Bene! Il referendum costituzionale ha determinato la sconfitta dell’attuale governo e il ripudio delle modifiche costituzionali proposte: un risultato raggiunto attraverso la massiccia mobilitazione elettorale dei giovani e in particolare delle giovani donne, un no per la vita e l’esistenza e oltre gli schieramenti come chiarisce Laura Colombo.

Votare, partecipare a un presidio e manifestazione è importante, ma non mi basta e soprattutto non ci fa fare passi decisivi per esaudire i bisogni della comunità umana che sono ignorati dal sistema esistente. Provo una profonda insoddisfazione per una politica pubblica che per me si concretizza principalmente in cortei, presidi e votazioni.

Era il 2006 quando Erica Chenoweth, politologa americana specializzata in conflitti internazionali, si avvicinò quasi per caso allo studio della resistenza nonviolenta. Lo fece con aperto scetticismo: come molti nel suo campo, dava per scontato che la violenza fosse l’unico strumento capace di sfidare seriamente il potere. La Rivoluzione francese, l’Algeria, il Vietnam sembravano confermarlo.

Quello che scoprì, dopo due anni di analisi sistematica su oltre un secolo di movimenti di massa (dal 1900 al 2006), la sorprese: più della metà delle campagne nonviolente aveva avuto successo, contro solo un quarto di quelle armate. E questo indipendentemente dal tipo di regime, dalla conformazione geografica o dalla potenza militare degli avversari. I dati parlavano chiaro: la resistenza civile, che si radica fortemente in una politica delle relazioni, non è una scelta passiva né una rinuncia alla lotta. È una strategia più che efficace.

Il primo equivoco da sfatare è il più radicato: la resistenza civile non ha nulla a che fare con l’essere miti. Chenoweth lo dice esplicitamente: significa ribellarsi, costruire alternative reali attraverso metodi più inclusivi ed efficaci della violenza.

Come funziona? Non facendo leva sulla bontà d’animo dell’avversario, ma erodendo la base di consenso. Scioperi, boicottaggi, non cooperazione di massa, sit-in: questi strumenti non “convincono” i potenti, li isolano. Tolgono loro soldati, funzionari, fornitori, alleati. Quando le defezioni si moltiplicano, il potere crolla, non per buona volontà, ma per mancanza di sostegno.

Il movimento Otpor! in Serbia che cacciò Milošević, Solidarność in Polonia che mise in crisi il Partito Comunista, il Potere Popolare nelle Filippine che costrinse Marcos a dimettersi: non sono eccezioni fortunate, sono dimostrazioni di un meccanismo che si può riprodurre.

Uno degli elementi più significativi, e spesso trascurati, nella ricerca di Chenoweth riguarda il ruolo centrale delle donne nei movimenti di resistenza civile. Non come comparse, ma come strateghe, inventrici di tattiche e custodi della memoria collettiva.

Già nei primi anni del ’900 in Nigeria le donne igbo, per contrapporsi al tentativo del colonialismo britannico di limitare il tradizionale ruolo sociale, economico e politico delle donne, si rifiutarono collettivamente di permettere agli ufficiali coloniali di valutare le loro proprietà e di pagare le tasse corrispondenti. Organizzarono grandi manifestazioni e, facendo leva sui tabù locali, si spogliarono in pubblico, svergognando gli uomini che avevano scelto di appoggiare il regime coloniale. E in questo modo ripresero il loro ruolo, anzi lo ampliandolo, diventando capi di mandato e giudici; continuando queste iniziative anche negli anni successivi e avendo così un ruolo centrale nella successiva indipendenza della Nigeria.

A partire dalla Seconda guerra mondiale, furono i pochissimi movimenti che esclusero le donne dai ruoli di organizzazione e risultarono vincenti. Le ragioni sono strutturali: escludere le donne significa tagliare fuori almeno metà della popolazione, indebolendo la variabile più critica, la partecipazione di massa. Ma c’è di più: le donne portano reti sociali più ampie, conoscenze pratiche fondamentali (boicottare, sostenere uno sciopero nel tempo, ostracizzare chi nell’esercito si presenterà in servizio) e una creatività tattica unica.

Sono state le donne, per esempio, a inventare il cacerolazo, la protesta con pentole e padelle, in cui migliaia di persone restano al sicuro nelle proprie case, percuotendo ritmicamente le stoviglie vuote. Un rumore assordante che simboleggia la fame e il disgusto collettivo, senza esporre nessuno alla violenza di piazza.

Sono state le Madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires a trasformare il dolore in resistenza, radunandosi ogni giovedì per decenni davanti alla sede del governo argentino per chiedere conto dei figli desaparecidos. Il loro coraggio morale contribuì a instillare coraggio in un intero movimento, che nel 1983 ottenne la transizione democratica. Le donne cilene sotto Pinochet fecero lo stesso, ballando da sole la cueca nella piazza del parlamento con le fotografie dei familiari scomparsi in mano – un gesto che attirò l’attenzione internazionale.

In Egitto, nel 2011, la venticinquenne Asmaa Mahfouz postò un video su YouTube sfidando gli uomini a dimostrare il proprio coraggio unendosi alle donne già in piazza Tahrir. Sono state donne nere queer a fondare Black Lives Matter; sono giovani donne a guidare il movimento globale per il clima.

La presenza femminile non è un dettaglio demografico: è una «risorsa strategica» che amplia le possibilità tattiche, rafforza la credibilità morale del movimento e ne aumenta l’universalità percepita.

Il decennio 2010-2020 ha registrato più rivoluzioni nonviolente di qualsiasi altro periodo documentato nella storia. Eppure i dati più recenti mostrano una tendenza preoccupante: i movimenti contemporanei subiscono una repressione più intensa rispetto al passato. Il motivo? Sono diventati più piccoli, più dipendenti dalle piazze e meno strutturati, con leadership diffuse ma deboli e una disciplina nonviolenta spesso incrinata da frange radicali, che finiscono per alienare i sostenitori e giustificare la durezza dello Stato.

Chenoweth individua cinque punti fondamentali: la resistenza civile è un’alternativa realistica e più efficace alla violenza nella maggior parte dei contesti; agisce erodendo le basi di potere dell’avversario, non convertendolo; include molto più della semplice protesta e scioperi, boicottaggi, strutture di mutuo soccorso, economie alternative; negli ultimi cento anni ha promosso la democrazia con meno crisi umanitarie rispetto alla lotta armata; e infine, anche quando non vince, funziona molto meglio di quanto i suoi detrattori vogliano far credere.

Come risolvere i conflitti senza armi e senza odio di Erica Chenoweth (Sonda Editrice, 2023) è un’introduzione empirica e accessibile alla resistenza civile, basata su decenni di ricerca e su migliaia di casi storici.

(www.libreriadelledonne, 16 aprile 2026)

Col senno di poi, organizzare un’intervista a Francesca Albanese in un bar non è stata la migliore delle idee. Prima ancora di iniziare, la cameriera voleva una foto con l’avvocata italiana per i diritti umani. Lo stesso ha fatto la cassiera. Poi è uscito il cuoco dalla cucina in divisa per una foto di gruppo. Anche alcuni clienti volevano farsi fotografare. Albanese si è dimostrata gentile con tutti e loquace in tre lingue, quindi l’intervista ha richiesto un po’ di tempo.

Albanese, quarantanove anni, ultimamente riceve ovunque accoglienze da rockstar, cosa insolita per gli esperti legali delle Nazioni Unite che lavorano a titolo gratuito. In altri tempi, il suo incarico – relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 – la condannerebbe all’anonimato. È una degli oltre quaranta relatori speciali, esperti di diritti umani nominati per svolgere indagini e redigere rapporti pro bono su aree problematiche.

Questi, tuttavia, non sono tempi ordinari. La ferita non rimarginata del conflitto israelo-palestinese ha dimostrato, di generazione in generazione, la sua capacità di contagiare il resto del mondo. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha causato circa 1.200 morti, ha provocato una feroce reazione israeliana che ha ucciso più di 75.000 palestinesi a Gaza, ha costretto oltre il 90% della popolazione a lasciare le proprie case e ha ridotto in macerie la stragrande maggioranza del territorio.

Albanese non è stata la prima a definire la campagna militare israeliana un genocidio, ma è stata la prima persona con le iniziali ONU nel suo titolo a farlo. Negli ultimi due anni ha costantemente usato la sua voce non solo per condannare il governo israeliano e il suo esercito, ma anche la costellazione di stati e multinazionali occidentali che li hanno appoggiati. Il suo messaggio, espresso con enfasi di persona e in una serie di rapporti delle Nazioni Unite, è che viviamo in un sistema interconnesso che si è dimostrato capace di sterminio di massa.

A causa della sua posizione pubblica, Albanese ha ricevuto minacce di morte e la sua famiglia è stata messa in pericolo. Ha rischiato l’arresto in Germania per le sue dichiarazioni. L’amministrazione di Donald Trump l’ha nominata “cittadina specialmente designata”, un termine solitamente riservato a terroristi, narcotrafficanti e, occasionalmente, a dittatori sanguinari. È la prima funzionaria delle Nazioni Unite a ricevere tale designazione.

«È una brutta esperienza. Ti mette sullo stesso piano di assassini di massa e narcotrafficanti di portata internazionale», afferma Albanese. «È stato un paradosso dover affrontare una delle forme di punizione più dure senza un giusto processo, perché non mi è stata data nemmeno la possibilità di difendermi. Sono stata semplicemente sanzionata senza processo».

L’ordine esecutivo di Trump che sanziona Albanese vieta a qualsiasi persona o entità americana di fornirle “fondi, beni o servizi” – una definizione così ampia da essere stata paragonata a una “morte civile”. Il suo appartamento a Washington, acquistato quando lei e la sua famiglia vivevano nella capitale statunitense, è stato sequestrato. Non può più usare una carta di credito in nessun luogo del mondo, poiché quasi tutte le transazioni di questo tipo vengono elaborate da servizi con sede negli Stati Uniti. «Mi muovo con i contanti oppure devo chiedere soldi in prestito ad amici o familiari», afferma.

Accusa attivisti filo-israeliani con base a Ginevra di aver perseguitato suo marito, Massimiliano Calì, economista senior della Banca Mondiale, in una campagna che ha portato alla sua rimozione dal ruolo di responsabile del dossier siriano. «La Banca Mondiale è stata assolutamente vile», afferma Albanese. «Lui ha un curriculum impeccabile per tutti i suoi incarichi».

Calì e la figlia tredicenne della coppia, cittadina statunitense, hanno intentato causa contro Trump e alti funzionari dell’amministrazione presso il tribunale distrettuale federale di Washington per violazione dei loro diritti costituzionali ai sensi del primo, quarto e quinto emendamento e per sequestro di proprietà senza giusto processo. In base alle direttive delle Nazioni Unite, Albanese non può presentare la causa personalmente; un gruppo di professori di diritto statunitensi ha depositato un parere legale a sostegno della famiglia, avvertendo dell’“effetto paralizzante” che le sanzioni personalizzate hanno sulla libertà di parola.

La demonizzazione di Albanese da parte dell’amministrazione Trump non ha fatto altro che accrescere il suo status di eroina popolare agli occhi di alcuni. Fa parte di una piccola ma significativa rinascita della sinistra, alimentata dall’indignazione per Gaza in Occidente, che comprende anche la vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni per la carica di sindaco di New York e l’ascesa di Zack Polanski e del Partito dei Verdi nel Regno Unito.

«I genocidi in Ruanda e in Bosnia non hanno suscitato questa reazione di massa», afferma Albanese. «Significa quindi che i diritti umani sono ora meglio compresi. Questa è una prova per l’universalità dei diritti e per l’umanità». La differenza nella risposta pubblica è dovuta in parte alla complicità occidentale. Il massacro in Ruanda è stato perpetrato con i machete, le esecuzioni di massa a Srebrenica con mitragliatrici e fucili d’assalto. Molti palestinesi a Gaza sono stati uccisi da bombe di precisione fornite dagli Stati Uniti, guidate da algoritmi di selezione del bersaglio assistiti dall’intelligenza artificiale. È a tutti gli effetti un genocidio del XXI secolo.

Parallelamente al suo impegno per i diritti umani, Albanese sta pubblicando un libro, “When the World Sleeps: Stories, Words and Wounds of Palestine” (‘Quando il mondo dorme: storie, parole e ferite della Palestina’), che è in parte un’autobiografia e in parte un’elegia per i palestinesi, per quella che lei considera la loro dignità sotto l’oppressione e la loro “rabbia senza odio”. Il libro è costruito attorno alle storie di dieci personaggi, a cominciare da Hind Rajab, una bambina di cinque anni uccisa nel gennaio 2024 a Gaza, rannicchiata sul sedile posteriore di un’auto di famiglia, insieme a quattro cugini, dopo ore di disperate richieste di aiuto telefoniche alla Mezzaluna Rossa Palestinese.

Tra i personaggi figura anche Alon Confino, un professore universitario italo-israeliano scomparso nel 2024, che prese le difese di Albanese quando fu accusata per la prima volta di antisemitismo. Era tra le centinaia di progressisti ebrei con cui aveva condotto una campagna contro le definizioni di antisemitismo che includono la critica allo Stato israeliano, una confusione di confini che, a loro dire, è pericolosa tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi.

Albanese è stata molto criticata per aver tracciato parallelismi tra le politiche del governo israeliano a Gaza e il Terzo Reich, e per aver commentato positivamente un post a schermo diviso su X nel 2024 che paragonava Benjamin Netanyahu a Hitler.

Difende il suo utilizzo di parallelismi storici sostenendo che la comunità internazionale dovrebbe imparare dal passato per identificare, prevenire e fermare i genocidi che si stanno verificando ai giorni nostri. Ammette di avere dei rimpianti, ma solo in riferimento ad alcune dichiarazioni rilasciate nel 2014, quando affermò che gli Stati Uniti erano «dominati dalla lobby ebraica», un’espressione criticata in quanto riecheggia stereotipi antisemiti sul controllo ebraico sui governi nazionali. Insiste comunque sul fatto che tali commenti non fossero in alcun modo antisemiti.

«Non mi avete mai sentito dire nulla che si riferisca al popolo ebraico in modo dispregiativo, a parte il riferimento alla “lobby ebraica” che ho usato nel 2014, veramente per ignoranza sul fatto che potesse essere uno stereotipo». Afferma di essersi riferita in particolare al ruolo influente svolto nella politica statunitense dall’American Israel Public Affairs Committee.

In “When the World Sleeps” Albanese rintraccia le radici della sua dichiarata «intolleranza per l’ingiustizia» nella sua infanzia trascorsa in una piccola città del Sud Italia, in un mondo permeato dalla criminalità organizzata e dal clientelismo, in cui il successo di un cittadino dipende unicamente dalle sue conoscenze politiche. «Da giovane ero inorridita da questa mentalità per cui puoi essere bravo in quello che fai, ma non hai mai fiducia in te stesso, quindi chiedi sempre ai potenti: “Potreste aiutarmi, per favore?”», afferma.

Il suo disprezzo per questa corruzione dilagante le è stato ispirato dai suoi genitori, che si rifiutarono di soccombervi. I suoi modelli di riferimento erano i martiri della giustizia italiana: Paolo Borsellino, magistrato antimafia assassinato da un’autobomba nel 1992, e il suo collega Giovanni Falcone, ucciso nello stesso anno con la moglie e tre guardie del corpo quando la mafia fece saltare in aria un intero tratto di autostrada mentre la loro auto lo stava percorrendo. «Ho condiviso il dolore di una nazione per la perdita di queste due preziose figure della giustizia», ​​afferma. «Questo ha piantato un seme importante in me».

