So perché sono nata ma non so perché sono viva. Sono nata perché una donna e un uomo di buona volontà mi hanno voluto mettere al mondo, farmi vivere.
“Come fai, come hai fatto a sopravvivere, vivere?” ancora talvolta mi viene chiesto dalla data della più impensabile delle perdite (1990). Il tono è affettuoso, partecipe, un abbraccio accompagna la domanda, so che è inconsapevole del carico di colpa che sprigiona.
Già, perché sono viva? Come ho fatto? Impossibile non chiederlo a sé stessa.
Ho un’esperienza molto ampia di lutti, reiterati frequenti ravvicinati. Eppure non ho interesse a condividere le perdite una per una, ma sì l’ampia esperienza ricavata.
Nel 1990 non ho pensato, non ho accolto, non mi sono affidata all’idea dell’elaborazione del lutto. Non esiste o non esisteva per me, per il mio modo di essere, di sentire. Ho preferito stare nel dolore del lutto e vedere cosa succedeva. Che nessuno me lo toccasse quel dolore, ormai compagno. Non quindi un’elaborazione, ma sì una chiamata, che viene dalla vita e dal mondo.
Sabato 3 ottobre, qui in Libreria, ho ascoltato Rosella Prezzo, che ci ha parlato magistralmente di María Zambrano e del testo Note di un metodo. Sua la traduzione e la prefazione.
Questa chiamata da quel momento la chiamo “vocazione”. Vocazione per Zambrano non è quella religiosa, o un’attitudine, una inclinazione. Ma nel senso latino originario sta per “vocatio”, la chiamata che individua il “vocato” e lo invita a rispondere prima di tutto di sé stesso ad altro, alla alterità plurale. “Chi? io?” sono io, dici a me? e tu t’interroghi e la prima risposta la dai a te stessa.
Quale è la vocazione per te irrinunciabile? A quale vocatio rispondi?
“Da sempre ho avuto una vocazione radicata, profonda. La filosofia era per me irrinunciabile, ma ancor più irrinunciabili erano la vita e il mondo” (Zambrano). Ecco, allora io sono forse sopravvissuta, vivo perché la chiamata della vita e del mondo è più forte dell’esperienza negativa del lutto.
E ho anche pensato che il lascito di Lia e Luisa, è proprio questa vocazione. Lia e Luisa in tutti questi anni in cui siamo state vicine, ci hanno sempre, a me almeno, ma penso a tutte, stimolato in questo senso.
Per Lia in particolare, con cui ho passato tante ore col suo baby whisky come lo chiamava e col mio spumantino sedute sul divano Tecno, era argomento di concentrata conversazione. Toccava la storia, lo stato del femminismo, ma anche la politica istituzionale di cui condividevamo non dico la passione ma almeno l’attenzione… la lezione di Lia era proprio questa. Non perdere di vista il rapporto con la vita e con il mondo.
Luisa non lo esprimeva tanto con parole organizzate, che le sue erano sempre luminose e capaci di trasportarti in un oltre, al di là di regole e ragione. Ce lo faceva vedere però con la sua vita e la sua attenzione a tutto ciò che la circondava, vicino e lontano.
Il lavoro del lutto cui è dedicato questo numero, necessario giusto perfetto in questo momento per non soccombere alla perdita, non significa partire da zero, anche se talvolta può sembrarlo. Non significa neppure ripercorrere all’infinito una strada già percorsa e tracciata, con la guida di chi piangiamo. Una strada capace di dare risposte feconde, pur non essendo immune da inciampi, chiusure e irrigidimenti. Il lavoro del lutto significa per me abbandonarsi a quel lascito che abbiamo avuto la fortuna di ricevere e rispondere a quella vocatio, quella chiamata della vita e del mondo per non perdere sé stessi.
Voglio precisare che non credo che basti fare spazio a ciò che è fuori di qui, alle forme che prende il femminismo, alla politica istituzionale, alle lotte, agli scellerati squilibri internazionali, non basta aprire al mondo, occorre aprirsi al mondo. Non è solo un accogliere, è soprattutto un “andare verso”.
Perché non c’è niente di peggio che confinare una vocazione in una cosa o in una casa. Dentro le mura di una casa.
È come quando la parola viva perde la capacità di rivelare qualcosa di nuovo perché imprigionata in un linguaggio irrigidito e stereotipo.
Sono grata alla Libreria per aver organizzato questo incontro e alle tre amiche che lo hanno aperto, perché in particolare la morte di Lia e Luisa può segnare uno spartiacque tra il prima e il dopo, e comunque ha provocato la necessità di elaborare il lutto, personale e collettivo, privato e pubblico, della loro perdita. Per quanto mi riguarda, ho continuato a interiorizzare molte delle loro parole e dei loro pensieri, che non cessano di darmi misura nonostante la loro assenza, anzi, proprio perché ho accettato la loro assenza. Si tratta certamente di un’altra forma di relazione, e la trasformazione avvenuta non riporta a un vuoto, ma a un’altra forma di presenza.
E vengo alle mie riflessioni di oggi, stimolate dagli interventi precedenti.
Non parlo di morti vicine, nel senso di genitori, parenti, ecc. E neppure delle troppe morti che costellano il nostro presente con le guerre, le carestie e i disastri naturali a causa della hybris maschile. Invece vorrei parlare di un lutto – così lo chiamo a posteriori – che ha rappresentato per me l’allontanamento di mio figlio. Ne parlo al passato perché per fortuna qualcosa sta cambiando grazie al mio lavoro del lutto. Mio figlio, il mio secondogenito, da alcuni anni è andato a vivere all’estero per motivi che lui condivide con molti giovani, ragazzi e ragazze, che se ne vanno per avere una situazione di vita migliore di quanto troverebbero nel nostro Paese. E all’estero ha avuto il suo primo figlio, confermando indirettamente i risultati di ricerche sulla convenienza di avere figli fuori dall’Italia, come expat. Mentre da noi ci si lamenta della denatalità, assistiamo a un esodo continuo di nostri giovani all’estero, molti con alti titoli di studio, e molti dei quali all’estero incontrano appunto condizioni favorevoli e i figli li fanno. Si tratta di un trend strutturale su cui troppo poco si è prestata seria attenzione da parte dei nostri governanti. E si tratta di un problema politico, perché è un fenomeno esteso che va incrementandosi particolarmente in Italia e ha ricadute non secondarie sulla qualità della vita collettiva. Chi ci governa lo elude per colpevole cecità politica o, nella migliore delle ipotesi, lo disconosce. Il disconoscimento, che sembra diventato la cifra del nostro tempo come propone la filosofa slovena Alenka Zupančič, non è negazione di un fenomeno, ma una forma di evitamento, un dispositivo difensivo della ragione (e della politica). Per fare un esempio: quasi tutti ormai sappiamo del cambiamento climatico, di cui parlerò tra poco, ma andiamo avanti come non esistesse, lo disconosciamo, come dicessimo «Sì, lo so ma…». Però in questo modo disattiviamo qualsiasi possibilità di trasformazione.
Da questo allontanamento di mio figlio è iniziato un periodo in cui ho molto pensato alla morte, alla mia morte, un fatto credo inevitabile data la mia età avanzata (ho ottantadue anni), ma ho sentito anche che c’era una sproporzione del mio sentire rispetto alla realtà, e ho dovuto fare il lavoro del lutto.
Un altro fatto che mi ha portato a questo sentimento di morte è, come dicevo, il cambiamento climatico. Io sono molto sensibile a quanto avviene nel mondo naturale, piante, animali… Vivo in una casa circondata da un bosco che una volta era bellissimo, guardo e ascolto le piante: è come se parlassi con loro e sentissi il loro dolore. Quasi un’identificazione inconscia, accompagnata dalla malinconia, per liberarmi dalle quali ho dovuto accettare il lavoro del lutto. E anche il cambiamento climatico è un fatto politico, eluso da governanti e decisori, di fronte al quale nella migliore delle ipotesi assumono la postura del disconoscimento.
Il lavoro del lutto è un’espressione che io manterrei. Si tratta di un vero e proprio lavorio psichico e simbolico, necessario per far vivere e rivivere il desiderio e la vita stessa. E il desiderio, lo sappiamo, è una spinta essenziale non solo per la vita, ma anche per la politica, in particolare la politica delle relazioni e del simbolico. Negli ultimi tempi per fortuna ha cominciato a sprigionarsi in me un desiderio vitale, che mi permette di rilanciare pratiche di relazione con alcune donne attorno a iniziative comuni. E questo è fondamentale, così come è fondamentale che restino e si rivitalizzino luoghi storici come la Liberia delle donne di Milano e altri, perché questo è un irrinunciabile.
Da poco più di sei mesi sono immersa nel lavoro del lutto per la perdita del mio amatissimo marito. Sergio ha trascorso l’ultima settimana della sua vita nel reparto delle cure palliative e io mi sono trasferita lì con lui e ho portato nella stanza dei fiori, alcuni suoi disegni, i suoi colori, dei libri.
Dopo un paio di giorni in cui ancora era cosciente e mi parlava è caduto in un sonno sereno e profondo dal quale sapevo non si sarebbe più risvegliato. Lo guardavo, gli accarezzavo il viso, ero in relazione solo col suo respiro e con il suo cuore così malandato che ostinatamente continuava a battere. Non se ne voleva andare, lo so. Lo diceva anche la dottora che lo assisteva: «È una fibra forte, vuole restare con noi». Dove ero io e dove era lui? Entrambi sospesi in una situazione irreale, in qualcosa di insostenibile. C’era in me quella alterazione dell’io investito dall’alterità dell’altro di cui ha parlato Ida Dominijanni e, nell’accompagnamento alla morte e in quel lutto continuo, la perdita dei confini tra sé e la persona amata. Piangevo e da allora non ho più smesso di piangere. E insieme alle lacrime una rabbia tremenda. Ero arrabbiata con la vita, con le strutture sanitarie, con le infermiere che la mattina in cui mio marito è morto mi hanno obbligata a lasciare in fretta la stanza che doveva essere liberata, sanificata. E io dovevo sbrigarmi, andare alla SVS per le onoranze funebri, andare dal tabaccaio per pagare certe tasse al comune, in banca a fare dei bonifici. Senza un attimo di tregua. Mi sono sentita espropriata della sacralità della morte, della contemplazione del mistero che quando la vita se ne va avvolge il volto di colui che non c’è più e che io ho contemplato sul volto di mia madre quando è morta. Ma lei è spirata in casa dove tutto avveniva nella calma, nel silenzio. Sergio desiderava che al suo funerale ci fosse la musica e io ho esaudito il suo desiderio. C’era tantissima gente a dargli l’ultimo saluto e gli amici musicisti, ma prima della musica io volevo un momento di raccoglimento, parole di commiato. Non è stato possibile perché i morti da cremare erano tanti e ancora bisognava fare in fretta, sbrigarsi. Il mio odio aumentava, ma l’odio – e l’ho capito grazie alla mia analista – rischiava di bloccare il lavoro del lutto, il processo di simbolizzazione necessario a portare Sergio dentro di me. Il suo funerale tornava nei miei sogni e sapevo nel sogno che esso era già avvenuto ma era necessario rifarlo e farlo bene. Sul lungomare di Livorno, ad Antignano, c’è una scalinata che scende fino al mare e lì, affidate alle onde, ci sono centinaia di pietre con incisi i nomi delle persone amate e perdute. Questo rito bellissimo è nato anni fa dal gesto di un uomo, Mario Bartoli, che dopo aver perso un figlio di diciassette anni ha preso una pietra, vi ha inciso il nome del suo ragazzo e l’ha posata nel mare. Da allora come per contagio quelle pietre si sono moltiplicate e il Mare dei Ricordi è diventato un luogo di compianto, di preghiera, di memoria. Così ho chiamato Mario e gli ho chiesto di incidere una pietra con il nome di Sergio, anzi con il suo nome d’arte di pittore e con il quale voleva essere ricordato, “Manolesta”. Il 18 agosto lui avrebbe compiuto settantanove anni e abbiamo scelto quel giorno per onorare la sua nascita e rendergli omaggio. Con la famiglia, le amiche e gli amici ci siamo ritrovati poco prima del tramonto alla scalinata, mio nipote Elia ha posato sul fondo marino la pietra, io ho gettato nell’acqua dei girasoli, i suoi fiori preferiti. Una cerimonia commovente, festosa, magica. Abbiamo brindato con del vino bianco alla vita che lui tanto amava e invocato il suo nome. L’urna con le ceneri di Sergio me la sono portata a casa tuttavia ogni tanto sento il bisogno di andare a trovarlo al Mare dei Ricordi, di guardare la sua pietra che come le altre affiora tra onde, alghe e pesciolini. Custodisco in me, come un bene prezioso, le immagini dell’ultima settimana vissuta con Sergio alle palliative: il suo respiro, il suo volto composto e sereno, le mie carezze. Lui stava morendo eppure in questo ricordo c’è qualcosa di vivo, di palpitante. Non so spiegarlo ma è qualcosa che sento. C’è una parte enigmatica nel lavoro del lutto, nello sporgersi verso il vuoto, l’assenza dell’altro ma è proprio a partire dalla perdita, accogliendola, che si possono generare legami d’amore. Con le persone care, con la vita, col mondo. Una sera di luglio ero seduta sul divano, guardavo un film e a un certo punto ho sentito Sergio. Era lì, davanti a me, intravedevo la sua figura ma soprattutto ne avvertivo la presenza. In maniera fortissima. Era con me, era venuto a trovarmi. Pochi attimi come il battito di ali di una farfalla o forse di un angelo. Era il battito del suo spirito, un dono.
L’influenza affettiva che ci viene dalle vicende del mondo è funerea, un insieme di grandi lutti: carneficine, distruzioni di risorse naturali e sociali e il lutto della politica. Questa ha abbandonato ogni etica per rivolgersi esclusivamente agli interessi dei potentati. Solo le religioni, e in particolare quella cattolica, a me pare difendano oggi la vivibilità delle relazioni tra popoli, senza riuscire a coinvolgere i governanti.
L’obbedienza e l’impotenza dei cittadini li ha portati in questi decenni a cercare nelle relazioni personali la libertà di agire investendo nelle relazioni amorose e in quelle economiche, e questo rende possibile ormai anche un ritorno collettivo all’amore e all’economia che ne faccia terreni di dialogo e di condivisione.
Si aprono per noi donne organizzate culturalmente e per altre forze culturali le strade della corresponsabilità che il personale è politico ed è costruibile con la riflessione e il dialogo. Un ritorno a dare ideali affettuosi alla politica, fiducia e desiderio alla relazione con altri.
La grande mortalità presente indirizza l’attenzione alle prospettive di chi viene messo al mondo e sono le donne le più sensibili a questa responsabilità. Possiamo illuminare la scena della generatività, della libertà delle donne e della necessaria protezione culturale dalla violenza in cui investire ingenti forze. Quella che le abusa sessualmente e le riduce a operaie della carnalità, che le costringe a sopravvivere economicamente vendendo quanto hanno di più intimo. Trovare equilibri tra maschi e femmine che siano culturalmente condivisi è la forza decisiva per contrastare il dominio perché questo si è eretto sulla loro contrapposizione dipendente. Una dipendenza che deve essere ragionata. Equilibri già ci governato in natura, sono ben più potenti dell’umanità, e la scienza ce li spiega di continuo; stiamo imparando anche questo dal lutto di non poterla più pensare come una risorsa priva di limiti. La cultura odierna è comprendere i limiti, l’equilibrio possibile in tutte le cose e in tutti i conflitti.
Il lutto nelle relazioni che ci hanno dato vita e si sono spente nella presenza, sono state richiamate in più modalità nella stessa redazione aperta di domenica 4 ottobre di Via Dogana. I morti sono dentro di noi come esperienze e sono state assorbite dalle nostre personalità. Lia mi disse alla morte del padre: «Non è scomparso, è dentro di me» e mi ha dato questa direzione positiva. Un’altra è stata descritta e io stessa la testimonio: ci fa sapere quanta fatica costano le relazioni e quanta gioia ci consegnano. Le possiamo rinnovare con l’impegno e l’interesse per altre persone ancora, basta osservare chi frequentiamo, interessarcene, scambiare parole di conoscenza, le gemme sono sufficienti per farci sentire fiduciose e allegre. Fino alla fine della vita ci innamoriamo di chi ci dà un poco di attenzione e noi stesse possiamo farci amare se rinnoviamo la disponibilità a dare e avere fiducia.
