La società appare fortemente cambiata rispetto a pochi decenni fa, eppure molte di queste trasformazioni non ne hanno intaccato i meccanismi profondi. Ancora oggi, come è stato fatto notare all’interno della redazione aperta di VD3 – Fare impresa femminista – le donne si affidano agli uomini e ammirano gli uomini, un fatto certamente non vero in senso assoluto ma sicuramente presente nella realtà di tutti i giorni. Credo sia troppo facile, rimanendo nella «bolla femminista», giudicare queste donne. Molte di loro probabilmente non si rendono conto della questione, tanto è radicata la convinzione che siano gli uomini il modello da imitare, mentre altre, che comprendono perfettamente il sistema in cui vivono, scelgono di replicarlo – o di adattarsi ad esso – per quieto vivere, per timore, per conformismo o per trarne vantaggio personale al fine di raggiungere i propri obiettivi. C’è ancora spazio dunque per il femminismo? In redazione il femminismo è stato definito vantaggioso, ma vantaggioso per chi? Certamente per me che grazie al femminismo posso essere coerente con me stessa e quindi libera di essere me quando mi muovo nel mondo. Nella mia vita c’è un prima e un dopo l’incontro con il femminismo, conosco il prezzo di una vita modellata su pensieri e desideri non miei ma offertimi da altri e conosco il prezzo di una vita scelta da me e vissuta secondo il mio desiderio e solo ora so che preferisco la seconda opzione. Ma questa scelta non è a costo zero. Praticare il femminismo ed essere femminista per me significa esporsi, mettersi in contraddizione e talvolta in contrasto con me stessa e con le persone che mi circondano. Significa prendersi il rischio di perdere relazioni sentimentali anche se resta il desiderio d’amore, di perdere opportunità lavorative anche se si desidera un miglioramento della propria situazione economica, di perdere i rapporti con la famiglia e con la propria rete sociale anche se si considerano queste persone importanti e gli si vuole bene, tutto per cercare delle forme relazionali nuove che rispondano al mondo che vorrei e a quello che sento coerente con me stessa. In questa pratica continua ogni incontro con l’altro mi chiede di decidere da che parte stare. In un’epoca in cui siamo libere come mai storicamente prima continuiamo ad esserlo a nostro rischio, questa libertà continua ad avere un costo, ad essere sotto attacco e ad essere relegata all’individualità della singola donna che decide per sé. Ma è anche per questo che il femminismo è vantaggioso, perché parla al plurale e porta in sé la speranza che prima o poi la libertà delle donne avrà come limite solo il proprio desiderio e il rispetto del desiderio altrui. Ma non siamo ancora a questo punto. Spesso ciò che è vantaggioso per sé stesse è controproducente per tutte le altre, camminiamo nella contraddizione. Penso al “sex work”, alle donne che dicono di trarne vantaggio e a tutte quelle come me che ci vedono la violenza. Penso allo strumento della denuncia quando si parla di violenza maschile contro le donne e quanto ancora si attui la scelta del silenzio per paura, per sfiducia nelle forze dell’ordine, per l’illusione che quel comportamento violento non sia davvero pericoloso, ecc. quando invece l’esposizione pubblica sarebbe d’aiuto a tutte nel lungo periodo. Penso alle direzioni delle grandi aziende, con sempre più donne coinvolte ma in un sistema che resta saldo su vecchi schemi già visti. Forse la grande contraddizione che viviamo è che il femminismo ha trasformato le donne che lo hanno incontrato ma non ancora il mondo intorno a loro e si è creato il paradosso per cui una pratica nata dal personale per diventare collettiva si è ora incastrata nelle trame insidiose dell’individualismo. Siamo ancora in cammino, dobbiamo ancora chiederci per chi stiamo agendo e se quello che stiamo facendo sia davvero vantaggioso per noi donne come unicità e come pluralità. Le radici del movimento delle donne sono forti, ma i rami e le foglie hanno costantemente bisogno della nostra cura. 

Ho voglia di intervenire in questa discussione per dire, parafrasando il titolo dell’incontro di Via Dogana 3, che non solo fare impresa femminista è un’invenzione continua ma anche che l’impresa Libreria, così come narrata nelle belle introduzioni di Traudel Sattler e di Renata Dionigi, restituisce il senso politico di un’impresa femminista ed è un’impresa possibile,è una buona impresa. Non è poco!

Sono arrivata al femminismo della differenza in uno dei contesti e delle relazioni creati dall’impresa Libreria: la presentazione del Sottosopra blu 1 organizzata a Brescia dal Gruppo del Martedì della Camera del Lavoro e dall’Università delle donne Simone de Beauvoir. In quell’incontro – con Lia Cigarini, Luisa Muraro, Clara Jourdan – è nata la mia relazione con la Libreria, a cui sono seguite poi, nel corso degli anni, altre relazioni politiche e di amicizia con altre donne, relazioni per me vitali ma, soprattutto, con un pensiero politico e una pratica da cui ho ricavato – in un movimento continuo tutt’ora in corso – una forza generativa che prima non avevo mai sperimentato.

Il mio lavoro sindacale – tra difficoltà, contraddizioni, sconfitte, guadagni – si è nutrito di questo pensiero e questa pratica ed è cresciuto in queste relazioni. Nel contesto del sindacato l’incontro con il pensiero della differenza e la pratica del partire da sé ha alimentato i miei progetti e il desiderio di stare intera nel mondo, ha messo a disposizione i mezzi per cambiare e ha cambiato il mio modo di esserci. Una strada in continuo divenire, per imparare la “capacità di stare al mondo senza sottostare alla sua legge2 e agire un punto di vista situato nel desiderio e nella parola soggettiva come parte del conflitto e della contrattazione.

Sono stata parte, fin dall’inizio e anche quando non ne avevo piena consapevolezza, di quel “circolo virtuoso tra il fare materiale e la riflessione politica3 che ha attraversato questi cinquanta anni di vita della Libreria.

Questo è il guadagno, che la Libreria continui a essere una realtà aperta sulla strada, ed è molto forte il senso di gratitudine così come forte è il mio desiderio di fare quello che posso e sono in grado di fare perché la Libreria possa continuare la sua attività editoriale e politica.

L’incontro di VD3 ci ha fatto conoscere lo spirito degli inizi: fare impresa “con un misto di accuratezza femminile, di prudenza contadina, di efficacia4 . Le difficoltà oggi sono altre da quelle di 50 anni fa (per tutti è più difficile vendere libri) ma noi abbiamo un “di più”.

La programmazione degli eventi per festeggiare i 50 anni è la materia viva, il patrimonio che abbiamo tra le mani, per allargare e trasmettere che c’è una ricchezza di pensiero e pratica politica che circola in un mercato della felicità. L’interesse riscontrato negli incontri già svolti ha reso evidente che si possono continuare a creare contesti e relazioni ben oltre i confini delle presentazioni del calendario mensile.

Dobbiamo adeguare la nostra pratica ed essere in grado di far fronte alle difficoltà dell’oggi, ragionare sul nostro desiderio e su come continuare a mantenere uno spazio di incontro e di confronto con “al centro il libro come oggetto di relazione e di scambio, non solo commerciale ma culturale5.

Laura Colombo “con un misto di accuratezza femminile, di prudenza contadina, di efficacia imprenditoriale” ha sperimentato altre strade per poter far conto su ulteriori risorse che si aggiungano al sostegno della comunità di donne e uomini che acquistano per sostenere questo luogo e il pensiero politico che produce.

Le mette in parola e su questo apre domande, per sé e per tutte noi.

Io non credo ci siano alternative e non credo che quelle delineate siano strade in perdita se le percorriamo con una pratica politica adeguata.

Mi sono interrogata sul come e credo che una via percorribile sia stata quella di rendere sostenibile economicamente la programmazione degli eventi e delle pubblicazioni per i 50 anni dell’impresa Libreria.

Penso che la fatica richiesta per far fronte alla burocrazia e agli adempimenti richiesti si possa affrontare facendo affidamento su tutte le energie che, alla luce di questa discussione, si renderanno disponibili.

E, in una pratica del fare, propongo di ragionare su quali progetti – ad esempio la conservazione e la digitalizzazione dei testi storici – possono oggi allargare le possibilità di incontro e confronto ed entrare relazione con possibili finanziamenti esterni.

In un mercato del lavoro così difficile anche per le donne (giovani e no) e alla luce del loro desiderio di fare lavoro volontario in Libreria, potremmo ripensare come sostenere questo desiderio, ad esempio con gli strumenti del servizio civile volontario, instaurando le necessarie relazioni e collaborazioni con altre realtà cooperative o imprese no profit.

È la pratica delle relazioni anche con le realtà istituzionali che ha reso possibile avere un luogo adeguato per il progetto della Libreria, prima in Via Dogana e poi in Via Pietro Calvi, ed è necessaria oggi per continuare.

Ragioniamo su tempi e strumenti così da poter mantenere la pratica editoriale delle origini, oggi alimentata dalla pubblicazione dei quaderni di Via Dogana e dall’esperienza dei tre numeri speciali.

Ragioniamo sulla continuità nella apertura al pubblico, rilanciando sui turni volontari di vendita per continuare la gestione collettiva della Libreria e sperimentiamo, tra le forme di sostegno comuni a tutte le imprese, quelle che ci permettono continuità e sostenibilità.

La discussione che stiamo facendo ha fatto emergere che “c’è un aspetto vitale, che fa vivere, nel dare il proprio tempo e le proprie capacità per un progetto comune trasformativo6 e che “un luogo di libertà simbolica non è solo uno spazio fisico: è una trama di relazioni, parole e gesti che mutano la misura di ciò che è possibile7 .

Per questo aspetto vitale e per questo luogo di libertà per me è importante proseguire l’avventura iniziata 50 anni fa ed è necessario continuare a inventare.

  1. Sottosopra blu, “Sulla rappresentanza politica femminile, sull’arte di polemizzare tra donne e sulla rivoluzione scientifica in corso”, 8 giugno 1987. ↩︎
  2. Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori. ↩︎
  3. Traudel Sattler, Fare impresa femminista. Un’invenzione continua, Via Dogana 3, 15 giugno 2025. ↩︎
  4. “La Libreria delle donne – sue caratteristiche, sua storia, in breve”, in Marta Equi, A Legacy Without a Will. Feminist Organising as a Transformative Practice. PhD Program in Analysis and Management of Cultural Heritage XXXI Cycle. IMT School for Advanced Studies, Lucca 2019. ↩︎
  5. Laura Colombo, Pensare il futuro di un’impresa femminista, Via Dogana 3, 12 agosto 2025. ↩︎
  6. Traudel Sattler, op. cit. ↩︎
  7. Laura Colombo, op. cit. ↩︎

Traudel Sattler, nella sua introduzione al numero di Via Dogana 3  Fare impresa femminista, ci ha ricordato come la Libreria delle donne abbia storicamente scelto di affidare gran parte della propria sostenibilità economica alla vendita di libri e all’autofinanziamento, oltre alle pubblicazioni in proprio, essendo la Libreria una casa editrice indipendente. È stata una scelta precisa, politica e simbolica: mettere al centro il libro come oggetto di relazione e di scambio, non solo commerciale ma culturale, e affidarsi alla comunità di donne e uomini che, acquistandolo, sostenevano anche un luogo e un pensiero.

Oggi però questa base si incrina. Non è soltanto una nostra difficoltà: i dati dell’Associazione Italiana Editori (AIE) confermano un calo generalizzato delle vendite di libri nei primi mesi del 2025, che colpisce anche le piattaforme online. Amazon stessa, nata come libreria virtuale, da anni è ormai uno store generalista. In questo scenario, il solo autofinanziamento non basta più: non possiamo più raccontare che viviamo soltanto di questo.

Ho sperimentato in prima persona cosa significa cercare altre strade: un paio d’anni fa ho presentato domanda a un bando del PNRR dedicato agli enti culturali. Lì ho toccato con mano la burocrazia, la mole di adempimenti e la richiesta di energie che possono scoraggiare chiunque. Eppure, nonostante le fatiche che comporta, non vedo alternative: pensare oggi alla sostenibilità della Libreria significa pensare a forme di fundraising, a una progettualità che sappia aprirsi a finanziamenti esterni senza snaturare il suo peculiare modo di fare impresa femminista.

Questa è la questione che metto sul tavolo: cosa si perde quando si accetta questo passaggio? E cosa invece può nascere di nuovo, se lo attraversiamo con la nostra misura, le nostre relazioni e la politica della differenza?

Accanto alla sostenibilità economica, c’è anche la questione del “guadagno non in denaro”, che possiamo misurare nel desiderio, nel tempo, nella passione politica e nel riconoscimento reciproco tra donne. Traudel si chiedeva quale possa essere la gratificazione senza misura esterna, in un momento in cui molte faticano ad arrivare a fine mese e il bisogno di denaro è reale. Nel regime dei social, c’è un compenso simbolico che arriva sotto forma di like, in un contesto di ipertrofia dell’io. Proprio questa dinamica, pur nella sua superficialità, ci fa cogliere quanto sia essenziale l’esistenza simbolica: non quella effimera dei like, ma quella radicata nelle relazioni reali, nell’essere riconosciute per ciò che si è, il che significa guadagno di esistenza e di libertà. Il bisogno di esistenza simbolica è tanto fondamentale quanto quello materiale, se non di più: è ciò che dà senso alla vita. Qui voglio tornare all’affidamento ma non nel suo senso proprio, cioè quando una donna si rivolge a un’altra cui riconosce autorità ed esperienza, chiedendole di appoggiare il proprio desiderio. Quello che riassumo qui è piuttosto il rovescio della medaglia: dare credito a un’altra donna aspettandosi qualcosa da lei, non per interesse strumentale ma perché in lei si vede un valore che lei stessa ancora non riconosce. Quel riconoscimento la aiuta a vederlo e ad assumerlo, divenendo una fonte di libertà. Saper vedere il potenziale e il valore dell’altra donna permette che il desiderio politico si trasformi in guadagno di esistenza, radicandosi nella relazione.

