Il primo di novembre di 17 fa moriva Alda Merini lasciando un incolmabile vuoto, quel “vuoto d’amore” a lei così caro da farne titolo di una silloge poetica tra le più intense.
Merini è andata in un tempo sconosciuto, in una nebulosa che sovrasta ogni possibile razionalità, ma la sua poesia, ancora oggi, continua a vivere e a volare nello spazio e nel tempo dove nessun limite o confine è dato se non quello segnato dalla nostra diversa, soggettiva sensibilità.
Oggi rileggo i suoi versi. Dentro di me avverto emozioni già provate ma, al tempo stesso, accompagnate da vibrazioni nuove.
Intercettare tra soffi anonimi di vento una voce che emerge dal tempo, dalle ceneri e dai fuochi d’una primigenia nostalgia che diviene presente e futuro, corpo-anima, spazio di libertà e di vita, è quanto misteriosamente accade al desiderio che muove la ricerca e la ri-lettura quando incontra l’oggetto/soggetto ricercato, sa riconoscerlo e viverlo.
Mi accade oggi – come ieri – di cercare parole che dicono anima, sofferenza, dolore e al contempo gioia, felicità, senso e possibilità di andare oltre le parole, oltre il loro necessario elegiaco per intuirne bagliori capaci di scardinare gabbie e salire sopra i cieli.
Così ho incontrato Alda Merini. Ho riconosciuto la “voce”. E oggi, con un suo libro in mano, tutto questo rivive. Rileggo i suoi versi ispirati e sorprendenti, folgoranti e rivelatori d’una vita sofferta fino allo spasimo, vissuta per lunghi anni negli interni desolati del manicomio dove la sera le urla dei dannati lambivano il cielo e dove la poeta concepiva parole che fuori dal manicomio avrebbero restituito in canto quel dolore acutissimo.
La prigionia, l’internamento nel “campo di concentramento”, paradossalmente, le avrebbero donato il volo poetico: uccello dal bianco ventre gentile, albatro volteggiante sui mari il cui viaggio verticale nessuno avrebbe potuto fermare né nessuno, malgrado abbiano tentato, avrebbe potuto tacitare quella carità di suono. Possiamo trovare un filo di congiunzione tra il mito e l’esperienza manicomiale della scrittrice, tra il suo inferno e la discesa agli inferi di Persefone.
Come Persefone, preda di un dio cupo e malefico, anche la poeta alterna il suo travaglio fra lunghi disperati internamenti e ritorni alla luce in un eterno contendere che è ricerca di sé attraverso lo scavo impietoso dell’anima. Merini discende agli inferi, il manicomio, per poi emergere ed esplodere nella luce di una poesia maturata nel buio, nutrita dal buio, ma proprio per questo più dirompente e sconvolgente.
Nella raccolta poetica La Terra Santa la denominazione biblica suona come metafora che ha il senso della dimensione psichica, dell’inevitabile associazione alla terra di reclusione, alle mura di Gerico che circondano la sua Palestina. Fuori dalle mura espone interamente se stessa, non si sottrae all’urto del reale, vive gli eccessi e le tenerezze delle passioni e con risolutezza dà voce al canto che tutto contiene: l’abisso e la vetta su cui sprofonda e s’innalza coi ginocchi piagati e la mente aguzzata dal mistero.
Questo scritto non va letto come atto esclusivamente commemorativo di una poeta la cui vita e la cui poesia hanno inciso la coscienza di quante/i hanno saputo leggerla, ma vuole essere un invito per quante/i non l’hanno incontrata o l’hanno incontrata poco, a leggere o a ri-leggere i suoi testi, soprattutto quelli della prima produzione. Questo suggerimento – per chi vorrà accoglierlo – viene dato perché, a mio parere, l’autenticità della sua parola poetica, quella che lascia tracce e mette in discussione la società, i suoi schemi e le sue convenzioni, appartiene alle prime opere in gran parte curate da Maria Corti e da pochi/e altri/e. La Merini che ho imparato a riconoscere è poeta dall’ispirazione estatica e libera che sostanzia la parola poetica su un vissuto di dolore riattraversato in senso salvifico per sé e sul coraggio della denuncia verso leggi e individui che volendo “normalizzare” la sua vita, l’hanno in realtà annientata. Ma Alda Merini, poeta dal canto ferito di così rara bellezza, ancora continuerà a cantare le sue canzoni d’amore e di rabbia.