Ha pensato a loro soprattutto quando ha iniziato a ricevere minacce di morte dopo aver presentato il suo rapporto sul conflitto di Gaza, intitolato “Anatomia di un genocidio”, nel marzo 2024. Un anonimo ha telefonato dicendo che sua figlia sarebbe stata violentata, indicando il nome della scuola che frequentava a Tunisi, dove vive la famiglia. Albanese si è rivolta alla polizia per chiedere protezione. Pur non fornendo dettagli sugli accordi presi, afferma: «Ho ciò di cui ho bisogno».

Descrive il periodo successivo ad “Anatomy of a Genocide” come «brutale». «È stato allora che ho iniziato a chiedermi: ne vale la pena? Ho due figli. E se facessero loro del male? Non posso assumermi questa responsabilità», afferma. Descrive il dilemma come una “questione irrisolta”, anche se ciò che dice subito dopo suggerisce che per il momento l’abbia risolta: «Sto mettendo molto in gioco, ma, allo stesso tempo, non ho alternative. Devo continuare a gettare acqua sul fuoco e ora ho un secchio più grande… e braccia forti».

La sua missione principale è il mandato delle Nazioni Unite che il suo team ha ricevuto per indagare e riferire al più alto livello internazionale, e intende continuare a impegnarsi a fondo per i restanti due anni del suo secondo mandato triennale. Crede di dover affrontare non solo i governi di Trump e Benjamin Netanyahu, ma anche le «élite predatorie» di tutto il mondo, pronte a difendere con la violenza un accumulo di ricchezze senza precedenti. La guerra di Israele contro la resistenza palestinese è solo uno dei tanti campi di battaglia, afferma.

L’anno scorso, la Germania ha tentato di impedirle di parlare e ha inviato la polizia antisommossa nel luogo in cui avrebbe dovuto tenere un discorso. La polizia l’ha persino minacciata di arresto per aver fatto riferimento a due genocidi perpetrati dalla Germania nella prima metà del XX secolo: quello dei popoli Herero e Nama in Namibia e poi l’Olocausto. Mettendo i due eventi sullo stesso piano, le è stato detto che aveva banalizzato l’Olocausto, il che potrebbe costituire un reato penale. Aveva anche definito l’area sotto controllo israeliano «dal fiume al mare», un’espressione vietata in Germania a causa del suo utilizzo da parte di Hamas.

Descrive il Regno Unito come più cortese in apparenza, pur aggiungendo: «[Keir] Starmer probabilmente mi odia tanto quanto [Giorgia] Meloni ed [Emmanuel] Macron». Descrive la repressione di Palestine Action da parte del governo britannico come «brutale» e il primo ministro come un «mostro» per aver sostenuto nel 2023 che Israele «ha il diritto» di interrompere la fornitura di elettricità e gas a Gaza: «Non sei affatto una persona che difende i diritti umani se dici una simile mostruosità. E l’università che ti ha dato la laurea in giurisprudenza dovrebbe revocartela».

Nel giugno 2025, Albanese ha pubblicato un rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, che mostrava come molte aziende in tutto il mondo, comprese quelle di fama mondiale, avessero investimenti legati all’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

Prima della nostra intervista, ho chiesto ad altri esperti internazionali di diritti umani la loro opinione su Albanese, e ho riscontrato grande ammirazione per il suo impegno e il suo impatto, sebbene in alcuni casi si esprimesse rammarico per il fatto che avesse mescolato il linguaggio imparziale di un’avvocata con la retorica appassionata di un’attivista politica. Questo, secondo i detrattori, la renderebbe un bersaglio più facile per chi difende i crimini di guerra.

Albanese si è mostrata allegra e cordiale durante tutta la nostra conversazione, ma quando ho accennato a queste critiche hanno suscitato in lei un lampo di rabbia. «Quindi non farmi domande politiche», ha detto. «Questo è un approccio così paternalistico. Viene sempre dagli uomini».

Quando le faccio notare, con un certo imbarazzo ma con sincerità, che i commenti provenivano da donne, Albanese non si scompone. «Ci sono persone dominanti anche tra le donne», dice. «Mi scusi, perché non posso esprimere un’opinione politica? Tutto ciò che viene fatto è politico. Il modo in cui i diritti umani non vengono rispettati è politico. Ma siamo abituati a pensare per compartimenti stagni, quindi devo rimanere nel mio compartimento?»

In questo momento di tensione un’altra cliente del caffè, una giovane donna, si avvicina. «Posso interromperla per dirle che la ammiro? Grazie. Sta facendo un ottimo lavoro», dice ad Albanese. L’ammiratrice è greca e Albanese ne è felicissima, dicendole che presto presenterà la traduzione greca del suo libro ad Atene e che si incontreranno di nuovo in quell’occasione.

È un’ulteriore conferma della straordinaria visibilità e influenza della relatrice speciale. Una volta che la donna se ne è andata, Albanese, visibilmente rassicurata, affronta la possibilità di un futuro in politica. «In Italia, alcuni temono e altri sperano che io possa entrare in un partito politico. E, francamente, se ci fosse un partito che mi sembrasse davvero una casa abbastanza grande da permettermi di continuare a essere me stessa, lo farei», afferma, prima di aggiungere subito: «Non esiste».

Lei si considera troppo ancorata al secolo scorso, dice, con tutti i pregiudizi che ne conseguono. Ritiene invece che il suo ruolo sia quello di “fare spazio” ai membri di una generazione più giovane che siano «abbastanza saggi e umili da entrare in politica e prendersi cura di ciò che resta del nostro mondo».

La sera stessa, una lunga fila di studenti provenienti da tutto il mondo, molti con la kefiah palestinese al collo, si forma fuori dall’Università di Ginevra per ascoltare il discorso di Albanese. È il secondo evento a cui è stata invitata nel campus e la sala è gremita ben oltre la sua capienza di quattrocento posti.

Si rivolge alla folla nello stesso modo in cui parla in privato: con disinvoltura, umorismo, aneddoti e un approccio ampio. Offre una narrazione di speranza, affermando che il mondo è in piena trasformazione. «La giustizia fiorirà per voi e per i vostri figli», dice alla sala. «Abbiamo il potere di porre fine a tutto questo. Lo cambieremo. Insieme, stiamo facendo meglio. Questo è il primo genocidio che ha provocato uno sconvolgimento. La Palestina è diventata una ferita, ma è la nostra ferita».

Gli studenti applaudono praticamente a ogni frase e quasi tutti si fermano a fare domande. Una giovane donna georgiana si alza per dire che Albanese ha ispirato tutti quelli che la circondano. Un’altra donna chiede come trovare il coraggio politico, lasciando intendere di aver perso il lavoro per aver parlato apertamente di Gaza. Il consiglio di Albanese è di non arrendersi mai: «La mia vita è diventata un’altalena», dice riferendosi alle minacce di morte e alle sanzioni. «Non avrei mai immaginato di vivere senza una carta di credito, eppure ci riesco. Le persone mi aiutano. La mia libertà è più forte della mia paura. Sei sconfitta nel momento in cui smetti di combattere».

(The Guardian, 14 aprile 2026)

È nella cura, nelle relazioni e nella partecipazione la via per costruire una comunità inclusiva, capace di trasformare Venezia in uno spazio condiviso e solidale

In vista delle prossime elezioni amministrative, ci siamo chieste quale contributo può dare una piccola comunità come la nostra (labfem5.0) che da più di un anno ha messo al centro della propria ricerca e discussione la città, facendo attenzione ai suoi problemi, alle criticità e ai punti di forza. Abbiamo pensato alla città avendo presente il dibattito politico in corso e alla luce dell’elaborazione di urbaniste e architette contemporanee come Annalisa Marinelli, Elena Granata e molte altre che, prima di progettare case, ambienti, luoghi pubblici, si sono interrogate sulle difficoltà che complicano la vita quotidiana in città e hanno cercato soluzioni pratiche per rendere gli spazi urbani vivibili, facilmente accessibili, più sicuri e dinamici. 

Abbiamo posto al centro, come cardine della vita in città, la relazione, forza viva della società, in cui coesistono dipendenza per la soddisfazione dei bisogni elementari e indipendenza di pensieri, progetti e aspirazioni.

Relazioni, cura, comunità sono state le parole-chiave che abbiamo cercato di tenere insieme nelle nostre discussioni. Assunte come criteri-guida dell’azione, queste parole aiuterebbero a governare la città secondo una prospettiva diversa da quella che tiene separate le numerose parti della città e non promuove legami di fiducia tra abitanti e istituzioni. 

Il percorso che delineiamo richiede la disponibilità a spostarsi dalla competizione alla cooperazione, dall’individualismo alla relazione, dal soggetto neutro universale al riconoscimento della pluralità e delle diverse soggettività che abitano in città.

Proponiamo di abbandonare il modello di città basato sul gioco degli interessi individuali e le logiche del profitto e adottare, piuttosto, quello che concepisce la città come organismo vivente complesso e interconnesso, intreccio di legami che sostengono la vita delle e degli abitanti.

Occorre uscire dagli schemi e assumere la responsabilità di parole e gesti che restituiscano umanità e senso di possibilità. Occorre confrontarsi con la complessità e la forte conflittualità del mondo attuale, avendo fiducia nell’efficacia di una pratica quotidiana fatta di gesti, scelte, decisioni che vengono ancora prima della politica nei partiti, pratica che spesso è invisibile o data per scontata.

In un mondo in piena crisi ecologica, economica e di valori, la cura, intesa come ascolto e attenzione all’altro e all’altra, è secondo noi il principio più adeguato al governo della città, è una forma di intelligenza relazionale che tiene conto della nostra vulnerabilità, dà valore al lavoro invisibile su cui si regge la vita comune, riconosce il tempo necessario ai processi di cambiamento, non sacrifica le persone all’efficienza e consente di trovare di volta in volta soluzioni originali ai problemi.

Agire nell’orizzonte della cura restituisce alle persone la fiducia di essere tenute in considerazione e il piacere di legami sociali che danno senso all’esistenza. 

Nel corso delle nostre discussioni ci siamo poste la domanda su che cosa fa comunità. Nella nostra città ci sono tante comunità legate a interessi o a diverse appartenenze culturali, linguistiche, sociali. Il problema è il passaggio dall’appartenere a una comunità specifica al sentirsi parte della comunità abitante e agire di conseguenza, con responsabilità e rispetto, avendo presente il bene della città in cui si abita. Occorre che ogni abitante possa sentirsi parte viva e attiva della città e della sua storia in continua evoluzione. Questo passaggio non è automatico, va pensato, favorito. Sono necessarie delle mediazioni perché ci sia partecipazione, accoglienza, inclusione. 

Pensiamo che sia compito di un’amministrazione promuovere il senso di comunità, creando occasioni di partecipazione, istituendo spazi di incontro, di socialità, momenti di festa, di gioco, di discussione pubblica, manifestazioni culturali, artistiche, sportive.

Auspichiamo che la nuova amministrazione agisca in questa direzione e riconosca senso politico ai luoghi della partecipazione, traendo da qui indicazioni e orientamento per il governo della città.

(YTALI, 14 aprile 2026)

A quarant’anni dalla morte di Simone de Beauvoir, continuiamo a oscillare tra due tentazioni opposte: trasformarla in un monumento, oppure archiviarla come una pensatrice superata. Ma il problema, forse, è proprio questo: Beauvoir non si lascia incasellare. Non è una filosofa rassicurante né, tantomeno, monolitica. Non lo è mai stata. E anche il suo pensiero sulle donne è cambiato, si è trasformato nel corso dei decenni.

Quando nel 1949 pubblica “Il secondo sesso” – che oggi viene ripubblicato nella Pléiade, la celebre collana di Gallimard – compie un gesto di cui, ancora oggi, fatichiamo a cogliere la portata. Dire «non si nasce donna: lo si diventa» in un’epoca in cui il destino delle donne era ancora legato al corpo significava rivendicare un’uguaglianza che, di fatto, non esisteva. Significava dire che nessuna donna è condannata a ciò che è: che si può sottrarsi, costruirsi, inventare la propria vita a partire dai propri desideri.

Grande rivoluzione, dunque. Anche se la possibilità di emancipazione passava, per Beauvoir, principalmente attraverso la ragione. Una ragione che, non avendo sesso, escludeva perdefinizione il corpo in cui si incarnava. È grazie a questa idea, però, che Beauvoir può opporsia una tradizione che ha sempre confinato le donne dalla parte della natura, della passività,della dipendenza. Come se, per essenza, fossero creature fragili e incapaci di autonomiamorale. Basta con l’idea che l’obbedienza, la fedeltà e il silenzio siano virtù femminili. Basta,soprattutto, con un pensiero che assegnava sistematicamente alle donne il ruolo dell’“Altro”: «Egli è il Soggetto, l’Assoluto: lei è l’Altro».

Da questo punto di vista, per Simone de Beauvoir, restituire alle donne la ragione significavarestituire loro la possibilità di esistere come soggetti. Ma è proprio qui che qualcosascricchiola. Perché quella ragione che dovrebbe liberarci – universale, neutra, disincarnata –non è mai davvero neutra. Persino la ragione porta con sé una storia, un punto di vista. Equando non interroga le condizioni della propria universalità, finisce per escludere. Ancheperché, come scrive Beauvoir: «Ogni incarnazione dell’esistente ha un significato sessuale».Con il paradosso che, nel momento in cui cerca di liberarci dalla naturalizzazione del corpo, lalibertà crea una distanza quasi insopportabile da quel «corpo che siamo». Come seemanciparsi significasse sottrarsi a ciò che ci lega alla materia, alla dipendenza, allavulnerabilità. E allora la domanda diventa inevitabile: per essere libere, dobbiamo davvero allontanarci dal nostro corpo?

È qui che il suo pensiero si incrina. Ed è qui che continua a parlarci ancora oggi. Perché nonsiamo più (o non siamo più soltanto) in un mondo che riduce le donne al loro corpo in modoesplicito. O meglio: lo siamo ancora, ma in modo più sottile, più pervasivo. Il caso Epstein ci hamesso di fronte a una verità brutale: il corpo delle donne continua a essere un luogo diaccesso, di scambio, di dominio. Non un’eccezione. Un sistema. E questo sistema non riguardasolo pochi uomini potenti: ci riguarda tutti. Perché dice qualcosa di come funzionano il desiderio, il potere, il silenzio.

Ma, nello stesso tempo, qualcosa è cambiato – o almeno così ci piace credere. Oggi il corpo nonè più soltanto imposto. È esposto. Mostrato. Costruito. Messo in scena. Le immagini scorrono –TikTok, Instagram, Telegram, YouTube – e raccontano una storia di libertà: spesso scegliamo,o crediamo di scegliere, come mostrarci, cosa fare del nostro corpo, come usarlo. Ma qualelibertà è possibile quando il desiderio stesso è già modellato, anticipato, orientato? Non citroviamo piuttosto di fronte a un’altra forma di adattamento? Un modo per interiorizzare ciò che ci viene richiesto, fino a farlo nostro?

Beauvoir diffidava di una libertà che non interrogasse le proprie condizioni. «Voler essereliberi, scriveva, è anche voler liberi gli altri». Ma cosa significa, oggi, voler essere liberi, quandoil corpo è diventato il principale capitale simbolico? Quando l’esposizione è al tempo stessoscelta e vincolo? Quando si finisce per aderire spontaneamente a ciò che ci determina? Forse ilpunto è che non siamo mai usciti davvero dal problema che Beauvoir aveva individuato. Loabbiamo solo spostato. Non è più il corpo a imporci un destino: siamo noi a metterlo in scena,a lavorarlo, a offrirlo. Convinti, spesso, di scegliere. E allora la domanda cambia, ma restaaltrettanto complessa: che cosa significa essere liberi quando il potere passa attraverso ciò che sentiamo più nostro?

