Provo a partire da me, dal mio vissuto e dalla mia esperienza, per spiegare come, nella vita di una donna che appartenga a quest’epoca, la differenza sessuale sia ancora fondamentale e lo sia sempre di più. Di come sia importante, e più di prima, dichiararne l’esistenza. E di come, personalmente, sia stata indispensabile per mettere tutto in fila. Tradurre, comprendere, spiegare a me stessa i grandi passaggi della mia vita. E come tutto questo si traduca in una forma di consapevolezza militante.
Sono stata bambina negli anni Ottanta e ricordo ancora come, fino a un certo punto della mia vita, i tratti “più maschili” del mio carattere convivessero armoniosamente con quelli “femminili”. Ero quella che poteva definirsi “un maschiaccio”, ma mi piaceva profondamente pensarmi femmina. Ero vivace e spericolata, sempre con le ginocchia nel fango o intenta a raccogliere insetti e animaletti che i più trovavano ripugnanti. Allo stesso tempo, provavo un piacere autentico nell’indossare abiti squisitamente femminili, nel prendermi cura di bambolotti e gattini assecondando un precoce sentimento materno, nel sognare capelli lunghi e lucenti, che a quel tempo non mi erano concessi. A immaginare la donna che sarei voluta diventare: bella, profumata, libera di abitare quella femminilità che già sentivo mia.
Crescendo, molto gradualmente, qualcosa cambiò. Cominciai a percepire l’essere femminile come una specie di bestiola indomabile. Ne enfatizzavo le parti animalesche, la scarsa compostezza, l’istintività e imponevo a me stessa un controllo che nelle donne percepivo mancante. Tentavo di reagire alle modalità “scomposte” che sentivo appartenere alla mia genealogia femminile, a mia madre. Sentivo di volermi staccare da lei, dal suo retaggio, tenendo invece a voler assumere la compostezza e la calma serafica di mio padre. Questo mi portava a non vivere liberamente attraverso il mio corpo, sentendolo dall’interno, ma sempre a guardarmi vivere, a guardarmi con gli occhi degli altri (altri?). Cercavo di destreggiarmi nel mondo con un certo distaccato rigore, a partire dalle mie movenze, fino ad arrivare alle reazioni emotive.
Negli anni dell’università e poi del primo lavoro, mentre rincorrevo il successo negli studi e l’affermazione professionale, dentro di me si faceva strada una strana sensazione: da un lato percepivo sempre meno una reale differenza tra me e i miei colleghi maschi; dall’altro avvertivo, quasi inconsapevolmente, la necessità di assomigliare sempre di più a loro. Non desideravo essere un uomo. Desideravo piuttosto aderire a un modello di umanità che percepivo come neutro, universale.
Tutto ciò che richiamava la differenza sessuale mi appariva riduttivo. Non lo rifiutavo deliberatamente, semplicemente non riuscivo a riconoscerne il valore. Mi sembrava che insistere sul fatto di essere donna significasse confinarsi in una condizione particolare, rinunciando ad appartenere a quell’umanità senza aggettivi alla quale aspiravo.
Per molto tempo non ho saputo spiegarmi questa spinta. Sapevo soltanto che tutto ciò che metteva in evidenza la differenza tra uomo e donna mi sembrava restringere le possibilità del femminile, le mie possibilità.
Arrivarono i primi successi e le prime soddisfazioni ma, insieme a essi, cresceva un sommesso malessere. Mi sentivo oppressa, scollegata dai miei bisogni e dai miei desideri. Sentivo le mie energie dissiparsi, crescere un indefinibile desiderio di fuga. Tutto ciò che fino ad allora aveva dato significato al mio impegno iniziava lentamente a svuotarsi di senso, lasciandomi senza energia, senza motivazione.
Eppure, continuavo il mio trantran, come se non esistesse un’altra possibilità di essere al mondo, ignara di cosa in realtà si muovesse nel profondo.
Fu solo la maternità, a un certo punto della storia, a interrompere questa apparente continuità.
La nascita delle mie figlie non rappresentò semplicemente un cambiamento nella mia vita, ma una frattura nel modo stesso in cui abitavo me stessa. La maternità, grazie alla sua caratteristica “regressiva”, mi portò a rivivere una me stessa molto più antica, riconducendomi nelle braccia di mia madre. Per la prima volta il corpo, la necessità, la vulnerabilità, la relazione e il tempo della cura non erano più dimensioni marginali da governare o da tenere sotto controllo, ma chiedevano di essere riconosciute come costitutive del mio essere. Quel modello di umanità al quale avevo cercato di conformarmi improvvisamente non mi bastava più.
Questa esperienza, così nuova per me, iniziatica, mi portò a formulare delle domande che sino a quel momento non mi ero mai posta.
Le prime si addensarono, spontanee, tutte intorno al mio essere madre. Perché era stato quello a mettere in crisi tutto il resto, a buttare a gambe all’aria tutto ciò in cui avevo creduto, incluso la persona che avevo pensato, con orgoglio, di essere diventata.
A quelle domande, se ne agganciarono presto mille altre.
E se ciò che avevo creduto come universale fosse stato soltanto una particolare forma dell’umano? E se tale convinzione fosse discesa dai nostri processi di significazione, culturalmente determinati, senza che me ne accorgessi? E se fossero stati possibili altri modi di essere? Magari più in linea con quello che il mio corpo, il mio vissuto di figlia, di madre, la mia genealogia mi suggeriva? E se il malessere che avevo sperimentato nella mia vita non fosse dipeso dalla mia condizione psicologica soggettiva ma dal modo in cui la società, la mia educazione mi aveva costretta a snaturare la mia concezione di essere femminile?
Cercando parole per comprendere ciò che mi stava accadendo incontrai il pensiero della differenza sessuale e, in particolare, l’opera di Luisa Muraro. Questo incontro fu per me un grande sollievo, un respirare all’improvviso dopo tanta apnea, un bagliore che portò a una visione finalmente chiara e corrispondente a quello che provavo, una coerenza, un’armonia, un essere in pace.
Grazie alle parole del pensiero della differenza riuscii a trasformare il mio vissuto, che era confuso ed evanescente, in esperienza. A comprenderlo, a dargli un senso che fosse chiaro per me. E, in fine, ad attuare nella mia vita tutto quello che avevo compreso. Prima come madre e poi come donna. A trasformare la fragilità in risorsa. Il corpo in sentinella di bisogno e desiderio. Ad essere dentro la vita piuttosto che a guadarmi vivere.
Il malessere, fino a quel momento indistinto, acquistò finalmente un nome. Compresi che non avevo semplicemente attraversato una crisi personale, a causa della mia fragilità psico-emotiva. La crisi che avevo vissuto era strutturale e legata alle condizioni socioculturali che mi erano state imposte. Era entrata in crisi l’idea stessa di essere umano alla quale avevo affidato la mia esistenza.
Il pensiero della differenza è essenziale ora, proprio nel momento in cui il dominio dell’uomo sulla donna va progressivamente scomparendo. Per lungo tempo esso era là, davanti ai nostri occhi. Si imponeva attraverso la forma del divieto o dell’esclusione agiti dall’uomo sulla donna. Era presente in una disparità visibile, immediatamente riconoscibile sul piano sociale e simbolico.
Oggi il dominio ha cambiato luogo. Si è spostato all’interno del soggetto. Tendiamo a non riconoscerlo, non perché sia scomparso ma perché non si presenta più nelle forme in cui eravamo abituate a pensarlo. Non opera più attraverso il potere degli uomini sulle donne, quanto attraverso l’adesione a un modello unico di umanità, nella forma della desiderabilità del maschile – inteso come insieme di caratteristiche e intenzioni solitamente ascritte all’universo degli uomini – sul femminile.
L’attuale società ci aveva quasi convinte che il maschile avesse perso centralità, non presentandosi più come un’autorità esterna. In realtà continua a occupare il centro della scena nella forma di un ideale umano apparentemente neutro e universale. Un soggetto autonomo, performante, competitivo, capace di bastare a sé stesso. Principio ordinatore, generale e unificante, della contemporanea civiltà neoliberista, che si esprime nell’aspirazione di realizzare un mondo senza natura e senza madre.
Lo vediamo nel rapporto tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, nell’idea che la dipendenza sia una condizione da superare anziché la dimensione originaria dell’esistenza, nelle pratiche che frammentano l’esperienza materna in funzioni separate, nella riduzione della vita, del corpo e delle relazioni a risorse economiche e nel rapporto predatorio con la natura e con ciò che viene percepito come altro da sé.
La predominanza del maschile sul femminile c’è ancora e non solo continua ad essere una questione politica e simbolica decisiva ma lo è in una forma nuova e più ampia. Si manifesta nella tensione tra due modi di abitare il mondo: nel conflitto tra una concezione dell’umano fondata sul dominio, la prestazione, il controllo e l’individualità e un’altra fondata sulla forza intesa come potenza generatrice, sulla dipendenza originaria, sull’appartenenza a una trama di legami che ci precede, sul nostro nucleo in quanto creature generate, quindi vulnerabili e in relazione.
La differenza sessuale diventa così il luogo simbolico in cui si confrontano due antropologie concorrenti dell’umano. Ci invita a guardare quella parte di noi che rischia di restare senza parola e a custodirla, preservando la nostra presenza, consapevolmente femminile, nel mondo.
La differenza siamo noi. La stessa cosa disse Luisa Muraro riguardo alla storia, «la Storia siamo noi», quando nel lontano 2012 fu pubblicato in DWF n. 95 La pratica della storia vivente.
Mi fece a lungo riflettere un’affermazione di Luisa Muraro nel gennaio 2020 quando ebbe inizio la nuova edizione della scuola di scrittura, dal titolo Scuola di scrittura politica: «Essendosi accorciate le distanze fra politica delle donne e politica in senso ordinario si tratta di intrecciare il contingente con la lunga durata».
La differenza sessuale è di questo mondo, dove noi siamo e la facciamo vivere. Ancora ho sentito la necessità di fare parlare la differenza sollecitata dalla radicalità dell’attacco al femminismo della differenza da parte del movimento transfemminista e Lgbtq+. Chiara Zamboni l’ha definito per certi versi fertile, essendo una critica alla eterosessualità normativa. Io come insegnante di lingue straniere e amante della lingua ho lavorato molto sul linguaggio e la sua sessuazione, per cui ho provato una profonda sofferenza quando sono cominciati ad apparire i segni di una neolingua neutra con l’intento di cancellare i guadagni di simbolico del femminismo. Mi sono sentita chiamata. Un moto dell’anima mi ha spinto a intervenire e prendere posizione nel dibattito pubblico nel 2024, in occasione delle elezioni europee; qualcosa accadrà, ho pensato.
In una realtà che vedevo cambiata ho interrogato la mia esperienza, non in solitudine ma in una rete femminista di relazioni on line, Dichiariamo, che si è costituita nel 2022. Molte giovani iscritte hanno manifestato posizioni neoseparatiste, cosa che ha prodotto vivaci discussioni e posizioni differenti, soprattutto durante la preparazione del convegno che abbiamo organizzato nel maggio di quest’anno, dal titolo Femminismo fortemente sconsigliato. Una pratica di sperimentazione delle differenze fra donne che è stata fruttuosa per me perché siamo riuscite a discutere senza cancellarci, facendo leva sulle relazioni duali e sul forte interesse dell’una verso l’altra, proiettato anche verso donne di appartenenze diverse, alcune anche alla “politica in senso ordinario”.
Riandando a immagini indelebili che ho impresse nella mente rivedo Lia e Luisa che durante riunioni o in altre occasioni più conviviali a tavola, al Circolo della rosa, in Libreria, avevano vivaci discussioni, se non “scontri”, ma nel medesimo tempo si scambiavano sguardi e gesti affettuosi mostrandoci che dietro la parola forte o la critica tagliente traspariva tra di loro un sentimento e un ascolto autentici. La presenza costante di questa particolare immagine di una relazione fondante mi ha guidato per agire i conflitti in quella Rete. A volte è stato necessario vederci in presenza (chi poteva per distanza) senza lo schermo per riprendere slancio, forza e fiducia che i conflitti si possono agire. Questo processo di ascolto, una qualità della differenza, che è bisogno di verità soggettiva, mi ha portato a un percorso interiore di rivisitazione delle mie relazioni, emotivamente molto coinvolgente perché mi ha avvicinato alle vite di altre e a una più profonda comprensione delle loro scelte. Ho interrogato la mia eterosessualità, denunciata come binaria, e ho ripercorso la mia storia di quando adolescente amavo stare con le amiche, studiare insieme e come in un romanzo distopico ho cominciato a pensare con i “se”, quale vita avrei potuto vivere se… e mi sono immaginata una vita differente.
Ricordo che dopo avere conosciuto Luce Irigaray negli anni ottanta e aver letto i suoi libri, in particolare Speculum tradotto da Luisa Muraro e gli studi sul linguaggio, ho vissuto consapevolmente in un tempo altro, libera da condizionamenti e pressioni. Ho recuperato il mio stato di grazia di libertà incondizionata, il piacere della scoperta della libertà femminile nelle frequentazioni, nel vivere da sola in una mansarda, nel sostegno ai miei studi per fare i concorsi per l’insegnamento. Lo stesso che avevo trovato con le donne del movimento sia a Bologna che a Parma, e che era lo stesso che mia madre mi aveva dato al momento di continuare gli studi all’università con le amiche negli anni Sessanta. Quella che fu definita omosessualità simbolica, la via per l’indipendenza dal pensiero dominante, mi sembrava perfetta per me. In sintesi, senso libero della differenza, non alleanze ma relazioni duali, non sorellanza ma disparità, ammirazione, amore di sé. È stato un lungo apprendistato, una vita intera, dove linguaggio e pratica stavano e stanno in stretto contatto. In agguato ci sono stati momenti di disorientamento e solitudine, dove sentivo mancare la terra sotto i piedi e le relazioni rarefarsi. Quando capitano questi vuoti è facile perdere slancio e orientamento e cedere alla convenzionalità. Si perde la fiducia nel fare capitare l’impensato.
Oggi mi sento sottoposta a una saturazione di parole posticce, dove c’è il rischio di cadere prigioniere del contingente. Sempre più mi accorgo di avere bisogno di momenti di ritiro in me. Cerco un romanzo di seicento pagine e ci sprofondo dentro, o un saggio che mi abbraccia, mi dà tregua e mi trasporta in uno spazio-tempo di libertà. Antonietta Potente, che parlando del clima di guerra ha detto che le piccole cose ti portano su un altro piano, mi ha fatto pensare anche a quando vado a trovare Marirì. Marirì Martinengo per me è stata una maestra di parole, una madre simbolica, e da tre anni è ricoverata in una casa di cura. Conversando con lei sento che riusciamo a essere in sintonia anche in questo contesto in una relazione che dura da quasi quarant’anni. Un’esperienza che è una piccola cosa ma fuori dall’ordine del discorso corrente. Ecco, lì sono in un altrove pur nel qui e ora, in una relazione situata nel presente, un fiore tra le macerie che m’ispira. La differenza ci ha nutrite e ci ha dato forza. Una differenza parlante che non si cancella.
Siamo come su un altro piano, svincolate dalla contingenza distruttiva della guerra e della violenza, che ci pare quasi irreale, leggiamo e commentiamo insieme articoli di giornale. Lei sempre curiosa di capire, sapere e mi fa domande. Una volta ero io a farle a lei. Mi chiede di leggerle un libro, di raccontarle come passo le giornate, cosa facciamo in Libreria. A volte vuole fare una passeggiata in giardino e io lo accompagno e la sorreggo poi magari appena arrivate vuole tornare indietro, ha sete, teme di arrivare in ritardo al pranzo. Tutto lì è scandito con orari molto rigidi e lei si è abituata a quel ritmo. Quando la lascio, mi ringrazia a non finire, non sa che anche per me è stato un regalo rimanere con lei in un tempo altro, in un altrove che ci dà gioia. Una vita, la nostra insieme, trascorsa in ricerche, avventure, viaggi, convegni, feste e progetti che non sembrano finire. Lei mi dice sempre che è contenta di quello che ha fatto, è vissuta come desiderava. È quello che ho voluto e voglio fare anch’io. Una buona maestra mi sono scelta o mi è capitata perché come dice il proverbio chi cerca trova! Basta credere che proprio io posso farlo, avere la capacità di fare esistere un altrove in questo mondo.
Per molto tempo la politica tradizionale è stata mossa dall’idea che la differenza sessuale potesse essere superata. Secondo la narrazione dominante nelle società emancipate, essere uomo o donna non aveva alcuna rilevanza nell’esercizio delle funzioni politiche. Da qualche tempo, però, la differenza sessuale è tornata con forza al centro del dibattito pubblico, e ciò per diverse ragioni.
Da un lato, i partiti dell’estrema destra, sempre più forti, hanno fatto del “gender” uno dei loro principali terreni di battaglia. Combattono il femminismo, le pratiche queer, le nuove forme di famiglia, la visibilità dell’omosessualità, per restaurare ciò che definiscono «l’ordine naturale dei sessi»: un ordine che assegna ad ogni persona, in modo univoco e sulla base dei genitali, la categoria donna o uomo, attribuendo a ciascuna ruoli e possibilità d’azione prestabiliti, in particolare quello di formare coppie eterosessuali e mettere al mondo figli biologici.
Parallelamente, nell’ultimo decennio il primo piano della scena politica si è di nuovo mascolinizzato. Non è un caso che i protagonisti dei grandi conflitti geopolitici – Trump, Putin, Xi Jinping, Netanyahu, gli ayatollah iraniani – siano tutti uomini. L’ostentazione della mascolinità costituisce anzi un elemento esplicito della loro immagine pubblica, pur declinandosi secondo modelli diversi e tra loro concorrenti. Mentre di donne se ne vedono di meno sulla scena politica internazionale rispetto a dieci anni fa. Anche i potentissimi tech bros, i multimiliardari e gli oligarchi esibiscono apertamente la propria virilità.
In questa situazione, i limiti delle politiche per la parità stanno venendo a galla in modo evidente. Non solo esse non sono riuscite a iscrivere stabilmente le prospettive femminili nelle strutture politiche, ma, nell’attuale contesto mondiale, non rappresentano più nemmeno un obiettivo auspicabile. Nessuno può seriamente desiderare che, accanto ad autocrati e oligarchi violenti e corrotti, vi sia semplicemente un numero equivalente di autocrate e oligarche.
