Maria Grazia Campari, nata il 30 agosto 1940 a Bologna e morta il 7 gennaio 2026, è stata avvocata civilista, specializzata in diritto del lavoro; per le donne svolgeva anche attività di diritto di famiglia, assistendole in separazioni, divorzi e affidamento di figlie e figli.

Ha fatto parte del gruppo giuriste del Tribunale di Milano, città in cui ha vissuto ed esercitato la sua professione, e ha collaborato con varie riviste e libri collettanei. Per la Libreria delle donne ha scritto con Lia Cigarini l’importante testo “Fonte e principi di un nuovo diritto” nel “Sottosopra oro” Un filo di felicità del 1989.

In seguito alle sue esperienze di pratica del processo e di assistenza alle vertenze delle lavoratrici (come la vertenza alle “conchiglie” dell’Alfa Romeo di cui racconta nella testimonianza qui sotto), in relazione con Luisa Cavaliere, Elettra Deiana e altre fonda il 23 novembre 1993 l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, associazione che nasce dalla constatazione dello scarto esistente tra la volontà femminile di protagonismo sociale e la sua realizzazione e dalla convinzione che tale scarto possa essere superato attraverso una pratica politica che produca autonomia delle donne. Attraverso la creazione e l’esercizio di pratiche di giustizia femminile si propone di promuovere l’acquisizione di libertà materiale e simbolica delle donne nel mondo del lavoro. L’associazione è stata attiva fino al 2004.

Socia della Libera Università delle Donne (LUD) di Milano, dopo il ritiro dalla professione si è trasferita a Firenze, dove ha fatto parte dell’associazione Rosa Luxemburg.

È stata intervistata e ha portato la sua significativa esperienza nel libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua di Marina Santini e Luciana Tavernini (Il Poligrafo, 2015), e qui la ripubblichiamo.

Crepe nel diritto: l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne

Maria Grazia Campari

Alla fine degli anni Novanta, a Milano, alcune femministe diedero vita all’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, un’associazione formata da giuriste, sindacaliste, lavoratrici.

Negli incontri, con le modalità dell’autocoscienza e mettendo in gioco il nostro sapere professionale, cercammo di svelare come la giustizia fosse organizzata in modo sessista e di individuare azioni e riflessioni per operare un cambiamento.

Inventammo una pratica del processo che si costruiva attraverso una relazione fra donne (cliente/avvocata/consulente scientifica), nel riconoscimento di autorevolezza e nella circolazione di sapere, per sostenere nel giudizio una pretesa sociale femminile, spunto per regole nuove, segnate (questa è la novità) dai soggetti dei due sessi.

Il diritto si presenta come un Giano bifronte: garantisce l’ordine vigente capitalistico-patriarcale, ma ha in sé un principio di trasformazione poiché afferma anche diritti umani, diritti di ogni persona di qualunque sesso o razza. Di qui la scommessa: le crepe garantiste dell’ordinamento potevano essere usate come fattore di modifica dei valori dati, utilizzando le pronunce delle corti di giustizia sui casi della vita. È la creazione del diritto vivente di origine giurisprudenziale e significative sperimentazioni si sono prodotte nell’ambito del diritto del lavoro. Ottenemmo dei successi quando realizzammo una diversa modalità di stare in relazione tra donne, anche nei conflitti sindacali.

Ricordo, ad esempio, il caso che portò alla modificazione dell’organizzazione del lavoro in un importante settore (le “conchiglie”) nel reparto fonderia dell’Alfa Romeo di Arese, in cui alcune operaie erano state inserite a seguito di assunzione in base alla legge di parità (L. 903/1977).

Molte di loro considerarono le mansioni e il reparto nocivi in modo insopportabile, malgrado fossero sempre stati sopportati (ovviamente malvolentieri) dai colleghi maschi e iniziarono un’agitazione e un processo di contestazione. Fu effettuato un sopralluogo da parte di esperti aziendali e sindacali, alla presenza dei legali delle parti.

La visione del reparto e delle “conchiglie” fu per me impressionante come quella di un girone infernale: si trattava di maneggiare manualmente bracci metallici che obbligavano a posizionarsi in prossimità dei forni in cui bruciava, senza apparente schermatura, un fuoco vivo. Pensai che chiunque, non solo le neoassunte, avrebbe dovuto scappare da quel luogo pericoloso.

Iniziò una vertenza sostenuta dal sindacato di zona e soprattutto da un delegato della CGIL staccato dalla produzione ed esperto del lavoro in fonderia. Dopo mesi di conflitti e di trattative, si trovò un accordo fra le parti che condusse alla robotizzazione del reparto: invece di insinuarsi in prossimità dei fuochi, si azionavano robot manovrando appositi comandi a distanza.

In questo caso il conflitto aperto dalla manodopera femminile, adeguatamente sostenuta dall’organizzazione complessiva dei lavoratori, aveva determinato un esito positivo per tutti.

Però questa pratica non si è diffusa a sufficienza per produrre le modificazioni che pure stavano a cuore a molte. Ciò è dovuto al fatto che apporti autonomi delle donne in conflitti sindacali, in cui erano coinvolte, non erano considerati un rafforzamento, ma un dato inquietante dagli esponenti maschili della forza lavoro. Va registrata anche un’insufficiente determinazione delle donne dell’Osservatorio rispetto al progetto che si erano date, io fra loro.

Si operò, se non una complicità inconsapevole, certo una sottovalutazione del fatto che l’alternativa fra quanto le donne ritengono desiderabile per sé e quanto gli uomini hanno stabilito per tutte e tutti, rende inevitabile un conflitto fra i sessi per l’attribuzione delle risorse e per l’autogoverno della propria vita.

(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2026)

Rileggere oggi due articoli di James W. Prescott (Body Pleasure and the Origins of Violence, 1975, e The Origins of Human Love and Violence, 1996) significa confrontarsi con una critica radicale a uno dei luoghi comuni più persistenti del pensiero occidentale: l’idea che la violenza sia inscritta nella natura umana.

La tesi di Prescott è netta: la violenza non è innata, ma nasce dalla mancanza di contatto, tenerezza e prossimità affettiva nei primi anni di vita. In altri termini, è il prodotto di un corpo che non è stato sufficientemente accolto. L’approccio dello psicologo dell’evoluzione colloca dunque l’origine della violenza sul piano corporeo e relazionale, prima ancora che su quello culturale o simbolico. È una proposta sorprendente, soprattutto perché formulata da un uomo, e che può essere ulteriormente arricchita dal pensiero della differenza sessuale, il quale introduce un elemento decisivo e spesso rimosso: il ruolo delle madri nella costruzione dell’essere umano.

Prescott mostra come il corpo sia, in primo luogo, un’eredità materna e come la qualità del contatto fisico nei primi mesi e anni di vita incida profondamente sulla futura capacità di relazione. Un bambino o una bambina toccati con dolcezza, ascoltati e accolti crescono con l’esperienza corporea che la prossimità è buona e che l’altro non è una minaccia. Al contrario, la carenza di contatto comunica al corpo che l’intimità è rischiosa, che la relazione espone, che la distanza protegge. Una tesi già innovatrice negli anni Settanta, che oggi dialoga con una consapevolezza più matura del ruolo materno come prima fonte di umanizzazione.

La madre è infatti la prima mediatrice del mondo: la prima pelle, la prima voce, la prima misura del desiderio e del limite. Non per una concezione essenzialista della biologia, ma per una realtà concreta e storica: nelle nostre società le madri continuano a sostenere la gran parte del lavoro di cura, spesso in solitudine. Sono loro, nella pratica quotidiana, a introdurre i figli e le figlie alla relazione con l’altro. Prescott lo suggerisce implicitamente; il pensiero della differenza sessuale lo esplicita: la relazione materna costituisce la prima grammatica del legame, il primo simbolo della differenza tra sé e l’altro.

Nei suoi lavori, Prescott rileva come gli uomini crescano spesso con una povertà affettiva e tattile strutturale, che li rende più vulnerabili alla frustrazione e più inclini a compensare la mancanza di relazione attraverso il dominio, il controllo e la forza. Tuttavia, è proprio qui che emergono i limiti del suo impianto teorico. In alcuni passaggi, infatti, l’autore scivola verso una colpevolizzazione implicita delle madri, senza interrogarsi a fondo sulla responsabilità maschile e paterna nella costruzione di questa deprivazione relazionale. È un punto in cui pesa l’orizzonte patriarcale da cui Prescott non riesce completamente a emanciparsi.

Il contributo più fecondo della sua ricerca resta però l’idea che la violenza derivi da un fallimento della relazione, non da un eccesso di aggressività naturale. Incrociando dati antropologici, psicologici e neuroscientifici, Prescott mostra come le società che negano il contatto corporeo ai bambini siano anche quelle caratterizzate da alti livelli di violenza interpersonale, guerra, gerarchie rigide e uso sistematico della punizione.

La violenza maschile contro le donne può allora essere letta come l’esito estremo, ma non inevitabile, di questa mancanza di relazione. È il segno di un’incapacità maschile di reggere l’alterità senza viverla come minaccia, di un’educazione che insegna a temere l’intimità e a trasformare la vulnerabilità in potere.

Questa lettura non assolve in alcun modo gli uomini autori di violenza. Ma, una volta chiarita questa premessa imprescindibile, l’intuizione di Prescott rimane preziosa: la prevenzione della violenza non può esaurirsi nelle politiche penali o nei dispositivi di protezione delle vittime. Deve cominciare molto prima, nella vita primaria, nei piccoli corpi, nella qualità delle relazioni quotidiane.

Non è accettabile, come accade in Prescott, attribuire alle madri una responsabilità che è invece collettiva e strutturale. Occorre piuttosto affermare con forza la responsabilità maschile e paterna nella cura dei neonati e degli infanti, e riconoscere alle madri un’autorità reale, politica e concreta, che passi attraverso i tempi del lavoro, i servizi di sostegno alla cura, il riconoscimento sociale della funzione materna, la fine della solitudine educativa.

Prescott ci ricorda che la pace è anche un sapere del corpo. Le madri questo sapere lo praticano da sempre, ma la cultura dominante non ha ancora imparato ad ascoltarlo. Se vogliamo una società almeno meno violenta, dobbiamo ripartire da qui: dalla differenza sessuale, dal corpo e dalla madre come prima e radicale fonte di relazione.

(www.libreriadelledonne.it, 15 gennaio 2026)

Crescendo a Gaza, ho imparato che per essere un uomo dovevo trattenere le lacrime, nascondere i tremiti e soffocare il dolore. Ma come potevo trattenere tutto questo quando tutto intorno a me era crollato?

Sono diventato uomo sotto i bombardamenti, in un mondo che raramente considera le vite di persone come me meritevoli di protezione o persino di cordoglio. Il genocidio israeliano in corso a Gaza non solo ha rubato la vita ai nostri familiari e vicini, ma ha anche sistematicamente smantellato e rimodellato il nostro senso di identità, comunità e personalità.

Fin da piccolo ho imparato che come uomo avrei dovuto proteggere, provvedere e rimanere saldo in qualsiasi circostanza. Ma fin dall’inizio ho capito che questo compito sarebbe stato completamente diverso per me rispetto a molti altri ragazzi in tutto il mondo.

Avevo nove anni la prima volta che sono sopravvissuto a un attacco aereo. Stavo andando a scuola quando una bomba ha squarciato la strada su cui camminavo con i miei compagni di classe. Quando la cenere e la polvere si sono diradate, sono corso a casa superando i miei compagni di classe, alcuni dei quali erano già morti, altri urlavano, privi di arti.

Quando finalmente sono arrivato a casa, tutta la mia famiglia stava piangendo. Ricordo distintamente di aver guardato mia madre tremante e di aver detto qualcosa di troppo grande per un bambino: «Mamma, sono un uomo. Nessuno dovrebbe piangere per me». Con una certezza che solo un bambino è in grado di avere, ho aggiunto: «So come sfuggire alla morte».

Da quel momento, sono sopravvissuto a più di dieci attacchi. Ma ora, all’età di ventisei anni, e dopo quasi due anni di questo genocidio, mi sono reso conto che lo stoicismo e la fermezza richiesti agli uomini palestinesi sono quasi impossibili.

Come posso essere un “protettore” quando i jet da combattimento riducono la mia casa in macerie, i droni in volo ci privano del sonno e lo sfollamento forzato diventa l’unica garanzia? Come posso “provvedere” quando il blocco israeliano durato diciotto anni ha decimato la nostra economia, il suo assedio intensificato continua a farci morire di fame e avvicinarsi a un camion degli aiuti significa rischiare la morte?

Ho perso mio fratello Nour in questo caos. Era un agente di polizia dedito alla sicurezza dei civili. È scomparso durante il bombardamento israeliano di Khan Younis. La mia famiglia ancora non sa cosa gli sia successo.

Nella cultura gazawi, il nostro senso di virilità è legato alla responsabilità verso la famiglia. L’assenza di Nour non solo ci ha spezzato il cuore, ma ha anche frantumato l’immagine che avevo di me stesso: il fratello maggiore, la guida, il protettore. Ma come uomo, responsabile di sfamare i miei dieci fratelli, non ho avuto il tempo nemmeno di iniziare a elaborare quel dolore.

Un giorno, mentre mi allontanavo dalla nostra tenda, la mia sorella più piccola mi ha chiesto dove sia Nour. Non posso mentirle di nuovo, ma non posso nemmeno distruggere la piccola speranza che ha costruito. Raccolgo pezzi di legno e metallo rotto, fingendo che servano per il fuoco o per ricostruire, quando in realtà sto solo tenendo le mani occupate per evitare che il mio cuore esploda.

Ogni notte seppellisco Nour nei miei pensieri e ogni mattina lo riporto in vita nei miei ricordi. Quando non ci sono bombardamenti, mi siedo in riva al mare, ai confini di Gaza, dove l’acqua è libera anche se noi non lo siamo, e mi lascio andare al pianto senza emettere alcun suono.