Anche le contraddizioni di Beauvoir fanno parte di questa eredità. Le relazioni ambivalenticon alcune delle sue allieve, le asimmetrie e gli abusi di autorità e di potere che oggi leggiamocon occhi diversi, non possono essere semplicemente rimosse. Ci obbligano a riconoscere chela libertà non è mai pura. Che può convivere con il potere. Che può persino non accorgersi diesercitarlo. Come si fa allora a sottrarsi a un destino senza negare ciò che ci costituisce? Comesi può essere liberi senza rimuovere le condizioni che rendono possibile (o impossibile) quella libertà?

È scomodo affrontare questo tipo di problemi. Ma forse è proprio qui che Beauvoir continua aessere necessaria. Non perché avesse già capito tutto, ma perché ci mette di fronte a unaverità complicata che preferiremmo evitare: non basta voler essere liberi per esserlo davvero.Non c’è, nelle sue pagine, nessuna promessa di riconciliazione definitiva tra libertà econdizione, tra desiderio e vincolo, tra corpo e progetto. C’è piuttosto l’invito a restare dentroquesta tensione, a non smettere di interrogarla. Perché è proprio quando crediamo di esserefinalmente liberi che rischiamo di non vedere più ciò che continua a determinarci. E forse è inquesta cecità che si gioca, ancora oggi, la forma più sottile del dominio e dell’abuso.

(la Repubblica, 14 aprile 2026)

«Sono stata scorretta. Gli ho mentito. In realtà non prendevo la pillola». Non è solo una frase rubata a una conversazione dolente, di impronta confessionale. È spesso il detonatore di un dibattito che ciclicamente riemerge, tra cronaca giudiziaria e narrazioni mediatiche sugli uomini “incastrati” da gravidanze indesiderate. «Lei mi ha mentito, mi ha raggirato. Io mi fidavo. Mi sento a pezzi».

Sentimenti in parte persino comprensibili, ma che non trovano punti di appoggio, per fare un gioco di parole, né leali, né legali.

Quando il racconto si sposta dal piano emotivo a quello giuridico, infatti, il terreno cambia radicalmente: il diritto, qui, non conferma il senso comune. Lo contraddice. Eppure le consuetudini non vanno ancora di pari passo con le conquiste giuridiche. Alcune battaglie socioculturali meritano di essere portate più avanti.

La domanda, tanto semplice quanto carica di implicazioni, è questa: una donna è obbligata a dire al partner se assume o meno un contraccettivo? La risposta, sul piano normativo, è un secco: «no». Non esiste, in linea generale, un obbligo giuridico di informazione.

È un punto fermo che trova fondamento in più principi, consolidati anche dalla giurisprudenza di legittimità e che ci dà prova che il corpo della donna può ancora sperare, con le lotte femministe (condotte sia sul piano normativo che su quello culturale) di non subire progressive, ulteriori espropriazioni. Ma chiariamo la cosa punto per punto.

Primo. La riservatezza.

Le informazioni relative alla fertilità, alla contraccezione e, più in generale, alla sfera sessuale e riproduttiva rientrano nel diritto fondamentale alla privacy. Si tratta di un ambito in cui vige la piena autodeterminazione individuale. Questo spazio resta, in linea generale, sottratto alle pretese di controllo o alle ambizioni di conoscenza da parte del partner. In altre parole, la scelta di assumere o non assumere un contraccettivo appartiene, anzitutto, alla persona interessata. Pretendere una trasparenza totale in questo ambito rischia di spostare il baricentro dal consenso reciproco al controllo del corpo altrui.

Secondo. La natura del rapporto sessuale.

Un rapporto sessuale tra adulti consenzienti non può essere ridotto a un contratto patrimoniale. Le categorie contrattuali non si applicano in modo meccanico all’intimità. La buona fede, la correttezza e l’informazione sono le benvenute, certo. Ma una diretta traslazione tra questi due ambiti rischia di essere fuorviante. Ovvio: la correttezza non è irrilevante. Ma per parlare di responsabilità giuridica servono presupposti più precisi: ad esempio, una condotta coercitiva, una minaccia, un inganno giuridicamente rilevante o una lesione effettiva dei diritti.

Terzo. L’auto-responsabilità.

Questo punto è cruciale. Chi non vuole procreare è chiamato ad attivarsi in prima persona, come soggetto direttamente implicato e come parte attiva. La disponibilità e l’accessibilità dei mezzi contraccettivi sono dati acquisiti, specialmente oggi: farvi ricorso è una forma di diligenza. Se un uomo si fida ciecamente della parola di una donna, implicitamente, questi le sta delegando in modo assoluto ogni responsabilità. E, di base, questa è la paradossale e sartriana scelta di chi non sceglie.

Quarto. L’assenza di illecito in un caso specifico.

Tacere, o persino mentire, sul proprio stato di fertilità o sull’uso di contraccettivi, in un noto caso esaminato dalla Corte di Cassazione (10906/2017), non è stato ritenuto né reato, né illecito. In quella occasione, la semplice menzogna sull’uso di contraccettivi o sulla fertilità non è stata considerata sufficiente, da sola, per dirsi già truffa o violenza privata. Si tratta di un pronunciamento forte, che però non chiude definitivamente tutti i casi possibili (specialmente quando l’inganno incida in modo rilevante sulla libertà e consapevolezza del consenso). È un passaggio importante, perché impedisce letture troppo semplificate, come il diffuso adagio: «mi ha mentito, ha commesso un reato».

Quinto. Il perimetro della legge 194.

Esiste, è vero, il principio della procreazione cosciente e responsabile. Esso è sancito dalla legge 194 del 1978. Ma si tratta di una garanzia pubblica che impegna lo Stato. Non intende creare obblighi di verità assoluta tra privati. Nel diritto italiano, non esiste un obbligo generale e automatico, per una donna, di informare il partner sull’uso o meno di un contraccettivo.

Il punto, allora, è meno scandaloso di quanto certa retorica suggerisca. È giusto ricordare che non va cercata alcuna rassicurazione personale nelle scelte contraccettive altrui. Esiste, del resto, una responsabilità personale che non può essere demandata ad altri. Proprio con questi cinque punti di femminismo, in definitiva, si vuole incidere culturalmente, spezzando l’assurda pretesa di garanzie, o la continua richiesta di rassicurazioni sul corpo dell’altra e dal corpo dell’altra.

Senza cinismo, senza inasprire i rapporti tra i sessi, facciamo nostro un principio elementare di libertà: l’autodeterminazione non si negozia.

(Noi Donne, 13 aprile 2026)

Notaio Roberta Valente, sostituto procuratore Imma Tataranni. A vedere i titoli delle fiction sembra che la Rai non abbia ancora imparato la lezione di Alma Sabatini per un uso non sessista della lingua, fatto proprio anche dal codice deontologico del servizio pubblico. Lo denuncia Elisa Messina, giulia lombarda e giornalista del Corriere della Sera che ne ha scritto sul blog la 27esimaora che qui ripubblichiamo.

(La redazione di Giuliagiornaliste)

L’hanno fatto di nuovo. La fiction Rai in quattro puntate che debutta su Rai 1 in prima serata domenica 12 aprile si intitola “Roberta Valente – Notaio in Sorrento” e la protagonista è interpretata da Maria Vera Ratti. “Notaio”, al maschile, non “notaia” come sarebbe stato più corretto scrivere e come ormai si dice e si legge ovunque: sui giornali (quasi tutti), sui siti di informazione, nei libri. Ma nei corridoi di Viale Mazzini, evidentemente non ancora.

Del resto, “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, serie di successo con una bravissima Vanessa Scalera, è arrivata alla quinta stagione con quel titolo lì. Al maschile. Nel caso di “notaia” poi, la declinazione al femminile è ancora più facile.

Ecco, sembrava “strano”, forse, titolare “Sostituta procuratrice” la bella serie tv ambientata a Matera. Ma è corretto: si può dire, si deve dire. Così spiega l’Accademia della Crusca: «I nomi maschili uscenti in -tore, anche detti nomi d’agente in quanto designano “chi compie un’azione”, formano nella maggior parte dei casi il femminile in -trice (quindi, ad esempio, attore/attrice, lettore/lettrice, pittore/pittrice, scrittore/scrittrice)». Lo diceva già Alma Sabatini nel 1987 nel fondamentale volume Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italianascritto per la presidenza del Consiglio.

Era il 1987, a Palazzo Chigi si erano alternati ben tre presidenti del Consiglio: Craxi, Fanfani e Goria. Eppure, nonostante fossimo nell’era dei governi balneari le istituzioni sembravano interessate alla società che cambiava e alla lingua che la deve raccontare. Perché quel libretto di Sabatini era pensato per il mondo politico, per gli enti pubblici, per le scuole e per gli organi di informazione. Ed è scritto facile facile, for dummies si direbbe.

Tra le raccomandazioni di Sabatini per un linguaggio rispettoso della parità c’era anche quella di non nominare le donne solo con il nome proprio. E qui si rivolgeva soprattutto ai giornali quando, per esempio, facevano i titoli su Margaret Thatcher chiamandola “Maggie” ma non facevano altrettanto quando titolavano con i nomi dei leader uomini. Oggi succede ancora ogni volta che Meloni diventa Giorgia, Schlein diventa Elly, Von der Leyen Ursula e così via.

Abbiamo ricordato questa buona regola del nome proprio in occasione di un’altra fiction Rai (che coincidenza!): il biopic dedicato a Margherita Hack andato in onda con il titolo “Margherita delle stelle”. Il paradosso era che quella fiction arrivava dopo altri due fiction biografiche dedicate a uomini, “Mameli” e “Califano” dove il cognome c’era, eccome.

Ma questa vecchia abitudine non vale solo per le famose o le leader: succede spesso nei titoli degli articoli sui giornali e in rete. La studentessa italiana che vince una competizione internazionale di matematica può diventare “Caterina, la maga dei numeri”, l’atleta che vince una medaglia “Sara, la regina dello sprint”. «L’uso del nome proprio delle donne in contesti non confidenziali riduce la distanza simbolica, esprime paternalismo, agevola l’uso del tu familiare e diminuisce l’autorevolezza della funzione ricoperta riportando la donna alla condizione di principiante» scriveva Michela Murgia in “Stai zitta!”, un pamphlet sui tanti modi in cui, consciamente o inconsciamente, non si rispettano diritti e dignità delle donne.

La premessa culturale di Alma Sabatini al suo manuale era: se si vuole cambiare in meglio la realtà bisogna iniziare dalle parole che usiamo per rappresentarla. «L’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nell’atteggiamento e nel pensiero di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria» scrive la linguista. Insomma, se ci si abitua a dire “avvocata”, “ministra”, “procuratrice”, “notaia”, “medica” come la grammatica ci consente di fare, diventa normale riconoscere che quei ruoli appartengono alle donne. Trentasette anni dopo il manuale di Sabatini, molti altri ne sono stati scritti, sul tema si fanno conferenze e seminari, le aziende (Rai compresa) le università e gli enti pubblici si fregiano di codici di comportamento che invitano ad usare un linguaggio più inclusivo. Non perché scrivere al maschile «la notaio Maria Rossi», per tornare al primo esempio, sia sbagliato (lo abbiamo fatto fino a ieri), ma perché declinare al femminile le professioni contribuisce, pian piano, a ridurre quella percezione che certe professioni (guarda caso quelle più di prestigio e potere) siano solo maschili.

Eppure queste buone regole continuano ad essere disattese. A volte perché bollate come esagerazioni woke e giudicate cacofoniche. Oppure semplicemente perché c’è ignoranza: se i media mainstream si abituassero di più a declinare al femminile le professioni, per esempio, queste definizioni sarebbero percepite come normali e stimolerebbero un virtuoso effetto emulazione.

Lo dice chiaro il codice deontologico Rai: «La Rai assicura la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società». Nel codice troviamo anche la voce “Contrasto agli stereotipi” dove si legge: «Nei programmi di informazione, intrattenimento e pubblicità, è richiesto di evitare la rappresentazione stereotipata della figura femminile».

Perché, allora, “notaio” e “sostituto procuratore” nei titoli? Perché realisticamente a Matera e a Sorrento (dove sono ambientate le fiction) si usa di più dire così? Sarebbe una giustificazione poco rispettosa della capacità di noi italiani e italiane di seguire l’evoluzione culturale della società.

Dal Servizio Pubblico ci aspettiamo che voli alto.

Qui il link all’articolo originale

(Giulia Giornaliste, 13 aprile 2026)

Spesso, troppo spesso, commemoriamo la storia celebrando un singolo individuo con una statua, oppure intitolandogli un luogo o un giorno di festa. Alcune statue sono state abbattute – in diverse città degli Stati Uniti quelle del generale confederato Robert E. Lee hanno lasciato il posto ad altre dedicate all’attivista contro la schiavitù Harriet Tubman –, ma i repubblicani stanno tentando d’invertire questa tendenza. Di recente l’amministrazione Trump ha messo una statua di Cristoforo Colombo nei giardini della Casa Bianca, una replica di quella gettata nelle acque del porto di Baltimora nel 2020 sull’onda delle proteste del movimento Black lives matter contro il razzismo e il colonialismo.

Forse l’epoca degli eroi sta finendo. Quest’anno Jon Wiener, direttore della rivista The Nation, ha candidato al Nobel per la pace la città di Minneapolis, per il valore e la solidarietà dei suoi cittadini nel contrastare l’Ice. Vincere il Nobel è una possibilità remota, ma gli abitanti di Minneapolis e St. Paul hanno già ricevuto il Profile in courage award intitolato a John F. Kennedy «per aver rischiato la vita per proteggere i propri vicini e la comunità migrante».

Forse ci stiamo rendendo conto che spesso l’eroe è la collettività, il movimento, la comunità, e che pescare dalla massa un singolo da consacrare non funziona.

Il 31 marzo la California ha celebrato per la prima volta il Farmworkers day (giornata dei lavoratori agricoli), una festività proclamata in tutta fretta dal parlamento dello stato dopo le rivelazioni sulla storia di abusi sessuali commessi da César Chávez, famoso sindacalista dei braccianti. Forse ci stiamo rendendo conto che spesso l’eroe è la collettività, il movimento, la comunità, e che pescare dalla massa un singolo da consacrare non funziona. Troppe persone trasformate in eroi nella loro vita hanno fatto cose per cui non avrebbero meritato quel riconoscimento.

Ma anche quando le loro vite sono irreprensibili, il mondo non cambia solo grazie a singoli individui. A volte una persona, che può essere una scrittrice, un predicatore, un visionario, ispira le masse. A volte lavora con un gruppo. Queste persone spesso vengono chiamate leader, ma io le considero dei catalizzatori. Definire qualcuno un leader significa implicitamente considerare tutti gli altri dei seguaci. I seguaci obbediscono, come un gregge, mentre in realtà in molte rivolte e movimenti ognuno ha scelto di essere lì.

La parola “leader” deriva forse da un periodo in cui i vertici militari guidavano le truppe in battaglia. Tuttavia, quasi tutti i cambiamenti degli ultimi decenni non si sono realizzati con le armi. Il motore della maggior parte dei movimenti democratici è fatto di persone che partecipano al processo decisionale. In questo momento stiamo cercando di difendere la democrazia e la democrazia all’interno dei movimenti è fondamentale.

«Aquí manda el pueblo y el gobierno obedece», qui il popolo comanda e il governo obbedisce, era uno slogan degli zapatisti, i rivoluzionari indigeni che nel 1994 insorsero nel sud del Messico. Un catalizzatore è qualcuno che sa motivare le persone e tenere insieme il gruppo. Ma non c’è catalizzatore se non c’è una popolazione da catalizzare, convogliandola verso una comunità o un movimento. Il premio Nobel negli ultimi decenni è andato spesso a organizzazioni collettive, come il Centro per le libertà civili (fondato a Kiev), il Programma alimentare mondiale e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (ai tempi di Al Gore).