Per questo molte persone sperano che la differenza sessuale possa tornare nella politica come forza alternativa e trasformativa: non attraverso l’integrazione delle donne in un sistema corrotto, violento e disfunzionale, ma come correttivo, forma di resistenza e possibilità di alternativa. Questa speranza non si concentra sulle poche donne in primo piano nella politica internazionale – che sempre più spesso appartengono agli schieramenti di destra – bensì sulle molte donne impegnate alla base dei movimenti sociali.
Le analisi elettorali mostrano che le preferenze politiche di donne e uomini, soprattutto tra le giovani generazioni, stanno progressivamente divergendo: le donne votano sempre più a sinistra, gli uomini sempre più a destra. Si tratta di un fenomeno del tutto nuovo. Finora il comportamento elettorale variava soprattutto in funzione della regione, della confessione religiosa o della classe sociale, mentre il sesso incideva poco. Dall’introduzione del suffragio femminile in poi, le donne avevano generalmente votato in modo analogo agli uomini del proprio contesto sociale. Oggi questo equilibrio sembra incrinarsi.
Questa tendenza non riguarda soltanto le società occidentali: uno dei divari politici più marcati tra uomini e donne si registra, ad esempio, in Corea del Sud. Nel suo recente libro Frauen und Revolution [‘Donne e rivoluzione’], la giornalista tedesco-iraniana Shila Behjat sostiene che sono le donne a trainare i grandi movimenti democratici del nostro tempo, dall’Iran alla Bielorussia, dalla Polonia al Sudan. Anche i movimenti che si confrontano con le grandi sfide del presente – come la crisi climatica o quella del lavoro di cura – sono plasmati in misura decisiva dalle donne e spesso sono rappresentati pubblicamente proprio da loro.
La presenza e l’assenza delle donne nella politica oggi hanno un significato diverso rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Allora l’assenza delle donne era ancora una conseguenza delle vecchie strutture patriarcali che, attraverso il diritto e le consuetudini, le avevano esplicitamente tenute lontane dal potere. Il movimento delle donne si confrontava con il problema che una parità puramente formale non si era tradotta in un’effettiva uguaglianza delle possibilità di azione. Sia il femminismo dell’uguaglianza, con la rivendicazione di quote e di pari opportunità, sia il femminismo della differenza, con l’idea che le donne potessero “approfittare dell’assenza” (come suggerisce il titolo di un libro della comunità filosofica Diotima) erano tentativi di dare una risposta a questa situazione.
L’assenza delle donne oggi, tuttavia, è di natura diversa. A differenza di cinquant’anni fa, nessuno mette più seriamente in dubbio che le donne “sono capaci di farcela”. Perfino i partiti di estrema destra accettano donne ai vertici: ne sono esempi Giorgia Meloni in Italia e Alice Weidel in Germania. L’assenza femminile non è più un’esclusione di principio, ma un’assenza di fatto. Le donne potrebbero esserci, ma spesso non ci sono. Molti, soprattutto uomini, liquidano la questione come un puro caso.
Ma non si tratta affatto di un caso. Quando oggi emergono differenze significative – ad esempio una partecipazione fortemente asimmetrica di donne e uomini in determinati contesti – sono il risultato di scelte politiche. Una scarsa presenza femminile indica che le donne nutrono scarso interesse per quel determinato organismo e, al tempo stesso, che gli uomini che ne fanno parte non hanno un reale interesse alla partecipazione delle donne. Nel Bundestag tedesco, per esempio, la percentuale di deputate varia sensibilmente a seconda del partito: nella Sinistra (Die Linke), nei Verdi e nel Partito Socialdemocratico si aggira intorno al 50 percento; nei partiti conservatori del centrodestra, CDU e il Partito Liberale (FDP), è di poco inferiore al 25 percento; mentre nel partito di estrema destra AfD è pari circa al 10 percento.
La “ri-mascolinizzazione” della politica di cui ho parlato sopra non riguarda dunque tutti gli spazi della politica, ma soltanto i vertici di determinate istituzioni. In molti altri ambiti della società e della politica, le donne sono presenti in gran numero, soprattutto nelle seconde e terze file o ai livelli intermedi. Esercitano una notevole influenza sui media, nelle università, negli ospedali, nelle associazioni, nelle chiese… La mascolinità ostentata di Trump, Putin & Co. non riemerge nonostante questa presenza femminile senza precedenti nella storia, ma proprio nel suo stesso contesto. Non è il segno di un ritorno in forza del vecchio ordine patriarcale, come spesso si sostiene, bensì di ciò che nel mio libro definisco “caos post-patriarcale”.
Una delle sfide principali del femminismo consiste allora nell’individuare pratiche che permettano alle donne di usare realmente la propria influenza a partire dal proprio desiderio, invece di limitarsi a fare ciò che si aspettano i superiori, il partito o l’organizzazione di appartenenza. La pressione al conformismo è infatti molto forte e molte donne esitano ad assumere il conflitto, a esporsi, a rischiare di diventare impopolari. Eppure è proprio questo il passaggio necessario se si vuole cambiare qualcosa. Per affrontare questa sfida potrebbe essere utile rimettere in gioco la differenza sessuale. Ma non è affatto semplice.
Uno degli aspetti che oggi rendono caotica la cultura politica è infatti che la differenza sessuale non costituisce più – come avveniva un tempo nel patriarcato – un dato evidente e condiviso, visibile a tutti e al quale sia possibile fare riferimento. Ciò che è femminile e ciò che è maschile è diventato sfumato e oggetto di controversia. Allo stesso tempo, i residui ormai inerti del patriarcato tradizionale continuano a circolare come zombie: un involucro inquietante, privo di sostanza. Il vecchio ordine dei sessi non ha più autorità e spesso neppure potere, come dimostra la perdita di rilevanza delle istituzioni tradizionali – le chiese, le università, i tribunali, i parlamenti. E tuttavia un nuovo ordine dei rapporti tra i sessi ancora non si intravede.
Negli anni Ottanta le femministe lottavano per un libero significarsi dell’essere donna, non più determinato dalle definizioni imposte dal patriarcato e sostenute da un forte potere simbolico e sociale. Oggi, invece, la questione è diventata un’altra: l’essere donna ha ancora un significato? E, soprattutto, deve averne uno? Continuano certamente a esistere aspettative e prescrizioni rivolte alle donne, ma sono tra loro contraddittorie e incompatibili, tanto da risultare impossibili da soddisfare. Nel caos post-patriarcale, molte donne non sanno più rispondere alla domanda su che cosa significhi essere donna e se questa appartenenza debba ancora significare qualcosa.
Recentemente un’amica ha avanzato l’ipotesi che questo possa essere un motivo per cui quasi tutti i dibattiti femministi oggi ruotano attorno alla violenza contro le donne: da #MeToo a Gisèle Pelicot, dalle discussioni sulla misogina manosphere in rete alla lotta contro le fake news a sfondo sessuale e fenomeni simili. Quasi sembra che la violenza sessualizzata sia ormai l’unico terreno sul quale sia ancora possibile discutere sul significato della differenza sessuale senza rischiare di mettere il piede su un campo minato. Senza dubbio si tratta di questioni importanti. Ma se la differenza sessuale diventa oggetto di riflessione solo in questo ambito, rimane confinata a una posizione difensiva.
Il femminismo queer affronta la nuova situazione in modo diverso, moltiplicando deliberatamente le identità di genere. In questo modo la differenza sessuale è certamente diventata più visibile, ma non tanto come forza politica quanto come possibilità individuale di sottrarsi all’identificazione binaria. In effetti, le possibilità di vivere la propria identità di genere sono illimitate. Ma proprio per questo tale strategia non può offrire un’alternativa politica al caos post-patriarcale. Una pluralità infinita di identità non rende la differenza sessuale più feconda di quanto faccia una rigida definizione binaria. Tanto più che oggi la differenza sessuale deve competere sulla scena pubblica con numerose altre assi di differenziazione e, sotto il segno dell’“intersezionalità”, viene spesso considerata soltanto uno dei molti fattori che definiscono la “diversità”.
In contrapposizione alla teoria queer, altre femministe propongono invece di tornare al corpo, cioè alla distinzione riproduttiva tra esseri umani con utero ed esseri umani senza utero. Di fatto esistono due varianti biologiche chiaramente distinguibili, e soltanto una piccola percentuale di coloro che vengono al mondo – circa l’uno o il due per cento – non rientra in modo univoco nell’una o nell’altra categoria. Ma neppure questa rappresenta una via d’uscita. Fare appello al corpo significa infatti ridurre nuovamente la differenza sessuale a qualcosa che una persona possiede: una caratteristica, una proprietà, una definizione che pretende di offrire chiarezza. La differenza sessuale, invece, può acquistare forza politica soltanto quando si manifesta nell’agire. Abbiamo bisogno di una cultura della differenza femminile, e questa non nasce automaticamente dalla biologia, ma può emergere soltanto dai giudizi, dai desideri, dagli interessi e dalle scelte di persone che agiscono politicamente.
Come potrebbe dunque la differenza sessuale diventare visibile come fattore politico? Come potrebbe essere iscritta nel discorso pubblico, rendendola feconda nei dibattiti politici? Durante la redazione aperta di Via Dogana, Ida Dominijanni ha detto: «La differenza femminile parla – oppure non parla». Penso che la chiave si trovi proprio qui. La differenza sessuale può entrare nella politica e nella società soltanto quando le donne si manifestano come soggetti femminili, senza richiamarsi a un’identità prestabilita e definibile una volta per tutte.
Non si tratta di una teoria, ma di una pratica. Occorre sperimentarla, esercitarla, affinarla: rendere visibile ed efficace la propria differenza nelle situazioni concrete senza sottomettersi alle norme identitarie. Rafforzare l’autorità femminile attraverso una pratica politica la cui parola non si riduca a formule o rivendicazioni prevedibili.
È ciò che il femminismo della differenza sessuale pratica da decenni. Queste pratiche permettono di parlare a partire dalla propria collocazione e rimanervi fedeli, senza ridursi a essere la portavoce di un gruppo. Oggi sono un contributo prezioso di fronte alla crescente polarizzazione del panorama politico e agli sterili conflitti che attraversano anche i movimenti anticapitalisti, la sinistra e gli stessi movimenti femministi. È questo il contributo decisivo che il femminismo della differenza può offrire oggi: non soltanto alle donne, ma all’intera cultura politica.
Versione originale:
Die sexuelle Differenz wieder politisch fruchtbar machen | Antje Schrupp
Lange war die traditionelle Politik von der Vorstellung getragen, die sexuelle Differenz überwinden zu können. Ob Mann oder Frau, so die Erzählung emanzipierter Gesellschaften, spiele im politischen Amt keine Rolle. Doch seit einiger Zeit kehrt die sexuelle Differenz mit großer Wucht in den politischen Diskurs zurück, aus mehreren Gründen.
Zum einen haben die immer erfolgreicheren rechtsextremen Parteien das Thema „Gender“ zu einem ihrer Hauptthemen erklärt: Sie kämpfen gegen Feminismus, queere Praxis, neue Familienformen, sichtbare Homosexualität und wollen wieder etwas etablieren, das sie „die natürliche Geschlechterordnung“ nennen: eine Ordnung, die jede Person aufgrund ihrer Genitalien eindeutig als Frau oder Mann einordnet und ihr dann entsprechende Rollen und Handlungsoptionen zuweist, insbesondere die, dass sie sich zu heteronormativen Paaren zusammenfinden und dann eigene, leibliche Kinder bekommen.
Parallel dazu vollzog sich im vergangenen Jahrzehnt eine Wiedervermännlichung der Politik. Die Akteure der großen weltpolitischen Konflikte – Trump, Putin, Xi, Netanjahu, die iranischen Ayatollahs – sind nicht nur zufällig Männer, vielmehr ist demonstrative Männlichkeit explizit Teil ihrer öffentlichen Erscheinung (wobei durchaus unterschiedliche Vorstellungen von Männlichkeit miteinander konkurrieren). Von Frauen ist auf den weltpolitischen Bühnen heute weniger zu sehen als noch vor zehn Jahren. Auch die extrem einflussreichen Tech-Bros, Multimilliardäre und Oligarchen stellen ihre Männlichkeit deutlich zur Schau.
Die Gleichstellungspolitik offenbart nun ihre Defizite. Nicht nur ist es ihr nicht gelungen, weibliche Perspektiven dauerhaft in allen politischen Strukturen zu verankern, sie ist in der jetzigen Weltlage auch gar kein wünschenswertes Ziel mehr. Niemand kann sich ernsthaft wünschen, dass es neben gewalttätigen und korrupten Autokraten und Oligarchen auch eine entsprechende Menge von Autokratinnen und Oligarchinnen geben soll.
Viele hoffen deshalb, die sexuelle Differenz möge als eine alternative, verändernde Kraft in die Politik zurückkehren. Nicht indem Frauen sich in ein korruptes, gewaltvolles und dysfunktionales System integrieren, sondern als dessen Korrektiv, als Widerstand, als Alternative. Diese Hoffnung ruht nicht auf den wenigen Frauen in erster Reihe, die sich noch immer in der institutionalisierten Weltpolitik behaupten und inzwischen überwiegend zum Lager der Rechten gehören, sondern auf den vielen Frauen an der Basis sozialer Bewegungen.
Wahlanalysen zeigen, dass die politischen Präferenzen von Frauen und Männern vor allem bei den Jüngeren auseinanderdriften: Frauen wählen zunehmend links, Männer rechts. Das ist ein völlig neues Phänomen, denn bislang unterschied sich das Wahlverhalten demografischer Gruppen entlang von Regionen, Konfessionen oder sozialen Schichten, aber kaum entlang der Kategorie Geschlecht. Seit Einführung des Frauenwahlrechts wählten Frauen in der Regel mehr oder weniger dasselbe wie die Männer in ihrem Umfeld. Jetzt scheint sich das zu ändern.
Der Trend ist keineswegs auf westliche Gesellschaften begrenzt – besonders groß ist der politische „Gender-Gap“ zum Beispiel in Südkorea. Wie stark die großen Demokratiebewegungen unserer Zeit – Iran, Weißrussland, Polen, Sudan – von Frauen vorangetrieben werden, hat die deutsch-iranische Publizistin Shila Behjat kürzlich in ihrem Buch „Frauen und Revolution“ beschrieben. Auch soziale Bewegungen, die sich den zentralen Herausforderungen stellen wie der Klimakrise oder der Krise der Care-Arbeit, werden maßgeblich von Frauen geprägt und oft auch nach außen repräsentiert.
Die An- und Abwesenheit von Frauen in der Politik hat heute also einen anderen Charakter als in den 1970er und 1980er Jahren. Damals war die Abwesenheit von Frauen noch eine Folge der alten patriarchalen Strukturen, die Frauen explizit durch Recht und Sitten von der Macht ferngehalten hatten. Die Frauenbewegung beschäftigte sich mit dem Problem, dass eine rein formale Gleichberechtigung nicht zu tatsächlich gleichen Handlungsmöglichkeiten von Frauen geführt hatte. Sowohl das gleichheitsfeministische Streben nach Quoten und Gleichstellung als auch die differenzfeministische Idee, Frauen könnten „von der Abwesenheit profitieren“ (so der Titel eines Buches von Diotima) waren Versuche, darauf Antworten zu geben.
Die heutige Abwesenheit von Frauen ist jedoch anders gelagert. Anders als vor fünfzig Jahren bestreitet niemand mehr ernsthaft, dass Frauen „das können“. Selbst rechtsextreme Parteien akzeptieren Frauen als Anführerinnen, Giorgia Meloni in Italien oder Alice Weidel in Deutschland sind dafür Beispiele. Die Abwesenheit von Frauen ist nicht mehr eine prinzipielle, sondern nur noch eine faktische: Sie könnten anwesend sein, sind es aber oft nicht. Reiner Zufall, sagen viele, vor allem Männer, wenn sie darauf angesprochen werden.
Aber Zufall ist es nicht. Wenn sich heute deutliche Geschlechterunterschiede zeigen, etwa eine stark asymmetrische Beteiligung von Frauen und Männern in bestimmten Kontexten, dann liegt das an politischen Entscheidungen. Ein niedriger Frauenanteil weist darauf hin, dass Frauen sich nicht sonderlich für dieses Gremium interessieren, und dass gleichzeitig die dort sitzenden Männer kein starkes Interesse an der Beteiligung von Frauen haben. Im deutschen Bundestag zum Beispiel ist der Frauenanteil unter den Abgeordneten stark davon abhängig um welche Partei es sich handelt: bei Linken, Grünen und Sozialdemokraten sind es um die 50 Prozent, bei den bürgerlich-konservativen Parteien CDU und FDP knapp 25 Prozent, bei der rechtsextremen AfD 10 Prozent.
Die „Wiedervermännlichung“ der Politik, von der oben die Rede war, bezieht sich also nicht auf alle politischen Räume, sondern nur auf die Spitzen bestimmter Institutionen. An vielen gesellschaftlichen und auch politischen Orten sind Frauen hingegen in großer Zahl anwesend, besonders in der zweiten und dritten Reihe oder auf den mittleren Ebenen. Frauen verfügen über beachtlichen gesellschaftlichen Einfluss: in den Medien, an den Universitäten, in den Krankenhäusern, in Vereinen, in Kirchen und so weiter. Die demonstrative Männlichkeit von Trump, Putin und Co. kehrt nicht trotz, sondern inmitten einer weltgeschichtlich neuen Anwesenheit von Frauen zurück. Sie ist kein Anzeichen für ein Wiedererstarken der alten, patriarchalen Ordnung (wie oft gesagt wird), sondern für das, was ich in meinem Buch „Postpatriarchales Chaos“ nenne.
