Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza. 

Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile. 

La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro. 

Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione. 

Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto. 

Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».

Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio 

Ho incontrato in un luogo rinomato di femministe di Catania, allora chiamato Se-No e poi Centro Agave, e successivamente Associazione Città Felice, la rivista Via Dogana alla sua prima uscita nel giugno 1991, e da allora non l’ho più lasciata, attraversando tutte le avventurose imprese della politica delle donne del Pensiero della Differenza Sessuale che ci hanno contraddistinte. In quel contesto e negli incontri di redazione della rivista ho conosciuto Luisa Muraro, Lia Cigarini e il mondo della Libreria delle donne di Milano. 

A quel tempo, come studente del Dipartimento di Matematica dell’Università di Catania, ero particolarmente sensibile alla critica femminista della scienza e perciò mi interessavo di epistemologia della scienza che, come sa chi ha pratica scientifica, è una parte molto insidiosa della filosofia, poiché è risaputo che la scienza è strettamente correlata all’andamento delle imprese militari e all’andamento dei profitti delle imprese di mercato. 

A partire da quel desiderio, la mia pratica del Pensiero della Differenza Sessuale resta sempre una pratica politica tuttora valida in quella capacità di interrogarsi, ovvero di interrogare il piacere, la felicità, il comportamento inconscio e tutto ciò che resta coscientemente realizzato, come soggetto agente al presente, laddove mi trovo, con chi mi trovo, in contesto, nelle condizioni e nelle possibilità di restare viva, a dispetto di chi ama invece tramutare in oggetto inerte, tutte le cose del mondo, sia animate che non animate. 

Il patriarcato trova fertile terreno sia nelle imprese militari che in quelle di mercato, e si ripropone con forme diverse ma sempre con la stessa sostanza, costituita prevalentemente da dimostrazioni di forza: le donne come gli uomini possono decidere di esercitarla o no. Niente altro che questo rappresenta per me semplicemente il fare la differenza, per restare umane e non cedere alle insidie dell’incoscienza. 

Qualsiasi tipo di lavoro è un servizio alla comunità, e chiunque lo espleti è in gioco e sa distinguere bene la differenza tra dare un servizio (nel pubblico o nel privato che sia) e l’esercizio di un seppur minimo dominio da infliggere, anche attraverso le più aggiornate sevizie informatiche, alla comunità intera. 

Così la guerra è la più diffusa e capillare modalità in cui emerge esplicitamente un ordine delle cose esploso oramai stretto nella morsa delle ripetitività senza senso. La guerra mostra non solo il punto di rottura di un ordine della ripetizione insensata delle cose, ma è l’esplosione delle strutture istituzionali irrigidite da abitudini ossessive e norme senza più contatto con la realtà delle cose umane. 

In questo dis-ordine esploso, il mio compito quotidiano è, dove occorre, rimettere a posto le priorità, e fare in modo che riemerga l’umanità affinché non resti inerme, muta e sommersa, ma che resti viva, rigogliosa e prodigiosa.
Sto sempre all’erta su questo baratro, sul quale si apre un vorticoso abisso fatto di abitudini e comportamenti di donne e uomini che sembrano non potere cambiare mai. 

Esercito tuttora la mia differenza in ascolto e con-tatto, i due sensi più trascurati nell’andamento del dominio delle immagini, dove anche il sapore e l’odore scompaiono, e lasciano spazio solo alla visione e all’immaginazione fuorvianti del tipico stile di vita pornografico. 

Cosa differente è lo sguardo attento e di cura rispetto alla visione per evasione e alla fantasia, quello sguardo che fa uscire dall’ombra e dall’oblio delle misconoscenze, che fa uscire dall’attribuzione di valore misogino e competitivo neoliberista che viviamo attualmente in società senza limiti nel raggiungimento di obiettivi a tutti costi umani e delle cose, come ci si spinge attraverso la modalità e l’uso del drone. 

Nella pratica artistica di pittrice ho sempre modo di esercitare e tenere vivo questo sguardo verso la realtà che mi circonda, restando sensibile alle criticità alle quali ci espone ciò che succede nell’economia e nell’organizzazione sociale della massima performatività. 

Lia e Luisa a un certo punto annunciarono esplicitamente a tutte che da tempo immemorabile il momento della differenza sessuale è già arrivato, molte e molti vivono tuttora sotto le macerie del patriarcato perciò occorre molta pazienza a non scoraggiarsi, a fare ordine simbolico dell’amore femminile della madre e dare un taglio netto con il passato delle maldicenze sulle donne. 

Studiando le innumerevoli scrittrici che sono emerse e che emergono ancora in tutti campi del sapere, ho intrapreso questo percorso ritrovandomi tuttora in libere conversazioni con donne e uomini, luoghi di imprescindibile esistenza simbolica lontani da quelli previsti come accademici, istituzionali e associativi. 

Il mondo con le sue tecnologie e istituzioni del controllo, perde colpi e mostra le sue crepe proprio lì, nel luogo delle libere conversazioni: spegniamo cellulari, usiamo carta e penna, libri stampati e cibo locale a km zero. Le dicerie dell’untore ai quale il cosiddetto mainstreming, ovvero l’orientamento dominante, ci vuole abituare, non le ascoltiamo affatto, ma sviluppiamo insieme il proprio sentire, il comune senso della vita. 

Questa irrinunciabile eredità ci hanno lasciato Lia e Luisa e tocca a ciascuna di noi custodirla nella propria originalità e autenticità, proprio come facciamo già con Virginia Woolf, Carla Lonzi e le altre, senza essere passive ripetitrici, ma abili, vivaci e ingegnose cultrici dell’essere donne sapienti del e nel proprio tempo. 

La libertà è tutta nelle nostre mani. Coraggio e pazienza: fili sapienziali che si intrecciano e prendono forme spesso impreviste ma adeguate e risolutive nel contesto. Spunteremo la lancia che ci si presenterà, anche questa volta, come sempre, con giochi di composizioni di parole, immagini e musica, e tutti gli strumenti a disposizione che troveremo laddove abitiamo, come succede da quando esiste il mondo che si fa e si disfa, restando vive e felici. 

Ho partecipato alla redazione aperta del 14 giugno e mi va di condividere un pensiero. Mi ha colpito nel testo l’osservazione di Jennifer Guerra [in “Fare il femminismo in una maniera nuova”, Ndr] per cui «il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione [quella delle trentenni o giù di lì] è una generazione di orfane». Il passaggio mi chiama in causa perché la generazione delle “madri assenti” dovrebbe essere quella delle cinquantenni, cioè la mia. Però anch’io scopro il femminismo nel pensiero della differenza adesso, dopo un vuoto, e mi domando dove siamo state fin qui.

Il ricordo va a un dettaglio della giornata del seminario sul pensiero di Luisa Muraro del settembre scorso: avevo approfittato della presenza a Milano per salutare un’amica che abita poco distante. Tra gli incastri delle faccende affaccendate, siamo riuscite a prendere un caffè giusto all’inizio del pomeriggio, così ho invitato la mia amica a fermarsi con me. E lei mi ha detto: «Ma perché? Io non ho bisogno del femminismo, per me, in casa con mio fratello, con mio marito, con mio figlio e mia figlia, con i miei amici, con i colleghi e i miei alunni non ho mai avuto problemi: maschi e femmine fanno le stesse cose, non c’è differenza» (poi è rimasta per farmi compagnia e ci siamo divertite tantissimo).

Lì per lì non ho fatto caso alla risposta, però adesso mi viene in mente che questo è il punto: all’inizio la disparità era tanto sul piano del fare, quanto sul piano dell’essere, con delle connotazioni molto concrete e visibili. Negli anni ’80/’90 alle giovani donne sembrava aperta ogni possibilità, ed effettivamente è stato (quasi) così: noi donne abbiamo iniziato a fare le stesse cose degli uomini, sul piano del fare si è conquistato un buon grado di parità, ma questo ha mascherato la disparità che continuava a esistere sul piano dell’essere. Il “vuoto” storico che si è creato nella genealogia femminile è della stessa natura del mio sentire di cinquantenne, che qualcosa non torna nel “fare lo stesso lavoro” che fanno gli uomini ed essere donna.

Ci siamo incontrate, tre generazioni di donne, intorno a questo vuoto. Un vuoto che forse è stato necessario per fare emergere con più chiarezza il punto da mettere a fuoco adesso, che l’essere donne è libero, indipendente, altro dal fare le stesse cose degli uomini.

Da qui si parte.

Lectio di Luisa Muraro nell’ambito di Book Pride 2015, tenuta il 29 marzo 2015 ai Frigoriferi Milanesi a cura dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti

Nel Manifesto di Rivolta femminile (1970) c’è scritto «Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale».

Metto queste parole sullo stendardo con cui scendo in campo per affermare che la differenza sessuale c’è. Ma attenzione a non intendere pan per polenta, come dicevano in veneto. Non ho detto che c’è differenza tra uomini e donne. Quel “tra” è un abbaglio. Tra i sessi c’è di tutto, usanze, mode, pregiudizi, leggi, c’è il diritto, il galateo, la scienza, ci sono anche muri, guardie, passaggi… Pensate a una linea di confine tracciata e vigilata da imperativi storici di diversa natura e forza. Questi imperativi hanno un certo potere d’imposizione, che varia da cultura a cultura, unito a un più insidioso potere di mediazione, che è di farci pensare e giudicare così o colà, interpretando anche la nostra personale esperienza. Ma non hanno il potere di arrivare al fondo dell’esperienza, al quale si arriva soltanto con qualcosa di vero. Quest’ultima affermazione prendetela per ora come un punto di resistenza che metto avanti, un avamposto.

La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo. Io non voglio perché si dà il caso che sia femminista. Ma si dà anche il caso che vi siano innumerevoli donne che non sono femministe e non vogliono, neanche loro, prescindere da quello che sono, donne. La differenza, puoi mascherarla, nel senso di enfatizzarla, occultarla, adattarla, per sfida o in conformità, libera o forzata, consapevole o inconsapevole, a quegli imperativi del tra che dicevo. A volte bisogna farlo. A volte invece piace farlo e allora diventa recitazione.

La differenza che c’è, sono io e non sono io. Detto in breve, si tratta di una mancata coincidenza, di un differire di me da me, qualcosa che si vive come un eccesso e una carenza che non si compensano fra loro, uno stato somigliante al trovarsi nel bisogno dell’essenziale disponendo intanto di ricchezze superflue. Sento l’obiezione: ma questo è il proprio della condizione umana pari pari… Appunto! Secondo la veduta che sto esponendo, non si dà in primis l’essere umano, il famoso Uomo con la u maiuscola e poi la donna/l’uomo; l’umanità sono donne, l’umanità sono uomini. L’umanità sono altri e altre che vivono ciascuna/o a suo modo quella mancata coincidenza che ho detto, e non c’è teoria che possa sanarla.

Si fanno molte teorie della differenza sessuale. Le meno sbagliate sono quelle infantili, giustamente valorizzate da Freud. Freud ne ha ricavato la teoria della castrazione. Lacan ha precisato: castrazione simbolica, che riguarda anche gli uomini di sesso maschile.

Duemila e trecento anni fa Aristotele ha fatto una teoria che noi consideriamo sbagliata ma molto ben trovata, tant’è che è durata quasi fino ai nostri giorni.

Aristotele era un grande osservatore e grandissimo ragionatore, filosofo e scienziato (ma senza laboratorio). Nel trattato Sulla generazione degli animali scrive: «Il primo inizio è nascere femmina e non maschio», dice proprio così e aggiunge subito: «ma questo è necessario alla natura». Perché “ma”? è necessario, spiega, che nascano femmine, ma queste non nascono per necessità, nascono per un anomalo indebolimento del principio generativo (lo sperma, che in greco antico è letteralmente il seme). Che cosa vuol dire? l’anomalia che fa nascere le femmine non ha la necessità delle cose necessarie a raggiungere un fine, si tratta, parole sue, di una “necessità accidentale” (La donna e i filosofi: archeologia di un’immagine culturale, a cura di Silvia Campese e Silvia Gastaldi, Zanichelli, Bologna 1981, 79). In questa strana nozione traspare una lontana anticipazione della tesi darwiniana che soppianterà il lamarckismo.

Va detto che i traduttori di questo difficile passo non si sono ancora messi d’accordo.

Un’idea però mi pare chiara: le femmine sono necessarie, ma il sesso femminile non è normale. Detto in parole nostre: le donne sono diversamente umane.

Secondo me, come ho detto, le teorie della differenza sessuale sono tutte più o meno sbagliate. Tutte dicono qualcosa di vero, ma le teorie sono totalità coerenti, trasparenti a sé stesse, la differenza invece è un tema inesauribile, nella nostra stessa esperienza, e questo per un motivo preciso. La sessuazione, come noto, è un fatto primordiale, è un’invenzione della vita tesa di suo a durare. L’incontro del patrimonio genetico di due, uguali e differenti, pare che sia la mossa vincente. Ma c’è un imprevisto, che è l’umano. O, più precisamente, c’è che il fatto primordiale della sessuazione irrompe nella sfera della parola, cioè del vero/falso, del giusto/ingiusto, del bene/male. Irrompe e fa un disordine che, secondo certi testi sacri, sarebbe effetto del peccato originale e si estende anche alla natura. La questione diventa allora: è possibile rifare un ordine? E come?

Ecco svelato il significato del discorso di Aristotele, in quel punto del suo discorso in cui dice “ma”. La riflessione sulla riproduzione degli animali lo spinge a elaborare la nozione di una necessità che non è necessaria ma accidentale, in quanto non è finalizzata a…, come invece le nostre azioni consapevoli. Ma perché dice “ma”? Lo dice per separare l’ordine di cui le femmine sono il principio, cioè l’ordine naturale, dall’ordine giusto e vero delle cose, dove il primato è umano maschile. Ai nostri occhi Aristotele sbaglia in quanto considera l’ordine patriarcale come l’unico degno di essere chiamato ordine. Ma non sbaglia a considerare che la differenza dei sessi sia una questione tutt’altro che semplice. Aristotele infatti se la pone non soltanto come studioso del mondo animale ma anche e soprattutto come filosofo politico.

Tutte le civiltà, che io sappia, si sono misurate con la questione della differenza e le hanno cercato una qualche risposta, anzi una grande varietà di risposte, con la lingua, le arti, la moda, gli usi della buona creanza, i codici, i tabù, l’onomastica, i privilegi, le gerarchie, le esclusioni… Ricordo i miei soggiorni di fanciulla sull’altipiano d’Asiago con la vista delle bestie al pascolo che ci guardavano con grandi occhi e mi pareva di capire che fossero stupite di vederci come siamo, noi che saremmo loro parenti. Mi pareva che notassero soprattutto i nostri vestiti: braghette e gonne, capelli lunghi con il nastro, capelli corti quasi rasati, e mutande per nascondere l’innominabile intimità. Loro invece erano perfettamente nude, ma non si notava affatto tanto erano a loro agio nei loro corpi. Non si stupiscono solo le bestie, anche noi ci stupiamo di noi. Una mia studentessa adolescente ci raccontò che un giorno, tornata a casa prima del solito e salita in camera sua, vi trovò il fratello minore vestito con i suoi vestiti e truccato con i suoi trucchi, che si ammirava allo specchio: la sorpresa la paralizzò al punto che non gli saltò addosso, come avrebbe fatto con una sorella, e lui ebbe il tempo di mettersi in salvo.

La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory dei cinque generi. Due è per via della sessuazione, la vita che si biforca, ma se lasciamo la natura per la cultura, perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. Che cosa cercava quel ragazzino in camera della sorella? Era un viaggiatore, anzi un esploratore, in cerca di altro per trovare se stesso.

Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: Fine della differenza sessuale? E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è “il fatto” (la parola è sua, io sottolineo) della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale (p. 284). Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, concordo pienamente con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il “biologico” e lo “psichico”, il “discorsivo” e il “sociale”» (pp. 275-276). La civiltà moderna ha edificato e continua a coltivare un sistema di conoscenze scientifiche ordinandolo secondo precisi confini che separano il biologico e lo psichico, il discorsivo e il sociale. Vale a dire, facendo a pezzi ogni segreta o meno segreta ricerca soggettiva di un senso libero della differenza sessuale.