Ho sempre pensato che gli eroi dei film d’azione di Hollywood diano alle persone un’idea sbagliata di come realizzare il cambiamento. Spesso si tratta di tizi muscolosi o armati fino ai denti il cui talento speciale è la violenza corpo a corpo.

È evidente che gli uomini dell’amministrazione Trump hanno visto troppi di questi film: il segretario alla difesa Pete Hegseth e il direttore dell’Fbi Kash Patel sembrano convinti che i loro sottoposti debbano concentrarsi sul combattimento a mani nude. Patel ha perfino chiamato alcuni lottatori della Ufc, l’organizzazione statunitense di arti marziali miste (Mma), ad “addestrare” gli agenti dell’Fbi.

Gli eroi di Minneapolis non hanno usato la violenza: hanno sfidato degli invasori armati in condizioni di freddo brutale, giorno dopo giorno, e continuano a consegnare la spesa alle persone che non possono uscire di casa, accompagnando i loro figli a scuola. Hanno avuto un enorme impatto nella difesa dei loro quartieri. E come la gente di Los Angeles, Charlotte, Chicago e Memphis, sono stati d’ispirazione per tutti gli altri.

Anche se la festa dei lavoratori agricoli è nata da una circostanza spiacevole, si tratta di una cosa provvidenziale in California, dove la maggior parte dei braccianti sono immigrati proprio come le persone perseguitate dall’Ice. Sarebbe opportuno un monumento al bracciante ignoto, o meglio ai milioni di braccianti che ci sono stati negli anni. Dedicare una giornata a loro sarebbe un inizio.

(Internazionale, 11 aprile 2026)

Al Festival di letteratura Working Class, un’intervista con la sociologa e femminista francese sul suo volume “Riappropriarsi di sé”, edito da Alegre

«Ho analizzato le ragioni del silenzio delle donne transfughe: le loro traiettorie hanno un’ampiezza minore rispetto a quelle degli uomini, e dunque difficilmente occupano la scena pubblica; inoltre, dichiararsi transfuga quando si è donna significa subire una doppia pena, un doppio stigma». Nel suo volume edito da Alegre, Riappropriarsi di sé. Inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista (pp. 496, euro 22, traduzione di Annalisa Romani), Rose-Marie Lagrave, sociologa e directrice d’étude all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, racconta il suo percorso che ha discusso pubblicamente a Campi Bisenzio (Firenze) sabato 11 aprile nell’ambito del Festival di Letteratura Working Class.

Nel suo libro attraversa le diverse età della vita e ciò che emerge è un sentimento persistente di illegittimità. Quando ha iniziato a riconoscerlo come un fatto sociale, e non come una colpa individuale?

Due elementi, combinati tra loro, mi hanno permesso di capire che l’illegittimità non era imputabile a me, bensì derivava dalle disuguaglianze della struttura sociale: da un lato, la sociologia, che svela il ruolo riproduttivo delle classi sociali attraverso la scuola e che si oppone a qualsiasi psicologizzazione dei fenomeni sociali, e, dall’altro, l’impegno politico che rivela la forza del dominio simbolico che i dominanti esercitano sui dominati, facendogli credere e accettare la loro inferiorità. Da qui il senso di illegittimità provato dai transfughi, poiché, pur avendo avuto accesso al mondo accademico, non possiedono tutti i codici che determinano la disinvoltura sociale e la parola autorevole.

Riappropriarsi di sé” è anche un lavoro sugli archivi e sulla memoria famigliare. Cosa accade quando la memoria intima conversa con gli strumenti della ricerca?

Confrontando gli archivi di famiglia con le interviste a mio fratello e alle mie otto sorelle, ho notato una discrepanza. I ricordi dei miei fratelli e delle mie sorelle raramente coincidevano con quanto riportato negli archivi scritti: o abbellivano la nostra genealogia, oppure adottavano una visione troppo malinconica o idealizzata della nostra infanzia comune. Molto presto ho capito che il problema non era tanto la questione della “verità”, quanto quella della riappropriazione o della reinvenzione di ricordi destinati a riaffermare il posto e il ruolo di ciascuno nell’universo famigliare. La difficoltà risiedeva nella ricerca di un equilibrio instabile tra l’oggettivazione dell’intimo e l’analisi della soggettività che era il mezzo utilizzato per far valere l’importanza della narrazione di ciascuno.

Evoca dei piccoli “interstizi” – incontri, alleanze, opportunità – che rendono possibile un percorso non previsto. Che ruolo ha avuto la dimensione collettiva nella sua esperienza?

I collettivi hanno svolto un ruolo centrale e decisivo nel passaggio da una classe sociale all’altra. Alcuni insegnanti del liceo, il Gruppo di studi di sociologia della Sorbonne, il mio gruppo di discussione all’interno del MLF (Mouvement de libération des femmes), lo Stato sociale che mi ha concesso una borsa di studio: questi sono solo alcuni dei collettivi senza il cui sostegno la mia migrazione sociale sarebbe stata impossibile. Ciò smentisce formalmente lo slogan liberale «quando si vuole, si può», poiché occorre disporre dei mezzi e delle risorse per poter volere, e non si può mai farlo da soli. Così, chi cambia classe sociale non è il frutto di un talento individuale, ma il risultato di una costruzione collettiva a cui hanno partecipato alleati.

Bisogna anche saper cogliere le opportunità o addirittura crearle. Quando, in seguito a una rottura coniugale, ho chiesto al mio relatore di tesi “un lavoro” e lui, scioccato da tanta audacia, mi ha respinta, ho creato un’opportunità, poiché sei mesi dopo sono stata assunta come precaria. Il percorso di una transfuga non è lineare; è fatto di improvvisazioni e di rotture; è collettivo o non è.

La malattia e la disabilità occupano un posto centrale nella storia della sua famiglia. In che modo queste esperienze hanno trasformato il suo sguardo?

La malattia e la disabilità hanno svolto ruoli paradossali nella mia famiglia. La tubercolosi contratta da mio padre nel 1942 è stata la causa del declassamento sociale e geografico della famiglia, seguito da un ricollocamento all’interno di un villaggio in cui mio padre ha fatto valere l’ordine morale, l’istruzione e il successo scolastico dei propri figli come capitale sociale.

L’autismo ha creato attorno a mio fratello maggiore una sollecitudine che contrastava con il rigore dell’educazione. Dopo la morte di mia madre, è attorno a lui che si è ricomposta la fratellanza, ed è lui che ha saputo creare una famiglia, la quale, dopo la sua scomparsa, esiste ormai solo nei ricordi. Fin dall’infanzia, ho vissuto la malattia e la disabilità come aspetti ordinari della vita sociale. Ho sempre vissuto con la sensazione che queste situazioni di vulnerabilità richiedessero un’attenzione particolare e, più tardi, sotto l’impulso del femminismo e della sociologia, ma anche dell’impegno politico, ho potuto trasformare l’approccio volontaristico in cura politica, ovvero, pur continuando a prestare questa sollecitudine nei confronti di mio fratello, comprendere che la cura deve essere radicata in una morale della giustizia e che non deve essere delegata e relegata alle classi subalterne, in particolare alle donne.

Il Mouvement de libération des femmes segna una svolta decisiva. La descrive come una vera “conversione”.

Facevo parte del Mouvement de libération des femmes, l’ho costruito insieme ad altre militanti ed è stata una vera conversione. Prima attribuivo tutte le difficoltà alla mia classe sociale d’origine; percepivo il disprezzo di classe, ma ero cieca rispetto al sessismo. Cresciuta in una famiglia con nove figlie e in scuole non miste, ero quasi saturata del femminile e pensavo che solo il mondo maschile fosse desiderabile. Avrei potuto diventare antifemminista se non avessi vissuto e analizzato esperienze di sessismo quotidiano.

Anche nei movimenti studenteschi di sinistra, che avrebbero dovuto decostruire i ruoli di genere, si riproduceva una divisione sessuata: gli uomini parlavano nelle assemblee, noi distribuivamo volantini. Da allora ho sempre intrecciato classe e genere, adottando uno sguardo “a doppio fuoco”, senza dimenticare altre dimensioni come sessualità, razza ed età. Il femminismo ha prodotto nuove epistemologie nelle scienze sociali: è una grande conquista.

Tra le poche narrazioni di transfughe ci sono quelle di Annie Ernaux. Come si è costruito il vostro dialogo?

Assumendo la letteratura come arma – «vendicare la propria stirpe» (lo ha detto Ernaux al conferimento del Nobel per la Letteratura del 2022, ndr) – Annie Ernaux rovescia positivamente questo stigma. Ho letto i suoi libri via via che uscivano, molto prima di conoscerla (nel 2024 è uscita per Oligo Una conversazione, di Lagrave ed Ernaux, ndr). Apparteniamo alla stessa generazione: ogni libro esplorava tappe della sua vita simili alle mie, anche se non identiche nelle esperienze. Mi sono costantemente riconosciuta nei suoi racconti, provando un’immediata adesione e una profonda gratitudine per questo riconoscimento reciproco.

La sua “inchiesta autobiografica” prende le distanze dalle narrazioni meritocratiche. Quali sono i rischi e le insidie?

Il merito, valorizzato dalla Terza Repubblica francese con la figura del “borsista meritevole”, è diventato uno strumento ideologico. Oggi è una variabile di aggiustamento liberale, utilizzata anche per giustificare le disuguaglianze salariali. È una finzione che serve a far credere che l’ascensore sociale funzioni. Ma non esiste alcun ascensore sociale: i transfughi salgono per le scale di servizio. Le posizioni sono già inscritte nell’ordine sociale.

Il merito non è una qualità individuale né la rivelazione di un talento nascosto: è il prodotto di un sistema scolastico che seleziona, promuove ed esclude. Il rischio più insidioso è far ricadere sull’individuo la responsabilità del proprio destino, convincendolo che basti la volontà per riuscire. Non si dice mai di un “erede”, nel senso di Bourdieu, che è meritevole: questo aggettivo è riservato ai figli delle classi subalterne.

Nell’ultima parte del volume affronta la vecchiaia in una prospettiva femminista.

Il femminismo permette di dimostrare che qualsiasi approccio alla vecchiaia in quanto tale è un fallimento annunciato, poiché la vecchiaia va pensata politicamente a monte. Pensare in anticipo alla vecchiaia significa organizzare e incoraggiare l’autonomia e la libertà nel corso di tutte le età affinché, al momento della vecchiaia, siano già interiorizzate.

Invecchiare significa non essere più in grado di esercitare la propria libertà e la propria autonomia. Accettare questa definizione significa quindi rifiutare quella statistica e biologica dell’età, per sostituirla con un interrogativo sulle ragioni e sui contesti che generano la perdita di controllo e la spoliazione di sé e della propria libertà. L’approccio femminista mostra che la vecchiaia è particolarmente soggetta a norme sociali, sessuali e famigliari, talvolta di tipo sospensivo e talvolta repressive, nonché a una biopolitica.

La vecchiaia è un rivelatore delle norme di genere e di sessualità, un osservatorio della durezza del mondo sociale. L’approccio femminista alla vecchiaia permette così una riflessione a ritroso sulle norme e sui valori della nostra società per reintrodurvi l’umano, il fragile, il vulnerabile, la solidarietà in tutti i rapporti sociali, a tutte le età della vita, per destituire lo spirito di competizione e di concorrenza.

È quindi a un ribaltamento dello sguardo e alla presa in considerazione dei percorsi di vita che invita una prospettiva femminista. Tutto lascia pensare che la vecchiaia sia lo stigma degli stigmi. La vecchiaia sembra prevalere sulle discriminazioni di genere, di sessualità, di classe e forse di razza, non per annullarle ma per inglobarle. A causa del suo carattere irreversibile: nessuna riassegnazione di genere possibile, nessun disordine nelle età, nessun passaggio da un’età all’altra, il suo destino è la morte.

(il manifesto, 9 aprile 2026)

Il 5 aprile 2026 si è svolta nel centro di Vilnius un’azione di protesta antinucleare congiunta. L’iniziativa è stata organizzata da organizzazioni bielorusse in esilio, tra cui “La nostra casa”, Dapamoga, Re:Bel e altre organizzazioni partner bielorusse. L’azione mirava a richiamare l’attenzione sui crescenti rischi nucleari nella regione a seguito della scadenza del trattato New START.

La protesta si è svolta durante le celebrazioni pasquali, coinvolgendo deliberatamente i passanti in uno spazio pubblico solitamente associato alla sicurezza e alla normalità. I partecipanti hanno evidenziato la vicinanza dei previsti dispiegamenti di missili russi rispetto alla Lituania, sottolineando quanto tali minacce siano prossime al centro di Vilnius, inclusa l’area attorno alla Torre di Gediminas.

Un elemento centrale dell’azione è stato il numero “444”. Secondo i calcoli degli organizzatori, esso rappresenta la distanza approssimativa in chilometri tra l’aeroporto militare di Krichev-6 e il Palazzo Presidenziale di Vilnius. Questo numero è diventato un simbolo ricorrente in una più ampia serie di iniziative a favore della denuclearizzazione della Bielorussia.

Al fine di visualizzare i rischi, gli attivisti hanno installato un grande “pulsante” rosso nello spazio pubblico, avvertendo esplicitamente di non premerlo. Molti passanti hanno evitato qualsiasi interazione, riflettendo una comprensione intuitiva del pericolo associato a decisioni irreversibili. Gli organizzatori hanno utilizzato questo simbolismo per illustrare le conseguenze imprevedibili e potenzialmente catastrofiche dell’espansione degli arsenali nucleari in contesti autoritari.

La protesta ha inoltre messo in relazione le questioni di sicurezza regionale con la più ampia situazione dei diritti umani in Bielorussia. Dal 2020, almeno 1.990 organizzazioni senza scopo di lucro sono state sciolte con la forza. Le attività in materia di diritti umani sono state criminalizzate.

Più di 4.500 persone sono state riconosciute come prigionieri politici, di cui almeno 1.141 risultavano ancora detenute al 28 febbraio 2026. Esponenti della società civile, giornalisti e attivisti vengono regolarmente qualificati come “estremisti” o “terroristi”, mentre l’elenco ufficiale dei “materiali estremisti” supera le 8.000 voci. Rapporti dei meccanismi delle Nazioni Unite hanno inoltre documentato il ricorso al lavoro forzato che coinvolge detenuti, inclusi prigionieri politici, nonché pratiche di espulsione forzata a seguito di cosiddette grazie. La pena di morte rimane in vigore e diversi importanti difensori dei diritti umani rischiano la sua applicazione.

La scadenza del trattato New START il 5 febbraio 2026 ha segnato un punto di svolta critico nella governance nucleare globale. Il trattato costituiva l’ultimo quadro bilaterale vincolante tra gli Stati Uniti e la Russia che limitava le testate nucleari strategiche dispiegate e i relativi vettori. La sua scadenza, in assenza di un accordo successivo, ha determinato una situazione in cui non esistono più limiti efficaci alle dimensioni degli arsenali nucleari strategici.

In questo contesto, La Nostra Casa prosegue la sua campagna internazionale StopByNukes, avviata il 25 marzo 2023. La campagna chiede il ripristino dello status della Bielorussia come Paese privo di armi nucleari, il ritiro delle armi nucleari russe dal suo territorio, l’adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e l’integrazione di impegni per la pace nel diritto internazionale vincolante. Ulteriori informazioni sugli obiettivi e le attività della campagna sono disponibili qui: https://ndBielorussia.com/2025/10/14/stop-by-nukes-campaign/

Gli organizzatori esprimono la loro gratitudine a Het Actiefonds per il sostegno a questa azione.