Eine wichtige Aufgabe für feministische Politik wäre demnach, Praktiken zu finden, die es Frauen ermöglichen, ihren Einfluss auch wirklich im Sinne des eigenen Begehrens zu nutzen und nicht einfach nur zu tun, was ihre Chefs, ihre Partei, ihre Organisation von ihnen erwartet. Tatsächlich herrscht ein großer Konformitätsdruck, und viele Frauen scheuen es, Konflikte einzugehen, sich unbeliebt zu machen – was aber notwendig ist, um etwas zu verändern. Bei dieser Herausforderung könnte es helfen, die sexuelle Differenz wieder ins Spiel zu bringen, doch das ist gar nicht so einfach.
Denn ein Aspekt, der die politische Kultur heute chaotisch macht, ist dass die sexuelle Differenz nicht mehr – wie früher im Patriarchat – eine für alle sichtbare und selbstverständliche Tatsache ist, auf die man Bezug nehmen kann. Was weiblich und was männlich ist, ist schwammig und umstritten. Gleichzeitig sind die abgestorbenen Versatzstücke des traditionellen Patriarchats nach wie vor unterwegs, wie Zombies, als gruselige Hülle ohne Substanz. Die alte Geschlechterordnung hat keine Autorität, und häufig auch keine Macht mehr, wie man am Bedeutungsverlust traditioneller Institutionen /(Kirchen, Universitäten, Gerichte, Parlamente) sehen kann. Eine neue Ordnung der Geschlechter ist aber nicht in Sicht.
In den 1980er Jahren kämpften Feministinnen für eine freie Bedeutung des Frauseins, also darum, nicht mehr auf patriarchal vorgegebene Bedeutungen festgelegt zu werden, die ihnen mit großer Macht aufgedrängt wurden. Heute hingegen stellt sich die Frage, ob das Frausein überhaupt noch eine Bedeutung hat oder haben sollte. Zwar gibt es weiterhin Anforderungen und Rollenerwartungen an Frauen, aber sie sind widersprüchlich und widerstreitend und daher unmöglich zu erfüllen. Im postpatriarchalen Chaos haben auch viele Frauen keine Antwort mehr auf die Frage, was das Frausein bedeutet und ob es überhaupt etwas bedeuten sollte.
Eine Freundin hat kürzlich den Gedanken geäußert, dass dies vielleicht ein Grund dafür ist, warum sich fast alle feministischen Debatten, die derzeit öffentlich verhandelt werden, um Gewalt gegen Frauen drehen – von #metoo bis Gisèle Pelicot, von Debatten über die hasserfüllte „Manosphere“ im Internet bis zum Kampf gegen sexualisierte Fake News und dergleichen. Fast scheint es, als wäre sexualisierte Gewalt inzwischen das einzige Thema, an dem sich die Bedeutung von Geschlecht noch diskutieren lässt, ohne auf Tretminen zu geraten. Ohne Frage sind diese Themen wichtig. Aber wenn nur dort die sexuelle Differenz zum Thema wird, bleibt sie in der Defensive.
Der Queerfeminismus geht anders mit der neuen Situation um: Er vervielfältigt Geschlechtsidentitäten demonstrativ. Das hat die sexuelle Differenz tatsächlich sichtbarer gemacht – allerdings weniger als politische Kraft, sondern als individuelle Möglichkeit, sich keiner binären Geschlechtsidentität zuordnen zu müssen. Tatsächlich sind die Möglichkeiten, die eigene Geschlechtsidentität auszuleben, unendlich. Aber gerade deshalb ist diese Strategie nicht geeignet, eine politische Alternative zum postpatriarchalen Chaos zu schaffen: Unendliche Vielfalt bietet genauso wenig eine Möglichkeit, sexuelle Differenz fruchtbar zu machen, wie reine starre binäre Definition. Zumal die Geschlechterdifferenz inzwischen mit zahlreichen anderen Differenzachsen um Aufmerksamkeit konkurriert und unter dem Stichwort der „Intersektionalität“ oft nur noch ein Faktor neben vielen anderen Aspekten ist, die „Diversität“ markieren sollen.
Im Widerspruch zur Queertheorie schlagen deshalb andere Feministinnen vor, zum Körper zurückzugehen, also zur reproduktiven Unterscheidung zwischen Menschen mit und ohne Uterus. Tatsächlich existieren ja zwei deutlich unterscheidbare biologische Varianten von Menschen, und nur ein kleiner Teil von ein bis zwei Prozent aller Geborenen fällt nicht eindeutig in die eine oder andere Kategorie. Doch das ist auch kein Ausweg. Wer sich auf den Körper beruft, macht die sexuelle Differenz wieder zu etwas, das ein Mensch hat – ein Merkmal, über das man verfügt, eine Definition, die Klarheit suggeriert. Politische Kraft kann die sexuelle Differenz aber nur entfalten, wenn sie sich im Handeln zeigt. Wir brauchen eine Kultur der weiblichen Differenz, und die ergibt sich nicht automatisch aus biologischen Faktoren, sondern kann nur aus persönlichen Urteilen, Wünschen, Interessen und Anliegen politisch handelnder Personen hervorgehen.
Wie also könnte die Geschlechterdifferenz als politischer Faktor sichtbar werden? Wie ließe sie sich in den Diskurs einschreiben, wie in politischen Debatten fruchtbar machen? Ida Dominijanni hat während der Redaktionssitzung von Via Dogana gesagt: „Die weibliche Differenz spricht – oder sie spricht nicht.“ Ich denke, darin liegt der Schlüssel. Die sexuelle Differenz kann nur dann in Politik und Gesellschaft eingetragen werden, wenn Frauen als weibliche Subjekte in Erscheinung treten, ohne sich dabei auf eine festgelegte und definierbare Identität zu berufen.
Das ist keine Theorie, es ist eine Praxis. Es gilt, das auszuprobieren, zu üben, zu verfeinern: Die eigene Differenz in konkreten Situationen sichtbar und wirksam werden zu lassen, ohne sich dabei identitätspolitischen Normen unterwerfen. Weibliche Autorität zu stärken durch eine Politik, deren Rede sich nicht auf vorhersehbare Formeln und Forderungen beschränkt.
Der Feminismus der sexuellen Differenz tut das seit Jahrzehnten. Diese Praktiken zu teilen, die es möglich machen, aus einer Zugehörigkeit heraus zu sprechen und ihr treu zu bleiben, ohne zum bloßen Sprachrohr einer Gruppe zu werden, sind heute ein wertvolles Angebot angesichts der Polarisierungen der politischen Landschaften und der fruchtlosen Grabenkämpfe gerade auch unter kapitalismuskritischen, linken und auch feministischen Bewegungen. Es ist der wichtige Beitrag, den ein Feminismus der Differenz heute leisten kann – nicht nur für Frauen, sondern für die politische Kultur insgesamt.
Domenica 14 giugno. Aspetto davanti al computer che venga autorizzato l’accesso allo Zoom per la redazione allargata di Via Dogana. Guardo girare la rotellina e penso alle primissime riunioni, all’entusiasmo e alla passione della differenza. Vedo il sorriso di Rosetta Stella quando aveva sostenuto, anche economicamente, la nascita della rivista di carta nel 1991. Ho l’accesso, compaiono i volti, alcuni a me molto cari; ascolto le voci, le inflessioni di cui so alcune cose… Torno al presente e provo – ancora una volta – gratitudine.
1)
La parola femminismo (anche la parola patriarcato) sono dappertutto. Femminismo di destra, di sinistra, ambientalista, bastardo, terrone, paritario, transfemminismo, e si può andare avanti. Teoria femminista, genealogie impiantate qua e là, perfino il romance con protagonista femminista. Aggettivato e plasmabile per appiccicarlo dove capita. Femminismo plastilina, non fa ingombro, tappa buchi di senso in discorsi già pronti, abusati. Provo una rabbia quasi insopportabile, vedo rosso, eppure mi capita di desiderare solo che si faccia il silenzio. Non mi capisco. Sarà questo un aspetto di quel “negativo della differenza” sul quale si interroga Ida Dominijanni?
2)
Per me – detto molto rozzamente – la differenza è “in” e il pensiero è quello che viene – a volte, senza garanzie – dalle pratiche e non si staticizza in teoria.
Ma adesso – e viene rimosso troppo spesso – c’è la guerra. La guerra ci attraversa in ogni attimo, si impianta e viene impiantata dentro di noi. Così le pratiche visibili sono quelle del tempo di guerra.
Impedire di parlare a chi è percepito come “nemico”. Disporre schieramenti, cioè accettare un minimo comune denominatore che unisce e dovrebbe produrre un campo di azione comune. Questo è il linguaggio della guerra. Non lo voglio usare, è una delle poche cose che posso fare per oppormi alla follia. Ciò non significa che mi manchino opinioni precise. Significa che voglio muovermi solo verso – e con – chi mi suscita desiderio, curiosità, interesse. È quello che ho già fatto, scegliendo tra le mie simili, ai tempi della “seconda ondata”. Mi si dirà: è riduttivo, oggi bisogna unirsi! Ma come? I modi vanno tutti bene? Vorrei, per quanto mi riguarda, rimanere fedele a me stessa e alle donne che ho amato, alle donne che amo. Cerco mediazioni, cerco di usarle bene, non sempre ci riesco. Ma non voglio produrre in me stessa una sorta di riadattamento a forme politiche di cui so che non funzionano.
3)
Ho disagio e diffidenza nei confronti della intersezionalità. Eppure, sono una figlia della classe operaia (si fa per dire, sono figlia materiale e simbolica della donna che mi ha messa al mondo) e non ho mai dimenticato da dove vengo. Non vedo – se è per questo – come avrei potuto farlo, visto che vivere mi ci ha fatto sbattere il naso una quantità di volte. So che ad alcune piacciono molto, in questo periodo, i cerchi di uguali in cui si parte dall’incrocio delle oppressioni per non lasciare indietro nessuno. A me sembra che così si corra però il rischio di fissare gli esseri umani – poverini, già così impauriti, feriti, maltrattati, perché le paure spesso sono male orientate, ma le ferite sono reali – alla loro condizione.
Continuo a pensare che sia più realistico continuare a provare a pensare e a sperimentare la disparità, e continuo a chiedermi perché in un mondo dove l’ingiustizia, la violenza, la legge del più forte sono così spaventosamente evidenti risulti così difficile mettere in tensione tra loro parità, disparità, uguaglianza, libertà. Cosa che forse aiuterebbe a riflettere sulla crisi delle democrazie più di tante altre.
Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza.
Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile.
La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro.
Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione.
Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto.
Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».
Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio
Ho incontrato in un luogo rinomato di femministe di Catania, allora chiamato Se-No e poi Centro Agave, e successivamente Associazione Città Felice, la rivista Via Dogana alla sua prima uscita nel giugno 1991, e da allora non l’ho più lasciata, attraversando tutte le avventurose imprese della politica delle donne del Pensiero della Differenza Sessuale che ci hanno contraddistinte. In quel contesto e negli incontri di redazione della rivista ho conosciuto Luisa Muraro, Lia Cigarini e il mondo della Libreria delle donne di Milano.
A quel tempo, come studente del Dipartimento di Matematica dell’Università di Catania, ero particolarmente sensibile alla critica femminista della scienza e perciò mi interessavo di epistemologia della scienza che, come sa chi ha pratica scientifica, è una parte molto insidiosa della filosofia, poiché è risaputo che la scienza è strettamente correlata all’andamento delle imprese militari e all’andamento dei profitti delle imprese di mercato.
A partire da quel desiderio, la mia pratica del Pensiero della Differenza Sessuale resta sempre una pratica politica tuttora valida in quella capacità di interrogarsi, ovvero di interrogare il piacere, la felicità, il comportamento inconscio e tutto ciò che resta coscientemente realizzato, come soggetto agente al presente, laddove mi trovo, con chi mi trovo, in contesto, nelle condizioni e nelle possibilità di restare viva, a dispetto di chi ama invece tramutare in oggetto inerte, tutte le cose del mondo, sia animate che non animate.
Il patriarcato trova fertile terreno sia nelle imprese militari che in quelle di mercato, e si ripropone con forme diverse ma sempre con la stessa sostanza, costituita prevalentemente da dimostrazioni di forza: le donne come gli uomini possono decidere di esercitarla o no. Niente altro che questo rappresenta per me semplicemente il fare la differenza, per restare umane e non cedere alle insidie dell’incoscienza.
Qualsiasi tipo di lavoro è un servizio alla comunità, e chiunque lo espleti è in gioco e sa distinguere bene la differenza tra dare un servizio (nel pubblico o nel privato che sia) e l’esercizio di un seppur minimo dominio da infliggere, anche attraverso le più aggiornate sevizie informatiche, alla comunità intera.
Così la guerra è la più diffusa e capillare modalità in cui emerge esplicitamente un ordine delle cose esploso oramai stretto nella morsa delle ripetitività senza senso. La guerra mostra non solo il punto di rottura di un ordine della ripetizione insensata delle cose, ma è l’esplosione delle strutture istituzionali irrigidite da abitudini ossessive e norme senza più contatto con la realtà delle cose umane.
In questo dis-ordine esploso, il mio compito quotidiano è, dove occorre, rimettere a posto le priorità, e fare in modo che riemerga l’umanità affinché non resti inerme, muta e sommersa, ma che resti viva, rigogliosa e prodigiosa.
Sto sempre all’erta su questo baratro, sul quale si apre un vorticoso abisso fatto di abitudini e comportamenti di donne e uomini che sembrano non potere cambiare mai.
Esercito tuttora la mia differenza in ascolto e con-tatto, i due sensi più trascurati nell’andamento del dominio delle immagini, dove anche il sapore e l’odore scompaiono, e lasciano spazio solo alla visione e all’immaginazione fuorvianti del tipico stile di vita pornografico.
Cosa differente è lo sguardo attento e di cura rispetto alla visione per evasione e alla fantasia, quello sguardo che fa uscire dall’ombra e dall’oblio delle misconoscenze, che fa uscire dall’attribuzione di valore misogino e competitivo neoliberista che viviamo attualmente in società senza limiti nel raggiungimento di obiettivi a tutti costi umani e delle cose, come ci si spinge attraverso la modalità e l’uso del drone.
Nella pratica artistica di pittrice ho sempre modo di esercitare e tenere vivo questo sguardo verso la realtà che mi circonda, restando sensibile alle criticità alle quali ci espone ciò che succede nell’economia e nell’organizzazione sociale della massima performatività.
Lia e Luisa a un certo punto annunciarono esplicitamente a tutte che da tempo immemorabile il momento della differenza sessuale è già arrivato, molte e molti vivono tuttora sotto le macerie del patriarcato perciò occorre molta pazienza a non scoraggiarsi, a fare ordine simbolico dell’amore femminile della madre e dare un taglio netto con il passato delle maldicenze sulle donne.
Studiando le innumerevoli scrittrici che sono emerse e che emergono ancora in tutti campi del sapere, ho intrapreso questo percorso ritrovandomi tuttora in libere conversazioni con donne e uomini, luoghi di imprescindibile esistenza simbolica lontani da quelli previsti come accademici, istituzionali e associativi.
Il mondo con le sue tecnologie e istituzioni del controllo, perde colpi e mostra le sue crepe proprio lì, nel luogo delle libere conversazioni: spegniamo cellulari, usiamo carta e penna, libri stampati e cibo locale a km zero. Le dicerie dell’untore ai quale il cosiddetto mainstreming, ovvero l’orientamento dominante, ci vuole abituare, non le ascoltiamo affatto, ma sviluppiamo insieme il proprio sentire, il comune senso della vita.
Questa irrinunciabile eredità ci hanno lasciato Lia e Luisa e tocca a ciascuna di noi custodirla nella propria originalità e autenticità, proprio come facciamo già con Virginia Woolf, Carla Lonzi e le altre, senza essere passive ripetitrici, ma abili, vivaci e ingegnose cultrici dell’essere donne sapienti del e nel proprio tempo.
La libertà è tutta nelle nostre mani. Coraggio e pazienza: fili sapienziali che si intrecciano e prendono forme spesso impreviste ma adeguate e risolutive nel contesto. Spunteremo la lancia che ci si presenterà, anche questa volta, come sempre, con giochi di composizioni di parole, immagini e musica, e tutti gli strumenti a disposizione che troveremo laddove abitiamo, come succede da quando esiste il mondo che si fa e si disfa, restando vive e felici.
Ho partecipato alla redazione aperta del 14 giugno e mi va di condividere un pensiero. Mi ha colpito nel testo l’osservazione di Jennifer Guerra [in “Fare il femminismo in una maniera nuova”, Ndr] per cui «il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione [quella delle trentenni o giù di lì] è una generazione di orfane». Il passaggio mi chiama in causa perché la generazione delle “madri assenti” dovrebbe essere quella delle cinquantenni, cioè la mia. Però anch’io scopro il femminismo nel pensiero della differenza adesso, dopo un vuoto, e mi domando dove siamo state fin qui.
Il ricordo va a un dettaglio della giornata del seminario sul pensiero di Luisa Muraro del settembre scorso: avevo approfittato della presenza a Milano per salutare un’amica che abita poco distante. Tra gli incastri delle faccende affaccendate, siamo riuscite a prendere un caffè giusto all’inizio del pomeriggio, così ho invitato la mia amica a fermarsi con me. E lei mi ha detto: «Ma perché? Io non ho bisogno del femminismo, per me, in casa con mio fratello, con mio marito, con mio figlio e mia figlia, con i miei amici, con i colleghi e i miei alunni non ho mai avuto problemi: maschi e femmine fanno le stesse cose, non c’è differenza» (poi è rimasta per farmi compagnia e ci siamo divertite tantissimo).
Lì per lì non ho fatto caso alla risposta, però adesso mi viene in mente che questo è il punto: all’inizio la disparità era tanto sul piano del fare, quanto sul piano dell’essere, con delle connotazioni molto concrete e visibili. Negli anni ’80/’90 alle giovani donne sembrava aperta ogni possibilità, ed effettivamente è stato (quasi) così: noi donne abbiamo iniziato a fare le stesse cose degli uomini, sul piano del fare si è conquistato un buon grado di parità, ma questo ha mascherato la disparità che continuava a esistere sul piano dell’essere. Il “vuoto” storico che si è creato nella genealogia femminile è della stessa natura del mio sentire di cinquantenne, che qualcosa non torna nel “fare lo stesso lavoro” che fanno gli uomini ed essere donna.
