Domenica 9 giugno 2024, 10:30-13:00
Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano

La lingua è politica in quanto nell’inesauribile flusso degli scambi ci permette di passare da un’esistenza già prevista e regolata a una consapevole e libera, praticata parlando e decidendo insieme ad altre e altri. 
In questi difficili tempi di guerra incombente, al conflitto armato sul campo corrisponde un conflitto nel linguaggio che riguarda tutte e tutti. In questione è la scelta e l’uso delle parole, è ciò che si dice, è ciò che si tace, è come si comunica e a quale scopo. 
Nel dibattito pubblico veicolato dai media assistiamo a una militarizzazione e polarizzazione del linguaggio a favore di un racconto di una presunta “parte dei buoni” rappresentata dall’occidente. In più nei social prevale lo scontro di piccoli ego gonfi di sé, dove la parola è svuotata di senso perché priva di dimensione relazionale.
Per contro ha sempre meno spazio e peso tutto ciò che è estraneo a questa visione: non si dà conto di un sentimento profondo e diffuso che è contrario alla guerra, tende a sparire la vita quotidiana in trasformazione e ricerca. 
In questo presente che tanti chiamano giustamente post-patriarcale durante la pandemia c’era stata un’apertura a un orizzonte di marca femminile, mentre ora sembra in atto una rivalsa maschile. 
Come uscire da questa stretta? Come dare forza a una parola che non stia nella logica violenta della contrapposizione? Come produrre una parola autorevole femminile che non si confonda con un’espressione narcisistica di sé che poco ci interessa?

Introducono Paola Rizzi, Marina Santini e Daniela Santoro.

Sull’argomento consigliamo il video dell’incontro tra Ida Dominijanni e Giulia Siviero al Circolo della Rosa di Verona il 5 aprile 2024, nell’ambito del ciclo “Pensare il presente 2024”.

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Immagine di Bibi Tomasi. Dall’archivio fotografico della Libreria delle donne di Milano.

Per ragioni di storia personale sono molto coinvolta nel conflitto israelo-palestinese, che ho sempre seguito negli anni – anzi nei decenni! – talvolta dimenticandone un po’ perché col tempo s’instaura una sorta di “normalità” che copre stati d’animo più profondi.

Ma di fronte al tragico attacco e la carneficina ad opera di Hamas del 7 ottobre e i successivi spaventosi bombardamenti di Gaza da parte dell’esercito israeliano con l’uccisione sistematica di donne e bambini, sono stata colta da un sentimento di disperazione, d’impotenza, sentendomi in qualche modo responsabile in quanto ebrea. Uscivano appelli che non mi sentivo di firmare: troppo neutri, troppo anonimi. Le istituzioni ebraiche difendevano penosamente e in modo univoco l’operato del governo israeliano e ciò mi offendeva, già altre volte in Italia e nel mondo era stato detto “non in nostro nome”.

Nell’approssimarsi del giorno della memoria con alcune amiche ebree abbiamo sentito il bisogno di vederci in presenza per parlare, per condividere pensieri e alleggerire l’angoscia insostenibile delle associazioni mentali tra quello che stava succedendo e quel giorno della memoria. Eravamo in 8 circa, non tutte ci conoscevamo bene e pure si è creato un momento quasi magico di parole e ascolto non esente da conflitti. Volevamo parlare senza pudori, senza reticenze, dire anche cose che qualcuna poteva non condividere, cercavamo di tirar fuori la nostra verità. Ne è scaturita una pratica di autocoscienza emozionante, una partecipazione intensa. “Prendiamo appunti” abbiamo detto. Così è nato l’appello Mai indifferenti con l’urgenza di diffonderlo.  Eravamo troppo poche perché la proposta ai giornali potesse avere una certa efficacia e così ciascuna di noi ha diffuso l’appello ai propri contatti, alle proprie relazioni par raccogliere delle firme. In pochissimi giorni abbiamo ricevuto 54 adesioni di donne e uomini oltre a un gran numero di messaggi dalle persone più diverse: rapper, religiosi, intellettuali, associazioni ecumeniche, persone che ci ringraziavano per le nostre parole. I giornali più importanti lo hanno pubblicato immediatamente: Il Corriere della sera cartaceo e online, Il Fatto quotidiano, l’Avvenire, Il sole 24 ore e molte testate online che non sto a dire. In breve tempo hanno aderito oltre 500 persone, ebrei e non.

Non ci aspettavamo una risposta e una partecipazione così sentita, né l’emozione che alcune lettere hanno espresso nel ringraziarci. È stato il frutto della politica delle donne, una pratica dell’autocoscienza che è scaturita tra noi naturalmente come unica via per poter entrare nel vivo dei problemi politici che stiamo vivendo.

Di fronte a questa calorosa risposta abbiamo sentito la responsabilità di organizzare un incontro pubblico e di raccontare le ragioni che ci avevano spinto a fare l’appello. L’incontro ha avuto luogo alla Casa della cultura Il 14 aprile scorso col titolo Parole e oltre. Jardena Tedeschi Eva Schwarzwald e la sottoscritta hanno aperto il dibattito esplicitando che tutto era nato dal desiderio di un gruppo di donne e ricevendone il riconoscimento. Sono poi autorevolmente intervenuti uomini e donne.

C’è un libro di Diotima, La Sapienza di partire da sé, a cui è inevitabile tornare per riproporre questa politica sorgiva del femminismo, come una possibile politica per l’oggi, per donne e uomini. Da quel volume vorrei riprendere la riflessione di Luisa Muraro sulla posizione del soggetto perché chiarisce uno degli aspetti più controversi che si incontrano nel riproporre il partire da sé in un’epoca la cui cifra è il narcisismo.

Come mi ha fatto notare Ida Dominijanni nella redazione aperta di Via Dogana 3, oggi il sistema dei media e dei social è tutto incentrato su una versione distorta del partire da sé: è un gigantesco Ego che si moltiplica e che fa a pugni con altri Ego. Segnala, quindi, il rischio che questa pratica venga macinata dalle forme egemoniche della comunicazione. La consapevolezza di questo rischio, in una partita che comunque va giocata, mi spinge a sottolineare che gli aspetti da mettere più in luce nel riproporlo riguardano il fatto che è una pratica relazionale e non individuale, come già argomenta Chiara Zamboni nella sua introduzione. 

Nel suo saggio, Luisa Muraro dice che con questa pratica si scopre «il soggetto – me – non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con gli altri, abitata da ricordi, mossa da desideri. Trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano». E poche righe dopo la descrive come «una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi» (pag. 20).

Seguendo questa impostazione, il “me in relazione con” delinea una posizione soggettiva che non sta tutta appoggiata sull’individualità del soggetto, in quanto lo pensa intessuto dalle relazioni che lo collegano a situazioni e contesti reali, che stanno concretamente in questo mondo e non vivono astrattamente nella mente. D’altra parte è anche una pratica che preserva dal “noi” identitario, perché agendo in contesto coinvolge altre e altri, ma crea uno spazio comune mobile e fluido, che dura quanto dura, e quindi non si solidifica mai in una qualsivoglia organizzazione o identità collettiva. Quindi, a mio modo di vedere, la sua forza sta nel fatto che si situa tra l’individuale e il collettivo e in questo senso è una politica che è quasi un antidoto sia all’individualismo narcisista che all’arroccamento identitario. 

Come altre che scrivono in questo numero, anche io penso che per le donne il partire da sé sia una pratica che continua a essere efficace nel femminismo, ma che è andata anche ben oltre questo ambito, coinvolgendo donne di ogni tipo. Se infatti di recente è ripartito il #MeToo nelle università e nel mondo del teatro, non mancano segnali che ci raccontano questa estensione. Un piccolo esempio: giorni fa alla trasmissione Tutto scorre di Radio Popolare si parlava della parola “cambiamento” e quasi tutte le donne che chiamavano al microfono aperto dicevano in vario modo che il cambiamento, anche quello della società, parte dal cambiamento di sé.

Per quanto riguarda gli uomini bisognerebbe capire meglio. Sicuramente il partire da sé è riconosciuto come un principio generatore nel mondo intellettuale e della cultura, anche ufficiale. Non è stata certo una giuria femminile quella che ha assegnato il premio Nobel per la letteratura ad Annie Ernaux, un’autrice capace di scrivere l’intero mondo nella fedeltà al partire da sé. Si sta vedendo, però, che anche intellettuali maschi lo hanno fatto proprio per produrre opere parlanti a un vasto pubblico. Ho in mente Marco Bellocchio con il suo docufilm Marx può aspettare, in cui con sguardo lucido mostra se stesso, i fratelli e le sorelle nella rievocazione del suicidio, a soli ventinove anni, di Camillo Bellocchio, il fratello gemello, nel dicembre del ’68. Lo stesso regista parlandone in una intervista online considera una verità quasi scontata che «la creatività inizia con la nostra stessa vita, con come abbiamo vissuto» (filmtv.it). Un’altra opera che mi ha sorpreso di recente è stato il docufilm 16 mm alla rivoluzione. Il regista Giovanni Piperno vuole parlare del comunismo, anzi meglio vuole fare i conti con il comunismo. Ci mostra molti materiali di archivio alternati a una conversazione con Luciana Castellina. Alla prima impressione sembra un materiale un po’ caotico, ma poi si comprende che a fare da filo conduttore è la sua storia personale, fin da quando bambino veniva portato dai genitori alla sezione del PCI. Certo sono esempi che riguardano attività intellettuali creative e quindi più facilmente legate alla soggettività, ma sono comunque segnali di un cambiamento che è in corso.

Ma c’è anche dell’altro. In questo nostro tormentato presente, vivo ogni giorno l’angoscia per la guerra incombente. Attraverso i media siamo continuamente a contatto con l’orrore di guerre sempre più crudeli nei confronti della popolazione, di stragi sempre più efferate, di uccisione di donne a ripetizione da parte di uomini a loro vicini. Orrori che si aggiungono ad orrori. Qualcuna poi ha detto che «la terza guerra mondiale è già cominciata sui social» per la violenza verbale che lì si esercita, nascondendosi dietro uno schermo. In questo panorama orribile, che mai avrei pensato di vivere, ci sono stati due atti che mi hanno profondamente colpito perché hanno avuto la forza di aprire degli squarci e hanno fatto vedere che si può esserci. Entrambi sono ispirati dal partire da sé. Il primo è stato l’appello Mai indifferenti – voci ebraiche per la pace che ha il grande merito di essere una posizione che è riuscita a parlare, restando fuori dagli schieramenti e dalle contrapposizioni guerresche. L’altro atto significativo ai miei occhi è stata la presa di parola della sorella e del papà di Giulia Cecchettin dopo il suo assassinio. Le loro voci hanno prodotto uno scatto nella consapevolezza come mai era successo prima e non intendono fermarsi. Infatti è appena uscito il libro Cara Giuliascritto da suo padre, che vuole continuare a parlare.

A ben guardare entrambi questi atti hanno una caratteristica in comune: sono donne e uomini insieme, ma che stanno in un rapporto asimmetrico in cui gli uomini ascoltano quello che dicono le donne. L’appello Mai indifferenti, come ha raccontato Renata Sarfati, una delle promotrici, nell’incontro di Via Dogana 3 nasce da una sorta di autocoscienza, fatta assieme ad alcune amiche ebree di fronte al massacro del 7 ottobre ad opera di Hamas e alla risposta ancora più cruenta del governo di Netanyahu. Poi tutto il resto è seguito. Nel secondo caso il papà di Giulia ha ascoltato le parole dell’altra sua figlia Elena e da lì ha cominciato a parlare anche lui. Sono dinamiche nuove in cui si intravvede un processo di attribuzione di autorità alla parola femminile. E che pongono ancora il femminismo davanti a uno storico problema: non si va a un cambio di civiltà senza l’apporto anche degli uomini. Certo non di tutti.

Ho sentito il bisogno di pensare a come si dà un orizzonte alla scommessa del partire da sé per collocarmi rispetto alle varie accezioni con cui questa invenzione politica è stata interpretata e declinata: messa in guardia prima di tutto dall’autobiografia, dalle invadenti manifestazioni dell’ego narcisistico-autoreferenziale che domina nel sistema mediatico; ricerca della verità soggettiva, del sé relazionale in situazione, in una mescolanza di conscio e inconscio. Ecco io penso l’orizzonte del partire da sé come bordo che può dare accesso a un altro universo. L’abbiamo chiamato cambio di civiltà da qualche tempo.

«Punto di partenza», parole di Luisa Muraro1 «il vissuto vissuto, con tutto quello che ha di determinato, e un vissuto ancora da vivere (il desiderio) […] non in posizione di soggetto ma di complemento in relazione con altri. […] Necessità della riconoscenza e del primato della relazione». 

È come il viaggiare2, una scommessa rischiosa. 