È possibile consultare sul nostro sito un’analisi dettagliata in lingua inglese di questa azione di protesta qui:

https://ndBielorussia.com/2026/04/06/exiled-Bielorussiaians-warn-vilnius-nuclear-risks-intensify-after-new-start-lapse

(Our House Centro per i diritti umani e gli aiuti umanitari, 6 aprile 2026)

Di Han Kang, a cui nel 2024 è stato conferito meritatamente il Premio Nobel per la letteratura, si conosce da tempo l’ostinata capacità di sviscerare le pieghe più minute della sofferenza umana e di indagare le sottili sfumature dei sentimenti che si accompagnano al dolore sia nella sua configurazione soggettiva sia nella sua rappresentazione esteriore.

“La vegetariana”, ad esempio, il primo romanzo pubblicato in traduzione italiana da Adelphi nel 2016, seguiva la genesi e la progressione della solitudine di una donna nella cornice di una vicenda familiare del tutto ordinaria. Il dramma della protagonista non aveva tinte forti ma i gesti che l’accompagnavano e le azioni di resilienza con cui essa si difendeva dall’oppressione di chi le viveva accanto avevano qualcosa di altamente icastico che si imprimeva nella visione che il lettore aveva di quella vicenda.

La stessa straordinaria visionarietà caratterizza “Non dico addio”, di cui sono protagoniste due donne di mezza età, amiche fin dagli anni giovanili, che conducono vite solitarie nella ripetizione di una gestualità quotidiana che si rivela un blando antidoto a una sofferenza profonda. Fin dalle prime pagine del romanzo si capisce che entrambe si sentono schiacciate da un senso di perdita, di mancanza, afflitte da una ferita che né l’amicizia, né i tentativi di dare un ordine alle proprie vite riescono a rimarginare.

Di Gyeong-ha, la voce narrante, veniamo a sapere che era redattrice di una rivista che si avvaleva della collaborazione di fotografi esterni. Fu così che Gyeong-ha conobbe In-seon, che per alcuni anni collaborò stabilmente con lei nella realizzazione di numerosi articoli e reportage.

Ma poi la collaborazione cessò, l’amica fotografa si ritirò sull’isola di Jeju, per accudire la madre anziana.

Gyeong-ha diede anch’essa un taglio netto alla sua vita precedente fatta di lavoro e famiglia, per chiudersi in una dimensione solitaria, in una sorta di ritiro consapevole e sofferto dalla vita.

E qui, nella vigile disperazione di un’esistenza spogliata di qualsiasi aspettativa, ridotta alla mera sopravvivenza, si consuma l’infelicità senza desideri della protagonista.

«Tra me e il mondo si è instaurata una desolante linea di confine», afferma e si chiede: «Quando aveva cominciato a sgretolarsi tutto? Quale era stato l’istante della biforcazione? Quale il punto di svolta, la crepa, la frattura?»

Si viene a sapere quasi di sfuggita che Gyeong-ha ha pubblicato un libro su uno dei massacri più atroci della Guerra di Corea e che quelle immagini e quelle vicende sono penetrate in lei e le hanno cambiato la vita.

In particolare c’è un sogno che si presenta come un incubo ricorrente dominato da un cupo scenario di morte. Nel sogno appare un lugubre paesaggio invernale, una montagna bassa su cui spiccano una moltitudine di tronchi neri di altezze diverse piantati nel terreno, «inclinati e storti, sembravano migliaia di uomini, donne e bambini emaciati, curvi sotto la neve. Sono in un cimitero? mi chiedevo. Queste sono tutte lapidi? Camminavo tra quegli alberi dalle cime recise, sui quali si erano posati fiocchi di neve simili a cristalli di sale. Dietro a ciascun tronco si ergeva un tumulo».

Poi, inaspettatamente, appare il mare, una marea che sale, quella che sembrava la linea dell’orizzonte di una pianura era un’enorme distesa d’acqua che finirà per sommergere le tombe. Allora, al culmine dell’angoscia, l’io narrante si rende conto che deve agire.

«Per le tombe già sommerse non potevo fare più nulla ma dovevo spostare almeno i resti sepolti in alto. Prima che il mare li raggiungesse. Adesso, subito! Ma come? Senza l’aiuto di nessuno! Senza neppure una pala! Come salvarli tutti? Correvo incerta tra gli alberi, fendendo l’acqua che ormai mi era arrivata alle ginocchia».

Dalla prima apparizione notturna di quel sogno la protagonista non riuscì a riprendersi, la sua immaginazione era definitivamente colonizzata dalle atrocità della guerra e dalle infinite icone di morte che la memoria di quei tragici eventi si portava dietro.

«Nei quattro anni trascorsi tra la prima volta che feci il sogno degli alberi neri e quell’alba estiva avevo detto più di un addio. Alcuni per scelta; altri invece erano stati fulmini a ciel sereno e avrei dato qualunque cosa per impedirli. Se, come sostengono le antiche credenze, da qualche parte nel regno celeste o nell’oltretomba esiste un gigantesco specchio che vede e registra ogni nostro movimento, i miei ultimi quattro anni devono apparire in quello specchio come una specie di lumaca che ha lasciato il guscio e avanza lungo una lama. Un corpo che vuole vivere. Un corpo trafitto e lacerato. Un corpo che respinge, abbraccia, si aggrappa. Un corpo in ginocchio. Un corpo implorante. Un corpo che perde incessantemente non si capisce se sangue, pus o lacrime».

La lumaca che ha lasciato il guscio è l’immagine del compiuto disincanto: l’abbandono di un sistema di sicurezze domestiche e affettive per affrontare a viso scoperto l’essenza della vita che non è fatta di consolazioni e di illusioni ma di atrocità, di morte e di abbandono.

Ciò che colpisce in questo romanzo è la capacità di dare forma e immagine alla fine delle illusioni: il racconto è dominato dal nero degli alberi, dal buio delle veglie notturne a cui fa da contraltare la violenza del vento e il biancore della neve che si stende implacabile su qualsiasi segno di vita.

La lumaca che esce allo scoperto è anche una presa d’atto che di fronte agli orrori della storia qualsiasi narrazione che non sappia restituire quel destino di morte è un’inutile panacea, un mero esercizio consolatorio che distoglie lo sguardo da una cognizione vera di ciò che è stato.

Per questo la scrittura di Han Kang è fatta di continue sinestesie, di alternanze tra sogno e realtà, di passato e presente. Perché la vita tutta – e in modo particolare le distruzioni del passato, le rovine della storia, i massacri di Gwangju – non si lasciano declinare nello schema ordinato di una narrazione.

Perché anche per lei, come per i protagonisti dei racconti e dei romanzi di Sebald che hanno conosciuto l’orrore della shoah, il plot, il racconto ordinato dei fatti, non può e non deve esistere. La stessa Storia con la s maiuscola, quella che presume di dare un ordine ai fatti realmente accaduti, appare come un’invenzione ex post per calmare l’ansia provocata dalla distruzione e dalla fine dell’umano.

Se la Storia è finzione, la narrazione romanzesca tradizionale è una finzione al quadrato.

E allora, se il romanzo rinuncia alla sua funzione consolatoria, cosa resta?

Resta il sogno, l’apparizione improvvisa, l’alternanza caotica delle immagini e la commistione dei sensi, le sinestesie e gli ossimori percettivi: il colore che si fa suono, il ghiaccio che si converte in calore o la vita che si rapprende improvvisa nell’immobilità di un cristallo.

«Ogni volta che mi sento scivolare nel sonno come risucchiata in una luce calda, provo a sollevare le palpebre ma non ci riesco; non so se a causa della sonnolenza, o perché le ciglia sono sigillate da una patina di ghiaccio.

In quello stato di torpore, mi appaiono dei visi. Non di sconosciuti che sono morti, ma di persone vive, che sono lontane da qui, sul continente. Sono di una nitidezza spettacolare. Ricordi vividi come fossero accaduti ieri si srotolano davanti a me. Senza ordine né contesto.

Simili a tanti ballerini entrati contemporaneamente in scena, per eseguire ciascuno una propria coreografia. Istanti congelati in volo che brillano come cristalli».

Il sogno in cui scivola la protagonista di questo romanzo pare dunque possedere una capacità di lettura del tempo che alla veglia non è concessa. Nella dimensione onirica si genera una strana commistione tra percezione e memoria, tra passioni e straniamento che consente di cogliere il senso dell’accadere non dalla specola della progressione lineare ma dalla visione simultanea del passato e del presente.

«E chi mai – si chiedeva Walter Benjamin – potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure raccontare dei sogni non significa altro che questo».

I sogni della protagonista in questo “addio” sempre procrastinato, sempre insidiato dalla tentazione di morire, producono uno sdoppiamento prospettico che è costitutivo del romanzo stesso come genere letterario: la realtà osservata dalla prospettiva onirica assume un tratto paradossale e mette in luce la sua vanitas e le sue effimere strategie di dare un senso all’accadere.

Nello stesso tempo il sogno osservato dalla specola della sofferenza della vita reale si svela come la chiave che permette di capire la genesi del male e del dolore che procura.

Quando le due amiche si accorgono di essere due naufraghe della storia il loro vivere non può che trasformarsi in un sopravvivere.

E la sola forma di sopravvivenza che ad esse pare ancora possibile non è la speranza ma la pietas: riuscire a salvare i resti di coloro che sono stati travolti dalla storia, cercare le ossa nelle fosse comuni che ora, a distanza di decenni dalla fine della guerra, riaffiorano, ad esempio ai margini di una pista di decollo di un aeroporto o nei cunicoli di una miniera dismessa.

Un lavoro di ricostruzione in cui si impegnano con dedizione assoluta.

La loro missione salvifica fa pensare all’angelo della Storia di cui parla Benjamin nella nona delle “Tesi di filosofia della storia”: l’angelo che sospinto da un vento violento vola ad ali spiegate al di sopra di un immenso cumulo di macerie verso un destino di redenzione.

Nel romanzo di Han Kan, tuttavia, si cerca invano una prospettiva salvifica, per le sue due protagoniste la sola salvezza possibile è la condivisione di un destino comune, la memoria dei propri affetti familiari e la cura reciproca.

Quando In-sheon sarà ricoverata in ospedale per le ferite alle mani causate da un incidente nella lavorazione di un oggetto di legno l’amica si precipiterà sull’isola di Jeju in cui vive ormai da anni e raggiungerà in modo fortunoso la sua casa sperduta in un bosco, lontano da ogni centro abitato. Si prenderà cura dei suoi animali, di un pappagallino a cui In-sheon è particolarmente affezionata e che le è stato raccomandato di nutrire ma che non riuscirà a salvare. Inizierà però una lenta e minuziosa esplorazione della casa da cui emergeranno oggetti, cibi, scaffali, ripiani, cataste di legna, schegge improvvise di memorie, tutte tracce di una vita in bilico tra il desiderio di fare e la malinconia della memoria, tra rassegnazione e desiderio.

Han Kang ha, come si diceva, una capacità straordinaria di dare ai temi che esplora una dimensione visiva, a trovare nella quotidianità ordinaria o nella natura un correlativo oggettivo che assume una qualità simbolica immediata.

In “La vegetariana” i sacchetti di carne accumulati nel freezer della coppia diventavano l’icona della sottile violenza subita dalla donna. In “Atti umani”, il romanzo sui massacri di Gwangju, compiuti dalle forze governative nel maggio del 1980, la violenza è politica, e i suoi equivalenti simbolici affiorano come figurine del terrore: i fucili, le foto dei generali e i corpi accatastati della repressione armata.

In “Non dico addio” la memoria degli orrori della guerra civile assume la forma di alberi spettrali mossi dal vento, le cui fronde sembrano avvolgere i vivi con un gesto macabro di protezione.

Nel discorso di Stoccolma, in occasione del conferimento del premio Nobel, Han Kang ha dichiarato che la molla che la spinge a scrivere sono le molte domande che si pone e che la scrittura può evidenziare.

A proposito delle ricerche che hanno preceduto la stesura di “Atti umani”, ha spiegato:

«Sapevo con assoluta chiarezza da che parte doveva andare il romanzo. E che le mie due domande dovevano essere:

Il passato può aiutare il presente? I morti possono salvare i vivi?

Più tardi, mentre scrivevo quello che sarebbe diventato “Atti umani”, in alcuni momenti ho percepito che il passato stava davvero aiutando il presente e che i morti stavano salvando i vivi. Di tanto in tanto tornavo al cimitero e in qualche modo il tempo era sempre sereno. Chiudevo gli occhi e i raggi arancioni del sole mi illuminavano le palpebre. Lo sentivo come la luce della vita. Sentivo la luce e l’aria avvolgermi in un calore indescrivibile.»

Ha poi aggiunto che le domande non trovano risposte ma la letteratura è ciò che le permette di formularle e di condividerle con il suo pubblico.

Anche in “Non dico addio” la condivisione delle domande è già di per sé un merito che ripaga ampiamente l’assenza delle risposte.

(DOPPIOZERO, 15 gennaio 2025)

Recensione di “Quadri”, monologo teatrale di Elisabetta Salvatori, recitato per la prima volta il 29 luglio 2025 a La Spezia al Cantiere Creativo Urbano D’Alma, dove ha concluso il progetto “Passi leggeri”. Ora lo spettacolo sta viaggiando a Firenze, Querceta, Bologna, Capannori, Pistoia…

Sabato, 1° novembre 2025, al Teatro dell’Affratellamento a Firenze c’è stato “Quadri”. È un monologo teatrale di Elisabetta Salvatori su testimonianze di donne che da bambine hanno subito abusi intrafamiliari.

Tema forte, la sala è piena. Il bordo del palco è decorato da Renza Benvenuti con foglie autunnali e bacche rosse, il resto è enorme tutto nero, la sottile figura dell’artista appare ancora più piccola nell’abito lungo di velluto rosso scuro. Eppure, quando inizia, la sua voce esile riempie tutto il teatro. Sì, così tanta è la sua potenza recitativa che tutto intorno a lei ci circonda e avvolge. La maggior parte del pubblico sono donne non più giovani, ma ci sono anche loro, i giovani, gli uomini e siamo tutti ipnotizzati fin dalle prime parole.

Bravissima! È chiamato “teatro di narrazione” il suo. «Racconto solo storie vere!» dice. E il racconto prende vita, si dipana. In un’intervista ha detto: «Voglio recitare ciò che scrivo. Voglio scegliere, gustare le parole». Sì, credo proprio che l’eccezionalità di questa donna sia lo scrivere, la scelta delle parole. L’argomento di questa sera è molto impegnativo, ma c’è riuscita. Il suo tono iniziale è quasi dimesso, come raccontasse qualcosa non così importante, ma subito le parole cadono precise, nette e il racconto si fa serrato e le storie s’incastrano con altre storie.

“Quadri” è il titolo dello spettacolo e infatti, accanto a ogni donna di cui racconta il dramma di bambina, Elisabetta Salvatori collega un quadro famoso di un grande artista, che rappresenta quella esperienza tragica e la donna che è diventata. Così sul palco con lei salgono Beatrice Cenci, Artemisia Gentileschi, oltre a Sara, Bianca, Carla, Anna, Mara, Alessandra, Franca.

L’artista nomina anche Piera Codognotto che ha voluto con determinazione, dietro le quinte, che tutto questo si realizzasse, senza far fretta. Ha ordito, intrecciato incontri perché sa l’importanza che riveste per queste donne essere arrivate a parlare. Sa che non è solo teatro, quando il teatro si fa così, e che si fa per tutte quelle che sono riuscite a parlare e per quelle che non lo faranno mai. Elisabetta Salvatori questo teatro lo sa proprio fare, è il suo teatro. Si prepara, non improvvisa, studia e soprattutto ha incontrato queste donne, una per una, ci ha parlato, è stata a casa loro, le ha conosciute, sono diventate parte della sua vita.