Il lutto dell’invecchiamento lo viviamo noi stesse, ad un certo punto, lo curiamo reinvestendo in affetti culturali, politici, personali; sarebbe bello che tutti si potessero innamorare del personale che li assiste quando non hanno altro. Lo esigiamo dal nostro paese?
Per tanti anni sono stata riluttante, anzi evitante, nei confronti dei funerali perché mi riaccendevano il dolore e il marasma emotivo per la morte tragica di mia madre. C’è anche un mio tratto caratteriale: sono impressionabile e l’idea di un corpo gelido e dell’immobilità della morte mi disturba parecchio.
Tuttavia in questi ultimi anni dentro di me qualcosa è radicalmente cambiato. Dopo l’11 settembre, con l’attacco terroristico alle torri gemelle, io mi ero identificata nella distinzione avanzata da Butler in Vite precarie tra vite che contano e sono degne di compianto e vite che non contano e quindi sono anche in morte indegne. Vivendo in Occidente con una vita dignitosa io sarei collocata dalla parte delle vite che contano, eppure non è più così il mio sentire. A modificarmi ci sono stati gli anni della pandemia, a cui hanno fatto seguito gli anni di guerre che sembrano non poter finire. Ho impresse dentro di me immagini che non mi danno pace: file di camion a Bergamo pieni di morti che nessuno aveva salutato, ancora di più in Palestina corpi smembrati ricomposti a caso e sepolti a caso.
L’enorme quantità di morti sia civili che militari da una parte e dall’altra nei teatri di guerra fanno un accumulo tale che sono – siamo – presi in un vortice che porta sempre più giù nella svalorizzazione della vita umana: se la vita non è più sacra, se può essere annientata con tanta facilità diventando spettacolo a cui assistere ogni giorno, allora forse nessuna vita vale più niente. E questo non riguarda anche la mia? Attraverso questo sentire sono arrivata alla necessità del lutto e di nuovi rituali per celebrarlo, non solo per le persone vicine ma anche per quelle sconosciute e lontane. Celebrare il lutto per le morti sconosciute è qualcosa che va oltre la pietà umana, è qualcosa di necessario per me stessa, per ridare valore alla mia stessa vita.
C’è un salto d’epoca di cui prendere coscienza. Come ha detto Ida Dominijanni riferendosi alle più recenti analisi di Butler, siamo all’epoca della luttuosità della vita. Le guerre permanenti, gli eventi climatici estremi fanno sì che il lutto per la perdita non sia un passato da elaborare, bensì una dimensione del presente, che si ripete e si ripete, per la continua distruzione di umani e non umani.
Su come trovare nuovi rituali del lutto ci sarebbe molto da ragionare. Ci può aiutare l’arte. Mi ha colpito la vicenda dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath all’ultima Biennale di Venezia. È un’artista che ha molto lavorato sul lutto e doveva presentarvi la sua opera Elegy. Non ha potuto partecipare perché è stata censurata dallo stesso governo sudafricano in quanto per quell’occasione aveva dedicato una delle sue video installazione a Heba Abunada, una poetessa palestinese uccisa in un attacco aereo israeliano a Gaza. L’artista è comunque riuscita a presentare l’opera a Venezia fuori dal contesto della Biennale presso la chiesa di Sant’Antonin.
Goliath afferma con la sua opera che il lutto è un atto necessario e ha offerto a chi ha visitato la sua mostra la possibilità di partecipare a un nuovo rito per le morti sconosciute, entrando in risonanza con l’opera e ascoltando in silenzio il canto che è l’elemento centrale delle sue video installazioni.
In redazione si siamo chieste cosa accade alla relazione quando una delle due muore e questa domanda mi riguarda da vicino nella relazione con Luisa Muraro, che era un legame centrale e continuativo nella mia vita.
Non era solo politico, ma anche di amicizia: per tanto tempo, finché è stato possibile, ci siamo frequentate settimanalmente e poi erano telefonate, anche difficili, quando non stava bene e – data la mia problematica autonomia motoria – tormentavo le amiche perché andassimo insieme a trovarla.
Ora Luisa non c’è più e io non posso fare a meno di cercare di mantenere in qualche modo la relazione con lei. La forma primaria che ho trovato è quella di far risuonare la sua voce e le sue parole in pubblico. In questo periodo mi accorgo che questa è per me una forte motivazione che mi spinge ad agire, ad accettare inviti, a scrivere, superando le fatiche grandi di un’età avanzata sommata a una condizione di invalidità permanente. Lo faccio perché in quel momento, Luisa c’è, è presente nel dire la sua.
Ho accettato, per esempio, di andare a parlare in Triennale al Tempo delle donne – cosa per me molto complicata – quando, sentendo il tema, ho capito che vi potevo portare un’idea di Luisa. Al Garage delle idee, infatti, il tema quest’anno era Nodi da sciogliere, fili da annodare e subito mi è venuto in mente il disfieri di cui Muraro scrive ne La folla nel cuore e ne Al mercato della felicità: era perfetto. E in quel momento alla Triennale Luisa c’era, come mi ha fatto notare un’amica che era venuta a sentire. Oppure mi sono messa a scrivere per il sito sull’accoglienza di Luisa al Famedio, il Tempio della fama del Cimitero Monumentale di Milano, non tanto – o non solo – perché è un riconoscimento della città nei suoi confronti, quanto perché mi sono ricordata che Luisa aveva scritto su Milano ed era un’altra occasione per far sentire la sua voce. II pensiero di Luisa Muraro è per me come una miniera d’oro dove andare a raccogliere la pepita luccicante più adatta a quella specifica situazione.
Con Marina Santini e Silvia Motta abbiamo deciso di realizzare un Quaderno di Via Dogana raccogliendo i ricordi scritti per la morte di Lia e Luisa e in questo modo saremo in loro compagnia per tutto il tempo della produzione del quaderno.
Anche nella riflessione che stiano conducendo sul lutto, voglio portare la voce di Luisa, traendola da ciò che ha detto in un incontro per festeggiare i 25 anni della Mag, tenuto a Verona dopo la morte del suo fondatore Giambattista Rossi. Il testo viene pubblicato per intero su questo numero ed è arrivato in redazione tramite Alessandra De Perini.
Nel suo intervento Luisa Muraro ci dice che le grandi personalità lasciano un vuoto e questo vuoto non va colmato cercando riempitivi e neppure “istituendo leggende”. Ci invita invece a pensare che questo vuoto può essere fonte di cultura politica in cui muoversi liberamente, cioè fonte del formarsi di una cultura politica che ha «il valore supplementare di rifarsi a qualcuno che è all’origine». Inoltre ci invita a vedere la grandezza che c’è e circola tra chi è rimasto/a a portare avanti l’impresa comune.
Ancora una volta la sua voce ci orienta.
Ripubblichiamo il breve intervento di Luisa Muraro durante l’incontro del 22 dicembre 2004 a Ca’ Verde (S. Ambrogio di Valpolicella) per festeggiare i 25 anni di storia della Mag Mutua per l’Autogestione, fondata da Giambattista Rossi.
Io parto da un episodio che è stato qui ricordato, e che mi è piaciuto moltissimo, di quando Rossi va dal conte e gli dice: “Conte, o te me dè i campi o te bruso el castel”. Perché mi piace? Perché questa non è, come dire, una virulenza spontaneistica. Con le sue parole Rossi ha evocato una figura importantissima nella storia europea e cioè quella dei contadini in lotta. Tutta la storia europea è attraversata da lotte disperate e, purtroppo, perdenti di contadini i quali avevano questa forma di lotta e cioè andavano e bruciavano i castelli. Spesso nei castelli c’erano i titoli di proprietà che impedivano ai contadini di avere una vita decente, lavoravano tanto su quella terra che non era loro e dovevano sempre dare qualcosa al Conte di turno etc. Questo episodio mi ha ricordato due cose che si combinavano, che si possono e si devono sempre combinare nell’agire politico, cioè la radicalità, e insieme la capacità di non dimenticare le radici, il passato, la storia. Per andare dal conte e minacciarlo ci vogliono fermezza, convinzione e anche capacità di passare una certa misura, fino alla trasgressione di quelle che possono essere le norme di buon comportamento. Ma ci vuole anche il radicamento nella storia. Quest’uomo che aveva queste caratteristiche, questa bella personalità, questo protagonismo, sapeva passare sopra le esigenze di altri: ho capito che i figli sgattaiolavano via, andavano al cinema, erano ragazzini e bene hanno fatto a conquistarsi la propria autonomia… non è facile essere figli di grandi uomini. Ho sentito qui qualcuno che diceva: “Ci manca l’avvocato Rossi”. La caratteristica delle grandi personalità è che quando vengono meno ne sentiamo fortemente la mancanza. È una delle loro funzioni importanti positive, perché lasciano un vuoto, questo vuoto non va colmato cercando riempitivi e neanche secondo me istituendo leggende (non abbiamo più la cultura religiosa). Questo vuoto è fonte di cultura politica, l’unica risposta secondo me valida e preziosa al vuoto che lasciano le grandi personalità, è la cultura politica: l’ho sentito dalle parole di Gigi della Ottomarzo riprese da Teresa. Questo formarsi di una cultura politica dove noi ci muoviamo liberamente con le nostre invenzioni, le nostre idee, le nostre esigenze, non ci facciamo impigliare da una imitazione, è possibile laddove non c’è più la persona in carne ed ossa, ma noi creiamo un sapere che ha il valore supplementare di rifarsi a qualcuno che è alle origini. E qui vorrei aggiungere una seconda cosa e finisco: naturalmente sappiamo che le grandi personalità in un certo senso ci sono anche tra noi, vive. Le grandi personalità che ci sono tra noi, io lo notavo leggendo le storie in “Lavorare Esserci Raccontarlo”, danno vita a qualcosa. Per essere grandi non occorre essere citati nelle enciclopedie, si è grandi perché in contesti molto limitati e limitanti si ha l’invenzione, si fa una cosa nuova, significativa.
Le grandi personalità che sono tra noi, a noi tocca scoprirle, apprezzarle e in un certo senso fare un’operazione che oggi è indispensabile: non venerare le grandi personalità che ci sono tra noi, ma al contrario trasformare questa grandezza umana che è tra noi, che è della singola persona, in qualcosa che si riflette in noi, che circola in ciascuno di noi. La democrazia paritaria, “siamo tutti uguali” è noiosa. Tutti e tutte vogliamo brillare, vogliamo esserci, vogliamo contare. Allora le grandi personalità, e indubbiamente ce ne sono tra voi perché le ho incontrate, devono essere la fonte di qualcosa di prezioso, che risveglia il nostro personale protagonismo, la nostra singolarità in primissima persona e toglie al potere il monopolio di rendere grandi. Adesso sono solo le carriere e i soldi e il potere che danno grandezza. No! C’è un’altra grandezza e la vostra impresa cooperativa lo dimostra. C’è una grandezza umana che dà vita, tiene in vita le persone. Le persone appiattite nella parità si spengono, si demoralizzano. La vera cosa che tiene in vita è un fatto simbolico, è sentirsi protagonisti, e non nelle forme della competizione che hanno imbarbarito la nostra società. Il fatto che oggi diano grandezza solo i soldi o il potere sta minacciando gravemente la nostra società. Io vi parlo perché queste cose le ho praticate e le vivo e so che questo è una caratteristica della nostra società.
L’altra fonte di esistenza simbolica velenosa della nostra società è la televisione: voi sapete che siamo arrivati al fatto che c’è gente giovanissima che si fa regalare due minuti di comparsa in televisione. Voi avete un potenziale di ricchezza da far circolare in questo senso, cioè potete dare un significato diverso alla grandezza. Qualcuno di voi ha detto che sente il vuoto, la mancanza di Giambattista Rossi, e si è chiesto cosa possiamo fare adesso che non c’è più questo grande uomo. Ecco io credo che si tratti di guardare meglio intorno a sé e riconoscere tra voi la grandezza di chi sa operare in modo libero e creativo. Questa mi sembra che sia la risposta giusta.
(Luisa Muraro – replica, “AP Autogestione & politica prima”, dicembre 2004, p. 20.)
Pubblichiamo la registrazione audio dell’intervento di Ida Dominijanni alla redazione aperta di Via Dogana 3 Il lutto necessario, che si è tenuta il 4 ottobre 2026 alla Libreria delle donne di Milano.
L’incontro ha preso le mosse dal bisogno di dare voce all’esperienza della perdita, interrogandosi sul significato del lutto nelle relazioni personali e nella dimensione collettiva e politica.
Ascolta l’intervento di Ida Dominijanni:
La prima volta che ho visto un cadavere avevo nove anni. Era il corpo cianotico di mio nonno, in una bara fuori misura, nella stanza dalle luci fredde (grande fissazione di mia madre) in cui dormiva. Fino a quel momento non sapevo che fosse morto. Ero in vacanza, lontano da casa, con i miei cugini. Nessuno aveva trovato il modo di dirmelo, così hanno aspettato che lo facesse il cadavere. Quel giorno ho deciso che nessuno doveva più morire o che, quantomeno, io non l’avrei più visto. Così, la prima volta che ho visto un cadavere è stata anche l’ultima.
Da allora applico questa regola con rigore. Quando tre anni fa è morto mio zio sono rimasta fuori dalla camera mortuaria, come faccio sempre. È una teoria metafisica più solida di quanto sembri: se non vedo la morte, la morte non esiste. I risultati, nel complesso, sono ottimi, con l’unico inconveniente che la morte per mia sfortuna non sparisce, cambia stanza.
Ho capito col tempo che il problema non è la morte, che in fondo è un evento. Il problema è il vuoto che lascia, e il vuoto, a me, risulta insopportabile. Viviamo in una società che non ammette la pausa, la stasi, la mancanza: ogni spazio va riempito, subito, possibilmente con qualcosa di utile. Ne escono vuoti troppo pieni, di rumore, di notifiche, di frasi di circostanza, e pieni troppo vuoti, come i rituali eseguiti da chi non sa più a cosa servano. E io ne sono una perfetta figlia.
Però, che noi esseri umani (a prescindere da me, dal qui e ora) con la morte, la decomposizione, l’assenza abbiamo un rapporto complesso e curioso è un fatto storicamente conclamato. Inumazione, cremazione, mummificazione. La morte è un evento, sì, ma circondata da riti che sembrano voler alleggerirne il peso.
Gli antichi egizi, che di vuoti se ne intendevano, per esempio scelsero la strada più ambiziosa: annullare il tempo. Il corpo veniva svuotato, essiccato, avvolto in bende, perché durasse. Un lavoro enorme per far sì che l’assenza avesse almeno un aspetto presentabile. Ma la parte più interessante è un’altra: accanto alla mummia si mettevano gli ushabti, statuette incaricate di lavorare al posto del defunto nell’aldilà. Dei sostituti, già allora.
I greci non si preoccuparono tanto di conservare il corpo. Lo affidavano al fuoco o alla terra, soprattutto, quello che contava non era il come, ma che ci fosse un rito. Nell’Iliade l’ombra di Patroclo appare ad Achille per chiedergli di essere sepolto, perché senza i riti non può attraversare la soglia dell’Ade. Il corpo non andava fermato, andava consegnato, e con lui la perdita riceveva un nome e un posto nella comunità. Antigone seppellisce il fratello contro l’editto di Creonte, ed è per questo che la città la punisce: spargere terra su un morto è un atto politico e il potere lo sa bene – come lo abbiamo visto noi tutti con i fatti di Cutro.
Tre gesti, tre idee diverse del rapporto con chi muore. La mummificazione rifiuta la decomposizione e tiene il morto con noi, immobile. L’inumazione lo restituisce alla terra, ma lascia un luogo dove tornare a cercarlo: una tomba è un vuoto con un indirizzo. La cremazione accelera la trasformazione e lascia qualcosa di leggero, che si può portare con sé o disperdere. In ogni caso, quella vita finita viene messa da qualche parte.
Queste storie non ve le ho raccontate per dare un’utilità alla mia laurea triennale ma perché ritengo che ci sia una cosa che accomuna me, i greci e gli egizi: nessuno di noi sopporta l’interruzione. Quello che ci fa male del morto non è l’essere morto, è che smette di rispondere. Il morto è, per definizione, quello che non risponde più. E la nostra società, che ha fatto dell’efficienza una morale, tratta ogni interruzione come un guasto da riparare. Non c’è tempo per la pausa, non c’è un posto per il vuoto, e non c’è nemmeno più una forma comune che dica cosa farne: il lutto è diventato una faccenda privata, da sbrigare in fretta e in silenzio, possibilmente senza disturbare il lavoro. Dove manca una forma condivisa, arriva il mercato a venderne una. E così l’unica proprietà che definisce i morti, l’assenza, diventa un difetto di fabbricazione.