Angoscia e desiderio mi hanno spinta a prendere la parola quando l’anno scorso Cristina Gramolini della rete Dichiariamo, di cui faccio parte, ha detto che avrebbe voluto fare un’iniziativa pubblica in occasione dell’8 marzo. Ecco lì il mio vissuto vissuto ha agganciato il mio desiderio. Ho capito e sentito cosa era per me necessario: stare al presente, alla realtà intorno a noi, cogliere il kairos, la potenzialità dell’ora è adesso, tutte le occasioni di rilancio di una pratica femminista. Ho visto una prospettiva, un chiaro nel bosco, che avrebbe rotto il silenzio, l’impasse di un tempo incompreso, quello che stavo vivendo, di una guerra che si aveva paura a chiamarla con quel nome. Mi sentivo disorientata, non sapevo come parlarne se non con discorsi masticati e rimasticati, come sono le sofisticate analisi degli esperti di geopolitica che non facevano che intensificare la mia sofferenza. Ecco l’occasione, posso contrastare la pervasività della guerra, che è rottura di legami, distruzione e annichilimento, rilanciando, dando fiducia e forza alla politica femminista, mostrare che sono possibili pratiche di parola e di narrazione, ispirate alla vita e alle relazioni. Come è stato in passato negli anni Settanta, ci ricorda Lia Cigarini, il femminismo della differenza è nato a prescindere dalle guerre. È vero che oggi è in atto un percorso con uomini che riconoscono e ascoltano la parola femminile e s’intravede una possibile alleanza con coloro che sono coinvolti nel cambiamento e ripensano la virilità, ma di contro le guerre hanno rallentato questo nuovo corso e potrebbe anche prevalere l’alleanza fra uomini, cioè un ordine simbolico fratriarcale/filiarcale3, con inclusione delle sorelle in posizione paritaria. 

In questa cornice di realtà di cui ero ben consapevole, mi assunsi il rischio e scrissi un appello per una chiamata a un convegno. Cosa scrissi? Partii da me, un titolo mi si presentò alla mente e al cuore, “Addio alle armi”, non nuovo ma che rifletteva un tragico nodo famigliare, la morte di mia madre per arma da fuoco e il conflitto con mio fratello4, che ritenevo in parte colpevole, rielaborato in una pratica di relazione, che mi riportò al presente di una guerra fratricida, Russia-Ucraina, che dura tuttora. Una realtà in cui potevo avere parola in nome della verità soggettiva, che non è soggettività autoreferenziale ma un sé intriso di relazioni che si è costituito in una pratica, quella della Comunità di storia vivente, in cui il nesso autorità-verità si è manifestato. Luogo in cui grazie al primato della relazione di affidamento e al riconoscimento di autorità ho trovato il coraggio di scommettere sul partire da sé. Un processo, che avuto avvio da dentro, si è messo in moto e il mio appello è stato subito pubblicato su un giornale nazionale e a cascata altre voci, iniziative, prese di posizioni, manifestazioni pubbliche si sono succedute. A questo proposito ho sentito veritiera e corrispondente alla mia esperienza la riflessione di Chiara Zamboni quando scrive che «il punto più soggettivo tocca l’oggettivo. Non c’è contrapposizione o separazione»5.

La guerra non è forse un accumularsi di nodi irrisolti che si depositano nella storia dei popoli, nella profondità delle viscere degli umani e dei territori, che fanno ammutolire e chiudono ogni via d’uscita se non quella delle armi? 

Per questo dico a Mira Furlani che il partire da sé quando permette grazie a una relazione di fiducia di raccontarsi, di sciogliere il nodo del silenzio sulla propria storia, quella che ha narrato nel suo libro Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, non è molto differente dalla mia esperienza che si colloca in un orizzonte di trasformazione radicale e di riappropriazione della storia, destoricizzandola, facendo spazio alla verità soggettiva. Come scrive Marirì Martinengo, il partire da sé è farsi documento vivente, e dove c’è produzione di verità soggettiva, c’è anche autorità femminile e viceversa. Non a caso Mira ha preso coraggio e si è decisa a narrare la sua verità, su cui rimuginava da anni, sulla spinta, l’incitamento e il pensiero di Luisa Muraro. Così è nata la versione dei fatti di Mira sull’Isolotto e anche la sua autorità. Non si tratta di soggettivismo, né di biografia, né di un ego contro un ego in armi. Una scommessa nata da un desiderio che ha prodotto critiche, ma anche sostegno, una battaglia di parole, non uno scontro armato di droni, missili, bombe, aumentati in potenza distruttiva dall’intelligenza artificiale. Ferite sì, conflitti relazionali, ma non una storia sacrificale. Un punto fermo, un soggetto, lei, Mira, che ha interrotto la ripetizione, il già detto della Storia, riportando sulla scena il rimosso cancellato. In questo movimento c’è di mezzo la libertà femminile, almeno per me è stato così, che pare non coincida con la democrazia rappresentativa paritaria.  

Una pratica che ha mostrato tutta la sua efficacia anche nel caso più recente dell’appello “Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace” promosso da Renata Sarfati con altre, altri, sulla guerra Israele-Palestina. Il suo gesto ha incoraggiato a prendere la parola e ha trovato maggiore risonanza e sostegno pubblico di altre prese di posizione più neutre.

Mi ha colpito il ragionamento di Massimo Lizzi, Il partire da sé è sfuggente, quasi cartesiano nel suo procedere, che porta a dare un valore positivo al senso di colpa e la fuga da sé con la conseguente presa di distanza dal desiderio. Ho percepito una forte reticenza dettata dal pericolo di una frustrazione che può venire da un’esposizione di sé troppo aperta/scoperta e da relazioni troppo strette. Su un punto non concordo, e cioè che per il movimento delle donne degli anni sessanta, il separatismo, la presa di coscienza siano stati necessari per affermare un’identità. E per gli uomini Massimo non ne vede la necessità. Per le donne erano in gioco la libertà e la differenza sessuale, non l’identità, e penso che questo potrebbe essere un di più anche per un uomo se riesce a sciogliere il nodo del senso di colpa. Se invece mette in capo al ragionamento i principi come àncora di sicurezza per timore di sbilanciarsi, capisco la sua fatica a vedere un orizzonte nella scommessa del partire da sé.

  1. Luisa Muraro, Partire da sé e non farsi trovare. La partitura della nascita, in Diotima. La Sapienza di partire da sé, LIguori, 1996, pp.20-21  ↩︎
  2. «È come il viaggiare, che non solo, che non solo ti fa allontanare dai luoghi familiari e vedere cose che altrimenti non avresti visto, ma te le fa vedere come nessuno può fartele vedere senza quello spostamento. C’è fatica disagio, c’è perfino distrazione e perdita di concentrazione, eppure il lavoro del pensiero non ne soffre, anzi». Ibidem, pp. 8-9. ↩︎
  3. Lia Cigarini, Per non diventare tutte/i transessuali simbolici. Una lettura attuale de I sessi sono due di Antoinette Fouque, Milano, luglio 2017 ↩︎
  4. Laura Minguzzi, Il nodo della casa, in AA.VV. La spirale del tempo, Moretti&Vitali, 2018 ↩︎
  5. AA.VV., L’inconscio può pensare? A cura di C. Zamboni, Moretti&Vitali, 2013, pp. 102-116 ↩︎

Pubblichiamo l’intervento che Ida Dominijanni ha fatto durante l’incontro della redazione allargata di Via Dogana 3 di domenica 10 marzo 2024.

Impossibile dimenticare nel ritornare sulla pratica del partire da sé la lapidaria formulazione di Luisa Muraro: “Partire da sé e non farsi trovare…” C’erano i puntini di sospensione. Adesso che ho riguardato mi sono balzati agli occhi: una premonizione, attesa, apertura, avvertimento, un viatico per una partenza, un segnale per un tempo in avanti, ma marcava i puntini in un titolo, cosa editorialmente inconsueta. Ci volevano proprio però, lo si capiva bene dal testo, e ora lo capisco di più ed è nello spazio e nel tempo dopo quei puntini che è mi venuto ciò che dico, o chiedo. Partire da sé e non farsi trovare, sì e se poi non ti si trova più? Detto anche peggio, se poi capita che a forza di non farti trovare ti senti che non ti trova più nessuno?

Solitamente sono riflessiva e una ricordante, ho memoria storica e teorica, nello scrivere sto cauta fino alla paralisi, ma in questa occasione il partire da sé mi ha fatto un brutto o bello scherzo ed è venuta fuori così. Mi sono anche un po’ spaventata poi, sembrerò proprio non aver capito niente, o persa. Ma a qualcuna è risuonato, ed ecco adesso provo ad articolare, sottolineo solo provo, perché come mi è stato scritto in chat non ricordo da chi, dietro c’è un oceano, e ci sono nel bel mezzo, spero non proprio persa.

Non sto a elogiare i meriti del partire da sé o dei vantaggi della sua pratica soggettivi e politici. Che quanto a me le devo tutto quel cui della mia singolare e condivisa esperienza di stare al mondo sono riuscita a vivere e soprattutto a dare senso e parola. Da tempo lontano e preponderante ormai. Qui non ce ne è bisogno, sì altrove invece e tanto. Ma qui e ora che lo si riprende appunto dopo tanto tempo e al presente, dove c’è altrove e altrimenti.

Quel senso di irreperibilità, il non essere più trovate, lo nomino colpita dallo scarto del significato tra quel che tra noi non abbiamo bisogno di spiegare del partire da sé e invece quanto ne è stato inteso e recepito fin da sempre direi, e ora ancor più nel perenne conflitto di senso che investono il femminismo e le sue pratiche.

Oggi lo dico in un contraccolpo soggettivo che avverto consolidarsi quasi in un muro di mattoni di fraintendimenti, interpretazioni fuorvianti, intenzionali misinterpretazioni, punti ciechi, parole e atti mancati, incontri disattesi, cadute di efficacia che mi hanno riportata a un sentimento di estraneità e isolamento dal corso del mondo che è quello che pativo prima di incontrare con il femminismo proprio la pratica di partire da sé.

Devo però premettere delle circostanze soggettive che contengono già una risposta, che è anche una spiegazione e un’obiezione, perché vengo, forse esco, da un periodo di anni in cui ho trascurato la cura della pratica politica delle relazioni per dedicarmi alla cura di mia madre e di mio padre e accompagnarli alla morte. Non è stato isolamento, altre relazioni vitali mi hanno sostenuta ma in diverse dimensioni, non quella del registro politico e della significazione simbolica. Da questo allontanamento parlo, e lo faccio nel momento in cui sono tornata in un contesto di relazione politica dove anche questa esperienza fidavo sarebbe stata riconosciuta, sarei stata trovata.

Suppongo sia disabituata e ho sentito lo scarto, perché quel senso di estraneità a come gira il mondo è prevalso in questo lungo passaggio della mia vita, su quella giostra non mi sono fatta trovare e non mi si trova. Certo fortunatamente la giostra non è il mondo, ma la sua musica d’organetto fa girare la testa in tondo persino se stai coi piedi a terra nella materiale vita e ti tocca fare parecchi esercizi di disattenzione per scacciare il ritornello che ti risuona nelle orecchie. I suoi richiami non li senti nemmeno più, però forse diventi meno attenta e un poco sorda.

Fuor di metafora, il non farsi trovare può prendere la mano, connaturarsi, e mettere a rischio la pratica del partire da sé, che di suo è già rischiosa. Lo avvertiva ripetutamente il libro di Diotima che giustamente parlava della “sapienza” di una pratica che destituisce le pretese illusorie di identità, sovranità, autorialità, controllo del soggetto. E altrettanto avvertiva di quanto l’implicazione di sé nel mondo, nelle relazioni, nel tessuto materiale, simbolico, conscio e inconscio della realtà, fosse insieme un attivo punto di leva e nel contempo l’esposizione a una condizione di passività e dipendenza riconosciuta, ma non meno patita e rischiosa. Non c’era però solo questo, perché c’erano anche fiducia, leggerezza, apertura. Ora direi: scioglimento e legame, sapienza di sciogliersi e legarsi.

Il partire da sé per sua natura non si fa da sé, né in solitudine né va avanti da solo, è una pratica, appunto, e si lega ad altre pratiche. In quel libro Angela Putino diceva della cura di sé, Chiara Zamboni del materialismo dell’anima, e tutto indicava soprattutto la pratica delle relazioni.