“Finalmente”, ho detto sopra, per una ragione precisa. Solo gli Usa possono correggere gli errori degli Usa: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che essi, gli States, capiscono le nostre ragioni solo se diamo loro ragione. Sotto le apparenze di uno scambio culturale, c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto costatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto “genere” è dilagato come uno pseudonimo di “sesso” e come un eufemismo: il “genere” non fa pensare al femminismo e non suscita imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato, provvisto di diritti, senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.

Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura neoliberale, non si arriva senza sfidare il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta. Lo sostiene giustamente Ida Dominijanni nel suo recente Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (ediesse 2014). E la sfida è ancora aperta.

In quegli anni si alzò, senza gradualismi, con la forza dell’imprevisto, un’ondata di rivolta femminile che ha rotto il corso otto-novecentesco dell’emancipazione. Riporterò qui un racconto che ne riassume molti, non ne esaurisce nessuno.

Stati Uniti, anno 1966: è cominciata la grande ribellione generazionale che si chiamerà Sessantotto. Nel corso di questa, in quello stesso anno, accadde qualcosa che annuncia la frattura femminista, quella che io chiamo la rivolta nella rivolta. Nel corso di un convegno di studenti di sinistra, avvenne il primo atto separatista: un gruppo di studentesse decise di abbandonare, seduta stante, il workshop misto dedicato alla Woman Question, per riunirsi tra sole donne (Elda Guerra, in Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2005, pp. 31-32). Il loro gesto, poi ripetuto da innumerevoli altre, fino ai nostri giorni, ha un significato che apprezza solo chi sa vedere la grandezza che si presenta in modeste apparenze… Per esempio? I pastori di Betlemme nel Vangelo di Luca o il camionista siciliano in Cristina Campo, Les sources de la Vivonne (Gli imperdonabili). Il femminismo di Stato, quello della parità tra donne e uomini, sostenuto dall’Europa e da altre agenzie di potere, vuole farci dimenticare l’evento del 1966 con la sua radicalità. Cercano di farci passare dal vecchio femminismo ottocentesco al post-femminismo neo-liberale, senza soluzione di continuità. E si capisce perché: le iniziatrici della “rivolta nella rivolta” non erano in cerca di emancipazione, erano giovani donne emancipate, tendenzialmente promesse all’integrazione paritaria. Esse hanno interrotto questo processo di promozione per aprirsi un’altra strada. La loro esemplare presa di coscienza e di parola ha le caratteristiche di una ripresa, nella sfera dell’umano, del fatto primordiale della sessuazione. Accade così che il primato della vita si trapianti, ad opera di donne, nella polis, diventando politica, e nella soggettività umana.

Il “ma” di Aristotele inciampa così nell’imprevisto di un nuovo “ma” che mette in evidenza la storicità del regime patriarcale e ne decreta la fine. E più ancora. Il nuovo “ma” ha sostituito con la relazione di differenza quella che era la dualità gerarchica di natura/cultura, con le sue tante versioni, corpo/anima, cielo/terra, personale/politico, privato/pubblico, fino a quella tra madre che dà la vita e padre da cui vengono la parola e la legge.

La rivolta cominciata quarant’anni fa ha rivoltato la civiltà, l’ha rovesciata come un calzino facendo vedere il suo rovescio, che era la subordinazione femminile all’Uomo, e portando alla luce un sostrato di civiltà più elementare. Che vale per donne e uomini e come tale lo propongo qui. Quello che ho detto finora attingendo all’esperienza politica delle donne, arriva così al suo dunque nel presente, che lo mette alla prova dei difficili cambiamenti in corso. A suo tempo io e altre abbiamo parlato, per quel sostrato, di un ordine simbolico della madre (di cui bisognerebbe dire che, a un certo punto, fu intuito da Freud). Abbiamo sostenuto, in pratica e in teoria, che dalla donna che ci è madre riceviamo la vita e impariamo a parlare, una cosa non va senza l’altra. Dalla relazione fiduciosa con la madre o chi per lei dipende che impariamo a parlare, che possiamo dire io e metterci in relazione personale con gli altri e il mondo. Oggi devo aggiungere che questo fondo di una più elementare civiltà, non è roccia. È fatto di materia viva, sensibile e più fragile di quello che non pensassi: è fatto di relazioni e fiducia.

Proprio su questo terreno ci sono mutamenti temibili, a causa principalmente dell’attuale economia neo-liberista che di relazioni e di fiducia ha una fame estrema, pari al consumo devastante che ne fa a causa delle sue crisi ricorrenti. E che alla lingua materna sovrappone la circolazione della moneta, con effetti di perdita della competenza simbolica da parte nostra, comuni cittadini, e di autorità da parte della lingua materna. Si dice che perdiamo il controllo sulle nostre vite. Sì, ma la perdita di competenza simbolica esprime di più, perché riguarda la capacità di sottrarsi alla collocazione nel discorso dominante: capacità di essere altrove e altrimenti, come hanno detto quarant’anni fa quelle che erano parlate e sono diventate parlanti. Si tende a descrivere l’attuale regime in modo sbagliato, facendo un errore fatale secondo me. Gli si attribuisce come deteriori anche caratteristiche che, per se stesse, sono guadagni della politica delle donne. Mi riferisco all’intreccio tra vita e lavoro, alla caduta dei paraventi tra pubblico e privato, alla valorizzazione delle qualità relazionali, all’idea di un’autorità che non si confonde con il potere. Erano guadagni politici, ora sono parte della posta in gioco. Perciò, è il mio invito, non restate in quella postura sommaria dell’essere contro, il NO ripetitivo e sterile giustamente messo sotto accusa da Naomi Klein, e non fermatevi indefinitamente sulle vostre analisi critiche. Andiamo a combattere insieme a quelle donne e quegli uomini che già si trovano sul posto e che resistono alla perdita di competenza sulle loro condizioni di vita. Per parare alla crisi, non ci sono solo tagli, tasse e licenziamenti. Si stampa anche moneta da mettere in circolazione, per rafforzare la traballante fiducia che tiene in piedi il sistema economico. Se quelli stampano soldi, creiamo, noi, le condizioni che generano fiducia e presa di parola nel vivo dell’esperienza. È politica; se le cercate un nome, si chiama politica prima.

Non so cosa mi abbia sospinto di nuovo quassù, dopo tantissimi anni, a Milano, alla Libreria, all’incontro aperto con la redazione di Via Dogana. Non so cosa di profondo mi abbia indotto a partire da Viterbo, mentre Luisa ci stava lasciando.

Devo a Luisa Muraro e al suo pensiero, conosciuti per il tramite di un’altra donna fondamentale per la mia vita, Eloisa Manciati, l’approdo al femminismo che coniuga pratiche politiche, esperienza della relazione e pensiero, episteme.

L’incontro con il pensiero della differenza ha voluto dire per me andare oltre la rivendicazione delle ingiustizie e delle asimmetrie e incontrare, nella relazione con le altre, la possibilità di attraversare il mondo e la realtà con un altro sguardo, la cui misura non era più quella maschile. Passavamo dalla necessità di difendersi al desiderio di rifare daccapo il racconto del mondo: la storia, la letteratura, la politica. La realtà si spalancava inedita a partire dalla parzialità dei nostri corpi situati, oltre il velo del neutro astratto universale e nel rapporto tra corpo e linguaggio che articolava sapere e piacere.

Parzialità, contingenza, relazione, pensiero dell’esperienza. Non un’ontologia ma un significante. Non riesco ancora a capire l’attribuzione di essenzialismo a questo pensiero anche se il fastidio verso un’ipostatizzazione del femminile e del materno da parte di alcune, molte, donne che vi fanno riferimento, lo conosco.

Negli anni poi, e nei contesti dell’agire politico, ho incontrato non solo le “mie” simili, con le quali disfacevamo pazientemente la trama culturale e simbolica del patriarcato, ho incontrato le giovani precarie, le persone non binarie, soggettività che avevo bisogno di ascoltare nella presa di parola; se la differenza non è una cosa ma una relazione, là voglio stare. Se altri corpi, altre soggettività sono affiorati alla visibilità e alla parola, a mio parere è a questa idea processuale, aperta, non aprioristica ma relazionale e contingente, asimmetrica e interdipendente di differenza che ne dobbiamo la possibilità.

Non mi preoccupano i conflitti dentro il femminismo, mi paiono la conferma di qualcosa che è vivo, si muove e non colonizza, tuttavia le forme di intolleranza al confronto che si sono presentate non solo mi preoccupano ma spengono il mio desiderio di femminismo. Non si può poi non notare come il pensiero si impoverisca quando si incardina in queste opposizioni “di principio” – penso con tristezza all’ultimo confronto Cavarero-Butler.

E invece – per questo oggi sono qui, arrivando da lontano – del respiro del pensiero abbiamo bisogno. Di stare nella realtà fino in fondo, muovendoci su un altro piano della realtà.

Nella realtà reclamano la parola a buon diritto le giovani femministe che fanno riferimento all’intersezionalità, considerano l’essere donna uno dei tanti fili che si intrecciano andando a costituire la gabbia dell’esclusione, della soggezione, dell’irrilevanza sociale e culturale.

Non sono del tutto convinta che il concetto di intersezionalità sia euristicamente significativo, perché, appunto, al massimo può dar conto di un intreccio di esclusioni, diversamente dosate su un piano sociologico ma da cui non si può nominare né vedere la libertà femminile, al contrario dell’idea di differenza come luogo in cui si fa e si disfa la relazione tra biologico e culturale, luogo di interrogazione, di mediazione e di conflitto; esito della relazione, che istituisce le pratiche e precede  i significati.

L’intersezionalità, che nasce nel preciso contesto statunitense e dai conti mai fatti con lo schiavismo fondativo di quella comunità, finisce per ipostatizzare e inchiodare a identità vittimarie plurime quando non sono quelle soggettività a prendere la parola, rischiando di diventare uno strumento sociologico di classificazione che disarticola i soggetti nelle loro “caratteristiche”.

Infine, il corpo, tema ineludibile perché ancoraggio dell’esperienza da cui si fa il pensiero. Forse colgo il rischio, in una certa lettura – così la considero – della differenza: il rischio di pensare al corpo come dato, una volta per tutte. Come un dato.

Ma di quale corpo stiamo parlando? La stessa evoluzione ci racconta il metamorfismo del vivente; e quanto alla storia: diremmo che i nostri corpi biologici sono gli stessi – anche sul piano dei significati – nelle migliaia di anni che abbiamo attraversato come specie? Cosa sono oggi, i nostri corpi: possiamo escludere le nostre infinite protesizzazioni con cui pure siamo qui, parliamo, entriamo in relazione, raccontiamo storie, amiamo? Possiamo astenerci, nel pensare la differenza, da contributi – ormai antichi ma attualissimi – come quelli di Donna Haraway e dei suoi corpi cyborg, che ci immettono nel continuum relazionale con la Terra, le altre specie, le macchine?

Ecco: ascoltare, con studio, quello che accade – anche quello che non ci piace di quello che accade – ricordando che la differenza è una relazione, un significante, un dispositivo epistemico per dare un senso libero a ciò che ci accade di essere.

Prima di affrontare la questione del rapporto tra libertà femminile e norma, credo sia necessario spiegare che cosa io intendo per libertà femminile. Insieme ad altre ho pensato che la questione prioritaria da porsi fosse quella di trovare un senso al mio essere donna, cioè di chiedersi chi siamo e che cosa vogliamo. Questa è stata la rottura con la precedente politica dell’assimilazione al mondo maschile.

Ponendo dall’inizio la questione dell’essere donna, abbiamo cominciato a lottare sul terreno della libertà femminile, perché la libertà a una donna spetta a causa del suo essere una donna e non a prescindere dal suo sesso come recita invece la Costituzione e tutte le leggi di parità che ne sono seguite.

Se io dico: sono una donna e, a partire da questa materialità, affermo la mia libertà, è cosa diversa che dire: i principi di uguaglianza e di libertà elaborati dal mondo maschile devono valere per uomini e donne.

Da quello che ho detto fino ad ora appare chiaro che per me praticare la differenza e non occultarla, significa affermare la libertà femminile. Tuttavia, a questo punto, bisogna fare un ulteriore chiarimento su che cosa s’intende per pratica della differenza. Per alcune (e alcuni) la differenza significa sottolineare che le donne sono una cosa diversa dagli uomini (più etiche, meno violente, ecc.), che si differenziano, cioè, per contenuti dagli uomini, i quali rimangono per forza di cose il punto di riferimento. Assimilarsi con l’emancipazione o differenziarsi dagli uomini sono la medesima operazione, non c’è libera interpretazione di sé. Definisco questa concezione della differenza dell’ordine delle cose. Altre (e altri) ancora, ritengono che la differenza consista nell’inventarsi il femminile attraverso ricerche e pensamenti. Definisco questa idea della differenza dell’ordine del pensiero.

Io penso, invece, che la differenza non sia né dell’ordine delle cose né dell’ordine del pensiero. La differenza non è altro che questo: il senso, il significato che si dà al proprio essere donna. Ed è, quindi, dell’ordine simbolico.

Nota:

È l’inizio dell’articolo Libertà femminile e norma,«Democrazia e diritto» n. 2, aprile-giugno 1993; ripubblicato nel libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Nuova Pratiche Editrice 1995 e Orthotes 2022.

Nella riunione dello scorso 14 giugno della redazione aperta di Via Dogana 3, preziosa occasione di scambio come sempre, stavamo, a mio parere, nella tiepidezza del già detto e nella tristezza del presente quando è intervenuta Vita Cosentino a squarciare il velo della nebbia mentale. Ha parlato dell’importanza che ha oggi la relazione di differenza tra donne e, al suo interno, la relazione tra donne, non quella con la madre, già salvata. Mi ha ispirata. Si dissipò la tristezza, il lamento per l’invecchiamento delle più anziane. Si dissipò il predominio del pensiero: un pensiero che tendeva alla binarietà, alle cause.

Come se avessimo dimenticato che “pensiero” deriva da “pensum”. Pensum era la quantità di lana – il peso – che una donna dell’antica Roma doveva filare ogni giorno. “Pensum”, come filare, vengono, nella loro sostanza non nella loro etimologia, dal tatto, dal movimento delle dita della filatrice nel preparare il batuffolo di lana. Il tatto è segno eminente del piacere femminile, il piacere clitorideo. Nella relazione di differenza tra donne, la cosa più bella è il piacere, il piacere di stare insieme, e basta, piacere dei sensi, compreso il sesto senso: l’intuizione, meglio detta ispirazione. Tra donne, Lei viene. La si attende.

Quanto a me, le donne mi ispirano, mi danno, mi danno di tutto ma, in primo luogo, mi danno la fiducia per sentire e, sentendo, creare. Quasi sempre ho scritto su richiesta di un’altra. Ascoltando Vita Cosentino, mi è tornata in mente di nuovo la frase “ma il sentire lo siamo” (María Zambrano). Il piacere senza sforzo. Che mi importa del caos postpatriarcale? Se dissuade le donne dall’entrare nel contratto sessuale, è o sarà, perfino, benvenuto.

Oggi i mass media hanno dato la notizia che la Spagna ha un problema lavorativo nuovo: i ragazzi giovani chiedono il congedo dal lavoro quando la fidanzata li lascia. Catastrofe. Un politico informava di avere in casa due figli in questa situazione. Li chiamava, scusandosi, “sciocchi”. Sia benvenuto questo caos.

Perché questa è una grande notizia “politica”, di politica della polis greca, origine del patriarcato occidentale. Politica che finì con il patriarcato, e i ragazzi giovani lo sanno, lo sentono, lo vivono. Adesso è un’altra cosa. È fare il raccolto della forza della vita, ha detto Antonietta Potente all’incontro. La forza della vita che si nutre della libertà femminile. È l’augere, l’accrescere che è proprio dell’autorità femminile, senza monumenti (Luisa Muraro), questo di più che non è proprietà di nessuno, che esiste finché circola (Lia Cigarini), che si genera soprattutto nella pratica della relazione di differenza con donne: una la genera, un’altra la raccoglie, e così via. Trascendendo. A volte, c’è bisogno di una trasfigurazione.