Ci siamo incontrate, tre generazioni di donne, intorno a questo vuoto. Un vuoto che forse è stato necessario per fare emergere con più chiarezza il punto da mettere a fuoco adesso, che l’essere donne è libero, indipendente, altro dal fare le stesse cose degli uomini.
Da qui si parte.
Lectio di Luisa Muraro nell’ambito di Book Pride 2015, tenuta il 29 marzo 2015 ai Frigoriferi Milanesi a cura dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti
Nel Manifesto di Rivolta femminile (1970) c’è scritto «Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale».
Metto queste parole sullo stendardo con cui scendo in campo per affermare che la differenza sessuale c’è. Ma attenzione a non intendere pan per polenta, come dicevano in veneto. Non ho detto che c’è differenza tra uomini e donne. Quel “tra” è un abbaglio. Tra i sessi c’è di tutto, usanze, mode, pregiudizi, leggi, c’è il diritto, il galateo, la scienza, ci sono anche muri, guardie, passaggi… Pensate a una linea di confine tracciata e vigilata da imperativi storici di diversa natura e forza. Questi imperativi hanno un certo potere d’imposizione, che varia da cultura a cultura, unito a un più insidioso potere di mediazione, che è di farci pensare e giudicare così o colà, interpretando anche la nostra personale esperienza. Ma non hanno il potere di arrivare al fondo dell’esperienza, al quale si arriva soltanto con qualcosa di vero. Quest’ultima affermazione prendetela per ora come un punto di resistenza che metto avanti, un avamposto.
La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo. Io non voglio perché si dà il caso che sia femminista. Ma si dà anche il caso che vi siano innumerevoli donne che non sono femministe e non vogliono, neanche loro, prescindere da quello che sono, donne. La differenza, puoi mascherarla, nel senso di enfatizzarla, occultarla, adattarla, per sfida o in conformità, libera o forzata, consapevole o inconsapevole, a quegli imperativi del tra che dicevo. A volte bisogna farlo. A volte invece piace farlo e allora diventa recitazione.
La differenza che c’è, sono io e non sono io. Detto in breve, si tratta di una mancata coincidenza, di un differire di me da me, qualcosa che si vive come un eccesso e una carenza che non si compensano fra loro, uno stato somigliante al trovarsi nel bisogno dell’essenziale disponendo intanto di ricchezze superflue. Sento l’obiezione: ma questo è il proprio della condizione umana pari pari… Appunto! Secondo la veduta che sto esponendo, non si dà in primis l’essere umano, il famoso Uomo con la u maiuscola e poi la donna/l’uomo; l’umanità sono donne, l’umanità sono uomini. L’umanità sono altri e altre che vivono ciascuna/o a suo modo quella mancata coincidenza che ho detto, e non c’è teoria che possa sanarla.
Si fanno molte teorie della differenza sessuale. Le meno sbagliate sono quelle infantili, giustamente valorizzate da Freud. Freud ne ha ricavato la teoria della castrazione. Lacan ha precisato: castrazione simbolica, che riguarda anche gli uomini di sesso maschile.
Duemila e trecento anni fa Aristotele ha fatto una teoria che noi consideriamo sbagliata ma molto ben trovata, tant’è che è durata quasi fino ai nostri giorni.
Aristotele era un grande osservatore e grandissimo ragionatore, filosofo e scienziato (ma senza laboratorio). Nel trattato Sulla generazione degli animali scrive: «Il primo inizio è nascere femmina e non maschio», dice proprio così e aggiunge subito: «ma questo è necessario alla natura». Perché “ma”? è necessario, spiega, che nascano femmine, ma queste non nascono per necessità, nascono per un anomalo indebolimento del principio generativo (lo sperma, che in greco antico è letteralmente il seme). Che cosa vuol dire? l’anomalia che fa nascere le femmine non ha la necessità delle cose necessarie a raggiungere un fine, si tratta, parole sue, di una “necessità accidentale” (La donna e i filosofi: archeologia di un’immagine culturale, a cura di Silvia Campese e Silvia Gastaldi, Zanichelli, Bologna 1981, 79). In questa strana nozione traspare una lontana anticipazione della tesi darwiniana che soppianterà il lamarckismo.
Va detto che i traduttori di questo difficile passo non si sono ancora messi d’accordo.
Un’idea però mi pare chiara: le femmine sono necessarie, ma il sesso femminile non è normale. Detto in parole nostre: le donne sono diversamente umane.
Secondo me, come ho detto, le teorie della differenza sessuale sono tutte più o meno sbagliate. Tutte dicono qualcosa di vero, ma le teorie sono totalità coerenti, trasparenti a sé stesse, la differenza invece è un tema inesauribile, nella nostra stessa esperienza, e questo per un motivo preciso. La sessuazione, come noto, è un fatto primordiale, è un’invenzione della vita tesa di suo a durare. L’incontro del patrimonio genetico di due, uguali e differenti, pare che sia la mossa vincente. Ma c’è un imprevisto, che è l’umano. O, più precisamente, c’è che il fatto primordiale della sessuazione irrompe nella sfera della parola, cioè del vero/falso, del giusto/ingiusto, del bene/male. Irrompe e fa un disordine che, secondo certi testi sacri, sarebbe effetto del peccato originale e si estende anche alla natura. La questione diventa allora: è possibile rifare un ordine? E come?
Ecco svelato il significato del discorso di Aristotele, in quel punto del suo discorso in cui dice “ma”. La riflessione sulla riproduzione degli animali lo spinge a elaborare la nozione di una necessità che non è necessaria ma accidentale, in quanto non è finalizzata a…, come invece le nostre azioni consapevoli. Ma perché dice “ma”? Lo dice per separare l’ordine di cui le femmine sono il principio, cioè l’ordine naturale, dall’ordine giusto e vero delle cose, dove il primato è umano maschile. Ai nostri occhi Aristotele sbaglia in quanto considera l’ordine patriarcale come l’unico degno di essere chiamato ordine. Ma non sbaglia a considerare che la differenza dei sessi sia una questione tutt’altro che semplice. Aristotele infatti se la pone non soltanto come studioso del mondo animale ma anche e soprattutto come filosofo politico.
Tutte le civiltà, che io sappia, si sono misurate con la questione della differenza e le hanno cercato una qualche risposta, anzi una grande varietà di risposte, con la lingua, le arti, la moda, gli usi della buona creanza, i codici, i tabù, l’onomastica, i privilegi, le gerarchie, le esclusioni… Ricordo i miei soggiorni di fanciulla sull’altipiano d’Asiago con la vista delle bestie al pascolo che ci guardavano con grandi occhi e mi pareva di capire che fossero stupite di vederci come siamo, noi che saremmo loro parenti. Mi pareva che notassero soprattutto i nostri vestiti: braghette e gonne, capelli lunghi con il nastro, capelli corti quasi rasati, e mutande per nascondere l’innominabile intimità. Loro invece erano perfettamente nude, ma non si notava affatto tanto erano a loro agio nei loro corpi. Non si stupiscono solo le bestie, anche noi ci stupiamo di noi. Una mia studentessa adolescente ci raccontò che un giorno, tornata a casa prima del solito e salita in camera sua, vi trovò il fratello minore vestito con i suoi vestiti e truccato con i suoi trucchi, che si ammirava allo specchio: la sorpresa la paralizzò al punto che non gli saltò addosso, come avrebbe fatto con una sorella, e lui ebbe il tempo di mettersi in salvo.
La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory dei cinque generi. Due è per via della sessuazione, la vita che si biforca, ma se lasciamo la natura per la cultura, perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. Che cosa cercava quel ragazzino in camera della sorella? Era un viaggiatore, anzi un esploratore, in cerca di altro per trovare se stesso.
Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: Fine della differenza sessuale? E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è “il fatto” (la parola è sua, io sottolineo) della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale (p. 284). Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, concordo pienamente con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il “biologico” e lo “psichico”, il “discorsivo” e il “sociale”» (pp. 275-276). La civiltà moderna ha edificato e continua a coltivare un sistema di conoscenze scientifiche ordinandolo secondo precisi confini che separano il biologico e lo psichico, il discorsivo e il sociale. Vale a dire, facendo a pezzi ogni segreta o meno segreta ricerca soggettiva di un senso libero della differenza sessuale.
“Finalmente”, ho detto sopra, per una ragione precisa. Solo gli Usa possono correggere gli errori degli Usa: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che essi, gli States, capiscono le nostre ragioni solo se diamo loro ragione. Sotto le apparenze di uno scambio culturale, c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto costatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto “genere” è dilagato come uno pseudonimo di “sesso” e come un eufemismo: il “genere” non fa pensare al femminismo e non suscita imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato, provvisto di diritti, senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.
Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura neoliberale, non si arriva senza sfidare il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta. Lo sostiene giustamente Ida Dominijanni nel suo recente Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (ediesse 2014). E la sfida è ancora aperta.
In quegli anni si alzò, senza gradualismi, con la forza dell’imprevisto, un’ondata di rivolta femminile che ha rotto il corso otto-novecentesco dell’emancipazione. Riporterò qui un racconto che ne riassume molti, non ne esaurisce nessuno.
Stati Uniti, anno 1966: è cominciata la grande ribellione generazionale che si chiamerà Sessantotto. Nel corso di questa, in quello stesso anno, accadde qualcosa che annuncia la frattura femminista, quella che io chiamo la rivolta nella rivolta. Nel corso di un convegno di studenti di sinistra, avvenne il primo atto separatista: un gruppo di studentesse decise di abbandonare, seduta stante, il workshop misto dedicato alla Woman Question, per riunirsi tra sole donne (Elda Guerra, in Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2005, pp. 31-32). Il loro gesto, poi ripetuto da innumerevoli altre, fino ai nostri giorni, ha un significato che apprezza solo chi sa vedere la grandezza che si presenta in modeste apparenze… Per esempio? I pastori di Betlemme nel Vangelo di Luca o il camionista siciliano in Cristina Campo, Les sources de la Vivonne (Gli imperdonabili). Il femminismo di Stato, quello della parità tra donne e uomini, sostenuto dall’Europa e da altre agenzie di potere, vuole farci dimenticare l’evento del 1966 con la sua radicalità. Cercano di farci passare dal vecchio femminismo ottocentesco al post-femminismo neo-liberale, senza soluzione di continuità. E si capisce perché: le iniziatrici della “rivolta nella rivolta” non erano in cerca di emancipazione, erano giovani donne emancipate, tendenzialmente promesse all’integrazione paritaria. Esse hanno interrotto questo processo di promozione per aprirsi un’altra strada. La loro esemplare presa di coscienza e di parola ha le caratteristiche di una ripresa, nella sfera dell’umano, del fatto primordiale della sessuazione. Accade così che il primato della vita si trapianti, ad opera di donne, nella polis, diventando politica, e nella soggettività umana.
Il “ma” di Aristotele inciampa così nell’imprevisto di un nuovo “ma” che mette in evidenza la storicità del regime patriarcale e ne decreta la fine. E più ancora. Il nuovo “ma” ha sostituito con la relazione di differenza quella che era la dualità gerarchica di natura/cultura, con le sue tante versioni, corpo/anima, cielo/terra, personale/politico, privato/pubblico, fino a quella tra madre che dà la vita e padre da cui vengono la parola e la legge.
La rivolta cominciata quarant’anni fa ha rivoltato la civiltà, l’ha rovesciata come un calzino facendo vedere il suo rovescio, che era la subordinazione femminile all’Uomo, e portando alla luce un sostrato di civiltà più elementare. Che vale per donne e uomini e come tale lo propongo qui. Quello che ho detto finora attingendo all’esperienza politica delle donne, arriva così al suo dunque nel presente, che lo mette alla prova dei difficili cambiamenti in corso. A suo tempo io e altre abbiamo parlato, per quel sostrato, di un ordine simbolico della madre (di cui bisognerebbe dire che, a un certo punto, fu intuito da Freud). Abbiamo sostenuto, in pratica e in teoria, che dalla donna che ci è madre riceviamo la vita e impariamo a parlare, una cosa non va senza l’altra. Dalla relazione fiduciosa con la madre o chi per lei dipende che impariamo a parlare, che possiamo dire io e metterci in relazione personale con gli altri e il mondo. Oggi devo aggiungere che questo fondo di una più elementare civiltà, non è roccia. È fatto di materia viva, sensibile e più fragile di quello che non pensassi: è fatto di relazioni e fiducia.
Proprio su questo terreno ci sono mutamenti temibili, a causa principalmente dell’attuale economia neo-liberista che di relazioni e di fiducia ha una fame estrema, pari al consumo devastante che ne fa a causa delle sue crisi ricorrenti. E che alla lingua materna sovrappone la circolazione della moneta, con effetti di perdita della competenza simbolica da parte nostra, comuni cittadini, e di autorità da parte della lingua materna. Si dice che perdiamo il controllo sulle nostre vite. Sì, ma la perdita di competenza simbolica esprime di più, perché riguarda la capacità di sottrarsi alla collocazione nel discorso dominante: capacità di essere altrove e altrimenti, come hanno detto quarant’anni fa quelle che erano parlate e sono diventate parlanti. Si tende a descrivere l’attuale regime in modo sbagliato, facendo un errore fatale secondo me. Gli si attribuisce come deteriori anche caratteristiche che, per se stesse, sono guadagni della politica delle donne. Mi riferisco all’intreccio tra vita e lavoro, alla caduta dei paraventi tra pubblico e privato, alla valorizzazione delle qualità relazionali, all’idea di un’autorità che non si confonde con il potere. Erano guadagni politici, ora sono parte della posta in gioco. Perciò, è il mio invito, non restate in quella postura sommaria dell’essere contro, il NO ripetitivo e sterile giustamente messo sotto accusa da Naomi Klein, e non fermatevi indefinitamente sulle vostre analisi critiche. Andiamo a combattere insieme a quelle donne e quegli uomini che già si trovano sul posto e che resistono alla perdita di competenza sulle loro condizioni di vita. Per parare alla crisi, non ci sono solo tagli, tasse e licenziamenti. Si stampa anche moneta da mettere in circolazione, per rafforzare la traballante fiducia che tiene in piedi il sistema economico. Se quelli stampano soldi, creiamo, noi, le condizioni che generano fiducia e presa di parola nel vivo dell’esperienza. È politica; se le cercate un nome, si chiama politica prima.
Non so cosa mi abbia sospinto di nuovo quassù, dopo tantissimi anni, a Milano, alla Libreria, all’incontro aperto con la redazione di Via Dogana. Non so cosa di profondo mi abbia indotto a partire da Viterbo, mentre Luisa ci stava lasciando.
Devo a Luisa Muraro e al suo pensiero, conosciuti per il tramite di un’altra donna fondamentale per la mia vita, Eloisa Manciati, l’approdo al femminismo che coniuga pratiche politiche, esperienza della relazione e pensiero, episteme.
L’incontro con il pensiero della differenza ha voluto dire per me andare oltre la rivendicazione delle ingiustizie e delle asimmetrie e incontrare, nella relazione con le altre, la possibilità di attraversare il mondo e la realtà con un altro sguardo, la cui misura non era più quella maschile. Passavamo dalla necessità di difendersi al desiderio di rifare daccapo il racconto del mondo: la storia, la letteratura, la politica. La realtà si spalancava inedita a partire dalla parzialità dei nostri corpi situati, oltre il velo del neutro astratto universale e nel rapporto tra corpo e linguaggio che articolava sapere e piacere.
Parzialità, contingenza, relazione, pensiero dell’esperienza. Non un’ontologia ma un significante. Non riesco ancora a capire l’attribuzione di essenzialismo a questo pensiero anche se il fastidio verso un’ipostatizzazione del femminile e del materno da parte di alcune, molte, donne che vi fanno riferimento, lo conosco.
Negli anni poi, e nei contesti dell’agire politico, ho incontrato non solo le “mie” simili, con le quali disfacevamo pazientemente la trama culturale e simbolica del patriarcato, ho incontrato le giovani precarie, le persone non binarie, soggettività che avevo bisogno di ascoltare nella presa di parola; se la differenza non è una cosa ma una relazione, là voglio stare. Se altri corpi, altre soggettività sono affiorati alla visibilità e alla parola, a mio parere è a questa idea processuale, aperta, non aprioristica ma relazionale e contingente, asimmetrica e interdipendente di differenza che ne dobbiamo la possibilità.
Non mi preoccupano i conflitti dentro il femminismo, mi paiono la conferma di qualcosa che è vivo, si muove e non colonizza, tuttavia le forme di intolleranza al confronto che si sono presentate non solo mi preoccupano ma spengono il mio desiderio di femminismo. Non si può poi non notare come il pensiero si impoverisca quando si incardina in queste opposizioni “di principio” – penso con tristezza all’ultimo confronto Cavarero-Butler.
E invece – per questo oggi sono qui, arrivando da lontano – del respiro del pensiero abbiamo bisogno. Di stare nella realtà fino in fondo, muovendoci su un altro piano della realtà.
Nella realtà reclamano la parola a buon diritto le giovani femministe che fanno riferimento all’intersezionalità, considerano l’essere donna uno dei tanti fili che si intrecciano andando a costituire la gabbia dell’esclusione, della soggezione, dell’irrilevanza sociale e culturale.
Non sono del tutto convinta che il concetto di intersezionalità sia euristicamente significativo, perché, appunto, al massimo può dar conto di un intreccio di esclusioni, diversamente dosate su un piano sociologico ma da cui non si può nominare né vedere la libertà femminile, al contrario dell’idea di differenza come luogo in cui si fa e si disfa la relazione tra biologico e culturale, luogo di interrogazione, di mediazione e di conflitto; esito della relazione, che istituisce le pratiche e precede i significati.
L’intersezionalità, che nasce nel preciso contesto statunitense e dai conti mai fatti con lo schiavismo fondativo di quella comunità, finisce per ipostatizzare e inchiodare a identità vittimarie plurime quando non sono quelle soggettività a prendere la parola, rischiando di diventare uno strumento sociologico di classificazione che disarticola i soggetti nelle loro “caratteristiche”.
Infine, il corpo, tema ineludibile perché ancoraggio dell’esperienza da cui si fa il pensiero. Forse colgo il rischio, in una certa lettura – così la considero – della differenza: il rischio di pensare al corpo come dato, una volta per tutte. Come un dato.