Oggi la tecnologia propone una quarta via per riparare a questo difetto di fabbrica: non conservare il corpo, ma la voce. Il settore ha già un nome, di quelli in inglese che a Milano piacciono tanto, digital afterlife industry, e un vocabolario che cresce in fretta: deadbot, griefbot, thanabot.
Dentro questi morte-bot ci sono in realtà quattro pezzi, e nessuno è magico. Il primo è il materiale: messaggi, vocali, video, foto, post, e-mail, oppure interviste registrate in vita, con domande guidate, da alcuni servizi pensate proprio per questo. Il secondo è il cervello, quasi sempre un modello linguistico generico a cui si dà in pasto quel materiale. Può essere addestrato ulteriormente sui testi della persona, ma più spesso si fa una cosa più semplice: gli si scrive un’istruzione che dice chi è, come parla e cosa può dire, e gli si lascia consultare il materiale ogni volta che serve per rispondere. Il terzo è la voce: bastano pochi minuti di audio per clonarla, poi un sistema trascrive quello che diciamo e un altro gli risponde parlando, in tempo reale. Il quarto è il volto: una foto animata, oppure un personaggio in 3D che muove le labbra a tempo con le parole, trasmesso in streaming.
Messo insieme, il risultato è un oggetto che non sa niente di chi rappresenta. Ha un archivio, un tono di voce e una lista di cose da dire e da non dire. Il resto lo improvvisa, con la sicurezza di chi non ha mai conosciuto nessuno. Qualcuno lo fa in vita, per lasciare dietro di sé una versione di sé stesso. Qualcuno lo fa dopo, per conto di chi resta. Ci sono servizi in audio e in video, e in Cina si può ottenere un volto parlante da una foto per l’equivalente di tre dollari. Il costo del lutto, in compenso, sta scendendo.
Mi piacerebbe dirvi che si tratta di esperimenti da laboratorio, ma non è così. Ecco alcuni fatti in breve dalla recente cronaca: un padre passa ore a parlare con l’avatar del figlio ucciso in una sparatoria scolastica, e lo ha usato per portare l’attenzione pubblica sul problema delle armi. In un tribunale dell’Arizona la dichiarazione di una vittima di omicidio è stata letta dal suo avatar generato con l’IA. E Meta ha pensato a un’IA che risponde ai messaggi e pubblica contenuti al posto di un utente morto, perfino simulando chiamate. Dall’accademia ci dicono invece che i ricercatori di Cambridge hanno per giunta provato a immaginare dove finisce la cosa: hanno scritto che servirebbe un tasto “off”, e forse anche un “funerale digitale” per spegnere il bot, un meta-lutto. Gli esperti di salute mentale, per ora, non dicono che questi strumenti facciano solo male. Dicono che il conforto è seducente,la seduzione non coincide però con la guarigione. E la legge? Dal 2 agosto di quest’anno l’AI Act europeo impone che i contenuti che costituiscono un deepfake siano dichiarati come artificiali, e le linee guida includono tra i casi le repliche digitali di persone reali e gli avatar realistici. Ci dice che dobbiamo etichettare, non se sia una buona idea.Come ha osservato un commento, la trasparenza non rende automaticamente lecito l’uso.
Come sapete, con l’IA ci lavoro. Per scopi diversi, ma i pezzi sono gli stessi: un modello linguistico, una voce in tempo reale, un volto, un prompt che stabilisce chi sei e cosa puoi dire. Tutto il mio mestiere sta in quel “cosa puoi dire”, e soprattutto in cosa non dirai mai. Per un avatar aziendale è una questione di tono e di rischio, per un avatar di un morto è una responsabilità che non vorrei avere. Dal lavoro mi porto a casa due certezze noiose. La prima è che l’avatar non sa niente del morto. Sa quello che il morto ha lasciato scritto e detto, e il resto lo inventa con molta sicurezza. È una mimesis, un ushabti che improvvisa – a volte in maniera molto convincente. La seconda è che un sistema così è progettato per rispondere, non per tacere. Per lui il silenzio è un errore da correggere, l’esigenza di riempire vuoto di cui parlavamo, tradotto in requisito tecnico. Lo sconforto del silenzio viene annullato da un modello probabilistico, che nell’imitare la persona sembra imitare anche la sua relazione con i cari. Però, per quanto sia realistica, non sarà mai altro che uno splendido miraggio.
Per concludere questo sproloquio, che – come me davanti alla morte –, sembra saltare da una parte all’altra, resta una cosa che né la me bambina che non guarda nella bara, né l’avatar che risponde in continuazione riescono a fare: stare in una relazione con qualcuno che non c’è più. Io ho fatto finta che finisse, l’avatar fa finta che continui uguale. Ma una relazione non finisce con la morte e non resta nemmeno come prima: cambia forma. Si essenzializza spesso all’immagine di due persone che si rispondono, e invece, quando una delle due smette di farlo, scopriamo che era fatta anche di altro: di abitudini, di eredità, di cose che ci sono rimaste addosso senza che lo decidessimo. Quella è la relazione che resta, e nessun servizio può prenderla in carico al nostro posto. Si può solo abitarla.
Come smettere di tentare di riempire questo vuoto, piuttosto che trasformarlo in uno spazio abitabile ancora non saprei come farlo. Per ora mi limito a sostare, senza una risposta, partendo dalla soglia, quella delle camere mortuarie che ormai conosco molto bene.
Il titolo della redazione aperta di oggi è “Il lutto necessario”. Questo tema si è imposto a noi della redazione mentre stavamo lavorando ad altro, perché non riuscivamo a non tener conto che tutte noi avevamo subito due grandi perdite: quella di Lia Cigarini e quella di Luisa Muraro, che per 50 anni sono state il cuore pensante di questa libreria. Ho ventidue anni, sono giovane, ma ho iniziato a frequentare la Libreria tempo fa, quando ero ancora una bambina, grazie all’Accademia delle piccole filosofe e dei piccoli filosofi, iniziativa organizzata proprio da Luisa Muraro.
In ogni caso, non vogliamo focalizzare l’incontro su questa nostra perdita, ma abbiamo il desiderio di superare l’idea del lutto inteso in senso privato ed individuale per approfondirlo come questione collettiva e politica. Infatti, da sempre, l’esperienza necessaria del lutto viene messa in discussione. Oggi, in particolare, a partire dal tentativo di esorcizzare la morte con innovazioni tecnologiche e dall’incapacità di dare un senso pubblico alla perdita per paura che la condivisione del dolore possa trasformarsi in dissenso politico.
Quest’anno, anche per me personalmente, è stato funesto. Oltre alla morte di Lia e di Luisa, tra il mese di marzo e il mese di giugno, sono venuti a mancare anche i miei due nonni paterni e mia nonna materna. Credevo che la morte di mia nonna materna avrebbe segnato un prima e un dopo nella mia vita, visto il legame che con lei ho avuto dal mio primo giorno di vita e per i successivi ventidue anni. L’ho assistita fino alla fine, ho fatto tutto ciò che una nipote qualsiasi non avrebbe fatto, arrivando persino a trascendere il mio ruolo. Eppure, il giorno che è mancata non mi sono sentita affranta dalla perdita. Certo, ero dispiaciuta. Niente più di questo. Sono rimasta delusa dalla mia stessa reazione. Parlandone con la mia analista mi sono resa conto che in realtà ho perso mia nonna qualche anno fa, quando la demenza senile e il suo declino cognitivo l’hanno trasformata in una persona che io non conoscevo, con la quale non potevo comunicare, parlare, aprirmi. La malattia ha cambiato la relazione che avevamo. La nostra relazione caratterizzata da amore, da cura e fiducia reciproche era diventata una relazione a senso unico. Non riusciva più a prendersi cura di sé ed io mi sono dedicata a questo negli ultimi anni: a fare ciò che lei da sola non poteva fare. Mi ricordo quanto parlavamo, le raccontavo ogni frammento della mia anima e sentivo il suo amore riempirmi. Ma poi lentamente, come fosse stato un lento processo, tutto è cambiato. Io mi sono ritrovata a fare da madre e da figlia ad una mamma che non era la mia. Così ho capito che la morte fisica di mia nonna non ha mai coinciso con la mia esperienza del lutto. Ho vissuto la perdita laddove la relazione è venuta a mancare definitivamente, ovvero con l’incombere della malattia. La relazione tra me e mia nonna è sparita anni fa, però si è modificata la relazione che io avevo con lei. Sulla base di questo, sento di poter dire che la morte fisica di una persona cara non corrisponde in senso assoluto alla fine della relazione che con quella persona intratteniamo. Per questo sento molto vicine le domande che ci guidano in questo incontro: Che cosa accade ad una relazione quando una delle due persone muore? Come è possibile fare dell’esperienza dolorosa del lutto un momento di pratica politica che faccia agire il legame con chi non c’è più? Tenteremo di trovare una risposta a queste domande a partire dai contributi di Daniela Santoro e di Ida Dominjianni.
L’esperienza della perdita e dell’assenza è una delle più dolorose: è necessario affrontarla con il lavoro del lutto perché ne va della nostra umanità, sia nella sfera personale che in quella sociale.
Viviamo tuttavia in società che da una parte tentano di esorcizzare la morte con innovazioni tecnologiche che si avviano a sostituire con avatar e robot le persone care defunte e dall’altra sembrano incapaci di dare una forma pubblica e condivisa alla perdita, anzi temono – come è successo a Cutro – che la condivisione del dolore possa diventare dissenso politico.
Noi vogliamo invece sostare e dare voce al nostro sentire chiedendoci:
Cosa accadde a una relazione quando una delle due persone muore?
Come fare delle esperienze dolorose del lutto collettivo un momento trasformativo e di pratica politica che riconosca e faccia agire il legame con chi non c’è più?
Introducono Fosca Giovanelli, Daniela Santoro, Ida Dominijanni
Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.
Appuntamento: domenica 4 ottobre 2026 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265
In copertina: Anna Atkins, Ptilota plumosa, da Photographs of British Algae: Cyanotype Impressions (1843-53). The New York Public Library Digital Collections
C’era una volta, racconta Giacomo Gambaro nella sua Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro a Carla Lonzi1, una differenza viva, polemica, destabilizzante, quella di Carla Lonzi. Poi vennero la fine degli anni Ottanta, la Libreria delle donne di Milano, Diotima, e la differenza si irrigidì in teoria, la teoria in ordine, l’ordine in presupposto identitario. Per dimostrarlo il libro percorre la storia a ritroso, da Luisa Muraro a Carla Lonzi, e chiama questa marcia indietro “controstoria”, la decostruzione di un canone che noi avremmo codificato.
Le fiabe cominciano così, con un c’era una volta. Anche le fiabe mal riuscite.
Vediamole, allora, le tesi centrali portate da Gambaro. A partire dalla fine degli anni Ottanta “il problema rappresentato dal piacere è venuto progressivamente a eclissarsi” (p. 35), in coincidenza con la definizione teorica del simbolico delle donne, di cui L’ordine simbolico della madre avrebbe carattere “fondativo” (p. 35). La tradizione della Libreria e di Diotima avrebbe valorizzato la sessuazione “ponendo in secondo piano la componente della sessualità”, “in altri termini, il «simbolico materno» è stato radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41). Da qui la “chiusura identitaria”, definita come “reificazione del genere femminile in una realtà connotata in termini ipostatici e in ultima analisi essenzialistici, tale dunque da acquisire lo statuto di un vero e proprio modello normativo” (p. 44); la differenza non sarebbe più “significante polemico e di sperimentazione” ma “presupposto”, fondamento che “descrive in cosa dovrebbe consistere l’identità femminile” e “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi per «riscoprire» il senso «autentico» della sua differenza” (p. 44). Sul versante delle pratiche, per Gambaro l’autocoscienza è “una pratica di posizionamento sempre riattivabile al fine di sperimentare – e di corroborare – il movimento della libertà femminile”, non circoscrivibile “a una fase iniziale del femminismo” (p. 195), mentre il partire da sé è “una pratica che ricolloca la differenza sessuale nella postazione del soggetto del pensiero (e non del suo oggetto)” (p. 24), un “taglio” impresso al pensiero filosofico.
Su che cosa si regge questa decostruzione? Quasi per intero su un saggio di Ida Dominijanni del 2007, L’impronta indecidibile, citato e ricitato per pagine, un saggio pubblicato nel volume di Diotima, L’ombra della madre2. E Gambaro stesso deve registrare che si tratta di un esito “di cui alcune esponenti del pensiero della differenza […] si sono rese pienamente conto, e di cui spesso, negli anni, hanno segnalato le criticità” (p. 44). La nota rimanda ai contributi di quello stesso volume, tra cui un mio saggio, La passione di esserci. Posso quindi testimoniare che si trattava di un pensiero che si interroga in pubblico, nei libri, senza risparmiarsi le domande più scomode. Le prove addotte per la “cristallizzazione” vengono da lì.
Che una tradizione sappia interrogare criticamente i propri presupposti non esclude, naturalmente, che possa conoscere sedimentazioni, irrigidimenti o perfino effetti normativi. Ma il punto è che eventuali derive andrebbero dimostrate nei testi e nelle pratiche, non ricavate dalle domande con cui quella stessa tradizione le mette a tema. L’ombra della madre mostra che la storia del pensiero della differenza non può essere raccontata come il semplice passaggio da una differenza aperta a un paradigma divenuto inconsapevolmente identitario. Ecco le domande di Ida Dominijanni, che Gambaro riporta nel suo testo: “Può essere accaduto che il «desiderio ontologico» […] abbia di nuovo velato il desiderio erotico? […] O che il simbolico materno abbia riprodotto un immaginario desessualizzato della madre?”. Sono domande e restano tali nel testo da cui provengono. Il lavoro della controstoria consiste nel volgerle in verdetti. Si vede a occhio nudo nella grammatica: per pagine il pericolo resta al condizionale; poi, senza che nulla sia stato dimostrato nel frattempo, arriva l’indicativo: “Si tratta della cristallizzazione della differenza sessuale” (p. 44). Dal rischio al fatto per slittamento di modo verbale.
Nel merito, è opportuno vedere i testi. Il simbolico materno sarebbe “radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41)? Luisa Muraro ha raccontato che cosa c’è dentro L’ordine simbolico della madre nella lunga conversazione del 2003 ora in Esserci davvero3: “volevo ricontrattare con mia madre – non con quella signora, ma certamente con la figura materna – la mia libertà, le condizioni del mio stare al mondo. E il libro è tutto giocato su questo” (p. 64). È un corpo a corpo, come lo chiama Irigaray. E chi tende a fare della relazione materna una cosa fatta e definitiva riceve da Luisa Muraro la risposta che merita: “l’ideologia – la chiamo ideologia deliberatamente – della relazione materna” (p. 48). Quanto alla madre che Gambaro indica come origine “data una volta per tutte e a prescindere dalla sua concreta esistenza” (p. 36), in Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro4, il volume appena uscito dal convegno del settembre 2025 alla Cattolica, Diana Sartori richiama la tesi che Muraro ha scritto ne L’anima del corpo5: “La madre è sostituibile ma non lo è la relazione materna, questa è la mia tesi” (L’anima del corpo, p. 75, richiamata da Sartori a p. 45). Madre è dunque il nome di un’opera in corso e nello stesso volume Cesare Casarino ne parla come di una relazione costituente, non di una figura da venerare (p. 71).
Ancora: ci sarebbe un “modello normativo” che “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi” (p. 44)? Proprio L’ordine simbolico della madre si chiude con l’esatto contrario di una prescrizione: “occorre dare traduzione sociale alla potenza materna per impedire alla sintesi sociale di chiudersi e tenerla invece aperta a ogni voler dire, per quanto distante o abnorme”6. Diana Sartori scrive che quell’ordine “è soprattutto un ordine aperto, non è quella gabbia logica d’acciaio con cui l’ordine del padre ha teso a rappresentarsi”, e “ordina in modo non totale: ne dipendiamo e anche dipende da noi” (p. 38). Sull’essenza e sull’identità, poi, Luisa Muraro si è più volte e lungamente espressa. In Esserci davvero dice: “Sì, sono femminista ma non sono femminista, perché so che c’è altro. È importante insistere di stare attente a non chiuderci noi stesse, noi stessi, nella logica dell’identità: […] il principio di identità […] finisce che poi ci imprigiona” (p. 92); e ancora, “non c’è un’entità donna che si colloca in un contesto […] quello che chiamiamo donna si costituisce storicamente” (p. 85). L’essenza che la controstoria vuole destrutturare non è mai stata messa al mondo; e la differenza come significante polemico e di sperimentazione, che Gambaro riserva a Carla Lonzi, abita a Diotima da sempre, come possiamo vedere già dal titolo La differenza sessuale: da scoprire e da produrre7. Da produrre.