(traduzione di Clara Jourdan)

testo originale

Más placer menos pensamiento nada de política

En la reunión del pasado 14 de junio de la redacción abierta de Via Dogana 3, preciosa ocasión de intercambio como siempre, estábamos, en mi opinión, en la tibieza de lo ya dicho y en la tristeza del presente cuando intervino Vita Cosentino rasgando el velo de la niebla mental. Habló de la importancia que tiene hoy la relación de diferencia entre mujeres y, dentro de ella, la relación entre mujeres, no con la madre, ya salvada. Me inspiró. Se disipó la tristeza, el lamento por el envejecimiento de las más mayores. Se disipó el predominio del pensamiento: un pensamiento que tendía a la binariedad, a las causas.

Como si hubiéramos olvidado que “pensamiento” deriva de “pensum”. Pensum era la cantidad de lana -el peso- que una mujer de la Roma antigua debía hilar cada día. “Pensum”, como hilar, vienen, en su sustancia, no en su etimología, del tacto, del movimiento de los dedos de la hilandera al preparar el vellón de lana. El tacto es signo eminente del placer femenino, el placer clitórico. En la relación de diferencia entre mujeres, lo  más hermoso es el placer, placer de estar juntas, sin más, placer de los sentidos, incluido el sexto sentido: la intuición, mejor llamada inspiración. Entre mujeres, Ella viene. Se le espera.

A mí, las mujeres me inspiran, me dan, me dan de todo pero, en primer lugar, me dan la confianza para sentir y, sintiendo, crear. Casi siempre he escrito a petición de otra. Al escuchar a Vita Cosentino, me volvió una vez más a la mente la frase “pero el sentir lo somos” (María Zambrano). El placer sin esfuerzo. ¿Qué me importa el caos postpatriarcal? Si disuade a las mujeres de entrar en el contrato sexual, es o será, incluso, bienvenido.

Hoy los medios de comunicación han dado la noticia de que España tiene un problema laboral nuevo: los chicos jóvenes piden la baja laboral cuando les deja su novia. Catástrofe. Informaba un político que decía tener en casa dos hijos en esta situación. Los llamaba, disculpándose, “memos”. Sea bienvenido este caos.

Porque esta es una gran noticia “política”, de política de la polis griega, origen del patriarcado occidental. Política que terminó con el patriarcado, y los chicos jóvenes lo saben, lo sienten, lo viven. Ahora es otra cosa. Es cosechar la fuerza de la vida, dijo Antonietta Potente en el encuentro. La fuerza de la vida que se nutre de la libertad femenina. Es el augere, el acrecentar que es propio de la autoridad femenina, sin monumentos (Luisa Muraro), ese más que no es propiedad de nadie, que existe en tanto que circula (Lia Cigarini), que se genera sobre todo en la práctica de la relación de diferencia con mujeres: una la genera, otra la recoge, y así sucesivamente. Transcendiendo. A veces, hace falta una transfiguración.

Haza (Burgos), 19 giugno 2026

Queste riflessioni nascono quasi all’improvviso, mentre ascoltavo gli interventi durante l’incontro tenutosi alla Libreria delle donne di Milano domenica 14 giugno su: C’era una volta la differenza e c’è ancora.

Ispirazione nata, come molte volte mi capita, ascoltando altre donne, ma forse è qualcosa che mi abita da un po’ di tempo a questa parte; sempre la stessa preoccupazione e cioè che le cose della vita non devono trattarsi come oggetti su cui ragionare in modo astratto.

Questo per me è vitale; difendere la vita dalla pura sintesi di ragione, perché la vita è complessa e parte della storia reale e viva di ciascuna di noi e di ogni donna.

La differenza è nata con noi e dunque la differenza siamo noi. Le nostre vite che a volte riusciamo a narrare con fatica e altre volte invece, scorrono come l’acqua di un ruscello in piena nei nostri racconti, nelle nostre parole e nei nostri scritti. Parole piene di immaginazione e di cura che sono sempre anche per altre. Secondo me l’oggi non è il pensiero della differenza, ma siamo noi. Il pensiero della differenza ha dato inizio a una trama infinita di esperienze femminili nei vari ambiti della vita, ma oggi è rimasta solo la nostra esperienza, che non è ancora terminata e che non ha ancora valicato le porte della profondità.

Forse molte donne non hanno mai gustato questa profonda e trasformante verità. Chissà per poca chiarezza con loro stesse e, a volte, per una vera e propria disgrazia a causa dei loro ambigui patti con gli uomini e l’universo maschile in cui solo gli uomini regnano. Piccoli inganni, attrazioni quasi sempre di tipo ideologico-intellettuale (il compagno di partito, l’ideologo famoso molto mistico, lo psichiatra o lo psicologo), oppure la normalissima e molto sottile attrazione di tipo estetico: era un uomo molto bello! Non dico che questo sia cattivo, ma non serve, non è questo che trasforma, anzi omologa, basta guardare l’aula del nostro e di altri parlamenti europei. Ci sono delle donne, ma lì è l’inganno, perché quello è il regno maschile.

Di per sé la nostra vita non aveva a che fare con questa porzione di mondo, i nostri organi sottili, come si direbbe nella mistica del sufismo persiano, ci hanno sempre dato dei veri e propri segnali di libertà interiore e soprattutto il nostro sentire profondo ha cercato di educarci a leggere la realtà in un altro modo e a non separarci dalla vita. Ma per molte di noi l’incantesimo con il maschile era avvenuto e questo nel femminismo ha avuto delle conseguenze abbastanza negative e lunghe nel tempo.

Altre donne invece riuscirono ad accorgersi di quella che chiamerei la grazia della differenza e uscirono da quei mondi e crearono solo con altre donne.Questa grazia nel mondo del femminismo divenne ciò che prese il nome di femminismo della differenza. Alcune prima e altre dopo, dedicammo parole, scrittura, narrandoci e narrando sempre a partire da sé. Lasciando che la differenza ispirasse la nostra vita e facendo del femminismo della differenza come un vero e proprio laboratorio di trasformazione per chi ne faceva parte e per tutte le altre donne.

Una ricerca non fine a se stessa, che non si appagava con la conquista dei diritti, ma faceva sì che le donne si accorgessero di loro stesse, delle loro madri e di tutte le donne che l’avevano precedute e persino della natura che portiamo dentro.

Una vera e propria ricerca della quintessenza che, chissà, non abbiamo ancora incontrato e per questo non siamo ancora sparite. La quintessenza è quinta perché viene da altrove: è dama Amore, secondo la mistica beghina Margherita Porete di cui tutte noi conosciamo l’opera. Non è ragione e la cerchiamo e comprendiamo nel sentire profondo dell’animacorporea. È per questo e molto altro ancora, che per me il femminismo della differenza non va pensato, perché la differenza siamo noi e questo è uno dei tanti segreti di cui noi donne, nel corso della storia, ci siamo sempre prese cura e che sappiamo nominarlo solo tra di noi.

In questo momento storico questo “segreto” c’è molto utile per non cadere nelle reti dei giudizi che gli uomini elaborano sulla società, sulla natura con la loro banalissima ecologia (un’altra volta il logos) e sul futuro. Come sempre, dato che la maggioranza di loro non sa creare, costruiscono le stesse dinamiche: guerre e miseri caudillismi. E mentre la vita soffre non si sente altro che il forte rimbombo di sterili ideologizzazioni. Purtroppo molte donne sono di nuovo cadute nelle trame ideologiche della politica dell’eterno ritorno. Le guerre, le assurde invasioni è come se avessero riportato molte donne indietro nel tempo, in altri periodi storici, affidandosi così alla forza e alle strategie di ragione tipicamente maschili. Molte azioni fatte di debole solidarietà, perché concretamente lontane dalla vita, credendo oltretutto di poter dividere il mondo in due, tra buoni e cattivi, tra giusto e ingiusto e guarda caso ritrovandosi sempre dalla parte di chi è nel giusto o di chi è vittima. Eppure il vittimismo, secondo l’esperienza del femminismo della differenza era qualcosa che avevamo superato e messo a tacere e non avrebbe dovuto essere un criterio di lettura della vita. Questi signori uomini, invece, in un modo o nell’altro, costruiscono sempre labirinti senza uscita e, guarda caso, il labirinto è costruzione maschile, inventata da Dedalo e commissionata dal re e non dalla regina, per rinchiudervi la creatura “mostruosa”.

In questo modo di vedere la realtà e di costruirla, le donne non possono trovare pace né crearla o desiderarla di desiderio infinito. La vita reale non è un eterno ritorno, non si muove appoggiandosi solo su quello che già conosce, perché lei è misteriosamente creativa e ha solo voglia di vita. A questo punto la strategia delle donne dovrebbe essere quella di stare sempre in un altro modo e parlare di altre cose.

Le donne che si trovano involontariamente coinvolte nei conflitti, guerre e cose del genere, ci insegnano a non usare parole di guerra o parole vuote, polemiche, ma e soprattutto non le insegnano alle loro bambine e ai loro bambini. Parlano d’altro e soprattutto fanno altro; altro che serva alla vita e a immaginarne ancora una nuova.

Questo significa che mentregli uomini parlano di tante cose assurde, di questo o di quello, noi parliamo d’altro e soprattutto siamo occupate in altro, più immaginativo, libero e ispirato. E questo lo può fare ciascuna di noi e lo possiamo fare insieme. Ho sempre pensato che le donne dovessero studiare insieme.

Studiare insieme è uno di quei tanti gesti femminili che cercano di alleggerire almeno un po’ la fatica di una porzione di realtà sempre più grande. Studiare insieme non è solo trovare delle parole femminili che ci ispirino, ma ascoltare le nostre stesse ispirazioni; quelle che ciascuna ha. Studiare insieme è anche attivare l’immaginazione e non sottometterci sempre a quelle tristi analisi maschili sulla società e sul mondo.

Lasciamo che gli uomini vedano con il loro sguardo annebbiato dalla frustrazione e noi guardiamo altrove con i nostri occhi. Sì altrove, proprio secondo l’etimologia di questo bellissimo avverbio: aliter ubi; in un altro luogo. Trovarci sempre da un’altra parte. Proprio come quando fin da piccole e anche da grandi ci dicevano con tono di rimprovero: -ma tu hai sempre la testa da un’altra parte-. Menomale, il problema è che oggi non abbiamo solo la testa da un’altra parte, ma tutta l’animacorporea è altrove e questo è un di più: siamo altrove e questa è la differenza.

C’è una questione che mi sta a cuore da tempo: la relazione di differenza tra donne. Ne avevo già posto l’esigenza in un VD3 del 2024, Lingua è politica, e la riprendo oggi riferendomi, come allora ma più approfonditamente, a un articolo di Luisa Muraro dal titolo Differenze tra donne differenza sessuale, comparso in un altro numero di Via Dogana 3 dedicato alla lingua, dal titolo La parola giusta ha in sé il potere della realtà (dicembre 2018). In quel testo Luisa introduce quella che definisce una buona intuizione su cui deve ancora riflettere e la espone facendo due passaggi. Il primo riguarda il fatto che quando una donna assume la propria parzialità femminile dicendo «io sono una donna», lì la differenza sessuale ha già operato: quindi la differenza è in e non tra uomini e donne. Nel secondo passaggio dice: «la differenza sessuale che ha già operato, traspare con il mio (tuo… nostro, vostro…) riconoscermi nelle altre donne. Essa consiste dunque nelle differenze tra donne; ma non è una consistenza, è un principio evolutivo della vita che si sviluppa e traduce nella cultura umana».

Il fatto che la differenza sessuale “consiste” nelle differenze tra donne porta a pensare che, se ci occupiamo della sua traduzione in pratica politica, di conseguenza in qualunque tipo di relazione tra donne la differenza tra donne è all’opera in vario modo e in vario grado: approfondire questa questione è, con ogni probabilità, lo sviluppo su cui si deve ancora riflettere. Quando poi Luisa Muraro afferma che «non è una consistenza, bensì un principio evolutivo della vita» introduce un pensiero di primo acchito enigmatico che però chiarisce nel numero successivo (aprile 2019) in un testo dal titolo Coscienza evolutiva. In quell’articolo, di fronte ai grandi progetti politici di cambiamento che si sono rivelati catastrofici, Muraro si pone la domanda: «possiamo noi umani con le nostre specifiche caratteristiche, in primis la parola e l’autocoscienza, prolungare l’evoluzione indirizzandola su strade migliori per quel che riguarda la convivenza e la felicità?». 

Ne intravvede la possibilità nelle “buone pratiche del femminismo” che secondo lei hanno la particolarità di corrispondere a comuni comportamenti femminili, ma ripresi in senso sovversivo. Si ricollega poi direttamente all’articolo precedente, riproponendo l’idea del senso libero della differenza che affiora attraverso le differenze tra donne, e prospettando una visione di cambiamento di civiltà con queste parole: «ora aggiungo che, grazie alla pratica delle relazioni e alla presenza nella vita pubblica, affiora anche un mondo di donne, mondo mai visto da cui gli uomini non sono esclusi: in quel mondo si ritrovano e si riconoscono, non però identici a prima perché non sono più nella posizione di prima, centrale e dominante. Sono lì fedeli a se stessi in relazione con donne. La posizione centrale dominante non è più di nessuno; non sarà di nessuno, mondo plurale senza un centro». Muraro considera anche questa un’intuizione da sviluppare nelle sue conseguenze e, in effetti, soprattutto la sua ultima affermazione dà molta materia su cui pensare. 

Sono riflessioni che precedono sia il Covid sia la rivalsa maschile al virus, con il portato di morte e di distruzione che ci getta ogni giorno nell’impotenza e nell’angoscia: annebbia la mente e trascina anche il femminismo nel caos postpatriarcale e in modalità di contrapposizioni guerresche. Proprio per questo sono parole da riprendere e da riconsiderare, perché anche in questo tempo orribile comunque continua il lavorio profondo nel corpo della società e Luisa, come faceva sempre, con le sue parole apre nel presente strade impreviste.

Oggi, quindi, mi pare il tempo opportuno per riprendere la questione e fare della differenza tra donne una pratica politica, anzi meglio nominarla già come una pratica politica operante assieme a pratiche consolidate come autocoscienza, partire da sé, relazione privilegiata con un’altra donna, disparità, affidamento, autorità, relazione di differenza con gli uomini; e di cui si potranno approfondire gli aspetti e gli sviluppi man mano che si pratica. 

Quando si nomina una nuova pratica è perché è già in atto e questo è capitato anche in passato, si arriva a nominare una pratica perché già è all’opera. Io stessa, infatti, posso portarne due esempi che mi riguardano. La mia relazione con Jennifer Guerra è di questo ordine: una relazione di differenza tra donne. Abbiamo impostazioni e riferimenti molto diversi: io Libreria delle donne e Pensiero della differenza, lei Non una di meno e Transfemminismo; io vecchia lei giovane, per dire quelle che balzano agli occhi. Sono entrata in relazione con lei perché nelle sue pubblicazioni c’era qualcosa che mi attirava e suscitava la mia curiosità a saperne di più. La curiosità penso sia un grande motore per questo tipo di relazioni. Se il suo primo libro, Il corpo elettrico, mi aveva interessato ma suscitato anche parecchie perplessità, poi con l’uscita del Capitale amoroso soprattutto io nella redazione ristretta di Via Dogana 3 ho desiderato invitarla per il numero Orientarsi con l’amore perché vedevo vicinanze e possibili scambi, come effettivamente è successo. Jennifer mi ha detto che in quell’occasione è stata colpita dal nostro modo di discutere nelle redazioni aperte, non finalizzato al raggiungimento di un qualche obiettivo, e da lì credo che sia nata anche in lei la curiosità di conoscerci meglio. È una relazione che dura da diversi anni non solo con me, ma con tutta la redazione e la ritengo produttiva proprio perché mantenendo chiare le nostre differenze apre un possibile terreno di scambio e di modificazione. L’altro esempio riguarda le stesse relazioni nella nostra redazione, in cui l’aspetto delle differenze tra donne è diventato sempre più evidente e tenuto in conto per quanto abbiamo scoperto sia produttivo di pensiero, perché, per le grandi trasformazioni in corso, soprattutto la differenza di età è diventata sempre di più una differenza di approccio al mondo. Si è visto in modo eclatante quando stavamo pensando il numero sul denaro: il diverso approccio nei confronti dei soldi, con concezioni che entravano addirittura in conflitto tra le vecchie e le giovani, ci ha fatto da bussola per pensare il taglio dell’incontro. Ma potrei dire la stessa cosa anche per il numero sull’intelligenza artificiale. Questo non toglie affatto che in redazione ci sia affidamento e senso della disparità, dice però che sono molto valorizzate le differenze che stanno nelle pieghe della disparità, contribuendo a far sì che l’autorità sia circolante e non cristallizzata.