Ma di quale corpo stiamo parlando? La stessa evoluzione ci racconta il metamorfismo del vivente; e quanto alla storia: diremmo che i nostri corpi biologici sono gli stessi – anche sul piano dei significati – nelle migliaia di anni che abbiamo attraversato come specie? Cosa sono oggi, i nostri corpi: possiamo escludere le nostre infinite protesizzazioni con cui pure siamo qui, parliamo, entriamo in relazione, raccontiamo storie, amiamo? Possiamo astenerci, nel pensare la differenza, da contributi – ormai antichi ma attualissimi – come quelli di Donna Haraway e dei suoi corpi cyborg, che ci immettono nel continuum relazionale con la Terra, le altre specie, le macchine?
Ecco: ascoltare, con studio, quello che accade – anche quello che non ci piace di quello che accade – ricordando che la differenza è una relazione, un significante, un dispositivo epistemico per dare un senso libero a ciò che ci accade di essere.
Prima di affrontare la questione del rapporto tra libertà femminile e norma, credo sia necessario spiegare che cosa io intendo per libertà femminile. Insieme ad altre ho pensato che la questione prioritaria da porsi fosse quella di trovare un senso al mio essere donna, cioè di chiedersi chi siamo e che cosa vogliamo. Questa è stata la rottura con la precedente politica dell’assimilazione al mondo maschile.
Ponendo dall’inizio la questione dell’essere donna, abbiamo cominciato a lottare sul terreno della libertà femminile, perché la libertà a una donna spetta a causa del suo essere una donna e non a prescindere dal suo sesso come recita invece la Costituzione e tutte le leggi di parità che ne sono seguite.
Se io dico: sono una donna e, a partire da questa materialità, affermo la mia libertà, è cosa diversa che dire: i principi di uguaglianza e di libertà elaborati dal mondo maschile devono valere per uomini e donne.
Da quello che ho detto fino ad ora appare chiaro che per me praticare la differenza e non occultarla, significa affermare la libertà femminile. Tuttavia, a questo punto, bisogna fare un ulteriore chiarimento su che cosa s’intende per pratica della differenza. Per alcune (e alcuni) la differenza significa sottolineare che le donne sono una cosa diversa dagli uomini (più etiche, meno violente, ecc.), che si differenziano, cioè, per contenuti dagli uomini, i quali rimangono per forza di cose il punto di riferimento. Assimilarsi con l’emancipazione o differenziarsi dagli uomini sono la medesima operazione, non c’è libera interpretazione di sé. Definisco questa concezione della differenza dell’ordine delle cose. Altre (e altri) ancora, ritengono che la differenza consista nell’inventarsi il femminile attraverso ricerche e pensamenti. Definisco questa idea della differenza dell’ordine del pensiero.
Io penso, invece, che la differenza non sia né dell’ordine delle cose né dell’ordine del pensiero. La differenza non è altro che questo: il senso, il significato che si dà al proprio essere donna. Ed è, quindi, dell’ordine simbolico.
Nota:
È l’inizio dell’articolo Libertà femminile e norma,«Democrazia e diritto» n. 2, aprile-giugno 1993; ripubblicato nel libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Nuova Pratiche Editrice 1995 e Orthotes 2022.
Nella riunione dello scorso 14 giugno della redazione aperta di Via Dogana 3, preziosa occasione di scambio come sempre, stavamo, a mio parere, nella tiepidezza del già detto e nella tristezza del presente quando è intervenuta Vita Cosentino a squarciare il velo della nebbia mentale. Ha parlato dell’importanza che ha oggi la relazione di differenza tra donne e, al suo interno, la relazione tra donne, non quella con la madre, già salvata. Mi ha ispirata. Si dissipò la tristezza, il lamento per l’invecchiamento delle più anziane. Si dissipò il predominio del pensiero: un pensiero che tendeva alla binarietà, alle cause.
Come se avessimo dimenticato che “pensiero” deriva da “pensum”. Pensum era la quantità di lana – il peso – che una donna dell’antica Roma doveva filare ogni giorno. “Pensum”, come filare, vengono, nella loro sostanza non nella loro etimologia, dal tatto, dal movimento delle dita della filatrice nel preparare il batuffolo di lana. Il tatto è segno eminente del piacere femminile, il piacere clitorideo. Nella relazione di differenza tra donne, la cosa più bella è il piacere, il piacere di stare insieme, e basta, piacere dei sensi, compreso il sesto senso: l’intuizione, meglio detta ispirazione. Tra donne, Lei viene. La si attende.
Quanto a me, le donne mi ispirano, mi danno, mi danno di tutto ma, in primo luogo, mi danno la fiducia per sentire e, sentendo, creare. Quasi sempre ho scritto su richiesta di un’altra. Ascoltando Vita Cosentino, mi è tornata in mente di nuovo la frase “ma il sentire lo siamo” (María Zambrano). Il piacere senza sforzo. Che mi importa del caos postpatriarcale? Se dissuade le donne dall’entrare nel contratto sessuale, è o sarà, perfino, benvenuto.
Oggi i mass media hanno dato la notizia che la Spagna ha un problema lavorativo nuovo: i ragazzi giovani chiedono il congedo dal lavoro quando la fidanzata li lascia. Catastrofe. Un politico informava di avere in casa due figli in questa situazione. Li chiamava, scusandosi, “sciocchi”. Sia benvenuto questo caos.
Perché questa è una grande notizia “politica”, di politica della polis greca, origine del patriarcato occidentale. Politica che finì con il patriarcato, e i ragazzi giovani lo sanno, lo sentono, lo vivono. Adesso è un’altra cosa. È fare il raccolto della forza della vita, ha detto Antonietta Potente all’incontro. La forza della vita che si nutre della libertà femminile. È l’augere, l’accrescere che è proprio dell’autorità femminile, senza monumenti (Luisa Muraro), questo di più che non è proprietà di nessuno, che esiste finché circola (Lia Cigarini), che si genera soprattutto nella pratica della relazione di differenza con donne: una la genera, un’altra la raccoglie, e così via. Trascendendo. A volte, c’è bisogno di una trasfigurazione.
(traduzione di Clara Jourdan)
testo originale
Más placer menos pensamiento nada de política
En la reunión del pasado 14 de junio de la redacción abierta de Via Dogana 3, preciosa ocasión de intercambio como siempre, estábamos, en mi opinión, en la tibieza de lo ya dicho y en la tristeza del presente cuando intervino Vita Cosentino rasgando el velo de la niebla mental. Habló de la importancia que tiene hoy la relación de diferencia entre mujeres y, dentro de ella, la relación entre mujeres, no con la madre, ya salvada. Me inspiró. Se disipó la tristeza, el lamento por el envejecimiento de las más mayores. Se disipó el predominio del pensamiento: un pensamiento que tendía a la binariedad, a las causas.
Como si hubiéramos olvidado que “pensamiento” deriva de “pensum”. Pensum era la cantidad de lana -el peso- que una mujer de la Roma antigua debía hilar cada día. “Pensum”, como hilar, vienen, en su sustancia, no en su etimología, del tacto, del movimiento de los dedos de la hilandera al preparar el vellón de lana. El tacto es signo eminente del placer femenino, el placer clitórico. En la relación de diferencia entre mujeres, lo más hermoso es el placer, placer de estar juntas, sin más, placer de los sentidos, incluido el sexto sentido: la intuición, mejor llamada inspiración. Entre mujeres, Ella viene. Se le espera.
A mí, las mujeres me inspiran, me dan, me dan de todo pero, en primer lugar, me dan la confianza para sentir y, sintiendo, crear. Casi siempre he escrito a petición de otra. Al escuchar a Vita Cosentino, me volvió una vez más a la mente la frase “pero el sentir lo somos” (María Zambrano). El placer sin esfuerzo. ¿Qué me importa el caos postpatriarcal? Si disuade a las mujeres de entrar en el contrato sexual, es o será, incluso, bienvenido.
Hoy los medios de comunicación han dado la noticia de que España tiene un problema laboral nuevo: los chicos jóvenes piden la baja laboral cuando les deja su novia. Catástrofe. Informaba un político que decía tener en casa dos hijos en esta situación. Los llamaba, disculpándose, “memos”. Sea bienvenido este caos.
Porque esta es una gran noticia “política”, de política de la polis griega, origen del patriarcado occidental. Política que terminó con el patriarcado, y los chicos jóvenes lo saben, lo sienten, lo viven. Ahora es otra cosa. Es cosechar la fuerza de la vida, dijo Antonietta Potente en el encuentro. La fuerza de la vida que se nutre de la libertad femenina. Es el augere, el acrecentar que es propio de la autoridad femenina, sin monumentos (Luisa Muraro), ese más que no es propiedad de nadie, que existe en tanto que circula (Lia Cigarini), que se genera sobre todo en la práctica de la relación de diferencia con mujeres: una la genera, otra la recoge, y así sucesivamente. Transcendiendo. A veces, hace falta una transfiguración.
Haza (Burgos), 19 giugno 2026
Queste riflessioni nascono quasi all’improvviso, mentre ascoltavo gli interventi durante l’incontro tenutosi alla Libreria delle donne di Milano domenica 14 giugno su: C’era una volta la differenza e c’è ancora.
Ispirazione nata, come molte volte mi capita, ascoltando altre donne, ma forse è qualcosa che mi abita da un po’ di tempo a questa parte; sempre la stessa preoccupazione e cioè che le cose della vita non devono trattarsi come oggetti su cui ragionare in modo astratto.
Questo per me è vitale; difendere la vita dalla pura sintesi di ragione, perché la vita è complessa e parte della storia reale e viva di ciascuna di noi e di ogni donna.
La differenza è nata con noi e dunque la differenza siamo noi. Le nostre vite che a volte riusciamo a narrare con fatica e altre volte invece, scorrono come l’acqua di un ruscello in piena nei nostri racconti, nelle nostre parole e nei nostri scritti. Parole piene di immaginazione e di cura che sono sempre anche per altre. Secondo me l’oggi non è il pensiero della differenza, ma siamo noi. Il pensiero della differenza ha dato inizio a una trama infinita di esperienze femminili nei vari ambiti della vita, ma oggi è rimasta solo la nostra esperienza, che non è ancora terminata e che non ha ancora valicato le porte della profondità.
Forse molte donne non hanno mai gustato questa profonda e trasformante verità. Chissà per poca chiarezza con loro stesse e, a volte, per una vera e propria disgrazia a causa dei loro ambigui patti con gli uomini e l’universo maschile in cui solo gli uomini regnano. Piccoli inganni, attrazioni quasi sempre di tipo ideologico-intellettuale (il compagno di partito, l’ideologo famoso molto mistico, lo psichiatra o lo psicologo), oppure la normalissima e molto sottile attrazione di tipo estetico: era un uomo molto bello! Non dico che questo sia cattivo, ma non serve, non è questo che trasforma, anzi omologa, basta guardare l’aula del nostro e di altri parlamenti europei. Ci sono delle donne, ma lì è l’inganno, perché quello è il regno maschile.
Di per sé la nostra vita non aveva a che fare con questa porzione di mondo, i nostri organi sottili, come si direbbe nella mistica del sufismo persiano, ci hanno sempre dato dei veri e propri segnali di libertà interiore e soprattutto il nostro sentire profondo ha cercato di educarci a leggere la realtà in un altro modo e a non separarci dalla vita. Ma per molte di noi l’incantesimo con il maschile era avvenuto e questo nel femminismo ha avuto delle conseguenze abbastanza negative e lunghe nel tempo.
Altre donne invece riuscirono ad accorgersi di quella che chiamerei la grazia della differenza e uscirono da quei mondi e crearono solo con altre donne.Questa grazia nel mondo del femminismo divenne ciò che prese il nome di femminismo della differenza. Alcune prima e altre dopo, dedicammo parole, scrittura, narrandoci e narrando sempre a partire da sé. Lasciando che la differenza ispirasse la nostra vita e facendo del femminismo della differenza come un vero e proprio laboratorio di trasformazione per chi ne faceva parte e per tutte le altre donne.
Una ricerca non fine a se stessa, che non si appagava con la conquista dei diritti, ma faceva sì che le donne si accorgessero di loro stesse, delle loro madri e di tutte le donne che l’avevano precedute e persino della natura che portiamo dentro.
Una vera e propria ricerca della quintessenza che, chissà, non abbiamo ancora incontrato e per questo non siamo ancora sparite. La quintessenza è quinta perché viene da altrove: è dama Amore, secondo la mistica beghina Margherita Porete di cui tutte noi conosciamo l’opera. Non è ragione e la cerchiamo e comprendiamo nel sentire profondo dell’animacorporea. È per questo e molto altro ancora, che per me il femminismo della differenza non va pensato, perché la differenza siamo noi e questo è uno dei tanti segreti di cui noi donne, nel corso della storia, ci siamo sempre prese cura e che sappiamo nominarlo solo tra di noi.
In questo momento storico questo “segreto” c’è molto utile per non cadere nelle reti dei giudizi che gli uomini elaborano sulla società, sulla natura con la loro banalissima ecologia (un’altra volta il logos) e sul futuro. Come sempre, dato che la maggioranza di loro non sa creare, costruiscono le stesse dinamiche: guerre e miseri caudillismi. E mentre la vita soffre non si sente altro che il forte rimbombo di sterili ideologizzazioni. Purtroppo molte donne sono di nuovo cadute nelle trame ideologiche della politica dell’eterno ritorno. Le guerre, le assurde invasioni è come se avessero riportato molte donne indietro nel tempo, in altri periodi storici, affidandosi così alla forza e alle strategie di ragione tipicamente maschili. Molte azioni fatte di debole solidarietà, perché concretamente lontane dalla vita, credendo oltretutto di poter dividere il mondo in due, tra buoni e cattivi, tra giusto e ingiusto e guarda caso ritrovandosi sempre dalla parte di chi è nel giusto o di chi è vittima. Eppure il vittimismo, secondo l’esperienza del femminismo della differenza era qualcosa che avevamo superato e messo a tacere e non avrebbe dovuto essere un criterio di lettura della vita. Questi signori uomini, invece, in un modo o nell’altro, costruiscono sempre labirinti senza uscita e, guarda caso, il labirinto è costruzione maschile, inventata da Dedalo e commissionata dal re e non dalla regina, per rinchiudervi la creatura “mostruosa”.
In questo modo di vedere la realtà e di costruirla, le donne non possono trovare pace né crearla o desiderarla di desiderio infinito. La vita reale non è un eterno ritorno, non si muove appoggiandosi solo su quello che già conosce, perché lei è misteriosamente creativa e ha solo voglia di vita. A questo punto la strategia delle donne dovrebbe essere quella di stare sempre in un altro modo e parlare di altre cose.
Le donne che si trovano involontariamente coinvolte nei conflitti, guerre e cose del genere, ci insegnano a non usare parole di guerra o parole vuote, polemiche, ma e soprattutto non le insegnano alle loro bambine e ai loro bambini. Parlano d’altro e soprattutto fanno altro; altro che serva alla vita e a immaginarne ancora una nuova.
Questo significa che mentregli uomini parlano di tante cose assurde, di questo o di quello, noi parliamo d’altro e soprattutto siamo occupate in altro, più immaginativo, libero e ispirato. E questo lo può fare ciascuna di noi e lo possiamo fare insieme. Ho sempre pensato che le donne dovessero studiare insieme.
Studiare insieme è uno di quei tanti gesti femminili che cercano di alleggerire almeno un po’ la fatica di una porzione di realtà sempre più grande. Studiare insieme non è solo trovare delle parole femminili che ci ispirino, ma ascoltare le nostre stesse ispirazioni; quelle che ciascuna ha. Studiare insieme è anche attivare l’immaginazione e non sottometterci sempre a quelle tristi analisi maschili sulla società e sul mondo.
Lasciamo che gli uomini vedano con il loro sguardo annebbiato dalla frustrazione e noi guardiamo altrove con i nostri occhi. Sì altrove, proprio secondo l’etimologia di questo bellissimo avverbio: aliter ubi; in un altro luogo. Trovarci sempre da un’altra parte. Proprio come quando fin da piccole e anche da grandi ci dicevano con tono di rimprovero: -ma tu hai sempre la testa da un’altra parte-. Menomale, il problema è che oggi non abbiamo solo la testa da un’altra parte, ma tutta l’animacorporea è altrove e questo è un di più: siamo altrove e questa è la differenza.
C’è una questione che mi sta a cuore da tempo: la relazione di differenza tra donne. Ne avevo già posto l’esigenza in un VD3 del 2024, Lingua è politica, e la riprendo oggi riferendomi, come allora ma più approfonditamente, a un articolo di Luisa Muraro dal titolo Differenze tra donne differenza sessuale, comparso in un altro numero di Via Dogana 3 dedicato alla lingua, dal titolo La parola giusta ha in sé il potere della realtà (dicembre 2018). In quel testo Luisa introduce quella che definisce una buona intuizione su cui deve ancora riflettere e la espone facendo due passaggi. Il primo riguarda il fatto che quando una donna assume la propria parzialità femminile dicendo «io sono una donna», lì la differenza sessuale ha già operato: quindi la differenza è in e non tra uomini e donne. Nel secondo passaggio dice: «la differenza sessuale che ha già operato, traspare con il mio (tuo… nostro, vostro…) riconoscermi nelle altre donne. Essa consiste dunque nelle differenze tra donne; ma non è una consistenza, è un principio evolutivo della vita che si sviluppa e traduce nella cultura umana».
Il fatto che la differenza sessuale “consiste” nelle differenze tra donne porta a pensare che, se ci occupiamo della sua traduzione in pratica politica, di conseguenza in qualunque tipo di relazione tra donne la differenza tra donne è all’opera in vario modo e in vario grado: approfondire questa questione è, con ogni probabilità, lo sviluppo su cui si deve ancora riflettere. Quando poi Luisa Muraro afferma che «non è una consistenza, bensì un principio evolutivo della vita» introduce un pensiero di primo acchito enigmatico che però chiarisce nel numero successivo (aprile 2019) in un testo dal titolo Coscienza evolutiva. In quell’articolo, di fronte ai grandi progetti politici di cambiamento che si sono rivelati catastrofici, Muraro si pone la domanda: «possiamo noi umani con le nostre specifiche caratteristiche, in primis la parola e l’autocoscienza, prolungare l’evoluzione indirizzandola su strade migliori per quel che riguarda la convivenza e la felicità?».