Quest’ultima, anch’essa peraltro delicata e tutt’altro che confermante, è probabilmente il contrappeso più valido allo sbilanciamento, alla vertigine o al pericolo di dissolvimento indistinto che lo sporgersi nella pratica del partire da sé può comportare. Riconoscere la dipendenza e secondarietà che ci segnano e vincoli che ci annodano, le voci e i richiami che ci attraversano non è farci trovare dove ci si aspetta che siamo, e nemmeno sciogliersi da tutto e cadere dal tutto pieno nel vuoto, c’è la “libertà dai fittizi legami di fedeltà” con le parole di Virginia Woolf. Da quelli fittizi, il che comporta riconoscerne di reali e legarsi ad altri. Nella mia esperienza questo è stato il femminismo, con le sue tante altre parole e pratiche, un altro ordine di riferimento simbolico e di rapporti che ci rimette, non ci consegna né ci sottrae, al mondo. Quando c’è equilibrio, e a volte non lo si trova.

Ecco mi sono dilungata e ancora temo non spiegata. All’incontro di Via Dogana mi è stato chiesto di fare degli esempi di quel sentimento di non essere più trovata a forza di non farmi trovare. Forse ora ho individuato meglio come fosse da collegarsi allo squilibrio per eccesso di sottrazione, una sorta di coazione a negarsi e a negare: non lì, non questo, non così, non è quello. Magari questo è rovesciamento nella posizione identitaria, magari in quella isterica, magari è lo stesso e come che sia è perdita di mondo, ed è solo mia mi auguro. Gli esempi sarebbero meglio, sì. Ce ne sarebbero moltissimi, che non so quante volte è successo, e quando più si presentava una qualche forma di riconoscimento, quando il corso del mondo pareva venire incontro. E anche quando altre donne invitavano all’appuntamento.

Il più recente: quel che è avvenuto con la morte di Giulia Cecchettin. È stato segnalato quanto sia stato un evento simbolicamente rilevante, c’è stato, o preferisco dire è stato messo in scena, un riconoscimento simbolico di massa. Dalle prime parole della sorella si sono poi alzate spontaneamente tante voci e urla e baccano come non prima così. Quello che Chiara Zamboni ha chiamato il sorriso dell’inconscio mi è durato un attimo, nemmeno sufficiente a farmi aderire. Subito mi sono sentita che mi scollavo, e a mano a mano che la cosa montava così cresceva il mio moto di sottrazione. Poi sono venute le manifestazioni organizzate istituzionalmente, le circolari a scuola che richiedevano il minuto di urla, i manifesti richiesti e appesi in bell’ordine che invitavano a distruggere tutto, e le parole giuste che mi suonavano false, e quelle sbagliate che parevano giuste, e io non c’ero e non volevo esserci. Ma come proprio tu? Ma è qui, è questo, è ora non vedi, non senti? Ti perdi l’occasione! Persa?

Il partire da sé non è un basarsi sul ruolo né sulla situazione, quello che fanno vedere o credere, essere giusto e valido, ma risalire a, e muovere da un’esperienza, ossia da un vissuto vissuto, con tutto quello ha di determinato, e da un vissuto ancora da vivere (il desiderio), mai l’uno senza l’altro. La pratica di partire da sé, dicevo sopra, è la scommessa poter prendere le mosse dal luogo della nascita, con tutto quello che ha di dipendente, di pregiudicato ma anche di promettente, di nuovo, luogo di una divisione, di uno squilibrio, di una partizione che è partenza, dove c’è sbilanciamento, struggimento, risentimento, insomma tutto quello che si innesca con quella «partenza» che crea la necessità dello scambio simbolico.

Gli ho dato nome «nascita», ma vorrei proporne un altro, che ha la stessa radice ma è più completo: partitura della nascita. In musica la partitura è la scrittura per molte parti, strumentali o vocali. La nascita, dunque, come luogo o momento di una partenza plurale che non ha però le caratteristiche della frammentazione o della dispersione, poiché c’è scambio simbolico; c’è nella realizzazione musicale come c’è nella relazione materna e da ciò viene che noi abbiamo parola e che la lingua ha vita.

La scoperta principale di questa pratica, pratica che consiste risalire alla fonte del pensare e decidere disfando la costruzione del già pensato e deciso con le sue apparenze più o meno imponenti e i suoi effetti più o meno illusori, facendo dunque questo movimento, quello che scopre è il soggetto ─ me ─ non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con altri, abitata da ricordi, mossa da desideri, trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano o che addirittura parlano al mio posto, magari per contraddirmi! Allora, ci si accorge dell’inutile fatica della finta coerenza che si credeva di dover sostenere, ed è un sollievo, una leggerezza. E ci si accorge anche, con un senso di vergogna, di quanta complicità si dà a cose stupide o ingiuste, sempre per voler sostenere quella costruzione fasulla di sé. Ho trovato persone egregie, uomini, che diffidano di questa pratica perché temono di cadere nel narcisismo, ma si sbagliano in pieno, poiché, al contrario, è una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi sui quali la nuova leggerezza guadagnata ci consente di galleggiare e prendere il largo.

La pratica di partire da sé, mentre disconferma le pretese del soggetto, non è per questo imparentata con la decostruzione nichilista del mondo1.

Senza tentare definizioni (basta guardare nel dizionario), diciamo che il nichilismo non è una scelta ma una prova del pensiero, alla quale il pensiero occidentale si trova affrontato; da un centinaio d’anni circa e, in maniera conclamata, dalla fine della prima guerra mondiale. In che cosa consiste la prova? Che, ragionando con rigore, non arriviamo a concludere nelle questioni che concernono l’esistenza umana e la convivenza civile. Da qui, l’idea di una necessaria decostruzione della nostra tradizione di pensiero, tradizione che ci ha portati in questo «cul del saco», per parlare veneto, invece del francese che qui sarebbe d’obbligo. Il decostruzionismo nichilista è l’unica strada di un pensiero rigoroso? Io penso di sì, se si tratta di pensiero speculativo; ma ci sono altre strade del pensiero, una almeno, quella della filosofia pratica, vale a dire la filosofia di chi pensa attraverso la modificazione di sé.

La pratica di partire da sé è una decostruzione dell’io e del mondo ed ogni movimento di decostruzione, non ce lo dobbiamo nascondere, mette a repentaglio il senso della realtà e la possibilità di un senso alternativo. Ma la pratica di partire da sé porta al disfarsi del soggetto senza disfarlo in una miriade di istanze scoordinate: mi disfa nelle relazioni che mi fanno essere quella che sono e diventare quella che desidero, senza che io possa mai accamparmi al centro di questo essere e diventare. Questa è la porta stretta, questo è il passaggio che mi «smarca» dal nichilismo del pensiero postmoderno. In parole figurate: il tipico decostruzionista somiglia a uno che sega il ramo sul quale si trova seduto. Di solito si tratta di un professore d’università che, finito di segare il ramo, cade «bene», cioè nella sicurezza economica e nelle gratificazioni del suo ruolo. La pratica di partire da sé non è meno radicale, come operazione, mentre a livello personale è molto ma molto più rischiosa. E più feconda, più felice, perché mi fa cadere nella necessità della riconoscenza e nel primato della relazione.

  1. Su questo punto, cfr. Marisa Forcina, Ironia e saperi femminili. Relazioni nella differenza, Franco Angeli, Milano 1995. ↩︎

Tratto da Luisa Muraro, Partire da sé e non farsi trovare, Parte seconda: La partitura della nascita, in Diotima, La sapienza del partire da sé, Liguori, Napoli 1996.

Il partire da sé, pratica inventata dal movimento delle donne alla fine degli anni ’60 del ’900, è stata una politica vincente per le donne. Oggi può esserlo anche per gli uomini? Chiara Zamboni scrisse che per gli uomini è una pratica difficile; il ruolo maschile tradizionale chiede loro di essere oggettivi; hanno paura di cadere nel narcisismo dell’io; lo interpretano come uno stare presso di sé piuttosto che un andare verso il mondo; temono di rimanere in una dimensione pre-politica. Abbiamo torto? Personalmente, non mi oppongo a questa pratica, ma è vero che le faccio resistenza.

Il partire da sé è un concetto che mi risulta sfuggente. Riguardo il cosa e il come. Su cosa sia il sé e su come si parta non esistono risposte chiare e univoche; né esiste un testo che traduca la pratica in teoria o almeno spieghi la procedura. Nel partire da sé ciascuno fa da sé. Questa indeterminatezza insieme con la critica «Manca (nel tuo testo, nel tuo discorso) il partire da sé» mi fa irritare. Tuttavia, ci provo e vado a tentoni. Parlo in prima persona, dichiaro i miei sentimenti, confesso qualcosa. Con impaccio e imbarazzo. Credo che questo modo sia gestibile nei rapporti duali e nei piccoli gruppi, meno nella sfera pubblica delle relazioni formali. Ragione per cui, gli uomini, come pure molte donne, si esprimono in modo neutro e oggettivo. Là dove non c’è conoscenza, fiducia e confidenza, per regolare conflitti e competizioni, si cerca di partire da ciò che è già condiviso o che si pensa dovrebbe esserlo: i principi.

Il mio sé, credo, non sente il bisogno di partire da sé. Quando parto da un principio, vi aderisco, non sono un dissociato. Diversamente, da quel principio non parto. Immagino che le donne abbiano inventato la pratica del partire da sé, per sottrarsi alla definizione di sé imposta dal «primo sesso»; per non essere più «seconde», ma libere e autonome nel proprio definirsi. Se da uomo non ho quel problema, perché dovrei adottare la pratica che lo ha risolto? Posso sentirmi alienato nei gradini inferiori delle gerarchie maschili. Allora voglio scalare la gerarchia oppure abbatterla. Il partire da sé come mi aiuta? Peraltro, alla base della gerarchia, se ho soddisfatto le necessità della sopravvivenza, sono preso dalla routine della quotidianità e del lavoro ripetitivo, il mio vissuto è piatto, le mie relazioni povere. Così, il mio sé. Partire? Meglio ancora, fuggire da sé.

Oltre la dimensione delle relazioni duali e dei piccoli gruppi, dove il partire da sé può essere utile e la sfera pubblica, lavorativa, dove invece sembra impraticabile, esiste la dimensione mass-mediatica, il contesto che Ida Dominijanni dice essere egemonico. È un contesto strano, con il quale sono sempre in contatto, tentato di pronunciarmi su cose molto più grandi di me, fuori dal mio raggio di controllo, già catastrofiche per tanti, in potenza anche per me nel prossimo futuro. Le grandi crisi globali, clima, energia, guerra. Qui, cosa vuol dire partire da sé? Se guardiamo alla pratica dei social e della televisione, come ha accennato la stessa Dominijanni, sembra essere il narcisismo dell’io, la paura attribuita agli uomini da Chiara Zamboni.

Un barlume mi è venuto in mente, ascoltando Letizia Paolozzi dire che l’otto marzo NUDM ha visto solo un orrore, mentre abbiamo davanti tanti orrori e, per fare politica, occorre vederli tutti. Affermazione ineccepibile che, tuttavia, sembra partire da un sacrosanto principio oggettivo. Infatti, se indago il mio sé, scopro che alcuni orrori li vedo più di altri. I crimini commessi dai russi in Ucraina non mi scuotono come i crimini commessi da Israele a Gaza. Perché? Questo mio sentire si espone all’accusa di doppiopesismo, un’accusa ricorrente e reciproca nelle contrapposizioni sulle guerre. Circa un anno fa, Alberto Leiss raccontò di queste contrapposizioni nel dibattito interno a Maschile Plurale, tra favorevoli e contrari all’invio di armi occidentali all’Ucraina. Opinioni politiche divisive. Poi, raccontò di una seconda fase del dibattito, dove emersero gli stati d’animo di angoscia e impotenza di fronte alla guerra. Sentimenti unificanti.

Secondo me, tra i due piani, non c’è necessariamente contraddizione. L’angoscia di fronte alla guerra può portarmi a desiderare la pace con il «nemico» o la protezione dell’amico più potente. Così immagino che tra il nostro sé e i principi oggettivi a cui aderiamo ci sia più associazione di quel che pensiamo. Il mio pacifismo di principio, che mi porta a trattenere e criticare la mia parte, può essere associato al senso di colpa. Il sentimento suscitato dai nostri orrori. Quelli commessi con i nostri soldi, le nostre armi, la nostra legittimazione politica. Nostra, di noi italiani, europei, occidentali. Il 7 ottobre in Israele è stato terribile, ma non sono stato io. Perciò, capisco l’otto marzo di NUDM.

Se le donne, le femministe, le mie amiche, sollecitano gli uomini a partire da sé, vorrei corrispondere, anche se non ne sono sempre e del tutto convinto. Il partire da sé nella misura in cui il sé è accessibile o sembra tale, quando è dato il tempo e il modo di riflettere, aiuta l’introspezione e la consapevolezza. Mi fu detto che il sé è primariamente il proprio desiderio. Eppure, non mi sento mosso dai desideri. Se lo sono, sono trattenuto, perché tendo a considerare i desideri causa di frustrazione, qualcosa da cui è meglio tenere una distanza. Penso che tra i miei principali motori interiori, forse il primo, ci sia proprio il senso di colpa. Così, per me, il partire da sé, rischia di essere il partire dal mio senso di colpa.