Il punto è come tenere insieme questo guadagno immateriale che anche le giovani donne che frequentano la Libreria riconoscono, con la sostenibilità economica prosaicamente composta da domande di finanziamento a una fondazione o a un ente pubblico. La sfida è inventare un modo perché queste due dimensioni non si escludano. Come nota ancora Traudel, la tenuta della Libreria si è basata per anni sul lavoro volontario delle turniste, ma molte di loro stanno invecchiando e il ricambio generazionale fatica ad arrivare, poiché rispetto a quando la Libreria è nata il contesto è profondamente cambiato. Detto in altri termini, qui sta il nodo: come fare sì che l’invenzione continua dell’impresa femminista della Libreria regga dentro un contesto economico e sociale trasformato senza perdere il suo valore di nutrimento simbolico, di spazio che accoglie i desideri e restando un luogo di elaborazione delle pratiche femministe. Insomma, è necessario tenere insieme questo spazio simbolico e relazionale con le pratiche concrete di sostenibilità: i bandi, il fundraising, le fondazioni. Serve inventare un modo di fare impresa femminista che tenga accesa la relazione tra donne e apra alla progettualità realistica, mantenendo l’orizzonte del senso e della libertà.

La mediazione che ho trovato sta nel desiderio forte che questo spazio resti aperto, nella consapevolezza dei vincoli e nella determinazione a trovare vie percorribili, anche attraverso burocrazie e ostacoli, mettendo in primo piano le relazioni tra donne. È il desiderio di esistenza simbolica, il desiderio di essere libere e di contare a rendere essenziale che questo luogo continui a esserci. Quando si intravede il rischio che possa chiudere, le energie si moltiplicano anche in ambiti lontani e ostili. Perché un luogo di libertà simbolica non è solo uno spazio fisico: è una trama di relazioni, parole e gesti che mutano la misura di ciò che è possibile. Lasciarlo chiudere significherebbe perdere una parte di mondo. Tenerlo aperto è un atto politico che rinnova, ogni volta, la promessa di esserci con la nostra misura.

Fare impresa è un bel modo di dire l’azzardo che c’è nelle nostre vite: per me, il passaggio dai collettivi, al Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti (CIDI), alla Merlettaia, e, insieme, il mio impegno nelle Città vicine, ma anche in Libera, nel Coordinamento per la pace a Foggia. Sempre mi ha accompagnato e mi accompagna l’idea che ciò che cerco appare solo se sto nelle cose, lì, sottraendomi ai lacciuoli che mi imprigionano e ascoltando l’enormità di ciò che desidero. Spesso questa enormità appare nelle parole di chi mi circonda: è una cosa dell’altro mondo; eppure, è lì nel mondo. Recentemente lavorando con alcune scuole sulla pace, e in particolare su come la pace si agganci al quotidiano e al conflitto nell’esperienza relazionale femminile, mi è successo di scoprire che quello che io credevo di dover portare c’era già, parlava nel modo di insegnare attento e profondo di alcuni e alcune docenti. E poco conta che loro non lo chiamino autoriforma, come lo abbiamo chiamato noi, l’autoriforma è lì. È lì quell’altro modo di fare scuola che tiene insieme autorità e libertà, ricerca appassionata di un modo di sentire le cose e traduzione nell’azione, attenzione alle dinamiche relazionali in classe e apertura al territorio. È una gioia enorme riconoscerlo e lì mi sento anche subito riconosciuta. Quel riconoscimento è la linfa che fa vivere le relazioni come ricerca di senso, non come una somma, né come un modo per essere più forti. O meglio, se di forza si può parlare è perché appare un altro tipo di forza.

Ricordo la prima volta in cui questo fu evidente ai miei occhi. Fu nel più vecchio dei modi attraverso un tradimento amoroso. Ora quella parola – tradimento – mi sembra così consumata, mentre sono grata a quella esperienza. Lì scoprii che i modi tradizionali che avevo a disposizione per reagire non potevo adottarli. Non mi sarei lasciata intrappolare nel rancore o nel desiderio di rivalsa. Non sarei rimasta dove mi volevano mettere. Per un momento pensai che, se amare voleva dire soffrire tanto, non avrei più amato. Poi mi vidi. Vidi che l’amore era la forma della mia sessualità e dava una forma al mondo. A quella grandezza non potevo rinunciare, pur avendo attenzione alle mie forze reali. Questa mia consapevolezza, che in seguito diventò consapevolezza della differenza femminile, apriva ad altro. Questo fece ordine nei percorsi spesso non lineari che seguirono. Ma, devo ammetterlo, questa consapevolezza era tanto forte quanto misteriosa. Era la fine degli anni ’70 del ’900.

La penetrazione di quel mistero divenne la passione della mia vita. Questo rese interessante interrogare le mie azioni. Non si trattava solo di me. La sessualità era qualcosa che io agivo, ma per coglierne il senso io dovevo guardarmi dentro ma anche guardare fuori, guardare alle altre donne. Quello che era in gioco mi trascendeva. È una percezione questa che non ho più perso e mi ha protetta dall’eccessiva concentrazione su di me, mi ha ricordato costantemente che tutto quello che facciamo è mediazione.

Un’altra prova importante sono stati i conflitti nella Merlettaia, circolo culturale e politico di donne e uomini: lettere aperte, riunioni, risposte sgarbate quando mi sembrava che vincesse il formalismo; e anche lì mi hanno guidato le parole di qualcuna che mi tiravano fuori dall’oscurità in cui sprofondavo e mi indicavano dove indirizzare le energie: «dove c’è vita». Era un modo per portare lì, nel nostro contesto, le parole di Luisa Muraro: «fare un’altra danza». O meglio, ricordare per quale danza avevamo messo in piedi l’impresa della Merlettaia e quali erano i passi che mi riconducevano a quella danza. È così che ho capito che l’ordine che cercavo in quei modi non lineari aveva a che fare con la ricerca di uno stato di grazia non con regole e principi, doveri e finzioni. E però una volta capito questo dovevo fare i conti con le nostre forze, non più solo con le mie, con i meccanismi introiettati, con le contraddizioni che nascono dal fatto che qualche volta capiamo prima con la mente, altre col cuore, altre con i sensi e occorre tempo per ritrovare l’equilibrio. 

Ma la scoperta della ricerca di grazia come elemento di ordine ha cambiato radicalmente il senso di tutte e due quelle parole e mi ha dato un indizio importante per capire la differenza della sessualità femminile. 

Ricordo che in quegli anni ci dicemmo che dovevamo portare la nostra sessualità dappertutto. Io, nel frattempo, avevo fondato con altre e altri il CIDI a Foggia e avevamo cominciato a lavorare perché il CIDI fosse una struttura in cui la differenza femminile avesse ascolto. Sulla base di quel proposito fu facile non banalizzare, anzi restituire senso alla gioia con cui andavo a scuola e che esprimevo con colleghe e studenti. Per mantenere quella gioia valeva la pena aprire tutti i conflitti necessari, perché la scena che si apriva era un’altra scuola per tutti: una scuola in cui fosse possibile stare con gioia.

La pensavamo così in tante se da quella tensione nacque la pedagogia della differenza e il movimento di autoriforma della scuola con la sua inedita alleanza fra uomini e donne che, per almeno dieci anni, dal 1992 al 2002 ci ha visto confrontarci, discutere e appassionarci alla lettura dell’esperienza che facevamo come insegnanti, aprendo per la prima volta l’orizzonte simbolico di classi composte da studenti e studentesse, da insegnanti donne e uomini, e dando a questa differenza carattere politico.

Ciò di cui ancora oggi spesso mi stupisco è come il senso e l’importanza di alcune cose apparissero a tante e tanti quasi contemporaneamente con la forza del passaparola, la stessa modalità con cui passa l’informazione sulle buone letture. Infatti i libri ebbero un gran peso: i libri, i campi donne, ma soprattutto la comune fame di senso che faceva apparire ciò che di altro cercavamo come un angelo luminoso sull’orizzonte della storia.

Come dicevo all’inizio quel riconoscimento reciproco in relazioni illuminate dalla ricerca di altro fa, ancora oggi, da linfa e permette di interrogare la nostra storia, chiedendoci cosa lascia, iscritto come memoria nel nostro corpo, non solo a ciascuna di noi singolarmente, ma a tutti. È questa l’impresa a cui mi sono appassionata negli ultimi anni.

Tra fine febbraio e inizio marzo ho letto per la prima volta “Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne”, libro edito nel 1987 dalla Libreria delle donne di Milano. Eppure, solo in vista di questa redazione aperta ho compreso che, da febbraio, io non ho mai smesso di leggerlo. Oggettivamente non è un volume infinito e non presenta migliaia e migliaia di pagine, ma è un testo che, nella sua finitezza, è in costante divenire. Questo suo divenire non si inserisce in una categoria statica, situata e astratta, ma si fa corpo e accoglie ogni piega del reale.

«Per una donna […] per diventare grande, in ogni senso del termine, c’è bisogno di una donna più grande di sé», infatti, la pratica dell’affidamento è ciò che «mette fine alla sterilità simbolica del sesso femminile». Solamente vivendo la Libreria ho potuto comprendere come il contenuto della citazione consista nell’aver assegnato parole e significato ad un significante che è esperienza trasformativa in quanto vissuta. È per questa ragione che le donne della Libreria sono riuscite a costruire, a mantenere e a diffondere un ordine simbolico altro. A questo proposito, mi piacerebbe trattare una questione affrontata più volte sia nel testo (cfr. Non credere di avere dei diritti) sia nelle discussioni in presenza, ovvero quella dell’invidia. L’invidia è uno degli strumenti attraverso cui il sistema capitalistico si alimenta, costringendo i soggetti a produrre compulsivamente per essere ancor più performanti. Non solo questo sentire è rimasto immutato nella dimensione reale, ma ha assunto nuove declinazioni negli spazi virtuali. Un esempio lampante è la cosiddetta FoMO (Fear of Missing Out). Questa nuova forma di malessere coincide con il timore di perdersi esperienze ed è scatenata dalla possibilità di assistere in diretta alla bellezza delle vite altrui, mostrate ed esibite sulle varie piattaforme virtuali. La FoMO porta, inoltre, a idealizzare l’interiorità e i modi di vivere di coloro che scegliamo di “seguire” sui social. Questo genera un senso di smarrimento, di inadeguatezza e soprattutto di invidia corrosiva. Anche a me capita di riscoprirmi invidiosa e di idealizzare morbosamente ciò che concerne l’alterità. Quello che mi ha stupito incredibilmente è la modalità in cui, interiorizzando le pratiche del femminismo della differenza e tessendo relazioni con le altre donne che agiscono in questo luogo incredibile, ho imparato a convertire l’invidia in ammirazione verso donne più grandi di me, il cui desiderio alimenta il mio e lo trasforma da potenza in atto. Siccome diventa attuale e si inserisce nella realtà è politico. In altri termini: l’affidamento è una delle pratiche alla base della libertà femminile, ciò che permette al desiderio di ognuna di attuarsi, di cambiare il reale e creare senso in modo nuovo e vitale.

A questo punto della riflessione mi pongo alcune questioni. Come dimostrato, i social media e la conseguente possibilità di osservare gli aspetti positivi delle vite altrui generano un senso di invidia distruttiva e di depressione. Ma sarebbe possibile, per la mia generazione e anche per quelle precedenti, pensare un modo alternativo di abitare i social? Se i social prescindono dalla presenza e dall’essere corpo come può il desiderio nascere e incarnarsi? Le pratiche della politica delle donne trovano la loro ragion d’essere nella presenza. Io su tutto questo non ho risposte precise. Ciò che so con certezza è che non è possibile rigettare l’immanenza della vita, ma solo accoglierla e trovare un modo per starci dentro.

Infine, grazie alla Libreria delle donne di Milano, ho capito questo: vedere soluzioni nuove nella problematicità del sistema dato non è impossibile. Ci sono riuscita: ho convertito quell’invidia distruttiva, che è un sentire che da sempre mi ha reso estranea a me stessa, in un sentire che agisce contro tale sensazione. Un’invidia generativa, un desiderio nascente, che mi permette di affidarmi.

Da qualche mese ho cominciato a frequentare la Libreria delle Donne. Sapevo della sua esistenza e della portata storica del luogo e delle donne che lo avevano creato, ma per qualche motivo non ne avevo mai varcato la soglia. Quando è successo, ho maledetto tutti i giorni in cui avevo pensato di andarci e non l’ho fatto. 

Ho venticinque anni, sto per concludere il mio percorso di studi universitari e sono abbastanza sicura che, se avessi frequentato prima la Libreria delle donne, durante gli anni iniziali dell’università, sarei stata in grado di vivere, studiare e affrontare meglio tutto quello che riguarda il percorso accademico: le lezioni, gli esami, il rapporto con i docenti, con i miei colleghi, la frustrazione, l’ansia e anche il sollievo e la serenità. 

Avrei avuto un luogo dove rifugiarmi senza nascondermi, dove scappare e allontanarmi per tornare più istruita, educata e ricca di parole, pensieri, riflessioni e amicizie, che nessun corso universitario da me conosciuto sarebbe stato in grado di procurarmi. Avrei avuto più risorse alle quali aggrapparmi, più tempo per caricarmi e interiorizzare, dando un nome e un luogo, le nozioni che man mano acquisivo. È questo il lavoro che sento di fare ogni volta che entro nella Libreria delle Donne: mi sembra che tutto quello che faccio abbia un senso, perché le donne che sto conoscendo danno un senso a quello che faccio, tutto ciò che pensano, dicono, analizzano e condividono mi rapisce e, sebbene spesso fatichi a immagazzinare tutto, so che ogni sospiro lì dentro sarà utile, necessario e vero. 

Ci sono molte cose che mi hanno stupita, che conservo gelosamente e tento di imitare nella mia vita quotidiana: il rispetto reciproco che le donne della Libreria nutrono per ciascuna, il modo di parlare e gestire gli eventi così scambievole, partecipativo e coinvolgente, la condivisione del tempo, dei propri pensieri e perplessità, del cibo. Sono stata abituata a lezioni universitarie, presentazioni di libri o conferenze presentate da una persona che rivolge domande ad un’altra/o, in modo assolutamente rigido, pianificato, calcolato e privo di intoppi. Che gioia scoprire che è possibile la condivisione libera, spontanea, doverosamente rispettosa, anche se non programmata nei minimi dettagli. I momenti di interruzione inattesi, prima che l’ospite in Libreria concluda il suo intervento, sono i miei preferiti: in qualsiasi altro luogo un gesto del genere verrebbe interpretato come mancanza di rispetto, intromissione e arroganza, mentre in Libreria le donne che “interrompono” hanno lo scopo di nutrire il pensiero dei presenti: questo condividere subito ad alta voce un pensiero appena nato, una parola immediata, un discorso intuitivo non ancora formato mi sembra completamente fuori corrente. Dove possiamo permetterci di parlare anche se non sappiamo dove andrà a finire il nostro discorso? In quale luogo possiamo sentirci capite anche se non troviamo le parole giuste al momento giusto, anche se abbiamo deciso noi di prendere parola e non sentirci derise per questa mancanza? Con quali persone possiamo sentirci libere di iniziare un pensiero e lasciare che sia un’altra a concluderlo? 