È così che elaboro il genocidio: in silenzio, di nascosto, a pezzi. Non posso urlare davanti a mia madre. Non posso crollare davanti a mio padre. Sono il loro figlio e ai loro occhi sono ancora il loro scudo, anche se dentro di me mi sento distrutto.

Ma non sono solo. Il danno emotivo subito dagli uomini palestinesi è incalcolabile. Un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione del 2022 sugli uomini nelle zone di conflitto ha messo in guardia dal “doppio trauma”: il dolore fisico e psicologico aggravato dalle aspettative sociali che esigono silenzio, stoicismo e soppressione emotiva.

A Gaza, dove l’assistenza sanitaria mentale è quasi inesistente e lo stigma rimane elevato, gli uomini interiorizzano tutto. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità precedenti alla guerra indicavano solo 0,2 psichiatri ogni 100.000 persone. Il poco sostegno alla salute mentale che avevamo un tempo è sepolto sotto le macerie.

Eppure, nonostante le circostanze inimmaginabili, continuo a testimoniare la tenerezza degli uomini che sostengono la sopravvivenza delle loro famiglie.

«Ho tenuto mia figlia in braccio tutta la notte dopo che la pioggia ha distrutto la nostra tenda», mi ha raccontato Mahmoud, un padre che ho intervistato in un campo vicino a Rafah. «Dovrei essere il suo scudo, ma ero bagnato fradicio e impotente». La sua voce si è incrinata.

Quell’incrinatura era sfida, non debolezza. Lasciando che la sua voce tremasse, lasciando che qualcuno fosse testimone del suo dolore, stava rifiutando l’aspettativa che gli uomini palestinesi debbano essere sempre stoici. Stiamo iniziando a rivelare le nostre crepe gli uni agli altri.

Ibrahim Abu Naji, padre di quattro ragazzi, ha condiviso qualcosa che mi ha colpito nel profondo: «Essere un uomo a Gaza in questo momento significa scegliere di rimanere affamati piuttosto che partecipare alla corsa per il cibo che arriva sui camion degli aiuti».

Si riferiva alle scene che si sono verificate in tutta Gaza negli ultimi mesi, dove, a causa dell’assedio paralizzante di Israele, folle affamate di palestinesi si precipitano disperatamente verso i camion che trasportano cibo per afferrare tutto ciò che possono. Israele ha successivamente sfruttato queste scene di caos per giustificare la chiusura di tutte le operazioni di aiuto internazionale a Gaza, prima di istituire un proprio meccanismo di distribuzione degli aiuti che funge da veicolo per la pulizia etnica.

Prima del 7 ottobre, Abu Naji lavorava nell’edilizia in Israele, ma dall’inizio della guerra ha perso ogni fonte di reddito. «La mia fame diventa una forma di protesta», mi ha detto. «Non li aiuterò a distruggere quel poco di dignità che ci è rimasta».

In arabo, la parola che descrive più da vicino la virilità non è la traduzione letterale, rujula, ma karama, ovvero “dignità”. Nonostante la deliberata disumanizzazione del nostro popolo e la svirilizzazione dei nostri uomini, Gaza sta dando vita a un nuovo tipo di mascolinità: non basata sul militarismo, ma sulla chiarezza morale e sulla dignità, anche nella fame. Nonostante i continui bombardamenti, ricostruiamo le nostre tende e le nostre vite più e più volte.

Nelle mie interviste con altri uomini sfollati, sono emersi nuovi modelli di virilità. «Essere un uomo significa mantenere i miei figli calmi quando sono terrorizzati dal cielo», mi ha detto Abu Omar, trentasette anni. Un altro ha spiegato: «Pensavo di dover essere sempre forte. Ma ora mi lascio andare alle lacrime e lascio che mio figlio mi veda piangere».

Lasciando che i propri figli vedano il loro dolore, la loro paura e la loro debolezza, i padri dimostrano la loro vera forza. Le nostre lacrime non sono un segno di debolezza, ma un atto di ribellione in un mondo che cerca di schiacciare la nostra umanità. Le nostre emozioni e la nostra riluttanza a diventare insensibili a questo dolore sono una forma di resistenza.

Questi momenti rivelano qualcosa che raramente si vede nei servizi giornalistici internazionali: dietro le immagini dei militanti o delle vittime ricoperte di macerie ci sono uomini intrappolati tra il genocidio e il peso di dover sostenere una concezione ereditaria della mascolinità. I media globali spesso riducono gli uomini palestinesi a stereotipi – minacce o statistiche – privandoci della nostra complessità e umanità.

Eppure, tra le rovine, sta prendendo forma qualcos’altro.

Oggi a Gaza sta emergendo una mascolinità diversa, che abbraccia la vulnerabilità, la cura e la tenerezza. Gli uomini cucinano pasti in rifugi affollati, confortano i bambini, piangono apertamente mentre stringono i corpi senza vita dei loro nipoti e raccontano storie di dolore.

Stiamo iniziando a dare un nome ai nostri traumi ad alta voce. E questa trasformazione non è apolitica, è un atto di sfida.

Nonostante il nostro dolore, gli uomini continuano a portare il peso di correre dei rischi, attraversando i bombardamenti per procurarsi acqua o cibo, perché è troppo pericoloso per le donne o i bambini farlo. Ma ora, essere un uomo non significa solo essere forti, significa essere presenti. Essere l’uomo che piange e continua a rischiare la vita per procurarsi i beni di prima necessità, che porta sia l’acqua che il dolore.

Questa è la nuova mascolinità che stiamo costruendo qui. Una mascolinità che non riguarda solo la sopravvivenza, ma anche il rimanere umani. Uomini che piangono in pubblico, che cambiano i pannolini nelle tende, che condividono il dolore con estranei: questi uomini stanno forgiando un nuovo tipo di mascolinità, che rifiuta il dominio e abbraccia la cura.

Ricostruire le nostre identità distrutte richiederà generazioni. Ma rivendicare ciò che significa essere un uomo – gentile, spezzato, in via di guarigione e ancora in piedi – è un inizio.

Gli uomini palestinesi meritano di essere visti non come militanti o ombre, ma come persone complete con cuori fragili e fardelli impossibili. Porre fine all’occupazione non significa solo restituire la terra, ma anche restituire la dignità. Ciò significa ricostruire le case, riparare ciò che si è spezzato dentro di noi e reimmaginare come presentarci a noi stessi e agli altri.

Gaza, 30 giugno 2025

Abdallah Aljazzar è un palestinese gazawi. Attualmente sta studiando per un master alla Maynooth University in Irlanda, dove è coordinatore del programma per gli studenti palestinesi provenienti da Gaza.

(+972 magazine, 30 giugno 2025)

Dialogo con un’analista iraniana, anonima per motivi di sicurezza: «La composizione sociale in termini di classe, etnia e generazione è più eterogenea rispetto a Donna Vita Libertà per la natura intersezionale delle istanze rivendicate. I monarchici stanno operando una sofisticata manipolazione, ma nel paese non hanno consenso»

Di quanto sta avvenendo in Iran abbiamo parlato con una analista e scienziata politica iraniana, residente all’estero, che per motivi di sicurezza chiede di restare anonima.

Che notizie le giungono, nonostante il blocco di internet?

Il blackout informativo senza precedenti imposto dall’8 gennaio ha reso quasi impossibile reperire informazioni attendibili. Nonostante ciò, i social media sono riusciti a diffondere video e immagini delle proteste, anche se verificarne l’attendibilità è arduo. Da stamattina [ieri, ndr] alcuni iraniani sono riusciti a effettuare brevi telefonate all’estero: uno spiraglio di speranza che le comunicazioni potrebbero riprendere. Le notizie che mi sono giunte confermano ciò che sospettiamo: un contatto ha definito la repressione un vero e proprio “genocidio”. Le immagini delle famiglie assiepate negli obitori per riconoscere i propri cari hanno fatto il giro del mondo. L’atmosfera di Teheran mi è descritta come pesantemente militarizzata e securizzata, le persone che devono lavorare continuano una parvenza di normalità, ma le strade sono ogni giorno ingorgate dal traffico di chi non vuole ritrovarsi fuori al calar del sole. Mi è giunta anche voce di un calo apparente dell’intensità delle manifestazioni, giustificata dalla brutalità della repressione. Ma si tratta di informazioni inevitabilmente parziali.

L’attuale mobilitazione giunge ad appena tre anni dallo scoppio di Donna Vita Libertà e dopo vent’anni di proteste cicliche. Quanto le mobilitazioni precedenti hanno influito?

È difficile operare una distinzione netta tra motivazioni e istanze economiche e politiche, e non sono convinta che sia corretto farlo; riuscire a comprare il pane o permettersi un affitto è una questione estremamente politica. La società iraniana si trova in un ampio ciclo di mobilitazioni strutturali, non dobbiamo dimenticare quelle del 2017 e del 2019. Se diversi anni fa esitavo a definire le diverse proteste come strutturalmente antiregime, dal 2022 non sembra esserci dubbio: la caduta della Repubblica islamica è ormai un nodo centrale. Mi rattrista sentire da più fonti che gli slogan legati a Donna Vita Libertà abbiano subito una marginalizzazione: le proteste successive alla morte di Jina Mahsa Amini erano fortemente segnate da istanze femministe e progressiste, hanno contribuito alla nascita di un nuovo immaginario politico e sociale, la cui eredità oggi è meno evidente. Occorre interrogarsi su quali elementi le stanno oscurando.

La mobilitazione è mossa da speranza di cambiamento? O al contrario, dalla perdita delle illusioni?

Se per speranza di cambiamento intendiamo la fiducia nel riformismo interno, questa si è estremamente indebolita negli ultimi anni. La situazione economica disastrosa è sicuramente fonte di profonda disillusione e rabbia. Non vedo per ora quegli immaginari e slanci creativi che avevano distinto mobilitazioni precedenti.

Chi sono le persone nelle piazze? Si parla di background politici diversi, età diverse, classi sociali diverse.

Questo nuovo ciclo di proteste ha preso il via da soggettività spesso marginalizzate nelle rappresentazioni internazionali, ossia i lavoratori del bazar e i piccoli commercianti. C’è stata poi un’espansione della composizione sociale in termini di classe, generazione ed etnia, più eterogenea rispetto al 2022. Alcune province e popolazioni tradizionalmente poco presenti, come curdi e azeri, si sono mobilitate, a dimostrazione della natura intersezionale delle manifestazioni e delle istanze rivendicate. È un elemento sorprendente solo per chi conosce l’Iran esclusivamente attraverso le lenti della borghesia urbana: queste minoranze sono oggetto di repressione e sorveglianza da decenni e hanno subito in modo drammatico l’ulteriore involuzione autoritaria degli ultimi anni.

E poi c’è il ruolo delle opposizioni all’estero, per lo più quelle monarchiche, che guardano con favore a un eventuale intervento Usa. Che consenso hanno tra la popolazione?

Mai come ora il ruolo e il potere delle opposizioni all’estero sono stati così dibattuti. La famiglia Pahlavi sta investendo enormemente in una propaganda che la legittimi come unica alternativa democratica. Reza Pahlavi si è ripetutamente proposto come figura di riferimento per un periodo di transizione post-Repubblica islamica. Un’artista iraniana ha definito quella dei Pahlavi una «sofisticata manipolazione mediatica»: secondo diverse fonti, circolano video modificati con l’intelligenza artificiale per gonfiare il supporto monarchico interno. In molti esprimiamo forti perplessità per via dei suoi stretti legami con la destra repubblicana statunitense e Israele, evidenti nel suo supporto dei raid israeliani dello scorso giugno. Come molti analisti iraniani hanno commentato, il sostegno a questa opposizione è più forte e rumoroso soprattutto nella diaspora, residente in maggioranza negli Stati uniti, e trova meno risonanza nelle piazze iraniane.

(il manifesto, 14 gennaio 2026)

Un attimo prima di essere uccisa a Minneapolis, non tradiva né paura, né soggezione ed è questa indifferenza un affronto intollerabile per l’agente dell’Ice. E per Trump

«Gli uomini temono che le donne ridano di loro. Le donne temono che gli uomini le uccidano», scriveva Margaret Atwood in Second Words. Sono queste le parole più calzanti per descrivere l’omicidio di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’Ice.

È stato il video filmato dal telefono dell’agente Jonathan Ross a restituire con chiarezza la sequenza degli eventi. Mostra, da un lato, Renee Good, donna bianca con cittadinanza statunitense che operava come osservatrice legale per monitorare i raid dell’Ice. Dall’altro, gli agenti dell’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione. Il video riprende Good all’interno della sua auto, intenta in una conversazione leggera con la moglie Becca, mentre il cane siede nel sedile posteriore e i peluche del figlio sono in quello anteriore. «Guida, amore, guida», le sussurra la moglie mentre chiude la portiera dell’auto e Renee Good si rivolge all’agente sorridendo, «Amico, non ce l’ho con te». Qui, da fuoricampo, la voce di un agente le intima di scendere dall’auto.

«Fuori dall’auto. Fuori dall’auto. Fuori dalla cazzo di auto». Poi, il rumore di tre colpi di pistola. L’inesorabile schianto dell’auto di Good quando questa perde conoscenza. Le parole di Ross «Fottuta stronza» chiudono una scena in cui si alternano l’ironia delicata delle donne e la violenza degli agenti.

Negli ultimi giorni, questo video ha suscitato sconcerto e cordoglio in tutto il mondo. Ice out for Good (‘Ice fuori per sempre’, ‘Ice fuori per Renee Good’), ben riassume il sentimento prevalente nelle piazze, unite dalla richiesta di espellere l’Ice dalle città. Negli ultimi mesi, l’Ice ha ricevuto dall’amministrazione Trump finanziamenti superiori a quello di interi eserciti. Ha fatto raid e rastrellamenti su larga scala, oltre a settantamila arresti, la maggior parte dei quali persone incensurate. In questo quadro, una sola domanda non trova risposta adeguata: perché?