Con la primavera il sito della Libreria delle donne si veste di nuovo e nasce la pagina di Via Dogana 3, la sua rivista online. Lo festeggiamo insieme all’uscita del Quaderno di Via Dogana “Femminismo mon amour”. 

Vi aspettiamo dalle ore 19:00 alla Libreria delle donne, in via Pietro Calvi 29, Milano.

Parole, musica, aperitivo! 

La spontaneità è un privilegio che io, da donna, sento di non avere. Spontaneità sottintende immediatezza, un agire istintivo, un porsi nel mondo con naturalezza senza calcoli preparatori, tutte situazioni che io, da donna, non posso permettermi. Non è che non possieda tale caratteristica, la spontaneità, perché essa non rientra nella mia natura femminile, ma perché in quanto donna nel momento in cui sono spontanea devo poi fare i conti con le conseguenze della mia spontaneità.

Questo avviene in ogni ambito della vita: quando esprimo un’opinione, quando decido cosa indossare, che strade percorrere, chi frequentare, cosa fare nel mio tempo libero… tutto potrà essere usato contro di me e ognuno si sentirà in diritto di esprimere un giudizio sulla mia persona. Ogni volta che cammino nel mondo io so di non essere mai in uno spazio neutro e sento di abitare un contesto che per definizione mi è ostile e con cui entrerò inevitabilmente in conflitto ogni volta che agirò da donna libera. È per questo motivo, secondo me, che le donne hanno inventato la pratica del partire da sé e perché questa scelta si è rivelata vincente, ieri come oggi. Il mondo è cambiato ma la mentalità maschile mantiene la sua egemonia e le donne si trovano ancora a doversi conquistare spazi di libertà, non solo fisici ma anche mentali e immaginari. È per questo che molte donne, consapevolmente o meno, scelgono di partire da sé. Le donne scelgono una pratica, attività che implica non solo un agire concreto ma anche esercizio, conoscenza e relazione, e lo fanno perché sentono che il contesto che abitano crea in loro una sensazione di malessere, malessere a cui devono dare un nome per poterlo affrontare e poterlo esporre nel mondo. Partono da sé perché devono farlo, perché nel silenzio, nel sottrarsi ad un contesto che non le rispecchia, possono interrogarsi, imparare ad accettarsi per quello che sono, rafforzando le loro idee e la loro identità. In quel silenzio si diventa consapevoli e ci si chiede «sono pronta a gestire le conseguenze di quello che dirò e di quello che farò da questo momento in poi?» per poi scegliere di agire. Questa domanda me la sono fatta anch’io per tanto tempo, e finché non mi sono sentita sicura o in luogo sicuro ho sempre scelto il silenzio. E quello che mi fa sentire al sicuro, ho scoperto, ha a che fare con la fiducia. Fiducia in me stessa, quando sento di averla, ma soprattutto fiducia di altre donne nei miei confronti. Le donne che si rendono disponibili all’ascolto senza essere giudicanti, che sono aperte alla relazione, che possono capire il mio vissuto perché condividono l’esperienza di essere donna e che creano spazi alternativi; ecco, loro sono il luogo sicuro dove è possibile rompere il silenzio e partire insieme verso qualcosa di trasformativo.

Questo luogo sicuro, per me, sono state Silvia Protino e Angelica Pirro, grazie al loro podcast A Day in a Female Life – Racconti di ordinaria violenza1. L’evento dirompente accaduto nella mia vita, il malessere di cui ho fatto esperienza, mi ha portata nella dimensione del silenzio. Silenzio in cui mi sono richiusa da sola per sottrarmi al mondo esterno ma anche a me stessa, e l’ho fatto per molto, troppo tempo. In quel silenzio ho cercato di dare un nome a quello che mi era accaduto e a quello che stavo provando, cercando di definire un qualcosa che era tanto difficile da nominare quanto da accettare. E quando ho trovato le parole mi sono resa conto che non c’era un luogo sicuro dove indirizzare la mia nuova consapevolezza perché il mondo esterno non era accogliente per me. Nel mondo esterno, maschile e subdolamente patriarcale, le mie esperienze venivano minimizzate, il mio vissuto veniva messo in discussione, i miei bisogni erano inascoltati. Siamo nel 2024 e ci sembra che essere donna non sia più sinonimo di discriminazione. Ci siamo dette che ora siamo libere e che gli uomini non hanno più potere su di noi, che il patriarcato è finito. Eppure quando si parla di violenza maschile ci sentiamo ancora sole e ci chiudiamo nella nostra solitudine. Quando si parla di violenza maschile sappiamo che non possiamo affidarci alle forze dell’ordine, alla legislazione, alla politica o al contesto culturale in cui viviamo. Quando si parla di violenza maschile, quando si vive questo malessere, si può trovare accoglienza solo nell’egida altre donne che sperimentano questo stesso malessere. È così che ho trovato il mio luogo sicuro, nella voce di altre donne che hanno raccontato le loro esperienze e che mi hanno fatto capire che non sono sola. Che non sono io il problema. Che il malessere di una interessa tutte e riguarda un intero contesto. È con questo partire da sé che si creano le relazioni trasformative, che interessano prima noi stesse e poi tutto il contesto che viviamo.

  1. Angelica Pirro e Silvia Protino raccontano il loro podcast nell’incontro di Via Dogana 3 “Autocoscienza, ancora” del 1° ottobre 2023, con l’intervento “Ritrovare sé stessa nelle parole delle altre: un podcast contro la violenza maschile”, che si può leggere qui [Ndr]. ↩︎

Riprendo alcune riflessioni suscitate in me dall’intervento di Fanciullacci. Mentre raccontava la sua esperienza all’università, nell’incontro di Via Dogana sul Partire da sé, ho pensato che anche io nel rapportarmi alla scuola tento sempre di sottrarmi alle definizioni già date: «le si è imposto il modello aziendale, è diventata un progettificio, non c’è più la libertà che avevamo noi che ora siamo in pensione», si dice. Tutto vero; eppure, non c’è in questa lettura il passaggio che cerco.

Lui prova a concentrare lo sguardo sulla risposta soggettiva di chi abita l’università e cerca una risposta alla diffusa acquiescenza negli accomodamenti di una «società a responsabilità limitata».  Ma non gli basta, anche lui cerca un passaggio e lo trova inseguendo la natura originaria dell’università, nata per perseguire l’ideale del sapere. Sta di fatto che inseguendo il desiderio, suscitato da quell’ideale, ha messo in piedi un’esperienza molto interessante che mi sembra necessiti di essere seguita con attenzione, anche da parte nostra, perché lì c’è politica trasformativa che non a caso è politica del desiderio.

Anch’io, incontrando alcune colleghe e ascoltando ciò che fanno sento che nella scuola non c’è solo adeguamento. Vedo che c’è un filo di desiderio che molte di loro continuano a tenere in mano per un capo, lasciando l’altro capo nelle mani dei ragazzi e delle ragazze, districandosi nella matassa delle incombenze e delle programmazioni che sembrano cancellare ogni invenzione e ogni possibilità di cogliere l’inedito per non perdere quel filo.

Vedendolo io riconosco una lingua attraverso la quale passa la fiducia e la gratitudine, una lingua che riapre lo spazio simbolico facendo apparire ciò che il discorso dominante occulta e che in noi urge perché è passaggio verso altro. Su questo tessuto che è profondamente politico ho visto nascere la relazione fra me e loro. La chiamo politica dello spiraglio, perché lì vedo apparire e agire il desiderio. In me è il frutto di una storia e in loro, che quella storia non l’hanno vissuta e spesso non la conoscono nemmeno? Mi chiedo, sempre lasciandomi guidare dal discorso di Fanciullacci, se nella scuola è l’amore per il sapere ciò che nutre quel desiderio e apre lo spiraglio necessario alla politica. Sì e no. Lo è quando quell’amore per il sapere riesce a nominare il reale con una lingua che ricostruisce nessi, che ci dà parole che cercavamo, che svela ciò che ci angustia o che vorremmo, che sa guardare la soggettività nelle parole, creando la possibilità di uno scambio, fra colleghi ma anche con i e le più giovani. Questa lingua è ciò che permette il riconoscimento reciproco.

Di questa lingua c’è una grande fame. Io ho visto il nutrimento che ne viene quando la usiamo, o la riconosciamo, non solo in me ma anche negli uomini che mi sono a fianco. Quando mio figlio trent’anni fa fece la tesi su Evelyn Fox Keller e Barbara McClintock, certamente anche influenzato da me e da Gian Piero, mio marito, trovava lì le risposte più avanzate per il cambiamento che la scienza cerca e che noi cerchiamo attraverso la scienza, se ci affidiamo al filo del desiderio. La stessa postura ho visto in Fanciullacci quando ha raccontato che era andato a rileggersi il libro di Diotima sul Partire da sé e l’ho apprezzata. Ho capito meno invece il suo bisogno di cercare un modello per definire la relazione con i colleghi, accomunati nella sua ricerca. Come lui però so che chiamarlo amicizia non corrisponde alla realtà. È anzi fuorviante. Il mio sforzo, anche con le amiche di altre associazioni con cui prendiamo iniziative sul territorio o con le mie stesse amiche della Merlettaia, non è stato quello di cercare un modello di relazione, anzi ho lavorato per pensare le relazioni ognuna nella sua unicità con il carico di affettività positiva e negativa che si porta dietro; invece, ho indirizzato tutti i miei sforzi per nominare ciò che facciamo e aumentare la consapevolezza del senso di ciò che si sta facendo. Cercando anche lì quella lingua del desiderio che non è questione solo di parole, ma di soggettività in gioco, di azioni, fatti, spazi simbolici, conflitti e domande lasciate aperte.

Prima di partecipare via zoom a questo incontro di VD3 sul tema “La scommessa del partire da sé” sono andata a rivedere l’incontro in dialogo con Luisa Muraro svoltosi all’Alveare di Lecce il 7 marzo 2021 dal titolo Scommettere, rischiare investire sulla differenza sessuale.

Mi ricordavo quell’incontro perché a un certo punto Luisa Muraro si è soffermata sul discorso dell’autenticità femminile di cui parlava Carla Lonzi e che lei, Luisa, invece di autenticità chiama “verità soggettiva”.

La verità soggettiva come io l’intendo non è solo narrazione. Laura Minguzzi nel suo intervento ha parlato di nodo interiore da sciogliere; io invece percepisco la verità soggettiva come un andare a toccare la realtà che ci circonda e le relazioni in cui siamo immerse. Fare ciò comporta grossi rischi. Uno di questi è quello di esporsi, vale a dire esporre sé stesse agli attacchi di coloro che hanno fatto narrazioni e valutazioni diverse dalle nostre. La narrazione di per sé non è un esporsi, è un esporre più che un esporsi. Spesso è un esporre mosso da interessi personali, oppure sono visioni che si fanno passare per verità oggettive.

Io ho sperimentato cosa vuol dire scrivere un libro partendo da sé, cioè partendo dalla propria verità soggettiva. Quello che ho scritto aspettava di essere detto da più di quarant’anni, ma tacevo perché mi mancava il pensiero che poteva dare reale significato e valore alle mie parole. Questo pensiero, come potete immaginare, era il senso libero della differenza sessuale che Luisa Muraro mi ha trasmesso con i suoi scritti e con la sua amicizia, dandomi forza e coraggio.

Quando feci mio il pensiero della differenza sessuale davanti a me si aprì un mondo nuovo in cui mi ritrovavo e potevo stare. Finalmente potevo scrivere quello che sentivo in quanto donna e mi urgeva dentro come soggetto pensante. E come tale mi sono esposta. Non mi aspettavo lodi, ma neppure le reazioni cattive e il rifiuto al confronto con l’abbandono da parte di coloro che nella Comunità di base dell’Isolotto (Firenze) amavo di più. All’Isolotto fui isolata, rimasi sola.

In quel momento sperimentai in concreto quello che significava il partire da sé, dalla propria verità soggettiva.

Spiego meglio. Dalla comunità cristiana di base dell’Isolotto mi è stato subito rimproverato di aver scritto una delle tante narrazioni possibili sulla vicenda sociale/politica/religiosa di quel quartiere di Firenze. Cioè si è liquidata la mia narrazione come una delle tante possibili, cancellando così la verità soggettiva come qualcosa di relativo, non valido per tutte e tutti.

Bollare la verità soggettiva come discorso relativo serve soprattutto alla cultura neutra per cancellare l’esperienza femminile e disconoscere le cose che noi donne riteniamo importanti e che sappiamo hanno valore simbolico e politico per entrambi i sessi.