Nominando questa nuova pratica mi sono accorta che in Libreria c’è sempre stata, che non è venuta fuori dal nulla. Infatti fin dagli inizi la Libreria non è mai stata un luogo omogeneo e c’era la consapevolezza di essere un luogo in cui la frequentazione era molto varia per stato sociale, per età, per situazione familiare, eccetera. Era ed è un luogo in cui le differenze tra donne possono parlarsi: per fare un esempio significativo e inconsueto ricordo che la differenza tra donne atee e donne credenti ha trovato in Libreria modo di dialogare in molte occasioni, soprattutto attraverso gli incontri voluti da Luisa Muraro nel ciclo Cibo del corpo cibo dell’anima

Per molti anni Via Dogana ha avuto un ruolo importante al riguardo in quanto, essendo una rivista di pratica politica, ha dato voce a donne che in tutta Italia facevano la politica delle donne, che fossero grandi intellettuali, casalinghe, insegnanti, infermiere, impiegate, operaie. Rimane indimenticabile l’articolo Giacca fallata (VD 14/15) in cui Mafis Acerbis, operaia alla Santi Confezioni di Brescia, racconta insieme a Oriella Savoldi come lavora in fabbrica alla catena di montaggio e in che cosa consista la qualità del suo lavoro nel confezionare giacche.

Inoltre, se pensiamo alla vita della Libreria, come non vedere quanto è stata arricchita dalla differenza di ambiti di interesse, di propensioni, di talenti intellettuali tra Lia Cigarini e Luisa Muraro, come non vedere quanto gli attriti e le discussioni accese suscitate da queste differenze fossero generative di pensiero e di scrittura. 

La pratica di relazione di differenza tra donne riguarda quell’ambito che nel femminismo oggi viene chiamato “intersezionalità”, idea a cui Muraro in quello stesso articolo riconosce importanza politica perché opera – dice – «nella sfida di accordare le differenze tra esseri umani con il principio di uguaglianza». Aggiunge tuttavia che lei vi riflette nei termini posti dalle differenze tra donne, che si collocano in uno spettro molto più ampio rispetto alle differenze prese in considerazione dalle teoriche dell’intersezionalità. 

La differenza tra donne è difficile da praticare, ugualmente l’intersezionalità è difficile da praticare. Lo sa Muraro che ne parla in Esserci davvero raccontando che non sa bene relazionarsi con qualcuna che è altro e che questo è molto “disturbante” perché è una donna (p.80). Lo sa anche Tamara Tenenbaum, che nel suo libro Un milione di stanze tutte per sé (Fandango 2025) sostiene che gli scritti che afferiscono all’intersezionalità le piacciono «soprattutto quando riconoscono le difficoltà dell’intersezionalità stessa: quando non pensano che basti nominarla come fosse una parola magica perché il problema di come pensare e interagire politicamente con ciò che non viviamo sia risolto» (p.73). Cita al riguardo un testo quasi sconosciuto di Virginia Woolf: l’introduzione a La vita come noi l’abbiamo conosciuta di Margaret Llewelyn Davis, un libro di racconti autobiografici di donne lavoratrici di quegli anni, in cui la Woolf confessa le sue difficoltà nelle relazioni tra le classi e con le operaie. 

Jennifer Guerra nel suo libro Il femminismo non è un brand dedica un articolata riflessione all’intersezionalità spiegando i passaggi per cui è diventata una “parola magica” – lei preferisce dire un “termine ombrello” – di cui facilmente si è impadronito anche il mercato. Lei stessa ne evidenzia i limiti e condivido la sua analisi quando fa notare che a essere intersezionali non sono tanto le persone quanto piuttosto i sistemi che le opprimono. Avanza anche una proposta politica: abbandonare «l’idea di una politica basata sul senso di colpa identitario facilmente capitalizzabile e cominciare a costruirne una basata sulle alleanze» (p.149).

Pur condividendo l’orientamento verso una politica delle “alleanze” e non delle contrapposizioni sterili e violente, vorrei far presente che anche questa politica può diventare un’operazione più di facciata che di sostanza, come abbiamo visto fare tante volte nella politica tradizionale che mette insieme sigle, gruppi, associazioni in cartelli fittizi, tesi più a essere contro che a produrre trasformazione nel presente. Se riteniamo invece che “le alleanze” siano produttive se si fanno tra esseri umani in carne ed ossa, allora sono necessarie adeguate pratiche di relazione e scambi e penso che approfondire e praticare la relazione di differenza tra donne, soggettività altre comprese, risponda a questa esigenza. 

In questo secondo orientamento diventano preziosi i luoghi in cui gli scambi possano avvenire, che siano luoghi fisici come la nostra libreria, le case delle donne, i centri di documentazione o luoghi momentanei di incontro come convegni e altre iniziative, o luoghi virtuali.

Invece stiamo assistendo a sempre più casi di appuntamenti femministi annullati all’ultimo momento per veti posti da parte di altre femministe. È di fine maggio la Lettera alle femministe che hanno a cuore la politica delle donne e i suoi spazi, promossa dalla rete Dichiariamo e facilmente rintracciabile in internet, che, prendendo atto di questa situazione vuole interrompere una dinamica che non ha mai fatto parte della politica delle donne e vuole «costruire un momento di confronto sulle pratiche di convivenza nel femminismo». L’ho firmata anch’io, come parecchie altre donne della Libreria.

Credo che qui scontiamo il fatto che alcune componenti del femminismo abbiano preso troppo alla lettera la teoria della performatività del linguaggio di Butler e abbiano spostato interamente sul linguaggio la lotta politica, ritenendo che il cambiamento passi dal fatto di esprimere giudizi sempre più pesanti e radicali su altre femministe e che questo basti. Invece non basta, e che sia un errore politico lo si vede dai risultati che produce. Una politica del linguaggio è efficace solo se fa tutt’uno con l’agire, e quindi con le pratiche di relazione, compreso il conflitto relazionale, che come tale non è mosso dal desiderio di eliminare la presunta avversaria. La pratica di relazione di differenza chiede sì una politica del linguaggio ma che sia più vicina a una danza, invece che a una guerra. 

Questo testo sul pensiero della differenza sessuale deve molto a Luisa Muraro. Sappiamo, è morta da poco. Come è stato notato, quando muore una donna o un uomo a cui siamo molto legate, la sua voce continua nel nostro sentire e la sua presenza insiste accanto a noi pur nell’assenza. Così per tante cose di quello che ora dirò, sento la voce di Luisa perché so bene come alcuni passaggi le appartengano e dunque cosa ha detto e il suo sguardo nel dirlo. Il pensiero della differenza è stata ed è una impresa di molte, ma Luisa ne è stata l’iniziatrice.

Sperimentiamo di frequente come ci siano immagini che aiutano a formulare un pensiero.

Per il pensiero della differenza sessuale l’immagine chiave è stata per me una affermazione limpida di Carla Lonzi da Sputiamo su Hegel. Sostiene che tra l’esperienza delle donne e quella degli uomini esiste una asimmetria irriducibile. Scrive: “La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi ma un muoversi su un altro piano” (p. 32).

Vuol dire che la differenza femminile che io sono non prende il proprio valore e significato dal differenziarmi dagli uomini, ma dal farle spazio simbolico attorno, e questo assieme ad altre. Con gli uomini non c’è né simmetria, né opposizione, né dialettica. Ci muoviamo su un altro piano.

È sviante dunque pensare la differenza sessuale come differenza tra donne e uomini. Per questo l’autentico primo passo è un differire soggettivo che prende corpo e significato tenendo in tensione l’interiorità e la relazione con altre.

Come si legge nel libro Il pensiero della differenza sessuale, di cui abbiamo fatto una nuova edizione e introduzione con la casa editrice Mimesis, questo pensiero è nato in Diotima dal desiderio di dare parola al nostro amore per la filosofia e al nostro essere donna, provocando così una vera rivoluzione epistemica della filosofia. Questa scommessa ha coinvolto per contagio lo statuto della storia, della pedagogia, del diritto e così via. Da un lato si è trattato di una critica al pensiero maschile falsamente neutro universale, ma dall’altro è stato ed è dire ciò che ci sta a cuore filosoficamente a partire dalla soggettività femminile che incarniamo. Quel che abbiamo scritto da quel momento in poi ha avuto radici nella nostra soggettività e nelle relazioni con altre donne, trasformando radicalmente il modo stesso di fare filosofia.

Dico questo perché non si è trattato affatto di aggiungere una filosofia femminile accanto a quella maschile, e dunque venendo in battuta seconda. Come se si volesse completare il campo dell’umano. Piuttosto mostrare in concreto come la differenza femminile modifichi dall’interno il fare filosofia.

Qualche cosa di simile nella ricerca storica. María Milagros Rivera, parlando della ricerca storica fatta da Luisa Muraro, giustamente diceva che non sono gli archivi storici ad essere sessuati, ma è lo sguardo della donna che li consulta a farli tali. E così nel diritto. Lola Santos nel seminario di Diotima lo scorso anno lo diceva bene. Sono le relazioni tra giudici, avvocate e donne implicate in modo diverso a rendere sessuato il diritto. Riprendeva e arricchiva così una posizione di Lia Cigarini.

Tuttavia è bene ricordare – ed è un punto a cui tengo molto – che il piano delle pratiche, della trasformazione personale e della qualità soggettiva di ognuna di noi è parte intrinseca di questa scommessa politico-epistemologica. Questo fa del pensiero della differenza sessuale una forma di vita. Non si può parlare, ad esempio, di relazioni tra donne senza avere fiducia e cura di tali legami. Non si può parlare di autorità femminile se non come scoperta e riscoperta nella vita delle relazioni. Più concretamente, è stata l’invenzione da parte di Luisa Muraro di alcune pratiche precise che ha permesso che tra noi si formasse un tessuto sorgivo di pensiero, senza fare appello a un sapere già costituito.

Quel che si dice e come si vive sono – nel caso della differenza – strettamente legati.

Molte cose sono successe nei quarant’anni che sono seguiti. Il contesto politico e di pensiero si è andato trasformando.

Ci siamo trovate confrontate con tentativi diversi di neutralizzazione della differenza sessuale.

Il più indiretto e meno evidente – forse per questo il più difficile da affrontare – è stato quello di una certa area di pensiero, che ha raccolto soltanto la valorizzazione dell’essere donna ed essere uomo cancellando l’asimmetria, che implica l’impossibilità di una dialettica. È proprio tale impossibilità che porta di suo a dare spazio allo sguardo femminile del reale. Il consenso che abbiamo ricevuto da questa area culturale è nato dunque da un fraintendimento. Riportando tutto alla differenza tra donne e uomini e al valore dei generi, essa ha tradito il senso di un pensiero squilibrante, che è tale perché prende come passo d’avvio quel che della differenza dice la soggettività singolare incarnata. Quest’area ha posto al centro la differenza tra donne e uomini, e lo ha fatto come qualcosa che si può vedere dall’esterno. La differenza sarebbe oggettiva, sedimentata nel dato biologico del corpo e nel linguaggio dato. L’errore è di guardare l’umano con uno sguardo di sorvolo, prescindendo da sé stesse. Al contrario, un punto essenziale è che l’anima è coinvolta dal corpo e la differenza è il senso soggettivo che si dà a tale coinvolgimento.

Apro una breve parentesi su quel che ho appena detto. Il corpo sessuato influenza l’anima che siamo, certo, ma non in modo deterministico. Ognuna e ognuno di noi dà un significato singolare a questo coinvolgimento che il corpo esercita su di noi. Porto un esempio che non ha a che fare immediatamente con la sessuazione. Sappiamo, ci sono molte donne magrissime. Io lo sono. Il significato che io do a questa condizione d’esperienza è di essere una donna leggera come una foglia che il vento può portare via con sé. È una immagine, un germe di pensiero di un sentire soggettivo. È in questo senso che Luisa Muraro voleva si parlasse di pensiero della differenza sessuale e non semplicemente di differenza sessuale. Per lei era fondamentale dare spazio a quel movimento del pensiero che nasce da un sentire soggettivo della differenza. È vero che il corpo coinvolge l’anima, ma è questa che trova le parole per dire i modi e le forme di tale coinvolgimento.

Torno alla risonanza e alle critiche portate al pensiero della differenza. Il tentativo più diretto ed evidente di neutralizzazione della differenza è venuto dal movimento Lgbtqia+. Sappiamo che si è impegnato a decostruire i generi sia criticando la posizione che chiamo tradizionalista, che parla di donne e uomini e famiglie naturali, sia in polemica con il pensiero della differenza considerato la causa di tale spartizione naturale. In questo modo travisandolo del tutto. 

L’uso del neutro da parte del movimento Lgbtquia+ con la schwa o con la u finale è un modo per accogliere tutte le identità dei soggetti che non si riconoscono nel modello sociale e di potere costruito attorno all’eterosessualità. Propone così una specie di rete inclusiva di una miriade potenziale di identità.

Si tratta di un modo profondamente diverso da quello di una differenza femminile che è impegnata a squilibrare dall’interno la cultura data leggendola e trasformandola in base allo sguardo della differenza femminile e all’orientamento della verità.

Oggi è cambiato profondamente il contesto in cui viviamo. Antje Schrupp l’ha chiamato caos postpatriarcale. Il pensiero della differenza sessuale può giocare una nuova partita, ma è indubbio che sentiamo il contraccolpo di questo caos, che si avvia a una nuova disposizione e qualità del potere.

Ci troviamo ad affrontare qualcosa di imprevisto. Molte segnalano ad esempio la difficoltà di sentire e radicarsi in un’esperienza autentica. Si sentono risucchiate da esperienze piccole. Ristrette. Che perdono mondo.

Un secondo esempio: la lettura sessuata della realtà, che è una delle nostre pratiche in cui si gioca la differenza femminile, in molti dei nostri discorsi scivola nella pura e semplice critica al presente, sostanzialmente neutra. Il fatto è che veniamo catturate dagli avvenimenti “sensazionali” e non comprensibili immediatamente. Si perde così la scommessa del pensiero della differenza, che ha la sua leva nel radicarsi nell’esperienza soggettiva. Di conseguenza il discorso scivola nel tentativo di una mappatura oggettiva di quel che avviene. Senza slancio desiderante. Senza ricordare che il reale a cui facciamo riferimento è visibile e invisibile e si nutre del nostro desiderio.

Per muoverci secondo questo slancio è come se dovessimo ricominciare dagli inizi, dalla esperienza vissuta soggettivamente avendo ben chiare le difficoltà nuove che ci sospingono – senza che lo vogliamo – verso nuove forme di neutralizzazione del discorso. Voglio ricordare ancora due difficoltà che portano al neutro e cancellano la differenza. La prima: l’anestetizzazione del nostro sentire indotta dalla forma delle notizie che assorbiamo, come sostiene Ida Dominijanni. La seconda: la sempre più diffusa difesa nei confronti del trauma provocato dal contatto con il reale. Questa difesa impedisce di fare esperienza del reale e di trasformarci in relazione ad esso. Ne ha parlato Leeanne Minter al ritiro di Diotima. Entrambe, sia la prima sia la seconda, rendono impossibile qualsiasi verità soggettiva, e dunque la stessa differenza femminile nella sua capacità innovativa.