Kate Manne, filosofa politica e autrice di Down Girl. The Logic of Misoginy l’ha detto nel modo più chiaro. «È un caso di misoginia e di fascismo in azione», che emerge «con una chiarezza nauseante, prevedibile e tuttavia moralmente sconvolgente». In questo quadro, il tono disinvolto di Good è vissuto dall’agente come un oltraggio. «La rabbia che le donne suscitano quando mettono in discussione figure maschili di autorità», scrive Manne, «è un esempio archetipico di una dinamica di genere che ignoriamo a nostro rischio e pericolo». In questo quadro, la misoginia non va intesa banalmente come ostilità nei confronti delle donne. È la punizione che spetta a chi disconosce l’ordine patriarcale.

Subito dopo i fatti, Donald Trump ha definito Good come una «terrorista interna», che «guidava in modo turbolento», «ostacolava e opponeva resistenza», sino a costringere l’agente a sparare per legittima difesa. L’evidente discrasia tra le parole di Trump e i fatti è stata descritta come simbolo della post-verità, il modo con cui l’amministrazione Trump distorce la realtà per proteggere la propria legittimità politica. Le parole di Trump, tuttavia, potrebbero descrivere a un tempo i fatti in modo distorto e il suo sguardo in modo fedele. Potrebbero essere, in altre parole, false ai nostri occhi e vere ai suoi.

A partire dal testo classico di Richard Hofstadter Lo stile paranoide nella politica americana, la letteratura ha mostrato come la personalità autoritaria tenda a confondere le cause e gli effetti, i carnefici con le vittime, sino a sentirsi al centro di uno stato d’assedio con il compito di salvare la civiltà. In questo quadro, lo stato d’assedio descrive il timore che la gloria imperiale soccomba alle forze ataviche che la minacciano.

Prima ancora di essere falsa, la proiezione paranoica è una spettacolare messa in scena del mondo fantasmagorico della personalità autoritaria, ossessionata dalla paura che tutte le forze che le sono state subordinate si rivolteranno.

In questo quadro, non sorprende che l’omicidio di Renee Nicole Good sia stato interpretato, da alcuni, come un femminicidio perché il suo scherno è stato percepito come un oltraggio. Lo scopo della misoginia è usare premi e punizioni per educare le donne a essere deferenti nei confronti dell’autorità. Good non tradiva sottomissione, né paura, né soggezione, ed è proprio questa indifferenza a costituire un affronto intollerabile. Le donne e le persone migranti pagano ogni giorno il prezzo di un disciplinamento mai richiesto. Ed è tragico che questo diventi scandaloso solo quando diventa letale.

(il manifesto, 14 gennaio 2026)

In libreria “Safaa e la tenda”, Fandango editore, gennaio 2026

Dopo il 7 ottobre 2023, la fumettista di Gaza Safaa Odah è stata sfollata più volte, ma dal campo profughi di Al-Mawasi continua a disegnare, usando le pareti della tenda quando la carta finisce. «La tenda diventerà parte di noi, diventerà il simbolo di un’epoca. Nascerà una generazione che porterà la tenda nella sua memoria come noi portiamo la chiave delle nostre case distrutte», scrive sotto un disegno. Safaa racconta due anni di genocidio attraverso immagini straordinarie dal tratto essenziale, cogliendo il dolore e la resistenza del popolo palestinese nei dettagli della vita quotidiana, e intrecciando emozioni diverse, sguardo femminista, senso dell’umorismo, forza della controinformazione. Con un tratto morbido ritrae l’inferno di Gaza per metterne in luce l’aspetto semplicemente umano, capace di parlare a tutte e tutti noi. «Una telecamera da sola non riesce a catturare abbastanza bene quello che sta succedendo, mentre il disegno può aiutare a mostrarlo», dichiara. Fandango Libri raccoglie le opere realizzate da Safaa Odah tra ottobre 2023 e dicembre 2025, insieme a una postfazione di Pat Carra con intervista all’autrice.

Nata nel 1984 a Rafah nella Striscia di Gaza, Safaa Odah è una fumettista e artista dell’animazione, con un master in psicologia. Nel 2025 ha ricevuto lo Special Award di LICAF (Lakes International Comic Art Festival) per Safaa and the Tent 2023/2024, di cui il libro italiano è l’edizione estesa 2023/2025. Ha un grande seguito sulle sue pagine social e pubblica su giornali arabi, tra cui Al-Araby Al-Jadeed,e in Italia sulla rivista Erbacce, nella rubrica “Una tenda in Palestina”.

(Erbacce, 12 gennaio 2026)

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Francesca Arnaboldi

Questo è l’elogio incondizionato di una sindaca socialista. Una razza politica scomparsa, di cui lei è stata rappresentazione esemplare. Si chiamava Francesca Arnaboldi [deceduta il 3 gennaio 2026, Ndr]. Insegnante, originaria della civiltà delle cascine lombarde, giunse a Buccinasco quando ancora era un paese di poche migliaia di abitanti alle porte di Milano. Fece politica da giovane con il Partito Socialista con cui venne eletta sindaca nel 1983. Allora i sindaci donne erano quasi anomalie. In quel ruolo fece molte cose buone, perché infine il riformismo non è sempre stata una parola vuota. I famosi orti di Buccinasco, l’integrazione dei nomadi, una biblioteca d’avanguardia, l’attenzione agli anziani, uno sviluppo armonico del territorio in un comune che cresceva vorticosamente. Villette, case popolari, servizi sociali, verde. E tuttavia io non la conobbi in quegli anni per le cose buone che stava facendo. Ma perché un giorno – era la seconda metà degli anni ’80 – mi chiamò lei, chiedendomi di andare a Buccinasco. Parlammo a tu per tu in piedi, se ricordo bene. Ricordo con certezza una signora di cui mi colpirono l’eleganza dei modi e la cultura politica. Venne quasi subito al dunque. A Buccinasco succedono cose strane, che non mi piacciono, disse. In paese c’è la mafia ed è anche influente. Qui hanno paura. Devo essere sincero: restai un po’ perplesso. Ero stato da poco travolto dai delitti eccellenti palermitani, dalla mafia che da Palermo andava all’assalto dello Stato. E ora questa donna mi parlava di mafia accanto a Milano, città che giudicavo il mio rifugio, ancora abissalmente lontano da certi scenari. Anzi, proprio a Buccinasco ero stato invitato per cerimonie o dibattiti pubblicamente promossi per ricordare mio padre. Certo, anche io denunciavo allora una presenza dei clan nella vita milanese. Ma erano quelli siciliani. Lei parlava dei calabresi, e non come degli infiltrati, ma proprio come se le contendessero la guida del paese. Me ne andai temendo di non avere capito bene, e anche il sospetto che la sindaca avesse esagerato per poca conoscenza delle cose. Invece le cose le conosceva benissimo. E me le insegnò. A Buccinasco dagli anni ’70 si erano insediati i clan di Platì, tanto da fare ribattezzare in pochi anni il comune “la Platì del Nord”. Papalia, Barbaro, Sergi, ecc: tutti cognomi che si sarebbero sposati a un’epoca in cui quei comuni dell’hinterland sud milanese sarebbero stati teatro di sequestri di persona e di narcotraffico galoppante, e anche di un po’ di omicidi. I clan di Platì volevano prendere le redini dell’economia locale partendo dall’edilizia. Lei si opponeva, senza proclami e senza scorte. Finché un giorno uno dei Papalia (sic!) le annunciò in pubblico che non aveva più la maggioranza in consiglio comunale. Fu così. Poche sere dopo il consiglio votò contro di lei e per il piano regolatore di Papalia. Dovette dare le dimissioni. Continuò a partecipare alla vita di Buccinasco dando una mano dall’esterno a chi – di volta in volta – volesse portare un po’ d’aria nuova contro l’egemonia dei “calabresi” che subirono i primi colpi giudiziari agli inizi del decennio successivo. Insomma, Francesca Arnaboldi non fece finta di non vedere, non chiese «Ma che cosa posso fare, mica sono un poliziotto», non cercò un punto di compromesso, non andò a pranzo né incontrò per interposta persona. Cercò anzi di far sapere agli increduli. E mi domando che cosa sarebbe mai oggi la Lombardia se tutti i sindaci susseguitisi nei decenni avessero fatto come lei. Purtroppo così non è stato. Peccato, davvero peccato che il saluto che il Comune le ha tributato non faccia cenno di tutto questo, di ciò che l’ha resa fulgidamente diversa nella storia del Nord così bisognoso di difensori e così facilmente colonizzato. Sia reso onore invece – proprio per questo – a Francesca Arnaboldi, la sindaca socialista del tempo che fu.

(Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2026)

«Non mi rallegro per i dati sull’occupazione e nemmeno il governo dovrebbe»: Marcella Corsi, ordinaria di Economia politica presso l’università La Sapienza di Roma, tra le fondatrici della rivista inGenere.it e presidente della International association for feminist economics (Iaffe), analizza i dati sull’economia italiana a partire dalla conferenza stampa di inizio anno della presidente del consiglio Giorgia Meloni. Nel racconto della presidente del consiglio, l’Italia è economicamente stabile, con gli indicatori in ripresa, la crisi di settori importanti colpa dell’Ue.

Questa descrizione corrisponde alla situazione del Paese?

Una premessa: viviamo una crisi multipla con effetti devastanti sul piano occupazionale. La crisi del 2008 aveva colpito soprattutto l’occupazione maschile, perché nasceva nel settore abitativo e nei mutui. Le donne spesso sono diventate le uniche a portare un reddito in famiglia con lavori a bassa qualifica, malpagati, fragili dal punto di vista contrattuale. La crisi pandemica del 2019 ha stroncato l’occupazione proprio in quei settori in cui erano concentrate le donne. Ora ci troviamo di fronte a uno scarso recupero dell’occupazione maschile e a una lenta ripresa in settori ad alta concentrazione femminile, come il commercio o l’abbigliamento, perché la pandemia ha messo in crisi soprattutto i consumi. Quindi a una crisi sistemica legata alla carenza di investimenti si è aggiunta quella legata alla carenza di consumi. Una situazione di grande difficoltà che non riguarda solo l’Italia ma tutto il resto del mondo, salvo rarissime eccezioni, come la Cina, che però si è concentrata solo sugli investimenti.

Come se ne esce?

Con delle riforme strutturali importanti. Per esempio, restituendo allo Stato un ruolo fondamentale di protezione del lavoro. Se il settore privato non riesce a creare occupazione e soprattutto non riesce a creare lavoro di qualità, protetto e con salari decenti, dovrebbe essere lo Stato a intervenire in modo rigoroso. Un grande economista del passato, Hyman Minsky, parlava dello stato come employer of last resort [‘datore di lavoro in ultima risorsa’, Ndr]. Le sue teorie sono valide anche oggi, a mio modo di vedere.

Il governo Meloni è su questa strada?

Ovviamente no. Temo che non abbia neanche utilizzato al meglio i fondi del Pnrr. È presto per fare un bilancio perché gli effetti del piano finiranno nel 2026 e poi bisognerà aspettare almeno uno o due anni per la valutazione di impatto. Ma da quello che si vede non sembra che ci sia stata una spinta propulsiva così importante; la spesa straordinaria sembra avere favorito più la resilienza che la ripresa.

La presidente del consiglio non ha mai fatto riferimento alla povertà durante la conferenza stampa.

L’impoverimento delle famiglie italiane è reale, è un po’ l’effetto complessivo di quei fenomeni che citavamo sopra. Ce lo indicano Caritas, Istat, Oxfam: chi non lo vuole vedere lo fa per motivi politici, non perché i dati non siano chiari.

Meloni esulta perché il numero dei disoccupati secondo l’Istat sarebbe sceso al minimo storico e sarebbero cresciute le donne con un impiego.

Quei dati sono veri ma spesso citati male. L’occupazione femminile in Italia resta sempre più bassa della media Ue, i tassi di inattività non migliorano, quindi direi che ci si premia senza motivo. A crescere sono i lavori di bassa qualità, tipicamente femminilizzati, cioè che riguardano non solo le donne ma soggetti vulnerabili come i migranti e i giovani. Si tratta di una segregazione

occupazionale in determinati settori a bassi salari e caratterizzati da precarietà. Questa situazione non mi rallegra affatto e non credo che il governo dovrebbe rallegrarsene.

Quali sono i nodi da sciogliere?

L’assenza di investimenti strutturali da un lato, e la mancanza dell’impulso dello Stato nella creazione di welfare e di occupazione di qualità. Annaspiamo nel tentativo di rimanere a galla e non vedo migliorie all’orizzonte.

A cosa è dovuto il suo pessimismo?

Metto in fila: una manovra tra le più basse della nostra storia. Se è vero che abbiamo avuto un qualche segnale di allentamento sul piano della sostenibilità del disavanzo e del debito, questo è funzionale principalmente alla crescita della spesa militare, una spesa che non crea sviluppo, non garantisce una ripresa generalizzata dell’occupazione perché coinvolge solo alcune realtà regionali e determinate manifatture. Tutto questo mentre si impoveriscono ulteriormente i servizi essenziali, come l’istruzione, la sanità, la ricerca e, a livello internazionale, aumentano le guerre.

Non esiste un’alternativa?

C’è bisogno di adottare un paradigma economico differente: noi economiste femministe parliamo di “rivoluzione della cura” intesa in primis come “preoccuparsi per il mondo”, ovvero un modo diverso di concepire le relazioni tra gli agenti economici, alternativo al mercato e in grado di garantire il benessere per tutti e tutte. Sembra utopistico ma diverse pratiche in giro per il mondo hanno dimostrato che così non è.