(www.libreriadelledonne.it, 30 ottobre 2026)
È morta in questi giorni Maria Grazia Chinese di Rivolta Femminile, fotografa, autrice di La strada più lunga (1976), coautrice di È già politica (1977), entrambi “libretti verdi” di Rivolta Femminile reperibili presso la Libreria delle donne di Milano, nel cui archivio sono conservate alcune sue importanti fotografie di incontri femministi. Dayane Cecilia Alagna le ha dedicato questa immagine, che ha messo anche a nostra disposizione.
(La redazione del sito)

«È la seconda volta che mi chiama signor primo ministro. Io sono la signora prima ministra, dovrà farci l’abitudine!» Fatima Ezzahra El Mansouri replica così a un deputato durante un intervento in parlamento. La prima donna alla guida del governo marocchino si rivolge direttamente agli esponenti conservatori del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, con cui è aperto uno scontro sulle posizioni nei confronti delle donne. Nel suo discorso, El Mansouri contesta gli avversari di ignorare le difficoltà affrontate da molte donne marocchine. «Non sapevate che ci sono donne divorziate, donne vedove che lavorano», afferma richiamando le condizioni di chi deve provvedere alla propria famiglia. La premier critica poi l’idea di relegare le donne tra le mura domestiche e richiama il paragone con i lampadari utilizzato in passato dall’ex capo del governo Abdelilah Benkirane. «Volete che le figlie del Marocco siano dei lampadari che illuminano le case?» domanda ai deputati. Avvocata ed ex sindaca di Marrakech, El Mansouri è stata nominata premier da re Mohammed VI a settembre, dopo la vittoria elettorale del partito Autenticità e Modernità.
(Corriere della sera, 27 ottobre 2026)
Il cambiamento c’è già stato e non ha nulla a che fare con la violenza. È prima di tutto un cambiamento del simbolico, qualcosa di molto profondo che riguarda il significato e l’ordine delle cose sul terreno della vita e di ciò che è nella nostra testa.
Non è questione di numeri, di evidenza sociologica né di violenza. I giovanissimi e le giovanissime in questi giorni hanno rotto qualcosa di molto più grande delle vetrine: hanno mandato in mille pezzi la bolla irreale in cui da decenni si è trasformata la vecchia sfera pubblica, ciò che ha consentito di devastare la società, con il nostro consenso.
La bolla non si ripara. La repressione avrà i suoi capri espiatori ma è più che altro il sintomo di una irrisolvibile impotenza politica. Rassicura per qualche giorno chi spera di poter continuare a vivere nella bolla, ma di fatto conferma la radicalità dello spostamento. Non è un paradosso. Il richiamo all’ordine è sempre fondato sulla minaccia della violenza (la legalità non ha alcun valore nell’ordine simbolico della violenza). In questo le violenze si sommano e si legittimano reciprocamente, senza che nulla cambi.
Se le cose cambiano è proprio perché non è la violenza ad aver rotto la bolla e diradato le nebbie dell’ideologia. Questo è vero solo in superficie. Se il simbolico cambia è perché è emersa la forza di ciò che è reale, il bisogno di vita delle nuove generazioni che hanno capito – e lo mostrano – il furto di futuro (e il razzismo) di cui sono oggetto da decenni.
Se vediamo prima di tutto o solo la violenza è perché nel mondo che abbiamo costruito siamo proprio noi a non concepire altro modo di cambiare le cose se non con la violenza, perché sappiamo benissimo di quanta violenza è fatto il nostro mondo… La violenza è nella nostra testa, anche quando la condanniamo. Anzi, l’uso politico che facciamo della condanna della violenza mostra proprio quanto siamo sempre dentro l’ordine del discorso della violenza. Il fatto è che – non bisogna stancarsi di dirlo – non ci abbiamo mai davvero fatto i conti, perché non siamo mai andati alle sue radici patriarcali. La violenza di cui parliamo in questi giorni è lo specchio di ciò che siamo. Nulla di più.