Allo stesso tempo ho osservato come ci sia oggi un autentico e nuovo desiderio di conoscere il pensiero della differenza. Non a caso è stato riedito il primo libro di Diotima. Questo va di pari passo con il desiderio di molte e molti di andare a conoscere le radici del femminismo. Penso ai testi di Luce Irigaray, di Carla Lonzi da poco ripubblicati assieme ad altri. Antje Schrupp ha scritto recentemente che in Germania le hanno chiesto un libro sul pensiero della differenza italiano. Mi sembra che il pensiero della differenza abbia più credito nel lungo periodo, perché ciò gli permette di mostrare le sue potenzialità di senso e di vita vissuta messe alla prova nei periodi di crisi come questo.

Ho notato anche un bisogno di studiare questi testi come azione politica collettiva, come dice Antonietta Potente. Studiare assieme, il che significa crescere assieme orientandosi. Studiare ha un tempo suo proprio che si sottrae all’affastellarsi frenetico delle informazioni. Provoca un modificarsi in dialogo con chi scrive e con chi con noi legge. 

Ho pensato molto se riscrivere il mio intervento, alla luce della notizia della scomparsa di Luisa Muraro. Ho incontrato Luisa in due occasioni. La prima, molto brevemente, di persona, quando sono venuta la prima volta in libreria nel 2023 e la seconda in videochiamata, lo scorso anno, in occasione dell’intervista che le ho fatto per Sette, il supplemento del Corriere della Sera, per il cinquantesimo anniversario della libreria. Per me è stato un grande onore raccogliere le parole di Luisa, che non concedeva interviste da molti anni. Alla fine ho deciso di mantenere l’intervento così come l’avevo pensato, sperando che al suo interno possiate cogliere l’importanza che l’incontro con la Libreria e con Luisa hanno avuto per me. 

Esattamente tre anni fa, mettevo piede per la prima volta in questa sala, su invito di Vita Cosentino, per partecipare alla redazione aperta di VD3. All’epoca stavo attraversando una crisi nel mio femminismo, di cui decisi di parlare nella mia relazione, che aveva come oggetto l’amore. Quando venni qui la prima volta e lessi quelle parole, così catartiche e liberatorie, stavo affrontando un periodo di depressione, scatenato dalla mia diagnosi di ADHD, il disturbo dell’attenzione che mi aveva fatto finire ai ferri corti col femminismo. In questi tre anni ho capito che sì, in parte quella crisi era dovuta ai miei problemi personali, ma era anche il segnale di una grande trasformazione del mio modo di essere femminista. All’epoca mi sentivo profondamente insoddisfatta dal femminismo che avevo intorno a me. Il femminismo, che era il mio oggetto d’amore, si comportava come un amante sfuggente e immaturo, che non riusciva a dare nessuna svolta trasformativa significativa nella mia vita, e per il quale cominciavo a provare una sorta di risentimento. Come si dovrebbe fare per tutte le relazioni che non funzionano, decisi di prendermi una pausa. Nel frattempo, arrivò l’invito di Vita alla Libreria, che mi sorprese enormemente. Mi sentivo lontana da questo luogo, ideologicamente e anagraficamente, ma decisi comunque di accettarlo. 

Ciò che mi sconvolse, quella domenica mattina dell’11 giugno del 2023, fu la scoperta di una declinazione diversa del verbo “fare”. Si poteva fare il femminismo in una maniera nuova, per me inedita, e il paradosso era che a mostrarmelo era un gruppo di donne molto più vecchie di me. Per me fu incredibile scoprire che non c’era bisogno di attraversare tutti i conflitti, di rispondere a tutte le osservazioni e di arrivare per forza a una chiusura. Si può fare il femminismo anche semplicemente restando nella relazione, nell’apertura, in una parola nella differenza.  

Da allora ho scritto un libro, che non è ancora uscito e per il quale sono tornata un’altra volta in Libreria, in cui ho intervistato femministe cosiddette storiche da tutta Italia, con percorsi di vita e punti di vista molto diversi fra di loro. L’obiettivo che mi sono data scrivendo era di riuscire a trasmettere alle mie coetanee e alle femministe più giovani di me la stessa scoperta che avevo fatto io, ovvero che c’è un modo differente di stare nel mondo, di stare fra donne, di stare nel femminismo, che non si riduce a una lista di obiettivi e di azioni politiche. Più parlavo con le mie nuove amiche di settanta, ottant’anni, più mi rendevo conto che nel femminismo attuale c’è un problema di fondo. Quasi tutte noi – e con noi intendo le under 30 o giù di lì, le nuove generazioni – abbiamo conosciuto il femminismo su Internet, in particolare sui social. Lo abbiamo conosciuto sottoforma di contenuto, di content, di argomento. Magari lo abbiamo anche studiato all’università, ma non cambia molto. Questo femminismo ci è apparso, un giorno, per caso. È un femminismo senza storia, senza passato e senza futuro, e scomparirà dai nostri feed con la stessa velocità con cui è arrivato. Qualcuna di noi dopo un po’ si stanca di questo femminismo superficiale, e quindi prova a fare attivismo. Passa così dal consumare virtualmente il femminismo ad agirlo concretamente nei propri territori. Ma manca sempre un passaggio, uno spazio in cui quella spinta che ci ha condotte verso il femminismo viene elaborata, pensata e condivisa nella relazione. 

Io sono stata in grado di fare questo passaggio solo quando ho scoperto il pensiero della differenza. La cosa più importante che mi ha insegnato il pensiero della differenza è che nel femminismo ci sono due dimensioni: l’orizzontalità, cioè la sorellanza, la solidarietà; e la verticalità, cioè la genealogia, l’affidamento. Grazie a questo insegnamento, ho trovato anche una risposta alla domanda: cos’è il femminismo? Il femminismo, prima di ogni altra cosa e definizione, è riconoscersi in una genealogia di femministe, è pensarsi in un continuum, è essere femministe perché si vuole, si desidera, si tende al femminismo. 

Ammetto di essermi avvicinata alla parola “differenza” con sospetto e diffidenza. Per me era importante collocare questa parola in un percorso politico di apertura e alleanza politica verso le istanze della comunità LGBTQ+ e delle persone trans, ma allo stesso tempo rimanevo insoddisfatta dall’interpretazione della mia esperienza incarnata di donna come di una semplice performance o costruzione culturale. Il modo in cui sono riuscita a conciliare queste due esigenze, dare senso alla mia differenza senza ridurre la differenza a un destino, è stato l’incontro prima intellettuale e poi umano con Rosi Braidotti. Braidotti interpreta la differenza sessuale non come un’identità stabile e lineare, ma come una “politica della collocazione”, un processo, un progetto, che nella relazione e nello scambio non si fissa in un dato, ma esplode in mille possibilità e direzioni. C’è una matrice nella differenza sessuale, che è proprio la genealogia materna: noi abbiamo un’origine, un punto di partenza, delle radici. 

Il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione è una generazione di orfane. È una generazione che raramente ha l’opportunità di confrontarsi con le proprie madri simboliche. Come dicevo prima, questo ha a che fare con il modo in cui noi siamo venute in contatto con un femminismo senza radici e senza storia, ma anche con la grande questione della trasmissione generazionale, che si è interrotta da qualche parte. Vorrei tralasciare oggi di soffermarmi sulle ragioni di questa interruzione, e trattarla come un semplice dato di fatto. Come possiamo inserirci in un continuum materno se non sappiamo nemmeno di avere delle madri? 

Adrienne Rich scriveva che si può disobbedire alla propria civiltà per amore della propria civiltà. Questa è l’esperienza che tante di noi hanno avuto con le proprie madri in carne ed ossa: ci sentiamo autorizzate a disobbedire a loro in virtù dell’amore che proviamo per loro. Per disobbedire a una madre, dobbiamo riconoscerla prima come tale. Io credo che oggi il valore che possiamo dare alla differenza sia proprio questo: trovare nella differenza un’appartenenza non tanto biologica, ma genealogica. Usarla come un perno, una chiave di volta. 

A gennaio, ho avuto l’onore e il piacere di partecipare a un convegno dedicato al pensiero di Rosi Braidotti alla Sorbona di Parigi, dove ho proprio portato questo tema: disobbedire a una madre quando ci si sente orfane. Per l’occasione ho letto in un vecchio numero di Via Dogana una metafora che mi ha accompagnata nella costruzione del mio intervento: a volte il femminismo diventa un’eredità indigesta, come una grande casa di campagna che esitiamo a ristrutturare, ma che allo stesso tempo rischia di diventare un peso, ricoperto di polvere. Cosa fare di questa casa? Trasformarla in un museo o imbarcarsi in una faticosa impresa di ristrutturazione, perché questa casa di campagna torni a essere casa a tutti gli effetti? Io credo che oggi dobbiamo rapportarci alla differenza proprio come ci rapporteremmo a questa casa: dobbiamo renderla un luogo accogliente, vitale, un luogo di appartenenza che però non ci trattiene, un luogo in cui tornare senza sentire l’obbligo di restare per sempre. In questa metafora, ritrovo il senso di Braidotti per la differenza come progetto, come qualcosa che si costruisce. 

Io sono convinta che siamo ancora in tempo per imbarcarci in questa impresa. Nelle mie relazioni con le femministe della mia generazione e delle generazioni più giovani, ritrovo spesso gli stessi desideri:

  1. Il desiderio di rendere il femminismo qualcosa di concreto, di significativo tanto a livello politico quanto esistenziale
  2. e il desiderio di non sentirsi orfane.

Avere punti di riferimento, avere una memoria. L’incontro con Braidotti, come forse saprete, ha anche prodotto anche un altro libro che abbiamo scritto con la filosofa politica Giorgia Serughetti, Giù le mani dal femminismo. In questo libro denunciamo l’appropriazione del femminismo da parte dei nemici storici del femminismo stesso, la destra e il fascismo. Oggi leader politiche con una cultura storicamente estranea e ostile al femminismo si dicono femministe, o usano le istanze femministe per promuovere politiche di disuguaglianza ed esclusione. Nascono collettivi di “femminismo identitario”, che considerano il femminismo come generica libertà conquistata dalle donne occidentali e messa in pericolo dall’arrivo di uomini stranieri, negando l’esistenza del patriarcato nelle proprie case e nella propria cultura. Nel libro, io mi sono occupata di rispondere alla domanda: com’è possibile che oggi la parola femminismo sia stata svuotata a tal punto da essere appropriata da simili soggetti? Come siamo passati da una Margaret Thatcher che diceva di odiare le femministe a una Marine Le Pen che dice di esserlo? Nel mio capitolo, ho ricostruito il percorso che ha portato a questo svuotamento, a partire dagli anni Ottanta, quando il capitalismo e il neoliberalismo si sono appropriati dei valori femministi più funzionali al mantenimento dello status quo, come il successo individuale, l’affermazione economica e lavorativa. Questa addomesticazione del femminismo prospera sull’ambiguità, rendendo il femminismo un’idea, o al peggio una merce, anziché una pratica, che chiunque può acquistare e rivendicare come propria senza alcun progetto politico. Sono convinta che l’alleato più funzionale a questa appropriazione sia proprio l’assenza della memoria storica e della genealogia femminista, e che le dinamiche con cui oggi il femminismo prospera su Internet amplifichino questa sensazione che il femminismo salta fuori dal nulla, è la scoperta individuale della singola donna che diventa così l’emblema del femminismo “giusto”. Per questo diventa sempre più urgente ricostruire un’alleanza intergenerazionale, in cui la differenza diventa anzitutto appartenenza a una civiltà differente, a un modo diverso di stare al mondo, a un ordine simbolico che ci permette di esistere nella molteplicità dei nostri desideri. 

«La differenza ci è caduta addosso». Mi ricordo queste parole di Luisa Muraro, quando Giorgia Meloni è stata eletta Presidente del Consiglio nel 2022. Come sarebbe a dire? Caduta addosso? È da decenni che parliamo di differenza sessuale! Eppure sì: la differenza va sempre ripensata. 

Aveva ragione Luce Irigaray quando scriveva, nel 1984: «La differenza sessuale rappresenta una delle questioni, o la questione, che deve essere pensata nella nostra epoca». E la “nostra epoca” non è mica finita. Dopo migliaia di anni di patriarcato, la questione rimane aperta e irrisolta. Inquietante, perturbante e affascinante – almeno per come la sento io, fin da quando andavo all’asilo. 

Vorrei sottolineare che Irigaray parla di una questione, non di un dato di fatto o di una semplice realtà biologica, ma di qualcosa che riguarda, insieme, i corpi e i linguaggi.

La differenza è sempre in ballo. Per millenni è stata generatrice di cultura e di bellezza, ma anche di sopraffazione e annientamento. Tuttavia, non è mai stata davvero pensata autonomamente, fino alla presa di coscienza portata dal movimento delle donne: nato come lotta per la libertà femminile e per la decostruzione di quell’ordine simbolico che oggi, spesso, viene definito “eteronormativo”. 

Nel tempo il femminismo si è differenziato e articolato in molteplici posizioni e pratiche politiche. Spesso si è trattato di un dialogo anche aspro, come abbiamo scritto nell’invito; posizioni che comunque non hanno mai aspirato a una sintesi definitiva, né a una forma unica. 

La differenza sessuale, da “questione da pensare”, è diventata anche “pensante”, generatrice di saperi in molti ambiti: filosofia, pedagogia, storia, giurisprudenza e altri ancora. Vorrei ricordare che queste riflessioni sono sempre state strettamente intrecciate alle pratiche, all’esperienza vissuta, al pensare in presenza. Per questo la differenza sessuale non è mai stata concepita come una teoria astratta, pur avendo raggiunto alti livelli di elaborazione filosofica, grazie anche alla comunità filosofica Diotima.

Oggi, però, parlare di ordine simbolico, inconscio o desiderio sembra difficile, in un mondo i cui codici linguistici e culturali sono profondamente cambiati. Viviamo nell’epoca delle semplificazioni, delle contrapposizioni e degli schieramenti. Così la differenza sessuale viene spesso ridotta a binarismo, essenzialismo o biologismo – e quindi rifiutata. 

Nello stesso tempo assistiamo a una nuova ondata di interesse, soprattutto tra le giovani e i giovani, per Carla Lonzi, la madre del pensiero della differenza in Italia. In ambito accademico, c’è chi valorizza il pensiero di Lonzi per la sua forza decostruttiva. Ma qui, attenzione, ci muoviamo nell’ordine delle idee, senza riferimento alle pratiche. 

Contemporaneamente, il discorso sul gender – avviato da Judith Butler come complessa riflessione filosofica – si è sviluppato soprattutto a livello accademico, non facilmente accessibile a tutti, e perciò ha trovato una traduzione politica molto semplificata. Si è finito per identificarlo con una concezione della soggettività fondata esclusivamente sulla performatività del linguaggio e sulla costruzione individuale dell’identità.

Penso che l’allontanamento progressivo tra le diverse posizioni e pratiche femministe sia anche un effetto della fine del patriarcato come ordine simbolico dominante. Venuto meno l’“avversario” comune, sono emerse con maggiore evidenza divergenze che prima restavano sullo sfondo, e la conflittualità si è inasprita.

Nel mondo postpatriarcale, del resto, le leggi e le regole che gli uomini avevano negoziato tra loro sembrano saltate. Le atrocità delle guerre che vediamo tutti i giorni sono la negazione stessa del diritto internazionale. Le regole della convivenza civile appaiono sempre più fragili. Diritti acquisiti vengono smantellati per decreto da un giorno all’altro, il tutto accompagnato da un linguaggio estremamente violento e volgare. In più, l’asse del potere si è spostato dai singoli Stati ai colossi della Silicon Valley, inafferrabili e minacciosi. Il mondo si sta frantumando, i muri diventano sempre più alti.

Tutto questo sembra riverberarsi anche nel femminismo, dove contrapposizioni e pregiudizi si acuiscono sempre di più. Noi stesse, qui in libreria, ne abbiamo fatto esperienza. 

Questa conflittualità sterile non riguarda soltanto l’Italia. L’amica Antje Schrupp, giornalista e femminista tedesca – oggi presente con noi via Zoom da Francoforte – denuncia nel suo ultimo libro, Postpatriarchales Chaos, che il dibattito femminista «è finito in un vicolo cieco. Ci troviamo sempre davanti alle stesse ondate di indignazione e risentimento: i post su Instagram con rivendicazioni stereotipate e commenti prevedibili. La radicalità, invece di esprimersi in analisi profonde, si manifesta nella durezza del tono e nella veemenza delle accuse. Tutto questo debilita l’amore femminile per la libertà. E in questi tempi non possiamo permettercelo», scrive Antje.