(il manifesto, 12 gennaio 2026)

È difficile scrivere su Simone Weil. Molto è stato scritto su di lei in varie lingue, ma forse più intrigante è il fatto che Simone Weil ha spesso indotto a gettare il cuore oltre l’ostacolo, a farsi ispirare nella propria attività di pensiero e di scrittura dal suo irripetibile modo di essere. Ciò è accaduto a scrittrici come Ingeborg Bachmann, Elsa Morante, Cristina Campo, per citare solo alcuni nomi. Viene da pensare che scrivere su Simone Weil dovrebbe assomigliare a ciò che lei affermava a proposito della filosofia: «cosa esclusivamente in atto e pratica. Per questo è tanto difficile scrivere al riguardo, difficile così come un trattato di tennis o di corsa a piedi, ma in misura superiore» (Quaderni IV, p. 396, Adelphi 1993).

La raccolta di saggi curata da Isabella Adinolfi, Necessità e Bene Intorno al pensiero di Simone Weil (il melangolo, pp. 350, euro 28,00), è dedicata a Giancarlo Gaeta, uno dei principali studiosi italiani dell’opera di Simone Weil al quale dobbiamo la traduzione dei Quaderni e un’instancabile riflessione sul suo pensiero. Nel saggio dello stesso Gaeta che apre il volume, Il testamento politico di Simone Weil, troviamo la conferma del fatto che scrivere su di lei non può essere che «cosa in atto e in pratica». Gaeta racconta di aver riletto alcune pagine di La prima radice, l’ultima opera di Simone Weil pubblicata postuma nel 1949 da Albert Camus, su suggerimento di un amico pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina. E commenta: «Sono rimasto anch’io preso dalla lettura di quelle pagine e me ne è venuta l’impressione di non aver mai letto davvero l’opera di cui sono parte». Quel come se non avessi mai letto davvero pagine che sicuramente gli erano note ha la forza di una scossa.

Gaeta ha più volte ribadito il rifiuto di un’attualizzazione del pensiero di Simone Weil e allude a qualcosa di molto diverso, alla «vera attualità, quella cioè che racchiude in sé tutte le attualità», come l’ha chiamata Ingeborg Bachmann nel suo saggio radiofonico del ’55 (La sventura e l’amore di Dio. Il cammino di Simone Weil, in Il dicibile e l’indicibile, Adelphi 1998, p. 116). La sua nuova lettura di un testo «rimasto politicamente lettera morta» parla dello «scarto» dell’ultimo pensiero politico weiliano, del suo «scorgere nella tragica vicenda in corso ciò che ben pochi furono disposti a vedere». E definisce la consapevolezza di Simone Weil rimasta estranea ai suoi diretti interlocutori con le parole di Patrice Rolland: «Il fallimento della civiltà europea reso manifesto dalla ripetizione di due guerre mondiali richiede un giudizio ‘religioso’ o ‘spirituale’». Gaeta suggerisce di leggere quello scritto, che si presenta come un «flusso ininterrotto di scrittura», come una «sinfonia mahleriana: una sequenza di temi e motivi che si sommano e s’intrecciano, cosicché sta all’orecchio di ciascun lettore cogliere i passaggi, gli stacchi, le riprese». E conclude che bisogna accettarne l’«incompiutezza», l’«arresto brusco che non acquieta in una conclusione e dice comunque a qual punto l’esistenza dell’autrice vi fosse implicata». Aggiungerei «a qual punto» l’esistenza di ciascuno di noi dovrebbe esserne implicata.

La scossa sperimentata da Gaeta ha una notevole forza di propagazione nella raccolta di saggi curata da Isabella Adinolfi. Il volume si chiude con un saggio di Maria Concetta Sala, studiosa, traduttrice e curatrice di testi weiliani, dedicato al «farsi orecchio», alla pratica di ascolto delle «voci dell’esperienza» di Svetlana Aleksievič. In appendice si può anche leggere la sceneggiatura del film di Serena Nono, Sventura. L’inferno di Jaffier (2019), sequel di Venezia salva (2011-’12). La regista è anche pittrice e sulla copertina del libro c’è un suo ritratto di Simone Weil (2001).

Adinolfi, profonda conoscitrice di Simone Weil, ha scelto di intitolare il libro Necessità e Bene, termini che indicano i due bracci della Croce (immagine chiave dell’universo weiliano) che si incontrano in un punto, quello di ogni fragile e sventurato essere umano. Nel saggio introduttivo spiega la sua scelta come il frutto della ricerca di un fulcro, di una chiave di lettura in grado di cogliere il movimento di un pensiero che si articola su una molteplicità di piani e di prospettive e si alimenta di una pratica di traduzione di Omero, Sofocle, Eschilo, di amore per la poesia, di letture di Platone, del Vangelo, della Bhagavadgītā. La relazione tra Necessità (la «spietata regolarità dell’ordine del mondo») e Bene (l’amore di Dio) attraversa l’intero pensiero weiliano e si collega al «grande enigma» della sventura umana nella forma, a un tempo, di contraddizione insolubile, e di «fragile passaggio» a un altro ordine, quello della Bellezza, della Verità e della Giustizia. Si tratta di un tema che contiene il pathos e l’esattezza di Simone Weil, il suo essere stata una pensatrice poetica e insieme una mente che si è spinta coraggiosamente al confine con la trascendenza, che in lei è diventata esperienza vissuta dell’esigenza assoluta di giustizia, dell’aspirazione alla purezza e alla bellezza.

I saggi raccolti nel volume approfondiscono i temi principali del pensiero weiliano, dal pensiero politico alla concezione della poesia, della religione, della giustizia, del diritto, dell’insegnamento, dell’attenzione e della compassione. Viene inoltre esplorato il rapporto con i pensatori (Descartes, Pascal, Spinoza, Kant, Hegel, Marx, Nietzsche) con i quali Simone Weil si è confrontata. In alcuni, in particolare in quelli più specialistici, il tema del rapporto tra Necessità e Bene resta in controluce. La sua luce esplode tuttavia improvvisa, quasi inaspettata, in un profilo dell’attività weiliana apparentemente marginale e poco noto, quello della produzione poetica (otto poesie, la pièce Venezia salva).

Nel saggio Andare mediante le parole al silenzio. Poesia e poesie in Simone Weil Domenico Canciani riporta l’affermazione di Simone Pétrement, autrice di una ormai classica biografia, che Simone Weil fosse disposta a «sacrificare la sua opera per le poche poesie che aveva scritto». Canciani ha ricostruito le fonti e in particolare la relazione delle poesie con gli scritti filosofici, con il lavoro di traduzione e la riflessione sul linguaggio e nel suo contributo offre una lettura della poesia Il mare, composta nel 1932. Consiglierei ai lettori e alle lettrici del libro di partire di qui, da questa poesia, che è una preghiera, per non perdere nella complessità del pensiero weiliano l’essenza, vorrei dire la scommessa, insita nel rapporto tra Necessità e Bene. Ne cito alcuni versi nella traduzione di Domenico Canciani: «Oscillanti e fisse le onde del fondale, / Ove a tempo debito ogni goccia discende e risale, / Per la legge sovrana restano giù in basso. / La bilancia dai segreti bracci d’acqua trasparente, / Pesa se stessa, la spuma e il ferro, / Giusta, non vista, verso ogni barca errante. / Sullo scafo un filo blu traccia un rapporto. / Senza errore, nella sua linea apparente. / Vasto mare, abbi pietà degli sventurati mortali, / Stretti sulle tue rive, persi nel tuo deserto. / A chi s’inabissa parla prima che soccomba. / Scendi nella sua anima, nostro fratello mare, / purificala nelle tue acque di giustizia».

(il manifesto – Alias, 11 gennaio 2026)

Bani Khoshnoudi

Regista, artista, attivista, Bani Khoshnoudi vive a Parigi. In Iran non è più potuta tornare dopo il suo film, The Silent Majority Speaks (2010) sulle rivolte del 2009 contro l’elezione di Ahmadinejad presidente. Nelle sue storie e nei suoi archivi che raccolgono le immagini delle lotte di iraniane e iraniani, continua a costruire una memoria della resistenza contro il regime.

Che eredità ha preso questa nuova protesta dal movimento Donna, vita, libertà? E in che modo ogni ondata di rivolta cambia la società iraniana?

C’è stata un’evoluzione a poco a poco nel modo di scendere in strada e di manifestare che è legata a trasformazioni importanti della società iraniana e del modo di pensare collettivo. Donna, vita, libertà in questo senso ha segnato un passaggio molto profondo, per la prima volta ha coinvolto tutto il Paese, non solo le città. E ha rotto il muro della paura: le manifestazioni sono andate avanti per otto mesi, la gente non aveva più paura del regime, di chiederne la fine, di gridare i nomi dei figli e delle figlie uccise o imprigionate.

Soprattutto è stato il movimento di una nuova generazione di ragazze, di donne che erano nelle prime file, di persone giovani, ventenni o poco più che hanno cambiato il paradigma rivoluzionario. Insieme ai curdi che sono stati protagonisti di azioni dirette spesso armate. Alla fine della rivolta la resistenza di Donna, vita, libertà non si è fermata: ci sono stati scioperi indetti dal sindacato dei trasportatori, che è molto forte, manifestazioni degli studenti, l’intera società è rimasta vigile e coinvolta. E questa è una differenza fondamentale che ci porta a oggi.

Abbiamo avuto altri momenti di protesta ma mai di tale unione e forza anche se credo che ogni volta si creassero delle fratture nella collettività. Il primo momento in cui si è vista tanta gente insieme in strada è stato nel 2009, poi nel 2019, anche allora la protesta era iniziata dalla crisi economica dovuta all’aumento dei prezzi della benzina. Il regime aveva tagliato internet come adesso per due settimane facendo un massacro, e poco prima gli Usa in Iraq avevano ucciso Soleimani. Oggi contro questa ennesimo crollo dell’economia le iraniane e gli iraniani si sono riuniti di nuovo, sono scesi in strada, e ci sono stati già centinaia e centina di uccisi. Eppure nelle immagini si vedono persone con bambini, anziani, è un caos organizzato. A differenza di quanto dicono le potenze straniere siamo già andati molto avanti, non c’è bisogno di alcun aiuto.

A questo proposito Trump ha minacciato di colpire l’Iran per “sostenere” le lotte dei manifestanti. Cosa ne pensi?

Le iraniane e gli iraniani non vogliono interventi internazionali, americani o inglesi, abbiamo una lunga storia su questo nel XX secolo, penso al colpo di stato nel 1953 [contro Mohammad Mossadeq, eletto democraticamente, che riportò lo scià Reza Pahlavi, ndr] e così la rivoluzione, pure se nata all’interno è stata in certe fasi indirizzata. Siamo molto critici verso l’interessamento di alcuni paesi, e gli interessi di un colonialismo economico e politico che ci sono dietro. Oggi una delle cose più inquietanti è la figura del figlio dello scià, Reza Pahlavi, che vive negli Stati uniti e si sta autoproponendo come garante politico nella transizione dei poteri. Non è amato in Iran e non è mai stato particolarmente attivo, ma sta cercando di far passare l’idea che l’obbiettivo di questa rivoluzione è rimettere al potere la monarchia. I suoi interlocutori sono Netanyahu e Trump che appunto minaccia di far cadere le bombe sull’Iran. Reza Pahlavi non ha alcuna legittimità di parlare in nome del popolo iraniano, tanto più che già suo padre era stato messo lì dagli americani e dagli inglesi, ma cominciano a circolare in rete video delle proteste in cui il sonoro è stato cambiato per sostituirlo con slogan a favore della monarchia. Sono manipolazioni che rendono però l’idea dei pericoli futuri possibili. Perché questa rivoluzione è nata ancora una volta dalla strada, dai mercati, i bazar, da una forza popolare; invece si sta cercando di inquinarla per portare il Paese di nuovo verso una soluzione autoritaria. La società civile in Iran è molto strutturata ma si vuole dimostrare il contrario. Ci sono molte possibili democrazie in Iran, Israele e gli Usa però non vogliono permettere che trovino la propria strada.

Khamenei ha promesso la pena di morte per tutti i manifestanti.

Sono capaci di tutto perché sanno che devono cadere. Però credo che nessuna azione violenta spegnerà la rivolta. E anche se ci sarà un vuoto di potere potrà servire a riflettere, dall’interno possiamo controllarlo. Mentre le bombe americane o israeliane o gli attacchi pilotati no, sono solo contro di noi.

(il manifesto, 11 gennaio 2026)

A un certo punto della lunga, stupenda, massacrante conversazione che Carla Lonzi e Pietro Consagra hanno per sottoporre la loro relazione alla prova dell’autocoscienza, lui le dice: «Sento che dal femminismo ho guadagnato. Come uomo, ho avuto la sensazione che quello che ci guadagna dal femminismo è più l’uomo che la donna». Lei gli dà ragione, e aggiunge però che quel guadagno rafforza solo in parte gli uomini: «Quando il padrone è stato cosciente del suo profitto, si è indebolito: ha dovuto cominciare a trattare con chi era cosciente di dargli un profitto». È il 1980, Lonzi è la più importante teorica del femminismo radicale italiano e morirà due anni dopo, cinquantunenne, anche se ancora non lo sa; Consagra è uno scultore di fama, stanno insieme da sedici anni e decidono di mettersi alla prova: si chiudono in una stanza, con un registratore acceso, e discutono per quattro giorni dell’incomprensione di fondo, insanabile, che mina la loro relazione e il loro dialogo, e che trova ragione nel fatto che lei è una donna e lui un uomo. Lui non è in grado di riconoscerla davvero, anche se la ama e le sta accanto. Il loro legame è inevitabilmente impari: non è uno accanto all’altra che potranno battersi per il femminismo. Vai pure, il libro che è la trascrizione di quelle conversazioni, è stato da poco ripubblicato da La Tartaruga e non è invecchiato neanche di un giorno.