Negli anni ’70 nei gruppi di autocoscienza abbiamo eliminato la separazione netta tra personale e politico. Luisa Muraro nella presentazione del mio libro il 4 marzo 2017 alla Libreria delle donne di Milano, ha parlato di “rivolta nella rivolta”. Ha detto che anche in una stagione rivoluzionaria è possibile “scartare” percorsi femminili di libertà. È vero. Lo scrivere il libro ha avuto per me il significato di una lunga presa di coscienza del valore della differenza sessuale, un esporre dei fatti che riguardavano non solo me, ma tutto l’Isolotto; la mia narrazione non aveva lo scopo di infangare o screditare figure maschili, ma voleva invece, e ancora vuole, evidenziare la necessità di una seria autocoscienza maschile storica e nel presente.

Viviamo in un momento storico in cui si vuol rimuovere la differenza sessuale. Dobbiamo ritrovare il coraggio del partire da sé, la forza di esporci e di attraversare i conflitti, possibilmente in modo non distruttivo. Il partire da sé é verità soggettiva, è pensiero della differenza perché smaschera il pensiero neutro maschile. Perciò il femminismo della differenza fa tanta paura ai maschi: esso scardina i loro privilegi e rende le donne libere. Tutti i femminicidi sono fondamentalmente disperati tentativi di cancellare la libertà femminile sulla terra.

Nota: Il libro di Mira Furlani si intitola Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei (Gabrielli editori, 2016).

Due gruppi di donne stanno cambiando, dall’interno del nostro corpo: l’utero, l’idea concreta e simbolica di maternità che abbiamo come donne e lo stanno facendo con l’aiuto interessato della scienza maschile. Un gruppo è quello abitato dal mito della maternità ad ogni costo, desiderata fino all’impossibile e disposto a pagare qualcuna che gli faccia figli pur di riuscire a realizzare lo smisurato desiderio di averli.

Le donne pagate per farli sono l’altro gruppo, nato in seguito al desiderio del primo, che sta facendo cambiare il materno mettendo in vendita pezzi generativi del loro corpo. Ogni gruppo ha sottogruppi di donne che variano secondo la qualità del desiderio materno e del bisogno fisico per realizzarlo.

I desideri, e i diversi bisogni fisici individuati dalla scienza, hanno creato il mercato di pezzi di corpo di donne che la legge patriarcale si è incaricata di governare in modo più o meno disincantato. Il mercato per essere tale ha bisogno di de-simbolizzare la maternità della gravidanza banalizzando nel naturale la gravidanza stessa. E riesce a farlo coi soliti automatismi maschili, accettati però anche dalle donne dai desideri impossibili di “fertilità”.

Esse cancellano dal dialogo pubblico la sofferenza e la bellezza fisica e psichica che la gravidanza contiene per ognuna di noi, lasciano visibile solo la parte aulica maschile mentre si appellano al mito neutro del femminile del fare figli/e in modo così fisicamente naturale da essere quasi indolore. Lo scopo è quello di poter attribuire la maternità, spostandola dalla pancia di chi la produce, a chi ha desideri irrisolti di maternità per l’infertilità della coppia o di una singola persona; visto che la maternità è solo e da sempre frutto di una relazione tra corpi sessuati differenti che incarica quello femminile di
realizzarla.

Di mezzo ci sono bambini e bambine pensati dall’origine, con questa nuova forma d’amore, già orfani di madre. Serve a cancellare la relazione fondamentale di crescita sicura e protetta nel suo ventre. Il primo gruppo di donne è straconvinto che tutti gli essere umani sono fertili. Alcuni o alcune invece sono naturalmente infertili e non è per forza una malattia né un’esclusione sociale, anche se il patriarcato si è speso molto in questo senso. Questa incapacità di accettare l’infertilità, scelta o “subita”, ha messo in gioco i desideri di molte persone che per scelta appunto, anche di coppia, sarebbero naturalmente infertili. E magari le donne non se ne sono accorte, troppo intente ad ascoltare desideri personali anche molto neutri.

Tra i due gruppi di donne passa un modo molto differente di leggere la gravidanza e la maternità. Le donne del primo – di serie A ?! – la sopravvalutano all’inverosimile, soprattutto quando riguarda la propria pancia, ma banalizzano all’infinito, con l’aiuto del potere legislativo, quella del secondo gruppo – di serie B?! -, arrivando ad accettare la definizione di portatrice per la donna madre che si lascia affittare l’utero.

Le venditrici di ovuli nel gioco del mercato dei figli sono silenziate perché più invisibili della pancia gravida, anche se all’ovulo è stato fatto assumere lo stesso valore proprietario dello spermatozoo. È un modo per far pesare di più l’atto del concepimento sulla gravidanza generativa – visto che l’uomo non può mai generare, ma solo concepire – al fine di estromettere la madre gravida che genera, e legittimarsi alla pari col corpo femminile, nella funzione ovulatoria e genetica per diventare, con meno resistenze simboliche, madre sociale.

Parlare di portatrice, neanche più di cicogna, è un po’ come parlare di chi porta in giro una sporta, una sogliola o un camion. E allude anche a una quasi inutilità dell’utero femminile avendo già diviso la generazione tra almeno due corpi di donna.

Quasi ci si potesse autorizzare a pensare che anche senza l’utero un figlio o una figlia potrebbero ugualmente essere messi al mondo. Niente di più impossibile, ancora per molto e molto tempo: senza utero non nasce nulla di questo prezioso nuovo concepito e allora perché dobbiamo assistere a queste modificazioni concrete e simboliche del materno nella gravidanza? Autorizzandoci da donne perché altre donne lo hanno fatto, modificando il simbolico di tutte noi?

Non riesco a credere che queste nuove visioni della funzione materna siano scevre degli stessi problemi di quella vecchia, siamo tutte persone per fortuna imperfette e nessuno sfugge a questa realtà, neppure se alcune pensano che le autorizza un desiderio molto più grande di quello delle donne che restano incinta facilmente. Neppure se la famiglia si sfascia e si rifà in altri nuovi modi. A meno che non teorizziamo l’assenza di una qualsiasi relazione tra le persone perfino nel generare, cancelliamo la nostra idea di cura e pensiamo il generare come un atto di sola cultura, anche se non so in che modo. Ma sarebbe un incubo, non certo quella pretesa di amore più intenso degli amori degli altri.

La banalizzazione della gravidanza l’abbiamo sempre conosciuta nell’obbligo patriarcale a figliare e qui si perpetua rendendo incerto quel simbolico femminile che si è voluto, dal ’68 in avanti, liberare dalla maternità subita e seriale. Una liberazione che ha spinto le donne a pensare di dover dimostrare che sapevano fare quasi tutto quello che sapevano fare gli uomini senza valorizzare più di tanto pubblicamente quello che sapevano già fare, ma che non era considerato socialmente utile e fondante della relazione umana. Adesso abbiamo dimostrato che siamo capaci di fare tutto quello che fanno gli uomini e forse anche meglio e che senza di noi non si può pubblicamente neppure governare. Ma non abbiamo dimostrato abbastanza bene che quello che sapevamo fare noi donne era fondamentale per tutti ed abbiamo lasciato che continuasse ad essere banalizzato come molte altre nostre competenze, divise tra natura e cultura anche nel nostro sentire, e i nodi per noi donne sono venuti al pettine.

Oggi il nostro corpo è ancora e più di prima a disposizione pubblica e noi non ne siamo estranee.

Ma perché e “per chi” abbiamo accettato di rinunciare a spiegare nel pubblico che il ruolo delle donne era già fondamentale nel mondo e subiamo invece questo smembramento del corpo in nome della libertà femminile e di desideri che non appartengono a chi si lascia smembrare il corpo dal bisogno dei soldi? Perché il nostro desiderio di maternità l’abbiamo lasciato diventare così violento contro noi stesse, visto che se è violento con alcune questa violenza può per estensione capitare a tutte noi? “Al servizio di chi” siamo? Di noi stesse o di chi? Riusciamo a governare diversamente questa nostra biologia? Magari da donne che sanno capire quando il loro desiderio è diverso da quello dell’uomo e sentono della realtà del proprio corpo una conoscenza personale indisponibile a chiunque pagando o meno voglia interpretarla per noi. Che si chiami pure amore, ma di certo è un amore differente dal nostro. Dobbiamo capire qual è il nostro! Per noi soprattutto e poi per chi generiamo. Nessuna di noi è una ideologica portatrice, anche se pagata, e chi ha partorito lo sa!

Inizio dicendo alla buona come ho sempre inteso la pratica del partire sé, nei suoi due significati, quasi opposti, ma entrambi presenti nell’espressione stessa ed entrambi necessari: partire da sé significa sia cominciare da sé, dalla propria posizione soggettiva e dal contesto in cui ci si colloca, sia allontanarsi da sé, decentrarsi, per incontrare altre e altri, per farsi comprendere e per condividere un percorso anche con chi non si attiene a tale pratica né si colloca in un orizzonte femminista.

Tutto questo è ben sintetizzato da Luisa Muraro nell’espressione «la partitura della nascita», che «mette insieme lo staccarsi e il prendere inizio, il separarsi e l’originarsi1», come è accaduto nella nascita di ciascuno/a: una separazione dal corpo materno che ci ha consegnato alla precarietà e al rischio delle relazioni, innanzitutto con colei che ci ha messo al mondo e poi con molte altre e altri. Il saggio di Muraro a cui faccio riferimento s’intitola Partire da sé e non farsi trovare…:quel “non farsi trovare” va interpretato come mobilità, come agilità, come attitudine a non fissarsi in una traiettoria già prevista, nella posizione più ovvia, dove gli altri si aspettano che una sia. Questa postura è collegata a quel momento di sospensione, di silenzio, necessario per stare in ascolto del proprio sentire, sottraendosi alle cose già pensate e scontate, come ha ricordato Chiara Zamboni nella sua relazione introduttiva.

Mentre la pratica del partire da sé è spesso assunta spontaneamente da donne, anche non femministe, invece essa risulta più ostica per molti uomini, forse perché questi ultimi temono il rischio di soggettivismo e si sentono chiamati a esprimere un punto di vista imparziale, oggettivo. Forse è vero, come ha osservato Ida Dominijanni, che oggi, a differenza che in passato, diversi uomini anche nella sfera pubblica si sbilanciano in un’esposizione soggettiva, ma non credo che questo significhi da parte loro fare propria la pratica del partire da sé; ritengo piuttosto che questa sia una strategia comunicativa, un esporsi in prima persona per accattivarsi la simpatia di chi li ascolta.

Desidero infine intervenire su un punto della relazione introduttiva di Riccardo Fanciullacci: è un punto che riguarda l’università, luogo in cui anch’io ho insegnato per molti anni. Riccardo accenna ad alcune patologie dell’università, fra cui il potere. A suo avviso, tuttavia, il potere che si esercita nell’istituzione universitaria non sarebbe una vera e propria patologia, quanto piuttosto il sintomo di una «società a responsabilità limitata»: sarebbe in definitiva una giustificazione per non assumersi del tutto la responsabilità delle proprie azioni e iniziative, soprattutto quelle innovative e non previste, con la scusa che il potere le renderebbe vane. Probabilmente questo ha a che fare con la governance neoliberale, che tende alla de-responsabilizzazione: ne parlerò più avanti.

A mio parere, però, il potere in università è una vera e propria patologia, anzi è una piaga senza rimedio. Forse, se confrontato con quello che si esercita in altri contesti, quello universitario non è poi un grande potere, ma in ogni caso esso è coniugato col prestigio; e, come ricorda la sempre lucida Simone Weil, il prestigio è ciò che costituisce per più di tre quarti il potere. È prestigioso insegnare all’università: è un privilegio di cui a lungo ho apprezzato gli aspetti positivi – fare ricerca liberamente, scrivere, pubblicare, essere in relazione con le/gli studenti e con docenti affini che condividono la passione per il sapere –, ma di cui ho mal tollerato gli aspetti deleteri, le patologie, in particolare proprio quella del potere. Il potere in università c’è sempre stato e nessuna legge, per quanto ben intenzionata, è riuscita a scalfirlo minimamente: questo si ripercuote pesantemente sul reclutamento, sull’assunzione delle persone più giovani, quasi sempre cooptate non tanto per il loro merito – un po’ di merito si spera comunque che ce l’abbiano – quanto piuttosto perché gradite a chi il potere lo detiene e lo esercita senza scrupoli.