In questo contesto così turbolento, vogliamo ripensare la differenza sessuale, anche di fronte a nuove, urgenti sfide come l’appropriazione che ne fa il mercato neoliberale o l’uso distorto e strumentale del femminismo da parte delle forze politiche di destra. 

Di tutto questo vogliamo discutere insieme a Jennifer Guerra e Chiara Zamboni. 

Domenica 14 giugno 2026, ore 10.30-13.00

Libreria delle donne, via Pietro Calvi, 29 – Milano


La forza e l’originalità del femminismo italiano stanno nel mantenere la caratteristica di un movimento in cui coesistono differenti posizioni, anche aspramente dialoganti, che non sono mai volute arrivare a sintesi o a una forma unica.


Ma in una fase in cui tutta la politica sembra degenerare in contrapposizioni irrigidite e assolutistiche, anche il femminismo appare oggi più frantumato che plurale, come se fosse contagiato dallo spirito del tempo. E spesso le chiusure e i rifiuti si basano più su un sentito dire approssimativo, o su semplificazioni veicolate dai social, oppure su una smania etichettatrice che restringe o elimina il campo del confronto, piuttosto che sui contenuti e sulle pratiche che sono realmente in gioco.


Nella confusione del presente l’ideologia neoliberista riduce l’idea di femminismo a ricerca del successo individuale e il mercato cerca di trasformarlo in oggetto di consumo, mentre la destra tradizionalista sempre più spesso tenta di appropriarsene distorcendolo.


Per questo vogliamo riaprire la riflessione su uno dei nodi più controversi: la differenza sessuale e la scommessa politica per la sua libera significazione.


Introducono Traudel Sattler, Chiara Zamboni, Jennifer Guerra, Vita Cosentino

Mio padre era un operaio specializzato, un tecnico delle macchine tessili. Per tutta la vita ha avuto a che fare con i telai e le loro tecnologie. Era un sapere che amava, voleva imparare sempre di più, capire fino in fondo i meccanismi, stare al passo con le evoluzioni perché, diceva lui, solo conoscendo da dentro i telai poteva farli lavorare al meglio. Il suo mestiere, in fondo, era stare in relazione con la macchina perché un’altra relazione potesse darsi: quella delle operaie, le tessitrici, con il filo e con la stoffa. Le mani sul tessuto erano mani di donne.

Ho perso da poco mio padre. E nel mio lavoro ho a che fare con l’intelligenza artificiale. Mi ritrovo a ragionare sopra questo intreccio ogni giorno. Senza averlo cercato, non smette di sollecitarmi il pensiero: da una parte la macchina da tessitura di mio padre, dall’altra questa macchina nuova. E poi ci sono io. Mi muovo in un andirivieni tra il dentro e il fuori tra ciò che il tempo chiama a ripensare nella mia vita e ciò che chiede di pensare nel mondo. Parto da qui.

La domanda che mi si impone è questa: come si può stare nel tempo della macchina senza consegnarle la trama della nostra esperienza?

Ho letto un libro che vorrei consigliare a tutte, Sangue nelle macchine di Brian Merchant (Einaudi 2025)1, che racconta la vera storia dei luddisti. Il senso comune li ha tramandati come ignoranti e bifolchi, gente del popolo che spaccava ciò che non capiva. In realtà non erano affatto nemici della tecnologia, anzi, la conoscevano benissimo, erano tessitori, lavoranti a maglia, cimatori, che con le macchine lavoravano ogni giorno. Non distruggevano per ignoranza o per paura del nuovo. Protestavano radicalmente contro un uso che smantellava il loro lavoro e i loro diritti. Il loro odio non andava alle macchine, ma al modo in cui i capitalisti le asservivano per arricchirsi, affamando gli operai.

Chi è oggi il luddista? Raccogliendo questa tradizione, somiglia stranamente a mio padre, che la macchina la conosceva per farla funzionare; e somiglia anche alle donne di cui scrive Michela Spera in questo numero, le operaie alla pressa che avevano imparato la macchina tanto bene da saperla fermare di nascosto, senza che i manutentori, uomini, riuscissero a trovare il guasto. Per loro conoscere la macchina era una pratica di libertà dentro un tempo vincolato.

La linea che lega queste figure è il sapere incarnato come condizione della libertà.

Qui incrocio il limite costitutivo dell’intelligenza artificiale. La macchina genera senza esperienza, parla senza soggettività, restituisce una parola disincarnata, calcolata su ciò che è già stato detto e non fondata in una relazione. Senza genealogia, senza debito con la madre e, aggiungo io, senza mani che tessono.

Il pensiero mi riporta a mio padre. Continuando a mettere le due macchine una accanto all’altra, c’è un tratto che mi colpisce. Il telaio era inerte finché una mano non lo abitava, restituiva tessuto solo dentro un intreccio di gesti, di corpi, di sapere tramandato. La macchina che genera testo fa l’opposto: simula la relazione togliendo il corpo, le mani, l’esperienza. Ma su questo limite costitutivo si apre a mio parere uno spiraglio. Lo lascia intendere anche Simone Autera: quando il “prof.” (ChatGPT) si complimenta con Lina dicendole che la materia viva è la sua, commenta asciutto che qualcuno, quella materia viva, deve pur avergliela insegnata. Ecco il punto. Se la macchina ci parla, è perché siamo noi a parlare attraverso di lei. Generativo non è il suo calcolo, ma la trama che noi passiamo dentro e contro l’ordito del già detto. L’autorizzazione a immaginare nasce solo qui.

Lo dico anche contro una certa tentazione apocalittica, la mia per prima. Nella redazione aperta di questo numero, Ida Dominijanni ha definito i video brevissimi di TikTok l’eroina dei nostri tempi e mi risuona. L’invasione dell’eroina nel mercato negli anni Ottanta ha spazzato via ciò che restava degli anni Settanta (tutto, tranne il femminismo a onor del vero). Qualcosa di simile sento muoversi oggi nell’effetto di trascinamento di quei micro-video, dieci, venti secondi che ne chiamano un altro, e un altro ancora, e che da TikTok hanno ormai invaso Instagram e Facebook. È il tempo aoristico di cui scrive Daniela Santoro, un presente senza spessore, dove tutto accade adesso e niente si colloca. Però non sono apocalittica, perché ho a che fare con adolescenti e tra i più giovani vedo una coscienza precisa di questa cattura. La loro pratica, quando ci riescono, è la sottrazione: mettono il telefono in un’altra stanza mentre studiano, perché sanno che bastano le notifiche a frammentare il loro tempo. Non è poco. È in piccolo lo stesso gesto delle operaie alla pressa: ritagliarsi uno spazio libero dentro il tempo della macchina. È il kairós rovesciato, non l’occasione da cogliere ma una sottrazione da agire.

Torno al telaio, immagine per me evocativa che credo ci dia anche la forma di una pratica.

Merchant, americano, recupera l’idea luddista di resistenza senza intenderla come distruzione: non andare a spaccare i data center, ma conoscere la tecnologia, esercitare un controllo selettivo ovvero accettarla dove aiuta, frenarla dove distrugge diritti e lavoro. E soprattutto immettere in quelle basi di dati dei contenuti altri. Dentro l’ordito già dato dei corpora disfare un filo e tesserne un altro, una trama diversa.

Simone Autera ci ha messo in guardia: intervenire sui bias, raddrizzare i dati, è doveroso ma resta un discorso fermo sul piano normativo. Per lui la vera generatività sta altrove, nella relazione tra noi che precede e circonda la macchina, non nel data set corretto.

Ha ragione nel momento in cui pensiamo a questa mossa come al gesto vano di una rincorsa che non raggiunge mai il suo oggetto. Io lo vedo piuttosto come un gesto vivo, che va rifatto al presente ogni volta, come ogni tessitura, come ogni contrattazione. Tessere dentro la macchina non è l’aggiustamento normativo definitivo, di cui Simone Autera giustamente diffida. È una pratica, che per definizione non finisce, è una tessitura in fieri e disfieri.

Il generativo è fuori dalla macchina, nello scambio tra noi. Ma quello scambio passa anche dalle mani dentro la macchina, ogni volta che vi immettiamo la nostra trama. Tessere, sapendo che non si finisce di farlo, è il modo umano di stare nel tempo.

Penso il tempo così, come una tessitura. L’ordito essendo i fili tesi e fissi, il già dato, il passato che ci abita; la trama il filo che passiamo noi, adesso, con le mani, il presente che si fa. È, come scrive Vita Cosentino, il processo della vita, quel va e vieni in cui passato e presente si annodano di continuo. È il tempo che apre possibilità perché c’è sempre un filo che possiamo ancora intrecciare.

La macchina di mio padre tesseva soltanto se una mano la abitava. La macchina con cui lavoro oggi tesse da sola, senza mani, senza corpo, senza relazione, ci restituisce solo l’ordito del già detto. La trama dobbiamo passarla noi. Possiamo ribellarci alla tirannia del tempo aoristico non spegnendo i telai, ma rimettendoci le mani, conoscendoli da dentro come i luddisti, come le operaie, come mio padre. Per tesservi qualcosa di vivo, sempre restando il corpo estraneo che la macchina non sa addomesticare, la mano che, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto.

  1. Brian Merchant, Sangue nelle macchine. Le origini della ribellione contro la tecnologia, traduzione di Daniele A. Gewurz, Einaudi, Torino 2025 (ed. or. Blood in the Machine. The Origins of the Rebellion Against Big Tech, Little, Brown and Company, New York 2023). ↩︎

Scriveva Madame de Maintenon a Madame de Brinon: «Il re prende tutto il mio tempo; io dono il resto a Saint-Cyr a cui vorrei donarlo tutto».

[…]

Saint-Cyr è un luogo, una fondazione per l’educazione di fanciulle “povere e di buona famiglia” creata da Mme de Maintenon (che, sia detto per inciso, poté dedicarvisi completamente solo alla morte del re). A Saint-Cyr, quindi, Mme de Maintenon dona il suo resto di tempo e a Saint-Cyr vorrebbe donarlo tutto.

Nonostante gli impegni che le derivano dal suo ruolo di amante prima e di sposa morganatica poi, Mme de Maintenon riesce a trovare ancora del tempo da dedicare a ciò che le sta più a cuore. Ma questa interpretazione sembra semplicemente alludere – ancora una volta – all’inesauribile capacità di Mme de Maintenon (e delle donne) di erogare energie, comporre i tempi e conciliare i molteplici aspetti dell’esistenza. È una lettura riduttiva che non rende conto dell’esperienza temporale nella sua complessità poiché lascia in ombra l’unico elemento che di quella complessità è spia: il resto.

Il resto non è (niente), aveva concluso Derrida. […]

Al contrario, io credo che quel resto esista e che non sia un residuo. E che proprio la sua esistenza – nell’esperienza temporale di molte donne – getti una luce diversa sul “tutto”, su quello che per comodità chiamerò il tempo del re.

Il resto è un di più, è qualcosa che la somma complessiva non prevede, è un’eccedenza non contemplata né significata dal tutto. Il “resto del tempo” di Mme de Maintenon è irriducibile al tempo del re […]. La non misurabilità di questo resto e il conseguente rifiuto da parte delle donne di far tornare i conti a tutti i costi sono, a mio avviso, un buon punto di partenza per spiegare in cosa consiste – se esiste – un’esperienza femminile della temporalità.

Nell’Ordine simbolico della madre Luisa Muraro scrive: «Tempo e ordine simbolico sono istanze alla pari, in quanto sono entrambe istanze mediatrici, istanze della pensabilità del reale […] il tempo è l’ordine che noi diamo all’esperienza del divenire».

[…]

Mme de Maintenon dona un tempo che a rigor di logica dovrebbe essere finito. Eppure sempre gliene rimane, perché quello è il tempo del suo desiderio. È un tempo che il re non riesce a controllare perché fuori dalla sua giurisdizione (fuori dalla corte) e che il Filosofo [Jacques Derrida] non riesce a comprendere perché incompatibile con la necessità logica. Un tempo dunque non inscrivibile né nell’ordine sociale né in quello simbolico dato. Per esso – anzi tramite esso – Mme de Maintenon inscrive la sua temporalità in un ordine simbolico differente (che è quello delle relazioni tra donne che hanno casa a Saint-Cyr): qui il tempo non è una merce, un bene che, prima o poi, scarseggia, ma una risorsa simile al desiderio, sempre rinnovabile come la nostra capacità di significazione del reale.

Chiamerei dunque questo resto una “risorsa di senso o di desiderio” cui attingere per nominare non solo il luogo in cui ci piace stare (Saint-Cyr per Mme de Maintenon, lo studio o la politica per me) ma anche quello materiale della necessità. Grazie a quella risorsa di senso, […] Saint-Cyr, cioè la più cara tra le realizzazioni di Mme de Maintenon, non è stata annientata dal re e dal suo tempo onnivoro: ciò significa certo che Saint-Cyr è salva ma soprattutto che il tempo del re non è così “invincibile” né talmente compatto da impedire nuove significazioni. Se quel tempo non si dà più come unico, se un altro tempo esiste e esiste come istanza (libera) di mediazione, perché non attingere a questo per aprire varchi di libertà in quello? Perché non “restituire”, appunto, al tempo una dimensione complessa in cui – a corte come a Saint-Cyr – necessità e libertà possano coesistere?

Certo, Mme de Maintenon avrebbe potuto più semplicemente abbandonare il re e ritirarsi a Saint-Cyr. Ma così facendo avrebbe perso la possibilità di gettare un ponte tra le due realtà cui maggiormente teneva: consegnando la prima alla sola misura della necessità e la seconda a una libertà che non riesce a farsi trascendenza, che non riesce, cioè, a compiere quel “movimento di traduzione di sé dall’intimità indicibile all’esistenza nel mondo”. Mme de Maintenon rimane a corte e del suo resto di tempo si serve per nominare come complesse – necessarie e insieme libere – entrambe le sue esperienze.

Ieri Luigi XIV, oggi il capitale: dalla prepotenza della corte a quella dell’economia.

[…]

(Tratto da Iaia Vantaggiato, Quel che resta del tempo, in AA. VV., La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche ed., 1997, pp. 37-63)

Brano tratto dall’introduzione del libro di Diotima “Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione”, Liguori ed., Napoli 2002.

[…]

Nella nostra ricerca ci siamo fermate a lungo davanti al fatto di un’apparente discontinuità nella storia delle donne. C’è, nella storia documentata, l’evidenza di una presenza femminile che ogni tanto viene in primo piano per una luce che si accende dall’interno stesso della società senza poi durare né farsi tradizione, com’è avvenuto nella Francia del sec. XVII-XVIII, con il movimento del Libero Spirito, alle origini del cristianesimo… Noi stesse potremmo essere questo.

«Ma perché le donne non sono nella storia? O meglio: perché non vi compaiono se non marginalmente?» Sono le domande che Gianna Pomata formula all’inizio del suo ormai classico saggio “La storia delle donne: una questione di confine”. E risponde che la ricostruzione del passato è uno spazio di rappresentazione sociale, simile all’allestimento di un teatro in cui certe cose vengono portate in primo piano e altre restano o tornano sullo sfondo o vanno fuori scena, per cui la risposta a quella domanda va cercata nelle regole che determinano la rappresentazione sulla scena storica. Sì, purché si consideri anche le continuità e le discontinuità di quella scena e si aggiunga anche questa domanda: perché la storia delle donne non ha la caratteristica della continuità?

Prima ho parlato di un’apparente discontinuità: non potrebbe essere, invece, vera e profonda? nel senso che, in quella discontinuità, invece di voler leggere un venir meno, si potrebbe forse leggere la manifestazione di un esserci che non ha bisogno di durare?

Mi viene ora in mente una di quelle straordinarie formule che ha saputo coniare Carla Lonzi: «La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza!» (“Sputiamo su Hegel”). Che cosa vuol dire? Per me, approfittare della differenza è stato vivere la asimmetria dei sessi non come un’ingiustizia da correggere ma come un principio di relatività, intesa nel senso di Einstein, distante da ogni relativismo. E considerare la politica delle donne non come una macchina che fa accadere le cose, ma piuttosto come un intensificarsi della mediazione nell’ordine del poter essere e del poter accadere. Da questo punto di vista, il libro prototipo resta “Tre ghinee” di Virginia Woolf.