Consagra aveva ragione: del femminismo beneficiano innanzitutto gli uomini, essendo vittime di patriarcato quanto le donne. Ed è vero persino ora, mentre il femminismo e le sue pluralità sembrano non certo sconfitte, ma avversate, in linea con il momento di rigetto di tutti i traguardi progressisti degli ultimi anni, e con la contrazione dei diritti e delle diversità.

È difficile prevedere se siamo alla vigilia di uno dei molti inabissamenti di cui è piena la storia dell’affermazione della differenza delle donne: i segnali che arrivano dalla società civile sono diversi, spesso contraddittori, la rivalutazione della vita familiare tradizionale, l’ossessione procreativa di tutti i governi occidentali, la limitazione dei diritti riproduttivi, le difficoltà di conciliazione di vita e lavoro convivono con una diffusione della coscienza di genere e del problema della violenza patriarcale, così come con assetti relazionali sempre meno iniqui.

I medesimi opposti stanno in piedi tanto nel piano privato quanto in quello pubblico, tanto in quello politico quanto in quello culturale. A beneficiare del femminismo, in ambito culturale e specificamente letterario, sembrano essere ultimamente e sempre di più gli scrittori. Si tratta di una predazione, di una appropriazione culturale?

Una quasi certezza è che il femminismo ha migliorato gli uomini (non tutti) e ha migliorato gli scrittori (non tutti) ma resta da capire se questo cambiamento finito bene, visto il modo in cui è avvenuto, ha incluso o meno le donne, se è avvenuto o sta avvenendo, per surreale e paradossale che possa sembrare, a loro discapito.

Esistono due macrocategorie: scrittori che registrano il cambio di sguardo sulla virilità che le battaglie femministe hanno non solo richiesto e talvolta imposto, ma pure elaborato, e quindi cambiano il racconto del maschile (e per utopistico che possa sembrare, quello che cambia e succede nei libri, prima o poi cambia e succede nel mondo); scrittori che si fanno testimoni della battaglia femminista.

Quando Andrea Bajani ha vinto il premio Strega e ha detto «Anche gli uomini devono combattere il patriarcato», oltre al plauso c’è stato il biasimo: è parsa una dichiarazione facilona, opportunista, in fondo figlia di un momento in cui, come che vada il mondo, dirsi accanto alle donne, oltre che qualificante, è redditizio. La letteratura non è mai stata meno immune alle meccaniche produttive capitalistiche, pertanto non ha anticorpi per non ammalarsi della brandizzazione del femminismo. Non che non esistano scrittrici che hanno, più di una volta, piegato il femminismo a fini commerciali.

Se ci sono i maschi performativi, cioè quelli di buone letture, buoni consigli, ottime credenziali etiche, ma biechi intenti, esistono anche gli scrittori e gli intellettuali performativi, e ne dà una descrizione esilarante Tony Tulathimutte in Rifiuto (e/o, traduzione di Vincenzo Latronico) e questo è un esempio glorioso di come la propagazione femminista abbia vivificato il dibattito intellettuale: quando il teatro e la letteratura ne fanno una buona parodia, una emancipazione è il più delle volte vicina a compiersi.

C’è stato e c’è molto entusiasmo per Nella carne di David Szalay, che ha vinto il Booker Prize del 2025 (lo abbiamo scritto già su questo giornale, tra i bilanci dell’anno appena passato: tutti i grandi premi letterari, nazionali e non, l’anno appena passato sono andati a uomini, che hanno fatto rubamazzo, e chi lo sa quanto sono consapevoli che parte del merito è anche del femminismo, lo stesso femminismo che è, insieme, lotta contro di loro e lotta per loro).

Szalay racconta le alterne fortune di un ungherese che gira per l’Europa: lo vediamo uccidere il marito della sua amante quando è adolescente, finire in riformatorio, fare il soldato in Iraq, drogarsi, perdersi, salvare la vita a un uomo, fare l’autista di un ricco affarista e diventare l’amante di sua moglie. Lo vediamo cercare se stesso. Lo vediamo soffrire dei casi della vita e della condizione maschile. Lo vediamo rispondere a monosillabi, essere impenetrabile per annichilimento da “sacrificabilità maschile”, concetto caro ai movimenti della manosfera, lo vediamo, grazie all’abilità dello scrittore ma pure allo sguardo e alle contezze che il femminismo ci ha dato in questi anni, essere vittima di ruoli, stereotipi, sovrastrutture. Lo vediamo reagire o per rabbia o per rassegnazione: raramente, forse mai, per amore di sé e della vita. Qualcuno ha calcolato che István, questo il nome del protagonista, dice «ok», in tutto il romanzo, cinquecento volte. E tutte le volte è sia asservito che assertivo: più che di un romanzo sulla mascolinità tossica, come è stato scritto diffusamente, sembra che Nella carne sia un romanzo sul cambiamento ambiguo e bifronte della mascolinità, il suo soggiacere e il suo ribellarsi. Tuttavia, in queste quattocento pagine non tutte magnifiche, non c’è molto di più, sull’intimità maschile, di quello che Martin Amis, ne L’informazione, uno dei più grandiosi libri sui maschi e sull’amicizia (era il 1995), ha scritto in tre righe di incipit: «Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono niente. Non è niente. Solo un sogno triste». Quello che avrebbe potuto esserci, di più, e non c’è, in Nella carne, sono le donne: la relazione con loro, il tentativo di dialogo e l’esplorazione delle sue possibilità, lo stesso che fece Carla Lonzi in Vai Pure. E questo è il limite di quasi tutti i libri sul maschile usciti negli ultimi anni, tranne forse La voce del padrone (add) di Francesco Pacifico, spassoso reportage di un uomo dalla sua vita privata condivisa con una compagna femminista. La tanto dichiarata crisi della virilità, quindi, per ora, ha portato a un racconto nuovo del maschile, ma non della relazione del maschile con il femminile. Per ora, il femminismo giova agli scrittori perché dà loro argomenti certi, bandelle accattivanti, ispirazioni, in fondo facili, per romanzi affollati da uomini che compiono interessanti liberazioni solitarie, che resistono, che si ricompongono, che si sgretolano, ma che lo fanno per sé.

(La Stampa, 9 gennaio 2026)

Il racconto della Visitazione offre l’immagine che più si avvicina e ispira i percorsi delle donne che desiderano camminare insieme per dare vita al mondo in pienezza.

(Visitazioni, Gruppi donne delle Comunità cristiane di Base e le molte altre

https://www.cdbitalia.it/upload/gdonne/Visitazioni.pdf)

Scrivere narrando è fondamentale per noi donne, non solo per alimentare la genealogia femminile, ma anche per affermare che la nostra scrittura non si allontana mai dalla realtà. Con questa riflessione la teologa Antonietta Potente introduce il libro di Paola Cavallari, Lilith se ne va. Femminismo, spiritualità e passione politica (Vanda 2025).

L’opera è un intenso percorso di vita e di scrittura in cui Lilith risplende come un’icona archetipica. Il suo rifiuto eversivo della sottomissione la rende un personaggio chiave in un’ipotetica epica femminista: Lilith si congeda dal ruolo assegnatole e il suo indomito carattere la spinge a scegliere la via della libertà, che diviene sorgente e aurora della soggettività femminile.

Lo stesso percorso dell’autrice si orienta in questa direzione, verso la libertà, segnato da due fuochi inestinguibili: il femminismo, che l’ha afferrata in giovinezza come passione di vita irriducibile, e la dimensione spirituale, fiorita in età matura nell’adesione alla bellezza del messaggio evangelico, «purificato con fatica dalle incrostazioni di potere clericale e kiriarcale che lo hanno tradito».

Il femminismo descritto nel suo libro è un’esperienza «goduta nel suo potenziale politico ed esistenziale», un approccio che si avvicina sorprendentemente a ciò che Antonietta Potente suggerisce di chiamare Misticapolitica.

Si tratta di un sentire femminile che non teme gli sconfinamenti tra anima e corpo, è in ascolto del desiderio di autenticità, ricerca il respiro della trascendenza e si impegna a disseppellire quella lei originaria che è stata annientata da secoli di religioni patriarcali. Per Paola Cavallari questo approccio è diventato la sua casa, la rotta da seguire nel farsi della sua mappa esistenziale.

Il libro, come lo definisce Gabriella Caramore nella prefazione, è un «diario intellettuale e spirituale» che copre un arco temporale di circa trent’anni (1994-2024). È un «arcipelago di scritture» in cui vibra la narrazione del suo percorso di vita attraverso una vasta gamma di contributi: esegesi bibliche, saggi, articoli, interviste, frammenti autobiografici, riflessioni sulla spiritualità, testimonianze di pratiche politiche collettive, prese di posizione e recensioni. In tutti gli ambiti da lei toccati si intrecciano i fili dell’esperienza femminista: l’autocoscienza, l’analisi critica, lo scambio di parola con le altre donne e la scia luminosa delle madri simboliche con cui l’autrice continua a dialogare e confrontarsi. Paola Cavallari si racconta sempre in prima persona, non temendo di esporre le proprie ferite, con la ferma intenzione di partire da sé per dare voce al non detto. Un lavoro simbolico che non compie in solitudine: l’autrice dialoga costantemente con pioniere del femminismo (Simone de Beauvoir, Carla Lonzi, Judith Butler) e figure spirituali e intellettuali (Simone Weil, Etty Hillesum, Hannah Arendt). Centrale è stata per lei anche l’esperienza del gruppo di Venezia-Mestre Donneperlacittà, che ha saputo unire prassi politica e ricerca intellettuale.

Il suo viaggio a ritroso, teso a riaprire la ricerca di senso e a ripercorrere «orme di vita che si metamorfosano in scrittura», è profondamente illuminante. Emerge un sofferto rapporto con la parola fin dall’infanzia: un’esperienza in cui moltissime donne possono rispecchiarsi. Da bambina Paola rifiutava la scrittura e la parola: il suo mondo interiore, descritto come «barbaro, naïf, libero, inafferrabile, fantasmagorico», ancorato all’autenticità della lingua materna, veniva tradito dal linguaggio adulto, provocando un’afasia in cui il dentro non trovava corrispondenza nel fuori. L’evoluzione si è manifestata pienamente solo quando l’autocoscienza ha «fatto saltare il tappo», permettendo alla lingua di essere finalmente risignificata in risonanza con il suo sentire originario. È attraverso questa lente che Paola ha potuto osservare il disegno che «sbalza come un bassorilievo vivente dalla sostanza della propria vita», avviandosi così alla ricomposizione delle parti di sé precedentemente dissociate.

Un’“integrità dell’io” che le ha conferito la forza per affrontare coraggiosamente lo scacco, l’impotenza e la sventura, trovando la sua «scintilla di salvezza» nel «consegnarsi al limite». È stato il suo passaggio nella notte oscura, da cui è scaturita una grande verità: «Quanto più grandi sono fiducia e gratitudine tanto più si espande la realtà di cui godiamo».

Nel suo breve poema, ispirato al celebre passo di Sant’Agostino Tardi ti ho amato, l’autrice racconta con parole commoventi il proprio risveglio, il «dono ricevuto dell’aurora». Passo dopo passo, la dimensione spirituale, la presenza del “divino”, è divenuta per lei un luogo accogliente di conforto e approdo.

Da questo punto prende avvio la narrazione di un percorso da me condiviso con lei, che per me è anche memoria della gioia vissuta nella nostra “Visitazione”: un incontro da cui è nato un legame profondo e generativo di nuovi contesti relazionali. Come ricorda Rebecca Solnit, del resto, la gioia è sempre «un meraviglioso primo atto di insurrezione».

L’ambito a cui mi riferisco è quello dei Gruppi Donne delle Comunità cristiane di base e delle molte altre che, a partire dal femminismo degli anni Settanta, continuano a interrogarsi, partendo da sé, sulla propria esperienza spirituale in relazione alle scritture bibliche, alla preghiera e al linguaggio per dire Dio. Il binomio “femminismo e spiritualità” ha trovato per Paola rappresentazioni concrete in questa teologia dal basso, dove è possibile sperimentare quella coerenza tra pensiero e pratiche a cui anela un’anima in ricerca come la sua:

«Ci sono incontri, e questo lo fu, in cui come per magia ti imbatti in ciò che cercavi nell’intimo, ma di cui non avevi consapevolezza prima di intercettarlo […] Fatto sta che non era più un altare con un celebrante maschio, ma una mensa con un’assemblea celebrante in cui le donne si riconoscono autorità di celebrare. I nostri corpi in circolo, le nostre voci che si allacciano passando l’una all’altra il testimone di parole di benedizione reciproca […]».

In questi spazi continuano a circolare liberamente saperi, autorità femminile, pratiche politiche e spirituali che rendono possibile il «fecondarsi nella reciprocità» di cui Paola parla.

Il libro di Paola è dunque un’opera molteplice: è anche la restituzione di percorsi condivisi, di reti di relazioni che si intrecciano creando una corrente viva in cui si diventa “onda e oceano al tempo stesso”, come suggerisce l’autrice riprendendo le parole usate da Etty Hillesum che richiamano al Tao.

Nei suoi saggi non rinuncia mai a sottoporre a lucida analisi l’impronta patriarcale nelle Scritture e nella storia della Chiesa. Sulla base della teologia femminista elabora profonde intuizioni che danno vita a nuove e originali interpretazioni dei testi sacri. Ma i suoi articoli, che sono spesso veri e propri manifesti di denuncia contro la persistenza patriarcale nelle chiese, sono sovente arricchiti da idee e da proposte di sperimentazione concrete.