Il reale che irrompe non è violento, quando non è segnato dal potere. È trasformativo. Il femminismo che chiamiamo radicale è radicale proprio per questo. Ha prodotto libertà femminile che cammina per il mondo con le proprie gambe e la propria testa. I giovanissimi forse non lo sanno (nessuno glielo dice), ma sono donne e uomini più liberi anche per questo.
Se lo capiranno – che il reale delle loro stesse vite è più forte della violenza – avranno strumenti molto più grandi per darsi il futuro che cercano. E sarà il futuro di tutte e tutti.
(Facebook, 26 ottobre 2026)
Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove.
Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare.
Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai.
Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale.
Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero.
Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio”, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva.
E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi.
Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza.
E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele.
Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche.
Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità.
(Pressenza, 24 ottobre 2026)
L’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva (Unfpa) ha pubblicato un rapporto basato sulle conversazioni avute con 230 donne palestinesi sfollate a Gaza, facendo luce sul fenomeno in gran parte trascurato della violenza sessuale e dell’oppressione di genere nei luoghi in cui vivono le persone che hanno perso la casa. Quello della violenza domestica è stato un tema ricorrente nelle discussioni di gruppo. Le donne hanno descritto abusi fisici ed emotivi da parte di mariti, figli, fratelli e suoceri. Hanno anche raccontato casi di sfruttamento sessuale, stupro da parte del coniuge, matrimoni precoci o forzati, abusi, limitazioni alla libertà di movimento, furto dei pacchi di aiuti e minacce di vedersi portare via i figli rimasti orfani del padre. Tutto questo avviene in luoghi sovraffollati dove non esiste praticamente alcuna forma di privacy. Il rapporto, scritto e pubblicato a settembre dall’Unfpa, non quantifica l’incidenza degli abusi nei campi per sfollati né fa una stima del numero di vittime. Si concentra piuttosto sul fenomeno, dando voce alle 230 donne che hanno partecipato. Non è basato su un campione rappresentativo e le minorenni non hanno partecipato; le donne coinvolte avevano tra i diciotto e i sessantatré anni. Secondo il rapporto, le donne sono particolarmente vulnerabili alle aggressioni di estranei nelle lunghe code per l’acqua, nei punti di distribuzione del cibo e degli aiuti e nei servizi igienici. Secondo le testimonianze, alcuni uomini approfittano delle file per strusciarsi contro le donne. Bagni e docce sono spesso condivisi tra famiglie non imparentate tra loro e lì sono stati documentati casi di molestie sessuali e perfino stupri. La ricerca sul campo e le interviste, realizzate tra dicembre 2025 e gennaio 2026 nell’ambito di sedici focus group, sono state condotte dal Women’s Affairs Center, un’organizzazione femminista indipendente fondata nel 1991 per supportare le donne e consolidare la loro condizione individuale e collettiva nella società palestinese. Le testimonianze e le riflessioni raccolte durante le conversazioni sono state analizzate dall’Acaps Middle East Analysis Hub, un’organizzazione specializzata nell’analisi di dati in situazioni di crisi umanitaria, con sede ad Amman.
A chi chiedere aiuto
Alle donne coinvolte non è stato chiesto di rivelare esperienze personali e a volte hanno usato un linguaggio indiretto o mitigato per descrivere le violenze. In cinque focus group le partecipanti hanno raccontato di essere venute a conoscenza di casi in cui i soldati israeliani hanno aggredito sessualmente le donne che attraversavano i checkpoint militari mentre fuggivano dai bombardamenti verso le aree designate come umanitarie. Gli autori del rapporto ipotizzano che le donne abbiano evitato di parlare delle violenze commesse dai combattenti palestinesi, sia esponenti di Hamas sia delle milizie appoggiate da Israele nella Striscia di Gaza, per timore di ritorsioni o di stigmatizzazione sociale. «I risultati non consentono dunque di trarre conclusioni sull’incidenza, o l’assenza, di violenze di genere compiute da soggetti armati palestinesi», afferma il rapporto. Le facilitatrici dei focus group, le partecipanti e gli autori del rapporto sono consapevoli che la violenza contro le donne non è un fenomeno nuovo. Ma dalle conversazioni emerge chiaramente un significativo aumento nella diffusione e nelle forme di violenza e oppressione da quando è iniziata la guerra. In tutti i gruppi le donne hanno raccontato di partner che non erano mai stati violenti e hanno cominciato a maltrattarle a causa dello stress provocato dalle perdite, dalla povertà e dallo sfollamento. In una discussione una donna dell’area di Gaza ha detto: «Mio marito non aveva mai alzato la voce contro di me prima della guerra. Ma da quando la nostra casa è stata bombardata e abbiamo perso tutto quello che avevamo è diventato irritabile e ora se la prende con me e con i bambini». Allo stesso tempo, osserva il rapporto, le donne non hanno alcun posto dove rifugiarsi e nessuno a cui chiedere aiuto. Lo sfollamento forzato ha scardinato le strutture di sostegno familiari e di comunità. Le istituzioni ufficiali che dovrebbero garantire protezione, come la polizia, i tribunali e gli uffici dei servizi sociali, non funzionano più: sono state bombardate, si trovano in aree sotto il controllo militare israeliano o sono difficili e costose da raggiungere a causa delle strade distrutte. Anche i meccanismi comunitari di soluzione delle controversie hanno perso la loro influenza. Secondo le testimonianze, oggi questi meccanismi tendono a salvaguardare la “pace familiare” piuttosto che mettere fine alla violenza. Inoltre, in questi anni Israele ha impedito di operare nella Striscia alle organizzazioni umanitarie internazionali con una consolidata esperienza di supporto psicologico alle donne.