Si può andare oltre e intendere che quelle parole dicano anche questo: «Approfittiamo dell’assenza!» Così, per finire, abbiamo fatto in Diotima: ci siamo messe ad approfittare dell’assenza. E ci siamo accorte quasi subito che la continuità, che caratterizza la costruzione della scena storica, non è la sua parte migliore, ossia la più parlante, la più favorevole alla ricerca, la più sensibile agli inevitabili errori. Anzi. Per rendercene conto, è bastato considerare le forzature che operano e le fatiche che impongono i linguaggi che non sanno render conto delle discontinuità, dei mancamenti, delle rotture, delle incoerenze, dei vuoti, delle sottrazioni, delle asimmetrie, delle disparità, dei conti che non tornano.

È stato in quel punto che abbiamo cominciato a pensare alla storia delle donne come ad una storia dotata di una caratteristica insolita ma non insensata: l’intermittenza, simile al corso di quei fiumi nel Carso di cui ci parlava la maestra a scuola, che spariscono nel sottosuolo e poi riaffiorano, secondo le caratteristiche del terreno. In altre parole, quello che si presentava come un difetto di continuità, abbiamo provato a guardarlo come una storicità originale, non confinata nella cronologia, e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci. La cosa ha funzionato, detto alla buona, nel senso che la nostra mente si è messa in movimento, i fatti si sono risvegliati, anche i più banali, e le nostre interlocutrici hanno reagito vivacemente, con angoscia le une, con allegria altre che si sono sentite esonerate da una presenza obbligatoria ed invitate all’esercizio di una libertà di nuovo tipo.

Sono arrivata dove comincia il libro e mi fermo. Naturalmente, il senso dell’“intermittenza” constatabile nella storia delle donne resta altamente problematico e non basterà certo un libro ad investigarlo. Del resto, questo libro non ha l’intermittenza per oggetto, ce l’ha come postura, cioè come un fatto interno e accettato, con tutto quello che esso comporta di non ancora capito e di promettente per l’intelligenza delle cose che c’interessano.

[…]

C’è una cosa che ho imparato studiando le lingue antiche: i greci, prima di decidere quando accade qualcosa, decidevano come accade. Prima del tempo, l’aspetto. Prima di collocare un’azione nel flusso del mondo, ne coglievano la forma: se era un processo aperto, un’azione con inizio e fine, un evento puntuale senza bordi.

L’aspetto imperfetto, l’infectum, descrive qualcosa che si svolge, che non è ancora compiuto, che respira. Il perfetto, il perfectum, dice che qualcosa è accaduto e che il suo effetto persiste, ancora presente nel momento in cui parlo. E poi c’è l’aoristo, il più misterioso, il più discusso nelle grammatiche e nei seminari. Il suo nome viene dal greco aóristos: indefinito, senza bordi, senza contorni temporali. L’aoristo non si situa nel presente né nel passato. Non dice né “stavo camminando” né “ho camminato e ne sento ancora le gambe stanche”. Dice solo: l’evento è accaduto. Sospeso. Avulso dal tempo.

Calandomi quotidianamente nel mondo algoritmico, tra i reel1 nel doomscrolling2 ormai inevitabile di Instagram e le raccomandazioni da cui sono bombardata, ho iniziato ad avvertire qualcosa di simile a un fastidio grammaticale. Come leggere una frase in cui tutti i verbi sono all’aoristo. Un articolo di due mesi fa presentato come notizia di questa mattina. Un dibattito di settimane fa riproposto come urgente, attuale, arrabbiato. Una scoperta scientifica di anni fa restituita come rivelazione. 

Il contenuto esiste, l’evento è avvenuto: ma quando? Dove si colloca nel flusso? L’algoritmo non lo dice. Non gli interessa. L’algoritmo parla quasi sempre all’aoristo.

Sono quasi due anni che dedico un terzo della mia vita a plasmare agenti di intelligenza artificiale. Li ho progettati, testati, rotti e ricostruiti. Li ho addestrati a rispondere, a classificare, a ricordare. E la cosa che mi ha colpito di più non è stata la loro capacità, ma la loro temporalità. Un modello linguistico non ha un presente. Ha un taglio di conoscenza: una data entro cui ha visto il mondo, oltre la quale brancola. Ma soprattutto: non sa quando sei tu, adesso, a parlargli. Non sa se è ieri o domani. Risponde dall’aoristo: l’azione è avvenuta, il sapere esiste, ma senza àncora.

E il feed algoritmico dei due social network più popolari (Instagram e Tiktok) non è molto diverso. La sua logica non è cronologica, è energetica: ti mostra ciò che ha più probabilità di tenerti ferma, di farti scorrere ancora un po’. Il tempo non è una variabile rilevante nel suo calcolo. La freschezza lo è solo nella misura in cui eccita, e ciò non toglie che a eccitare possa essere anche qualcosa di vecchio, se è abbastanza arrabbiante, abbastanza commovente, abbastanza vicino a ciò che hai già guardato ieri. Il passato e il presente si appiattiscono in una superficie continua di stimoli aoristici.

Il femminismo ha sempre avuto una relazione speciale con il tempo, almeno ai miei occhi. Non con il tempo lineare della carriera, del progresso, dell’accumulo. Ma con il kairos: il momento opportuno, il tempo giusto per ogni cosa, il tempo che non si misura ma si riconosce. E con l’imperfetto: le pratiche di cura, la costruzione delle relazioni, tutto ciò che non si finisce mai davvero, che non ha un output misurabile, che esiste nel farsi continuo.

L’intelligenza artificiale, nella sua versione accelerazionista, è invece profondamente aoristico-futurista. Pretende di portarci al futuro più velocemente, ma lo fa svuotando il presente. Risponde in millisecondi, genera in secondi, consegna prima che tu abbia finito di chiedere. E da sviluppatrice combatto continuamente con quella che in gergo tecnico è definita latenza: l’attesa tra un invio e una risposta, tra una generazione e un’altra. Un’attesa che deve essere sempre ridotta di più, fino a scomparire agli occhi dell’utente. E in questo tempo di non-tempo, qualcosa si perde: la gestazione, l’incertezza produttiva, il momento in cui non sai ancora e stai ancora cercando.

Io lo sento su di me. Lo sento nel modo in cui adesso faccio più fatica ad aspettare. Nel modo in cui la lentezza mi crea un’ansia che non avevo prima. Nel modo in cui mi sorprendo a voler sapere subito, concludere subito, avere la risposta prima ancora di aver formulato bene la domanda. La gratificazione istantanea, aoristica.

Ho scritto nei miei appunti su questo testo, in un momento di stanchezza e di chiarezza insieme: per il mio futuro desidero vivere il mio presente nel suo tempo imperfetto.

In questo semplice appunto forse volevo racchiudere anche qualcos’altro. Un concetto grammaticale che mi ha sempre affascinato: il futuro desiderativo, categoria grammaticale arcaica, che esprimeva un desiderio proiettato in avanti, ma radicato nel presente. Non “voglio” e basta, non “vorrò”. Ma qualcosa come: che io possa, un giorno, ancora desiderare questo. Un atto di cura verso il proprio tempo futuro.

Vivere nel tempo imperfetto significa accettare di essere in mezzo. Significa tollerare di non sapere ancora, di non aver ancora finito, di essere ancora dentro il processo. Significa opporre alla superficie aoristico-algoritmica una profondità di presente che fa resistenza. È una scelta che fa sorgere una domanda più sottile, forse: con quale aspetto voglio vivere? In quale forma voglio che la mia esperienza accada? Come qualcosa di puntuale, senza contorni, sospeso nell’indefinito? O come qualcosa che si svolge, che dura, che lascia traccia mentre è ancora in corso?

L’aoristo descrive ciò che è accaduto senza dirci nulla di come ci è arrivato. Io voglio ancora sapere come ci arrivo. Voglio ancora l’imperfetto, il tempo di chi non ha ancora finito, di chi è ancora, faticosamente, nel mezzo delle cose.

  1. Reel: formato video breve e verticale, tipicamente dai 15 ai 90 secondi, introdotto da Instagram nel 2020 in risposta alla diffusione di TikTok. Pensato per la fruizione rapida e seriale, il reel è l’unità base del consumo algoritmico contemporaneo. ↩︎
  2. Doomscrolling: termine entrato nell’uso comune durante la pandemia del 2020, indica la pratica compulsiva di scorrere indefinitamente feed di notizie e contenuti digitali, spesso negativi o ansiogeni, anche in assenza di un obiettivo preciso. La parola fonde doom (rovina, destino funesto) e scrolling (lo scorrimento del dito sullo schermo). ↩︎

In che tempo siamo quando ci connettiamo ai social e ai software di intelligenza artificiale? In quale dimensione entriamo? E che effetti ha esistere in quella dimensione?

Quando sfioriamo le icone sul nostro telefono – per connetterci a Instagram, Facebook, TikTok e persino Whatsapp o Telegram – ci si apre letteralmente una porta. L’icona si espande in una frazione di secondo, come se, appunto, si aprisse una porta e attraversassimo un tunnel. E con quel tocco accediamo al vuoto. Detta così sembra un’esagerazione; sembra una frase a effetto, anche un poco moralista. Il punto è che non lo è, è un aspetto con cui bisogna fare i conti.

Nel linguaggio comune il vuoto indica uno spazio ed è inteso come privazione, mancanza, assenza. Un bicchiere vuoto, un’aula vuota, un discorso vuoto. Eppure da millenni il vuoto indica un’altra cosa che non ha a che fare con lo spazio ma col tempo. Posto che tempo e spazio siano in qualche modo separabili. Se pensiamo ai miti sull’origine del mondo, ma anche la teoria della relatività è più o meno dello stesso avviso, il vuoto è ciò che esisteva prima che le cose esistessero. È la dimensione senza tempo.

Nelle culture sia antiche sia contemporanee di Abya Yala (che i colonizzatori europei hanno poi chiamato America/Americhe) una delle immagini ricorrenti è il vuoto pensante. Nella cultura dell’antica Grecia il vuoto (chiamato kaos) è ciò da cui emergono Notte e Tempo, cioè le entità che generano l’universo. Le religioni abramitiche chiamano quel vuoto pensante dio. Il vuoto e il divino sono quindi senza tempo, cioè non hanno un inizio e quindi non hanno una fine. Sono eterni. La mente umana non è capace di pensare né il vuoto, né dio, né l’eternità; eppure le persone sono in grado di percepire il vuoto, l’eternità e, chi è teista, dio. Percepiamo queste cose con quel senso che non è uno dei cinque sensi. Cosa ha a che fare tutto questo con internet, i social, e le intelligenze artificiali? Anch’esse sono realtà senza tempo. Infatti esse non sono solamente dematerializzate, cioè non sono uno spazio fatto di materia; sono anche detemporalizzate. Si può affermare che chi ha pensato, costruito e generato (non creato) la realtà odierna di internet, ha di fatto generato un vuoto sintetico, un’eternità sintetica e persino una sorta di divinità sintetica. Oggi è innegabile che buona parte della specie umana trascorra un’enorme porzione della vita, libera dal lavoro e dallo studio, proprio in questa dimensione senza tempo, nel vuoto sintetico. Possiamo raccontarci quanto vogliamo che si tratti in fondo di una realtà simulata (virtuale); possiamo persino chiamarla finzione e far notare che altro non sono che server sotterrati chissà dove. Il punto è che sono realtà umana, che non è fatta solo di materia, perché la condizione umana non è solo materiale. Contrappore reale e virtuale significa fare una distinzione che suona molto come il dualismo mente-corpo. Se non fossimo materia-in-relazione, se non fossimo alla perenne ricerca di senso e di significato – anche in modo inconsapevole – i social e internet non esisterebbero, come non esisterebbero le religioni, gli affetti e persino la parola tempo. Il tempo è un marcatore di senso, cioè la piena avvertenza dell’inizio.

Sui social il tempo non esiste, in nessuna forma (circolare, rettilinea, ciclica). Si passa da fatti appena accaduti, a cose accadute giorni e persino mesi prima. Tempo fa mi sono ritrovata un reel su Instagram che mi mostrava un fatto accaduto in Francia e che mi aveva impressionata, così sono corsa a verificare la veridicità della cosa. La notizia era vera, solo che non era una notizia ma un fatto risalente all’anno precedente. Instagram però me lo stava presentando come attuale. Sui social tutto accade adesso: il passato accade adesso, il presente accade adesso, il futuro accade adesso e accadono cose che non sono accadute. Con quest’ultima cosa mi riferisco ai contenuti generati con l’intelligenza artificiale che letteralmente emergono dal vuoto. In sostanza connetterci riempie le nostre vite di vuoto ed eternità.

Ci fa fare un’esperienza sintetizzata di qualcosa che almeno come massa non avevamo sperimentato. L’accesso alla connessione è una forma sintetica di estasi, di meditazione, che viene indotta sfiorando le icone delle app.

Per le cose che ho scritto fin qui, ritengo che le analisi che parlano di horror vacui digitale, di vuoti riempiti dai social, abbiano un limite e che è un limite di prospettiva. L’espressione horror vacui digitale indica il virtuale come pieno e la realtà materiale come vuoto. Secondo questa prospettiva disconnettersi significherebbe sperimentare il vuoto. Dal mio punto di vista, invece, è l’esatto opposto.

Disconnettersi significa reincarnarsi, tornare consapevoli della materia e la materia è inizio, è tempo. Il motivo per cui passiamo tanto tempo connessi è l’horror pleni. La paura dell’essere pienamente umani. Ciò che, disconnettendosi, diventa insostenibile è il tempo, la vita, le relazioni incarnate (cioè fra i corpi). La condizione umana è ciò che ci getta nello sconforto.

Quel pieno che sono i corpi ci fanno chiedere: che senso ha essere questi corpi? Che senso ha questa vita? Un attimo prima eravamo in un mondo in cui tempo e spazio non esistevano, in cui tutto era possibile. Un mondo in cui puoi cambiare arredamento ogni giorno e contemporaneamente combattere contro il patriarcato, il cambiamento climatico, la guerra e le ingiustizie e tutto questo mentre hai dei capelli meravigliosi grazie alla giusta routine (sì, ora sapete cosa appare principalmente nel mio feed). Ma torniamo al vuoto, all’eternità, al divino e alla dimensione immateriale della vita umana (affetti, emozioni ecc. ecc.). Queste cose vengono percepite da quel senso che non è uno dei cinque sensi e che potremmo chiamare il senso della relazione. I social, internet e l’IA hanno successo non perché le persone siano stupide, prive di cultura o istruzione; hanno successo perché si connettono e parlano al senso della relazione. Lo fanno però togliendoci quell’incomodo che sono i corpi, l’inizio e il tempo. Ci facciamo reindirizzare verso la porta e il tunnel che conduce al vuoto sintetico perché prima ancora dei soldi, del successo o della visibilità sfiorare quelle icone ci promette di liberarci da quel garbuglio complicato e faticoso che è essere persone e avere a che fare con altre persone.

È un piano astrale sintetico.

La mia domanda è: quanto tempo ci vorrà prima che l’horror pleni diventi terror pleni? In sostanza, quanto tempo ci vorrà prima che la semplice idea di essere questo corpo, di avere un inizio, di essere consapevoli del tempo, diventerà qualcosa che fa così paura, è così doloroso che accetteremo qualunque cosa ci dia la parvenza di liberarci dei corpi? Magari facendo il “download delle nostre coscienze” da qualche parte.

Finirà la gioia di essere dei corpi? Anzi, il terrore di essere dei corpi sconfiggerà la gioia di essere dei corpi?

Se questo è il rischio del nostro rapporto con il tempo – la tentazione di liberarci dei corpi e della finitezza – allora la domanda diventa un’altra: esiste un modo di abitare il tempo senza fuggirlo?