Un passaggio fondamentale della sua storia è stato l’assunzione in prima persona di un nuovo progetto da lei ideato, a cui abbiamo aderito in molte: la fondazione, il 14 marzo del 2019, dell’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne (OIVD), «la pianticella che, con passione, abbiamo messo al mondo». L’OIVD è un organismo composto da donne ebree, musulmane, induiste, buddiste e cristiane delle diverse Chiese, perché l’insignificanza delle donne e la violenza che ne consegue attraversano in modo trasversale tutte le religioni. È aperto anche agli uomini e si pone l’obiettivo di essere «pratica vivente di una teologia del dialogo interreligioso di genere». È luogo di relazioni, dove circola autorità femminile diventando il punto di intersezione di una rete più vasta.

Le parole di Antonietta Potente incorniciano l’opera dell’autrice, riconoscendone la potenza generativa: «Creare è il nostro gesto preferito: creare tessuti libri pagine scritte con le nostre parole. Creare cibo per nutrire ed essere nutrite, creare ordine nella propria vita come se fosse l’inizio di una nuova creazione». E ringrazia Paola per la tessitura di queste parole vive, nate dal suo sentire e dal suo contemplare la vita. Una simile narrazione può aprire passaggi di consapevolezza e innescare processi dinamici in molte altre donne che con lei condividono il cammino; tra le quali ci sono anch’ io. Per questo desidero unire la mia voce al suo ringraziamento.

(Viottoli, n.2/2025)

Anna Foa, storica e autrice nel 2024 de Il suicidio di Israele per Laterza, è una degli esperti auditi nelle settimane scorse dalla commissione del Senato che sta trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo. Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni pro-Pal.

Professoressa Foa, quali dovrebbero essere i capisaldi di una buona legge contro l’antisemitismo?

Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perché c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni pro-Pal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah.

Eppure è stata adottata da oltre venti stati europei. Perché?

Era stata criticata fin da subito da numerosi studiosi, e infatti sono nate successivamente le dichiarazioni di Gerusalemme e quella della Nexus Task Force. Diciamo che i governi l’hanno adottata perché, alcuni anni fa, la situazione in Medio Oriente era assai meno grave di quella di oggi. E dunque l’attenzione sui comportamenti del governo di Israele era più bassa. Non a caso la definizione di Gerusalemme (JDA) esclude l’identificazione tra antisionismo e antisemitismo, ed esclude che chi critica il governo di Tel Aviv possa essere tacciato di antisemitismo.

I firmatari del ddl Delrio sostengono che in quel testo non sono compresi i contestati esempi di antisemitismo di Ihra che in gran parte riguardano lo stato di Israele.

Ma quegli esempi sono parte integrante del documento Ihra, non se ne può adottare solo la premessa ignorando il resto. Se si parte da lì, e ricordo che quel testo è stato contestato da tremila studiosi, si arriva al paradosso che Israele diventa l’unico paese al mondo che non può essere criticato. E questo non può che alimentare l’antisemitismo.

Nel testo del senatore Pd sono escluse conseguenze penali.

Ma non è questo il punto: bisogna evitare che lo stigma si abbatta su chi esprime libere opinioni, come è accaduto ad alcuni studiosi in Germania. Io stessa, per aver paragonato i bambini affamati di Gaza a quelli del ghetto di Varsavia, sarei a rischio di censura.

Serve una legge ad hoc su questo tema?

Non direi. C’è già la legge Mancino, che colpisce antisemitismo e razzismo, e non credo che questi due temi debbano essere separati. Anzi, vanno combattuti insieme.

E invece i promotori del ddl Delrio, ma anche dei testi delle destre e di Iv, sostengono che l’antisemitismo abbia una sua specificità, che non vada confuso con altre forme di odio e discriminazione.

Credo che una gran parte dei problemi che Israele vive oggi, compreso il suprematismo ebraico, derivi da questa ossessione dell’unicità. Non è sbagliato confrontare la Shoah, che pure è stato un fenomeno senza precedenti, con altri genocidi del Novecento, come quello degli armeni. Non bisogna farne un caso a parte solo perché ha riguardato gli ebrei. La storia, a differenza di quel che sostiene Netanyahu, non è un continuum di antisemitismo dagli albori del cristianesimo in poi. Ci sono state fasi diverse, alcune anche di pacifica convivenza e di dialogo tra ebrei e altre culture e etnie.

Delrio sostiene che «oggi l’antisemitismo è la vera emergenza del nostro paese». Condivide?

No, penso che le emergenze più gravi siano altre, come le diseguaglianze. L’antisemitismo esiste ed è un problema serio ma rischia di essere utilizzato da forze politiche negli Usa e in Europa per altri scopi, come limitare le accuse di genocidio e apartheid a Israele. E questo è grave.

Secondo lei negli ultimi due anni l’antisemitismo è cresciuto in Italia?

Sì, è cresciuto soprattutto nell’ultimo anno. In alcune frange della sinistra si è diffusa l’idea che tutti gli israeliani siano in fondo proni a Netanyahu, che non ci sia una vera opposizione, e così anche gli ebrei tout-court, e che Israele non dovrebbe esistere. Una posizione assolutamente minoritaria, che però esiste, soprattutto sui social: va vista e combattuta, senza mai attribuire queste posizioni a tutto il movimento per Gaza. Però devo dire che, nei miei numerosi interventi nelle scuole e nel dialogo con gli studenti, non ho mai ascoltato posizioni antisemite.

Come suggerirebbe di procedere al Senato?

Due cose fondamentali: non legiferare solo contro l’antisemitismo ma contro il razzismo in generale. E accantonare la definizione Ihra e partire da quella di Gerusalemme, che elimina ogni rischio di censura.

(il manifesto, 9 gennaio 2026)

Ci ha lasciato a Natale 2024 una delle voci più lucide e profonde che io abbia conosciuto, che ha collaborato anche con la nostra rivista: Pinuccia Corrias, docente, scrittrice, femminista del pensiero della differenza. Viveva «sola in faccia al Mar d’Africa» in Sicilia, «in mezzo a libri, oliveti, vigneti, manoscritti, mucche e macchia mediterranea». Aveva appreso, come amava scrivere, da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio” e da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Così sono nati i libri Abbardente (Torino Neos 2016) e l’inedito Rosario sardo.

Questa era Pinuccia: una visionaria spinta dalla necessità di coinvolgere altre donne in un viaggio interiore verso nuovi orizzonti di libertà ed espressione di sé. E spesso ci riusciva, con il coraggio e la grande passione che la contraddistinguevano.

Ciò che più colpiva di lei era il suo incessante esercizio del “partire da sé”, quel rivolgersi continuamente al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che mettesse radici nel mondo. La sua era una ricerca ininterrotta di un linguaggio trasformato e trasformante, di “parole non consumate”, come le definiva la filosofa Chiara Zamboni. Parole iniziatiche, vive e vivificanti, che aprono processi dinamici. Per molte donne è stata maestra in questo esercizio generativo di libertà soggettiva e di espressione di sé. Una maestra sarda, non facile, perché anche in lei permaneva l’impronta delle “Madri di Roccia Sarde”, di cui spesso parlava, ma proprio per questo una maestra potente.

Con Pinuccia era possibile tessere linguaggio, risignificare le parole e condividere la gioia che questo processo procura, innescando trasformazioni individuali e collettive. Sperimentavamo lo stupore per la risonanza tra parole e vita vissuta. Come descrive poeticamente in Abbardente: «Avviene per la parola ciò che avviene per il pane: lo si crea ogni giorno daccapo, con gli ingredienti più antichi del mondo, e ce ne si nutre senza mai saziarsi. Quando è necessario, poi, se ne fa cosa sacra, che esprime e alimenta, oltre che il corpo, anche l’anima».

Pinuccia cercava continuamente contesti relazionali, gruppi di donne in cui ci fossero le condizioni materiali perché ciò accadesse. Con questo taglio ha dato un contributo fondamentale al “Gruppo donne per la ricerca teologica” di Pinerolo, nato a metà degli anni ’90. Il gruppo, che riuniva donne valdesi, cristiane delle comunità di base, cattoliche e non credenti, ha esplorato, alla luce delle pratiche del pensiero della differenza sessuale (partire da sé, pensare in relazione, il riconoscimento di autorità tra donne), i nostri vissuti di fede. Era uno spazio spirituale e politico, dove si produceva pensiero e si intrecciavano relazioni che cambiavano i luoghi in cui ognuna di noi operava.

Resta a tutte quelle che hanno partecipato a questa esperienza un ricordo vivo, un’eredità che continua a risuonare, un’“energia di legame”, come l’hanno definita le amiche valdesi in La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi (Claudiana, 2007). Un’energia che continua a fare il suo corso e che alcune di noi hanno ritrovato nel condividere l’esperienza della “Comunità di storia vivente in faccia al Monviso”, di cui ha fatto parte Pinuccia negli ultimi anni, continuando a elaborare l’opera inedita Rosario Sardo. Per lei questo è stato l’ultimo orizzonte di senso con cui si è misurata per concludere il suo lavoro. Emerge spesso dalla sua opera l’idea che la memoria è cosa viva che resta nelle viscere: «Nella memoria vive il dolore, il pianto, la pietas, ma se non si dà senso agli accadimenti […] restano solo dolore, pianto e pietas senza parole».

Ci lascia in eredità anche il suo ultimo scritto, quasi un testamento spirituale e politico: “La bambina di Gaza con il vestitino rosa”. Scritto all’inizio del 2024, quando la malattia l’aveva già colpita, è stato pubblicato in Pagine di pace: poesie, scritti, pratiche di donne (Iacobellieditore, 2025). Abbiamo letto alcuni brani di questo toccante racconto il 16 settembre 2025 a Pinerolo, durante l’incontro dedicato a lei, Pinuccia Corrias. Quando la vita è scrittura: Primum Vivere, all’interno del Pine Hope Festival: un momento di memoria vivo ed emozionante, organizzato da molte amiche che hanno condiviso con lei diversi ambiti del femminismo.

Il suo testo esprime un “no” deciso a ogni guerra con il linguaggio profondo e poetico che l’ha sempre contraddistinta. Le riflessioni sul potere redentivo della parola e del gesto sono il cuore pulsante di questa sua ultima testimonianza. Per fermare «il vento delle parole» tremende, terribili, orribili, che hanno il potere di scolpire «con lettere di fuoco una realtà che è menzogna», la sua voce si fa grido, si fa maledizione: «Sì, maledetti voi, facitori della Storia […] Quando vi maledico, voglio intendere ciò che questa parola significa alla lettera: dico di voi il male che io vedo e soprattutto il male che io sento». A noi resta il potere di chiamare le cose con il loro vero nome, di dire il vero sul male. Maledire, in questo caso, non è augurare il male, non è odiare, bensì un atto di verità e giustizia, essenziale per non barcollare nel buio. È così che si mantiene quel barlume di luce che si accende solo attraverso i gesti e le parole di pace che nascono dall’amore. Pinuccia ci insegna che si può attraversare il dolore senza consegnarsi all’odio, lasciandosi orientare dalla pietà e dall’empatia.

Il racconto prende ispirazione dall’immagine stupenda colta nel film Una storia sbagliata: l’incontro tra le due vedove che si conclude con l’atto semplice e sacro della condivisione del cibo. Una è la moglie di un kamikaze che si è fatto esplodere in un attentato, l’altra è la moglie del militare che è saltato per aria insieme al kamikaze. Gesti di donna che il potere, concentrato sull’odio, non è in grado di vedere.

La storia termina con la speranza racchiusa in quell’immagine fragile della bambina di Gaza con il vestitino rosa e con l’invocazione universale di pace che abbraccia le tre tradizioni: Amen, Inshallah, Shalom. Questa è l’essenza stessa dell’eredità di Pinuccia: la capacità di saper vedere il bello e il buono e saperlo dire. Le parole di benedizione aprono al bene. Immagini e parole che, pur essendo solo «un volo di farfalla, un fremito dell’anima», bastano per redimere il mondo.

Grazie Pinuccia.

(Viottoli, n.2/2025)Ci ha lasciato a Natale 2024 una delle voci più lucide e profonde che io abbia conosciuto, che ha collaborato anche con la nostra rivista: Pinuccia Corrias, docente, scrittrice, femminista del pensiero della differenza. Viveva «sola in faccia al Mar d’Africa» in Sicilia, «in mezzo a libri, oliveti, vigneti, manoscritti, mucche e macchia mediterranea». Aveva appreso, come amava scrivere, da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio” e da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Così sono nati i libri Abbardente (Torino Neos 2016) e l’inedito Rosario sardo.

Questa era Pinuccia: una visionaria spinta dalla necessità di coinvolgere altre donne in un viaggio interiore verso nuovi orizzonti di libertà ed espressione di sé. E spesso ci riusciva, con il coraggio e la grande passione che la contraddistinguevano.

Ciò che più colpiva di lei era il suo incessante esercizio del “partire da sé”, quel rivolgersi continuamente al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che mettesse radici nel mondo. La sua era una ricerca ininterrotta di un linguaggio trasformato e trasformante, di “parole non consumate”, come le definiva la filosofa Chiara Zamboni. Parole iniziatiche, vive e vivificanti, che aprono processi dinamici. Per molte donne è stata maestra in questo esercizio generativo di libertà soggettiva e di espressione di sé. Una maestra sarda, non facile, perché anche in lei permaneva l’impronta delle “Madri di Roccia Sarde”, di cui spesso parlava, ma proprio per questo una maestra potente.

Con Pinuccia era possibile tessere linguaggio, risignificare le parole e condividere la gioia che questo processo procura, innescando trasformazioni individuali e collettive. Sperimentavamo lo stupore per la risonanza tra parole e vita vissuta. Come descrive poeticamente in Abbardente: «Avviene per la parola ciò che avviene per il pane: lo si crea ogni giorno daccapo, con gli ingredienti più antichi del mondo, e ce ne si nutre senza mai saziarsi. Quando è necessario, poi, se ne fa cosa sacra, che esprime e alimenta, oltre che il corpo, anche l’anima».