Io l’ho visto fare solo qui, in Libreria. 

Il dialogo costante tra queste donne mi ha subito catturata; si tratta di un dialogo che non si placa mai, anzi è scandito costantemente da eventi, presentazioni di libri e progetti, che incorniciano una conversazione che non ammette conclusioni o battute di arresto. 

Ci sono comunque delle regole da seguire alle quali tutte, in maniera assolutamente istintiva e spontanea, decidiamo di obbedire: è doveroso ascoltarsi con cura, rispetto e volontà di dare spazio alla voce di tutte, è d’obbligo comprendere la grandezza, l’importanza e la necessità del valore delle donne e del luogo che hanno creato. Si entra in Libreria per costruire, non per distruggere. La solennità che si respira in Libreria mi ha contagiata e condizionata, le donne che sto imparando a conoscere mi insegnano continuamente che esistono modi e possibilità di vivere e di essere donna diversi, creativi, che capisco e mi fanno stare bene. Alla Libreria delle donne si impara a stare insieme, a godere delle cose belle, a comprendere la difficoltà nel crearle, si mangia insieme ed è chiaro che ognuna deve darsi da fare per aiutare, mettere a posto, fare ordine, portate un bicchiere d’acqua. Bisogna accorgersi delle cose, in Libreria tutto ha un valore, tutto è necessario. Condividere non è sempre facile, non si può fare con tutte allo stesso modo: qualcuna ha testimoniato che non sempre quello tra donne è un rapporto semplice, regolare e lineare; ci sono stati anche fallimenti e rotture, ma, come sto imparando, è riconoscere l’autorità delle altre che predispone il riconoscimento della mia.

Sono diventata femminista perché mi conveniva. 

Che vantaggio è stato vedere il ridicolo delle leggi del patriarcato che voleva decidere delle nostre vite. Che vantaggio scoprire gli orpelli che il maschilismo mette in campo per impedirci la libertà. Che vantaggio proclamare la libertà in ogni sua forma; che vantaggio chiedere consiglio ad altre donne per esistere; che vantaggio acquisire una nuova chiave di lettura per interpretare il mondo.

Durante l’incontro di Via Dogana 3 la giovane Sara ha osservato che per essere femministe si paga un prezzo. Certo: ma c’è qualche azione umana per la quale non c’è un prezzo da pagare? Si tratta di decidere qual è il prezzo più basso: secondo me il non femminismo ha un prezzo altissimo! Il femminismo conviene.Inoltre mi ha molto colpito sentir raccontare che ci sono donne che danno un valore negativo alla parola “affidamento”. Non si nasce “imparate”. C’è stata un’altra donna che ci ha fatto riflettere. Per me sono state Luisa Muraro e Lia Cigarini; per alcune delle mie giovani amiche le insegnanti del liceo e dell’università; per altre un libro (Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi o Le tre ghinee della Woolf). Questo è l’affidamento: importantissima pratica politica.

Fare impresa con obiettivi diversi dal profitto in un mercato sempre più selvaggio è sempre più difficile. La Libreria delle donne poi, come tutte le librerie indipendenti, stenta a reggere la concorrenza delle vendite on line a prezzi stracciati e la necessità di un sostegno economico che integri i ricavi delle vendite inizia a farsi pressante. Una strada è il ricorso a finanziamenti pubblici, ma è rischiosa perché può costringerci «a parole che non sono le nostre». Le istituzioni infatti tendono a “funzionalizzare” le iniziative “dal basso” alle loro politiche. Occorre quindi trovare le mediazioni necessarie a continuare l’attività preservando la nostra originalità, partendo dal desiderio che questo luogo resti aperto, per tutto quello che ci dà, come ha detto Laura Colombo.

Una mediazione consiste nel non battere un’unica strada e alternare le diverse forme di sostegno. Per quanto riguarda i bandi pubblici, la mediazione consiste nel concentrarsi su quelli finalizzati a finanziare la realizzazione di singoli progetti, come del resto abbiamo fatto finora. L’informatizzazione della Libreria anni fa, il rinnovo dell’impianto multimediale adesso, sono stati realizzati con bandi ad hoc che, se pure sono costati molto lavoro ed energie a chi li ha seguiti, ci hanno aiutato ad andare avanti senza condizionarci. 

Trattare con la pubblica amministrazione su argomenti particolari non è un tabù, si può e si deve farlo su singole necessità con intelligenza, apertura e senza rivendicazionismo oppositivo. Ma è necessario assicurarsi al tempo stesso il massimo possibile di autonomia economica e di libertà d’azione, in un andirivieni continuo tra le nostre pratiche politiche e il confronto sul terreno istituzionale. 

Ci sono realtà femministe che credono fermamente, non senza ragioni da un certo punto di vista, che le istituzioni abbiano un debito con le donne e che debbano dunque offrire forme di sostegno continuativo alla cittadinanza femminile, sotto forma di finanziamenti, sedi o altro. Così si genera però una dipendenza economica e simbolica (“esisto se le istituzioni mi riconoscono”), che porta a un’impasse quando la concessione del sostegno viene subordinata all’erogazione di servizi voluti e regolati dalle politiche pubbliche, mettendo quelle realtà a rischio di snaturare la loro attività e il senso della loro esistenza. Non sediamoci, quindi, ma continuiamo il nostro andirivieni. 

Sono entrata in Libreria a causa del Sottosopra verde e spiego il perché. All’inizio degli anni Ottanta il movimento delle donne a Milano era rifluito: sciolti quasi tutti i gruppi di autocoscienza, scomparsi collettivi, come anche il coordinamento cittadino e le assemblee e le manifestazioni di piazza. Ci incontravamo nelle case e alle feste. Io come tante altre vivevo una scissione: da una parte avevo preso coscienza come donna e dall’altra ero molto attiva nel mio posto di lavoro, volevo protagonismo. Le due cose non stavano insieme: a scuola o nella sezione sindacale il mio essere donna era del tutto irrilevante. Sono stata conquistata dal Sottosopra verde e dalla sua proposta di sessualizzare i rapporti sociali proprio perché rispondeva a questo mio bisogno di esserci intera, lì dove c’era la mia passione politica. 

In Non credere di avere dei diritti si dice che la cosa che sconcertava del Sottosopra verde era «il ragionare sessuato sul mondo» (p.142). Sì, sconcertava, ma è stato proprio ciò che ha conquistato moltissime femministe di allora, che come me avevano passione di stare nel mondo. A quei tempi in Libreria e negli altri luoghi delle donne molte erano insegnanti (oggi non è più così) e in un tempo breve sulla spinta del Sottosopra verde è nato un movimento di insegnanti femministe in molte scuole sparse in tutta Italia: ha preso il nome di Pedagogia della differenza. Questo è capitato anche nei tribunali, nelle università, negli studi di architettura, nel sindacato… C’è un libro pubblicato da Pratiche nel 2000: Duemilaeuna. Donne che cambiano l’Italia: dà conto di tutto questo intenso movimento trasformativo che ha avuto un altro segno, quello delle pratiche politiche. Posso affermare che il Sottosopra verde ha operato un rilancio del movimento delle donne in quegli anni, ma con modalità che non sono state viste perché non erano quelle già conosciute. Infatti nella narrazione corrente gli anni Ottanta e Novanta sono visti come anni di assenza o morte del femminismo. Invece io li considero gli anni più produttivi e inventivi, soprattutto per il femminismo della differenza. Io amavo spendermi nel sociale, sono stata una delle promotrici dell’autoriforma della scuola che era un movimento di donne e uomini di ampiezza nazionale, ma sono ben consapevole che tutto questo non sarebbe potuto succedere senza l’esistenza della Libreria anche come luogo materiale oltre che di pensiero. Quegli anni di sperimentazione di pratiche politiche sono stati un andirivieni costante tra quello che si viveva sui luoghi di lavoro e le riunioni che si facevano ogni giovedì in Libreria, dedicate alla riflessione sulle pratiche. Poi si andava a mangiare insieme: un gruppo al Cicip&Ciciap con Luisa Muraro e un altro gruppo in pizzeria con Lia Cigarini e si continuava a discutere. Tante idee sono nate intorno a un tavolo apparecchiato. L’esistenza di un luogo fisico è stata fondamentale, e anch’io ho sentito la necessità di contribuire a farlo vivere, facendo un turno finché ho potuto… c’è un guadagno a stare in Libreria che va visto: si offre tempo e lavoro gratuito e si prende molto sia come pensiero sia come ricchezza di relazioni. 

Al cuore della proposta politica del Sottosopra verde c’è l’affidamento: «La significanza originaria della differenza sessuale si attiva praticando la disparità tra donne e affidandosi di preferenza a una propria simile per affrontare il mondo» (Non credere di avere dei diritti, p.138). 

In quegli anni si ragionava della difficoltà per una donna di assumere la posizione di soggetto. Lo aveva rilevato Luce Irigaray, Patrizia Violi aveva pubblicato L’infinito singolare e ricordo che anche in Libreria costituimmo un piccolo gruppo di lavoro, voluto soprattutto da Francesca Graziani, e pubblicammo con Gabriella Lazzerini Eppure la lingua c’è madre (Cooperazione Educativa, maggio 1990). In quel testo portavamo avanti una ricerca linguistica approfondita per affermare che la soggettività femminile si costituisce con la relazione con l’altra, che è donna. 

Erano i primi passi e penso che l’affidamento, una pratica che diventa un modo di stare al mondo, sia stato ciò che ha permesso a molte giovani donne di allora di costituirsi in soggettività femminile, autonoma dal maschile. Certo ai tempi la parola “affidamento” suscitava anche paure: paura di tornare nella fusionalità tra donne, paura di annullarsi in un rapporto di dipendenza. In gran parte queste paure erano legate al fatto che molte giovani di allora – io per prima – avevano un rapporto difficile con le loro madri. Oggi siamo in una situazione molto cambiata, quegli ostacoli sembrano non esserci più: il rapporto madre-figlia corre su altri binari, come ci ha raccontato Emma Ciciulla sulle pagine di Via Dogana 3 del numero La forza delle donne (giugno 2022), e d’altro canto non si può certo dire che le donne oggi non siano soggetti. 

Eppure. 

Da uno scambio tra Luisa Muraro e Jennifer Guerra pubblicato su Sette1 ho capito quali sono le contraddizioni da affrontare oggi per costituire legami tra donne che possano dare libertà e forza, come è stato con il rapporto di affidamento. La prima questione è che nel femminismo egemone tra le giovani la soggettività tende a scivolare nell’io individualistico «in cui a contare è il successo della singola donna»; la seconda, ancora più determinante, è che le giovani non dispongono di una dimensione simbolica del materno, che così resta confinato al solo ambito biologico.Dice infatti Jennifer Guerra: «Materno è una parola che a noi giovani fa un po’ paura, perché ci vediamo – forse sbagliando – un’esaltazione della maternità e la creazione di una gerarchia tra donne, prima le madri e poi le non madri». Risponde Luisa Muraro: «C’è una maternità come fatto e una maternità come dispositivo simbolico, sono due cose diverse. Io stessa sono una madre che non si identifica con la figura della madre. La dimensione della maternità non è mai assoluta e questo fa sì che si possa anche non essere madri per partecipare a questo ordine, che mette al mondo la forza femminile». Ascoltare e comprendere la radice delle obiezioni aiuta a intendersi e a entrare in relazione.

  1.  Le parole contano ancora? Due filosofe divise da 50 anni, di Jennifer Guerra. “Sette”, venerdì 13 giugno 2025. ↩︎

Perché ad alcune donne la parola “affidamento” ha fatto o fa paura? La questione è emersa nella redazione aperta di Via Dogana Tre “Fare impresa femminista”. Io sono stata una di quelle donne e posso provare a rispondere per me. 

Premetto che ormai da anni ho accolto l’affidamento, e sottoscrivo tutto quello che ne abbiamo detto nell’incontro: ha successo per chi lo pratica; rompe il patto sociale esistente fondato sulla centralità maschile e ne crea uno nuovo che dà forza e libertà a tutte le donne; una donna per diventare grande ha bisogno di un’altra donna più grande di lei e affidandosi riceve grandi vantaggi. 

Eppure da giovane ne avevo paura e ho perso anni preziosi tenendomene alla larga perché ne fraintendevo il significato. L’“affidamento” mi evocava l’affido dei minori agli adulti, lo stare sotto tutela. Lo interpretavo in un senso gerarchico a cui mi ribellavo, senza vedere che mi offriva la libertà femminile che cercavo, e gli opponevo un ideale astratto di rigida uguaglianza e di democrazia formale. 

Ho superato la mia diffidenza quando mi sono accorta che in politica facevo riferimento al pensiero di uomini e a dirigenti maschi, rischiando molto di più. Infatti, invece di affidarmi a una donna, mi consegnavo agli uomini, finendo per dipendere da loro. È andata così: ero marxista perché speravo che il comunismo avrebbe liberato le donne, nel mio partito desideravo prendere a modello delle donne, ma c’erano pochissime dirigenti e non tutte notevoli, per cui spesso pendevo dalle labbra degli uomini più brillanti. E le donne che stimavo erano garantite ai miei occhi dalla comune appartenenza e dall’importanza che avevano per i compagni. Cioè, erano “brave” perché tali le consideravano gli uomini, in un consesso maschile in cui la presenza femminile era facoltativa e non portatrice di senso. Però continuavo a essere insoddisfatta, a cercare qualcosa di più. 

Per fortuna una delle dirigenti “notevoli”, Elettra Deiana, scoprì il pensiero della differenza sessuale, proprio attraverso una pratica di affidamento con Marirì Martinengo, sua collega, con cui realizzò un progetto di pedagogia sessuata. Allora mi fidai di lei perché la sua credibilità era “garantita” dal partito: paradossalmente, un po’ come se mi fossi “affidata” al partito per affidarmi a un’altra donna. Ma ascoltandola mi si aprì un mondo e nulla fu più come prima. A partire dal partito, che perse immediatamente il suo valore di misura del mondo.

Fu come guardare un trompe-l’œil e vedere improvvisamente l’impasse dove sembrava esserci una prospettiva. Mi accorsi che riconoscere il di più di altre donne non produceva gerarchia ma indipendenza dall’approvazione maschile, e che guardare gli uomini e il mondo in relazione con altre donne, attraverso una mediazione femminile, era condizione di libertà per tutte. Allora iniziai il lungo percorso che mi ha condotta fino alla Libreria delle donne. 