Le più vulnerabili
Tutte le partecipanti hanno raccontato di essere state sfollate tra le due e le dieci volte, con una media di sette. Le discussioni si sono svolte nelle città di Gaza e Khan Yunis. Circa 1,1 milioni di persone sfollate, di cui 480mila donne e ragazze, vivono in queste due aree, in centinaia di insediamenti, nelle tendopoli o in edifici scolastici. Ci sono 428 insediamenti di questo tipo nella città di Gaza e 516 a Khan Yunis, che ospitano in totale più di 840mila sfollati. In circa il 40 per cento dei campi e degli insediamenti manca un organismo ufficiale responsabile dell’illuminazione, della manutenzione dei bagni e delle docce comuni e della sicurezza, a cui rivolgersi per lamentele o denunce. Nelle discussioni l’assenza di un organismo simile è stata associata a un forte senso di insicurezza. Le donne hanno spiegato che il matrimonio a Gaza può essere una possibilità di sopravvivenza, ma anche un mezzo di sfruttamento. Dai racconti emergono varie forme di matrimonio forzato: accordi tra famiglie senza il consenso della donna, vedove costrette a sposare il cognato e unioni tra una vittima di violenza sessuale e il suo stupratore, o un altro uomo. «Quando si scoprono casi di stupro in una scuola» usata come rifugio, «il giorno dopo in quella struttura si vedono matrimoni e festeggiamenti», ha raccontato una donna che vive a Khan Yunis. I matrimoni precoci e forzati non sono un fenomeno nuovo a Gaza. Nel 2019-2020 circa un quarto delle donne sposate di età compresa tra i venti e i quarantanove anni si era sposata prima di compiere diciotto anni. Tuttavia, il rapporto sottolinea che la diffusione dei matrimoni precoci era in calo. Dall’inizio della guerra, invece, sono aumentati i matrimoni di minorenni e le gravidanze tra le adolescenti. Le partecipanti hanno spiegato che il matrimonio precoce può essere incentivato dall’offerta di sacchi di farina o di una tenda in cambio di una sposa bambina. Hanno anche legato i matrimoni precoci alla distruzione delle scuole e al collasso del sistema educativo, nonostante i tentativi di garantire un’istruzione negli insediamenti per sfollati. Accade anche, al contrario, che i familiari si oppongano al matrimonio di una donna nubile che lavora per poter continuare a contare sul suo reddito. Le più vulnerabili allo sfruttamento economico o sessuale, alla limitazione dell’autonomia e ai maltrattamenti sono vedove, divorziate e separate, donne con disabilità e anziane. Secondo il rapporto, vedove e divorziate sono particolarmente esposte a forme di ricatto sessuale degli uomini che controllano l’accesso alle risorse essenziali, come acqua, assistenza sanitaria, farmaci e viveri.