Pinuccia cercava continuamente contesti relazionali, gruppi di donne in cui ci fossero le condizioni materiali perché ciò accadesse. Con questo taglio ha dato un contributo fondamentale al “Gruppo donne per la ricerca teologica” di Pinerolo, nato a metà degli anni ’90. Il gruppo, che riuniva donne valdesi, cristiane delle comunità di base, cattoliche e non credenti, ha esplorato, alla luce delle pratiche del pensiero della differenza sessuale (partire da sé, pensare in relazione, il riconoscimento di autorità tra donne), i nostri vissuti di fede. Era uno spazio spirituale e politico, dove si produceva pensiero e si intrecciavano relazioni che cambiavano i luoghi in cui ognuna di noi operava.

Resta a tutte quelle che hanno partecipato a questa esperienza un ricordo vivo, un’eredità che continua a risuonare, un’“energia di legame”, come l’hanno definita le amiche valdesi in La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi (Claudiana, 2007). Un’energia che continua a fare il suo corso e che alcune di noi hanno ritrovato nel condividere l’esperienza della “Comunità di storia vivente in faccia al Monviso”, di cui ha fatto parte Pinuccia negli ultimi anni, continuando a elaborare l’opera inedita Rosario Sardo. Per lei questo è stato l’ultimo orizzonte di senso con cui si è misurata per concludere il suo lavoro. Emerge spesso dalla sua opera l’idea che la memoria è cosa viva che resta nelle viscere: «Nella memoria vive il dolore, il pianto, la pietas, ma se non si dà senso agli accadimenti […] restano solo dolore, pianto e pietas senza parole».

Ci lascia in eredità anche il suo ultimo scritto, quasi un testamento spirituale e politico: “La bambina di Gaza con il vestitino rosa”. Scritto all’inizio del 2024, quando la malattia l’aveva già colpita, è stato pubblicato in Pagine di pace: poesie, scritti, pratiche di donne (Iacobellieditore, 2025). Abbiamo letto alcuni brani di questo toccante racconto il 16 settembre 2025 a Pinerolo, durante l’incontro dedicato a lei, Pinuccia Corrias. Quando la vita è scrittura: Primum Vivere, all’interno del Pine Hope Festival: un momento di memoria vivo ed emozionante, organizzato da molte amiche che hanno condiviso con lei diversi ambiti del femminismo.

Il suo testo esprime un “no” deciso a ogni guerra con il linguaggio profondo e poetico che l’ha sempre contraddistinta. Le riflessioni sul potere redentivo della parola e del gesto sono il cuore pulsante di questa sua ultima testimonianza. Per fermare «il vento delle parole» tremende, terribili, orribili, che hanno il potere di scolpire «con lettere di fuoco una realtà che è menzogna», la sua voce si fa grido, si fa maledizione: «Sì, maledetti voi, facitori della Storia […] Quando vi maledico, voglio intendere ciò che questa parola significa alla lettera: dico di voi il male che io vedo e soprattutto il male che io sento». A noi resta il potere di chiamare le cose con il loro vero nome, di dire il vero sul male. Maledire, in questo caso, non è augurare il male, non è odiare, bensì un atto di verità e giustizia, essenziale per non barcollare nel buio. È così che si mantiene quel barlume di luce che si accende solo attraverso i gesti e le parole di pace che nascono dall’amore. Pinuccia ci insegna che si può attraversare il dolore senza consegnarsi all’odio, lasciandosi orientare dalla pietà e dall’empatia.

Il racconto prende ispirazione dall’immagine stupenda colta nel film Una storia sbagliata: l’incontro tra le due vedove che si conclude con l’atto semplice e sacro della condivisione del cibo. Una è la moglie di un kamikaze che si è fatto esplodere in un attentato, l’altra è la moglie del militare che è saltato per aria insieme al kamikaze. Gesti di donna che il potere, concentrato sull’odio, non è in grado di vedere.

La storia termina con la speranza racchiusa in quell’immagine fragile della bambina di Gaza con il vestitino rosa e con l’invocazione universale di pace che abbraccia le tre tradizioni: Amen, Inshallah, Shalom. Questa è l’essenza stessa dell’eredità di Pinuccia: la capacità di saper vedere il bello e il buono e saperlo dire. Le parole di benedizione aprono al bene. Immagini e parole che, pur essendo solo «un volo di farfalla, un fremito dell’anima», bastano per redimere il mondo.

Grazie Pinuccia.

(Viottoli, n.2/2025)

In un lungo intervento sui fatti recenti riguardanti il Venezuela, Paola Caridi pone un interessante interrogativo su quella che alla maggior parte dei commentatori sembra la ragione prima dell’aggressione armata di Trump a uno Stato sovrano, il Venezuela per la cattura del suo Presidente: e cioè il petrolio. Scrive Paola Caridi:
«Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia».
Il nuovo ordine mondiale, che Trump sta imponendo con una delirante onnipotenza, rimanderebbe perciò una delle forme più arcaiche di dominio: una società di schiavi e mercanti di schiavi, residuo mai del tutto cancellato di ingiustizia, sfruttamento, sottomissione, che ha segnato fin dall’origine la storia umana.
Sulla persistenza di rapporti di potere che la società industriale, capitalista sembra aver cancellato, non dovrebbero esserci dubbi. Ne è prova incontestabile il fatto che il primo e fondamentale dominio sia stato quello di un sesso sull’altro, così radicato nelle viscere della storia da emergere solo in tempi recenti e riuscire a farsi riconoscere con grande lentezza.
Non ritengo perciò che sia una ipotesi azzardata pensare che il terremoto prodotto dalla comparsa del sessismo come fenomeno politico, con tutti i nessi che ha sempre avuto con i rapporti di razza e di classe, colonialismo e fascismo, abbia oggi un peso non indifferente nel ritorno in forza della logica “amico-nemico”, dell’esaltazione della legge del più forte, dell’imposizione di una volontà assoluta su umani considerati deboli, razzialmente inferiori.
Tali non sono state forse le donne, il primo “diverso”, il primo corpo “nemico”, la prima “risorsa” preziosa di cui appropriarsi da parte del sesso maschile?
Se oggi siamo costretti a guardare senza maschere e infingimenti le “memorie del sottosuolo”, forse siamo anche in condizione di ripensare l’idea di “rivoluzione” senza le cancellazioni che ne hanno fatto fallire finora i tentativi di realizzazione.

(facebook – profilo di Lea Melandri, 7 gennaio 2026)

da il manifesto

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chávez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

Accettare l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chávez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che l’élite venezuelana, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione “Kgb”: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’è qualcuno che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chávez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

Se osi ricordare Chávez, ribattono secchi che Maduro non è Chávez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure antidemocratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

Se è a questa gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da sessantacinque anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

Caracas eradiventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

Erano gli anni di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chávez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chávez prima ancora che compisse sessant’anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a Cuzco, antica capitale degli Incas, nel 180° anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’idea era creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico-culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

Il nuovo anno si apre con un’operazione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela che non segna solo un’escalation, ma una trasformazione politica: la forza non viene più nascosta o giustificata, ma esibita come linguaggio del comando.

È in questa esibizione che prende forma oggi un potere apertamente imperiale.

L’attacco porta alla luce una trasformazione già in atto: la violenza come linguaggio ordinario del potere globale. Non è soltanto una violazione del diritto internazionale, ma la messa in crisi dell’idea stessa che i conflitti possano essere attraversati politicamente e non schiacciati militarmente.

Lo slittamento che ne deriva non riguarda solo la geopolitica ma le condizioni di esistenza che rendono alcune vite possibili e altre sistematicamente negate.

In questo senso, l’operazione contro il Venezuela è un momento di un processo che trasforma la forza in criterio di accesso alle risorse, alla sicurezza, alla continuità della vita, e consuma il futuro come se fosse una riserva disponibile.

Si consolida una distanza crescente tra chi decide e chi ne vive le conseguenze. In questa sproporzione fra chi esercita il dominio e chi ne subisce la coercizione violenta si istituzionalizza la crisi della responsabilità politica.

Proprio per questo, la posta in gioco non è solo fermare una guerra, ma ricostruire le condizioni perché la parola torni ad avere peso, perché la cura torni ad avere valore, perché il futuro torni a essere pensabile come spazio condiviso e non come risorsa da consumare.

È dal rifiuto di questa grammatica della forza e dalla riapertura di spazi di responsabilità che può continuare ad affermarsi un’altra idea di mondo, tesa al superamento di una logica grezza fondata sulla sopraffazione, sulla menzogna e sulla mancanza di rispetto: un cambio di civiltà necessario per garantire il futuro delle nuove generazioni – sempre più a rischio – e che esige il coraggio di uscire dai parametri rassicuranti del già pensato.

(facebook – profilo Udipalermo ETS, 5 gennaio 2026)

Mi sono sempre stupita di come l’opera di Tillie Olsen, straordinaria scrittrice americana studiata nelle università, sia stata a lungo sottovalutata in Italia. Qualcosa sta cambiando grazie all’interesse della casa editrice Marietti che, dopo aver ripubblicato la raccolta di racconti Fammi un indovinello (era comparsa nel catalogo dell’estinto editore Giano, grazie a cui anch’io l’avevo scoperta), finalmente propone ai lettori italiani Yonnondio, il romanzo-capolavoro di Olsen, anch’esso nella traduzione di Giovanna Scocchera. C’è una bella e importante nota di Cinzia Biagiotti intitolata, significativamente, “Il libro ritrovato”, ed è uno di quei casi in cui la lettura del saggio-postfazione è imprescindibile per la piena comprensione di ciò che si è letto (o, invertendo l’ordine, di ciò che si leggerà): inquadrare il contesto della grande Depressione e del maccartismo, intrecciarli con la singolare vita dell’autrice, è fondamentale per capire non solo quando, ma come, è stato scritto Yonnondio – testo frammentato, stratificato e, dunque, sfaccettato tanto nella forma quanto in profondità.

Ha una ventina d’anni, Tillie Learner, quando inizia a lavorare a questo romanzo. È nata nel Nebraska da genitori immigrati, ebrei russi di militanza socialista; si iscrive diciottenne alla Lega dei Giovani Comunisti, fa attività sindacale, viene arrestata per aver organizzato la rivolta dei lavoratori di un’industria di carne a Kansas City, in carcere viene picchiata da una detenuta per averne difeso un’altra – la pratica della rimozione delle ingiustizie sociali è il suo mestiere, prima di ogni altro lavoro (nella vita, di lavori ne farà tantissimi e svariati: operaia, cameriera, lavandaia, per mantenere sé stessa e la famiglia). Nel 1933 si trasferisce in California, con due creature: Karla, la bambina che ha messo al mondo dopo essere rimasta incinta da una relazione senza futuro, e che ha chiamato così in onore di Karl Marx, e il romanzo a cui ha appena cominciato a lavorare.

Qualche anno dopo sposa Jack Olsen, l’attivista con cui era stata arrestata, dopo aver fatto con lui altre tre figlie, e dopo che la gestione della prima, Karla, era stata problematica, perché per un periodo aveva scelto di mandarla dai genitori nell’illusione di avere indipendenza e tempo per scrivere, ma la sofferenza generata da quel distacco l’aveva poi indotta a ricongiungersi con la bambina. Allora si era allontanata da Los Angeles e trasferita a San Francisco. I circoli intellettuali di Los Angeles le erano sicuramente più estranei dell’aria di San Francisco, e nella nuova città, seppur tra molte fatiche, riesce a mettere radici. Il romanzo scivola in un cassetto, mentre la vita trascorre velocissima tra la famiglia e l’attività politica, sempre molto turbolenta: Tillie è una donna troppo libera per avere a che fare senza contrasti con la dirigenza del partito comunista, e nel frattempo viene tenuta d’occhio dall’FBI, che la considera pericolosa come intellettuale e come agitatrice. Tira su quattro figlie facendo tutto il giorno lavori che non valorizzano certo il suo talento, e intanto si batte per un mondo in cui sia vivere con pienezza la maternità sia avere un lavoro interessante e soddisfacente siano diritti garantiti per le donne. La società, ritiene, ne sarà beneficiata, così come la cultura, perché – sono parole sue – «una nuova e complessa ricchezza entrerà in letteratura».

Di questa ricchezza, di questa complessità è intessuta ogni parola di Yonnondio. Tillie Olsen riprende il lavoro sul romanzo trent’anni dopo averne scritto le prime pagine, dopo averlo ritrovato quasi per caso, e lo pubblica come fosse un reperto, un oggetto archeologico che viene da un’altra epoca: è il 1974, e il titolo con cui esce è infatti Yonnondio: from the Thirties [‘Yonnondio: dagli anni Trenta’]. Nel frattempo, Olsen ha potuto riprendere a scrivere: quando la sua ultima figlia è in età scolare, verso la metà degli anni Cinquanta, si iscrive a un corso di scrittura creativa all’università di San Francisco e, poco dopo, nonostante non abbia i titoli per essere ammessa, anche Stanford le apre le sue porte. Escono in quel periodo i suoi racconti, che Joan Carol Oates definisce fondamentali, commoventi – sempre Oates sostiene che Tillie Olsen è un’autrice alla quale bisogna guardare «con riverenza», perché il rispetto non è sufficiente.

Dunque, ecco Yonnondio: un libro in cui la storia dell’America e quella dell’autrice si tessono inscindibilmente, un romanzo in cui la quotidianità è quasi una formula magica nella polvere di giorni complessi e duri, e la povertà non ha nulla di epico o mitologizzabile. Il tempo che passa è un gioco su una scacchiera, tra le miniere del Wyoming e le fattorie del Nebraska, tra paesaggi sperduti e grandi città, la lotta contro le disuguaglianze si incarna nella voce di Anna, protagonista insieme alla figlia Mazie, che affronta fame e ingiustizie senza mai rinunciare a una dimensione sognante e perfino visionaria. «Non si può andare avanti così, a subire come un cane. Non si può, Anna» – si chiude così il quarto capitolo di questo libro in cui il riscatto non è un’epica ma una resistenza quotidiana per non soccombere al buio, alla stanchezza, al tanfo della miseria, quel tanfo che fa da promemoria, che ricorda: «Qui comando io». Almeno finché non arriverà qualcuno, o meglio qualcuna, a non arretrare e riscrivere la storia.