La stesura del testo è durata tre anni. Dice di aver avuto bisogno di tempo, prendeva il quaderno degli appunti e poi di nuovo lo lasciava: segreti pietrificati troppo devastanti per dar loro parola, ha avuto bisogno di lasciarli depositare dentro di sé. Ma il silenzio andava rotto e il teatro dà voce. Si sente questo mentre racconta, racconta, racconta.

Le storie sono tenebrose. Quasi alla fine dello spettacolo Elisabetta Salvatori descrive un quadro: Guernica di Picasso. Tutti abbiamo davanti l’enorme tela senza colori. Ma ci ricordiamo l’immagine centrale della lampadina accesa e dalla donna con la fiaccola in mano. C’è una luce. Quella luce che hanno portato queste donne con la loro storia.

Ho avuto il privilegio, fortuito, di aver assistito a questo pezzo di grande teatro e vorrei che tutti potessero ascoltarlo per condividere questa esperienza così potente. C’è un ulteriore miracolo che il teatro di Elisabetta Salvatori riesce a fare: nonostante sia sola sul palco, sia stata sola a scrivere il testo, passa il lavoro corale delle altre, l’attenzione nelle relazioni per arrivare a toccare argomenti nascosti nei recessi più profondi. Elisabetta è riuscita a far nascere un testo misurato, perfetto e a noi del pubblico arriva perfino l’affetto, la cura di cui l’artista si è fatta responsabile. Un’enorme carica di empatia che non le viene gratis, ma da una grande esperienza drammaturgica.

(Libreria delle donne, 2 aprile 2026)

La giornalista Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017 di fronte a casa sua, a Bidnija, nel Nord di Malta. Dieci anni fa, anche grazie alla partecipazione di suo figlio Matthew al Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij), è stata la prima a lanciare la notizia del coinvolgimento di due esponenti di governo nei Panama Papers.

Il conflitto perpetuo è un diversivo per non affrontare i nodi scoperti di un modello economico violento e diseguale: il predominio della finanza, la crisi climatica, l’ingiustizia fiscale. Il caso di Malta, nel cuore dell’Europa, è uno scandalo, come aveva già coraggiosamente denunciato la giornalista assassinata nell’ottobre 2017

Come hanno reagito a caldo i Paesi europei all’aggressione militare illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Se l’è chiesto Politico, pubblicando a inizio marzo un’utile carrellata delle posizioni assunte dai governi. Tralasciamo quella dell’Italia e del governo Meloni, ormai i meme si sprecano, e prendiamo quella della “piccola” ma paradigmatica Malta.

Ian Borg, vice primo ministro laburista, ha condannato Teheran per la “ritorsione” ed espresso solidarietà a Qatar ed Emirati Arabi Uniti mentre il suo superiore, Robert Abela, ha rivendicato il principio di “neutralità attiva” scolpito nella Costituzione dell’isola che vieterebbe la presenza di basi militari straniere sul suo territorio. Ma La Valletta è tutt’altro che “neutrale” nello scenario globale.

Come ha ricostruito puntualmente l’economista Nicolás Brennan Hernández per Tax Justice Network, Malta è infatti uno dei «numerosi Stati membri dell’Unione europea che lede attivamente i propri vicini garantendo il segreto finanziario e offrendo opportunità di abusi fiscali alle imprese».

Le multinazionali straniere da quelle parti godono di un’aliquota effettiva di appena il 5%. Un introito da cui dipende il 21% delle entrate dello Stato. È la fiera del paradosso: l’arcipelago conta 500mila abitanti, 316 chilometri quadrati di superficie (poco meno della Striscia di Gaza), vale appena lo 0,1% del Pil e della popolazione dell’Unione europea a 27, si rifiuta, per inciso, di salvare le persone in mare, mentre “ospita” qualcosa come 479,7 miliardi di euro di investimenti esteri. Oltre 20 volte il suo prodotto interno lordo annuo.

Brennan Hernández, che è irlandese e sa come funziona un paradiso fiscale, ha dovuto riconoscere che in confronto il suo Paese d’origine è un apprendista: «Malta fa sembrare le statistiche incerte sul Pil dell’Irlanda un semplice taccheggio rispetto alla rapina al Louvre». Del resto la normativa dell’isola «non richiede una presenza fisica» delle aziende che decidono di trasferire lì la propria sede: è sufficiente un’unità legale fittizia, una riunione del consiglio di amministrazione in loco all’anno e un posto dove conservare i registri locali, cioè scartoffie.

Gli amministratori non devono nemmeno essere residenti e il personale non deve essere maltese. Inoltre gli uffici possono essere in condivisione tra decine di entità (i co-evasori). «Per coloro che si sono persi la crisi finanziaria del 2008 o hanno trovato insufficientemente chiare le sue lezioni sull’autoregolamentazione – ha scritto Nicolás Brennan Hernández – Malta offre un corso di aggiornamento».

È un monumentale scandalo nel cuore del Mediterraneo che oltraggia la memoria della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa da una bomba il 16 ottobre 2017 per il suo lavoro di svelamento della corruzione e del riciclaggio nella trama dei “Panama papers”. Ancora oggi l’Unione europea di fatto tace, la Bce nicchia, Eurostat incassa ogni anno il rifiuto maltese (caso unico dell’Ue) di comunicare origine geografica e destinazione dei flussi e degli stock di investimenti esteri, il Gruppo di azione finanziaria internazionale di Parigi, dopo aver inserito cinque anni fa Malta nella lista grigia per carenze strategiche nella lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, ha appena fatto una marcia indietro imbarazzante.

Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’isola – che ha venduto passaporti agli oligarchi coinvolti direttamente nel conflitto fino al 2024 – ha inoltre individuato la miseria di 150mila euro di beni soggetti a sanzioni, meno del prezzo di un monolocale (la timida Italia ha sequestrato 143 milioni di euro, la Francia ha confiscato navi per un valore di centinaia di milioni e la Spagna ha congelato beni per oltre 10 miliardi di euro). Non a caso Nicolás Brennan Hernández parla di uno Stato «ostaggio degli interessi che dovrebbe regolamentare».

È sostenibile tutto questo, per Malta e per l’Ue? Per l’economista irlandese no, e potrebbe bastare la pur leggera imposta minima globale del 15% dell’Ocse a mettere in crisi a breve uno scoglio privo di risorse naturali e con scarse terre coltivabili. Perché «il capitale non ha altra lealtà se non verso se stesso». La guerra “preventiva” all’evasione può attendere.

(Altreconomia, 1° aprile 2026)

«Gli antichi maestri erano anche donne!». Così strilla il volantino della mostra “Unforgettable: Women from Antwerp to Amsterdam, 1600-1750”, appena inaugurata a Gent. Ovvero Gand, la città dei mercanti di lana, nota agli amanti della pittura per la cattedrale di San Bavone, ove si custodisce il polittico di Jan e Hubert van Eyck, “L’adorazione dell’agnello mistico”, capolavoro della storia dell’arte europea. Il locale Museo delle Belle Arti è dunque sede appropriata per una mostra che propone una panoramica esauriente sulle artiste delle Fiandre – la regione che oggi corrisponde al Belgio e ai Paesi Bassi. Le Fiandre del Sud, cattoliche, facevano parte dell’Impero spagnolo mentre le Fiandre del Nord, protestanti, proclamarono la Repubblica indipendente delle Province Unite (riconosciuta anche dalla Spagna nel 1648 dopo ottant’anni di rivolte, invasioni, resistenza): controllando le rotte navali dei Caraibi e dell’Asia divenne presto una potenza commerciale e coloniale.

Come nell’Italia del Rinascimento e dell’età barocca, anche nelle Fiandre – altrettanto policentriche – operarono numerose artiste, organicamente inserite nel mercato dell’arte e della manifattura di oggetti di lusso. Non rare né sconosciute, a volte in vita raggiunsero ricchezza e fama, celebrate in panegirici, ricercate da collezionisti e sovrani (come Clara Peeters, Anna Maria von Schurman e Maria von Osterwijk, che dipinse per l’imperatore Leopoldo I). Ma in seguito furono considerate semplici imitatrici, quando non del tutto dimenticate. Il caso più emblematico è quello di Judith Leyster (1606-1660): in mostra si vedono alcuni suoi quadri (fra cui un interno domestico sottilmente polemico, “Ricamatrice insidiata da un giovane”, 1631) e due autoritratti. Nel primo, del 1630, Leyster si rappresenta, rivolgendoci un affabile sorriso, in abiti eleganti, davanti al cavalletto, a rivendicare insieme il suo status e la padronanza del processo creativo: stacca il pennello ancora umido da una scena (di genere) già a buon punto di elaborazione; nel secondo, del 1640 circa, di natura più privata (il marito pittore Jan Miense Molenaer lo tenne nel proprio studio fino alla morte), l’artista, matura, si presenta come una signora rispettabile, ma sempre con pennello e tavolozza in mano. Leyster non proveniva da una famiglia agiata né era figlia d’arte (suo padre un birraio andato in bancarotta), ma era entrata nella gilda di San Luca di Haarlem: poteva perciò aprire una bottega e vendere le sue opere. Il matrimonio non interruppe la sua attività, ma la rallentò: Leyster si dedicò prevalentemente, insieme al marito, al commercio di quadri.

Eppure dopo la morte si perse subito memoria di lei – esclusa da storie dell’arte, vite degli artisti, mostre. Le sue opere scomparvero nel catalogo di Franz Hals fino al 1893, quando lo studioso Cornelis Hofstede de Groot identificò la sua firma – la sigla (JL) e il monogramma (una stella). Tuttavia ciò non condusse a una corretta riattribuzione e alla riscoperta dell’artista, per la quale si sarebbe dovuti giungere al 1976 (dopo la mostra epocale “Women artists” 1550-1950, a Los Angeles, che inaugurò il rivolgimento del paradigma). Analoga negazione subirono Maria Schalcken (1640-50-?), il cui nome fu cancellato da quadri e autoritratti per attribuirli al più quotato fratello e maestro, e la combattiva scultrice barocca Marie Faydherbe (1587-post 1633), il cui catalogo inizia appena a essere ricostruito e di cui si può ammirare un toccante Crocifisso in legno (1625-50). I colleghi, come alla nostra Properzia de’ Rossi, le mossero guerra.

Ma le curatrici Virginia Treanor e Frederica Van Dam non intendono solo valorizzare artiste perdute: piuttosto ricostruire il contesto in cui esse operarono – che per le fiamminghe del nord fu “il secolo d’oro”, un periodo di eccezionale sviluppo e prosperità economica. Chi erano? Da quali famiglie provenivano? Erano donne sole, votate al nubilato? Potevano conciliare il matrimonio e la maternità con la professione? Lavoravano in autonomia? Per chi? Erano in rapporti fra loro?

La mostra, che si sviluppa in sette sale e ha l’obiettivo di stimolare ulteriori ricerche, è di tipo concettuale: il percorso non è organizzato secondo un criterio cronologico né individuale (con le opere della stessa artista raggruppate), ma tematico (Identità, Tradizione e Ambizione, Legami familiari, Attese sociali, Reti locali, Reti globali, Valore, memoria, eredità). Richiede al pubblico attenzione e collaborazione. In cambio – meglio se con l’ausilio del catalogo o di una guida – offre una ricognizione imponente (150 opere di 40 artiste, fra quadri, sculture, incisioni, merletti, libri, tessuti) dell’attività artistica, sociale ed economica delle donne. Alcune restano anonime: professioniste di altissimo livello (un merletto di qualità poteva essere pagato dieci volte un quadro); altre, come Rachel Ruysch, la “maestra dei fiori”, già assai note (i suoi quadri figurano nei principali musei d’Europa).

Ma il visitatore resterà sorpreso dalla vivacità della pittura botanica ed entomologica, al confine tra arte e scienza. Maestra di queste immagini analitiche, quasi dipinte “al microscopio”, riprodotte in volumi di enorme fortuna e diffusione, fu Maria Sybilla Merian (1648-1717), tedesca poi trasferita nei Paesi Bassi. Nel 1699 si spinse fino alla colonia del Suriname, in compagnia della figlia diciannovenne Dorothea Maria Henrietta, anch’essa pittrice e sua collaboratrice, per raffigurare flora e fauna ignote in Europa (farfalle, bruchi, pomodori, ananas, caimani, serpenti con gli occhiali). Nel viaggio tropicale, le accompagnarono amerindie e schiave della Guinea e dell’Angola, che condivisero il loro sapere sui poteri taumaturgici di erbe e fiori.

Due quadri di grande formato stupiscono poi per soggetto e composizione. “Le due Ragazzine come Sant’Agnese e Santa Dorotea” furono dipinte intorno al 1650 da Michaelina Wautier (1614-1689): intimo ed elegante, combina abilmente ritratto e pittura di storia. Nata a Mons, nel ducato di Hainaut, in una famiglia semiaristocratica, Michaelina non si sposò mai. Talentuosa, colta e ambiziosa, infranse tutte le convenzioni del XVII secolo: si trasferì a Bruxelles col fratello maggiore Charles, e si costruì una carriera e una reputazione. Fra i suoi committenti, l’arciduca Leopoldo Guglielmo. Era nota per la sua inventiva iconografica. La mostra monografica del 2018 in Belgio ha permesso di ricostruire la sua identità di artista e di restituirle anche il ciclo “I cinque sensi”, cui appartiene il “Ragazzo che sniffa tabacco”: prodotto coloniale importato dalle Americhe, divenne d’uso comune nell’Europa del Seicento. Un quadro è anche una finestra su usi, costumi, rapporti di dominio (il tabacco, coltivato dagli schiavi, alimentò la tratta dei neri).

Nel quadro di Johanna Vergouwen (1668), invece, appaiono due gemellini, mascherati da cavalieri: uno con lo spadino al fianco, l’altro in sella a un cavalluccio di legno. La pittrice di Anversa (1630-?), vergine “filia devota” e teoricamente esclusa dal mondo materiale del commercio, gestiva invece una bottega con la sorella sposata: vendevano quadri su rame, cartoni per arazzi, copie da van Dyck e Rubens destinate all’esportazione, ritratti di personaggi dell’alta borghesia, cui certo appartengono i due piccoli del ritratto. Come lei, pure le altre filiae devotae di Anversa Catarina Ykens II e Susanna Forchondt riuscirono a trovare un equilibrio tra religione e vita nel mondo. Conciliare è un’arte che le donne hanno sempre praticato in sommo grado. Lo prova il commovente autoritratto di Anna Francisca de Bruyns (1604-1656), conservato nell’album di schizzi ora a Bruxelles. L’artista, istruita dal cugino pittore di corte, moglie di uno scrittore e madre di dodici figli, si disegna mentre tiene sulle ginocchia un bambino (o una bambina). Non gli impedisce di scarabocchiare sul foglio, con caratteri incerti, le lettere “mon maman dada”.

(Robinson- la Repubblica, 29 marzo 2026)

Nella seconda puntata del ciclo su Rachel Bespaloff, “L’epica greca, un antidoto contro la barbarie”, Cristina Guarnieri indaga il rapporto di Rachel Bespaloff con l’opera classica e in particolare le sue riflessioni sull’epica di Omero e la tragedia greca, che negli anni più difficili dell’esilio furono per lei «una purificazione e, nell’oscurità, una luce che non vacilla». Ospiti della puntata il grecista Mauro Bonazzi e la filosofa Adriana Cavarero. Musiche tratte dall’album Trojan Women della compositrice greca Eleni Karaindrou. Quella che segue è la trascrizione del dialogo con Adriana Cavarero. Per Adriana Cavarero, una delle maggiori filosofe italiane, e soprattutto grande rappresentante del femminismo della differenza, riscoprire voci di donne dimenticate dalla storia spesso, come ci insegnano le sue opere, ha un valore etico e anche politico. Si tratta di decostruire un canone che spesso la tradizione ha sclerotizzato e di fare spazio anche a una nuova genealogia, inventare quindi anche un nuovo modo di abitare il pensiero.