Chiara Zamboni, nella sua relazione introduttiva, ha accennato alla rottura delle relazioni in università iniziata nel 2007 con l’introduzione di questionari anonimi di valutazione del personale amministrativo da parte dei docenti e di questi ultimi da parte degli studenti. Allora ci opponemmo, non solo Chiara e io ma anche diverse altre/i, perché la nostra politica puntava e scommette tuttora proprio sulla forza e sulla fiducia che circolano nelle relazioni. Tuttavia, in seguito, questo attacco alle relazioni ebbe la meglio. A partire dal 2008, con la riforma Gelmini – fieramente avversata dalla stragrande maggioranza di docenti e studenti – e con altre negli anni successivi, l’autonomia degli atenei si tradusse di fatto in una governance neoliberale che concepì le università come aziende in competizione fra loro; furono indirettamente invitati a competere fra loro, rispettivamente, sia docenti sia studenti; e la competizione avvelena le relazioni. L’aziendalizzazione dell’università, con gli studenti ridotti a “clienti”, e la governance neoliberale conferirono un nuovo assetto al potere universitario, reso in un certo senso più anonimo e de-responsabilizzante, come ha notato Fanciullacci, ma senza intaccarne il carattere patologico. Noi di Diotima ci siamo sempre mosse sempre puntando al massimo di autorità con il minimo di potere: sul piano dell’autorità, questa scommessa è stata sicuramente vincente, ma, per ciò che riguarda il potere, com’era tutto sommato prevedibile, non siamo riuscite a scalfirne i meccanismi di fondo.

La questione del potere in università e la governance neoliberale sono stati i due motivi principali per cui ho lasciato il mio lavoro, per altri versi molto amato, prima del tempo previsto per il mio pensionamento. Benché sia convinta che l’esistenza di Diotima e molte iniziative legate alla politica delle donne abbiano creato spazi di libertà femminile in università e altrove, mi resta tuttavia l’amarezza per il fatto che Diotima non abbia eredi, nell’ateneo di Verona, nell’insegnamento della filosofia. Certo, il pensiero e le pratiche della differenza sessuale possono brillare ovunque una si trovi, e il mondo è ben più grande dell’università. Ciononostante, l’amarezza rimane: non mi stupisce, ma mi addolora profondamente che coloro che detengono il potere nella mia università non abbiano sentito il dovere di dare continuità all’insegnamento filosofico di Diotima. Dal loro punto di vista, noi di Diotima siamo state solo “meteore”. Per me, restiamo comunque delle stelle che possono fare luce altrove.


  1. Luisa Muraro, Partire da sé e non farsi trovare…, in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996, p. 13. ↩︎

Partire da sé richiede fiducia, hanno detto alcune di voi, come se il partire da sé poggiasse su una fiducia già esistente. Io credo invece che sia proprio il partire da sé a costruire la fiducia. Non solo la fiducia “tra”, proprio la fiducia “in sé” e “nel sé”.

Mi è piaciuta molto la geometrica intelligenza della relazione introduttiva di Chiara Zamboni, quel suo dare ordine al pensiero di cui sento un profondo bisogno. Credo ce ne sia bisogno proprio per partire da sé con la consapevolezza che essere vivi è essere “nel” e “del mondo” e che la vita è un intreccio continuo di incontri, scontri, attriti, abrasioni con tutto ciò che definiamo “altro” da sé: altrimenti, perché non stare, ognuna/o di noi, là dove già siamo.

Non posso dunque non porre un grande punto di domanda. Che cos’è oggi, nel 2024, nel mondo in cui siamo finite e finiti, che cos’è il sé? Non è certo il sé che era negli anni ’70, per la banalissima ragione che il mondo non è più lo stesso mondo. Ho notato, tra l’altro, un’oscillazione interessantissima da parte delle varie persone intervenute: alcune dicono “partire da sé”, alcune dicono “partire da me”. Non è indifferente, perché sono categorie del pensiero profondamente diverse, come del resto sono stati molto diversi i due partire da sé di Chiara Zamboni e Riccardo Fanciullacci. Se il primo apriva al mondo, ricordandoci che il sé è un fascio effimero di possibilità immerso nella materia tutta, umana e non umana, il secondo tendeva a restringere il campo alle claustrofobiche relazioni di potere che si creano nell’istituzione universitaria. Sarebbe utile capire da dove venga questa differenza.

Un altro interrogativo stimolato dal tema, evocato da Diana Sartori, del perdersi e del trovarsi: ma il sé non è esattamente questo, un luogo di perenne mutazione, di perenne divenire? Chiara lo ha chiamato “nodo”. Io aggiungerei una “s” a quel nodo. Mi piace di più “snodo”, perché il nodo blocca, interrompe, ostacola, ferma, fa problema, mentre lo snodo è un luogo di transito, un luogo di transito di pensieri, emozioni, esperienze, memorie, desideri, ma anche di luce e di buio, di suoni, atmosfere, climi, sensazioni.

Chiara ha parlato di una cosa che in questo momento sta al centro del mio pensiero, che è l’assoluto bisogno di silenzio, o di parole molto, molto ben pensate. E le parole molto ben pensate non possono non venire dopo il silenzio. Il silenzio non è vuoto. Il silenzio è il tempo che ognuna/o di noi deve prendersi proprio perché il mondo sta cambiando a ritmi vertiginosi; è il tempo per capire come mai certe cose ci fanno soffrire, altre ci emozionano, altre non le capiamo, è il tempo in cui fare casa nel disorientamento. E allora, silenzio. Il silenzio è un momento straordinario che spero duri a lungo per me, perché è finalmente il tempo dell’ascolto.

Il partire da sé si è, da alcuni decenni, inflazionato e mercificato, trasformandosi in un seducente inganno narcisistico. Io vorrei, dunque, partire molto dalle altre, dagli altri. E allora ascoltarli, e poi chiedere loro il perché delle cose che dicono, per quali vie, attraverso quali esperienze, ci sono arrivati. Che spazio c’è tra parola e pensiero e, soprattutto, tra opinione e pensiero.

E, in ultimo, che rapporto c’è tra il dentro e il fuori? Chiara ha parlato di questi fasci che ci attraversano. E questo “sé”, appunto, non è oggi un dentro che sa guardare fuori, ma che sa anche lasciarsi guardare da fuori? E un dentro che è tutto teso all’ascolto, ma che è anche tutto disponibile a essere ascoltato?

Infine ringrazio Renata Sarfati e gli altri e le altre che hanno scritto un prezioso documento politico su quanto sta avvenendo nella Palestina storica. Io credo che parlare di “sé” senza cadere nell’ipertrofia del sé che ci viene proposta quotidianamente richieda una grande disponibilità a mettersi in gioco. Ecco, il che a me interessa in questo momento è un sé che si mette a rischio, che è disposto a esporsi, non a esibirsi. Si può definire sé un che non rischia? Ed è proprio questo sé audace a innescare gli altri sé, proponendosi come luogo di un possibile rischio comune. Oggi per me, in questo mondo così alterato, così fuori asse, davvero out of joint, questo provare a rischiare insieme è politica.

La pratica del partire da sé nasce all’interno della politica delle donne ed è – per la sua storia – molto vicina a quella dell’autocoscienza, di cui hanno parlato qui in Libreria Linda Bertelli e Marta Equi. Nel testo Autocoscienza ancora, che leggiamo in VD3, 9 ottobre 2023, aggiungono alcune osservazioni sulla pratica del partire da sé: «Due significati: partire da sé significa esprimersi, prendere parola, in un rapporto con il mondo che non cancelli la presenza dei corpi, l’essere corpo di chi parla e di chi ascolta. Il secondo è che partire da sé significa accettazione di sé per come si è e questo esistere per quello che si è, è, per Lonzi, ancora un passo di natura politica».

Con la comunità filosofica Diotima abbiamo scritto un testo: La sapienza di partire da sé. Nel libro Luisa Muraro dice: «Nell’idea e nella pratica del partire da sé, c’è la prospettiva di uno stare al mondo nella fedeltà a sé». «La pratica del partire da sé fa ritrovare non solo la strada, ma te stessa sulla strada nel punto in cui avevi perduto la strada e te stessa». «Partire, o partire da, significhi un movimento iniziale e un trarre spunto, quasi un attingere da. Dunque la frase mette insieme lo staccarsi e il prendere inizio, il separarsi e l’originarsi». «Il partire da sé, nel suo duplice significato coincidente, è dunque un rinnovare, nel contesto biografico e storico, il movimento della venuta al mondo» (Diotima, La sapienza di partire da sé, Napoli 1996, pp. 13-14). Un venire al mondo caratterizzato da uno slancio di apertura a partire dal qui e ora della contingenza.

Quale efficacia ha avuto questa pratica nel mio agire? L’ho trovata essenziale e mi corrisponde profondamente. È uno scandaglio, una sonda per muovermi in modo orientato e radicato allo stesso tempo.

Un suo presupposto, per come la sperimento, è che tutte e tutti noi, quando cerchiamo di dire quel che viviamo, lo facciamo dall’interno di un quadro di riferimento, di un contesto. Di una situazione, di cui partecipiamo.

Altro presupposto: abbiamo con quel contesto una molteplicità di legami consapevoli e inconsapevoli. Legami molteplici, non scelti, con persone e cose. Con luoghi precisi. Relazioni, di cui in parte sappiamo ma che per lo più tessono il lato inconscio del corpo e hanno a che fare con la memoria involontaria.

Proprio perché siamo all’interno di un contesto di connessioni, non si può dire che siamo dei soggetti trasparenti a noi stessi – coscienza pura – che considerano un contesto oggettivo fuori di sé. Piuttosto: ne partecipiamo dall’interno. Ne facciamo parte.

Questo ha una conseguenza. Quando dico che parto da me, in realtà parto da una molteplicità di legami che fanno il tessuto di un’esperienza. Io ne sono uno snodo e allo stesso tempo sono impegnata ad esprimerla. Certo, sono io a sentire questa esperienza e a metterla in parole, ma con la consapevolezza che sto mostrando il potenziale di ciò che io vivo assieme ad altri e alle cose. Non mi metto al posto loro, non mi sostituisco, ma esprimo un contesto di cui partecipiamo assieme. Parlando di un’esperienza, sto dando voce a ciò che io assieme ad altri viviamo, che le cose attorno a me vivono, però dalla posizione che abito in questi legami. Cioè dalla prospettiva contingente e singolare che occupo. O forse sarebbe meglio dire: che sono.

Porto due esempi.

Per anni d’estate sono andata nello stesso posto in montagna. Tra la metà degli anni Ottanta e Novanta ho cominciato a percepire di anno in anno un cambiamento nel colore del cielo e nelle forme delle nuvole. Nella qualità della luce. A me sembrava evidente e ne parlavo, ma a nessuno interessava veramente. Mi ascoltavano per gentilezza, mentre io ero inquieta per quello che percepivo. Solo col tempo gli studiosi del clima hanno parlato dei cambiamenti che vedevo e ne hanno dato una interpretazione scientifica.

Il secondo esempio. Nel 2007 è passata una legge sull’università che applicava le normative europee, che volevano la governance come sistema di governo delle organizzazioni. All’inizio non è successo nulla. Poi però mi sono resa conto di un certo malessere che serpeggiava per qualcosa di indefinibile che stava cambiando. Il malessere era palpabile. Ho allora cercato i segni di questo mutamento. Segnali minuti, ma precisi. Uno ad esempio: essere obbligati a valutare ed essere valutati in modo anonimo. Senza sapere da chi si era valutati. Valutare le segretarie in modo anonimo. Essere valutati dagli studenti in modo anonimo, che sono obbligati a farlo, altrimenti non si possono iscrivere agli esami. Essere valutati nella produzione scientifica in modo anonimo. L’anonimato della valutazione rompeva di brutto le relazioni. I questionari anonimi spezzavano tutte queste relazioni creando legami non liberi e fasulli.

È chiaro che vi sto dando una lettura già politica di quell’esperienza, il cui primo delinearsi e prendere forma però è stato attorno ad un malessere mio che mi sembrava fosse per lo più condiviso. Un partire dalla mia inquietudine, sentendo che esprimeva qualcosa di vero per tanti altri.

Abbiamo allora scritto testi per dire che l’università che volevamo era quella delle relazioni e della fiducia. Abbiamo discusso di questo pubblicamente. Non abbiamo vinto, ma il fatto importante è che abbiamo mostrato per tutti lo scontro simbolico tra una università delle relazioni e quella delle valutazioni anonime, della governance.

Penso che con questi esempi sia più chiaro quel che dicevo: uno dei presupposti di come mi regolo nella pratica del partire da sé è che, se sento – a partire da me – qualcosa di dirompente e in trasformazione, non lo considero mai qualcosa di solo mio ma come qualcosa che riguarda me in relazione ad un contesto. In relazione agli altri. Alle cose. Poi la conoscenza aiuta, ma il primo passo è sempre un’intuizione, una percezione, un sentire in un’esperienza che non si è fatta ancora chiara e che pure si avverte che segnala qualcosa di essenziale.