Ne intravvede la possibilità nelle “buone pratiche del femminismo” che secondo lei hanno la particolarità di corrispondere a comuni comportamenti femminili, ma ripresi in senso sovversivo. Si ricollega poi direttamente all’articolo precedente, riproponendo l’idea del senso libero della differenza che affiora attraverso le differenze tra donne, e prospettando una visione di cambiamento di civiltà con queste parole: «ora aggiungo che, grazie alla pratica delle relazioni e alla presenza nella vita pubblica, affiora anche un mondo di donne, mondo mai visto da cui gli uomini non sono esclusi: in quel mondo si ritrovano e si riconoscono, non però identici a prima perché non sono più nella posizione di prima, centrale e dominante. Sono lì fedeli a se stessi in relazione con donne. La posizione centrale dominante non è più di nessuno; non sarà di nessuno, mondo plurale senza un centro». Muraro considera anche questa un’intuizione da sviluppare nelle sue conseguenze e, in effetti, soprattutto la sua ultima affermazione dà molta materia su cui pensare.
Sono riflessioni che precedono sia il Covid sia la rivalsa maschile al virus, con il portato di morte e di distruzione che ci getta ogni giorno nell’impotenza e nell’angoscia: annebbia la mente e trascina anche il femminismo nel caos postpatriarcale e in modalità di contrapposizioni guerresche. Proprio per questo sono parole da riprendere e da riconsiderare, perché anche in questo tempo orribile comunque continua il lavorio profondo nel corpo della società e Luisa, come faceva sempre, con le sue parole apre nel presente strade impreviste.
Oggi, quindi, mi pare il tempo opportuno per riprendere la questione e fare della differenza tra donne una pratica politica, anzi meglio nominarla già come una pratica politica operante assieme a pratiche consolidate come autocoscienza, partire da sé, relazione privilegiata con un’altra donna, disparità, affidamento, autorità, relazione di differenza con gli uomini; e di cui si potranno approfondire gli aspetti e gli sviluppi man mano che si pratica.
Quando si nomina una nuova pratica è perché è già in atto e questo è capitato anche in passato, si arriva a nominare una pratica perché già è all’opera. Io stessa, infatti, posso portarne due esempi che mi riguardano. La mia relazione con Jennifer Guerra è di questo ordine: una relazione di differenza tra donne. Abbiamo impostazioni e riferimenti molto diversi: io Libreria delle donne e Pensiero della differenza, lei Non una di meno e Transfemminismo; io vecchia lei giovane, per dire quelle che balzano agli occhi. Sono entrata in relazione con lei perché nelle sue pubblicazioni c’era qualcosa che mi attirava e suscitava la mia curiosità a saperne di più. La curiosità penso sia un grande motore per questo tipo di relazioni. Se il suo primo libro, Il corpo elettrico, mi aveva interessato ma suscitato anche parecchie perplessità, poi con l’uscita del Capitale amoroso soprattutto io nella redazione ristretta di Via Dogana 3 ho desiderato invitarla per il numero Orientarsi con l’amore perché vedevo vicinanze e possibili scambi, come effettivamente è successo. Jennifer mi ha detto che in quell’occasione è stata colpita dal nostro modo di discutere nelle redazioni aperte, non finalizzato al raggiungimento di un qualche obiettivo, e da lì credo che sia nata anche in lei la curiosità di conoscerci meglio. È una relazione che dura da diversi anni non solo con me, ma con tutta la redazione e la ritengo produttiva proprio perché mantenendo chiare le nostre differenze apre un possibile terreno di scambio e di modificazione. L’altro esempio riguarda le stesse relazioni nella nostra redazione, in cui l’aspetto delle differenze tra donne è diventato sempre più evidente e tenuto in conto per quanto abbiamo scoperto sia produttivo di pensiero, perché, per le grandi trasformazioni in corso, soprattutto la differenza di età è diventata sempre di più una differenza di approccio al mondo. Si è visto in modo eclatante quando stavamo pensando il numero sul denaro: il diverso approccio nei confronti dei soldi, con concezioni che entravano addirittura in conflitto tra le vecchie e le giovani, ci ha fatto da bussola per pensare il taglio dell’incontro. Ma potrei dire la stessa cosa anche per il numero sull’intelligenza artificiale. Questo non toglie affatto che in redazione ci sia affidamento e senso della disparità, dice però che sono molto valorizzate le differenze che stanno nelle pieghe della disparità, contribuendo a far sì che l’autorità sia circolante e non cristallizzata.
Nominando questa nuova pratica mi sono accorta che in Libreria c’è sempre stata, che non è venuta fuori dal nulla. Infatti fin dagli inizi la Libreria non è mai stata un luogo omogeneo e c’era la consapevolezza di essere un luogo in cui la frequentazione era molto varia per stato sociale, per età, per situazione familiare, eccetera. Era ed è un luogo in cui le differenze tra donne possono parlarsi: per fare un esempio significativo e inconsueto ricordo che la differenza tra donne atee e donne credenti ha trovato in Libreria modo di dialogare in molte occasioni, soprattutto attraverso gli incontri voluti da Luisa Muraro nel ciclo Cibo del corpo cibo dell’anima.
Per molti anni Via Dogana ha avuto un ruolo importante al riguardo in quanto, essendo una rivista di pratica politica, ha dato voce a donne che in tutta Italia facevano la politica delle donne, che fossero grandi intellettuali, casalinghe, insegnanti, infermiere, impiegate, operaie. Rimane indimenticabile l’articolo Giacca fallata (VD 14/15) in cui Mafis Acerbis, operaia alla Santi Confezioni di Brescia, racconta insieme a Oriella Savoldi come lavora in fabbrica alla catena di montaggio e in che cosa consista la qualità del suo lavoro nel confezionare giacche.
Inoltre, se pensiamo alla vita della Libreria, come non vedere quanto è stata arricchita dalla differenza di ambiti di interesse, di propensioni, di talenti intellettuali tra Lia Cigarini e Luisa Muraro, come non vedere quanto gli attriti e le discussioni accese suscitate da queste differenze fossero generative di pensiero e di scrittura.
La pratica di relazione di differenza tra donne riguarda quell’ambito che nel femminismo oggi viene chiamato “intersezionalità”, idea a cui Muraro in quello stesso articolo riconosce importanza politica perché opera – dice – «nella sfida di accordare le differenze tra esseri umani con il principio di uguaglianza». Aggiunge tuttavia che lei vi riflette nei termini posti dalle differenze tra donne, che si collocano in uno spettro molto più ampio rispetto alle differenze prese in considerazione dalle teoriche dell’intersezionalità.
La differenza tra donne è difficile da praticare, ugualmente l’intersezionalità è difficile da praticare. Lo sa Muraro che ne parla in Esserci davvero raccontando che non sa bene relazionarsi con qualcuna che è altro e che questo è molto “disturbante” perché è una donna (p.80). Lo sa anche Tamara Tenenbaum, che nel suo libro Un milione di stanze tutte per sé (Fandango 2025) sostiene che gli scritti che afferiscono all’intersezionalità le piacciono «soprattutto quando riconoscono le difficoltà dell’intersezionalità stessa: quando non pensano che basti nominarla come fosse una parola magica perché il problema di come pensare e interagire politicamente con ciò che non viviamo sia risolto» (p.73). Cita al riguardo un testo quasi sconosciuto di Virginia Woolf: l’introduzione a La vita come noi l’abbiamo conosciuta di Margaret Llewelyn Davis, un libro di racconti autobiografici di donne lavoratrici di quegli anni, in cui la Woolf confessa le sue difficoltà nelle relazioni tra le classi e con le operaie.
Jennifer Guerra nel suo libro Il femminismo non è un brand dedica un articolata riflessione all’intersezionalità spiegando i passaggi per cui è diventata una “parola magica” – lei preferisce dire un “termine ombrello” – di cui facilmente si è impadronito anche il mercato. Lei stessa ne evidenzia i limiti e condivido la sua analisi quando fa notare che a essere intersezionali non sono tanto le persone quanto piuttosto i sistemi che le opprimono. Avanza anche una proposta politica: abbandonare «l’idea di una politica basata sul senso di colpa identitario facilmente capitalizzabile e cominciare a costruirne una basata sulle alleanze» (p.149).
Pur condividendo l’orientamento verso una politica delle “alleanze” e non delle contrapposizioni sterili e violente, vorrei far presente che anche questa politica può diventare un’operazione più di facciata che di sostanza, come abbiamo visto fare tante volte nella politica tradizionale che mette insieme sigle, gruppi, associazioni in cartelli fittizi, tesi più a essere contro che a produrre trasformazione nel presente. Se riteniamo invece che “le alleanze” siano produttive se si fanno tra esseri umani in carne ed ossa, allora sono necessarie adeguate pratiche di relazione e scambi e penso che approfondire e praticare la relazione di differenza tra donne, soggettività altre comprese, risponda a questa esigenza.
In questo secondo orientamento diventano preziosi i luoghi in cui gli scambi possano avvenire, che siano luoghi fisici come la nostra libreria, le case delle donne, i centri di documentazione o luoghi momentanei di incontro come convegni e altre iniziative, o luoghi virtuali.
Invece stiamo assistendo a sempre più casi di appuntamenti femministi annullati all’ultimo momento per veti posti da parte di altre femministe. È di fine maggio la Lettera alle femministe che hanno a cuore la politica delle donne e i suoi spazi, promossa dalla rete Dichiariamo e facilmente rintracciabile in internet, che, prendendo atto di questa situazione vuole interrompere una dinamica che non ha mai fatto parte della politica delle donne e vuole «costruire un momento di confronto sulle pratiche di convivenza nel femminismo». L’ho firmata anch’io, come parecchie altre donne della Libreria.
Credo che qui scontiamo il fatto che alcune componenti del femminismo abbiano preso troppo alla lettera la teoria della performatività del linguaggio di Butler e abbiano spostato interamente sul linguaggio la lotta politica, ritenendo che il cambiamento passi dal fatto di esprimere giudizi sempre più pesanti e radicali su altre femministe e che questo basti. Invece non basta, e che sia un errore politico lo si vede dai risultati che produce. Una politica del linguaggio è efficace solo se fa tutt’uno con l’agire, e quindi con le pratiche di relazione, compreso il conflitto relazionale, che come tale non è mosso dal desiderio di eliminare la presunta avversaria. La pratica di relazione di differenza chiede sì una politica del linguaggio ma che sia più vicina a una danza, invece che a una guerra.
Questo testo sul pensiero della differenza sessuale deve molto a Luisa Muraro. Sappiamo, è morta da poco. Come è stato notato, quando muore una donna o un uomo a cui siamo molto legate, la sua voce continua nel nostro sentire e la sua presenza insiste accanto a noi pur nell’assenza. Così per tante cose di quello che ora dirò, sento la voce di Luisa perché so bene come alcuni passaggi le appartengano e dunque cosa ha detto e il suo sguardo nel dirlo. Il pensiero della differenza è stata ed è una impresa di molte, ma Luisa ne è stata l’iniziatrice.
Sperimentiamo di frequente come ci siano immagini che aiutano a formulare un pensiero.
Per il pensiero della differenza sessuale l’immagine chiave è stata per me una affermazione limpida di Carla Lonzi da Sputiamo su Hegel. Sostiene che tra l’esperienza delle donne e quella degli uomini esiste una asimmetria irriducibile. Scrive: “La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi ma un muoversi su un altro piano” (p. 32).
Vuol dire che la differenza femminile che io sono non prende il proprio valore e significato dal differenziarmi dagli uomini, ma dal farle spazio simbolico attorno, e questo assieme ad altre. Con gli uomini non c’è né simmetria, né opposizione, né dialettica. Ci muoviamo su un altro piano.
È sviante dunque pensare la differenza sessuale come differenza tra donne e uomini. Per questo l’autentico primo passo è un differire soggettivo che prende corpo e significato tenendo in tensione l’interiorità e la relazione con altre.
Come si legge nel libro Il pensiero della differenza sessuale, di cui abbiamo fatto una nuova edizione e introduzione con la casa editrice Mimesis, questo pensiero è nato in Diotima dal desiderio di dare parola al nostro amore per la filosofia e al nostro essere donna, provocando così una vera rivoluzione epistemica della filosofia. Questa scommessa ha coinvolto per contagio lo statuto della storia, della pedagogia, del diritto e così via. Da un lato si è trattato di una critica al pensiero maschile falsamente neutro universale, ma dall’altro è stato ed è dire ciò che ci sta a cuore filosoficamente a partire dalla soggettività femminile che incarniamo. Quel che abbiamo scritto da quel momento in poi ha avuto radici nella nostra soggettività e nelle relazioni con altre donne, trasformando radicalmente il modo stesso di fare filosofia.
Dico questo perché non si è trattato affatto di aggiungere una filosofia femminile accanto a quella maschile, e dunque venendo in battuta seconda. Come se si volesse completare il campo dell’umano. Piuttosto mostrare in concreto come la differenza femminile modifichi dall’interno il fare filosofia.
Qualche cosa di simile nella ricerca storica. María Milagros Rivera, parlando della ricerca storica fatta da Luisa Muraro, giustamente diceva che non sono gli archivi storici ad essere sessuati, ma è lo sguardo della donna che li consulta a farli tali. E così nel diritto. Lola Santos nel seminario di Diotima lo scorso anno lo diceva bene. Sono le relazioni tra giudici, avvocate e donne implicate in modo diverso a rendere sessuato il diritto. Riprendeva e arricchiva così una posizione di Lia Cigarini.
Tuttavia è bene ricordare – ed è un punto a cui tengo molto – che il piano delle pratiche, della trasformazione personale e della qualità soggettiva di ognuna di noi è parte intrinseca di questa scommessa politico-epistemologica. Questo fa del pensiero della differenza sessuale una forma di vita. Non si può parlare, ad esempio, di relazioni tra donne senza avere fiducia e cura di tali legami. Non si può parlare di autorità femminile se non come scoperta e riscoperta nella vita delle relazioni. Più concretamente, è stata l’invenzione da parte di Luisa Muraro di alcune pratiche precise che ha permesso che tra noi si formasse un tessuto sorgivo di pensiero, senza fare appello a un sapere già costituito.
Quel che si dice e come si vive sono – nel caso della differenza – strettamente legati.
Molte cose sono successe nei quarant’anni che sono seguiti. Il contesto politico e di pensiero si è andato trasformando.
Ci siamo trovate confrontate con tentativi diversi di neutralizzazione della differenza sessuale.
Il più indiretto e meno evidente – forse per questo il più difficile da affrontare – è stato quello di una certa area di pensiero, che ha raccolto soltanto la valorizzazione dell’essere donna ed essere uomo cancellando l’asimmetria, che implica l’impossibilità di una dialettica. È proprio tale impossibilità che porta di suo a dare spazio allo sguardo femminile del reale. Il consenso che abbiamo ricevuto da questa area culturale è nato dunque da un fraintendimento. Riportando tutto alla differenza tra donne e uomini e al valore dei generi, essa ha tradito il senso di un pensiero squilibrante, che è tale perché prende come passo d’avvio quel che della differenza dice la soggettività singolare incarnata. Quest’area ha posto al centro la differenza tra donne e uomini, e lo ha fatto come qualcosa che si può vedere dall’esterno. La differenza sarebbe oggettiva, sedimentata nel dato biologico del corpo e nel linguaggio dato. L’errore è di guardare l’umano con uno sguardo di sorvolo, prescindendo da sé stesse. Al contrario, un punto essenziale è che l’anima è coinvolta dal corpo e la differenza è il senso soggettivo che si dà a tale coinvolgimento.
Apro una breve parentesi su quel che ho appena detto. Il corpo sessuato influenza l’anima che siamo, certo, ma non in modo deterministico. Ognuna e ognuno di noi dà un significato singolare a questo coinvolgimento che il corpo esercita su di noi. Porto un esempio che non ha a che fare immediatamente con la sessuazione. Sappiamo, ci sono molte donne magrissime. Io lo sono. Il significato che io do a questa condizione d’esperienza è di essere una donna leggera come una foglia che il vento può portare via con sé. È una immagine, un germe di pensiero di un sentire soggettivo. È in questo senso che Luisa Muraro voleva si parlasse di pensiero della differenza sessuale e non semplicemente di differenza sessuale. Per lei era fondamentale dare spazio a quel movimento del pensiero che nasce da un sentire soggettivo della differenza. È vero che il corpo coinvolge l’anima, ma è questa che trova le parole per dire i modi e le forme di tale coinvolgimento.
Torno alla risonanza e alle critiche portate al pensiero della differenza. Il tentativo più diretto ed evidente di neutralizzazione della differenza è venuto dal movimento Lgbtqia+. Sappiamo che si è impegnato a decostruire i generi sia criticando la posizione che chiamo tradizionalista, che parla di donne e uomini e famiglie naturali, sia in polemica con il pensiero della differenza considerato la causa di tale spartizione naturale. In questo modo travisandolo del tutto.
L’uso del neutro da parte del movimento Lgbtquia+ con la schwa o con la u finale è un modo per accogliere tutte le identità dei soggetti che non si riconoscono nel modello sociale e di potere costruito attorno all’eterosessualità. Propone così una specie di rete inclusiva di una miriade potenziale di identità.
Si tratta di un modo profondamente diverso da quello di una differenza femminile che è impegnata a squilibrare dall’interno la cultura data leggendola e trasformandola in base allo sguardo della differenza femminile e all’orientamento della verità.
Oggi è cambiato profondamente il contesto in cui viviamo. Antje Schrupp l’ha chiamato caos postpatriarcale. Il pensiero della differenza sessuale può giocare una nuova partita, ma è indubbio che sentiamo il contraccolpo di questo caos, che si avvia a una nuova disposizione e qualità del potere.
Ci troviamo ad affrontare qualcosa di imprevisto. Molte segnalano ad esempio la difficoltà di sentire e radicarsi in un’esperienza autentica. Si sentono risucchiate da esperienze piccole. Ristrette. Che perdono mondo.