Il termine “affidamento” è giusto perché descrive fedelmente la pratica. Non esiste una parola magica facile e accattivante con cui sostituirlo, perché ciò che fa problema non è il nome, ma l’imprevisto della libertà femminile e la paura di sottrarci alla misura maschile, l’unica che conosciamo. Così riconduciamo tutto a quel che la politica maschile ha già prodotto: l’autorità femminile al potere, il riconoscimento di disparità alla delega, l’affidamento alla gerarchia o alla tutela. È per lo stesso motivo che tante rivendicano ossessivamente giustizia dalle leggi e dalle istituzioni, anziché dare valore al proprio cambiamento. Laura Minguzzi dice: «L’affidamento va raccontato». Ha ragione. Ma per essere ascoltate nel racconto occorre prima aver costruito relazioni: non esistono scorciatoie. 

Per una migliore economia di sé

Mi sembra di aver letto in qualche articolo giornalistico sul cinquantenario della Libreria, e comunque so per esperienza, che entrare qui fa effetto, fa effetto specialmente per una donna, perché è bello, è strano, si sente qualcosa di diverso… il fatto è che ogni donna conosce il piacere, la forza, di stare con altre, lo sente. La pratica dell’affidamento nasce da qui, dall’osservazione di questa esperienza soggettiva, dal pensarla, dal nominarla, in questo modo facendola diventare una risorsa politica. («Ci sembrava un’invenzione ma l’avevamo soltanto scoperto», si legge in Non credere di avere dei diritti, il libro scritto dalla Libreria delle donne, p. 153.)

Io penso che non si possa sorvolare su due o tre cose, tra loro collegate. La prima è che la pratica dell’affidamento presuppone una scelta riguardo al materno. L’elemento consapevole che le donne della Libreria hanno messo nella preferenza femminile per le relazioni con le proprie simili sta infatti in questo: nel vedere, o nel dire, che il bello di queste relazioni è ‘riscattare’ per sé l’amore della madre. E la madre, ‘figura dell’origine’, ti restituisce questo (il senso che hai un’origine) ma è anche figura della ‘disparità’ tra le donne: ti mostra e ti fa fare i conti col fatto che un’altra, per certi versi, sotto certi profili, può avere un di più rispetto a te e che questo di più faresti bene a usarlo per te, e lo puoi fare. Perciò direi che l’affidamento è anche una forma di investimento: di sé, delle proprie energie (e per questo è particolarmente appropriato parlando della Libreria come impresa ‘economica’. Si basa su un buon uso, su una buona economia, delle energie femminili). Tutto questo significa, secondo me, che il significato della differenza sessuale, che ispira il pensiero della Libreria, va ricercato sul piano politico. Presupposto delle relazioni tra simili, la differenza sessuale trova il suo senso sul piano politico, cioè delle relazioni, e vale a dire nel modo in cui entri nella società e ti metti in gioco; non è questione di ruoli, biologia, ecc. In Non credere di avere dei diritti (il libro della Libreria delle donne, apparso nel 1987) lo si dice così: «La differenza sessuale non consiste in questo o quel contenuto, ma nei riferimenti e nei rapporti in cui s’iscrive l’esistenza» (p. 18). 

Tutta la prima parte di Non credere è una carrellata di figure femminili che hanno trovato la loro libertà e la loro grandezza eleggendo altre donne a propri riferimenti; e, questo, ben prima che sorgessero movimenti di liberazione femminile, o leggi di parità o di “inclusione”. 

Quale è l’idea che corre in quelle pagine, quale è l’idea, o l’‘atteggiamento mentale’ che ha potuto far vedere libertà femminile nelle mistiche medievali, o nel farsi di Maifreda seguace di Guglielma? (Mi riferisco alla storia studiata da Luisa Muraro, e di cui sintetizzerei così il senso: Maifreda sapeva che, essendo lei una donna, la società non le offriva che ruoli in cui essere seconda, la moglie di, o anche l’abadessa di un monastero consacrato a un Dio-maschio; era una donna piena di forza, di volontà e di orgoglio; scelse allora di farsi seconda a una donna, Guglielma, che per Maifreda, era Dio, ciò che le permise di essere se stessa, una donna, senza essere sminuita, ma al contrario ingrandendosi).

L’idea è che la libertà femminile non è il prodotto di alcune istituzioni o di dati tempi ma è una necessità sentita sempredalle singole donne, e che hanno sempre cercato, e trovato, i modi per rispondervi, per metterla in pratica. Si tratta di nominare, di riconoscere, di far diventare risorse consapevoli queste ‘strategie spontanee’. 

E così l’affidamento non è una ‘teoria’, è un modo per mettere in parola (ovvero: far pensiero di) qualcosa che già c’è (per questo il pensiero della differenza è pensiero del simbolico). E il solo fatto di pronunciare l’idea, il solo fatto di vedere, in comportamenti spontanei delle donne, in loro bisogni, una risorsa, è affidamento. È dare credito a quello che le donne fanno, pensando che dentro vi sia qualche cosa di sensato, di importante, anche se finora, o nella maggior parte dei casi, non visto, non nominato.

Se c’è un ‘metodo’ nel pensiero della differenza (o del simbolico) è quello di «ragionare tenendosi in contatto con la sfera del sensibile e una certa capacità di utilizzarla nel lavoro teorico» (Non credere, p. 40) e questa è una enorme differenza rispetto ai modi ‘accreditati’ di ragionare nel campo ‘teorico’, i quali tendono a separarsi dalla pratica, se non altro perché la subordinano a sé (la teoria che stabilisce come la realtà deve essere. E diventa ideologia). Il pensiero del simbolico non conosce la distinzione/gerarchia tra teoria e pratica: «Più volte … i nostri ragionamenti sono terminati con la scoperta del senso di cose che erano già davanti a noi. Meglio così, perché sapere leggere quello che è, è più importante del progettare i cambiamenti e i cambiamenti migliori sono quelli dettati dalle cose, quando si capisce quello che vogliono dire. Anche la proposta politica dell’affidamento è nata in questa forma e in questa forma desideriamo che sia presa» (Non credere, p. 188). E d’altronde: «Legarsi all’esperienza è stato il punto di leva del femminismo. Significa scoprirne il nucleo di verità che non è solo soggettivo, ma riguarda, con le giuste mediazioni, la verità del mondo in cui viviamo» (Chiara Zamboni, Sentire, in La carta coperta, Moretti & Vitali, Bergamo 2019, p. 67).

Perché investire sulle relazioni con altre? Alla base vi è la consapevolezza, e l’esperienza, molto dolorosa, dello ‘scacco’: l’esperienza dell’inesistenza, o svalutazione sociale, del nostro sesso. Questo è un problema molto grosso, è decisivo, ma la soluzione non potrà venire dalla società, dal sociale, il quale di per sé è sempre vissuto benissimo senza la libertà femminile; vi va portata e vi può essere portata a partire da un movimento individuale, singolare, e relazionale, grazie al quale ciascuna, dando credito al proprio bisogno interiore di essere in rapporto con la propria simile, per ricevere da un’altra un’immagine migliore di sé e delle proprie possibilità, mette quel bisogno in pratica nel mondo esteriore. E lo fa riscoprendo quel che una già sapeva sin dall’infanzia, ma che la svalutazione sociale del sesso femminile le ha fatto dimenticare: e cioè che «per diventare grande, ha bisogno di una donna più grande di lei» (Non credere, p. 142). La scommessa è che in tal modo prendano forma e visibilità sociale relazioni in cui le donne guardano l’un l’altra come fonti di forza e non strumentalmente, ma sulla spinta di un fine in sé, la propria libertà. 

Inserendosi in una genealogia femminile «che non mi definisce ma mi riconosce» diventa possibile «trovare la forza e l’immaginazione» di ragionare «al di là degli stereotipi», ha spiegato una volta ai miei studenti Clara Jourdan, per mostrare come da questo movimento interiore nascano forza politica e mutamento sociale (come quello per cui lavorano le Città vicine: il mio era un corso dedicato al diritto all’abitare). 

È questo un movimento interiore ed esteriore di ripristino di una fonte di autorità, quella materna, il cui aspetto più prezioso è di rappresentare la possibilità di relazioni «senza secondi fini» (Luisa Muraro, Non è da tutti, Carocci, Roma, 2013: p. 25): il genere cui appartengono le «cose che non progrediscono e questo non perché rimangano ‘indietro’ o risultino ‘superate’ da altre che cambiano col tempo: non fanno progressi perché sono semplicemente chiamate a ripresentarsi antiche e nuove» (Ib., p. 81 enfasi aggiunta). 

(È perché parla di queste cose che Non credere è una lettura ‘interminabile’, come l’ha definita Laura Minguzzi nella discussione).

Secondo il pensiero del simbolico, concepire la libertà femminile come il prodotto di alcune istituzioni, o di dati tempi, è incentrarsi su una mediazione non felice e non sicura (la sorte della nostra libertà dipende in quel caso dalle vicende di quelle istituzioni, o dei tempi); laddove la relazione con un’altra donna che sia veicolo di forza, di fiducia, di libertà, è una mediazione a portata di mano, che rende possibile un “possesso sicuro” (altra espressione cara al pensiero del simbolico) della nostra libertà. 

Invece, «la politica delle rivendicazioni, per quanto giuste, per quanto sentite, è una politica subordinata e della subordinazione perché fa leva su quello che risulta giusto secondo una realtà progettata e tenuta in piedi da altri, e perché adotta logicamente le loro forme politiche» (Non credere, p. 19).

L’affidamento è la ‘giusta mediazione’, la vera scoperta del femminismo «Prima del femminismo molte ignoravano il fatto che tra sé e il mondo c’era una struttura mediatrice» (Non credere, p. 184). 

La politica della relazione, in cui l’affidamento si traduce, è prendere le energie femminili e usarle per sé, per le proprie simili, per un’altra. Non per amore di un fine sociale, anche se una trasformazione sociale è già in gioco quando una fa questo per te. Lei sta facendo un gesto libero, ti apre la via per un libero uso delle tue energie (cfr. Non credere, p. 105 e dintorni). Perché se lei ha libertà e ne fa uso, ti mostra che ce l’hai anche tu. Questo in effetti mette le cose ‘sottosopra’, è sovversivo, perché è un uso ‘irregolare’, o anche ‘deviato’ delle energie femminili, a cui, di solito (è anche questa una cosa che ‘si ripresenta’) si chiede di essere spese per tutto e per tutti, meno che per se stesse.

La mia cittadinanza

Per quanto mi riguarda, mi ritrovo tantissimo in queste parole: «La differenza femminile non domanda di essere descritta. Per esistere, ha bisogno di una mediazione così da poter uscire da sé e diventare a sua volta mediatrice in un circolo di potenza illimitata. L’affidarsi dà praticamente avvio a questo movimento liberatore di energie femminili. Comincia con un rapporto tra due ma non è un rapporto di coppia e vediamo che ben presto si dirama in altri rapporti suscitati dalla possibilità nuova di mettere in gioco la propria umanità, mente e corpo di donna» (Non credere, p. 186-7).

Per me è andata così, in effetti, perché a un certo punto da giovane, più di trent’anni fa, sono arrivata in Libreria per effetto di una relazione di affidamento e poi è venuto fuori per me un modo di vivere che passa attraverso una socialità femminile. Dico che sono arrivata in Libreria per una relazione di affidamento perché mi fidai di questa donna che mi aveva presa a cuore, che in un certo senso investiva su di me (si chiama Susanna), che diceva che dovevo entrare in contatto con quelle ‘della differenza’. Era una posta in gioco tra me e lei (una volta che l’aveva detto io che facevo, finta di nulla?) e le ho dato retta: poi sono successe tante cose, che mi hanno abituata a vivere in una socialità femminile, l’hanno semplicemente costruita intorno a me un pezzo alla volta e io spesso tra me e me l’ho chiamata la mia cittadinanza, perché in effetti abito il mondo passando attraverso le mie relazioni femminili. 

Naturalmente non vi racconto tutta la storia ma un punto sì: a un certo punto smisi di venire in Libreria, ma è rimasto come un orientamento che ha dato una struttura al mio modo di vivere; per esempio a Roma mi sono sposata, poi ho avuto la figlia, ma intanto conoscevo e frequentavo donne, …poi a Cagliari, con le mie amiche, dico sempre abbiamo fatto tanta politica al tavolo della colazione, parlando, e cioè dandoci reciprocamente le parole. È politico lo scambio in cui io provo a dire una cosa che sento, che vivo, e tu mi aiuti a capirla meglio, a dirla meglio. (Nella discussione Michela Risi ha notato come in Libreria la parola circola, le ‘introduzioni’ fatte da coloro che sono al tavolo non sono sentite come un tutto compiuto che ‘il pubblico’ riceve. Dicendo questo ha toccato il cuore del lavoro del simbolico, che è fatto di parole messe in circolo, e cioè non utilizzate come definizioni già pronte, normative; parole invece che, nella loro incompiutezza rispetto all’esperienza, al vissuto, al sentire, fanno spazio per un lavoro, un lavoro certamente sociale, perché simbolico. Un lavoro nel quale lo scambio col punto di vista dell’altra, che ti suggerisce un’altra parola, o ti fa pensare meglio al senso della parola che usi, tende a ricercare le parole giuste per dire quello che c’è. Si è discusso tanto anche su ‘affidamento’ e ‘autorità’, parole come si sa ‘difficili’ e che ad alcune non piacciono, lo si è detto anche oggi nella discussione. Ma è così che le parole restano occasione di vita, di coscienza, di essere, di politica. Che ne sarebbe altrimenti della parola ‘donna’ o della parola ‘madre’?)

A proposito del parlare con le mie amiche, della politica fatta al tavolo della colazione, voglio aggiungere che secondo me è così che si rompe un patto sociale e se ne costruisce un altro. Riferendomi al giudizio di altre ha smesso per me di venir prima l’accordo con l’uomo, o col professore, ma è venuto prima l’accordo con la donna che conta per me. Metto l’una cosa nella prospettiva dell’altra. Mi sono abituata a ragionare così, a mettere le cose in questa prospettiva, a dare la precedenza al punto di vista e alle parole delle donne (non in generale e in astratto, ma di quelle concrete cui mi affido, di cui mi fido).