C’è poi l’autocoscienza come pratica sempre riattivabile e il partire da sé come “taglio” del pensiero filosofico fino alla “epoché femminista” (p. 24), ricostruito attraverso Boccia, Milagros Rivera, Putino. Dunque, il partire da sé diventa un gesto del pensare e l’autocoscienza resta la pratica. In Lonzi non si separano: “non posso svolgere la mia autocoscienza se non facendo partire da me tutti i motivi all’origine di essa”8. Il partire da sé non è una “postazione” del soggetto pensante, è ciò che accade tra donne quando nella relazione si trovano le parole per dire l’esperienza. L’elaborazione viene dopo, a mettere in parola una pratica, ed è questo che rende il pensiero della differenza irriducibile a dottrina. Così la crisi dei piccoli gruppi, nei primi anni Settanta, non ha interrotto niente ma ha prodotto altre pratiche, che di quel guadagno vivono, e che tornano a interrogarlo. Il numero dell’ottobre 2023 di questa rivista, Via Dogana 3, era intitolato Autocoscienza, ancora, e Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini vi riproponevano la portata politica dell’autocoscienza, non narrazione intimistica di sé, ma presa di parola in prima persona nella relazione con le altre.
Resta l’eclissi del piacere “a partire dalla fine degli anni Ottanta” (p. 35). Qui la controstoria tocca qualcosa di vero, Luisa Muraro non parla esplicitamente di sessualità, e desiderio, amore e libertà non possono essere assunti semplicemente come sinonimi della sessualità. La questione è piuttosto se questa diversa accentuazione autorizzi a parlare di una rimozione dell’erotico e, soprattutto, se tale rimozione sia l’effetto necessario di una svolta identitaria. È questo secondo passaggio che nel libro di Gambaro resta da dimostrare. Un’assenza tematica non equivale ancora a una rimozione, tanto meno dimostra da sola una chiusura identitaria. Occorre chiedersi che cosa accada dell’erotico quando non viene tematizzato direttamente: se scompaia, se venga subordinato, oppure se continui a operare entro altre figure del desiderio. C’è il capitolo sull’amore voluto per L’ordine simbolico della madre e mai scritto, che resta la direzione dichiarata della ricerca: “il passaggio che cercavo, e che cerco – perché continua questa storia – è quello […] è l’amore” (Esserci davvero, p. 65); c’è il desiderio senza oggetto imparato dalle mistiche, “capace di rimanere sempre nello squilibrio e nella precarietà degli inizi”, legato alla libertà come apertura d’infinito, che Wanda Tommasi restituisce in Come quando si accende la luce (p. 137); c’è Al mercato della felicità, il cui sottotitolo è La forza irrinunciabile del desiderio; c’è Baubo nell’appendice del 2006 Il complesso della madre morta de L’ordine simbolico della madre, il gesto osceno e la risata che scioglie il lutto di Demetra.
Se un non detto resta, è lo stesso pensiero della differenza a custodirlo come punto aperto: le domande di Ida Dominijanni che Gambaro cita a p. 42 ne sono la testimonianza, non è certo un segreto di famiglia scoperto dal controstorico. Sicché la proposta di “ripartire dalla valorizzazione del piacere come componente costitutiva per pensare la soggettività femminile” (p. 36) arriva a una discussione già in corso da vent’anni. Ida Dominijanni, che di quella discussione è stata la voce più acuta, ha registrato in nota, nel volume Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, il paradosso di vedersi arruolata: “L’ordine simbolico della madre, un libro tutto incentrato sul problema della dicibilità e dell’indipendenza simbolica” letto “come la prova provata di una deriva identitaria del pensiero della differenza sessuale basata sulla monumentalizzazione del materno” (p. 53).
Come il piacere continui a lavorare lo dice l’esperienza di questa rivista, che nel dicembre 2022 ha dedicato al tema un numero intitolato Trovare le parole del piacere femminile9. In un tempo di imperativo al godimento, la redazione aperta di Via Dogana 3 si chiedeva che cosa del piacere resti escluso dall’ordine vigente e se esista “una sessualità femminile autonoma”; l’introduzione di Marina Santini ripartiva da Carla Lonzi osservando che “l’interrogazione sul piacere è una costante del pensiero femminista, scorre in forme carsiche e in alcuni momenti ha l’urgenza di emergere”. Un fiume carsico scorre sottoterra e riaffiora dove trova il varco, e nel pensiero delle donne il varco lo apre, di volta in volta, una pratica, non un programma teorico. Il piacere torna quando l’esperienza lo richiede, e quando torna chiede parole nuove. La domanda sul piacere, dunque, merita di restare aperta e di non essere fatta coincidere subito con la diagnosi di una deriva identitaria.
Perché allora una lettura così lontana dai testi? Gambaro dichiara il fine presentando il libro: il percorso a ritroso serve a far emergere una Lonzi “sorprendentemente vicina ad alcune istanze oggi presenti nel dibattito transfemminista”10. Il punto d’arrivo parrebbe fissato prima della partenza; certo è il costo della costruzione genealogica: per arruolare Lonzi nel presente serve una Muraro da lasciare indietro, un repoussoir identitario che faccia risaltare la modernità della progenitrice.
Ma che cosa accade quando la differenza viene tradotta prevalentemente nel linguaggio dell’identità? Sappiamo bene che la tensione identitaria attraversa anche il dibattito transfemminista contemporaneo. Accanto a pratiche e pensieri che interrogano radicalmente il corpo, il desiderio e la norma, prospera una proliferazione di soggetti equivalenti in domanda di inclusione e riconoscimento; domanda che l’ordine dato potrebbe esaudire senza spostare niente.
La differenza sessuale, quando opera nel senso più fecondo della sua tradizione, non chiede semplicemente riconoscimento, produce spostamenti; non si eredita come un corpus né si possiede come una dottrina, si fa. Ancora e di nuovo, come il femminismo. C’era una volta la differenza e c’è ancora. Non nei canoni, veri o immaginari, ma in una Libreria che ha appena compiuto cinquant’anni, in una Comunità filosofica femminile viva e attiva, in una rivista che continua a uscire, in un convegno dove lettrici e lettori riprendono un pensiero che continua, per portarlo più in là, e in mille altre realtà in movimento e in relazione.
Chi desidera davvero ripartire da Carla Lonzi trova la strada aperta leggendo le sue opere insieme a quelle di Luisa Muraro, senza bisogno di metterle l’una contro l’altra. Le controstorie passano. L’ancora e di nuovo resta.
(Via Dogana 3, 31 agosto 2026)
- Giacomo Gambaro, Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro a Carla Lonzi, DeriveApprodi, Bologna 2025. ↩︎
- Ida Dominijanni, L’impronta indecidibile, in Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007, pp. 177-196. ↩︎
- Luisa Muraro, Esserci davvero, a cura di Clara Jourdan, Libreria delle donne di Milano, Milano 2025. ↩︎
- Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, Mimesis, Milano 2026. ↩︎
- Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola, Brescia 2016. ↩︎
- Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991 (nuova edizione con Appendice, 2006), p. 104, citata da Diana Sartori in Come quando si accende la luce, cit., p. 41. ↩︎
- In Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987. ↩︎
- Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978, p. 55, citata in Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini, L’autocoscienza nella pratica politica e nel pensiero di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile, in Autocoscienza, ancora, “Via Dogana 3”, Libreria delle donne di Milano, ottobre 2023, consultabile al link https://puntodivista.libreriadelledonne.it/autocoscienza-ancora-linda-bertelli-marta-equi/ ↩︎
- Trovare le parole del piacere femminile, “Via Dogana 3”, Libreria delle donne di Milano, dicembre 2022, scaricabile all’indirizzo https://puntodivista.libreriadelledonne.it/wp-content/uploads/2023/12/VD3_LIBRERIADELLEDONNE_DICEMBRE22.pdf ↩︎
- Intervista a Giacomo Gambaro, video pubblicato il 16 ottobre 2025 sul canale YouTubeGazzetta filosofica, disponibile all’URL https://www.youtube.com/watch?v=46wApoeSgvQ. ↩︎
Provo a partire da me, dal mio vissuto e dalla mia esperienza, per spiegare come, nella vita di una donna che appartenga a quest’epoca, la differenza sessuale sia ancora fondamentale e lo sia sempre di più. Di come sia importante, e più di prima, dichiararne l’esistenza. E di come, personalmente, sia stata indispensabile per mettere tutto in fila. Tradurre, comprendere, spiegare a me stessa i grandi passaggi della mia vita. E come tutto questo si traduca in una forma di consapevolezza militante.
Sono stata bambina negli anni Ottanta e ricordo ancora come, fino a un certo punto della mia vita, i tratti “più maschili” del mio carattere convivessero armoniosamente con quelli “femminili”. Ero quella che poteva definirsi “un maschiaccio”, ma mi piaceva profondamente pensarmi femmina. Ero vivace e spericolata, sempre con le ginocchia nel fango o intenta a raccogliere insetti e animaletti che i più trovavano ripugnanti. Allo stesso tempo, provavo un piacere autentico nell’indossare abiti squisitamente femminili, nel prendermi cura di bambolotti e gattini assecondando un precoce sentimento materno, nel sognare capelli lunghi e lucenti, che a quel tempo non mi erano concessi. A immaginare la donna che sarei voluta diventare: bella, profumata, libera di abitare quella femminilità che già sentivo mia.
Crescendo, molto gradualmente, qualcosa cambiò. Cominciai a percepire l’essere femminile come una specie di bestiola indomabile. Ne enfatizzavo le parti animalesche, la scarsa compostezza, l’istintività e imponevo a me stessa un controllo che nelle donne percepivo mancante. Tentavo di reagire alle modalità “scomposte” che sentivo appartenere alla mia genealogia femminile, a mia madre. Sentivo di volermi staccare da lei, dal suo retaggio, tenendo invece a voler assumere la compostezza e la calma serafica di mio padre. Questo mi portava a non vivere liberamente attraverso il mio corpo, sentendolo dall’interno, ma sempre a guardarmi vivere, a guardarmi con gli occhi degli altri (altri?). Cercavo di destreggiarmi nel mondo con un certo distaccato rigore, a partire dalle mie movenze, fino ad arrivare alle reazioni emotive.
Negli anni dell’università e poi del primo lavoro, mentre rincorrevo il successo negli studi e l’affermazione professionale, dentro di me si faceva strada una strana sensazione: da un lato percepivo sempre meno una reale differenza tra me e i miei colleghi maschi; dall’altro avvertivo, quasi inconsapevolmente, la necessità di assomigliare sempre di più a loro. Non desideravo essere un uomo. Desideravo piuttosto aderire a un modello di umanità che percepivo come neutro, universale.
Tutto ciò che richiamava la differenza sessuale mi appariva riduttivo. Non lo rifiutavo deliberatamente, semplicemente non riuscivo a riconoscerne il valore. Mi sembrava che insistere sul fatto di essere donna significasse confinarsi in una condizione particolare, rinunciando ad appartenere a quell’umanità senza aggettivi alla quale aspiravo.
Per molto tempo non ho saputo spiegarmi questa spinta. Sapevo soltanto che tutto ciò che metteva in evidenza la differenza tra uomo e donna mi sembrava restringere le possibilità del femminile, le mie possibilità.
Arrivarono i primi successi e le prime soddisfazioni ma, insieme a essi, cresceva un sommesso malessere. Mi sentivo oppressa, scollegata dai miei bisogni e dai miei desideri. Sentivo le mie energie dissiparsi, crescere un indefinibile desiderio di fuga. Tutto ciò che fino ad allora aveva dato significato al mio impegno iniziava lentamente a svuotarsi di senso, lasciandomi senza energia, senza motivazione.
Eppure, continuavo il mio trantran, come se non esistesse un’altra possibilità di essere al mondo, ignara di cosa in realtà si muovesse nel profondo.
Fu solo la maternità, a un certo punto della storia, a interrompere questa apparente continuità.
La nascita delle mie figlie non rappresentò semplicemente un cambiamento nella mia vita, ma una frattura nel modo stesso in cui abitavo me stessa. La maternità, grazie alla sua caratteristica “regressiva”, mi portò a rivivere una me stessa molto più antica, riconducendomi nelle braccia di mia madre. Per la prima volta il corpo, la necessità, la vulnerabilità, la relazione e il tempo della cura non erano più dimensioni marginali da governare o da tenere sotto controllo, ma chiedevano di essere riconosciute come costitutive del mio essere. Quel modello di umanità al quale avevo cercato di conformarmi improvvisamente non mi bastava più.
Questa esperienza, così nuova per me, iniziatica, mi portò a formulare delle domande che sino a quel momento non mi ero mai posta.
Le prime si addensarono, spontanee, tutte intorno al mio essere madre. Perché era stato quello a mettere in crisi tutto il resto, a buttare a gambe all’aria tutto ciò in cui avevo creduto, incluso la persona che avevo pensato, con orgoglio, di essere diventata.
A quelle domande, se ne agganciarono presto mille altre.
E se ciò che avevo creduto come universale fosse stato soltanto una particolare forma dell’umano? E se tale convinzione fosse discesa dai nostri processi di significazione, culturalmente determinati, senza che me ne accorgessi? E se fossero stati possibili altri modi di essere? Magari più in linea con quello che il mio corpo, il mio vissuto di figlia, di madre, la mia genealogia mi suggeriva? E se il malessere che avevo sperimentato nella mia vita non fosse dipeso dalla mia condizione psicologica soggettiva ma dal modo in cui la società, la mia educazione mi aveva costretta a snaturare la mia concezione di essere femminile?
Cercando parole per comprendere ciò che mi stava accadendo incontrai il pensiero della differenza sessuale e, in particolare, l’opera di Luisa Muraro. Questo incontro fu per me un grande sollievo, un respirare all’improvviso dopo tanta apnea, un bagliore che portò a una visione finalmente chiara e corrispondente a quello che provavo, una coerenza, un’armonia, un essere in pace.
Grazie alle parole del pensiero della differenza riuscii a trasformare il mio vissuto, che era confuso ed evanescente, in esperienza. A comprenderlo, a dargli un senso che fosse chiaro per me. E, in fine, ad attuare nella mia vita tutto quello che avevo compreso. Prima come madre e poi come donna. A trasformare la fragilità in risorsa. Il corpo in sentinella di bisogno e desiderio. Ad essere dentro la vita piuttosto che a guadarmi vivere.
Il malessere, fino a quel momento indistinto, acquistò finalmente un nome. Compresi che non avevo semplicemente attraversato una crisi personale, a causa della mia fragilità psico-emotiva. La crisi che avevo vissuto era strutturale e legata alle condizioni socioculturali che mi erano state imposte. Era entrata in crisi l’idea stessa di essere umano alla quale avevo affidato la mia esistenza.
Il pensiero della differenza è essenziale ora, proprio nel momento in cui il dominio dell’uomo sulla donna va progressivamente scomparendo.
Per lungo tempo esso era là, davanti ai nostri occhi. Si imponeva attraverso la forma del divieto o dell’esclusione agiti dall’uomo sulla donna. Era presente in una disparità visibile, immediatamente riconoscibile sul piano sociale e simbolico.
Oggi il dominio ha cambiato luogo. Si è spostato all’interno del soggetto. Tendiamo a non riconoscerlo, non perché sia scomparso ma perché non si presenta più nelle forme in cui eravamo abituate a pensarlo. Non opera più attraverso il potere degli uomini sulle donne, quanto attraverso l’adesione a un modello unico di umanità, nella forma della desiderabilità del maschile – inteso come insieme di caratteristiche e intenzioni solitamente ascritte all’universo degli uomini – sul femminile.
L’attuale società ci aveva quasi convinte che il maschile avesse perso centralità, non presentandosi più come un’autorità esterna. In realtà continua a occupare il centro della scena nella forma di un ideale umano apparentemente neutro e universale. Un soggetto autonomo, performante, competitivo, capace di bastare a sé stesso. Principio ordinatore, generale e unificante, della contemporanea civiltà neoliberista, che si esprime nell’aspirazione di realizzare un mondo senza natura e senza madre.