Un secondo esempio: la lettura sessuata della realtà, che è una delle nostre pratiche in cui si gioca la differenza femminile, in molti dei nostri discorsi scivola nella pura e semplice critica al presente, sostanzialmente neutra. Il fatto è che veniamo catturate dagli avvenimenti “sensazionali” e non comprensibili immediatamente. Si perde così la scommessa del pensiero della differenza, che ha la sua leva nel radicarsi nell’esperienza soggettiva. Di conseguenza il discorso scivola nel tentativo di una mappatura oggettiva di quel che avviene. Senza slancio desiderante. Senza ricordare che il reale a cui facciamo riferimento è visibile e invisibile e si nutre del nostro desiderio.
Per muoverci secondo questo slancio è come se dovessimo ricominciare dagli inizi, dalla esperienza vissuta soggettivamente avendo ben chiare le difficoltà nuove che ci sospingono – senza che lo vogliamo – verso nuove forme di neutralizzazione del discorso. Voglio ricordare ancora due difficoltà che portano al neutro e cancellano la differenza. La prima: l’anestetizzazione del nostro sentire indotta dalla forma delle notizie che assorbiamo, come sostiene Ida Dominijanni. La seconda: la sempre più diffusa difesa nei confronti del trauma provocato dal contatto con il reale. Questa difesa impedisce di fare esperienza del reale e di trasformarci in relazione ad esso. Ne ha parlato Leeanne Minter al ritiro di Diotima. Entrambe, sia la prima sia la seconda, rendono impossibile qualsiasi verità soggettiva, e dunque la stessa differenza femminile nella sua capacità innovativa.
Allo stesso tempo ho osservato come ci sia oggi un autentico e nuovo desiderio di conoscere il pensiero della differenza. Non a caso è stato riedito il primo libro di Diotima. Questo va di pari passo con il desiderio di molte e molti di andare a conoscere le radici del femminismo. Penso ai testi di Luce Irigaray, di Carla Lonzi da poco ripubblicati assieme ad altri. Antje Schrupp ha scritto recentemente che in Germania le hanno chiesto un libro sul pensiero della differenza italiano. Mi sembra che il pensiero della differenza abbia più credito nel lungo periodo, perché ciò gli permette di mostrare le sue potenzialità di senso e di vita vissuta messe alla prova nei periodi di crisi come questo.
Ho notato anche un bisogno di studiare questi testi come azione politica collettiva, come dice Antonietta Potente. Studiare assieme, il che significa crescere assieme orientandosi. Studiare ha un tempo suo proprio che si sottrae all’affastellarsi frenetico delle informazioni. Provoca un modificarsi in dialogo con chi scrive e con chi con noi legge.
Ho pensato molto se riscrivere il mio intervento, alla luce della notizia della scomparsa di Luisa Muraro. Ho incontrato Luisa in due occasioni. La prima, molto brevemente, di persona, quando sono venuta la prima volta in libreria nel 2023 e la seconda in videochiamata, lo scorso anno, in occasione dell’intervista che le ho fatto per Sette, il supplemento del Corriere della Sera, per il cinquantesimo anniversario della libreria. Per me è stato un grande onore raccogliere le parole di Luisa, che non concedeva interviste da molti anni. Alla fine ho deciso di mantenere l’intervento così come l’avevo pensato, sperando che al suo interno possiate cogliere l’importanza che l’incontro con la Libreria e con Luisa hanno avuto per me.
Esattamente tre anni fa, mettevo piede per la prima volta in questa sala, su invito di Vita Cosentino, per partecipare alla redazione aperta di VD3. All’epoca stavo attraversando una crisi nel mio femminismo, di cui decisi di parlare nella mia relazione, che aveva come oggetto l’amore. Quando venni qui la prima volta e lessi quelle parole, così catartiche e liberatorie, stavo affrontando un periodo di depressione, scatenato dalla mia diagnosi di ADHD, il disturbo dell’attenzione che mi aveva fatto finire ai ferri corti col femminismo. In questi tre anni ho capito che sì, in parte quella crisi era dovuta ai miei problemi personali, ma era anche il segnale di una grande trasformazione del mio modo di essere femminista. All’epoca mi sentivo profondamente insoddisfatta dal femminismo che avevo intorno a me. Il femminismo, che era il mio oggetto d’amore, si comportava come un amante sfuggente e immaturo, che non riusciva a dare nessuna svolta trasformativa significativa nella mia vita, e per il quale cominciavo a provare una sorta di risentimento. Come si dovrebbe fare per tutte le relazioni che non funzionano, decisi di prendermi una pausa. Nel frattempo, arrivò l’invito di Vita alla Libreria, che mi sorprese enormemente. Mi sentivo lontana da questo luogo, ideologicamente e anagraficamente, ma decisi comunque di accettarlo.
Ciò che mi sconvolse, quella domenica mattina dell’11 giugno del 2023, fu la scoperta di una declinazione diversa del verbo “fare”. Si poteva fare il femminismo in una maniera nuova, per me inedita, e il paradosso era che a mostrarmelo era un gruppo di donne molto più vecchie di me. Per me fu incredibile scoprire che non c’era bisogno di attraversare tutti i conflitti, di rispondere a tutte le osservazioni e di arrivare per forza a una chiusura. Si può fare il femminismo anche semplicemente restando nella relazione, nell’apertura, in una parola nella differenza.
Da allora ho scritto un libro, che non è ancora uscito e per il quale sono tornata un’altra volta in Libreria, in cui ho intervistato femministe cosiddette storiche da tutta Italia, con percorsi di vita e punti di vista molto diversi fra di loro. L’obiettivo che mi sono data scrivendo era di riuscire a trasmettere alle mie coetanee e alle femministe più giovani di me la stessa scoperta che avevo fatto io, ovvero che c’è un modo differente di stare nel mondo, di stare fra donne, di stare nel femminismo, che non si riduce a una lista di obiettivi e di azioni politiche. Più parlavo con le mie nuove amiche di settanta, ottant’anni, più mi rendevo conto che nel femminismo attuale c’è un problema di fondo. Quasi tutte noi – e con noi intendo le under 30 o giù di lì, le nuove generazioni – abbiamo conosciuto il femminismo su Internet, in particolare sui social. Lo abbiamo conosciuto sottoforma di contenuto, di content, di argomento. Magari lo abbiamo anche studiato all’università, ma non cambia molto. Questo femminismo ci è apparso, un giorno, per caso. È un femminismo senza storia, senza passato e senza futuro, e scomparirà dai nostri feed con la stessa velocità con cui è arrivato. Qualcuna di noi dopo un po’ si stanca di questo femminismo superficiale, e quindi prova a fare attivismo. Passa così dal consumare virtualmente il femminismo ad agirlo concretamente nei propri territori. Ma manca sempre un passaggio, uno spazio in cui quella spinta che ci ha condotte verso il femminismo viene elaborata, pensata e condivisa nella relazione.
Io sono stata in grado di fare questo passaggio solo quando ho scoperto il pensiero della differenza. La cosa più importante che mi ha insegnato il pensiero della differenza è che nel femminismo ci sono due dimensioni: l’orizzontalità, cioè la sorellanza, la solidarietà; e la verticalità, cioè la genealogia, l’affidamento. Grazie a questo insegnamento, ho trovato anche una risposta alla domanda: cos’è il femminismo? Il femminismo, prima di ogni altra cosa e definizione, è riconoscersi in una genealogia di femministe, è pensarsi in un continuum, è essere femministe perché si vuole, si desidera, si tende al femminismo.
Ammetto di essermi avvicinata alla parola “differenza” con sospetto e diffidenza. Per me era importante collocare questa parola in un percorso politico di apertura e alleanza politica verso le istanze della comunità LGBTQ+ e delle persone trans, ma allo stesso tempo rimanevo insoddisfatta dall’interpretazione della mia esperienza incarnata di donna come di una semplice performance o costruzione culturale. Il modo in cui sono riuscita a conciliare queste due esigenze, dare senso alla mia differenza senza ridurre la differenza a un destino, è stato l’incontro prima intellettuale e poi umano con Rosi Braidotti. Braidotti interpreta la differenza sessuale non come un’identità stabile e lineare, ma come una “politica della collocazione”, un processo, un progetto, che nella relazione e nello scambio non si fissa in un dato, ma esplode in mille possibilità e direzioni. C’è una matrice nella differenza sessuale, che è proprio la genealogia materna: noi abbiamo un’origine, un punto di partenza, delle radici.
Il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione è una generazione di orfane. È una generazione che raramente ha l’opportunità di confrontarsi con le proprie madri simboliche. Come dicevo prima, questo ha a che fare con il modo in cui noi siamo venute in contatto con un femminismo senza radici e senza storia, ma anche con la grande questione della trasmissione generazionale, che si è interrotta da qualche parte. Vorrei tralasciare oggi di soffermarmi sulle ragioni di questa interruzione, e trattarla come un semplice dato di fatto. Come possiamo inserirci in un continuum materno se non sappiamo nemmeno di avere delle madri?
Adrienne Rich scriveva che si può disobbedire alla propria civiltà per amore della propria civiltà. Questa è l’esperienza che tante di noi hanno avuto con le proprie madri in carne ed ossa: ci sentiamo autorizzate a disobbedire a loro in virtù dell’amore che proviamo per loro. Per disobbedire a una madre, dobbiamo riconoscerla prima come tale. Io credo che oggi il valore che possiamo dare alla differenza sia proprio questo: trovare nella differenza un’appartenenza non tanto biologica, ma genealogica. Usarla come un perno, una chiave di volta.
A gennaio, ho avuto l’onore e il piacere di partecipare a un convegno dedicato al pensiero di Rosi Braidotti alla Sorbona di Parigi, dove ho proprio portato questo tema: disobbedire a una madre quando ci si sente orfane. Per l’occasione ho letto in un vecchio numero di Via Dogana una metafora che mi ha accompagnata nella costruzione del mio intervento: a volte il femminismo diventa un’eredità indigesta, come una grande casa di campagna che esitiamo a ristrutturare, ma che allo stesso tempo rischia di diventare un peso, ricoperto di polvere. Cosa fare di questa casa? Trasformarla in un museo o imbarcarsi in una faticosa impresa di ristrutturazione, perché questa casa di campagna torni a essere casa a tutti gli effetti? Io credo che oggi dobbiamo rapportarci alla differenza proprio come ci rapporteremmo a questa casa: dobbiamo renderla un luogo accogliente, vitale, un luogo di appartenenza che però non ci trattiene, un luogo in cui tornare senza sentire l’obbligo di restare per sempre. In questa metafora, ritrovo il senso di Braidotti per la differenza come progetto, come qualcosa che si costruisce.
Io sono convinta che siamo ancora in tempo per imbarcarci in questa impresa. Nelle mie relazioni con le femministe della mia generazione e delle generazioni più giovani, ritrovo spesso gli stessi desideri:
- Il desiderio di rendere il femminismo qualcosa di concreto, di significativo tanto a livello politico quanto esistenziale
- e il desiderio di non sentirsi orfane.
Avere punti di riferimento, avere una memoria. L’incontro con Braidotti, come forse saprete, ha anche prodotto anche un altro libro che abbiamo scritto con la filosofa politica Giorgia Serughetti, Giù le mani dal femminismo. In questo libro denunciamo l’appropriazione del femminismo da parte dei nemici storici del femminismo stesso, la destra e il fascismo. Oggi leader politiche con una cultura storicamente estranea e ostile al femminismo si dicono femministe, o usano le istanze femministe per promuovere politiche di disuguaglianza ed esclusione. Nascono collettivi di “femminismo identitario”, che considerano il femminismo come generica libertà conquistata dalle donne occidentali e messa in pericolo dall’arrivo di uomini stranieri, negando l’esistenza del patriarcato nelle proprie case e nella propria cultura. Nel libro, io mi sono occupata di rispondere alla domanda: com’è possibile che oggi la parola femminismo sia stata svuotata a tal punto da essere appropriata da simili soggetti? Come siamo passati da una Margaret Thatcher che diceva di odiare le femministe a una Marine Le Pen che dice di esserlo? Nel mio capitolo, ho ricostruito il percorso che ha portato a questo svuotamento, a partire dagli anni Ottanta, quando il capitalismo e il neoliberalismo si sono appropriati dei valori femministi più funzionali al mantenimento dello status quo, come il successo individuale, l’affermazione economica e lavorativa. Questa addomesticazione del femminismo prospera sull’ambiguità, rendendo il femminismo un’idea, o al peggio una merce, anziché una pratica, che chiunque può acquistare e rivendicare come propria senza alcun progetto politico. Sono convinta che l’alleato più funzionale a questa appropriazione sia proprio l’assenza della memoria storica e della genealogia femminista, e che le dinamiche con cui oggi il femminismo prospera su Internet amplifichino questa sensazione che il femminismo salta fuori dal nulla, è la scoperta individuale della singola donna che diventa così l’emblema del femminismo “giusto”. Per questo diventa sempre più urgente ricostruire un’alleanza intergenerazionale, in cui la differenza diventa anzitutto appartenenza a una civiltà differente, a un modo diverso di stare al mondo, a un ordine simbolico che ci permette di esistere nella molteplicità dei nostri desideri.
«La differenza ci è caduta addosso». Mi ricordo queste parole di Luisa Muraro, quando Giorgia Meloni è stata eletta Presidente del Consiglio nel 2022. Come sarebbe a dire? Caduta addosso? È da decenni che parliamo di differenza sessuale! Eppure sì: la differenza va sempre ripensata.
Aveva ragione Luce Irigaray quando scriveva, nel 1984: «La differenza sessuale rappresenta una delle questioni, o la questione, che deve essere pensata nella nostra epoca». E la “nostra epoca” non è mica finita. Dopo migliaia di anni di patriarcato, la questione rimane aperta e irrisolta. Inquietante, perturbante e affascinante – almeno per come la sento io, fin da quando andavo all’asilo.
Vorrei sottolineare che Irigaray parla di una questione, non di un dato di fatto o di una semplice realtà biologica, ma di qualcosa che riguarda, insieme, i corpi e i linguaggi.
La differenza è sempre in ballo. Per millenni è stata generatrice di cultura e di bellezza, ma anche di sopraffazione e annientamento. Tuttavia, non è mai stata davvero pensata autonomamente, fino alla presa di coscienza portata dal movimento delle donne: nato come lotta per la libertà femminile e per la decostruzione di quell’ordine simbolico che oggi, spesso, viene definito “eteronormativo”.
Nel tempo il femminismo si è differenziato e articolato in molteplici posizioni e pratiche politiche. Spesso si è trattato di un dialogo anche aspro, come abbiamo scritto nell’invito; posizioni che comunque non hanno mai aspirato a una sintesi definitiva, né a una forma unica.
La differenza sessuale, da “questione da pensare”, è diventata anche “pensante”, generatrice di saperi in molti ambiti: filosofia, pedagogia, storia, giurisprudenza e altri ancora. Vorrei ricordare che queste riflessioni sono sempre state strettamente intrecciate alle pratiche, all’esperienza vissuta, al pensare in presenza. Per questo la differenza sessuale non è mai stata concepita come una teoria astratta, pur avendo raggiunto alti livelli di elaborazione filosofica, grazie anche alla comunità filosofica Diotima.
Oggi, però, parlare di ordine simbolico, inconscio o desiderio sembra difficile, in un mondo i cui codici linguistici e culturali sono profondamente cambiati. Viviamo nell’epoca delle semplificazioni, delle contrapposizioni e degli schieramenti. Così la differenza sessuale viene spesso ridotta a binarismo, essenzialismo o biologismo – e quindi rifiutata.
Nello stesso tempo assistiamo a una nuova ondata di interesse, soprattutto tra le giovani e i giovani, per Carla Lonzi, la madre del pensiero della differenza in Italia. In ambito accademico, c’è chi valorizza il pensiero di Lonzi per la sua forza decostruttiva. Ma qui, attenzione, ci muoviamo nell’ordine delle idee, senza riferimento alle pratiche.
Contemporaneamente, il discorso sul gender – avviato da Judith Butler come complessa riflessione filosofica – si è sviluppato soprattutto a livello accademico, non facilmente accessibile a tutti, e perciò ha trovato una traduzione politica molto semplificata. Si è finito per identificarlo con una concezione della soggettività fondata esclusivamente sulla performatività del linguaggio e sulla costruzione individuale dell’identità.
Penso che l’allontanamento progressivo tra le diverse posizioni e pratiche femministe sia anche un effetto della fine del patriarcato come ordine simbolico dominante. Venuto meno l’“avversario” comune, sono emerse con maggiore evidenza divergenze che prima restavano sullo sfondo, e la conflittualità si è inasprita.
Nel mondo postpatriarcale, del resto, le leggi e le regole che gli uomini avevano negoziato tra loro sembrano saltate. Le atrocità delle guerre che vediamo tutti i giorni sono la negazione stessa del diritto internazionale. Le regole della convivenza civile appaiono sempre più fragili. Diritti acquisiti vengono smantellati per decreto da un giorno all’altro, il tutto accompagnato da un linguaggio estremamente violento e volgare. In più, l’asse del potere si è spostato dai singoli Stati ai colossi della Silicon Valley, inafferrabili e minacciosi. Il mondo si sta frantumando, i muri diventano sempre più alti.
Tutto questo sembra riverberarsi anche nel femminismo, dove contrapposizioni e pregiudizi si acuiscono sempre di più. Noi stesse, qui in libreria, ne abbiamo fatto esperienza.
Questa conflittualità sterile non riguarda soltanto l’Italia. L’amica Antje Schrupp, giornalista e femminista tedesca – oggi presente con noi via Zoom da Francoforte – denuncia nel suo ultimo libro, Postpatriarchales Chaos, che il dibattito femminista «è finito in un vicolo cieco. Ci troviamo sempre davanti alle stesse ondate di indignazione e risentimento: i post su Instagram con rivendicazioni stereotipate e commenti prevedibili. La radicalità, invece di esprimersi in analisi profonde, si manifesta nella durezza del tono e nella veemenza delle accuse. Tutto questo debilita l’amore femminile per la libertà. E in questi tempi non possiamo permettercelo», scrive Antje.