Questa pratica, l’ho vista agire da tante donne, femministe e non femministe. Come in altre situazioni, il femminismo ha dato una lettura politica ad un agire comune delle donne. In particolare ho visto che molte donne, quando accadono cose fondamentali che le coinvolgono, attraversano spazi di silenzio, non si precipitano a dare giudizi. Entrano in un tempo sospeso, prima di trovare le parole.

Ricordo quando il governo italiano decise di partecipare con azioni militari a fianco della Nato per la guerra della ex Jugoslavia nel 1991. Era stato uno shock per tanti motivi. I giornali accusarono le donne per non essere intervenute subito sulla questione. Perché avevano aspettato prima di esprimere un giudizio. Ora quello che scrivevano i giornalisti era vero. C’era stato un silenzio intenso. Riporto questa esperienza, perché è stata la prima volta che mi sono resa conto che le donne hanno bisogno di un certo tempo di silenzio quando un’esperienza è coinvolgente e occorrono parole non scontate. Ci sono state e ci sono oggi altre guerre, ma l’esperienza di quel silenzio, che sentivo necessario in me e vedevo in altre, mi ha reso più consapevole.

Credo infatti che occorra un momento di silenzio perché l’anima vada a tastare tutti i legami che abbiamo con la realtà per trovare le parole giuste per un’esperienza. È un silenzio sensibile, in cui accade molto. È quando si avverte una situazione in tutta la sua complessità, ed è come se l’anima toccasse le corde via via dei legami che la muovono, sentisse sensibilmente le vie del mondo, per permetterci poi di dire che esperienza si sta vivendo. E questo aiuta ad arrivare ad un giudizio. Dico l’anima sensibile, ma si può anche dire il corpo nel suo lato inconscio, incrostato di legami invisibili.

Certo – in questa pratica – occorre una grande fiducia in quel che si avverte e una fedeltà a quel sentire, che a prima vista e apparentemente è solo soggettivo. Altrettanto importante è che qualcuna abbia fiducia in noi.

E poi sappiamo che non è facile trovare le parole giuste per dire l’essenziale dell’esperienza che viviamo. Siamo ben consapevoli infatti che ogni nostra esperienza è già interpretata dai media, dalle persone delle istituzioni, dai luoghi comuni della nostra società. Le prime cose che vengono in mente sono proprio le interpretazioni più consolidate, perché hanno funzionato nel passato, oppure quelle subito fornite dai media. La scommessa è dare spazio a ciò che nella nostra esperienza resiste al senso comune abituale e a risposte già formulate. Anche se questo ci obbliga a stare silenziose per un po’, a balbettare piuttosto che essere brillanti e perfette.

Rimango sempre perplessa quando, nelle discussioni politiche con donne, una riporta come proprie le opinioni già date che circolano, identificandosi con quello che è stato già detto. Mi viene da chiedere: ma tu dove sei? Rispondendo a questa domanda, si entra in un percorso simbolico che dice del mondo e contemporaneamente ci ricongiunge con noi stesse.


Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 La scommessa del partire da sé, tenutasi il 10 marzo 2024.
Immagine di Giorgia Basch, BilderAtlas

Nei contesti in cui c’è familiarità con il pensiero della differenza e col suo linguaggio, viene sempre ripetuto, tanto da donne quanto da uomini, che questi ultimi sarebbero in difficoltà a partire da sé. Vorrei ragionare su tale pratica senza accontentarmi di questo discorso già sentito e dei miseri vantaggi che può assicurare in quei contesti, cioè l’approvazione che non deriva da ascolto e comprensione del discorso dell’altro, bensì dal riconoscersi in formule note. Partire da sé non è anche tentare di sottrarsi a quei feticci di identità puntellati da simili riconoscimenti?

Se l’invito ricevuto è di scrivere sul partire da sé partendo da me e se partire da sé non è raccontare di sé, ma cercare le parole per dire una difficoltà in cui si è stretti, mostrando così che è un nodo che ha un significato più ampio, politico, allora si potrebbe tentare il colpo di scena e guardare alla difficoltà di parlare a quelle che troppo ne sanno per poter ascoltare. Ci sarebbe pure l’aneddoto: la sconosciuta che mi ha dato i suoi consigli su come dovrei realizzare il partire da me perché non le risulti noioso. Ridicolo? In effetti avrei riso, se non fosse stato per questo pensiero che ha fatto capolino: un uomo che non abbia il debito di gratitudine che ho io verso le maestre del pensiero della differenza, certo a questo punto avrebbe tagliato l’angolo e lasciato la consigliera a cercarsi il suo specchio. Ad ogni modo, non sarebbe un gran colpo di scena perché Lia Cigarini, una di quelle maestre, ha già dato un nome a questa difficoltà (si veda l’articolo “Usare la mediazione maschile”, nella nuova edizione del suo libro). Soprattutto, quella difficoltà non è davvero la mia: quando un incontro mi ha suscitato il desiderio di incontrare il pensiero della differenza, mi sono messo in ascolto, di voci e scritture, per quasi vent’anni e alla fine l’interlocuzione, la fiducia e lo scambio ci sono stati.

La difficoltà su cui invece, in questo periodo, sto ragionando a partire da me e di cui ho pensato di parlare per raccogliere l’invito a ragionare qui sul partire da sé è una difficoltà che incontro sul luogo di lavoro, nel momento in cui cerco di muovermici in un modo diverso. Se fossi un sindacalista o un giornalista, questa mia difficoltà potrebbe riuscire a dirci qualcosa sui sindacati o sui mass-media, ma insegno in un’università per cui è da lì che devo partire. Si dice spesso che oggi il sapere è mercificato e l’università aziendalizzata. Dicendo così si nominano certo dei processi reali, ma è significativo che, nominandoli in questo modo, si riconosca implicitamente che l’università non è di per sé un’azienda come le altre o un’impresa interna alla logica del mercato. Per capire la difficoltà che sto cercando di esporre, questo è dunque il primo elemento: di per sé, in università ne va di qualcosa di più di un interesse privato, ne va del sapere, della sua ricerca incondizionata e della sua trasmissione alle nuove generazioni. Un po’ come in un ospedale ne va della cura incondizionata della salute, secondo quanto ci ricorda il giuramento di Ippocrate. Sono questi degli ideali e non la realtà? Esattamente, sono gli ideali a cui quelle realtà sono rimandate come alla loro misura. Un ideale può essere investito da un desiderio: non è detto che succeda e se succede le cose possono ancora andar male, ma possono anche andar peggio, ad esempio se il desiderio investe solo l’ultimo modello di smartphone. Ad ogni modo, il mio desiderio investe quegli ideali. Ma dal pensiero della differenza ho imparato che quell’investimento, per non andare a male, deve tradursi in relazioni e tanto nutrirle quanto farsene nutrire. Ecco, dunque, il primo filo del mio nodo: un luogo che convoca un ideale (il sapere), un ideale che suscita un desiderio (il mio), un desiderio che sa di poter coltivare quell’ideale solo in una rete differenziata di relazioni in cui circola fiducia. Ho scritto che la rete delle relazioni è differenziata perché ce ne sono almeno di due tipi: quelle con le e gli studenti e quelle coi colleghi e le colleghe. Il nodo di cui vorrei parlare riguarda queste seconde.

Di solito, il partire da sé ottiene necessità quando il desiderio è come ostacolato o stretto dalle cosiddette “mediazioni ricevute”, le interpretazioni e le forme di rapporto dominanti. Ebbene il desiderio che ho evocato si trova effettivamente stretto da un certo modo di abitare l’università che, è facile notarlo, non favorisce né la coltivazione del sapere (la ricerca autentica, l’insegnamento coinvolgente), né il fiorire di relazioni di fiducia (non si dimentichi però il segreto: non sono due cose separate; se non se ne favorisce una, si soffoca anche l’altra).

Dare il nome giusto a questo modo di abitare l’università, che fa ostacolo, è fondamentale. Cercando questo nome, ho innanzitutto escluso che fosse “avidità o sete di denaro”: troppi pochi soldi circolano in università perché la passione che travia il desiderio sia quella per la ricchezza. Un’altra ipotesi che può venire in mente è che a sviare, soprattutto gli uomini, sia la ricerca del sesso, ma il movimento Metoo è entrato anche all’università accelerando una trasformazione di quei costumi. La terza e più importante ipotesi è che la passione sviante sia quella per il potere in generale (il poter imporre, il poter decidere, il far fare) e, in particolare, per il potere dato dal prestigio. Per quanto di potere in palio all’università (e soprattutto nelle facoltà umanistiche) non ce ne sia poi molto e il prestigio sia calante da vari decenni, è fuori di dubbio che dinamiche di potere ce ne siano e che producano i loro effetti malefici, sia a livello dei vissuti, sia soffocando possibilità. Ho anch’io la mia buona dose di storie in proposito, ma invece di raccontarle, rimando a un’opera cinematografica che riesce a parlarne con competenza, pur col tono della commedia: si tratta della trilogia Smetto quando voglio. In rete si trova anche una mia analisi dei primi due film, ma non meno importante è il terzo che solleva l’inquietante problema di quanto di fatto si sia conniventi con quelle dinamiche, per mediocri paure o ristretti calcoli. Proprio questo problema obbliga il ragionamento a fare un passo in più e a chiedersi: dov’è che queste dinamiche di potere trovano il loro aggancio soggettivo? Interrogando la mia esperienza, mi sto insomma chiedendo perché così tante persone, uomini e donne, le assecondino o vi partecipino. La risposta è semplicemente che sono abitate da un desiderio di potere o prestigio? Ne ho incontrate alcune per cui sembra proprio così, ma le altre? Molte pensatrici e qualche pensatore, ad esempio Sant’Agostino, suggeriscono che quel desiderio sia in realtà un desiderio d’amore che non ha trovato la strada giusta. Da qualche tempo mi chiedo se la spiegazione non sia ancora diversa.

Più che un teatro in cui si scontrano solo grandi ambizioni di potere, a me sembra che gran parte della vita accademica assomigli sempre più a un’associazione a responsabilità limitata. Al posto della dedizione alla ricerca di un sapere che sia all’altezza delle sfide del presente o a un insegnamento che esige l’assunzione di responsabilità verso le nuove generazioni, non stanno le drammatiche vicende di un Macbeth o di una Lady Macbeth, bensì povere routine. Ci si adatta, non senza i consueti lamenti, a richieste e modelli di cui è escluso interrogare i fondamenti o le alternative. Limitando il corso all’esposizione di un manuale, la ricerca alla scrittura di saggetti ben confezionati e il lavoro coi laureandi alla valutazione di elaborati verso cui non c’è attesa, si rinuncia a delle possibili sorprese e persino a delle possibili gioie. Mi chiedo perché succeda tutto ciò e non mi soddisfa la risposta che invoca il desiderio di potere e di carriera. La mia ipotesi è che quei modelli seducano il soggetto promettendogli i vantaggi di una responsabilità limitata. Ossia: schermando il pericolo che si corre quando si lascia la strada vecchia per raccogliere la sfida di un desiderio grande come può essere il desiderio del sapere (che si sente in sé e che si legge negli occhi di altri, ad esempio le e gli studenti). C’è chi dice che sia proprio questo il nuovo volto del potere in università: non più la dinamica tra il servo e il barone, ma i modelli impersonali dell’accreditamento e della valutazione standardizzata. Io aggiungo che nel tornaconto ci sono i vantaggi, di corto respiro, della responsabilità limitata.

Questi vantaggi, comunque, per me sono svantaggi perché mi passa la voglia di fare e finisco per deprimermi. Così, cerco passaggi verso un modo diverso di abitare questo luogo. Provo a fondare situazioni differenti. Lo scorso ottobre, ad esempio, ho organizzato un seminario, che continua ancora, in cui leggiamo Le nuvole di Aristofane, la commedia tra i cui personaggi c’è Socrate: è un seminario che non dà crediti agli studenti e che non viene retribuito ai docenti. Si basa sull’idea di una messa in comune dei saperi e delle esperienze per ragionare su quel testo: partecipano una quarantina di studenti e molti colleghi e colleghe di discipline diverse, dalla letteratura greca a quella bizantina, dalla semiotica alla storia del teatro, dalla filosofia politica alla storia greca, dalla paleografia all’antropologia culturale e alla storia della filosofia antica. Per più versi, si tratta di un contesto generativo.