Lo vediamo nel rapporto tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, nell’idea che la dipendenza sia una condizione da superare anziché la dimensione originaria dell’esistenza, nelle pratiche che frammentano l’esperienza materna in funzioni separate, nella riduzione della vita, del corpo e delle relazioni a risorse economiche e nel rapporto predatorio con la natura e con ciò che viene percepito come altro da sé.
La predominanza del maschile sul femminile c’è ancora e non solo continua ad essere una questione politica e simbolica decisiva ma lo è in una forma nuova e più ampia. Si manifesta nella tensione tra due modi di abitare il mondo: nel conflitto tra una concezione dell’umano fondata sul dominio, la prestazione, il controllo e l’individualità e un’altra fondata sulla forza intesa come potenza generatrice, sulla dipendenza originaria, sull’appartenenza a una trama di legami che ci precede, sul nostro nucleo in quanto creature generate, quindi vulnerabili e in relazione.
La differenza sessuale diventa così il luogo simbolico in cui si confrontano due antropologie concorrenti dell’umano. Ci invita a guardare quella parte di noi che rischia di restare senza parola e a custodirla, preservando la nostra presenza, consapevolmente femminile, nel mondo.
La differenza siamo noi. La stessa cosa disse Luisa Muraro riguardo alla storia, «la Storia siamo noi», quando nel lontano 2012 fu pubblicato in DWF n. 95 La pratica della storia vivente.
Mi fece a lungo riflettere un’affermazione di Luisa Muraro nel gennaio 2020 quando ebbe inizio la nuova edizione della scuola di scrittura, dal titolo Scuola di scrittura politica: «Essendosi accorciate le distanze fra politica delle donne e politica in senso ordinario si tratta di intrecciare il contingente con la lunga durata».
La differenza sessuale è di questo mondo, dove noi siamo e la facciamo vivere. Ancora ho sentito la necessità di fare parlare la differenza sollecitata dalla radicalità dell’attacco al femminismo della differenza da parte del movimento transfemminista e Lgbtq+. Chiara Zamboni l’ha definito per certi versi fertile, essendo una critica alla eterosessualità normativa. Io come insegnante di lingue straniere e amante della lingua ho lavorato molto sul linguaggio e la sua sessuazione, per cui ho provato una profonda sofferenza quando sono cominciati ad apparire i segni di una neolingua neutra con l’intento di cancellare i guadagni di simbolico del femminismo. Mi sono sentita chiamata. Un moto dell’anima mi ha spinto a intervenire e prendere posizione nel dibattito pubblico nel 2024, in occasione delle elezioni europee; qualcosa accadrà, ho pensato.
In una realtà che vedevo cambiata ho interrogato la mia esperienza, non in solitudine ma in una rete femminista di relazioni on line, Dichiariamo, che si è costituita nel 2022. Molte giovani iscritte hanno manifestato posizioni neoseparatiste, cosa che ha prodotto vivaci discussioni e posizioni differenti, soprattutto durante la preparazione del convegno che abbiamo organizzato nel maggio di quest’anno, dal titolo Femminismo fortemente sconsigliato. Una pratica di sperimentazione delle differenze fra donne che è stata fruttuosa per me perché siamo riuscite a discutere senza cancellarci, facendo leva sulle relazioni duali e sul forte interesse dell’una verso l’altra, proiettato anche verso donne di appartenenze diverse, alcune anche alla “politica in senso ordinario”.
Riandando a immagini indelebili che ho impresse nella mente rivedo Lia e Luisa che durante riunioni o in altre occasioni più conviviali a tavola, al Circolo della rosa, in Libreria, avevano vivaci discussioni, se non “scontri”, ma nel medesimo tempo si scambiavano sguardi e gesti affettuosi mostrandoci che dietro la parola forte o la critica tagliente traspariva tra di loro un sentimento e un ascolto autentici. La presenza costante di questa particolare immagine di una relazione fondante mi ha guidato per agire i conflitti in quella Rete. A volte è stato necessario vederci in presenza (chi poteva per distanza) senza lo schermo per riprendere slancio, forza e fiducia che i conflitti si possono agire. Questo processo di ascolto, una qualità della differenza, che è bisogno di verità soggettiva, mi ha portato a un percorso interiore di rivisitazione delle mie relazioni, emotivamente molto coinvolgente perché mi ha avvicinato alle vite di altre e a una più profonda comprensione delle loro scelte. Ho interrogato la mia eterosessualità, denunciata come binaria, e ho ripercorso la mia storia di quando adolescente amavo stare con le amiche, studiare insieme e come in un romanzo distopico ho cominciato a pensare con i “se”, quale vita avrei potuto vivere se… e mi sono immaginata una vita differente.
Ricordo che dopo avere conosciuto Luce Irigaray negli anni ottanta e aver letto i suoi libri, in particolare Speculum tradotto da Luisa Muraro e gli studi sul linguaggio, ho vissuto consapevolmente in un tempo altro, libera da condizionamenti e pressioni. Ho recuperato il mio stato di grazia di libertà incondizionata, il piacere della scoperta della libertà femminile nelle frequentazioni, nel vivere da sola in una mansarda, nel sostegno ai miei studi per fare i concorsi per l’insegnamento. Lo stesso che avevo trovato con le donne del movimento sia a Bologna che a Parma, e che era lo stesso che mia madre mi aveva dato al momento di continuare gli studi all’università con le amiche negli anni Sessanta. Quella che fu definita omosessualità simbolica, la via per l’indipendenza dal pensiero dominante, mi sembrava perfetta per me. In sintesi, senso libero della differenza, non alleanze ma relazioni duali, non sorellanza ma disparità, ammirazione, amore di sé. È stato un lungo apprendistato, una vita intera, dove linguaggio e pratica stavano e stanno in stretto contatto. In agguato ci sono stati momenti di disorientamento e solitudine, dove sentivo mancare la terra sotto i piedi e le relazioni rarefarsi. Quando capitano questi vuoti è facile perdere slancio e orientamento e cedere alla convenzionalità. Si perde la fiducia nel fare capitare l’impensato.
Oggi mi sento sottoposta a una saturazione di parole posticce, dove c’è il rischio di cadere prigioniere del contingente. Sempre più mi accorgo di avere bisogno di momenti di ritiro in me. Cerco un romanzo di seicento pagine e ci sprofondo dentro, o un saggio che mi abbraccia, mi dà tregua e mi trasporta in uno spazio-tempo di libertà. Antonietta Potente, che parlando del clima di guerra ha detto che le piccole cose ti portano su un altro piano, mi ha fatto pensare anche a quando vado a trovare Marirì. Marirì Martinengo per me è stata una maestra di parole, una madre simbolica, e da tre anni è ricoverata in una casa di cura. Conversando con lei sento che riusciamo a essere in sintonia anche in questo contesto in una relazione che dura da quasi quarant’anni. Un’esperienza che è una piccola cosa ma fuori dall’ordine del discorso corrente. Ecco, lì sono in un altrove pur nel qui e ora, in una relazione situata nel presente, un fiore tra le macerie che m’ispira. La differenza ci ha nutrite e ci ha dato forza. Una differenza parlante che non si cancella.
Siamo come su un altro piano, svincolate dalla contingenza distruttiva della guerra e della violenza, che ci pare quasi irreale, leggiamo e commentiamo insieme articoli di giornale. Lei sempre curiosa di capire, sapere e mi fa domande. Una volta ero io a farle a lei. Mi chiede di leggerle un libro, di raccontarle come passo le giornate, cosa facciamo in Libreria. A volte vuole fare una passeggiata in giardino e io lo accompagno e la sorreggo poi magari appena arrivate vuole tornare indietro, ha sete, teme di arrivare in ritardo al pranzo. Tutto lì è scandito con orari molto rigidi e lei si è abituata a quel ritmo. Quando la lascio, mi ringrazia a non finire, non sa che anche per me è stato un regalo rimanere con lei in un tempo altro, in un altrove che ci dà gioia. Una vita, la nostra insieme, trascorsa in ricerche, avventure, viaggi, convegni, feste e progetti che non sembrano finire. Lei mi dice sempre che è contenta di quello che ha fatto, è vissuta come desiderava. È quello che ho voluto e voglio fare anch’io. Una buona maestra mi sono scelta o mi è capitata perché come dice il proverbio chi cerca trova! Basta credere che proprio io posso farlo, avere la capacità di fare esistere un altrove in questo mondo.
Per molto tempo la politica tradizionale è stata mossa dall’idea che la differenza sessuale potesse essere superata. Secondo la narrazione dominante nelle società emancipate, essere uomo o donna non aveva alcuna rilevanza nell’esercizio delle funzioni politiche. Da qualche tempo, però, la differenza sessuale è tornata con forza al centro del dibattito pubblico, e ciò per diverse ragioni.
Da un lato, i partiti dell’estrema destra, sempre più forti, hanno fatto del “gender” uno dei loro principali terreni di battaglia. Combattono il femminismo, le pratiche queer, le nuove forme di famiglia, la visibilità dell’omosessualità, per restaurare ciò che definiscono «l’ordine naturale dei sessi»: un ordine che assegna ad ogni persona, in modo univoco e sulla base dei genitali, la categoria donna o uomo, attribuendo a ciascuna ruoli e possibilità d’azione prestabiliti, in particolare quello di formare coppie eterosessuali e mettere al mondo figli biologici.
Parallelamente, nell’ultimo decennio il primo piano della scena politica si è di nuovo mascolinizzato. Non è un caso che i protagonisti dei grandi conflitti geopolitici – Trump, Putin, Xi Jinping, Netanyahu, gli ayatollah iraniani – siano tutti uomini. L’ostentazione della mascolinità costituisce anzi un elemento esplicito della loro immagine pubblica, pur declinandosi secondo modelli diversi e tra loro concorrenti. Mentre di donne se ne vedono di meno sulla scena politica internazionale rispetto a dieci anni fa. Anche i potentissimi tech bros, i multimiliardari e gli oligarchi esibiscono apertamente la propria virilità.
In questa situazione, i limiti delle politiche per la parità stanno venendo a galla in modo evidente. Non solo esse non sono riuscite a iscrivere stabilmente le prospettive femminili nelle strutture politiche, ma, nell’attuale contesto mondiale, non rappresentano più nemmeno un obiettivo auspicabile. Nessuno può seriamente desiderare che, accanto ad autocrati e oligarchi violenti e corrotti, vi sia semplicemente un numero equivalente di autocrate e oligarche.
Per questo molte persone sperano che la differenza sessuale possa tornare nella politica come forza alternativa e trasformativa: non attraverso l’integrazione delle donne in un sistema corrotto, violento e disfunzionale, ma come correttivo, forma di resistenza e possibilità di alternativa. Questa speranza non si concentra sulle poche donne in primo piano nella politica internazionale – che sempre più spesso appartengono agli schieramenti di destra – bensì sulle molte donne impegnate alla base dei movimenti sociali.
Le analisi elettorali mostrano che le preferenze politiche di donne e uomini, soprattutto tra le giovani generazioni, stanno progressivamente divergendo: le donne votano sempre più a sinistra, gli uomini sempre più a destra. Si tratta di un fenomeno del tutto nuovo. Finora il comportamento elettorale variava soprattutto in funzione della regione, della confessione religiosa o della classe sociale, mentre il sesso incideva poco. Dall’introduzione del suffragio femminile in poi, le donne avevano generalmente votato in modo analogo agli uomini del proprio contesto sociale. Oggi questo equilibrio sembra incrinarsi.
Questa tendenza non riguarda soltanto le società occidentali: uno dei divari politici più marcati tra uomini e donne si registra, ad esempio, in Corea del Sud. Nel suo recente libro Frauen und Revolution [‘Donne e rivoluzione’], la giornalista tedesco-iraniana Shila Behjat sostiene che sono le donne a trainare i grandi movimenti democratici del nostro tempo, dall’Iran alla Bielorussia, dalla Polonia al Sudan. Anche i movimenti che si confrontano con le grandi sfide del presente – come la crisi climatica o quella del lavoro di cura – sono plasmati in misura decisiva dalle donne e spesso sono rappresentati pubblicamente proprio da loro.
La presenza e l’assenza delle donne nella politica oggi hanno un significato diverso rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Allora l’assenza delle donne era ancora una conseguenza delle vecchie strutture patriarcali che, attraverso il diritto e le consuetudini, le avevano esplicitamente tenute lontane dal potere. Il movimento delle donne si confrontava con il problema che una parità puramente formale non si era tradotta in un’effettiva uguaglianza delle possibilità di azione. Sia il femminismo dell’uguaglianza, con la rivendicazione di quote e di pari opportunità, sia il femminismo della differenza, con l’idea che le donne potessero “approfittare dell’assenza” (come suggerisce il titolo di un libro della comunità filosofica Diotima) erano tentativi di dare una risposta a questa situazione.
L’assenza delle donne oggi, tuttavia, è di natura diversa. A differenza di cinquant’anni fa, nessuno mette più seriamente in dubbio che le donne “sono capaci di farcela”. Perfino i partiti di estrema destra accettano donne ai vertici: ne sono esempi Giorgia Meloni in Italia e Alice Weidel in Germania. L’assenza femminile non è più un’esclusione di principio, ma un’assenza di fatto. Le donne potrebbero esserci, ma spesso non ci sono. Molti, soprattutto uomini, liquidano la questione come un puro caso.
Ma non si tratta affatto di un caso. Quando oggi emergono differenze significative – ad esempio una partecipazione fortemente asimmetrica di donne e uomini in determinati contesti – sono il risultato di scelte politiche. Una scarsa presenza femminile indica che le donne nutrono scarso interesse per quel determinato organismo e, al tempo stesso, che gli uomini che ne fanno parte non hanno un reale interesse alla partecipazione delle donne. Nel Bundestag tedesco, per esempio, la percentuale di deputate varia sensibilmente a seconda del partito: nella Sinistra (Die Linke), nei Verdi e nel Partito Socialdemocratico si aggira intorno al 50 percento; nei partiti conservatori del centrodestra, CDU e il Partito Liberale (FDP), è di poco inferiore al 25 percento; mentre nel partito di estrema destra AfD è pari circa al 10 percento.
La “ri-mascolinizzazione” della politica di cui ho parlato sopra non riguarda dunque tutti gli spazi della politica, ma soltanto i vertici di determinate istituzioni. In molti altri ambiti della società e della politica, le donne sono presenti in gran numero, soprattutto nelle seconde e terze file o ai livelli intermedi. Esercitano una notevole influenza sui media, nelle università, negli ospedali, nelle associazioni, nelle chiese… La mascolinità ostentata di Trump, Putin & Co. non riemerge nonostante questa presenza femminile senza precedenti nella storia, ma proprio nel suo stesso contesto. Non è il segno di un ritorno in forza del vecchio ordine patriarcale, come spesso si sostiene, bensì di ciò che nel mio libro definisco “caos post-patriarcale”.
Una delle sfide principali del femminismo consiste allora nell’individuare pratiche che permettano alle donne di usare realmente la propria influenza a partire dal proprio desiderio, invece di limitarsi a fare ciò che si aspettano i superiori, il partito o l’organizzazione di appartenenza. La pressione al conformismo è infatti molto forte e molte donne esitano ad assumere il conflitto, a esporsi, a rischiare di diventare impopolari. Eppure è proprio questo il passaggio necessario se si vuole cambiare qualcosa. Per affrontare questa sfida potrebbe essere utile rimettere in gioco la differenza sessuale. Ma non è affatto semplice.
Uno degli aspetti che oggi rendono caotica la cultura politica è infatti che la differenza sessuale non costituisce più – come avveniva un tempo nel patriarcato – un dato evidente e condiviso, visibile a tutti e al quale sia possibile fare riferimento. Ciò che è femminile e ciò che è maschile è diventato sfumato e oggetto di controversia. Allo stesso tempo, i residui ormai inerti del patriarcato tradizionale continuano a circolare come zombie: un involucro inquietante, privo di sostanza. Il vecchio ordine dei sessi non ha più autorità e spesso neppure potere, come dimostra la perdita di rilevanza delle istituzioni tradizionali – le chiese, le università, i tribunali, i parlamenti. E tuttavia un nuovo ordine dei rapporti tra i sessi ancora non si intravede.