Denunce di molestie sessuali nei centri per sfollati erano emerse anche durante le precedenti guerre di Israele a Gaza. Da quando nel 2023 è cominciato l’attuale conflitto, le ulteriori difficoltà che le donne sono costrette ad affrontare rispetto agli uomini sono state ampiamente documentate. Tra queste ci sono la necessità di restare coperte anche in situazioni di caldo estremo a causa della mancanza di spazi privati, di fare meno docce per timore di molestie, di evitare i servizi igienici di notte e di non trovare assorbenti. Anche nelle prime fasi della guerra si era parlato dell’aumento di matrimoni precoci e di gravidanze di adolescenti a causa degli stupri o delle scarse conoscenze in materia di salute sessuale. Eppure si è registrata una tendenza, o un’aspettativa, a non discutere questi fenomeni in modo approfondito né in pubblico né sui mezzi d’informazione. I promotori e le partecipanti alla ricerca sperano che questa situazione possa cambiare.
(Internazionale, 23 ottobre 2026)
Convegno in presenza e online Città Vicine e MAG Verona,Ostello degli Elefanti, via Etnea 28 Catania, 14-15 novembre 2026
Carissime e carissimi delle Città Vicine,
abbiamo pensato di organizzare il prossimo convegno delle Città Vicine a Catania, in presenza e online il 14 e 15 novembre, per parlare delle nostre attività, delle nostre esperienze, del nostro pensiero e degli orizzonti che potremo allargare. Abbiamo una lunga esperienza alle spalle ma forse dobbiamo riflettere su quanto siamo o non siamo riuscite/i nelle nostre città a incidere e a cosa possiamo pensare di nuovo per un salto di qualità della nostra azione politica.
In questo ultimo anno abbiamo potuto apprezzare e anche partecipare a pratiche ed esperienze trasformative collegate, per la peculiarità espressivo-artistica del loro linguaggio, al campo dell’arte visiva e concettuale e che con i loro contenuti e significati hanno risvegliato nel profondo sensibilità sopite e suscitato risonanza e partecipazione in varie città d’Italia e del mondo.
Ci riferiamo al movimento degli stupendi arazzi della pace realizzati dalle molteplici realtà di donne in Italia che da oltre un anno danno vita alle manifestazioni della rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, promosse dalla Biblioteca delle donne dell’UDI di Palermo, dalle donne delle Comunità Cristiane di Base di Pinerolo e dalle donne di Caltanissetta. Ci riferiamo, altresì, alla missione della Global Sumud Flotilla, al senso di umanità bellezza e creatività politica messo in essere dalle centinaia di donne e uomini componenti gli equipaggi di mare e di terra. Le variopinte e provvisorie navi delle spedizioni, accompagnate nei porti di partenza da migliaia di donne e uomini, hanno solcato il mare per raggiungere Gaza e superare il blocco israeliano con il loro carico di farmaci, beni di prima necessità, di pace, solidarietà e amore. Carico destinato alle donne agli uomini e ai bambini e bambine palestinesi. Idee e azioni queste che risentono e riflettono anche la creatività e l’unicità del pacifismo attivo nella storia delle donne, impegnate a scongiurare e fermare le guerre con linguaggi, forme e strumenti attinenti alla sacralità della quotidianità, della convivenza, della natura, della bellezza, dell’arte, della vita.
In questi anni abbiamo visto affermarsi parole come cittadinanza attiva e democrazia partecipata. Ma la riflessione di Lia Cigarini,che ci è stata vicina nel cammino percorso dalle Città Vicine e ci ha spinto sempre verso una “pratica politica originale”, ci aiuta, ancora oggi, a coglierne il limite quando queste formule chiedono alle donne semplicemente di partecipare a forme politiche già date, costruite su una pretesa neutralità che troppo spesso assume la misura maschile come universale. Di come le donne, che hanno scelto di stare dentro quelle formule politiche e amministrano le città, ne hanno cambiato o no la forma e con quali pratiche, discuteremo con donne sagge che con noi dialogano da tempo.
La questione politica è trarre beneficio, sempre, dal riconoscere la natura costituente delle pratiche delle donne: partire da sé, dalla relazione, dall’esperienza, dai corpi, dai desideri e dal lavoro quotidiano per creare libertà e trasformare il modo stesso di vivere insieme. È una lezione che sentiamo viva nel pensiero di Luisa Muraro, nella centralità che ha dato alla parola, alla relazione e alla libertà femminile, e nella sua capacità di riconoscere autorità a ciò che nasce dall’esperienza e dalla relazione tra donne.