E, sempre per raccontare come sono andate le cose per me, in tutto questo passavano gli anni, una buona decina tra la metà degli anni Novanta e i primi anni Duemila, in cui in Libreria non venivo, ma ero al corrente, mi incontravo con altre donne, studiavo, a un certo punto, sempre tramite una donna, Ida Dominijanni, conosciuta in tutti questi giri, scrissi una cosa sul Manifesto e cosa successe, successe che ricevetti una email da Clara, la mia ‘referente’ nella Libreria, che a quel punto non sentivo da tantissimo tempo! E Clara mi scriveva che era importante che quello che pensavo non rimanesse ‘chiuso nell’università’. Mi scrisse proprio così, che a pensarci, per una che ha anche patito tanto, come me, per stare nell’università, e a quel punto ero ‘riuscita’ ti puoi anche offendere, ma ovviamente non mi offesi affatto, era un riconoscimento enorme ma soprattutto per me fu un segno incredibile del senso della relazione di affidamento: lei non solo non aveva smesso di fare attenzione a me, non solo aveva sentito di dovermi dire una cosa, ma si aspettava qualcosa da me, continuava ad aspettarselo, e nell’aspettarselo me lo mostrava possibile, al tempo stesso necessario (per essere all’altezza di questa aspettativa). Mi dava credito, ed era chiaro che era un’altra misura del mio valore. 

Quando mi scrisse quella e-mail Clara sapeva, io penso, che ne andava della mia libertà. A quel punto della mia vita, giovane ordinaria e intellettuale in via di ‘riconoscimento’, potevo dimenticare, ma grazie a lei non ho dimenticato, che «il fatto di appartenere al sesso femminile è la ragione sociale di tutta la libertà che una donna può desiderare per sé» (Non credere, p. 126). La libertà necessaria per vivere.

La questione infatti era: dove vuoi mettere le tue energie? Dove cerchi riconoscimento?

Ho avuto l’opportunità di deviare da un uso ‘regolare’ delle mie energie (diventare un’‘esperta di femminismo’, restare per sempre la prima della classe… le cose che non bastavano) e il fatto che ci fosse ‘un luogo’ a cui orientarmi, la Libreria, ‘concretamente incarnato’ (Non credere, p. 126), ha pesato molto. Deviare le proprie energie, in modo che non vadano disperse, è possibile se non si perde di vista da dove vengono, quelle energie, da dove viene quella voglia di libertà, che è già libertà.  

Esistenza

Per esempio, io non ho allieve, ma ci sono alcune colleghe più giovani di me che, senza dovermi nulla né aspettarsi nella da me sul piano della loro carriera, hanno mostrato, apertamente, di sentirsi autorizzate da me, da quello che io scrivo eccetera, per dire il loro. Se in qualche modo anche io sono una a cui altre in qualche misura si ‘affidano’ lo sono perché continuo a essere una che si affida; conosco colleghe che considero bravissime, sono le donne che mi autorizzano a sostenere certe cose e con cui misuro gli argomenti, donne a cui io mi affido perché attraverso quello che pensano e dicono penso meglio e di più. Non c’è bisogno di una dichiarazione ufficiale, di un patto formale (tu sei la mia madre simbolica, a te mi affido), non c’è bisogno di dichiararsi aderenti al ‘femminismo della differenza’ è semplicemente una condotta pratica (ti stimo, ti nomino, faccio riferimento a te, ti prendo a interlocutrice e sento che questo mi ingrandisce). L’autorità femminile c’è, basta vederla, e anche saperla assaporare, comincia da me che la cerco, allora la vedo che ce l’ho al fianco, la nomino, e sapendola me ne arricchisco

(Ha ragione Lia Cigarini, quando dice che la relazione di affidamento è un guadagno per colei che si affida, così come è vero che l’ordine simbolico della madre… lo fanno le figlie! E allora, cosa guadagna colei su cui si fa affidamento? Tenendo conto che non è un ruolo fisso, ma ‘un andirivieni’ – prendo una parola usata a altro riguardo nel dibattito da Silvia Baratella – io penso che anche quando a una capita di sentire di essere colei a cui un’altra si affida, anche per lei, io credo, il guadagno è lo stesso: è la forza di sentirsi in un ordine simbolico generativo e reale, cioè la stessa cosa che per ‘l’affidata’; e forse il sentire, che vale anch’esso per entrambe, di aderire a una necessità. Questo, per rispondere un poco alla domanda fatta durante la discussione da Carlotta Grassi.) 

Quando sono stata qui per parlare con Angela Condello del Catalogo giallo, nella discussione sorse il tema, sollevato da Laura Colombo, delle domande, fatte alla Libreria in occasione del Cinquantenario, sul se qui ‘si fa inclusione’.  Come rispondere? Personalmente non penso proprio di aver ricevuto dalla Libreria ‘inclusione’; di certo ho ottenuto esistenza e mi pare una parola molto più bella (c’è un punto in Non credere, a p. 98, proprio sull’esistenza, che mi piace molto), ma lascio a voi decidere se libertà non è ancora più bella. Nel senso di queste parole: «Nel lavoro necessario per avere esistenza sociale libera il mezzo è eguale al fine. La libertà, infatti, è il solo mezzo per arrivare alla libertà» (Non credere, p. 182).

L’affidamento è una pratica di libertà, se non altro perché riflette una scelta (la preferenza per le proprie simili). Nella discussione è stato posto il problema se, per la propria sopravvivenza economica, la Libreria possa e debba chiedere fondi a soggetti pubblici, nel quadro dei finanziamenti per le politiche ‘sociali’. Penserei che il tema delle pratiche di libertà non vada perso di vista, e anzi possa essere di aiuto, nell’orientarsi in questa decisione.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Fare impresa femminista, 8 giugno 

Vorrei dire la mia esperienza in Libreria attraverso quelle pratiche che ho vissuto personalmente e che sono la base della nostra politica, in particolare la pratica di relazione, l’affidamento e la pratica del fare.

Sono entrata in Libreria, quando era in Via Dogana, alla fine del 1976 grazie a Donatella Palazzoli, socia fondatrice che avevo conosciuto durante una vacanza e che me ne parlò con entusiasmo e passione. Mi invitò a partecipare e a fare un turno come volontaria; io stavo attraversando un periodo difficile della mia vita personale, ero attratta dalla proposta ma divisa tra il desiderio di partecipare e il senso di inadeguatezza rispetto a un percorso e un sapere che non conoscevo: vinse il desiderio.

Cominciai a fare un turno con Giordana Masotto che era la libraia di riferimento, poi mi ritrovai tutte le mattine in Libreria. La Libreria era diventata il mio spazio di libertà: lo scambio con altre, l’ascolto di esperienze e saperi nuovi, il turno affollato del venerdì mattina con Luisa Muraro, i rapporti di amicizia con alcune turniste mi facevano stare bene. Aiutavo nel lavoro quotidiano, un fare concreto che mi faceva sentire più coinvolta. Partecipavo agli incontri politici che si tenevano tutti i giovedì sera, ricordo il sottoscala pieno di fumo, le donne sedute sui gradini, l’ascolto come nutrimento mentale. Molta produzione politica, moltissime iniziative sono state pensate, elaborate, discusse in quel luogo.

Quando si trattò di sostituire Giordana, dopo diverse riunioni in cui nessuna si proponeva, io capii quanto quel luogo era diventato importante per me e che occuparmi della Libreria poteva essere il mio modo di partecipare più attivamente al progetto in cui mi identificavo e l’occasione di dare continuità a un processo di valorizzazione personale. Mi resi disponibile e entrai a far parte della cooperativa nel 1978.

Da allora sono stata responsabile della Libreria per 34 anni. Se oggi ripenso al mio modo di gestirla, posso dire che ho sempre contato sull’apporto delle altre. Ricordando l’esperienza positiva nel sentirmi più partecipe condivisi con le turniste del mattino il lavoro quotidiano della libreria: sistemazione degli scaffali, spunta dello schedario, apertura dei pacchi dei libri… dando a tutte la chiave per l’apertura, rendendole così più responsabili.

Spesso ho condiviso il mio compito con una donna che più di altre sosteneva il progetto e aveva tempo disponibile: universitarie, insegnanti, pensionate, casalinghe… tante, tante donne di età e interessi diversi si sono alternate al mio fianco in un rapporto duale in cui ho spartito lavoro, amicizia e passione politica. 

Per le mie incertezze e dubbi su ordini o richieste particolari incominciai a chiedere a Lia Cigarini, che in riunione mostrava più esperienza e sapere di altre. Le sue risposte puntuali mi orientavano e mi permisero di vivere senza troppe ansie, anzi direi con tranquillità quel primo periodo.

Quando nel 1983 uscì il Sottosopra verde ricordo la commozione, quasi una conversione, nel leggerlo; mi riconobbi nello scacco, nel disagio e nella teorizzazione dell’affidamento c’era l’esperienza che io avevo vissuto con Lia.

Col tempo l’affidamento per me era diventato una specie di legame mentale che mi dava risposte. Anche oggi per me Lia è un riferimento necessario.

Nella seconda metà degli anni ottanta, una grande iniziativa in Libreria fu organizzata con i “mesi” dedicati alla storia, all’umorismo, ai romanzi, alla poesia, alla scienza, alla filosofia. Erano gestiti da quelle donne che più sapevano sull’argomento e che si rivolsero alle scrittrici, alle pensatrici più significative del settore per realizzarle. Tutte accolsero l’invito, molte venivano da città lontane a loro spese ed erano ospitate nelle nostre case. Io organizzavo e mi occupavo della materialità, aiutata da tutte le turniste in lavori essenziali per la buona riuscita degli incontri, seguiti da centinaia di donne. Dal mese della filosofia nel 1988 fu pubblicato a cura di Ipazia il catalogo rosa Quattro giovedì e un venerdì per la filosofia con le riflessioni e le foto delle relatrici e anche un mio scritto, “Come si costruisce una cattedrale” in cui io mettevo un sasso tra le pagine e ponevo il problema della invisibilità e del disvalore del lavoro quotidiano femminile così essenziale ma poco considerato dalle donne stesse della Libreria. Un progetto dove materialità e pensiero sono strettamente legati e ugualmente necessari. L’intento politico era di fare di questa realtà una rappresentazione sociale che producesse un’idea modificante.

Nel 1994 una proposta, decisa in riunione, nacque con lo scopo di  entrare in rapporto e mettere insieme quelle librerie a Milano che avevano in comune la caratteristica di essere spazi sociali e culturali della vita cittadina come La libreria dei ragazzi, che oggi si chiama Libreria delle ragazze e dei ragazzi, Babele, la Claudiana, la libreria del giallo, quella del fumetto e altre… Si formò così “Librerie in compagnia” un gruppo di 12 libraie/i che si riunì a turno nelle varie librerie rafforzando relazioni e attivando contatti per farci conoscere e affermare la nostra presenza come  parte attiva della vita pubblica della città. Si riuscì a coinvolgere la stampa e uscì anche una facciata intera sulla pagina di cultura locale di un importante quotidiano. Da questi confronti uscì un raffinato portfolio con il progetto e le schede di ogni libreria e un programma mensile con le iniziative di tutte che si dava in omaggio alle clienti. Per ringraziarci e per concludere questa esperienza il libraio di Babele, libreria specializzata in pubblicazione gay-lesbiche, organizzò nella sua bella casa una splendida festa napoletana con ricca cena, musica e canto.

Un’altra iniziativa a cui tengo molto è nata dalla relazione con Bianca Piazzese, giovane donna torinese che veniva ogni tanto alle riunioni della Libreria. Ci propose di presenziare con uno stand alla Fiera del libro di Torino dove lei saltuariamente lavorava. Il costo era molto alto così si pensò di condividerlo con quelle poche case editrici di libri e riviste femministe che, come noi, non avevano distributore. Contattai e riuscii a coinvolgere le editore che compresero la grande occasione di rendersi visibili in un ambito così fortemente patriarcale. A noi si unì la casa editrice La tartaruga con le prime traduzioni di autrici fondamentali per il femminismo e riuscii a ottenere la fiducia delle donne di “Scritti di Rivolta femminile” non soltanto per la vendita ma anche per la distribuzione dei libri di Carla Lonzi. Questa iniziativa incominciata nel 1990 si protrasse per qualche anno e lo stand diventò un appuntamento annuale dove si creavano relazioni, un punto di riferimento per le librerie delle donne che erano sorte in quel periodo e per alcune libraie un’occasione per aggiornarsi e prendere in deposito la nostra produzione e i libri di Rivolta. Con la politica delle relazioni le idee e i progetti si moltiplicano e si attuano in autonomia. 

Un giorno, nello stand della fiera, una donna di Ancona che faceva parte di un gruppo femminista, ci chiese di organizzare nella sua città una mostra di libri, in occasione di un loro seminario. Con Bianca ne parlammo in riunione e la proposta fu accettata. “Fiera del libro delle donne” fu il progetto che ci portò in alcune città e regioni lontane, Ancona Napoli, Catania, Puglia, Sardegna, richieste da gruppi e librerie militanti con l’obiettivo comune di raggiungere e coinvolgere altre donne nel movimento. Riempivamo scatoloni di libri e documenti importanti e difficili da reperire e poi li spedivamo col corriere. L’incontro ci occupava per un weekend di 4 giorni dal venerdì al lunedì. Di quel periodo ricordo l’accoglienza generosa, l’entusiasmo  reciproco nel vedere le tante donne che, la domenica, venivano anche da città e paesi lontani per seguire gli incontri, donne interessate che compravano libri, e chiedevano, e volevano conoscere… E poi alla fine dello scambio di esperienze e di saperi organizzavano cene e feste molto animate, felici dei nuovi rapporti e della riuscita dell’iniziativa. Non ci sono mai stati disguidi di pacchi o contrasti. Guglielma ci ha sempre protetto.

Con Traudel Sattler partecipai alla “Fiera internazionale del libro femminista” ad Amsterdam portando il Sottosopra verde tradotto in molte lingue anche in greco. C’erano femministe di tutta Europa e non solo, e ricordo in uno stand tedesco il libro di Luisa Muraro e la storia della nostra libreria, Non credere di avere dei diritti, tradotti entrambi da Traudel.

Nel 2001 fummo costrette a lasciare la piccola sede di Via Dogana a causa dell’affitto troppo alto e ci siamo trasferite in Via Pietro Calvi, zona non più così centrale ma col vantaggio di avere uno spazio più ampio con Libreria e Circolo della rosa insieme. Anche per l’allestimento e la sistemazione dei nuovi locali si agì la nostra politica affidandoci a Stefania Giannotti e Corrado Levi architetti cari amici della Libreria che rivoluzionarono gli spazi al meglio, ricavando un soppalco per l’amministrazione e un’ampia cucina dove socie e amiche del gruppo Estia si confrontarono, pubblicando poi l’esperienza nel quaderno di Via Dogana Fuochi. La Libreria fu attivata al massimo per sostenere questo passaggio che durò alcune settimane e che si concluse con una grande inaugurazione. 