Negli anni Ottanta le femministe lottavano per un libero significarsi dell’essere donna, non più determinato dalle definizioni imposte dal patriarcato e sostenute da un forte potere simbolico e sociale. Oggi, invece, la questione è diventata un’altra: l’essere donna ha ancora un significato? E, soprattutto, deve averne uno? Continuano certamente a esistere aspettative e prescrizioni rivolte alle donne, ma sono tra loro contraddittorie e incompatibili, tanto da risultare impossibili da soddisfare. Nel caos post-patriarcale, molte donne non sanno più rispondere alla domanda su che cosa significhi essere donna e se questa appartenenza debba ancora significare qualcosa.
Recentemente un’amica ha avanzato l’ipotesi che questo possa essere un motivo per cui quasi tutti i dibattiti femministi oggi ruotano attorno alla violenza contro le donne: da #MeToo a Gisèle Pelicot, dalle discussioni sulla misogina manosphere in rete alla lotta contro le fake news a sfondo sessuale e fenomeni simili. Quasi sembra che la violenza sessualizzata sia ormai l’unico terreno sul quale sia ancora possibile discutere sul significato della differenza sessuale senza rischiare di mettere il piede su un campo minato. Senza dubbio si tratta di questioni importanti. Ma se la differenza sessuale diventa oggetto di riflessione solo in questo ambito, rimane confinata a una posizione difensiva.
Il femminismo queer affronta la nuova situazione in modo diverso, moltiplicando deliberatamente le identità di genere. In questo modo la differenza sessuale è certamente diventata più visibile, ma non tanto come forza politica quanto come possibilità individuale di sottrarsi all’identificazione binaria. In effetti, le possibilità di vivere la propria identità di genere sono illimitate. Ma proprio per questo tale strategia non può offrire un’alternativa politica al caos post-patriarcale. Una pluralità infinita di identità non rende la differenza sessuale più feconda di quanto faccia una rigida definizione binaria. Tanto più che oggi la differenza sessuale deve competere sulla scena pubblica con numerose altre assi di differenziazione e, sotto il segno dell’“intersezionalità”, viene spesso considerata soltanto uno dei molti fattori che definiscono la “diversità”.
In contrapposizione alla teoria queer, altre femministe propongono invece di tornare al corpo, cioè alla distinzione riproduttiva tra esseri umani con utero ed esseri umani senza utero. Di fatto esistono due varianti biologiche chiaramente distinguibili, e soltanto una piccola percentuale di coloro che vengono al mondo – circa l’uno o il due per cento – non rientra in modo univoco nell’una o nell’altra categoria. Ma neppure questa rappresenta una via d’uscita. Fare appello al corpo significa infatti ridurre nuovamente la differenza sessuale a qualcosa che una persona possiede: una caratteristica, una proprietà, una definizione che pretende di offrire chiarezza. La differenza sessuale, invece, può acquistare forza politica soltanto quando si manifesta nell’agire. Abbiamo bisogno di una cultura della differenza femminile, e questa non nasce automaticamente dalla biologia, ma può emergere soltanto dai giudizi, dai desideri, dagli interessi e dalle scelte di persone che agiscono politicamente.
Come potrebbe dunque la differenza sessuale diventare visibile come fattore politico? Come potrebbe essere iscritta nel discorso pubblico, rendendola feconda nei dibattiti politici? Durante la redazione aperta di Via Dogana, Ida Dominijanni ha detto: «La differenza femminile parla – oppure non parla». Penso che la chiave si trovi proprio qui. La differenza sessuale può entrare nella politica e nella società soltanto quando le donne si manifestano come soggetti femminili, senza richiamarsi a un’identità prestabilita e definibile una volta per tutte.
Non si tratta di una teoria, ma di una pratica. Occorre sperimentarla, esercitarla, affinarla: rendere visibile ed efficace la propria differenza nelle situazioni concrete senza sottomettersi alle norme identitarie. Rafforzare l’autorità femminile attraverso una pratica politica la cui parola non si riduca a formule o rivendicazioni prevedibili.
È ciò che il femminismo della differenza sessuale pratica da decenni. Queste pratiche permettono di parlare a partire dalla propria collocazione e rimanervi fedeli, senza ridursi a essere la portavoce di un gruppo. Oggi sono un contributo prezioso di fronte alla crescente polarizzazione del panorama politico e agli sterili conflitti che attraversano anche i movimenti anticapitalisti, la sinistra e gli stessi movimenti femministi. È questo il contributo decisivo che il femminismo della differenza può offrire oggi: non soltanto alle donne, ma all’intera cultura politica.
Versione originale:
Die sexuelle Differenz wieder politisch fruchtbar machen | Antje Schrupp
Lange war die traditionelle Politik von der Vorstellung getragen, die sexuelle Differenz überwinden zu können. Ob Mann oder Frau, so die Erzählung emanzipierter Gesellschaften, spiele im politischen Amt keine Rolle. Doch seit einiger Zeit kehrt die sexuelle Differenz mit großer Wucht in den politischen Diskurs zurück, aus mehreren Gründen.
Zum einen haben die immer erfolgreicheren rechtsextremen Parteien das Thema „Gender“ zu einem ihrer Hauptthemen erklärt: Sie kämpfen gegen Feminismus, queere Praxis, neue Familienformen, sichtbare Homosexualität und wollen wieder etwas etablieren, das sie „die natürliche Geschlechterordnung“ nennen: eine Ordnung, die jede Person aufgrund ihrer Genitalien eindeutig als Frau oder Mann einordnet und ihr dann entsprechende Rollen und Handlungsoptionen zuweist, insbesondere die, dass sie sich zu heteronormativen Paaren zusammenfinden und dann eigene, leibliche Kinder bekommen.
Parallel dazu vollzog sich im vergangenen Jahrzehnt eine Wiedervermännlichung der Politik. Die Akteure der großen weltpolitischen Konflikte – Trump, Putin, Xi, Netanjahu, die iranischen Ayatollahs – sind nicht nur zufällig Männer, vielmehr ist demonstrative Männlichkeit explizit Teil ihrer öffentlichen Erscheinung (wobei durchaus unterschiedliche Vorstellungen von Männlichkeit miteinander konkurrieren). Von Frauen ist auf den weltpolitischen Bühnen heute weniger zu sehen als noch vor zehn Jahren. Auch die extrem einflussreichen Tech-Bros, Multimilliardäre und Oligarchen stellen ihre Männlichkeit deutlich zur Schau.
Die Gleichstellungspolitik offenbart nun ihre Defizite. Nicht nur ist es ihr nicht gelungen, weibliche Perspektiven dauerhaft in allen politischen Strukturen zu verankern, sie ist in der jetzigen Weltlage auch gar kein wünschenswertes Ziel mehr. Niemand kann sich ernsthaft wünschen, dass es neben gewalttätigen und korrupten Autokraten und Oligarchen auch eine entsprechende Menge von Autokratinnen und Oligarchinnen geben soll.
Viele hoffen deshalb, die sexuelle Differenz möge als eine alternative, verändernde Kraft in die Politik zurückkehren. Nicht indem Frauen sich in ein korruptes, gewaltvolles und dysfunktionales System integrieren, sondern als dessen Korrektiv, als Widerstand, als Alternative. Diese Hoffnung ruht nicht auf den wenigen Frauen in erster Reihe, die sich noch immer in der institutionalisierten Weltpolitik behaupten und inzwischen überwiegend zum Lager der Rechten gehören, sondern auf den vielen Frauen an der Basis sozialer Bewegungen.
Wahlanalysen zeigen, dass die politischen Präferenzen von Frauen und Männern vor allem bei den Jüngeren auseinanderdriften: Frauen wählen zunehmend links, Männer rechts. Das ist ein völlig neues Phänomen, denn bislang unterschied sich das Wahlverhalten demografischer Gruppen entlang von Regionen, Konfessionen oder sozialen Schichten, aber kaum entlang der Kategorie Geschlecht. Seit Einführung des Frauenwahlrechts wählten Frauen in der Regel mehr oder weniger dasselbe wie die Männer in ihrem Umfeld. Jetzt scheint sich das zu ändern.
Der Trend ist keineswegs auf westliche Gesellschaften begrenzt – besonders groß ist der politische „Gender-Gap“ zum Beispiel in Südkorea. Wie stark die großen Demokratiebewegungen unserer Zeit – Iran, Weißrussland, Polen, Sudan – von Frauen vorangetrieben werden, hat die deutsch-iranische Publizistin Shila Behjat kürzlich in ihrem Buch „Frauen und Revolution“ beschrieben. Auch soziale Bewegungen, die sich den zentralen Herausforderungen stellen wie der Klimakrise oder der Krise der Care-Arbeit, werden maßgeblich von Frauen geprägt und oft auch nach außen repräsentiert.
Die An- und Abwesenheit von Frauen in der Politik hat heute also einen anderen Charakter als in den 1970er und 1980er Jahren. Damals war die Abwesenheit von Frauen noch eine Folge der alten patriarchalen Strukturen, die Frauen explizit durch Recht und Sitten von der Macht ferngehalten hatten. Die Frauenbewegung beschäftigte sich mit dem Problem, dass eine rein formale Gleichberechtigung nicht zu tatsächlich gleichen Handlungsmöglichkeiten von Frauen geführt hatte. Sowohl das gleichheitsfeministische Streben nach Quoten und Gleichstellung als auch die differenzfeministische Idee, Frauen könnten „von der Abwesenheit profitieren“ (so der Titel eines Buches von Diotima) waren Versuche, darauf Antworten zu geben.
Die heutige Abwesenheit von Frauen ist jedoch anders gelagert. Anders als vor fünfzig Jahren bestreitet niemand mehr ernsthaft, dass Frauen „das können“. Selbst rechtsextreme Parteien akzeptieren Frauen als Anführerinnen, Giorgia Meloni in Italien oder Alice Weidel in Deutschland sind dafür Beispiele. Die Abwesenheit von Frauen ist nicht mehr eine prinzipielle, sondern nur noch eine faktische: Sie könnten anwesend sein, sind es aber oft nicht. Reiner Zufall, sagen viele, vor allem Männer, wenn sie darauf angesprochen werden.
Aber Zufall ist es nicht. Wenn sich heute deutliche Geschlechterunterschiede zeigen, etwa eine stark asymmetrische Beteiligung von Frauen und Männern in bestimmten Kontexten, dann liegt das an politischen Entscheidungen. Ein niedriger Frauenanteil weist darauf hin, dass Frauen sich nicht sonderlich für dieses Gremium interessieren, und dass gleichzeitig die dort sitzenden Männer kein starkes Interesse an der Beteiligung von Frauen haben. Im deutschen Bundestag zum Beispiel ist der Frauenanteil unter den Abgeordneten stark davon abhängig um welche Partei es sich handelt: bei Linken, Grünen und Sozialdemokraten sind es um die 50 Prozent, bei den bürgerlich-konservativen Parteien CDU und FDP knapp 25 Prozent, bei der rechtsextremen AfD 10 Prozent.
Die „Wiedervermännlichung“ der Politik, von der oben die Rede war, bezieht sich also nicht auf alle politischen Räume, sondern nur auf die Spitzen bestimmter Institutionen. An vielen gesellschaftlichen und auch politischen Orten sind Frauen hingegen in großer Zahl anwesend, besonders in der zweiten und dritten Reihe oder auf den mittleren Ebenen. Frauen verfügen über beachtlichen gesellschaftlichen Einfluss: in den Medien, an den Universitäten, in den Krankenhäusern, in Vereinen, in Kirchen und so weiter. Die demonstrative Männlichkeit von Trump, Putin und Co. kehrt nicht trotz, sondern inmitten einer weltgeschichtlich neuen Anwesenheit von Frauen zurück. Sie ist kein Anzeichen für ein Wiedererstarken der alten, patriarchalen Ordnung (wie oft gesagt wird), sondern für das, was ich in meinem Buch „Postpatriarchales Chaos“ nenne.
Eine wichtige Aufgabe für feministische Politik wäre demnach, Praktiken zu finden, die es Frauen ermöglichen, ihren Einfluss auch wirklich im Sinne des eigenen Begehrens zu nutzen und nicht einfach nur zu tun, was ihre Chefs, ihre Partei, ihre Organisation von ihnen erwartet. Tatsächlich herrscht ein großer Konformitätsdruck, und viele Frauen scheuen es, Konflikte einzugehen, sich unbeliebt zu machen – was aber notwendig ist, um etwas zu verändern. Bei dieser Herausforderung könnte es helfen, die sexuelle Differenz wieder ins Spiel zu bringen, doch das ist gar nicht so einfach.
Denn ein Aspekt, der die politische Kultur heute chaotisch macht, ist dass die sexuelle Differenz nicht mehr – wie früher im Patriarchat – eine für alle sichtbare und selbstverständliche Tatsache ist, auf die man Bezug nehmen kann. Was weiblich und was männlich ist, ist schwammig und umstritten. Gleichzeitig sind die abgestorbenen Versatzstücke des traditionellen Patriarchats nach wie vor unterwegs, wie Zombies, als gruselige Hülle ohne Substanz. Die alte Geschlechterordnung hat keine Autorität, und häufig auch keine Macht mehr, wie man am Bedeutungsverlust traditioneller Institutionen /(Kirchen, Universitäten, Gerichte, Parlamente) sehen kann. Eine neue Ordnung der Geschlechter ist aber nicht in Sicht.
In den 1980er Jahren kämpften Feministinnen für eine freie Bedeutung des Frauseins, also darum, nicht mehr auf patriarchal vorgegebene Bedeutungen festgelegt zu werden, die ihnen mit großer Macht aufgedrängt wurden. Heute hingegen stellt sich die Frage, ob das Frausein überhaupt noch eine Bedeutung hat oder haben sollte. Zwar gibt es weiterhin Anforderungen und Rollenerwartungen an Frauen, aber sie sind widersprüchlich und widerstreitend und daher unmöglich zu erfüllen. Im postpatriarchalen Chaos haben auch viele Frauen keine Antwort mehr auf die Frage, was das Frausein bedeutet und ob es überhaupt etwas bedeuten sollte.
Eine Freundin hat kürzlich den Gedanken geäußert, dass dies vielleicht ein Grund dafür ist, warum sich fast alle feministischen Debatten, die derzeit öffentlich verhandelt werden, um Gewalt gegen Frauen drehen – von #metoo bis Gisèle Pelicot, von Debatten über die hasserfüllte „Manosphere“ im Internet bis zum Kampf gegen sexualisierte Fake News und dergleichen. Fast scheint es, als wäre sexualisierte Gewalt inzwischen das einzige Thema, an dem sich die Bedeutung von Geschlecht noch diskutieren lässt, ohne auf Tretminen zu geraten. Ohne Frage sind diese Themen wichtig. Aber wenn nur dort die sexuelle Differenz zum Thema wird, bleibt sie in der Defensive.
Der Queerfeminismus geht anders mit der neuen Situation um: Er vervielfältigt Geschlechtsidentitäten demonstrativ. Das hat die sexuelle Differenz tatsächlich sichtbarer gemacht – allerdings weniger als politische Kraft, sondern als individuelle Möglichkeit, sich keiner binären Geschlechtsidentität zuordnen zu müssen. Tatsächlich sind die Möglichkeiten, die eigene Geschlechtsidentität auszuleben, unendlich. Aber gerade deshalb ist diese Strategie nicht geeignet, eine politische Alternative zum postpatriarchalen Chaos zu schaffen: Unendliche Vielfalt bietet genauso wenig eine Möglichkeit, sexuelle Differenz fruchtbar zu machen, wie reine starre binäre Definition. Zumal die Geschlechterdifferenz inzwischen mit zahlreichen anderen Differenzachsen um Aufmerksamkeit konkurriert und unter dem Stichwort der „Intersektionalität“ oft nur noch ein Faktor neben vielen anderen Aspekten ist, die „Diversität“ markieren sollen.
Im Widerspruch zur Queertheorie schlagen deshalb andere Feministinnen vor, zum Körper zurückzugehen, also zur reproduktiven Unterscheidung zwischen Menschen mit und ohne Uterus. Tatsächlich existieren ja zwei deutlich unterscheidbare biologische Varianten von Menschen, und nur ein kleiner Teil von ein bis zwei Prozent aller Geborenen fällt nicht eindeutig in die eine oder andere Kategorie. Doch das ist auch kein Ausweg. Wer sich auf den Körper beruft, macht die sexuelle Differenz wieder zu etwas, das ein Mensch hat – ein Merkmal, über das man verfügt, eine Definition, die Klarheit suggeriert. Politische Kraft kann die sexuelle Differenz aber nur entfalten, wenn sie sich im Handeln zeigt. Wir brauchen eine Kultur der weiblichen Differenz, und die ergibt sich nicht automatisch aus biologischen Faktoren, sondern kann nur aus persönlichen Urteilen, Wünschen, Interessen und Anliegen politisch handelnder Personen hervorgehen.