Per rispondere a questa domanda parto da una parola che per me ha un ruolo fondamentale culturalmente e affettivamente. Saudade. Questo sostantivo, che appartiene alla cultura brasiliana, ha molte traduzioni in italiano – le più comuni sono mancanza e nostalgia – ma nessuna di queste traduzioni è in grado di restituirne il senso profondo. Forse il concetto occidentale che le è più vicino è l’eros, ma nel tempo e nel linguaggio comune l’aspetto sessuale di questo concetto ha preso il sopravvento. La saudade è ricordo che attraversa il tempo e che vive, tocca i confini del presente spingendoli in avanti. La saudade è una forma di memoria che non cancella la distanza e non elimina l’assenza. Al contrario: le lascia vivere nel presente. È contemporaneamente il senso dolce del perduto, di ciò che non c’è nel mondo materiale ma vive nel “qui e ora”. Essa è anche il senso vivo delle possibilità non vissute (saudades do que não vivemos). Non riguarda semplicemente un voler rivivere qualcosa che non c’è più, non è mera nostalgia, la saudade è un luogo in cui le cose sono vive nonostante lo spazio e il tempo. La saudade è il tempo che, senza travestimenti e misurazioni, si mostra come desiderio e come possibilità. Quando mia sorella mi scrive tô com saudade de você non mi sta semplicemente dicendo che le manco. È un invito. Esattamente con quelle parole mi dice sentiamoci, facciamo una telefonata perché tu sei viva nel mio spazio di ciò che è prezioso e importante per me. Proprio nella costruzione della frase diventa evidente che assenza e presenza coesistono e il tempo non è qualcosa di misurabile o remunerativo, non è frammentato. Il tempo della saudade non è qualcosa che va in una direzione, ma fa accadere le cose. La traduzione letterale della frase è: io sono con la mancanza-desiderante-vivente di te. Cioè “io sono in uno spazio in cui tu sei con me, anche se non ti ho materialmente accanto, anche se apparentemente non siamo connesse”. E infatti sono presenti due pronomi personali: l’io (che è sottinteso in estou) e il tu (você). Mia sorella potrebbe dirmi sinto sua falta – sento la tua mancanza – perché è un’espressione altrettanto comune, ma se lo facesse mi starebbe dicendo un’altra cosa.

Si può essere con saudade di molte cose: luoghi, persone, situazioni o possibilità. Questo sentimento, anche se chiamarlo sentimento è riduttivo, non porta ad accettare le cose così come sono. È una mancanza desiderante e non arresa. Il femminismo altro non è che il nome che abbiamo dato a quella diffusa mancanza desiderante in cui erano le donne e che si è trasformata in azione. Il desiderio di una vita piena, di essere viste come pienamente umane, di poter agire pienamente. Quando penso alla saudade mi vengono in mente due donne. Una è Carolina Maria de Jesus che dalla “stanza dei rifiuti” – ndr la favela – pur essendo povera in un modo che oggi in occidente è difficilmente immaginabile, pur essendo nera, con tre figli e la minaccia per la sopravvivenza che incombe a ogni ora, inizia a scrivere. Scrive il suo diario, scrive racconti. Scrive per rimanere viva e non arrendersi al fatto di dover solamente sopravvivere. Penso alla figlia e alla compagna di Marielle Franco che hanno fatto dell’assenza dolorosa una presenza viva e azione.

Fin qui la connessione fra saudade e il frapporsi al vuoto e all’horror pleni generato da internet può sembrare lontanissima. Ma cosa accade se al vuoto alterniamo la saudade? Se diffondiamo la saudade come quella pratica di assenza viva e desiderante? La saudade porta, se ben diretta, a un’interruzione, una deviazione, un inizio. Anche piccolo. Come il fare una telefonata al posto di scambiarsi reel e messaggi. O prendersi un caffè. In alcuni casi può diventare stimolo per organizzare incontri, fondare collettivi, iniziare progetti. La saudade è la gioia e la paura insieme, ma è prima di tutto fare consapevolmente propria la condizione umana, che è quella condizione che ci porta a fare i conti con l’inizio e la fine, le possibilità e i limiti ma che il desiderio trasforma in senso e azione. E forse potremmo persino dire che saudade e tempo coincidono.

In questi anni vivo la dimensione di un tempo non subordinato alla necessità di chi per vivere deve lavorare e ho ripensato il mio rapporto con il tempo, allo spazio che si è liberato per fare le cose che desidero e preferisco.

Vivo questa nuova condizione al presente e in un’esperienza di libertà: ho a disposizione un tempo con pochi vincoli, posso scegliere di fare le cose che desidero e che mi fanno stare bene oggi e anche domani, vorrei stare il più possibile in buona salute negli anni che ho di fronte.

Un nuovo equilibrio che prova a mantenere le relazioni politiche e di amicizia già costruite, ne sperimenta di nuove e reinveste in relazioni poco frequentate negli anni per mancanza di tempo di cui disporre.

È ridisegnato il rapporto con i miei nipoti e il tempo per vivere la relazione con i figli dei miei figli è qui ed è oggi perché, crescendo, il tempo li cambierà e, invecchiando, cambierà irreversibilmente la mia condizione; così cerco, mi ingegno, e trovo il tempo per stare con loro. Questo desiderio contratta con il desiderio di continuare le mie attività e seguire i miei interessi, e trova una nuova misura.

Il tempo è l’unità di misura della mia esperienza di libertà.

Trovare più tempo per sé stesse è una contrattazione e una conquista continua che accompagna tutte le fasi della vita. Io avevo appena imparato a leggere e la sera, quando mia mamma spegneva la luce, aspettavo si allontanasse per riaccenderla e riprendere la lettura o, dopo la scuola, facevo finta di non sentire quando mi chiamava e non rispondevo per continuare i miei giochi.

Da giovane per alcuni anni ho lavorato in fabbrica, lavoravo su una pressa a ritmo vincolato in un reparto di sole donne. In quella condizione di costrizione ho sperimentato per la prima volta la libertà e la forza delle relazioni tra donne perché, insieme, avevamo scoperto e praticavamo una nostra modalità per “stare libere” dentro il tempo vincolato della macchina: quando il controllo dei capi era troppo rigido sui ritmi di lavoro e sulla produzione noi eravamo in grado, con le nostre conoscenze e i nostri escamotage, di fermare la macchina e la produzione e i manutentori, chiamati a ripristinare il funzionamento delle macchine, non riuscivano a individuare la causa del guasto.

Avevamo sperimentato la quantità di produzione che tutte eravamo in grado di fare con un certo agio e, di conseguenza, su otto ore ci sembrava giusto produrre e lavorare per sei; era il nostro spazio di libertà, il nostro tempo libero dal vincolo della produzione, pause di riposo che gestivamo a livello individuale nel corso del turno di lavoro.

Dalla forza della nostra relazione ci veniva la libertà, e ho sperimentato – eravamo giovani ed erano altri tempi – che la libertà si realizza anche nel rapporto con la macchina.

Ho seguito la contrattazione della condizione di lavoro nel rapporto con la macchina a ritmo vincolato (le catene di montaggio) e ho visto la difficoltà con cui si misurano le persone in carne ed ossa per non farsi cancellare dalla macchina, per salvaguardare il proprio equilibrio e la propria salute; è una contrattazione che riesci a fare se ti metti insieme ad altre e ad altri che vivono la stessa condizione; anche in queste difficili condizioni è possibile aprire degli spazi, seppur piccoli, di contrattazione e condizionare i tempi della macchina.

L’esperienza condiziona anche il mio rapporto con le nuove tecnologie e la comunicazione che si svolge attraverso i social. Se considero l’estraniazione che sperimenta la persona che lavora sulla macchina a ritmo vincolato, separata dal proprio lavoro e dal processo lavorativo; o la dissociazione che l’uso delle nuove tecnologie produce nelle persone, espropriate del sapere e delle modalità del lavoro; o ancora l’uso dei social che mette in pericolo fino ad annullare lo scambio e la relazione, tra queste diverse situazioni non vedo né sento la differenza; è la stessa condizione di spersonalizzazione, di mancanza di coinvolgimento, di alienazione che distrugge le relazioni sociali.

La mia pratica di resistenza è quella di non frequentare i social – non è un sacrificio, mi lasciano indifferente – cerco, e trovo, altre modalità di comunicazione e di conoscenza con le persone con cui sono in relazione.

Nella storia del ’900 il tempo è stato fondamentale, è il tempo in cui nasce e si afferma la rivendicazione delle otto ore: otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di tempo libero dalla necessità per coltivare i propri affetti e i propri interessi, e su questo equilibrio nel tempo della vita si è costruita ed è cresciuta la soggettività nei luoghi di lavoro, si sono radicate relazioni ed esperienze collettive.

Contrattare sindacalmente il tempo è stato il tema per me più difficile perché ha significato mettere insieme esigenze e individualità diverse per trovare un comune punto di vista e una soluzione condivisa. Una contrattazione dell’orario di lavoro è molto più complicata di una contrattazione sul salario o su altre parti della condizione di lavoro, soprattutto se riguarda le donne e in modo ancora più radicale se sono interessate e interessati sia donne che uomini.

Prima ancora che con l’impresa, è necessario saper confliggere e contrattare tra lavoratrici e tra lavoratrici e lavoratori e arrivare a un punto di incontro condiviso; è una necessità, perché se non raggiungi prima questo punto condiviso con l’azienda non ci sarà partita. Il tema dell’orario di lavoro è centrale nella contrattazione, perché incide nell’organizzazione della vita delle persone e nello stesso tempo gli orari di lavoro rappresentano un fattore decisivo per le ricadute che questi hanno sulla competitività dell’impresa.

La contrattazione degli orari si misura con molti aspetti: incide sul costo del lavoro, sulle esigenze di organizzazione del lavoro e di competitività delle imprese; è in stretta connessione con il salario, ha riflessi sull’occupazione e sulle condizioni lavoro, soprattutto ha conseguenze sulla vita delle persone e sui loro rapporti sociali.

Ogni esperienza personale assegna al tempo il “valore assoluto” che la propria condizione sta attraversando ed è un valore che cambia in continuazione nel corso della vita, facendoti dimenticare o mettendo in secondo piano la condizione degli altri; difendi con determinazione la condizione che stai attraversando perché il rapporto con il tempo è per ognuno di noi l’esperienza di libertà possibile.

Modificare i termini di questo rapporto richiede fare i conti con questo processo sempre in corso, far riconoscere la tua esperienza di libertà e riconoscere l’esperienza di libertà delle altre e degli altri; Giordana Masotto in modo sapiente nomina questo processo “libertà in relazione” 1.  

Per queste ragioni sento che il tempo è una misura in continua evoluzione, è una unità di misura della vita che in ogni momento si ricalibra su costrizione, necessità, desiderio; si ricalibra con il processo della libertà.

  1. “E poi all’improvviso era tardi. Pensieri e bilanci in divenire” di Giordana Masotto in “Il tempo è vita”, VD3, marzo 2026. ↩︎

«E a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane…»

Uno sgrammatico quanto poetico Lucio Dalla ci riporta alla dimensione del tempo che rimane. Certo, se niente si ha da dire o da fare di tempo ne rimane parecchio. Ma se il tempo, e anche lo spazio, come è nell’esperienza comune delle donne, sono sempre occupati e bisogna strappare con le unghie e coi denti quello per sé, che cosa può rimanere se tutto è già preso?

Lo sapeva bene Virginia Woolf quando auspicava “una stanza tutta per sé”, così come Madame de Maintenon quando scriveva la sua celebre frase: «Il Re prende tutto il mio tempo. Dono il resto a Saint Cyr, a cui vorrei donarlo tutto».

Quello che a Derrida, nel suo commento a questa frase nel testo “Donare il tempo” (Raffaello Cortina, 1996), appare come un paradosso, a una donna risulta immediatamente comprensibile e niente affatto paradossale. Derrida argomenta di tempo preso e di tempo donato, il Re prende tutto il tempo, ma Madame, la moglie morganatica, dona il “resto”.

Come può – si chiede – esistere un resto se tutto è già stato preso?  A Derrida sfugge che il resto può esistere, ed esiste, nella misura in cui il “tutto” non è veramente tale.

Semplice. Per una donna.

Perché per una donna il tempo e lo spazio occupato dal desiderio e dalla legge patriarcale non è mai “tutto”. Non le risulta difficile, in quanto lei stessa non si considera “tutto”, ma una parzialità. Un’operazione quasi impossibile invece, o perlomeno molto difficile, per una sessualità e un’economia maschile che vorrebbero saturare tutto il campo dell’esperienza umana, rappresentabile e non, ponendosi come l’UNO, la totalità.

Lacan, trattando del godimento (“Il Seminario – Libro XX – Ancora”, Einaudi 1983) afferma che la donna nel rapporto sessuale n’est pas toute, non è tutta, cioè completamente assorbita dal godimento fallico. E dalla legge simbolica del Padre. E quindi anche dal tempo di lui.

Le donne sono capaci di uscire dalle cornici del tempo e dello spazio, da ciò che è il già dato.

Negli anni ’60, e ancor oggi, ebbe molta fortuna il concetto di “pensiero laterale” introdotto da Edward Bono, un approccio creativo contrapposto al pensiero logico/verticale/lineare. Classico esempio di messa in opera del pensiero laterale è la risoluzione del famoso gioco dei nove punti, di cui si viene a capo, per l’appunto, solo uscendo dalla cornice dei nostri schemi mentali (gioco dei 9 punti in curioctopus.it).

Madame de Maintenon era forse un’antesignana del pensiero laterale? O piuttosto una donna che aveva consapevolezza dell’esistenza di “altro”? Altro oltre la corte, oltre il sole del Re e la sua presa sul tempo e sulle cose.

Madame de Maintenon vive anche un “altro” tempo che non è nell’ordine della contrapposizione, bensì della mediazione, della composizione con il tempo della necessità.

Merita ricordare come campionessa del “resto” del tempo anche Harriet Stowe, autrice de “La capanna dello zio Tom”, stretta – come scrive nelle sue memorie – tra gli schiamazzi dei sette figli, il pescivendolo che suona alla porta, il libro da terminare…

Donne che ritagliano o che ampliano il tempo? Donne che vivono di residui o che immettono il proprio desiderio nella linearità del kronos, in questo modo dilatandolo?

Come scrive Iaia Vantaggiato nel suo commento (“Quel che resta del tempo” in La rivoluzione inattesa, Pratiche 1999): «È la relazione tra i due tempi – quello della necessità e quello della libertà – che l’aver nominato il resto consente di pensare». 

Riuscire a nominare (e, ancor prima, ad immaginare) che “c’è altro” nasce dal non essere accecate dall’esistente – ricordate l’invito di Virginia Woolf a non essere come i coniglietti paralizzati dai fari? – dal non attribuire uno strapotere a ciò che c’è, a non considerarlo come il “tutto”.

Anche Didone non si arrese al “tutto” dello spazio imposto dal Re, corrispondente alla pelle di un bue (non più grande doveva essere infatti la superficie di Cartagine!) dilatandolo all’inverosimile con l’invenzione del suo taglio a striscioline sottilissime…

Ma che cosa permette a queste donne di vedere altro?

Derrida vede in Maintenon «il sospiro infinito del desiderio insoddisfatto», non riesce ad andare oltre l’economia del prendere e del dare, non intravede che può esserci un tempo del desiderio che contende la signoria al tempo del Re, pur senza negarlo.

Per Madame de Maintenon il Collegio di Saint-Cyr rappresenta «l’inaudito del tempo» (Vantaggiato), luogo di relazioni femminili dove il “resto”, lo scarto, il residuo del tempo e dello spazio del Re si fa fondamento dell’esperienza di un altro ordine simbolico, di un tempo scelto e non subito.

Madame de Maintenon – non ce ne voglia Derrida se lo parafrasiamo – è invece una donna che ha nutrito e soddisfatto il proprio desiderio dandogli un respiro infinito.

La stessa esperienza, secoli più tardi, ha risuonato, e risuona, nei gruppi di autocoscienza: tempo per sé, «per non perdere il filo di noi stesse» (Wanda Tommasi), tempo scelto, frutto del sorgere del desiderio di essere nel mondo con le altre, tempo per partire da sé, tempo del divenire.

Così il “resto” diventa il tutto, perché ci vuole tutto il tempo di una vita per divenire donna.