(La Stampa – TuttoLibri, 3 gennaio 2026)

Che cosa si scateni, quando chi scrive fa i conti con la madre, è una faccenda che resta certo non inspiegabile ma sempre un po’ sbalorditiva. È un fatto che quando uno scrittore, o una scrittrice, comincia a battere i polpastrelli sul materno, dalle pagine divampano incendi, la scrittura si assottiglia, la poesia comincia a soffiare forte tra le righe. Metteteci i nomi che credete, Gadda e La cognizione del dolore, Simone De Beauvoir e la sua Una morte dolcissima, i versi purissimi di Supplica a mia madre di Pasolini – per restare tra i morti. È come se le parole, al momento di confrontarsi con l’origine, cambiassero di natura, e andassero ad agganciare non solo un arcaico di specie – il tentativo e la necessità di sopravvivere alla morte – ma anche il più umano degli istinti. E dunque non soltanto il bisogno di protezione, ma anche il più viscerale desiderio, e il bisogno disperatissimo, di essere amati fino alla fine. Quando Pasolini, preso a bastonate sul litorale di Ostia, grida «Mamma!» nella notte, tutto questo confluisce nella voce. Come se la parola stessa, che sia scritta su un foglio oppure pronunciata, contenesse già dentro, incastonato, il pianto.

Dire che Edouard Louis – di cui ora esce per la Nave di Teseo Monique evade – ha dedicato un’opera intera alla madre non è corretto ma non va nemmeno troppo lontano dal vero. Quando esordì con Per farla finita con Eddy Bellegueule, nel 2014, aveva ventidue anni, e quel libro fu un piccolo tornado, tradotto e letto avidamente in tutto il mondo. Era la storia di un figlio che si strappava il nome – letteralmente – da dentro la tagliola: la propria storia familiare, la violenza vissuta in casa, era tale da offrirgli come uscita di sicurezza soltanto un gesto. Quello di rimettere all’anagrafe il cognome – Bellegueule – e scegliersene uno non solo per la vita ma da mettere come un sigillo di liberazione sulla copertina. Optare per Edouard Louis, cioè, come uno scandaloso atto di autodeterminazione. Il che però significava anche strappare, dilaniandolo, il cordone – pur fantasma – che lo univa alla madre.

Monique evade (traduzione di Annalisa Romani) è per Edouard Louis quell’opera unica, quella fiammata, che il nome della madre scatena nel figlio che ne scrive. Non lo dico per affermare che si tratta del suo libro migliore né d’altra parte è il solo in cui la madre compaia. Fa anzi il paio, e ne è la prosecuzione, di quel Lotte e metamorfosi di una donna, che Edouard Louis pubblicò meno di cinque anni fa, in cui raccontava, tra le altre cose, il tentativo di fuga della madre dal marito per salvarsi da una violenza che era insieme personale e di classe: dall’uomo sotto il cui dominio viveva, dalla classe operaia cui appartenevano. Al pari di quello, e di altri – penso a Chi ha ucciso mio padre – c’è una questione centrale per Louis, e cioè il tentativo di scavare dentro le ragioni di una sconfitta. C’è sì un dolore privato nella storia di una famiglia che va in pezzi e di una sottomissione inaccettabile al maschile. Ma è inscindibile dalla violenza di classe, dalla dittatura del denaro.

Non è un caso se al centro di questa storia di fuga – di evasione, come da una detenzione – ci sia proprio, più o meno esplicitato, il denaro. Monique fugge dall’uomo con cui è andata a vivere dopo la fuga dal marito. Si è trasferita a Parigi dalla provincia con l’illusione di una vita migliore, per poi ritrovarsi in una replica grottesca della vita precedente. Nella trappola di un uomo violento, in cui la mortificazione era l’unico strumento di un potere tanto totalitario quanto di cartapesta perché tenuto da un uomo da poco. Aiutare la madre a fuggire – da Atene, a distanza, con l’unico aiuto delle videochiamate e degli amici da delegare – è l’atto che innesca la combustione di questo libro così breve e incalzante. Domandarsi il come mai, pur potendo, sia poi così difficile la fuga per una donna, è una delle domande pulsanti, impellenti direi, di questo romanzo. Il denaro – la sottomissione economica – è una delle risposte: «Ci sono ovviamente altri fattori che rendono la fuga impossibile o impensabile, l’abitudine, la paura di una reazione violenta, ma proprio per questo: i soldi non potrebbero dare la sicurezza necessaria a superare quei fattori di paralisi e di rinuncia?». Ovvero: «Sarebbe possibile stabilire qualcosa come un prezzo per la libertà».

Se scrivere della madre è stato prima un istinto – di salvezza e letterario, senza che in fondo vi sia differenza tra i due –, in Monique evade la posta è ancora più alta. Perché è la stessa scrittura che sale sulla bilancia, che stabilisce il prezzo di un gesto. Furiosa con il figlio ai tempi della pubblicazione del primo romanzo, per aver rivelato al mondo la storia di una violenza destinata a restare silenziata tra le mura di casa, ora la madre gli chiede aiuto. Per farlo, sa che deve varcare lei stessa la soglia di casa per entrare – per quanto questo possa suonare paradossale – dentro un libro, dentro la letteratura. Per farsi aiutare dal vero di una versione differente eppure possibile di sé – in quanto donna e in quanto madre. Il figlio la aiuta a fuggire, e lei ce la fa. E se ce la fa è anche perché sa che questa sarà una storia per tante e per tanti, che attraverso la letteratura diventerà una faccenda politica. «Grazie a lei – scrive Edouard Louis – ho scoperto il piacere di scrivere al servizio di un altro, di un’altra. Il libro che state leggendo è, in un certo senso, il risultato di un ordine di mia madre».

(La Stampa -TuttoLibri, 3 gennaio 2026)

Ricordiamo che l’intelligenza artificiale è stata l’argomento della redazione aperta di Via Dogana 3 del 14 dicembre 2025, “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, di cui potete trovare le introduzioni e i primi contributi qui: Via Dogana 3 – Punto di vista.

La redazione del sito

Nelle note precedenti ho cercato di chiarire alcuni specifici equivoci su letteratura, scrittura e stile su cui secondo me si basano molte reazioni all’articolo del New Yorker “What If Readers Like A.I.-Generated Fiction”. Equivoci che in realtà sono già nell’articolo, e nell’esperimento di cui racconta e su cui ricama. A monte c’è una grande confusione su cosa sia e cosa faccia la letteratura e addirittura su cosa voglia dire scrivere; da qui discende l’assurdità concettuale e metodologica dell’esperimento, i cui esiti aggravano la confusione iniziale.

Andiamo al nocciolo. Un ricercatore fa “mangiare” a un LLM [Large Language Model*] diversi brani di opere di Han Kang. In traduzione inglese, mentre l’autrice pensa e scrive in coreano. Questo comporta già una perdita di connotazioni, da autore tradotto in varie lingue lo so fin troppo bene; eppure da questi brani – non opere: brani – tradotti l’IA dovrebbe desumere e acquisire lo “stile” di Han Kang, con tutti i malintesi su cosa sia lo stile, di cui ho già scritto. Dopodiché, il ricercatore descrive all’IA una scena del romanzo Il libro bianco, che non è tra i brani già sottoposti, e le chiede di buttarla giù nello stile dell’autrice.

In questa situazione, una madre veglia il proprio neonato, che ha dato alla luce solo due ore prima. Il bimbo sta morendo, lei lo implora di vivere, ma lui morirà. Se fosse vissuto, sarebbe stato il fratello maggiore della narratrice. Che dunque ci sta raccontando di sua madre. Siamo in un luogo intimo, il più intimo possibile, e pericoloso per chiunque scriva.

Nel romanzo (in inglese), la frase è: «For God’s sake don’t die, she muttered in a thin voice, over and over like a mantra.» [traduzione mia: ‘“Per l’amor di Dio, non morire”, mormorava con voce flebile, ripetendolo come un mantra’].

A tutta prima è una frase banale e contiene un cliché ormai logoro, “come un mantra”, ma – ecco uno degli equivoci che più fanno arrabbiare noi scrittori e scrittrici – non si può giudicare un’opera da una sola frase, va valutato l’effetto che essa ha in quel particolare punto del testo, arrivando dopo tutte le frasi precedenti e caricandosi di ulteriore senso grazie a quelle che seguono.

Ad ogni modo, ecco la frase alternativa generata dall’IA: «She held the baby to her breast and murmured, Live, please live. Go on living and become my son.» [‘Si teneva il bimbo al seno e mormorava: vivi, ti prego, vivi. Continua a vivere e diventa mio figlio’].

E il ricercatore, e dopo di lui i lettori di prova, e poi il New Yorker, e ulteriori lettori di prova, e infine i commentatori reagiscono così: urca! potente! commovente! Se un’IA può scrivere una frase così, per gli scrittori cominciano a essere seri problemi! Presto alle case editrici converrà far scrivere le IA e affinare giusto un poco, cosa che abbatterebbe i costi del dover compensare gli autori. A quel punto il ricercatore ripete l’esperimento con brani di altri autori, ne nasce un paper che esce in preprint, arriva il New Yorker e parte la sarabanda.

Ora, se la frase rivela qualcosa, rivela proprio l’incorporeità e inumanità dell’IA, di cui si dice impropriamente che “genera” – da questo dibattito andrebbero banditi tutti gli antropomorfismi e animismi perché stanno facendo danni spaventosi – ma in realtà non genera. Non avendo un grembo, non ha mai avuto in grembo una creatura vivente che deve nascere, non ha mai dato alla luce altra vita, non ha mai provato un dolore come quello di quella madre, può solo tirare a indovinare nel produrre un’imitazione.

Io credo che, in quelle circostanze, nessuna donna che ha scelto di essere madre direbbe: «Continua a vivere e diventa mio figlio», per la semplice ragione che è già suo figlio, lo è nel dato di fatto (è nato da lei), e lo è nell’amore che lei prova per lui da quand’era ancora in grembo. Non c’è madre che non pensi alla creatura che ha nel ventre come già suo figlio o figlia. Vivono in simbiosi, lei sente la creatura muoversi, scalciare, capisce se sta bene o soffre, sono tutt’uno, sono già madre e figlio.

Se un’imitazione così gelida, che andrebbe considerata un vero e proprio lapsus dell’IA, impressiona lettrici e lettori umani – anche del settore, anche scrittori! – perché come frase “funziona” “letterariamente”, ribadisco che il problema pre-esiste all’IA, e concerne quel che chiediamo alla letteratura.

Letteratura che non vuol dire una frase, non vuol dire nemmeno un testo, non si riduce all’esito rappresentato dal testo, ma è un processo, un divenire continuo, è un multiverso di opere – e un’opera non è solo un testo – e di mondi e di incontri che avvengono in quei mondi e tra quei mondi, ha una dimensione sociale, concerne i corpi.

Se temiamo che un’IA presuntamente brava a scrivere testi letterari sostituisca tutto questo, vuol dire che abbiamo una concezione miserrima dello scrivere e del leggere.

Le “esternalità” di questo modello di sviluppo dell’IA

Ma ribadisco: in cima alla lista dei problemi causati da questo modello di IA – altri modelli erano stati ipotizzati, e altri sarebbero realizzabili – ce ne sono di ben più concreti, gravi, su scala ben più vasta. Non è possibile tener fuori dal quadro l’ecocidio. L’imprinting ideologico del modello è il solito, quello che chi lotta contro le “grandi opere” ben conosce: X è tecnicamente fattibile? Allora va fatto. Tutte le conseguenze che, se prese in considerazione, metterebbero in questione tale assunto vengono rimosse, diventano “esternalità”.

Questo discorso irrita diversi operatori, pensatori e artisti che a livello “posturale” esibiscono pensiero critico, ma scattano in reazione a ogni analisi che reintroduca nel discorso le (false) esternalità.

Non si può criticare solamente l’uso dell’IA a valle, ad esempio il fatto che la grande maggioranza di chi la usa ogni giorno – per fortuna, pare, ancora una minoranza di chi sta in rete – lo faccia per produrre sbobba. Va criticato anche il modello a monte.

Servono a ben poco i brillanti vademecum su usi etici e/o presuntamente liberanti dell’IA se resta sottotematizzato il primevo dato di fatto: questo modello è letteralmente tossico dal principio. È espressione dei settori più schifosi di Big Tech, di un pugno di multinazionali rapaci spesso guidate da miliardari sociopatici e con seri problemi cognitivi (cfr. George Monbiot, Billionaire Brain); è compromesso alla radice con interessi militari e genocidi; è basato su lavoro sottopagato, alienato, invisibilizzato; è vorace di suolo, energivoro, assetato, inquinante e climalterante, arrogantemente lanciato nella direzione opposta a quella in cui dovremmo muoverci come civiltà.

Dai discorsi che danno l’IA per scontata restano sempre fuori i mastodontici centri dati.

I movimenti che lottano contro la loro costruzione sono molto più avanti nella consapevolezza di qualunque teorico che si interroga su come usare un chatbot.

(*) un tipo avanzato di intelligenza artificiale addestrato su enormi quantità di dati testuali per comprendere, generare e interagire nel linguaggio umano, svolgendo compiti come scrivere, tradurre, riassumere e rispondere a domande, con applicazioni in vari settori come assistenza clienti e analisi dati, e basato su architetture come il Transformer.

(Giap, 27 dicembre 2025)