Da qui, come abbiamo sempre fatto, possiamo guardare alla città con occhi diversi. Elena Granata ci invita a pensare la città come spazio di condivisione, biodiversità sociale, riuso, immaginazione e incontro. Un’idea di città non mercificata ma viva, che sa valorizzare ciò che già esiste e trasformarlo in possibilità di relazione e di vita comune.
Le pratiche delle donne ci hanno insegnato cosa significa abitare: prendersi cura delle persone e dei luoghi, creare cultura, difendere uno spazio, costruire relazioni, contrastare la violenza, custodire ciò che è fragile. Sono pratiche che producono comunità e, quindi, producono città. Possiamo noi agire con il nostro sapere nelle città in cui tutto è governato dal guadagno e dove corpi e storia hanno perso ogni significato? Noi crediamo ancora di sì. Ed è qui che la riflessione di Simone Weil sul radicamento diventa per noi particolarmente preziosa. L’essere umano ha bisogno di luoghi, memoria, relazioni, cultura, responsabilità: di un ambiente capace di nutrire l’anima. Lo sradicamento, prodotto dalla perdita dei legami, dalla mercificazione della vita e dalla forza esercitata sui più fragili, genera solitudine e impoverimento umano.
La città può allora essere pensata come un luogo di appartenenza nel quale la bellezza, la cultura, la memoria e le relazioni costituiscono qualcosa di fragile e prezioso da custodire. Salvare la città significa salvare qualcosa che appartiene alla civiltà e che nessuno dovrebbe avere il diritto di distruggere.
Ripartiamo da tutto questo per affinare la nostra pratica politica in città, per riflettere sulle attività che già facciamo, per produrre pensiero, dando parola a ciò che viviamo. Mettiamo in relazione le nostre esperienze per aprire nuovi spazi, nuovi orizzonti.
Ci incontriamo a Catania il 14 e 15 novembre per ritrovarci, con passione e fiducia, per dare maggior senso alle nostre pratiche.
Sabato 14 novembre ore 17-20 e domenica 15 novembre ore 10-13
Per info: tel. 045-8100279; info@magverona.it
Per la connessione online https://us06web.zoom.us/j/81911007992
ID riunione: 819 1100 7992; Codice d’accesso: 544323
(https://magverona.it/2026/09/le-citta-vicine-oggi-attivita-pensiero-orizzonti-convegno-2026/)
Intervista con il Care Collective, fondato a Londra nel 2017 e composto da attivisti e accademici. «Dopo sei anni dalla prima edizione del nostro libro, crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra interdipendenza come esseri viventi»
Sei anni dopo la prima uscita, il Care Collective ripubblica per Verso, con una nuova e aggiornata prefazione, The Care Manifesto. The Politics of Interdepence (Alegre ha tradotto Il Manifesto della cura nel 2020, ndr). Abbiamo incontrato il Care Collective per discuterne.
In prefazione scrivete che sei anni fa i «discorsi sulla cura» avevano fatto irruzione per la pandemia. Definite quei mesi un «tempo di transizione» in cui ci è sembrato possibile costruire un mondo nuovo (relazioni, consumi, eccetera). Vi sembra che oggi si possa parlare di una «transizione permanente», visti i conflitti, la crisi climatica, i superpoteri dell’AI? Che cosa è andato storto e che cosa non abbiamo appreso?
In quel momento i discorsi sulla cura portavano con sé un senso di speranza: allora abbiamo assistito, finalmente, al riconoscimento del lavoro essenziale, quello riproduttivo, e sono nati spontaneamente sistemi di mutuo soccorso. I governi, in un batter d’occhio, hanno mostrato di poter prendere decisioni radicali, cambiando priorità. La morte ci ha messo di fronte a una verità per noi fondamentale: si può fare politica diversamente. In effetti, si dovrebbe farlo. Oggi c’è meno speranza, paradossalmente: i governi hanno volontariamente soppresso ogni lavorare politicamente sulla cura, criminalizzando il dissenso e spargendo retoriche anti-migratorie. Musk, poi, ha apertamente attaccato la cura perché questione eccessivamente “empatica”. A questo aggiungiamo anche l’estrattivismo, la capacità delle destre estreme di mobilitare paure collettive, l’atomizzazione dei rapporti.