L’inizio in Pietro Calvi coincise con l’avvento della tecnologia. Laura Colombo che unisce nella sua vita materialità e passione politica è la nostra preziosa referente. Insieme inserimmo nel computer più di 6000 titoli… La Libreria ora è superinformatizzata grazie a lei.

Nel 2012 ho concluso il mio lavoro in libreria e ho passato il testimone a donne più giovani. Ora sono la libraia decana, per anni ho fatto un turno settimanale di mezza giornata, seguo gli incontri al Circolo e mi occupo della corrispondenza per la spedizione delle nostre pubblicazioni. Sapere che questo piccolo lavoro raggiunge donne lontane e le rende partecipi alla elaborazione politica della libreria dà senso a questo mio fare.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Fare impresa femminista, 8 giugno 2025

Mi è capitato qualche volta che qualcuna o qualcuno entrasse per la prima volta qui in Libreria delle donne e mi chiedesse: “Ma cos’è questa libreria?”, e io esordissi dicendo: “è una libreria, sì, ma è molto di più di una libreria”. Ne hanno dato notizia anche giornaliste e giornalisti che hanno fatto dei servizi in occasione dei nostri 50 anni. 

Allora, cos’è quel “di più” che ha permesso di tenere aperta questa impresa per 50 anni? Come ha fatto la Libreria a reggere per tutto questo periodo, e quali sono le sfide da affrontare in un mondo in rapida trasformazione? Oggi cerchiamo insieme di mettere a fuoco questo “di più” che possiamo condividere con altre realtà.

Non voglio ripercorrere la nostra storia di 50 anni, ma devo dire che per me è stato bello e emozionante rileggere o anche leggere per la prima volta alcuni documenti dei primissimi tempi della Libreria, grazie a Marta Equi che li ha rintracciati negli archivi per la sua tesi di dottorato dedicata proprio alla nostra impresa.1 Qui voglio anche sottolineare l’importanza e l’efficacia dei testi che hanno sempre accompagnato l’attività della Libreria in un circolo virtuoso tra il fare materiale e la riflessione politica. 
Come risulta già dal primo volantino del dicembre 1974, appena il negozio in Via Dogana fu trovato, l’attività della Libreria unisce la diffusione delle opere di donne del passato a quelle del presente, perché “pratica della nostra lotta è stata la presa di parola e trovare i tempi e gli strumenti (contro chi ne farebbe un uso capitalistico e contro di noi) per diffondere, discutere, approfondire tutto ciò che di nuovo le donne esprimono […] perché divenga ricchezza collettiva. […] La Libreria sarà uno spazio di incontro e di confronto aperto soprattutto alle donne…”.2 Sottolineo “soprattutto”, non “esclusivamente”, come in altre librerie delle donne che hanno seguito una linea separatista. 

Quindi, oltre a essere uno spazio aperto sulla strada si delinea fin dall’inizio la vocazione della Libreria come editrice autonoma: infatti, la maggior parte delle nostre pubblicazioni è stata autoprodotta e autofinanziata, come i Sottosopra,Via Dogana e i Quaderni di Via Dogana. Una pratica editoriale che è pratica politica, non solo perché autofinanziata, ma perché le pubblicazioni sono strettamente legate all’esperienza messa in parola. In seguito, le parole materializzate sotto forma di pubblicazioni sono state quasi sempre accompagnate da incontri in presenza in tutta Italia. Questa pratica che io trovo ricca ed efficace, l’abbiamo riattivata con Femminismo mon amour, spaziando da Bressanone a Catania. L’impresa Libreria quindi è stata ed è creatrice di contesti e di relazioni. 
Contesti e relazioni che si sono diramati nel sociale laddove le singole che prestavano e prestano il lavoro gratuito in Libreria si trovavano a guadagnarsi da vivere. E sono state le esperienze e le contraddizioni nei commerci sociali la materia viva per l’elaborazione politica in Libreria. Un periodo particolarmente fertile è stato quello dopo la pubblicazione del Sottosopra verde negli anni ’80-’90 proprio quando, secondo i media mainstream, il movimento delle donne era morto: sono nate la comunità filosofica Diotima, l’autoriforma dell’università e della scuola, la pedagogia della differenza, il gruppo Ipazia che riuniva scienziate e non scienziate, il gruppo Vanda di architette e urbaniste…

Per quanto riguarda la gestione della Libreria, non abbiamo mai seguito un’organizzazione di tipo aziendale, non ci sono corrispettivi in denaro (a parte un contributo simbolico per chi si occupa di aspetti amministrativi, ordinazioni di libri ecc.). Non abbiamo ruoli fissi regolati da un organigramma. Ma non è che qui vogliamo proporre un modello alternativo di “gestione femminista” di tipo Best practices. È stata un’avventura, una sperimentazione, era tutto da inventare, pescando ispirazioni di qui e di là, come testimonia un documento assai divertente dell’84: “La Libreria è tenuta un po’come la casalinga cura la casa, l’imprenditore lombardo gestisce l’azienda, il pastore sardo vigila sui suoi beni, un misto di accuratezza femminile, di prudenza contadina, di efficacia imprenditoriale. Con questa combinazione di cose contrastanti noi cerchiamo di giocare per inventare e realizzare qualcosa di nuovo che può andare bene alle donne”. 3

Nello stesso documento si sottolinea che “non siamo mai state un gruppo omogeneo e non lo saremo probabilmente mai”. E la storia l’ha confermato. Anche oggi, ognuna porta nel progetto il proprio desiderio, la propria passione e il tempo che può o vuole mettere a disposizione. Desideri e passioni ovviamente diversi che vanno contrattati con quelli delle altre, tenendo conto della disparità tra donne e riconoscendo l’autorità femminile. Non è facile pensare, parlare, esporsi, giocarsi in prima persona. Il rischio personale è forte in un contesto dove le relazioni non sono regolate da strutture prestabilite o dal denaro. Ciascuna è chiamata a fare i conti a partire dalla contrattazione tra sé e sé: che cosa voglio, cosa sono disposta a dare, cosa sono disposta a rischiare e cosa invece no? Quando i conti non tornano più capita che una se ne vada. Infatti, non voglio dare un’immagine idealizzata, abbiamo visto anche conflitti insanabili e rotture dolorose.

Stare in libreria è come “un impegno in più, di cui bisogna sentire l’urgenza e la necessità per sé” ha scritto Clara Jourdan in un numero della rivista di Diotima.4 Nella riunione di preparazione a questo numero la stessa Clara ha proposto di inserire il lavoro politico in “tutto il lavoro necessario per vivere” proposto dal Sottosopra Immagina che il lavoro.5 C’è un aspetto vitale, che fa vivere, nel dare il proprio tempo e le proprie capacità per un progetto comune trasformativo. Questa è una questione che va riconsiderata a fondo oggi in un momento in cui la Libreria è all’interno di un grande cambiamento sia nella sua gestione pratica sia nell’assetto relazionale in quanto alcune figure storiche per ragioni di età non possono più essere attive come prima. 

Oggi come si sa c’è una crisi nel settore librario, dovuto soprattutto a Amazon che ti recapita in pochissimo tempo (sfruttando chi lavora) un libro a casa. Oggi poi – e questo è un aspetto positivo – libri scritti da donne si trovano anche al supermercato, a differenza degli anni in cui è nata la Libreria quando i libri di autrici non si trovavano da nessuna parte. Quindi la sopravvivenza economica della Libreria è più difficile. Io stessa devo ammettere di non prestare abbastanza attenzione ai dati di vendita, allo stato dei pagamenti dell’affitto ecc. Il denaro è entrato e entra, mai a sufficienza, dalla vendita di libri e documenti, inoltre da donazioni e finanziamenti di singole e singoli, che abbiamo preferito a finanziamenti pubblici che ci costringono a percorsi burocratici e linguaggi che non sono nostri. Ma oggi dobbiamo affrontare questa contraddizione. 

Anche organizzare i turni volontari di vendita è più difficile perché le giovani che arrivano in Libreria sono immerse in un mondo di lavoro che risucchia tutte le loro energie.

Per me personalmente, stare in Libreria è stato ed è un grande guadagno: è stato di importanza esistenziale aver trovato uno spazio fisico aperto nel centro di Milano dove ho potuto mettere radici, in una città, in un paese sconosciuto. Ho trovato un linguaggio nuovo che ha rivoluzionato il mio pensiero e la mia vita, e ho stretto amicizie politiche e personali. Ho sempre avuto un profondo senso di gratitudine, e tutto quello che faccio per la Libreria ha il segno della restituzione da cui io stessa guadagno in esistenza e in ricchezza di relazioni. Per esempio aver tradotto in tedesco Noncredere di avere dei diritti e altri testi della Libreria e di Luisa Muraro mi ha aperto un mondo di relazioni in Germania e mi ha ricollegato al mio paese di provenienza.
È comunque una questione delicata, quella della gratificazione senza misura stabilita da parametri esterni come il denaro. Soprattutto oggi che viviamo in un mondo di gratificazioni facili e veloci, tramite like… Ci si aspetta il riconoscimento immediato da parte delle altre? Il riconoscimento sotto quale forma? Essere amate? Qual è la moneta di scambio? Il riconoscimento da “fuori”? L’apparire in TV in occasione dei 50 anni? Oppure c’è qualcosa, una mancanza o un desiderio che continua a trovare senso nello stesso farsi del cammino in cui la gratificazione e il solo fatto di farlo? 

Ci teniamo molto a restare un luogo aperto al pubblico, e far vedere che oltre ai libri che si possono comprare e in un mondo dove sembra che tutto si possa comprare, c’è altro che circola, in un “mercato della felicità”.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Fare impresa femminista, 8 giugno 2025

  1. Marta Equi Pierazzini, A Legacy Without a Will. Feminist Organising as a Transformative Practice. PhD Program in Analysis and Management of Cultural Heritage XXXI Cycle. IMT School for Advanced Studies, Lucca 2019 ↩︎
  2. “Abbiamo trovato un negozio nel centro di Milano”, 8 dicembre 1974, in Marta Equi, op. cit. p. 215 ↩︎
  3. “La Libreria delle donne – sue caratteristiche, sua storia, in breve”, in Marta Equi, op. cit. pp. 338-341. (Il testo non è mai stato pubblicato, un’annotazione scritta a mano dice “al Comune per la Guida luoghi delle donne”)  ↩︎
  4. Diotima, Per amore del mondo, n.11/2012 ↩︎
  5. https://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/sottosopra-immagina-che-il-lavoro/ ↩︎

In occasione dei cinquant’anni della Libreria delle donne di Milano, è a partire dalla sua avventura che indaghiamo la peculiarità di un’impresa che non segue le leggi capitalistiche e la mercificazione della cultura: un’impresa economica e un’impresa politica, in cui il lavoro materiale e il lavoro del pensiero sono strettamente intrecciati. Il suo intento infatti è di essere un luogo di raccolta di opere di donne, un luogo d’incontro aperto sulla strada e un luogo di produzione di idee ed esperienze da far circolare con pubblicazioni in proprio.

Nell’incontro ci interessa confrontarci per mettere in luce tutto ciò che eccede il normale funzionamento di un’impresa economica, con le contraddizioni che la attraversano, ma anche rimettere a fuoco una pratica politica che è stata inventata proprio nel fare: il rapporto di affidamento tra donne come rapporto sociale, generativo di libertà relazionale, necessaria per muoversi nel mondo senza sottostare ai meccanismi imposti dalla società.

Introducono Traudel Sattler, Renata Dionigi, Silvia Niccolai.

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.
Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.
È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Appuntamento: domenica 8 giugno 2025 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.

Il desiderio di maternità non è mai stato un assunto nella mia vita; è nato in una relazione amorosa inaspettata, piena di grazia. Prima di diventare madre, ho vissuto due interruzioni spontanee di gravidanza. Dopo la seconda, sono caduta in uno stato di intensa sofferenza. Il fatto che quegli aborti non fossero legati ad alcuna patologia, né mia né del mio compagno, invece di rassicurarmi, aggiunse a quel dolore l’inquietudine ulteriore della mancanza di una causa. Fu una ginecologa che mi suggerì allora una pista di riflessione che andasse a indagare, nelle costellazioni familiari, le paure che accompagnavano il mio desiderio di maternità.

La mia vita è stata segnata dalla nascita di Dodò, sorella disabile affetta da una tetraparesi spastica causata da un distacco di placenta. Mia nonna, madre di mia madre aveva dato alla luce una figlia, Donata, mia zia, affetta da una rara malattia neurologica che ha invalidato la sua vita sin dall’infanzia per poi costringerla all’immobilità in età adulta. La genealogia materna pesava come un macigno dentro di me: conoscevo le gioie e le difficoltà di curare una persona non autosufficiente e gli sforzi necessari a costruire un equilibrio familiare dove il centro è sempre un altro/a. Pur riconoscendo l’incommensurabile ricchezza che la presenza di mia sorella ha donato alla mia umanità, avevo paura di ripetere la storia, di essere succube di un destino inesorabile a cui non potevo sottrarmi. Quando questa paura affiorò alla mia coscienza, decisi di parlarne con mia madre. Poiché non vivevo più con lei, la chiamai al telefono e le parlai a lungo. Lei mi ascoltò in silenzio, riconobbe la mia paura, la mia sofferenza e alla fine prese parola. Mia madre, che da sempre possiede il talento delle parole buone, mi disse all’incirca così: Conosco la tua paura, ma la mia storia non è la tua storia e tu sarai una madre diversa dalla madre che sono io. Sebbene tu sia mia figlia, non è detto che tu debba ripetere la storia. Io sono io e tu sei tu. Il ricordo di quel colloquio mi emoziona sempre. La risposta di mia madre sortì l’effetto di una formula magica liberatoria, tanto che dopo circa un mese scoprii di essere incinta della prima delle mie due figlie, Sofia. Mia madre mi aveva liberata dall’ingiunzione di un ineluttabile destino e mi aveva consegnata alla libertà che io stessa andavo cercando; la sua storia sarebbe rimasta con me, non come pesante fatalità, ma come trama da cui attingere forza e consapevolezza, alleata nella ricerca autentica di una mia direzione.  