In questo contesto così turbolento, vogliamo ripensare la differenza sessuale, anche di fronte a nuove, urgenti sfide come l’appropriazione che ne fa il mercato neoliberale o l’uso distorto e strumentale del femminismo da parte delle forze politiche di destra.
Di tutto questo vogliamo discutere insieme a Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.
Domenica 14 giugno 2026, ore 10.30-13.00
Libreria delle donne, via Pietro Calvi, 29 – Milano
La forza e l’originalità del femminismo italiano stanno nel mantenere la caratteristica di un movimento in cui coesistono differenti posizioni, anche aspramente dialoganti, che non sono mai volute arrivare a sintesi o a una forma unica.
Ma in una fase in cui tutta la politica sembra degenerare in contrapposizioni irrigidite e assolutistiche, anche il femminismo appare oggi più frantumato che plurale, come se fosse contagiato dallo spirito del tempo. E spesso le chiusure e i rifiuti si basano più su un sentito dire approssimativo, o su semplificazioni veicolate dai social, oppure su una smania etichettatrice che restringe o elimina il campo del confronto, piuttosto che sui contenuti e sulle pratiche che sono realmente in gioco.
Nella confusione del presente l’ideologia neoliberista riduce l’idea di femminismo a ricerca del successo individuale e il mercato cerca di trasformarlo in oggetto di consumo, mentre la destra tradizionalista sempre più spesso tenta di appropriarsene distorcendolo.
Per questo vogliamo riaprire la riflessione su uno dei nodi più controversi: la differenza sessuale e la scommessa politica per la sua libera significazione.
Introducono Traudel Sattler, Chiara Zamboni, Jennifer Guerra, Vita Cosentino
Mio padre era un operaio specializzato, un tecnico delle macchine tessili. Per tutta la vita ha avuto a che fare con i telai e le loro tecnologie. Era un sapere che amava, voleva imparare sempre di più, capire fino in fondo i meccanismi, stare al passo con le evoluzioni perché, diceva lui, solo conoscendo da dentro i telai poteva farli lavorare al meglio. Il suo mestiere, in fondo, era stare in relazione con la macchina perché un’altra relazione potesse darsi: quella delle operaie, le tessitrici, con il filo e con la stoffa. Le mani sul tessuto erano mani di donne.
Ho perso da poco mio padre. E nel mio lavoro ho a che fare con l’intelligenza artificiale. Mi ritrovo a ragionare sopra questo intreccio ogni giorno. Senza averlo cercato, non smette di sollecitarmi il pensiero: da una parte la macchina da tessitura di mio padre, dall’altra questa macchina nuova. E poi ci sono io. Mi muovo in un andirivieni tra il dentro e il fuori tra ciò che il tempo chiama a ripensare nella mia vita e ciò che chiede di pensare nel mondo. Parto da qui.
La domanda che mi si impone è questa: come si può stare nel tempo della macchina senza consegnarle la trama della nostra esperienza?
Ho letto un libro che vorrei consigliare a tutte, Sangue nelle macchine di Brian Merchant (Einaudi 2025)1, che racconta la vera storia dei luddisti. Il senso comune li ha tramandati come ignoranti e bifolchi, gente del popolo che spaccava ciò che non capiva. In realtà non erano affatto nemici della tecnologia, anzi, la conoscevano benissimo, erano tessitori, lavoranti a maglia, cimatori, che con le macchine lavoravano ogni giorno. Non distruggevano per ignoranza o per paura del nuovo. Protestavano radicalmente contro un uso che smantellava il loro lavoro e i loro diritti. Il loro odio non andava alle macchine, ma al modo in cui i capitalisti le asservivano per arricchirsi, affamando gli operai.
Chi è oggi il luddista? Raccogliendo questa tradizione, somiglia stranamente a mio padre, che la macchina la conosceva per farla funzionare; e somiglia anche alle donne di cui scrive Michela Spera in questo numero, le operaie alla pressa che avevano imparato la macchina tanto bene da saperla fermare di nascosto, senza che i manutentori, uomini, riuscissero a trovare il guasto. Per loro conoscere la macchina era una pratica di libertà dentro un tempo vincolato.
La linea che lega queste figure è il sapere incarnato come condizione della libertà.
Qui incrocio il limite costitutivo dell’intelligenza artificiale. La macchina genera senza esperienza, parla senza soggettività, restituisce una parola disincarnata, calcolata su ciò che è già stato detto e non fondata in una relazione. Senza genealogia, senza debito con la madre e, aggiungo io, senza mani che tessono.
Il pensiero mi riporta a mio padre. Continuando a mettere le due macchine una accanto all’altra, c’è un tratto che mi colpisce. Il telaio era inerte finché una mano non lo abitava, restituiva tessuto solo dentro un intreccio di gesti, di corpi, di sapere tramandato. La macchina che genera testo fa l’opposto: simula la relazione togliendo il corpo, le mani, l’esperienza. Ma su questo limite costitutivo si apre a mio parere uno spiraglio. Lo lascia intendere anche Simone Autera: quando il “prof.” (ChatGPT) si complimenta con Lina dicendole che la materia viva è la sua, commenta asciutto che qualcuno, quella materia viva, deve pur avergliela insegnata. Ecco il punto. Se la macchina ci parla, è perché siamo noi a parlare attraverso di lei. Generativo non è il suo calcolo, ma la trama che noi passiamo dentro e contro l’ordito del già detto. L’autorizzazione a immaginare nasce solo qui.
Lo dico anche contro una certa tentazione apocalittica, la mia per prima. Nella redazione aperta di questo numero, Ida Dominijanni ha definito i video brevissimi di TikTok l’eroina dei nostri tempi e mi risuona. L’invasione dell’eroina nel mercato negli anni Ottanta ha spazzato via ciò che restava degli anni Settanta (tutto, tranne il femminismo a onor del vero). Qualcosa di simile sento muoversi oggi nell’effetto di trascinamento di quei micro-video, dieci, venti secondi che ne chiamano un altro, e un altro ancora, e che da TikTok hanno ormai invaso Instagram e Facebook. È il tempo aoristico di cui scrive Daniela Santoro, un presente senza spessore, dove tutto accade adesso e niente si colloca. Però non sono apocalittica, perché ho a che fare con adolescenti e tra i più giovani vedo una coscienza precisa di questa cattura. La loro pratica, quando ci riescono, è la sottrazione: mettono il telefono in un’altra stanza mentre studiano, perché sanno che bastano le notifiche a frammentare il loro tempo. Non è poco. È in piccolo lo stesso gesto delle operaie alla pressa: ritagliarsi uno spazio libero dentro il tempo della macchina. È il kairós rovesciato, non l’occasione da cogliere ma una sottrazione da agire.
Torno al telaio, immagine per me evocativa che credo ci dia anche la forma di una pratica.
Merchant, americano, recupera l’idea luddista di resistenza senza intenderla come distruzione: non andare a spaccare i data center, ma conoscere la tecnologia, esercitare un controllo selettivo ovvero accettarla dove aiuta, frenarla dove distrugge diritti e lavoro. E soprattutto immettere in quelle basi di dati dei contenuti altri. Dentro l’ordito già dato dei corpora disfare un filo e tesserne un altro, una trama diversa.
Simone Autera ci ha messo in guardia: intervenire sui bias, raddrizzare i dati, è doveroso ma resta un discorso fermo sul piano normativo. Per lui la vera generatività sta altrove, nella relazione tra noi che precede e circonda la macchina, non nel data set corretto.
Ha ragione nel momento in cui pensiamo a questa mossa come al gesto vano di una rincorsa che non raggiunge mai il suo oggetto. Io lo vedo piuttosto come un gesto vivo, che va rifatto al presente ogni volta, come ogni tessitura, come ogni contrattazione. Tessere dentro la macchina non è l’aggiustamento normativo definitivo, di cui Simone Autera giustamente diffida. È una pratica, che per definizione non finisce, è una tessitura in fieri e disfieri.
Il generativo è fuori dalla macchina, nello scambio tra noi. Ma quello scambio passa anche dalle mani dentro la macchina, ogni volta che vi immettiamo la nostra trama. Tessere, sapendo che non si finisce di farlo, è il modo umano di stare nel tempo.
Penso il tempo così, come una tessitura. L’ordito essendo i fili tesi e fissi, il già dato, il passato che ci abita; la trama il filo che passiamo noi, adesso, con le mani, il presente che si fa. È, come scrive Vita Cosentino, il processo della vita, quel va e vieni in cui passato e presente si annodano di continuo. È il tempo che apre possibilità perché c’è sempre un filo che possiamo ancora intrecciare.
La macchina di mio padre tesseva soltanto se una mano la abitava. La macchina con cui lavoro oggi tesse da sola, senza mani, senza corpo, senza relazione, ci restituisce solo l’ordito del già detto. La trama dobbiamo passarla noi. Possiamo ribellarci alla tirannia del tempo aoristico non spegnendo i telai, ma rimettendoci le mani, conoscendoli da dentro come i luddisti, come le operaie, come mio padre. Per tesservi qualcosa di vivo, sempre restando il corpo estraneo che la macchina non sa addomesticare, la mano che, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto.
- Brian Merchant, Sangue nelle macchine. Le origini della ribellione contro la tecnologia, traduzione di Daniele A. Gewurz, Einaudi, Torino 2025 (ed. or. Blood in the Machine. The Origins of the Rebellion Against Big Tech, Little, Brown and Company, New York 2023). ↩︎
Scriveva Madame de Maintenon a Madame de Brinon: «Il re prende tutto il mio tempo; io dono il resto a Saint-Cyr a cui vorrei donarlo tutto».
[…]
Saint-Cyr è un luogo, una fondazione per l’educazione di fanciulle “povere e di buona famiglia” creata da Mme de Maintenon (che, sia detto per inciso, poté dedicarvisi completamente solo alla morte del re). A Saint-Cyr, quindi, Mme de Maintenon dona il suo resto di tempo e a Saint-Cyr vorrebbe donarlo tutto.
Nonostante gli impegni che le derivano dal suo ruolo di amante prima e di sposa morganatica poi, Mme de Maintenon riesce a trovare ancora del tempo da dedicare a ciò che le sta più a cuore. Ma questa interpretazione sembra semplicemente alludere – ancora una volta – all’inesauribile capacità di Mme de Maintenon (e delle donne) di erogare energie, comporre i tempi e conciliare i molteplici aspetti dell’esistenza. È una lettura riduttiva che non rende conto dell’esperienza temporale nella sua complessità poiché lascia in ombra l’unico elemento che di quella complessità è spia: il resto.
Il resto non è (niente), aveva concluso Derrida. […]
Al contrario, io credo che quel resto esista e che non sia un residuo. E che proprio la sua esistenza – nell’esperienza temporale di molte donne – getti una luce diversa sul “tutto”, su quello che per comodità chiamerò il tempo del re.
Il resto è un di più, è qualcosa che la somma complessiva non prevede, è un’eccedenza non contemplata né significata dal tutto. Il “resto del tempo” di Mme de Maintenon è irriducibile al tempo del re […]. La non misurabilità di questo resto e il conseguente rifiuto da parte delle donne di far tornare i conti a tutti i costi sono, a mio avviso, un buon punto di partenza per spiegare in cosa consiste – se esiste – un’esperienza femminile della temporalità.
Nell’Ordine simbolico della madre Luisa Muraro scrive: «Tempo e ordine simbolico sono istanze alla pari, in quanto sono entrambe istanze mediatrici, istanze della pensabilità del reale […] il tempo è l’ordine che noi diamo all’esperienza del divenire».
[…]
Mme de Maintenon dona un tempo che a rigor di logica dovrebbe essere finito. Eppure sempre gliene rimane, perché quello è il tempo del suo desiderio. È un tempo che il re non riesce a controllare perché fuori dalla sua giurisdizione (fuori dalla corte) e che il Filosofo [Jacques Derrida] non riesce a comprendere perché incompatibile con la necessità logica. Un tempo dunque non inscrivibile né nell’ordine sociale né in quello simbolico dato. Per esso – anzi tramite esso – Mme de Maintenon inscrive la sua temporalità in un ordine simbolico differente (che è quello delle relazioni tra donne che hanno casa a Saint-Cyr): qui il tempo non è una merce, un bene che, prima o poi, scarseggia, ma una risorsa simile al desiderio, sempre rinnovabile come la nostra capacità di significazione del reale.
Chiamerei dunque questo resto una “risorsa di senso o di desiderio” cui attingere per nominare non solo il luogo in cui ci piace stare (Saint-Cyr per Mme de Maintenon, lo studio o la politica per me) ma anche quello materiale della necessità. Grazie a quella risorsa di senso, […] Saint-Cyr, cioè la più cara tra le realizzazioni di Mme de Maintenon, non è stata annientata dal re e dal suo tempo onnivoro: ciò significa certo che Saint-Cyr è salva ma soprattutto che il tempo del re non è così “invincibile” né talmente compatto da impedire nuove significazioni. Se quel tempo non si dà più come unico, se un altro tempo esiste e esiste come istanza (libera) di mediazione, perché non attingere a questo per aprire varchi di libertà in quello? Perché non “restituire”, appunto, al tempo una dimensione complessa in cui – a corte come a Saint-Cyr – necessità e libertà possano coesistere?
Certo, Mme de Maintenon avrebbe potuto più semplicemente abbandonare il re e ritirarsi a Saint-Cyr. Ma così facendo avrebbe perso la possibilità di gettare un ponte tra le due realtà cui maggiormente teneva: consegnando la prima alla sola misura della necessità e la seconda a una libertà che non riesce a farsi trascendenza, che non riesce, cioè, a compiere quel “movimento di traduzione di sé dall’intimità indicibile all’esistenza nel mondo”. Mme de Maintenon rimane a corte e del suo resto di tempo si serve per nominare come complesse – necessarie e insieme libere – entrambe le sue esperienze.
Ieri Luigi XIV, oggi il capitale: dalla prepotenza della corte a quella dell’economia.
[…]
(Tratto da Iaia Vantaggiato, Quel che resta del tempo, in AA. VV., La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche ed., 1997, pp. 37-63)
Brano tratto dall’introduzione del libro di Diotima “Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione”, Liguori ed., Napoli 2002.
[…]
Nella nostra ricerca ci siamo fermate a lungo davanti al fatto di un’apparente discontinuità nella storia delle donne. C’è, nella storia documentata, l’evidenza di una presenza femminile che ogni tanto viene in primo piano per una luce che si accende dall’interno stesso della società senza poi durare né farsi tradizione, com’è avvenuto nella Francia del sec. XVII-XVIII, con il movimento del Libero Spirito, alle origini del cristianesimo… Noi stesse potremmo essere questo.
«Ma perché le donne non sono nella storia? O meglio: perché non vi compaiono se non marginalmente?» Sono le domande che Gianna Pomata formula all’inizio del suo ormai classico saggio “La storia delle donne: una questione di confine”. E risponde che la ricostruzione del passato è uno spazio di rappresentazione sociale, simile all’allestimento di un teatro in cui certe cose vengono portate in primo piano e altre restano o tornano sullo sfondo o vanno fuori scena, per cui la risposta a quella domanda va cercata nelle regole che determinano la rappresentazione sulla scena storica. Sì, purché si consideri anche le continuità e le discontinuità di quella scena e si aggiunga anche questa domanda: perché la storia delle donne non ha la caratteristica della continuità?
Prima ho parlato di un’apparente discontinuità: non potrebbe essere, invece, vera e profonda? nel senso che, in quella discontinuità, invece di voler leggere un venir meno, si potrebbe forse leggere la manifestazione di un esserci che non ha bisogno di durare?
Mi viene ora in mente una di quelle straordinarie formule che ha saputo coniare Carla Lonzi: «La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza!» (“Sputiamo su Hegel”). Che cosa vuol dire? Per me, approfittare della differenza è stato vivere la asimmetria dei sessi non come un’ingiustizia da correggere ma come un principio di relatività, intesa nel senso di Einstein, distante da ogni relativismo. E considerare la politica delle donne non come una macchina che fa accadere le cose, ma piuttosto come un intensificarsi della mediazione nell’ordine del poter essere e del poter accadere. Da questo punto di vista, il libro prototipo resta “Tre ghinee” di Virginia Woolf.
Si può andare oltre e intendere che quelle parole dicano anche questo: «Approfittiamo dell’assenza!» Così, per finire, abbiamo fatto in Diotima: ci siamo messe ad approfittare dell’assenza. E ci siamo accorte quasi subito che la continuità, che caratterizza la costruzione della scena storica, non è la sua parte migliore, ossia la più parlante, la più favorevole alla ricerca, la più sensibile agli inevitabili errori. Anzi. Per rendercene conto, è bastato considerare le forzature che operano e le fatiche che impongono i linguaggi che non sanno render conto delle discontinuità, dei mancamenti, delle rotture, delle incoerenze, dei vuoti, delle sottrazioni, delle asimmetrie, delle disparità, dei conti che non tornano.
È stato in quel punto che abbiamo cominciato a pensare alla storia delle donne come ad una storia dotata di una caratteristica insolita ma non insensata: l’intermittenza, simile al corso di quei fiumi nel Carso di cui ci parlava la maestra a scuola, che spariscono nel sottosuolo e poi riaffiorano, secondo le caratteristiche del terreno. In altre parole, quello che si presentava come un difetto di continuità, abbiamo provato a guardarlo come una storicità originale, non confinata nella cronologia, e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci. La cosa ha funzionato, detto alla buona, nel senso che la nostra mente si è messa in movimento, i fatti si sono risvegliati, anche i più banali, e le nostre interlocutrici hanno reagito vivacemente, con angoscia le une, con allegria altre che si sono sentite esonerate da una presenza obbligatoria ed invitate all’esercizio di una libertà di nuovo tipo.
Sono arrivata dove comincia il libro e mi fermo. Naturalmente, il senso dell’“intermittenza” constatabile nella storia delle donne resta altamente problematico e non basterà certo un libro ad investigarlo. Del resto, questo libro non ha l’intermittenza per oggetto, ce l’ha come postura, cioè come un fatto interno e accettato, con tutto quello che esso comporta di non ancora capito e di promettente per l’intelligenza delle cose che c’interessano.
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