Wie also könnte die Geschlechterdifferenz als politischer Faktor sichtbar werden? Wie ließe sie sich in den Diskurs einschreiben, wie in politischen Debatten fruchtbar machen? Ida Dominijanni hat während der Redaktionssitzung von Via Dogana gesagt: „Die weibliche Differenz spricht – oder sie spricht nicht.“ Ich denke, darin liegt der Schlüssel. Die sexuelle Differenz kann nur dann in Politik und Gesellschaft eingetragen werden, wenn Frauen als weibliche Subjekte in Erscheinung treten, ohne sich dabei auf eine festgelegte und definierbare Identität zu berufen.
Das ist keine Theorie, es ist eine Praxis. Es gilt, das auszuprobieren, zu üben, zu verfeinern: Die eigene Differenz in konkreten Situationen sichtbar und wirksam werden zu lassen, ohne sich dabei identitätspolitischen Normen unterwerfen. Weibliche Autorität zu stärken durch eine Politik, deren Rede sich nicht auf vorhersehbare Formeln und Forderungen beschränkt.
Der Feminismus der sexuellen Differenz tut das seit Jahrzehnten. Diese Praktiken zu teilen, die es möglich machen, aus einer Zugehörigkeit heraus zu sprechen und ihr treu zu bleiben, ohne zum bloßen Sprachrohr einer Gruppe zu werden, sind heute ein wertvolles Angebot angesichts der Polarisierungen der politischen Landschaften und der fruchtlosen Grabenkämpfe gerade auch unter kapitalismuskritischen, linken und auch feministischen Bewegungen. Es ist der wichtige Beitrag, den ein Feminismus der Differenz heute leisten kann – nicht nur für Frauen, sondern für die politische Kultur insgesamt.
Domenica 14 giugno. Aspetto davanti al computer che venga autorizzato l’accesso allo Zoom per la redazione allargata di Via Dogana. Guardo girare la rotellina e penso alle primissime riunioni, all’entusiasmo e alla passione della differenza. Vedo il sorriso di Rosetta Stella quando aveva sostenuto, anche economicamente, la nascita della rivista di carta nel 1991. Ho l’accesso, compaiono i volti, alcuni a me molto cari; ascolto le voci, le inflessioni di cui so alcune cose… Torno al presente e provo – ancora una volta – gratitudine.
1)
La parola femminismo (anche la parola patriarcato) sono dappertutto. Femminismo di destra, di sinistra, ambientalista, bastardo, terrone, paritario, transfemminismo, e si può andare avanti. Teoria femminista, genealogie impiantate qua e là, perfino il romance con protagonista femminista. Aggettivato e plasmabile per appiccicarlo dove capita. Femminismo plastilina, non fa ingombro, tappa buchi di senso in discorsi già pronti, abusati. Provo una rabbia quasi insopportabile, vedo rosso, eppure mi capita di desiderare solo che si faccia il silenzio. Non mi capisco. Sarà questo un aspetto di quel “negativo della differenza” sul quale si interroga Ida Dominijanni?
2)
Per me – detto molto rozzamente – la differenza è “in” e il pensiero è quello che viene – a volte, senza garanzie – dalle pratiche e non si staticizza in teoria.
Ma adesso – e viene rimosso troppo spesso – c’è la guerra. La guerra ci attraversa in ogni attimo, si impianta e viene impiantata dentro di noi. Così le pratiche visibili sono quelle del tempo di guerra.
Impedire di parlare a chi è percepito come “nemico”. Disporre schieramenti, cioè accettare un minimo comune denominatore che unisce e dovrebbe produrre un campo di azione comune. Questo è il linguaggio della guerra. Non lo voglio usare, è una delle poche cose che posso fare per oppormi alla follia. Ciò non significa che mi manchino opinioni precise. Significa che voglio muovermi solo verso – e con – chi mi suscita desiderio, curiosità, interesse. È quello che ho già fatto, scegliendo tra le mie simili, ai tempi della “seconda ondata”. Mi si dirà: è riduttivo, oggi bisogna unirsi! Ma come? I modi vanno tutti bene? Vorrei, per quanto mi riguarda, rimanere fedele a me stessa e alle donne che ho amato, alle donne che amo. Cerco mediazioni, cerco di usarle bene, non sempre ci riesco. Ma non voglio produrre in me stessa una sorta di riadattamento a forme politiche di cui so che non funzionano.
3)
Ho disagio e diffidenza nei confronti della intersezionalità. Eppure, sono una figlia della classe operaia (si fa per dire, sono figlia materiale e simbolica della donna che mi ha messa al mondo) e non ho mai dimenticato da dove vengo. Non vedo – se è per questo – come avrei potuto farlo, visto che vivere mi ci ha fatto sbattere il naso una quantità di volte. So che ad alcune piacciono molto, in questo periodo, i cerchi di uguali in cui si parte dall’incrocio delle oppressioni per non lasciare indietro nessuno. A me sembra che così si corra però il rischio di fissare gli esseri umani – poverini, già così impauriti, feriti, maltrattati, perché le paure spesso sono male orientate, ma le ferite sono reali – alla loro condizione.
Continuo a pensare che sia più realistico continuare a provare a pensare e a sperimentare la disparità, e continuo a chiedermi perché in un mondo dove l’ingiustizia, la violenza, la legge del più forte sono così spaventosamente evidenti risulti così difficile mettere in tensione tra loro parità, disparità, uguaglianza, libertà. Cosa che forse aiuterebbe a riflettere sulla crisi delle democrazie più di tante altre.
Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza.
Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile.
La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro.
Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione.
Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto.
Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».
Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio
Ho incontrato in un luogo rinomato di femministe di Catania, allora chiamato Se-No e poi Centro Agave, e successivamente Associazione Città Felice, la rivista Via Dogana alla sua prima uscita nel giugno 1991, e da allora non l’ho più lasciata, attraversando tutte le avventurose imprese della politica delle donne del Pensiero della Differenza Sessuale che ci hanno contraddistinte. In quel contesto e negli incontri di redazione della rivista ho conosciuto Luisa Muraro, Lia Cigarini e il mondo della Libreria delle donne di Milano.
A quel tempo, come studente del Dipartimento di Matematica dell’Università di Catania, ero particolarmente sensibile alla critica femminista della scienza e perciò mi interessavo di epistemologia della scienza che, come sa chi ha pratica scientifica, è una parte molto insidiosa della filosofia, poiché è risaputo che la scienza è strettamente correlata all’andamento delle imprese militari e all’andamento dei profitti delle imprese di mercato.
A partire da quel desiderio, la mia pratica del Pensiero della Differenza Sessuale resta sempre una pratica politica tuttora valida in quella capacità di interrogarsi, ovvero di interrogare il piacere, la felicità, il comportamento inconscio e tutto ciò che resta coscientemente realizzato, come soggetto agente al presente, laddove mi trovo, con chi mi trovo, in contesto, nelle condizioni e nelle possibilità di restare viva, a dispetto di chi ama invece tramutare in oggetto inerte, tutte le cose del mondo, sia animate che non animate.
Il patriarcato trova fertile terreno sia nelle imprese militari che in quelle di mercato, e si ripropone con forme diverse ma sempre con la stessa sostanza, costituita prevalentemente da dimostrazioni di forza: le donne come gli uomini possono decidere di esercitarla o no. Niente altro che questo rappresenta per me semplicemente il fare la differenza, per restare umane e non cedere alle insidie dell’incoscienza.
Qualsiasi tipo di lavoro è un servizio alla comunità, e chiunque lo espleti è in gioco e sa distinguere bene la differenza tra dare un servizio (nel pubblico o nel privato che sia) e l’esercizio di un seppur minimo dominio da infliggere, anche attraverso le più aggiornate sevizie informatiche, alla comunità intera.
Così la guerra è la più diffusa e capillare modalità in cui emerge esplicitamente un ordine delle cose esploso oramai stretto nella morsa delle ripetitività senza senso. La guerra mostra non solo il punto di rottura di un ordine della ripetizione insensata delle cose, ma è l’esplosione delle strutture istituzionali irrigidite da abitudini ossessive e norme senza più contatto con la realtà delle cose umane.
In questo dis-ordine esploso, il mio compito quotidiano è, dove occorre, rimettere a posto le priorità, e fare in modo che riemerga l’umanità affinché non resti inerme, muta e sommersa, ma che resti viva, rigogliosa e prodigiosa.
Sto sempre all’erta su questo baratro, sul quale si apre un vorticoso abisso fatto di abitudini e comportamenti di donne e uomini che sembrano non potere cambiare mai.
Esercito tuttora la mia differenza in ascolto e con-tatto, i due sensi più trascurati nell’andamento del dominio delle immagini, dove anche il sapore e l’odore scompaiono, e lasciano spazio solo alla visione e all’immaginazione fuorvianti del tipico stile di vita pornografico.
Cosa differente è lo sguardo attento e di cura rispetto alla visione per evasione e alla fantasia, quello sguardo che fa uscire dall’ombra e dall’oblio delle misconoscenze, che fa uscire dall’attribuzione di valore misogino e competitivo neoliberista che viviamo attualmente in società senza limiti nel raggiungimento di obiettivi a tutti costi umani e delle cose, come ci si spinge attraverso la modalità e l’uso del drone.
Nella pratica artistica di pittrice ho sempre modo di esercitare e tenere vivo questo sguardo verso la realtà che mi circonda, restando sensibile alle criticità alle quali ci espone ciò che succede nell’economia e nell’organizzazione sociale della massima performatività.
Lia e Luisa a un certo punto annunciarono esplicitamente a tutte che da tempo immemorabile il momento della differenza sessuale è già arrivato, molte e molti vivono tuttora sotto le macerie del patriarcato perciò occorre molta pazienza a non scoraggiarsi, a fare ordine simbolico dell’amore femminile della madre e dare un taglio netto con il passato delle maldicenze sulle donne.
Studiando le innumerevoli scrittrici che sono emerse e che emergono ancora in tutti campi del sapere, ho intrapreso questo percorso ritrovandomi tuttora in libere conversazioni con donne e uomini, luoghi di imprescindibile esistenza simbolica lontani da quelli previsti come accademici, istituzionali e associativi.
Il mondo con le sue tecnologie e istituzioni del controllo, perde colpi e mostra le sue crepe proprio lì, nel luogo delle libere conversazioni: spegniamo cellulari, usiamo carta e penna, libri stampati e cibo locale a km zero. Le dicerie dell’untore ai quale il cosiddetto mainstreming, ovvero l’orientamento dominante, ci vuole abituare, non le ascoltiamo affatto, ma sviluppiamo insieme il proprio sentire, il comune senso della vita.
Questa irrinunciabile eredità ci hanno lasciato Lia e Luisa e tocca a ciascuna di noi custodirla nella propria originalità e autenticità, proprio come facciamo già con Virginia Woolf, Carla Lonzi e le altre, senza essere passive ripetitrici, ma abili, vivaci e ingegnose cultrici dell’essere donne sapienti del e nel proprio tempo.
La libertà è tutta nelle nostre mani. Coraggio e pazienza: fili sapienziali che si intrecciano e prendono forme spesso impreviste ma adeguate e risolutive nel contesto. Spunteremo la lancia che ci si presenterà, anche questa volta, come sempre, con giochi di composizioni di parole, immagini e musica, e tutti gli strumenti a disposizione che troveremo laddove abitiamo, come succede da quando esiste il mondo che si fa e si disfa, restando vive e felici.
Ho partecipato alla redazione aperta del 14 giugno e mi va di condividere un pensiero. Mi ha colpito nel testo l’osservazione di Jennifer Guerra [in “Fare il femminismo in una maniera nuova”, Ndr] per cui «il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione [quella delle trentenni o giù di lì] è una generazione di orfane». Il passaggio mi chiama in causa perché la generazione delle “madri assenti” dovrebbe essere quella delle cinquantenni, cioè la mia. Però anch’io scopro il femminismo nel pensiero della differenza adesso, dopo un vuoto, e mi domando dove siamo state fin qui.
Il ricordo va a un dettaglio della giornata del seminario sul pensiero di Luisa Muraro del settembre scorso: avevo approfittato della presenza a Milano per salutare un’amica che abita poco distante. Tra gli incastri delle faccende affaccendate, siamo riuscite a prendere un caffè giusto all’inizio del pomeriggio, così ho invitato la mia amica a fermarsi con me. E lei mi ha detto: «Ma perché? Io non ho bisogno del femminismo, per me, in casa con mio fratello, con mio marito, con mio figlio e mia figlia, con i miei amici, con i colleghi e i miei alunni non ho mai avuto problemi: maschi e femmine fanno le stesse cose, non c’è differenza» (poi è rimasta per farmi compagnia e ci siamo divertite tantissimo).
Lì per lì non ho fatto caso alla risposta, però adesso mi viene in mente che questo è il punto: all’inizio la disparità era tanto sul piano del fare, quanto sul piano dell’essere, con delle connotazioni molto concrete e visibili. Negli anni ’80/’90 alle giovani donne sembrava aperta ogni possibilità, ed effettivamente è stato (quasi) così: noi donne abbiamo iniziato a fare le stesse cose degli uomini, sul piano del fare si è conquistato un buon grado di parità, ma questo ha mascherato la disparità che continuava a esistere sul piano dell’essere. Il “vuoto” storico che si è creato nella genealogia femminile è della stessa natura del mio sentire di cinquantenne, che qualcosa non torna nel “fare lo stesso lavoro” che fanno gli uomini ed essere donna.
Ci siamo incontrate, tre generazioni di donne, intorno a questo vuoto. Un vuoto che forse è stato necessario per fare emergere con più chiarezza il punto da mettere a fuoco adesso, che l’essere donne è libero, indipendente, altro dal fare le stesse cose degli uomini.
Da qui si parte.
Lectio di Luisa Muraro nell’ambito di Book Pride 2015, tenuta il 29 marzo 2015 ai Frigoriferi Milanesi a cura dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti
Nel Manifesto di Rivolta femminile (1970) c’è scritto «Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale».
Metto queste parole sullo stendardo con cui scendo in campo per affermare che la differenza sessuale c’è. Ma attenzione a non intendere pan per polenta, come dicevano in veneto. Non ho detto che c’è differenza tra uomini e donne. Quel “tra” è un abbaglio. Tra i sessi c’è di tutto, usanze, mode, pregiudizi, leggi, c’è il diritto, il galateo, la scienza, ci sono anche muri, guardie, passaggi… Pensate a una linea di confine tracciata e vigilata da imperativi storici di diversa natura e forza. Questi imperativi hanno un certo potere d’imposizione, che varia da cultura a cultura, unito a un più insidioso potere di mediazione, che è di farci pensare e giudicare così o colà, interpretando anche la nostra personale esperienza. Ma non hanno il potere di arrivare al fondo dell’esperienza, al quale si arriva soltanto con qualcosa di vero. Quest’ultima affermazione prendetela per ora come un punto di resistenza che metto avanti, un avamposto.
La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo. Io non voglio perché si dà il caso che sia femminista. Ma si dà anche il caso che vi siano innumerevoli donne che non sono femministe e non vogliono, neanche loro, prescindere da quello che sono, donne. La differenza, puoi mascherarla, nel senso di enfatizzarla, occultarla, adattarla, per sfida o in conformità, libera o forzata, consapevole o inconsapevole, a quegli imperativi del tra che dicevo. A volte bisogna farlo. A volte invece piace farlo e allora diventa recitazione.
La differenza che c’è, sono io e non sono io. Detto in breve, si tratta di una mancata coincidenza, di un differire di me da me, qualcosa che si vive come un eccesso e una carenza che non si compensano fra loro, uno stato somigliante al trovarsi nel bisogno dell’essenziale disponendo intanto di ricchezze superflue. Sento l’obiezione: ma questo è il proprio della condizione umana pari pari… Appunto! Secondo la veduta che sto esponendo, non si dà in primis l’essere umano, il famoso Uomo con la u maiuscola e poi la donna/l’uomo; l’umanità sono donne, l’umanità sono uomini. L’umanità sono altri e altre che vivono ciascuna/o a suo modo quella mancata coincidenza che ho detto, e non c’è teoria che possa sanarla.