Sto dunque raccontando una storia che finisce bene? Non proprio, perché c’è qualcosa che mi angustia. Potrei dire che è il terzo filo di questo nodo, insieme al desiderio grande e alle forme della responsabilità limitata. Lo descriverò così: se sono le relazioni di fiducia la risorsa attraverso cui creare un luogo per quel desiderio, entro lo spazio ingombrato da quelle forme, dove cercare la misura per quella fiducia? A me viene spontaneo cercare tale misura prendendo a modello le relazioni di amicizia: cerco, insomma, di diventare amico con quei colleghi e colleghe insieme a cui metto in piedi il tipo di situazioni generative descritte. Ma alcune brutte esperienze vissute qualche anno fa in Francia mi dicono che non è una buona soluzione. In effetti, se ci penso con un po’ di distacco, mi accorgo anch’io che, in un contesto in cui è forte la tentazione della responsabilità limitata, non è un’ottima idea proporre un coinvolgimento così intenso come l’amicizia. Ci si destina a delusioni, che però si potrebbero evitare perché dipendono da attese eccessive. Ho dunque bisogno di un’altra misura per le mie attese, ma quale?

A dire il vero, Aristotele parlava di un tipo di amicizia che si realizza proprio nella coltivazione comune di ciò che è più alto, ma non è chiaro come imparare a praticarla. E se, invece, l’amicizia e la fiducia fossero da coltivare altrove, così che da lì possano nutrire un modo di entrare nei contesti dove prevale la responsabilità limitata, capace di coinvolgimento e di creatività, ma non privo di prudenza? Rileggendo il saggio di Luisa Muraro, Partire da sé e non farsi trovare, mi ha colpito in proposito questa frase: «Quello che devo saper fare sono i conti con la realtà, me compresa, e farli bene». Qui si allude alla possibilità di un conto in cui possano trovare misteriosamente posto anche quelle figure dell’incalcolabile che sono il desiderio e gli ideali (o beni comuni). Quel desiderio, grande ma intimo, che impari a riconoscere entro le relazioni di fiducia, nominarlo e giocarlo poi anche in altre relazioni, di cui accetti la differenza proprio nello stesso momento in cui resisti a che divengano a responsabilità limitata. Penso sia questa contrattazione sapiente la via difficile e stretta che mi indica Muraro.


Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 La scommessa del partire da sé, tenutasi il 10 marzo 2024.

Questo incontro di Via Dogana ha come tema la scommessa del partire da sé. Il partire da sé è una pratica che è stata importantissima per il movimento delle donne, noi abbiamo scritto nell’invito «una pratica vincente». Vincente perché ha permesso di scardinare il discorso neutro-oggettivo su di noi che gli uomini ci imponevano dall’esterno. E adesso è una scommessa che vogliamo proporre a tutte e a tutti come una delle possibili vie d’uscita dalla crisi di tutti i modelli politici, che oggi stanno drammaticamente franando.

Personalmente sono ancora un’apprendista della pratica del partire da sé, perché ho fatto venticinque anni di politica neutra maschile, iniziando molto giovane, e questo mi ha inculcato tutti gli schemi dell’“oggettività”, dell’astrazione, e devo ogni volta fare uno sforzo cosciente per tornare al mio sentire, e a volte non lo riconosco, non lo “sento”. C’è un qualcosa che mi fa arrabbiare, o che risveglia la mia diffidenza, o che suscita altre reazioni, ma non riesco a individuare che cos’è, cerco di far ricorso a razionalizzazioni e non so metterlo a confronto con me stessa. Quando ci riesco però mi rendo conto della profonda differenza, mi rendo conto che viene fuori l’autenticità, la chiarezza sulla natura politica dei problemi. E diventa più chiaro anche cosa è possibile fare.

Il partire da sé naturalmente non è l’autobiografia, non è fermarsi a raccontare la propria esperienza. È, per dirlo con le parole di Luisa Muraro che abbiamo citato nell’invito1, coinvolgersi, non pensare per schemi astratti ma coinvolgersi in quello di cui si parla, sapere se ci tocca, perché e per quale motivo.


Ne parleremo con Chiara Zamboni della Comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, che parlerà del partire da sé e delle relazioni con il contesto in cui si parte da sé, e con Riccardo Fanciullacci, che accetta la scommessa che sia anche una pratica politica per gli uomini e che ci porta l’esperienza di un tentativo di attuarla, ma anche delle difficoltà che ha incontrato.

Anche Riccardo ha partecipato alla Comunità filosofica Diotima. Ora è docente all’Università di Bergamo; ha collaborato e scritto con Luisa Muraro e insieme a Stefania Ferrando ha curato la raccolta di scritti di Lia Cigarini La politica del desiderio.

  1. “Partire da sé, che vuol dire: rinunciare al punto di vista oggettivo esterno per coinvolgersi nella realtà in questione, e farlo distaccandosi da sé, per mettersi nel movimento della trasformazione di sé e della lingua, una cosa mediante l’altra.” ↩︎

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 La scommessa del partire da sé, tenutasi il 10 marzo 2024


Domenica 10 marzo 2024, 10:30-13:00
Libreria delle donne, via Calvi 29, Milano

Il partire da sé è una pratica inventata dal movimento delle donne alla fine degli anni ’60 del ’900. Se per le donne è stata innegabilmente una politica vincente, oggi questa scommessa riguarda sia le donne che gli uomini almeno per due ordini di ragioni. È infatti una possibilità che si apre a fronte di una crisi sempre più grave delle forme della politica maschile: per comprenderlo basti pensare a quanta forza hanno avuto le parole e le azioni della sorella e del papà di Giulia Cecchettin uccisa dal suo ex fidanzato. Inoltre viviamo in un’epoca in cui i sistemi di governo entrano sempre più a normare e regolare ogni aspetto della vita e il potere non è una cosa astratta e lontana, ma lo viviamo nei nostri stessi corpi che diventano la posta in gioco: proprio dai corpi, da ciò che patiscono e da ciò che desiderano può partire il cambiamento.

Per discuterne insieme riprendiamo delle parole di Luisa Muraro: «Partire da sé, che vuol dire: rinunciare al punto di vista oggettivo esterno per coinvolgersi nella realtà in questione, e farlo distaccandosi da sé, per mettersi nel movimento della trasformazione di sé e della lingua, una cosa mediante l’altra».
Ne parliamo con Chiara Zamboni e Riccardo Fanciullacci. Introduce Silvia Baratella.


Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Riprendo in queste note, a mio modo, alcuni dei temi trattati nella redazione allargata di VD3 sull’immigrazione, domenica 3 febbraio 2019. Penso che il discrimine della differenza sessuale sia cruciale non solo per le donne migranti, ma per noi tutte. Le prime, come è stato detto, spesso soggette a violenza, se noi non facciamo la differenza non ci parlano, non parlano in un contesto in cui sono presenti anche gli uomini. Alcune di noi, d’altro canto, sono messe in affanno quando i migranti sono più uomini che donne.

Le migranti, in questo paese, non hanno determinato quasi alcun problema. Generalmente, grazie a relazioni tra donne anche faticose e impegnative, hanno piuttosto aiutato a risolverne molti.

I migranti se non hanno una donna che li accompagni, che li abbia voluti accanto a sé, che li abbia qui richiamati dal paese di origine ed introdotti, che insomma se ne faccia garante, possono essere un problema. Per me è così.

Si riducono i luoghi della città in cui giro sentendomi relativamente libera e serena, a causa della presenza di nutriti gruppi di uomini. Ho smesso di usare i mezzi pubblici di sera tardi, per la presenza quasi esclusiva di uomini che non mi capiscono e di cui non capisco la lingua o il cui colore della pelle rimanda a civiltà di cui non conosco i codici e nelle quali so che il posto delle donne è quello della soggezione. L’argomentazione che la maggioranza degli stupri sono commessi dagli uomini che ci sono più familiari, non basta a convincermi che non sia più che opportuno scansare quei luoghi.

Certo non rincuora, come ci raccontano le più intraprendenti di noi, fondatrici di associazioni, animatrici attive di politica, che studiosi, attivisti, affiliati a più famose e potenti “associazioni nazionali”, donne non escluse, non colgano la centralità della differenza sessuale. Gli pare efficace, per invalidarne l’importanza, notare che anche gli uomini vengono stuprati dai loro simili. Pare loro che venga enfatizzata la violenza sulle donne, se agita da immigrati. Non vedono le migranti prostituite e i loro prostitutori, ma si concentrano sui diritti delle lavoratrici del sesso. Mi chiedo se si può fare qualche cosa per dare loro la sveglia, perché vedano che quanto di intollerabile viviamo a motivo delle migrazioni è un problema di uomini, italiani e stranieri, è un problema di violenza maschile.

E mi chiedo se la nostra libertà di donne esiga di non arrenderci alle migrazioni come fatto ineludibile, di non avallare la previsione dell’irreversibilità degli attuali movimenti migratori.

Per me il bene è che questo fenomeno, per i modi e i motivi per cui si manifesta, abbia fine. Che le guerre, le carestie, le siccità indotte da interventi umani sciagurati, abbiano fine. Che i migranti possano restare sulle loro terre a custodirne integrità e fertilità, che si interrompa la forzata sconnessione degli uomini dalle donne.

Riflettendo sulle parole che comunemente vengono usate, non voglio negarmi la possibilità di dire aiutiamoli, qui da noi o a casa loro, se è di aiuto che hanno bisogno, ma voglio dire essenzialmente che a casa loro bisogna smettere di depredare e cominciare a restituire, a risarcire, e penso soprattutto all’Africa. Si tratta di riparazioni di guerra, perché di una guerra si è trattato, secolare, di ininterrotta strage, schiavitù e rapina.

Mi pare che si debba continuare a dirlo forte e chiaro e che è su questo punto che si deve trovare uno spiraglio per cominciare a intervenire. Poi molti modi civili e sensati di promozione o di risposta positiva alla domanda di immigrazione possono essere trovati, tenendo fermo il punto della differenza sessuale e mantenendo al primo posto la libertà femminile. Due esempi di cura e attenzione possibili: accoglienza prioritaria di donne migranti che vogliono sottrarsi alla violenza di padri, fratelli, mariti; informazione diffusa tra le donne italiane sulla legislazione e sulle usanze prevalenti nei rapporti fra uomini e donne nei paesi di provenienza dei migranti.

Resta il fatto che deve essere garantita una vita degna a quelle e quelli che già vivono in Italia e che degnamente dovranno essere accolti quelli che ancora arriveranno.

E non vorrei privarmi della parola accoglienza “solo” perché quella di Stato si è rivelata ennesima occasione di criminalità e violenza.

La tesi che l’abitare, la convivenza in quanto tale, sarebbe la via per volgere in accoglienza, in libera accettazione quel che spesso proprio nella vicinanza è paura, lontananza, avversione, non mi pare convincente. Certo è il punto di appoggio su cui far leva, sulla e nella convivenza si combatte la battaglia della relazione con i migranti. Se perfino l’abitare manca, siamo nella disperazione dei Cara, delle baraccopoli, dei palazzoni fatiscenti occupati, frutto di decenni di inerzia di tutte le forze politiche del paese.

Abbiamo pieno titolo ed esperienza sufficiente per discuterne, grazie alla presenza attiva nostra e delle nostre simili nella società, grazie alla “politica prima” che molte donne praticano, grazie al tanto, fatto e detto, per promuovere una degna permanenza di minori, donne e uomini migranti, là dove eravamo e siamo, nelle scuole, negli ospedali, sui tram, nelle nostre case come nelle imprese ed associazioni di donne, a garanzia del passaggio dalla prima, semplice accoglienza alla ricchezza della relazione.

Uno dei punti di svolta possibili sembra essere dato, come a Riace, da una comunità che ritrova un proprio, preciso interesse nell’accogliere i migranti. Se non è la Confindustria a convincere del bisogno che abbiamo di immigrazione, può essere, paradossalmente o forse non tanto, la parte più debole della popolazione, quella che può trarre immediato profitto da questa forza giovane, la forza che nell’invecchiamento viene a mancare, che manca alle campagne incolte, ai boschi abbandonati, a un grande e antico patrimonio edilizio altrimenti destinato al degrado. Vi è una mobilitazione possibile in questa direzione, Riace lo dimostra.

Cambiando scenario: anche negli spazi delle grandi città, mettendo al centro il “primum vivere” e non rimanendo incastrati dal ricatto del lavoro che manca, si potrebbe pensare al reciproco beneficio di scambi non convenzionali, inventando, agevolando forme di vita che permettano mescolanza e convenienza. Anche i poveri di certi degradati agglomerati urbani, potrebbero per tali vie trovare nei migranti una ricchezza.

A me pare che la maggiore presenza politica delle donne nella vita pubblica, a partire dalle città, può applicarsi al meglio a tutti i temi affrontati. Potrebbe provare inoltre a eludere la via delle burocrazie, degli stati nazionali e delle bande criminali, per creare un flusso di ricchezza da indirizzare attraverso donne e uomini migranti nei paesi di origine, perché vi tornino più forti e ritemprati o aiutino chi è rimasto a realizzare progetti, avviare imprese: per riportare ricchezza che è cosa varia, fatta di denaro, certo, ma come sempre ripetiamo, forse prima di tutto di pensiero, parole e relazioni.