Questo vissuto è stato generativo di molteplici pensieri riguardanti il rapporto tra la genealogia femminile e la libertà soggettiva. Tra questi vi è la convinzione che la genealogia materna e femminile è la condizione da cui si genera la libertà e il senso della propria differenza femminile. Non ve n’è un’altra. Il concetto di una relazione genealogica tra donne è stato foriero di una profonda rivoluzione politica. In questo breve testo, parto dall’intenderlo in un modo duplice, seguendo le declinazioni che ne diede Irigaray: «C’è una genealogia basata sulla procreazione, che ci lega alla madre, a sua madre e così via, la maternità operando come la struttura di un continuum femminile che ci congiunge ai primordi della vita»; essa riabilita la verticalità della relazione madre-figlia. Vi è, inoltre, una genealogia che opera mediante la parola connettendoci alle figure femminili del presente e del passato a cui riconosciamo autorità e da cui attingiamo forza simbolica: «Non dimentichiamo nemmeno che abbiamo già una storia, che certe donne, anche se era culturalmente difficile, hanno segnato la storia, e che troppo spesso noi non ne abbiamo conoscenza», dice Irigaray facendo riferimento all’opera di altre donne. Le due dimensioni genealogiche si intrecciano in modo inaspettato, e operano insieme, non senza difficoltà e conflitti. Le donne hanno cercato nella grandezza femminile esempi a cui agganciare la ricerca della propria indipendenza simbolica e dunque della libertà. Un modo per «essere all’altezza di un universo senza risposte» (come dice Carla Lonzi) e sopravvivere al vuoto necessario a cui bisogna far fronte per nascere come soggetti liberi. In tal senso, la genealogia è l’insieme delle relazioni, tra donne in carne ed ossa e figure femminili di grandezza a cui riconosciamo autorità, necessarie a significare la differenza femminile nel mondo e a sostenere la ricerca soggettiva di sé. È dalla trama genealogica che si genera una libertà soggettiva paradossale, che sovvertendo l’idea di una libertà ab-soluta, svincolata cioè da qualsiasi legame, ne afferma una di segno opposto. Si tratta di una libertà che tiene conto dell’intreccio genealogico senza coincidervi, interrompendo un continuum che permane come sfondo necessario, significativo e mutevole della ricerca soggettiva: questa non coincidenza, il passo obliquo della differenza, diviene una nuova soggettività a cui si agganciano nuove relazioni. Il nostro differire dalla genealogia femminile, rimanendo ad essa radicate, è il processo che consente alla storia di non ripetersi e alla soggettività femminile di trasformarsi nella relazione politica con altre e altri. In questo intreccio la soggettività si genera e ri-genera continuamente. La genealogia femminile si configura, allora, come una eredità priva di determinismo, una costellazione di relazioni femminili che soppiantano un ineluttabile dover essere. Un sostegno autentico alla libertà femminile e all’inesauribile ricerca soggettiva. Essa (come affermava Antonietta Lelario nel suo intervento durante la redazione aperta di Via Dogana) è infinità poiché infinite sono le mediazioni che ogni volta bisogna trovare per sottrarsi alla ripetizione svalutante del reale, a una storia già data che soffoca la libertà (non solo femminile) invece di alimentarla. In questo, la genealogia femminile è ciò che ci conferisce la forza di non soccombere a un destino che non ci appartiene, a una ripetizione che non prevede differenze. Il compito di trovare la propria strada, di nutrire la propria differenza è sempre una scommessa soggettiva e politica insieme. La tua storia non è la mia storia, ha significato per me essere autorizzata a vivere la mia storia, a cercare la libertà, assumendomi la titolarità della differenza che incarnavo. Una differenza che riconosce l’autorità di colei e coloro che ce la riconoscono. Una differenza che a sua volta può autorizzare e sostenere la libertà di altre donne, in modo speciale quella delle figlie.

Lessi per la prima volta il Catalogo giallo due anni fa circa, dopo che fu Lia Cigarini stessa a consigliarmelo. L’ho letto in un susseguirsi di varie emozioni e mi sono immaginata in mezzo a loro, così arrivata alla fine ho pensato: «Quanto avrei voluto esserci!». Durante la lettura ho sentito una grande felicità, come quella menzionata durante l’incontro del 2 marzo proprio da Rosaria Guacci che invece alla stesura del catalogo ha partecipato.

Per la prima volta, dopo anni passati tra i banchi di Lettere all’Università di Bologna a studiare teoria della letteratura, finalmente ho scoperto che esisteva altro: la pratica della letteratura. Quasi il polo opposto dello spettro, se vogliamo. Perché se studiare la teoria mi ha dato degli strumenti in più per leggere, la pratica della letteratura – che è, a dirla meglio, pratica della lettura, come già avanzato anche da Laura Colombo in questo numero1 – mi ha ridato il desiderio del leggere e soprattutto gli strumenti per leggermi.

Io sono sempre stata una lettrice solitaria, ma questa pratica non è solitaria, non può esserlo per sua stessa essenza: la pratica della lettura è anche il desiderio di condivisione e scambio, per creare qualcosa di fecondo a partire dalla letteratura stessa. Come lo è stato il Catalogo. Dove il riconoscimento nella lettura – o anche il disconoscimento stesso – è propulsore e di conseguenza produttore di pensiero.

Ma questo processo non può avvenire nella solitudine del proprio spazio reale o virtuale che sia, non sarebbe fecondo, non sarebbe pratica ma mero esercizio di filosofia. E forse di questo avremmo bisogno quando si parla di “attualizzare le pratiche”: del metterle in pratica davvero, poiché le pratiche per loro stessa natura sono già attuali. Per “attualizzare il catalogo” basterebbe rileggerlo e lasciarsi trasportare dalla sua forza e dalla sua felicità trasformativa. Ciò che serve è trovare il tempo, lo spazio, l’energia e il desiderio per rimettere in piedi un progetto simile, rispondendo a quel bisogno che sento in me e in tante altre donne di ritrovarsi in una genealogia di scrittrici e pensatrici femministe. Questo potrebbe colmare quel vuoto profondo che caratterizza gli slogan del femminismo virtuale – spesso primo approccio al femminismo per le giovanissime – un mondo senza storia fatto di frasi accattivanti ma prive di radici nella pratica concreta.

In questo modo, potremmo navigare meglio tra i vari femminismi contemporanei, troppo spesso ridotti a ripetizioni meccaniche di pensieri preconfezionati, portati avanti come mere bandiere identitarie senza connessione con il passato o visione del futuro. Potremmo così rispondere alla cultura effimera delle stories di ventiquattro ore riscoprendo lo slancio vitale (e felice) del femminismo della differenza e la politica su cui si basa, fatta di relazioni intrecciate nella pratica dello scambio tra donne come fonte viva di pensiero e trasformazione.

  1. https://puntodivista.libreriadelledonne.it/la-lettura-come-pratica-politica/ ↩︎

Poco prima dell’incontro su Le madri di tutte noi (2 marzo 2025), in Libreria delle donne mi ha colpito una battuta: «…come eravamo intelligenti…». Con questa “allerta” ho seguito gli interventi introduttivi e la dicussione della redazione aperta di Via Dogana 3 e in particolare nell’incontro ho percepito la forza trasformativa messa in moto da una pratica politica che ha prodotto questo «modo di leggere che confonde vita e letteratura», ho visto il guadagno e la felicità provata da chi c’era.

Con il pensiero della differenza io ho guadagnato mediazioni e parole per il “qui e ora” con le quali ho abitato e mi sono radicata nel mondo, ricavando misura e forza dalle relazioni tra donne; sono riuscita a stare al mondo con un po’ di agio e il rapporto con la parola delle donne, con il femminismo della differenza, mi ha sostenuto nella mia impresa, il sindacato, e vedo la stessa pratica tra altre donne attorno a me, anche quando è inconsapevole, non nominata né riconosciuta. 

Le donne che hanno scritto il Catalogo giallo sentivano che cambiando se stesse il mondo cambiava e noi abbiamo ricevuto e siamo cresciute con questo loro guadagno, tutta la mia esperienza sindacale e politica ne è stata alimentata. 

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Dall’incontro con Lia Cigarini e Luisa Muraro, nel lavoro con il gruppo del Martedi della Camera del Lavoro di Brescia è nata la pratica politica della relazione tra donne senza la quale non sarebbe stato possibile il “lavoro di fabbrica e lavoro del pensiero” e il nostro (mio e di altre) “essere sindacato”.

La pratica politica e le esperienze raccolte nelle interviste realizzate (grazie a Loriana Lucciarini) a lavoratrici, delegate, funzionarie metalmeccaniche su “il lavoro, il lavoro sindacale, la contrattazione” nel dicembre 2018 sono diventate i “materiali” per il 27° congresso nazionale della Fiom Cgil.

Il confronto con il pensiero politico della Libreria, la relazione con Giordana Masotto e Luisa Pogliana, ha alimentato il “Tavolo permanente”1 per ripensare lavoro e azienda, una pratica politica che, in un luogo come la Libreria delle donne e in una forma inedita, ha messo insieme la forza e il sapere di sindacaliste e manager.

La relazione tra le donne impegnate al tavolo negoziale nei rinnovi del Contratto nazionale dei metalmeccanici ha individuato e costruito soluzioni contrattuali innovative per donne e uomini e introdotto misure “concrete” per contrastare la violenza maschile contro le donne. 

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Nella redazione allargata di Via Dogana 3 sul valore politico del Catalogo giallo e sui testi nati dal pensiero della differenza è diventato evidente quanto “l’intelligenza” collettiva di quel lavoro abbia permesso a noi di trovare parole fedeli al sentire. Oggi, grazie a queste mediazioni, possiamo parlare in prima persona di noi stesse e di come siamo, nel presente.

Chiara Zamboni, nel suo bellissimo articolo Sul pensiero della differenza sessuale ha messo a fuoco una contraddizione che vivo e che non riesco a risolvere: per una parte della mia esperienza riesco a trovare solo parole che si avvicinano a quello che sento, senza mai dirlo davvero.

La parte di me che desidera esprimere pienamente ciò che sente di fronte ai fatti del mondo – quei fatti sui quali voglio «esistere, per esserci in rapporto agli altri e a noi stesse»2 non l’ho scoperta oggi: la conosco da tempo. 

L’incontro di Via Dogana 3 ha (ri)messo al centro la questione dell’esperienza femminile che non ha o non trova parole per esprimersi; se non riconosco questa contraddizione, quel «vuoto simbolico pieno di esistenza» – per riprendere le parole delle lettrici di Gertrude Stein nel Catalogo giallo – rischia di essere occupato da descrizioni del reale che parlano anche di me, senza che io ci sia pienamente. E sento concretamente il pericolo che lo spazio delle relazioni si trasformi in un campo di battaglia, dove si muovono appartenenze e ideologie travestite da buoni sentimenti (i cosidetti valori) o da puro pragmatismo. 

Silvia Niccolai, nella sua relazione3, segnala «il peso e il pericolo» e indica una traccia: «stare nel vuoto senza cadere nel nulla», senza «cedere al troppo pieno, l’identità troppo intensamente ricercata, il dispendio emotivo per l’una o l’altra buona causa…» perché oggi, dice, siamo di nuovo chiamate a schierarci e teme che il dover dimostrare che siamo dalla parte giusta «ci tolga la parola per dire il modo in cui fa davvero problema la realtà difficile dell’oggi, per ciascuna di noi nel suo concreto»

Chiara Zamboni offre una ulteriore traccia per affrontare il presente con intelligenza; chiarisce che questa ricerca di parole sensate richiede un «…lavoro di parole creativo. Un percorso che non può concludersi, perché un’espressione che sentiamo fedele, è semplicemente un punto di avvistamento da rimettere ogni volta in gioco dato che il nostro divenire si dipana lungo tutta la vita».

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Interrogando la mia esperienza e la mia pratica sindacale trovo un punto di avvistamento in grado di aiutarmi ad affrontare i fatti del mondo, la contraddizione in cui mi trovo: è il concetto di autonomia cioè la capacità, la facoltà, la libertà di esprimere il mio sentire senza subordinarlo ad appartenenze, pratiche identitarie, ideologie e regolandomi su quello che “è giusto” secondo il mio sentire; una pratica politica che mi permette di esprimermi politicamente senza ricadere nella ricerca o nell’affermazione di una identità, che sostiene la mia ricerca di libertà. 

Con questa pratica politica possiamo occuparci di quello che succede – anche della guerra e della violenza – al riparo da ogni tentazione identitaria o di estraneità, facendoci guidare dalle lettrici della Stein: «la sua indifferenza politica è estraneità ad ogni ideologia», non estraneità al mondo e a quello che succede. 

È un desiderio che mi sembra di riconoscere in altre donne, è stato un desiderio per tante donne prima di noi; l’ho trovato in Virginia Woolf, Edith Warthon, Rosa Luxemburg, così diverse tra loro, eppure quante altre donne (non lo so, lo sappiamo?) hanno trovato parole per significare la loro esperienza di estraneità ad ogni ideologia che sostiene la guerra.

Oggi il mondo è attraversato ed è minacciato da queste pulsioni ed è in questo mondo che «la differenza è in movimento»4.

  1. “Tavolo permanente” è un lavoro nato dalla relazione tra Giordana Masotto (co-fondatrice della Libreria), Luisa Pogliana (Ass. Donnesenzaguscio – Percorsi femminili in azienda) e me, un incontro che si propone di ripensare lavoro e azienda a partire dall’esperienza di sindacaliste e manager. ↩︎
  2. Chiara Zamboni, Sul pensiero della differenza sessuale, www.libreriadelledonne.it, sezione Contributi, 16 marzo 2025. ↩︎
  3. Silvia Niccolai, Vuoto simbolico pieno di esistenza, Via Dogana 3, 2 marzo 2025. ↩︎
  4. Chiara Zamboni, Sul pensiero della differenza sessuale, cit. ↩︎

Al centro del Catalogo giallo c’è un’intuizione forte e radicale: l’invenzione della lettura come pratica politica. Mentre lo rileggevo in vista della redazione aperta di Via Dogana 3, ciò che mi ha colpito maggiormente è stata proprio questa intuizione, la lettura non più intesa come interpretazione o critica letteraria tradizionale, ma come creazione politica, gesto collettivo e trasformativo. Non si tratta di analizzare testi con teorie esterne ad essi o celebrare semplicemente la presenza delle donne nella storia; al contrario, leggere diventa un’azione che produce altri significati, è un atto di risignificazione del mondo e dell’esperienza delle donne.

La pratica politica della lettura è una rottura perché non si limita a considerare il libro come un oggetto neutrale da comprendere, ma come materiale da manipolare da parte della lettrice in relazione ad altre donne, per trovare tracce di un simbolico femminile che altrimenti resterebbe invisibile. Questo modo di leggere interroga direttamente la letteratura per far emergere ciò che parla davvero alle donne, anche là dove l’autrice afferma che “la scrittura non ha sesso”. Sessualizzare la scrittura, rileggendola con uno sguardo situato, rimane anche oggi un gesto politico potente e necessario.