Si fanno molte teorie della differenza sessuale. Le meno sbagliate sono quelle infantili, giustamente valorizzate da Freud. Freud ne ha ricavato la teoria della castrazione. Lacan ha precisato: castrazione simbolica, che riguarda anche gli uomini di sesso maschile.
Duemila e trecento anni fa Aristotele ha fatto una teoria che noi consideriamo sbagliata ma molto ben trovata, tant’è che è durata quasi fino ai nostri giorni.
Aristotele era un grande osservatore e grandissimo ragionatore, filosofo e scienziato (ma senza laboratorio). Nel trattato Sulla generazione degli animali scrive: «Il primo inizio è nascere femmina e non maschio», dice proprio così e aggiunge subito: «ma questo è necessario alla natura». Perché “ma”? è necessario, spiega, che nascano femmine, ma queste non nascono per necessità, nascono per un anomalo indebolimento del principio generativo (lo sperma, che in greco antico è letteralmente il seme). Che cosa vuol dire? l’anomalia che fa nascere le femmine non ha la necessità delle cose necessarie a raggiungere un fine, si tratta, parole sue, di una “necessità accidentale” (La donna e i filosofi: archeologia di un’immagine culturale, a cura di Silvia Campese e Silvia Gastaldi, Zanichelli, Bologna 1981, 79). In questa strana nozione traspare una lontana anticipazione della tesi darwiniana che soppianterà il lamarckismo.
Va detto che i traduttori di questo difficile passo non si sono ancora messi d’accordo.
Un’idea però mi pare chiara: le femmine sono necessarie, ma il sesso femminile non è normale. Detto in parole nostre: le donne sono diversamente umane.
Secondo me, come ho detto, le teorie della differenza sessuale sono tutte più o meno sbagliate. Tutte dicono qualcosa di vero, ma le teorie sono totalità coerenti, trasparenti a sé stesse, la differenza invece è un tema inesauribile, nella nostra stessa esperienza, e questo per un motivo preciso. La sessuazione, come noto, è un fatto primordiale, è un’invenzione della vita tesa di suo a durare. L’incontro del patrimonio genetico di due, uguali e differenti, pare che sia la mossa vincente. Ma c’è un imprevisto, che è l’umano. O, più precisamente, c’è che il fatto primordiale della sessuazione irrompe nella sfera della parola, cioè del vero/falso, del giusto/ingiusto, del bene/male. Irrompe e fa un disordine che, secondo certi testi sacri, sarebbe effetto del peccato originale e si estende anche alla natura. La questione diventa allora: è possibile rifare un ordine? E come?
Ecco svelato il significato del discorso di Aristotele, in quel punto del suo discorso in cui dice “ma”. La riflessione sulla riproduzione degli animali lo spinge a elaborare la nozione di una necessità che non è necessaria ma accidentale, in quanto non è finalizzata a…, come invece le nostre azioni consapevoli. Ma perché dice “ma”? Lo dice per separare l’ordine di cui le femmine sono il principio, cioè l’ordine naturale, dall’ordine giusto e vero delle cose, dove il primato è umano maschile. Ai nostri occhi Aristotele sbaglia in quanto considera l’ordine patriarcale come l’unico degno di essere chiamato ordine. Ma non sbaglia a considerare che la differenza dei sessi sia una questione tutt’altro che semplice. Aristotele infatti se la pone non soltanto come studioso del mondo animale ma anche e soprattutto come filosofo politico.
Tutte le civiltà, che io sappia, si sono misurate con la questione della differenza e le hanno cercato una qualche risposta, anzi una grande varietà di risposte, con la lingua, le arti, la moda, gli usi della buona creanza, i codici, i tabù, l’onomastica, i privilegi, le gerarchie, le esclusioni… Ricordo i miei soggiorni di fanciulla sull’altipiano d’Asiago con la vista delle bestie al pascolo che ci guardavano con grandi occhi e mi pareva di capire che fossero stupite di vederci come siamo, noi che saremmo loro parenti. Mi pareva che notassero soprattutto i nostri vestiti: braghette e gonne, capelli lunghi con il nastro, capelli corti quasi rasati, e mutande per nascondere l’innominabile intimità. Loro invece erano perfettamente nude, ma non si notava affatto tanto erano a loro agio nei loro corpi. Non si stupiscono solo le bestie, anche noi ci stupiamo di noi. Una mia studentessa adolescente ci raccontò che un giorno, tornata a casa prima del solito e salita in camera sua, vi trovò il fratello minore vestito con i suoi vestiti e truccato con i suoi trucchi, che si ammirava allo specchio: la sorpresa la paralizzò al punto che non gli saltò addosso, come avrebbe fatto con una sorella, e lui ebbe il tempo di mettersi in salvo.
La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory dei cinque generi. Due è per via della sessuazione, la vita che si biforca, ma se lasciamo la natura per la cultura, perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. Che cosa cercava quel ragazzino in camera della sorella? Era un viaggiatore, anzi un esploratore, in cerca di altro per trovare se stesso.
Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: Fine della differenza sessuale? E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è “il fatto” (la parola è sua, io sottolineo) della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale (p. 284). Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, concordo pienamente con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il “biologico” e lo “psichico”, il “discorsivo” e il “sociale”» (pp. 275-276). La civiltà moderna ha edificato e continua a coltivare un sistema di conoscenze scientifiche ordinandolo secondo precisi confini che separano il biologico e lo psichico, il discorsivo e il sociale. Vale a dire, facendo a pezzi ogni segreta o meno segreta ricerca soggettiva di un senso libero della differenza sessuale.
“Finalmente”, ho detto sopra, per una ragione precisa. Solo gli Usa possono correggere gli errori degli Usa: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che essi, gli States, capiscono le nostre ragioni solo se diamo loro ragione. Sotto le apparenze di uno scambio culturale, c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto costatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto “genere” è dilagato come uno pseudonimo di “sesso” e come un eufemismo: il “genere” non fa pensare al femminismo e non suscita imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato, provvisto di diritti, senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.
Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura neoliberale, non si arriva senza sfidare il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta. Lo sostiene giustamente Ida Dominijanni nel suo recente Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (ediesse 2014). E la sfida è ancora aperta.
In quegli anni si alzò, senza gradualismi, con la forza dell’imprevisto, un’ondata di rivolta femminile che ha rotto il corso otto-novecentesco dell’emancipazione. Riporterò qui un racconto che ne riassume molti, non ne esaurisce nessuno.
Stati Uniti, anno 1966: è cominciata la grande ribellione generazionale che si chiamerà Sessantotto. Nel corso di questa, in quello stesso anno, accadde qualcosa che annuncia la frattura femminista, quella che io chiamo la rivolta nella rivolta. Nel corso di un convegno di studenti di sinistra, avvenne il primo atto separatista: un gruppo di studentesse decise di abbandonare, seduta stante, il workshop misto dedicato alla Woman Question, per riunirsi tra sole donne (Elda Guerra, in Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2005, pp. 31-32). Il loro gesto, poi ripetuto da innumerevoli altre, fino ai nostri giorni, ha un significato che apprezza solo chi sa vedere la grandezza che si presenta in modeste apparenze… Per esempio? I pastori di Betlemme nel Vangelo di Luca o il camionista siciliano in Cristina Campo, Les sources de la Vivonne (Gli imperdonabili). Il femminismo di Stato, quello della parità tra donne e uomini, sostenuto dall’Europa e da altre agenzie di potere, vuole farci dimenticare l’evento del 1966 con la sua radicalità. Cercano di farci passare dal vecchio femminismo ottocentesco al post-femminismo neo-liberale, senza soluzione di continuità. E si capisce perché: le iniziatrici della “rivolta nella rivolta” non erano in cerca di emancipazione, erano giovani donne emancipate, tendenzialmente promesse all’integrazione paritaria. Esse hanno interrotto questo processo di promozione per aprirsi un’altra strada. La loro esemplare presa di coscienza e di parola ha le caratteristiche di una ripresa, nella sfera dell’umano, del fatto primordiale della sessuazione. Accade così che il primato della vita si trapianti, ad opera di donne, nella polis, diventando politica, e nella soggettività umana.
Il “ma” di Aristotele inciampa così nell’imprevisto di un nuovo “ma” che mette in evidenza la storicità del regime patriarcale e ne decreta la fine. E più ancora. Il nuovo “ma” ha sostituito con la relazione di differenza quella che era la dualità gerarchica di natura/cultura, con le sue tante versioni, corpo/anima, cielo/terra, personale/politico, privato/pubblico, fino a quella tra madre che dà la vita e padre da cui vengono la parola e la legge.
La rivolta cominciata quarant’anni fa ha rivoltato la civiltà, l’ha rovesciata come un calzino facendo vedere il suo rovescio, che era la subordinazione femminile all’Uomo, e portando alla luce un sostrato di civiltà più elementare. Che vale per donne e uomini e come tale lo propongo qui. Quello che ho detto finora attingendo all’esperienza politica delle donne, arriva così al suo dunque nel presente, che lo mette alla prova dei difficili cambiamenti in corso. A suo tempo io e altre abbiamo parlato, per quel sostrato, di un ordine simbolico della madre (di cui bisognerebbe dire che, a un certo punto, fu intuito da Freud). Abbiamo sostenuto, in pratica e in teoria, che dalla donna che ci è madre riceviamo la vita e impariamo a parlare, una cosa non va senza l’altra. Dalla relazione fiduciosa con la madre o chi per lei dipende che impariamo a parlare, che possiamo dire io e metterci in relazione personale con gli altri e il mondo. Oggi devo aggiungere che questo fondo di una più elementare civiltà, non è roccia. È fatto di materia viva, sensibile e più fragile di quello che non pensassi: è fatto di relazioni e fiducia.
Proprio su questo terreno ci sono mutamenti temibili, a causa principalmente dell’attuale economia neo-liberista che di relazioni e di fiducia ha una fame estrema, pari al consumo devastante che ne fa a causa delle sue crisi ricorrenti. E che alla lingua materna sovrappone la circolazione della moneta, con effetti di perdita della competenza simbolica da parte nostra, comuni cittadini, e di autorità da parte della lingua materna. Si dice che perdiamo il controllo sulle nostre vite. Sì, ma la perdita di competenza simbolica esprime di più, perché riguarda la capacità di sottrarsi alla collocazione nel discorso dominante: capacità di essere altrove e altrimenti, come hanno detto quarant’anni fa quelle che erano parlate e sono diventate parlanti. Si tende a descrivere l’attuale regime in modo sbagliato, facendo un errore fatale secondo me. Gli si attribuisce come deteriori anche caratteristiche che, per se stesse, sono guadagni della politica delle donne. Mi riferisco all’intreccio tra vita e lavoro, alla caduta dei paraventi tra pubblico e privato, alla valorizzazione delle qualità relazionali, all’idea di un’autorità che non si confonde con il potere. Erano guadagni politici, ora sono parte della posta in gioco. Perciò, è il mio invito, non restate in quella postura sommaria dell’essere contro, il NO ripetitivo e sterile giustamente messo sotto accusa da Naomi Klein, e non fermatevi indefinitamente sulle vostre analisi critiche. Andiamo a combattere insieme a quelle donne e quegli uomini che già si trovano sul posto e che resistono alla perdita di competenza sulle loro condizioni di vita. Per parare alla crisi, non ci sono solo tagli, tasse e licenziamenti. Si stampa anche moneta da mettere in circolazione, per rafforzare la traballante fiducia che tiene in piedi il sistema economico. Se quelli stampano soldi, creiamo, noi, le condizioni che generano fiducia e presa di parola nel vivo dell’esperienza. È politica; se le cercate un nome, si chiama politica prima.
Non so cosa mi abbia sospinto di nuovo quassù, dopo tantissimi anni, a Milano, alla Libreria, all’incontro aperto con la redazione di Via Dogana. Non so cosa di profondo mi abbia indotto a partire da Viterbo, mentre Luisa ci stava lasciando.
Devo a Luisa Muraro e al suo pensiero, conosciuti per il tramite di un’altra donna fondamentale per la mia vita, Eloisa Manciati, l’approdo al femminismo che coniuga pratiche politiche, esperienza della relazione e pensiero, episteme.
L’incontro con il pensiero della differenza ha voluto dire per me andare oltre la rivendicazione delle ingiustizie e delle asimmetrie e incontrare, nella relazione con le altre, la possibilità di attraversare il mondo e la realtà con un altro sguardo, la cui misura non era più quella maschile. Passavamo dalla necessità di difendersi al desiderio di rifare daccapo il racconto del mondo: la storia, la letteratura, la politica. La realtà si spalancava inedita a partire dalla parzialità dei nostri corpi situati, oltre il velo del neutro astratto universale e nel rapporto tra corpo e linguaggio che articolava sapere e piacere.
Parzialità, contingenza, relazione, pensiero dell’esperienza. Non un’ontologia ma un significante. Non riesco ancora a capire l’attribuzione di essenzialismo a questo pensiero anche se il fastidio verso un’ipostatizzazione del femminile e del materno da parte di alcune, molte, donne che vi fanno riferimento, lo conosco.
Negli anni poi, e nei contesti dell’agire politico, ho incontrato non solo le “mie” simili, con le quali disfacevamo pazientemente la trama culturale e simbolica del patriarcato, ho incontrato le giovani precarie, le persone non binarie, soggettività che avevo bisogno di ascoltare nella presa di parola; se la differenza non è una cosa ma una relazione, là voglio stare. Se altri corpi, altre soggettività sono affiorati alla visibilità e alla parola, a mio parere è a questa idea processuale, aperta, non aprioristica ma relazionale e contingente, asimmetrica e interdipendente di differenza che ne dobbiamo la possibilità.
Non mi preoccupano i conflitti dentro il femminismo, mi paiono la conferma di qualcosa che è vivo, si muove e non colonizza, tuttavia le forme di intolleranza al confronto che si sono presentate non solo mi preoccupano ma spengono il mio desiderio di femminismo. Non si può poi non notare come il pensiero si impoverisca quando si incardina in queste opposizioni “di principio” – penso con tristezza all’ultimo confronto Cavarero-Butler.
E invece – per questo oggi sono qui, arrivando da lontano – del respiro del pensiero abbiamo bisogno. Di stare nella realtà fino in fondo, muovendoci su un altro piano della realtà.
Nella realtà reclamano la parola a buon diritto le giovani femministe che fanno riferimento all’intersezionalità, considerano l’essere donna uno dei tanti fili che si intrecciano andando a costituire la gabbia dell’esclusione, della soggezione, dell’irrilevanza sociale e culturale.
Non sono del tutto convinta che il concetto di intersezionalità sia euristicamente significativo, perché, appunto, al massimo può dar conto di un intreccio di esclusioni, diversamente dosate su un piano sociologico ma da cui non si può nominare né vedere la libertà femminile, al contrario dell’idea di differenza come luogo in cui si fa e si disfa la relazione tra biologico e culturale, luogo di interrogazione, di mediazione e di conflitto; esito della relazione, che istituisce le pratiche e precede i significati.
L’intersezionalità, che nasce nel preciso contesto statunitense e dai conti mai fatti con lo schiavismo fondativo di quella comunità, finisce per ipostatizzare e inchiodare a identità vittimarie plurime quando non sono quelle soggettività a prendere la parola, rischiando di diventare uno strumento sociologico di classificazione che disarticola i soggetti nelle loro “caratteristiche”.
Infine, il corpo, tema ineludibile perché ancoraggio dell’esperienza da cui si fa il pensiero. Forse colgo il rischio, in una certa lettura – così la considero – della differenza: il rischio di pensare al corpo come dato, una volta per tutte. Come un dato.
Ma di quale corpo stiamo parlando? La stessa evoluzione ci racconta il metamorfismo del vivente; e quanto alla storia: diremmo che i nostri corpi biologici sono gli stessi – anche sul piano dei significati – nelle migliaia di anni che abbiamo attraversato come specie? Cosa sono oggi, i nostri corpi: possiamo escludere le nostre infinite protesizzazioni con cui pure siamo qui, parliamo, entriamo in relazione, raccontiamo storie, amiamo? Possiamo astenerci, nel pensare la differenza, da contributi – ormai antichi ma attualissimi – come quelli di Donna Haraway e dei suoi corpi cyborg, che ci immettono nel continuum relazionale con la Terra, le altre specie, le macchine?
Ecco: ascoltare, con studio, quello che accade – anche quello che non ci piace di quello che accade – ricordando che la differenza è una relazione, un significante, un dispositivo epistemico per dare un senso libero a ciò che ci accade di essere.