In cosa si distinguono le filosofe donne che stiamo via via riscoprendo? E poi qual è, secondo lei, il tratto peculiare di Rachel Bespaloff all’interno di questo nuovo canone?

Intanto bisogna dire che Rachel Bespaloff, insieme ad Hannah Arendt, a Simone Weil, e mi verrebbe anche da citare María Zambrano, fa parte di un momento miracoloso nel canone filosofico e nella storia della filosofia, perché sono pressoché coetanee: Bespaloff, Arendt e Weil sono ebree e vivono la grande epoca del disastro, la grande epoca della guerra, della distruzione.

E in questo momento di grande distruzione sono nate tutte: Bespaloff alla fine dell’Ottocento, Arendt e Weil all’inizio del Novecento, quindi trascorrono la loro giovinezza e maturità all’epoca della distruzione. In questo momento della distruzione nasce il loro pensiero, che è un pensiero che prende avvio dal disastro. Per quanto riguarda Bespaloff, lei fonda il suo pensiero, il suo modo di pensare, come una specie di sopravvivenza che è costretto a vivere nel disastro della storia, ma cerca di astrarre da questa storia, o perlomeno cerca momenti di fuga, di astrazione di questa storia.

Bisogna dire subito che Bespaloff, contrariamente ad Arendt che è molto costruttiva, è una pensatrice dell’angoscia, non riesce a uscire, a trovare una soluzione, è una pensatrice senza soluzione, per cui è veramente una pensatrice della disperazione. Mentre Arendt è una filosofa costruttiva, nel senso che Arendt riscopre l’azione, riscopre la politica come qualcosa che supera il momento del caos, il momento della disperazione, reinventando un momento costruttivo della politica. Invece Bespaloff rimane dentro quest’angoscia del disastro e mette a fondamento della soggettività un’esistenza; siamo nel campo dell’esistenzialismo ma prima di Sartre, quindi è un esistenzialismo molto originale quello di Bespaloff, un’esistenza contingente e questa esistenza contingente che cerca il suo senso, non può che cercare il suo senso nell’individuale, nell’interiorità a cui Bespaloff dà valore.

Lei ha parlato di questo corpo a corpo con l’angoscia, di questa inclinazione alla disperazione, però è anche vero che in Rachel Bespaloff c’è tutta una poetica dell’istante che secondo lei interrompe il maleficio del divenire e quindi rende possibile dei momenti che sono di contemplazione del bello, il pasto di comunione tra Achille e Priamo o atti di umanità. Cosa significa questo istante per Bespaloff?

Per Bespaloff l’istante è ciò che aggancia il senso dell’esistenza interiore a qualcosa di più grande, a un senso globale, un senso totale che può salvare dal disastro. Bisogna sempre stare attenti al fatto che poi la salvezza non c’è, quindi quello di Bespaloff è un percorso, è una tensione, si può dire tensione verso la trascendenza, anche se lei non usa questo vocabolo. L’istante è come dice la parola stessa, l’istante ha una specie di storia concettuale nella storia della filosofia, l’istante per lei è quell’attimo del tempo fuori dal tempo, che è il tempo del presente, del passato, del futuro, che è il tempo della storia, che è il tempo che si è consumato nel disastro e l’istante è ciò che aggancia l’esistenza interiore a una specie di eternità.

Bisogna sempre stare nella tensione, nel processo, perché non c’è soluzione, quindi l’istante è ciò che può salvare la contingenza agganciandola all’eterno, agganciandola al tempo che sempre è.

Quindi abbiamo una specie di fuga del disastro, di fuga della storia, ma è una vera tensione, cioè un tentativo di aggancio verso il senso: si capisce così come grande sia l’angoscia e grande sia il disastro e come questo percorso verso la salvezza, verso un pensiero di salvezza sia assolutamente originale e con una tensione al di là del disastro. Qui siamo lontanissimi da qualsiasi tipo di razionalismo, anche se poi una certa razionalità, per esempio nel campo della musica, Bespaloff la trova.

Lei che fra le altre cose è una grande studiosa delle voci, delle voci femminili, delle voci singolari, ci può dire qualcosa sul rapporto tra il pensiero e la musica in Bespaloff, perché spesso nei suoi scritti musica, poesia, suono, voci assumono un significato decisivo?

Sì, lei era una musicista e questo è importantissimo per penetrare nel suo pensiero e lei dice: «La buona filosofia come la buona poesia assomiglia alla musica». E un’altra frase che cito, che mi piace molto: «È in ogni metafisica di un certo tipo, che sia di poeta, filosofo, romanziere, c’è un compositore che si sforza di rapire alla musica il potere di estrarre dal caos una libertà e una legge».

Ora, cosa vuole dire Bespaloff? La musica ha una legge, dicevo prima il razionalismo, la musica ha una forma, la musica è fatta di sequenze, per cui nella musica troviamo quella forma che nel caos totale del grande disastro non c’è. Però nella musica la forma si dà anche attraverso o mediante la rivelazione: e questo è il suono, è l’istante, è la voce, la rivelazione di un senso ulteriore, un senso ulteriore che vibra proprio nel suono musicale o nella vocalità. Ecco quindi che la musica diventa per Bespaloff uno specchio o una modalità a cui il pensiero filosofico buono si adatta, una modalità di superare il caos attraverso una tensione, mediante l’istante, attraverso due poli. Uno è il polo della legge, della forma, di ciò che immediatamente non causa e lo mette in ordine, e l’altro è la libertà, cioè questo elemento che appunto si intravede, che vibra nel suono e che noi riconosciamo quando eseguiamo musica o la sentiamo, ma che naturalmente vive nell’istante, vive in una temporalità molto contingente. Bisogna sempre tenere in considerazione che essendo ebrea, Bespaloff, così come Benjamin, è molto familiare con una tradizione ebraica dove il messia irrompe nella storia e rompe la storia e apre la storia a un senso ulteriore. Quindi abbiamo questi due lati che a mio avviso si tengono assieme: da una parte questa sua conoscenza musicale e l’apprezzamento di ciò che la musica può significare, dall’altra parte anche una tradizione ebraica che incoraggia verso la rottura della storia per l’apertura a un altro tempo e a qualcosa che dia senso al caos.

(Uomini e profeti, RaiRadio3, 29 marzo 2026)

Apre il corteo da piazza Stesicoro a piazza Università il grande albero delle madri che annuncia “Catania città di pace”. Attorno è un fiorire di arazzi tessuti da mani femminili. Ed è un’esplosione di colori, pitture, collage e ricami che narrano le esperienze e le parole delle donne della rete “10, 100, 1000 piazze per la pace” nata il 26 giugno 2025 per dire basta a tutte le guerre. Nessuna presa di posizione contro “il nemico” di turno, ma la rivendicazione della necessità del dialogo, del confronto, della ricerca di soluzioni nonviolente seguendo le pratiche e le parole del femminismo, a partire dalla volontà di “disarmare il linguaggio per disarmare le menti”. Le donne per la pace rivendicano la necessità di pensare il presente attraverso una politica del disarmo, della cura e della giustizia. Pensieri e pratiche elaborati nel corso di decenni e ora impresse nella “Carta dell’impegno per un mondo disarmato: tessere la pace, custodire il futuro” redatta l’anno scorso dalle tre realtà che hanno creato la rete italiana delle “10,100, 1000 piazze per la pace”: la Biblioteca delle donne Udi di Palermo, le donne cristiane di Pinerolo, e le donne di Caltanissetta. Una rete che si è costituita anche a Catania con la partecipazione di La Città Felice, La Ragna-Tela, Udi, Cgil e le associazioni Penelope, Restiamo umani e Docenti democratici. Insieme, con i loro slogan, canti e bandiere, hanno portato le ragioni della pace a Sigonella, al Muos di Niscemi e hanno dato vita a numerosi confronti e manifestazioni. Quella di ieri è dedicata agli arazzi di pace che parlano dell’energia che dalle mani di donna si trasmette al filo che ricama, unisce, crea relazioni, dialogo. Arazzi che il 20 giugno prossimo si uniranno a quelli creati in altre 150 città d’Italia per una grande manifestazione nazionale per la pace cui ne seguirà un’altra, a settembre, a Gibellina.

«Tessere, cucire, rammendare – dicono – sono gesti che richiedono pazienza, competenza e cura, fanno parte dell’antica esperienza delle donne fatta di attenzione ai legami e alla vita. Portarli nello spazio pubblico significa opporre alla logica della guerra la pratica della relazione, della riparazione e della responsabilità verso il mondo». È una nuova resistenza che dice che «la guerra non è inevitabile. Sono i governi, gli eserciti e le industrie belliche a volerle». Per questo bisogna smascherare «l’uso della forza travestito da difesa» ed essere consapevoli che «le guerre che devastano in mondo non sono un’anomalia, ma la conseguenza ultima di un sistema patriarcale che legittima la violenza come linguaggio e il dominio come unica forma di potere».

(La Sicilia, 29 marzo 2026)

Le madri e i padri costituenti, con la vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo scorso sullo stravolgimento dell’ordine giudiziario e dell’equilibrio tra il potere giudiziario ed esecutivo, sarebbero felici di constatare che, a distanza di ottant’anni, il testimone della difesa della Costituzione è passato nelle mani delle nuove generazioni, grazie alle loro madri e padri.

A fare vincere il No (14 milioni e mezzo) sul Sì (12,4milioni) sono stati le donne (55,9%) e i giovani (61%), così come quel 2 e 3 giugno 1946 in massa scelsero la repubblica (12.718.641 repubblica 10.718.502 monarchia) ed elessero l’Assemblea costituente che doveva redigere la nuova Costituzione, nata dalla lotta antifascista e dalla guerra di liberazione dall’occupazione nazista. Una storia che non si cancella e che è inscritta nella Costituzione repubblicana. A distanza di ottant’anni e dopo quattro di governo Meloni, la vittoria del No è stata vissuta, io l’ho vissuta, come una liberazione, un secondo 25 Aprile. Come la fine della guerra scatenò nel Paese scene di gioia così la vittoria del No ha visto le piazze, da nord a sud, riempirsi di giovani per festeggiare lo scampato pericolo di una definitiva svolta autoritaria, che in questi anni di governo della destra, animato da un senso di rivincita sulla Costituzione antifascista, decreto dopo decreto, abbiamo visto venire avanti. La vittoria del No ha spazzato via il clima di paura, d’intimidazione, di repressione, di violenza, che questa destra ha seminato nel Paese. Il No è stato un modo per onorare quelle giovani donne che nel 1946 si presentarono in massa ai seggi (89%). Arrivarono emozionate con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Molte con sgabelli pieghevoli infilati al braccio, qualcuna allattava. Sono quelle donne e i tanti giovani di allora che ci hanno regalato la Costituzione che va difesa da chi, come il governo, con arroganza, esautorando il Parlamento, ha tentato di demolire l’autonomia della magistratura, che le madri e i padri costituenti, che avevano conosciuto la dittatura fascista, hanno posto a fondamento della Repubblica.

C’è chi ha detto e scritto che la partecipazione in massa dei giovani al referendum, tra cui molte/i fuorisede, nonostante il divieto del governo, non era prevista, che non li hanno visti arrivare. Sono le ragazze e i ragazzi delle superiori (52,6%) e delle università (67,9%) che in questi anni hanno fatto molto rumore e si sono fatti vedere e come. Hanno manifestato nelle piazze contro il genocidio a Gaza e per la Palestina, contro la guerra e per il disarmo, contro i tagli alla scuola e all’università e alla loro militarizzazione, contro il caro affitto e per la giustizia climatica. Sono quelle/i che nelle scuole e nelle università hanno fatto rumore contro i femminicidi. Hanno partecipato alle manifestazioni del movimento delle donne, ultima quella contro il disegno di legge sulla violenza sessuale della senatrice Bongiorno che ha eliminato il “consenso libero” e capovolto l’onere della prova dal violentatore alla donna violentata. Sono tornate/i ieri a manifestare a Roma contro la guerra e in più di 100 piazze delle donne per la pace. Il governo ha sempre risposto loro con leggi repressive, insulti, delegittimazione, criminalizzazione, mentre nelle piazze la polizia li ha manganellati, anche i minorenni come a Pisa nel 2024 durante una manifestazione per Gaza. “Poveri comunisti inutili” li ha definiti la ministra dell’Università, nel mentre ha tagliato fondi all’università e alla ricerca, per favorire le università private e le telematiche. Ordine e disciplina, controllare e punire, sono le parole d’ordine di questo governo, come di ogni Stato autoritario. Davvero dopo ottant’anni di lotte democratiche e più di cinquanta di femminismo della libertà, qualcuno pensava che le nuove generazioni accettassero di vivere in un Paese repressivo e autoritario che offre loro come futuro solo la guerra? Un grazie alle ragazze e ai ragazzi del 1946 e del 2026.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 29 marzo 2026)

Il Care Collective nasce nel 2017 come gruppo di lavoro per studiare le crisi che il concetto di cura, allora, attraversava a livello globale. Nel 2020, per l’editore indipendente Verso, il Collettivo pubblica “The Care Manifesto”, che diventa presto un fenomeno internazionale e viene tradotto in diverse lingue (in italiano è uscito per Alegre).

Il Collettivo è composto da studiose e studiosi di comunicazione, economia, psicologia, sociologia, teorie critiche, tra cui Andreas Chatzidakis, Jo Littler, Catherine Rottenberg, Lynne Segal (che è attiva dagli anni Settanta come studiosa di femminismo, socialismo e sindacati). Metodologie e punti di vista nel collettivo convergono su una tesi chiara: nessuna battaglia femminista, a partire dalla cura, è possibile in un mondo ingiusto socialmente, diviso in classi e in cui le forme di oppressione aumentano anziché diminuire.

Sei anni dopo il ManifestoAndreas Chatzidakis, Jo Littler e Catherine Rottenberg sono impegnati su fronti nuovi ma il Collettivo è sempre vivo. L’energia del 2017 si è irradiata in varie direzioni: il concetto di cura su cui hanno lavorato, così esteso e poliedrico attraverso l’immagine dell’interdipendenza, ha naturalmente seguito direzioni molteplici.

Chatzidakis e Littler sono al lavoro sul concetto di “care-stripping” (la deprivazione o indebolimento della cura) e di “corporate carewashing” (di quegli specchietti per le allodole lanciati da grandi aziende per promuovere iniziative di benessere aziendale come privilegio). Per Bristol University Press uscirà “The Moralizing Corporation. The Rise and Fall of Corporate Carewashing”. Rottenberg sta lavorando, insieme a Sara Farris, Verónica Gago e Rafeef Ziadah, a un manifesto internazionale per il femminismo antifascista. Li abbiamo incontrati.

Sono trascorsi sei anni dal vostro The Care Manifesto: che cosa è accaduto al concetto di cura e alle politiche pubbliche sulla cura?

