada e si sono trasformate in una forza vitale.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Parlare bene delle donne, del 13 maggio 2018.