Nel Catalogo si legge chiaramente che le scrittrici vengono “deformate”, “ridotte a una frase, a un’immagine, a un’invenzione linguistica”. È una dichiarazione forte, che rivela un’intenzione politica precisa, una strategia consapevole: invece di inseguire una rappresentazione oggettiva o fedele della letteratura femminile, le lettrici si appropriano dei testi – anche contro la loro stessa volontà – per costruire un discorso che parli del loro vissuto, delle loro domande, dei loro desideri. È un uso del testo che non obbedisce all’autorevolezza dell’autrice, né alla fedeltà filologica, ma all’urgenza di trovare parole vive, capaci di trasformare.
Il Catalogo giallo testimonia quindi una pratica che si distanzia da quella parte del femminismo che ha lavorato per dimostrare la presenza delle donne nella storia con l’obiettivo di ottenere pari dignità e riconoscimento. Chi ha scritto il Catalogo non voleva dimostrare che le donne ci sono sempre state, né chiedere di essere incluse in una storia già data; l’obiettivo era la trasformazione dell’esistente, non il riconoscimento nelle strutture socio-simboliche patriarcali.  
La loro è una lettura parziale, situata, partigiana, cercano qualcosa che parli a partire da sé, dalla relazione con altre donne, dal vuoto come possibilità, non assenza. Come scrive Silvia Niccolai nella sua introduzione: «Il “vuoto” è la consapevolezza che l’esperienza, l’esistenza femminile non è, se la cerchi nel simbolico “dominante”, ma quando raggiungi questo vuoto non cadi nel nulla, perché il vuoto è anche un silenzio, il finalmente tacere delle definizioni, dei costrutti, delle missioni o dei valori affidati alle donne e in questo vuoto-silenzio finalmente puoi sentire qualcosa».
La lettura, così intesa, diventa un’invenzione collettiva e un’appropriazione sovversiva: il testo è usato, anche a costo di distorcerlo, per costruire una soggettività politica femminile che non si lascia imprigionare dalle regole del discorso dominante. Non è un’operazione neutra né rispettosa, essendo profondamente aderente alla necessità di vivere, dirsi e pensarsi al di là delle categorie offerte dalla cultura patriarcale.

Leggendo il Catalogo, emerge chiaramente che l’inclusione era proprio ciò da cui si voleva fuggire. Non si trattava di conquistare uno spazio in un mondo già scritto da altri, ma di inventare un mondo che rispondesse alla propria esperienza di donna. In quegli anni, il patriarcato aveva un volto preciso, identificabile, indiscusso: grazie all’emancipazione c’erano donne già incluse nelle strutture socio-simboliche dominanti, e contemporaneamente c’erano donne che, secondo tradizione, accettavano una posizione di subordinazione rispetto all’uomo. Era chiaro che le femministe della differenza non volevano collocarsi lì. Non chiedevano di essere incluse in un ordine che le escludeva per definizione. L’obiettivo era un altro: non ottenere un posto, bensì creare uno spazio altro capace di contenere, nominare e dare forma alla propria esperienza. Questa tensione verso “un altrove e un altrimenti” rendeva la lettura una pratica politica generativa, non semplicemente una rivendicazione.

Oggi ritorna la domanda sull’inclusione, e lo vediamo bene anche in occasione dei cinquant’anni della Libreria delle donne: più di un giornalista, in questi mesi, ha posto domande proprio su questa parola. Se ci mettiamo nella prospettiva di chi ha scritto il Catalogo giallo, la risposta è ovvia: nessuna inclusione in un mondo fatto dagli uomini e pensato dagli uomini. E però. Oggi tutto appare più complicato, paradossalmente più difficile rispetto a quel tempo in cui il “nemico” aveva contorni netti e riconoscibili. Oggi ci muoviamo dentro un paesaggio radicalmente modificato dalla rivoluzione femminista, e la parola “inclusione” è diventata insidiosa. È entrata a pieno titolo nell’agenda politica, producendo polarizzazioni estreme: da un lato figure come Trump cancellano con un tratto di penna intere soggettività dal corpo sociale – e infine le donne stesse, perché dietro queste operazioni di cancellazione c’è sempre il desiderio di mantenere intatti i privilegi dell’uomo bianco; dall’altro, i movimenti si frammentano in una miriade di rivendicazioni identitarie, in una sorta di ipertrofia dell’identità. La critica rivolta oggi al femminismo della differenza è quella di essere essenzialista e binario, quando in realtà è stato soprattutto un’affermazione radicale di desiderio e di politica.
Il paradosso è che ora ci troviamo in una posizione difensiva, logorante, costrette a difendere la possibilità di chiamarci donne, prendendo contemporaneamente le distanze da chi strumentalizza e polarizza il pensiero della differenza, in un contesto di pressioni continue, di domande identitarie che chiedono risposte definitive. Silvia Niccolai ha chiarito efficacemente questo punto, osservando che oggi ci troviamo di fronte a un “troppo pieno di identità” che ci tira per i capelli, che ci chiede continuamente di prendere posizione. La mia domanda è se oggi possiamo permetterci di non rispondere a queste richieste. Silvia Niccolai, nel dibattito, ha suggerito una possibile via di uscita: cambiare le parole, compiere una mossa per sottrarsi a questo cul-de-sac identitario.
Forse la sfida, oggi, è proprio questa: restituire forza politica al femminismo non come affermazione di identità essenziale, ma come istanza di libertà radicale, capace di creare uno spazio altro, in grado di accogliere l’esperienza e la soggettività di donne e uomini.

Appena ho messo piede in Libreria delle donne nei primi anni ’80 sono stata attratta dall’intensità delle relazioni che lì si vivevano. Ho subito deciso di unirmi a questa comunità di donne che generavano parole che per me erano una vera rivelazione, tant’è vero che presto sentii il desiderio di tradurre in tedesco quelle idee che nella mia lingua madre non erano mai state formulate politicamente. Anche nella mia pratica femminista precedente, quella della sorellanza, avevamo letto le scrittrici e cercato le parole per dirci a partire dall’esperienza, ma mai scavando così in profondità, con il senso del simbolico, del lavoro sul linguaggio. 

Oggi il Catalogo giallo ci ricorda e ci fa rivivere quel lavoro con tutta la fatica e tutta la felicità che comportava. Rileggendolo mi ha colpito come il desiderio della singola si potenziasse nello scambio con le altre, e come la perseveranza delle autrici che ci avevano lavorato per due anni abbia prodotto parole per nominare ciò che non aveva nome. Passione politica, sperimentalismo totale che, in assenza di un linguaggio, tentava ogni combinazione tra letteratura ed esperienza propria.

Silvia Niccolai nella sua introduzione dice di aver trovato l’assunto più potente della politica del simbolico nelle parole conclusive su Gertrude Stein: «Vuoto simbolico, pieno di esistenza» che lei ha riformulato per sé: «stare nel vuoto senza cadere nel nulla». Facendo vuoto della legge del padre, del simbolico maschile, non si cadeva nel nulla perché attraverso la relazione con l’altra si ritrovava ciò che mancava, la relazione con la madre e con sé stessa, liberandosi dalla violenta intromissione del maschile nella vita di ciascuna.
Oggi la situazione è molto diversa, più difficilmente decifrabile, ma per certi versi richiede lo stesso lavoro. L’ho capito tempo fa quando tre giovani donne del gruppo Le Compromesse sono entrate nella redazione di Via Dogana 3: erano esposte già da giovanissime a un neoliberismo che cerca di fagocitare il femminismo, e a un’intromissione insidiosa di influencer che nel nome del femminismo non fanno altro che imporre lo sguardo maschile. E anche loro hanno reagito in modo spontaneo con la sottrazione. Si sono messe insieme prima in rete e poi fisicamente per trovare le parole e dire la propria esperienza. Forse inconsapevolmente si sono inserite in quella genealogia che viene esplicitata nel Catalogo giallo. 

Con la ristampa di questo fascicolo rilanciamo l’idea del filo che ci lega a quelle che sono venute prima di noi e a quelle che sono arrivate dopo. Non si tratta di trasmettere parole o concetti, che sono sempre legati alla contingenza, ma si possono mostrare pratiche efficaci. Un aspetto della pratica politica che vediamo nel Catalogo giallo e che sicuramente aiuta a intensificare le relazioni e lo scambio è il fattore del tempo, il prendersi il tempo necessario: incontri che duravano anche alcuni giorni, con piccoli gruppi di lavoro che si riunivano in giornata per ritrovarsi con le altre la sera, e discussioni fino a tarda notte. Io stessa ho potuto fare questa esperienza felice quando è stato elaborato il Sottosopra rosso sulla fine del patriarcato: mi è piaciuto moltissimo! Cinque giorni a Pasqua alle Cinqueterre tra riunioni, confronti a due, cene, passeggiate. E alla fine il lavoro insostituibile di sintesi di chi sa scrivere… Con il Catalogo giallo mi viene voglia di dire: riprendiamoci più tempo per pensare insieme, in questa epoca che impone ritmi frenetici a cui sembra impossibile sottrarsi.

Il pieno uso delle nostre facoltà produce felicità. La felicità ci fu data ai tempi in cui mettemmo mano alla scrittura del cosiddetto Catalogo giallo Romanzi. Le madri di tutte noi, a cura della Libreria delle donne di Milano e Biblioteca delle donne di Parma.

Erano gli anni ’80 e fra noi amiche più strette vigeva la consuetudine di parlare dei romanzi che ci erano piaciuti, così come oggi ci chiederemmo l’un l’altra quali viaggi ci piacerebbe fare, quali lavori e cose simili.

Storie? Tutte Storie? No, Lia Cigarini aveva sdoganato il romanzo come fonte di libertà per una donna soprattutto durante la sua formazione, sottraendolo alla sensazione di “piacere vergognoso” di cui godere in segreto, non parlandone in pubblico come fino ad allora molte l’avevano inteso. Allora si pensò di dividerci in gruppi di lavoro, ognuno dedicato alle scrittrici che ci erano più piaciute: le madri simboliche per noi essenziali.

Andammo da loro e da loro prendemmo. E restituimmo.

Come al mercato, quel mercato della felicità di cui nel 2016 avrebbe poi scritto Luisa Muraro nel libro omonimo, partendo dall’episodio biblico della messa in vendita di Giuseppe da parte dei fratelli gelosi della sua bellezza e dell’amore per lui del padre Giacobbe. Il figlio aveva tessuto al padre una tunica dalle lunghe maniche e anche noi avremmo intessuto abiti che volevamo perfetti per le scrittrici prescelte. Ci immettemmo dunque al mercato col poco che avevamo per acquistare il meglio, come la vecchietta che, nella narrazione di Luisa, si era messa in fila coi suoi gomitoli di lana per acquistare Giuseppe, il soggetto/oggetto più bello. “L’importante è il desiderio, anche quello di ciò che ci sembra impossibile da ottenere, perché il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare. Il mondo è salvo solo al patto che coloro che lo abitano abbiano aspettative incommensurabili ai propri mezzi e non perdano mai la fiducia di essere destinati a qualcosa di grande”.

Ecco, noi volevamo la madre scrittrice che nel suo splendore non avevamo mai avuto o che avevamo piuttosto perduto, con la speranza di ricostruire quell’oggetto simbolico, fors’anche fino ad allora trovato mancante, impreziosendolo con un filo d’oro (il nostro desiderio, la nostra passione) come si vede in certi vasi kintsugi della tecnica giapponese.

I gruppi di lavoro si erano quindi scelti. Il metodo di lavoro era formidabile: il lavoro collettivo delle molte, orizzontale, reciproco, dove ognuna pensava, scriveva, aggiungeva, cancellava e il risultato parziale veniva di volta in volta sottoposto all’assemblea delle tutte.

Ci eravamo divise, forse un po’ ingenuamente, in seguaci delle scrittrici “vincenti” o “perdenti”. (Era nell’aria la “voglia di vincere” partendo dallo “scacco”, che Lia aveva messo a tema nel cosiddetto Gruppo n. 4. Nel 1983, due anni dopo la stampa del Catalogo giallo, il lavoro di quel gruppo sarebbe esitato nel “Sottosopra verde” Più donne che uomini chiamato anche “Voglia di vincere”.)

Noi intendevamo come perdenti le scrittrici che si erano mantenute in un’apparente indifferenziazione (le sorelle Brontë) o in quello che a noi sembrava vuoto, riempito di troppe parole, e avevano terminato le loro vite col suicidio (Sylvia Plath, Virginia Woolf). Era ancora lontano il tempo in cui una critica come Liliana Rampello avrebbe riscattato nel suo Canto del mondo reale la leggerezza, la perfezione, la lietezza della vita di Virginia laddove la morte rappresentava uno degli episodi e non il più significativo.

Tornando a noi, il risultato finale del Catalogo fu che le pagine scritte sulle “perdenti” mi sembrarono le più soddisfacenti e compiute dell’intero testo.

Fatto quindi salvo il metodo di lavoro, cosa cercavamo? Testi/pretesti da cui partire per prendere ma anche dare. Nulla sarebbe accaduto se non ci fossimo innamorate di parole o frasi che possedevano, per noi, luce. Pagine di scrittura risolta stando all’interno del nostro genere e nell’esperienza del nostro genere che trovava le parole recettive nell’esperienza.

Il viaggio era dall’approssimazione all’esattezza massima a noi possibile. Volevamo penetrare il “luogo nascosto della materia prima” (Lispector), l’accumulo di vita prima non registrata restando protette dalla figura materna. Che “era lì. Era lì fin dall’inizio” (Woolf). Alle sue spalle c’era un’assenza.

La prima lotta fu quella contro il linguaggio appreso, non materno, quello che invece ci avrebbe permesso di rivedere la realtà con quel segno che prima avevamo perduto: ora ci serviva riguadagnare di nuovo quello che era già in noi, “vecchie cose diffuse senza nome” (Adrienne Rich), che premevano forte per uscire.

Provammo “vivide sensazioni di apertura”. Come se fossero a portata di mano “cose straordinarie invece della frustrazione di situazioni che prima ci toglievano ogni piacere” (Carla Lonzi, Autoritratto). E nel contempo continuavamo la ricerca al fondo di noi stesse di “una parola migliore e ancora migliore di quella migliore” (Colette).

Come già detto, il metodo di lavoro fu squisitamente collettivo; fu messa in essere la ricerca, credo compiuta, di una genealogia femminile grazie anche alla parzialità riconosciuta delle attribuzioni. Furono due anni di pura felicità. Il catalogo “Le madri di tutte noi, ristampato tre volte, è sotto gli occhi del mondo.