(Catherine Rottenberg, Andreas Chatzidakis, Jo Littler): Quel libro è uscito nel pieno della pandemia, quando il dibattito sul carico di cura era in crescita: collettivamente ci si era resi conto di quanto fossimo interdipendenti. A partire da quel momento, ci sono stati dibattiti e progetti su come dovrebbe essere gestita la cura a livello pubblico. Tuttavia, in molte parti del mondo le dinamiche politiche hanno subito una rapida svolta verso destra che ha alimentato, in vari modi, una forza opposta alla cura e cioè la violenza. Prosegue, inoltre, la “negligenza strutturale” rispetto al lavoro di cura e così continua ad aumentare la disuguaglianza: il settore privato guadagna dall’assistenza agli anziani, per esempio. Sarebbe fondamentale limitare la concentrazione di ricchezza tra multinazionali e super-ricchi, prima di tutto grazie alla tassazione, e destinare molti più fondi statali alle strutture che provvedono alla cura. Dovremmo compattamente lottare per chiedere alle aziende di uscire dal controllo dei servizi assistenziali: è un controsenso appaltare la cura a chi sfrutta il lavoro. Siamo molto rincuorati dai nuovi momenti di sinistra e dalle azioni collettive volte a risocializare l’assistenza a bambini, anziani, malati (in genere a soggetti non autosufficienti). Molte buone pratiche potrebbero guidare il cambiamento: le case di cura e i trasporti pubblici gestiti come cooperative o organizzazioni non-profit, “internalizzate” e non sfruttate per l’arricchimento. Siamo molto ispirati dal municipalismo radicale di cui il sindaco di New York Zohran Mamdani è esempio recente e brillante; pensiamo a iniziative come asili e trasporti pubblici gratuiti e affitti calmierati. Nel nord dell’Inghilterrra il “modello Preston” è rivoluzionario nella sua capacità di generare ricchezza comunitaria promuovendo cooperative e reti di approvvigionamento locali. E le Manzanas del Cuidado sistemi urbani – centri della cura che offrono servizi per liberare il tempo delle donne) sono meravigliosi. C’è bisogno di queste esperienze: devono diventare strutturali: dobbiamo darci forza l’un l’altro nel tentativo di realizzarle.

Sembra che invece oggi la cura sia tutt’altro che una priorità e che gli “Stati della cura” siano casi rari, al contrario dei processi di militarizzazione, controllo e disciplinamento.

(C.R.; And.C.; J.L.) A leggere le notizie, verrebbe da dire che la situazione è persino peggiore di quando abbiamo pubblicato il nostro Manifesto (2020). Se volgiamo lo sguardo alla situazione globale, sembra che l’esperienza del Covid non ci abbia insegnato nulla: anziché ripensare l’organizzazione delle strutture sociali per fornire risorse utili a infrastrutture della cura capillari, permanenti e accoglienti – il mondo va nella direzione opposta. Nel Regno Unito, per di più con un governo laburista, si assiste a un aumento enorme della spesa militare e le retoriche sulle migrazioni non sembrano così diverse da quelle del Partito Riformista di estrema destra. Regna l’austerity (con qualche rara concessione) e l’istruzione superiore è in netto declino. Un disastro. In più tutta l’umanità ha assistito al primo genocidio in diretta, a Gaza, e il governo britannico è stato complice. Nonostante le manifestazioni imponenti di solidarietà al popolo palestinese a Londra, nel Regno Unito e in tutta l’Europa, la macchina bellica non si è né fermata né è stata rallentata la spesa militare. In queste settimane assistiamo a un’altra guerra imperialista, devastante e aggressiva, contro l’Iran (e il Libano). E ancora una volta il Regno Unito è a sostegno della guerra.

(Catherine Rottenberg): Un appunto ancora su questo: sono appena tornata dalla Svezia, dove si parla molto di “total defense” e preparazione alla crisi. Non rispetto al crollo climatico, ma per la guerra (cyber o non). La logica della guerra ha pervaso ogni discorso e rivoltare questa tendenza dovrebbe essere la nostra urgenza principale.

Spesso gli Stati fanno leva sulla solidarietà individuale: così, responsabilità pubbliche e slanci di generosità nelle relazioni interpersonali rischiano di confondersi. Possiamo evitarlo?

(CR; AndC; JL): Gli Stati si sono dimostrati spesso indifferenti al tema della cura e hanno agito, ad esempio, come spazi di accumulazione e sviluppo per il capitalismo razziale: forze per la segregazione, la schiavitù, l’abbandono, l’incarcerazione, i bombardamenti. Spesso hanno finto, da un lato, di avere a cuore temi sociali – pensiamo a Modi e Trump, o al governo conservatore britannico durante la pandemia – mentre dall’altro tagliavano le risorse per gli operatori dell’assistenza in prima linea. Gli stati sfruttano spesso la solidarietà individuale e i progetti nati dal basso per colmare le lacune prodotte dai tagli ai fondi destinati per il welfare. Il governo conservatore nel Regno Unito lo ha fatto spesso. Negli anni ’80 hanno chiuso gli istituti psichiatrici per introdurre la “cura nella comunità”, che in sostanza significava poco più che lasciare dormire le persone per strada. Più recentemente, le loro idee di “Big Society” e le raccolte di rifiuti per la Regina hanno tentato di eliminare le azioni solidali per mettere una pezza ai tagli subiti dai servizi comunali. Verónica Gago spiega bene come qualcosa di analogo accada anche in Argentina (“Neoliberalismo dal basso. Economie barocche e pragmatica popolare”, Tamu ed. 2023). Lo Stato ha invece un ruolo cruciale nel fornire cura a 360 gradi: in campo medico, educativo, delle politiche abitative. Solo le politiche pubbliche possono sostenere le infrastrutture necessarie alla cura – come l’assistenza agli anziani e per l’infanzia, i parchi, gli ospedali, le scuole – strutture che andrebbero socializzate e rese gratuite, per contrastare il tentativo (riuscito) del capitalismo neoliberista di esternalizzare queste politiche usando lo Stato come un bancomat per condurre le ricchezze verso capitali privati. È questa la tendenza da invertire.

Andreas Chatzidakis, Jo Littler: che percorso vi ha condotti dal “Manifesto” (2020) ai concetti di carewashing e care-stripping per spiegare il comportamento di molte aziende?

(And.C.; J.L.): Il “Manifesto”, lo abbiamo detto, è coinciso sostanzialmente con l’era Covid. In quel periodo eravamo sommersi da campagne che ci ricordavano quotidianamente quanto le aziende da cui compriamo prodotti avessero a cuore la cura. Prendiamo Amazon: sui social portava avanti una campagna sulla sicurezza del proprio personale per consegnare le cose di cui tutti avevano bisogno, e contemporaneamente veniva accusata di non rispettare gli standard, tanto che in Francia ha dovuto chiudere alcune basi. Abbiamo iniziato a usare l’espressione carewashing per indicare la tendenza a usare per il proprio interesse il concetto di cura senza però avere realmente a cuore i problemi. In quel periodo, anche il Papa ha usato il termine per criticare aziende che facevano donazioni simboliche per aumentare la propria visibilità pur trascurando la sicurezza dei lavoratori o la sostenibilità ambientale. Nel 2026, ormai, molte grandi aziende e molti attori istituzionali sembra che non sentano nemmeno il bisogno di fingere rispetto alla cura. Due settimane dopo l’inaugurazione di Trump, per esempio, Meta ha eliminato Dei, il programma di fact-checking, promuovendo esponenti repubblicani in posizioni chiave all’interno dell’organizzazione. E si tratta di un caso tutt’altro che isolato. Centinaia di marchi, da Target a Walmart fino ad Amazon e Google, hanno deliberatamente smantellato i propri sistemi di fact-checking citando altrettanto deliberatamente la guerra culturale (e di politiche del diritto) che Trump si è immediatamente vantato di portare avanti («I ended Dei», con le sue parole). Sorti simili sono toccate a numerosi programmi Esg e di responsabilità sociale d’impresa. Questo noi lo chiamiamo care-stripping (cioè un processo che spoglia e smantella la cura).

Come affermiamo nel nostro libro in uscita (con Joel Bakan, “The Moralizing Corporation: the Rise and Fall of Corporate Carewashing”), c’è un denominatore comune tra le pratiche di carewashing e di care-stripping e cioè l’uso strumentale, quasi retorico, della cura per celare una incessante e irrefrenabile spinta a massimizzare i profitti. D’altra parte, le imprese private non sono organizzazioni democraticamente responsabili; al contrario, devono mettere al primo posto interessi di parte.

Catherine Rottenberg: nel suo caso, invece, in che modo le tesi del “Manifesto” l’hanno portata, oggi, a lavorare su un approccio femminista che sia anche, insieme, antifascista?

(C.R.): “The Care Manifesto” offriva sia una diagnosi sul perché il mondo si trovi in queste condizioni, con politiche dell’incuria e forme variegate di crudeltà radicata profondamente persino nelle istituzioni, sia una visione utopica. Quello che ho visto accadere in questi sei anni mi ha condotta a immaginare un futuro alternativo alla crescente e accelerata fascistizzazione della politica. In molti ci chiedevano, allora: di quali battaglie abbiamo bisogno? Come possiamo mobilitarci? Perché i temi di genere come la cura sono al centro dell’attenzione delle destre? Oggi penso che un movimento transnazionale antifascista, antirazzista e femminista sia la nostra migliore possibilità per costruire proprio quel futuro migliore. Mobilitazioni come quelle in Sudamerica stanno indicando una strada che mi convince.

Proprio in questo lavoro, con Farris, Gago e Ziadah sostenete che i processi di fascistizzazione comportano sempre lotte su riproduzione, sessualità, famiglia. Perché?

Le lotte su cura e riproduzione ricorrono in molti, se non in tutti, i movimenti politici, non solo in quelli autoritari. Dopotutto, cura e riproduzione sono le condizioni di possibilità di ogni forma di vita e organizzazione sociale. I regimi autoritari tendono a controllare in modo capillare questi processi perché i corpi sessuati collegano economia e famiglia, riproduzione biologica e demografia, vita intima e regolazione degli affetti. I dibattiti su aborto, diritti delle persone trans, progetti educativi di prevenzione alla violenza sessuale non sono mai solo una questione di libertà individuali, o di moralità o di visioni del mondo. Questi dibattiti possono infatti portare a distinguere le famiglie da proteggere e quelle patologizzate, le forme di lavoro svalutate e quelle da privilegiare. Quella che definiamo una fascistizzazione della politica si manifesta, insomma, in modi diversi a seconda dei contesti e dei paesi – ma ovunque le politiche della cura da cui proponiamo di partire per de-fascistizzare il mondo saranno perni centrali.

(il manifesto, 29 marzo 2026, “Se le politiche della cura smantellano i fascismi”)

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/03/Uomini-e-Profeti-del-28032026-6be27a9e-b7c5-4e3b-bc9b-ac6252917a13.html

Nella puntata del 28 marzo 2026 di “Uomini e profeti”, programma di Rai Radio Tre, accessibile gratuitamente previa registrazione, Felice Cimatti dialoga con la filosofa Wanda Tommasi e con la teologa Cristina Simonelli, autrici del libro Sostare nell’imperfezione. L’inadeguatezza come possibilità, Edizioni Paoline, 2026. La puntata contiene anche un breve commento sull’insediamento dell’arcivescova di Canterbury, Sarah Mullally e un’intervista di Benedetta Caldarulo con Michele Lipori, caporedattore della rivista Confronti, che ha seguito la marcia silenziosa delle madri palestinesi e israeliane unite per la pace, Barefoot Walk for Peace, avvenuta a Roma lo scorso martedì 24 marzo 2026.

(Uomini e profeti, RaiRadio3, 28 marzo 2026)

La presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva perfino partecipato a una puntata del podcast del rapper Fedez, uno dei più seguiti in Italia, per far conoscere la sua riforma della magistratura ai più giovani. Ma loro non si sono lasciati convincere: il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha bocciato lo stravolgimento della giustizia proposto dal governo di estrema destra guidato da Meloni.

È stato decisivo il voto delle nuove generazioni, a cui oggi la democrazia italiana deve essere molto grata.

Certo, anche se avesse vinto il sì, l’Italia non sarebbe precipitata da un giorno all’altro in una dittatura. Ma la riforma rappresentava un duro attacco alla separazione dei poteri. Com’è emerso durante la campagna per il voto, Meloni avrebbe voluto una giustizia più incline ad assecondare, con le sue sentenze, l’operato del governo. Senza contare che la vittoria del sì avrebbe dato all’esecutivo un lasciapassare per proseguire l’opera di smantellamento delle garanzie liberali, pezzo dopo pezzo.

Le italiane e gli italiani si sono opposti a tutto questo. A far sentire la loro voce sono state in particolar modo le persone con meno di 34 anni, che hanno fatto registrare un’affluenza alle urne del 61 per cento. Il no ha fatto presa tra chi fatica ad arrivare alla fine del mese con il suo stipendio, e in Italia questa categoria è rappresentata soprattutto dai giovani. Al referendum i fuori sede, soprattutto studenti che risultano ancora residenti all’indirizzo dei genitori, non hanno potuto votare nelle città dove vivono. E tanti di loro hanno dovuto fare un lungo viaggio per raggiungere il seggio.

Ma il voto del 22 e 23 marzo ha espresso anche l’insoddisfazione delle giovani generazioni per le scarse opportunità, e la loro sensazione di essere trascurate e di contare poco. Quello che è successo in Italia si osserva anche in altri contesti: se i cittadini di mezza età di solito hanno un orientamento più pragmatico e nel voto oscillano più facilmente tra la destra e la sinistra, i giovani sono più ideologici. Scelgono gli estremi, e in Italia, soprattutto tra i ragazzi, spesso ha prevalso quello di destra. Forse questa volta sono state le donne ad aver fatto la differenza.

Di certo tutti i giovani hanno manifestato interesse per la vita pubblica del paese. Ed è il caso di dirlo: è stata una fortuna.

(Internazionale, 27 marzo 2026)

A commento dell’articolo, pubblichiamo i dati ripartiti per sesso e per fascia d’età del voto al referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo (fonte: ISTAT).

(La redazione del sito)

Ripartizione per sesso e fascia d’età

18-34 anni

– Donne: No 64,2% – Sì 35,8%

– Uomini: No 58,0% – Sì 42,0%

35-54 anni

– Donne: No 54,8% – Sì 45,2%

– Uomini: No 51,8% – Sì 48,2%

55+ anni

– Donne: No 47,1% – Sì 52,9%

– Uomini: No 51,6% – Sì 48,4%

Che cos’è capitato il 22 e 23 marzo? Milioni di persone, molte delle quali giovani, sono andate alle urne e hanno detto “No” a una riforma della Giustizia che il governo presentava come necessaria. Il No ha vinto con quasi il 54%. L’affluenza è stata più alta di quanto si prevedesse.

A Radio Popolare, il giorno dopo, un giornalista chiedeva ai giovani se il loro No si potesse sovrapporre a un voto di sinistra. Loro hanno risposto di no, perché questo voto viene da un luogo che le mappe correnti della politica non riescono a intercettare. C’è più di quello che le categorie degli schieramenti ci fanno vedere, più di quello che si riesce a far stare dentro a un’alleanza o a un programma.

Che cosa c’è di più? Io direi: un senso della giustizia intesa come orientamento, come modo di riconoscere cosa vale e cosa non vale. E un legame quasi affettivo con la Costituzione, intesa come patto di convivenza ancora aperto, ancora una promessa.

I partiti dicono di aver capito. «Un popolo della Costituzione che non si sente nelle discussioni tattiche», ha detto il PD milanese. In questa frase si vede l’inghippo: le discussioni tattiche da una parte, le persone dall’altra. E allora si propongono punti condivisi, si annunciano luoghi di ascolto, si parla di coalizioni larghe. Le solite risposte a una domanda di politica che non cerca rappresentanza o delega ma chiama piuttosto il riconoscimento di una verità basica: quello che senti è reale, quello che desideri è politico, sei già dentro questo mondo e hai già voce. È la materia viva di cui la politica dovrebbe essere fatta e senza la quale ogni programma resta un vuoto elenco.

La forza dei movimenti (e ho in mente soprattutto quello delle donne) cresce finché si mantiene la forza del contagio, quella capacità di spingere donne e uomini a farsi protagoniste delle proprie vite, a sottrarsi alla complicità involontaria col dominio. Il No dei giovani ha questa forma. È una sottrazione dal cinismo, dall’indifferenza, dall’idea che le cose non possano andare altrimenti. Sta a chi fa politica capirlo, rinunciando al terreno degli schieramenti (le tattiche, le alleanze, i calcoli) per tornare al terreno dell’umano. Non so se ci riusciranno, so che vale la pena provarci.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)