Usate l’espressione “care justice” (una giustizia della cura). Non gratitudine, ma giustizia. È questa una combinazione potenzialmente rivoluzionaria perché fa della cura il nucleo di un paradigma politico ed economico e la assimila a un’equa distribuzione delle risorse e ad altri concetti trasformativi. Ci spiegate quel che intendete precisamente?
È una citazione dal saggio Clap for Carers di Helen Wood e Beverley Skegg (2020). Nel Regno Unito, durante il picco della pandemia, la gente stava sulla porta ad applaudire gli operatori del servizio sanitario nazionale, mostrando di apprezzare il coraggio profuso nel salvare vite mettendo a rischio le proprie. Skegg e Wood sostengono che questi gesti, queste immagini, vadano supportati materialmente: non si può applaudire e poi tagliare i fondi per la sanità pubblica e gli asili. Non servono gesti ma infrastrutture. Puntare sulla “care justice” significa investire sulle strutture pubbliche anziché sui profitti privati.
La nuova prefazione riporta esperienze in cui la nozione di cura universale ha ispirato musei, esperimenti di “gaming”, produzioni teatrali (nel Regno Unito e oltre). Ce ne parlate? Pensate che risultati elettorali quelli di New York e Berlino indichino che il tema possa arrivare a guidare le campagne?
Siamo coinvolte in un progetto finanziato dall’Europa – “Youth Care for Change” – che usa il Manifesto della cura come base per formare gruppi di giovani nell’area mediterranea coinvolgendoli in agende pubbliche della cura. Il Promiscuous Care Study è stato creato dalla Willem De Kooning Academy in Olanda, per sostenere anche artisti e curatori nell’applicazione dei concetti del Manifesto. La cultura è centrale e purtroppo le destre lo hanno capito bene: negli ultimi dieci anni hanno riempito la rete di contenuti d’odio e ideologie. Sicuramente, a sinistra serve impegno nel tradurre i desideri di cura in programmi politici. Siamo sia ottimisti che pessimisti. Risultati come quello di Mamdani e le vittorie dei socialisti fanno ben sperare. In più emergono i verdi e alcune varianti dentro la sinistra, come Sheinbaum e Burnham. Tuttavia, questi successi vanno letti in un quadro globale, in cui alcuni degli uomini più ricchi al mondo supportano apertamente agende politiche di stampo fascista.
Vi hanno criticati perché la vostra idea di cura sarebbe troppo ampia – salute, bambini, anziani, consumi, animali, ambiente – e tale ampiezza farebbe perdere di vista le singole battaglie per i diritti. Come rispondete?
Il punto non è creare competizione fra le battaglie ma trasformare la cura in un paradigma politico. Per questo puntiamo sulla centralità del supporto pubblico nella facilitazione del lavoro di cura, a iniziare da casa, trasporti, formazione e pensando a tutte le risorse utili per i caregiver. La logica dei profitti contrasta questo progetto: è proprio questa logica, non a caso, ad averci guidati dritti in un’atmosfera distopica da fine del mondo. Seguiamo la scia di pensatrici come Judith Butler, Joan Tronto, Naomi Klein che hanno insistito sulla centralità della cura per la vita democratica.
Nel testo, c’è una chiamata di fondo un po’ in stile «donne/caregiver di tutto il mondo, unitevi!» – quando descrivete l’importanza di uno sguardo globale sulle politiche della cura. Visione opposta a quella di Musk, che addita la cura come principale debolezza della civiltà occidentale. Quale forma dovrebbe avere una rivoluzione?
Crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra ineluttabile interdipendenza come esseri viventi. Rispetto alla prima edizione, siamo sempre più consapevoli del fatto che è proprio il desiderio di una prosperità condivisa tra esseri umani e non umani a essere strumentalizzata e trasformata in un’arma da figure mostruose come Musk. La cura per il destino dell’umanità è presentata come un’idiozia morale: non serve commentare. Il suo monito contro quella che chiama “empatia suicida” appare ancora più assurdo se consideriamo ciò che viene proposto in alternativa: odio e divisione. I nuovi plutocrati non si limitano a sfruttare impunemente chiunque e qualsiasi cosa: sono diventati deliberatamente antiumani. La posta in gioco si è alzata: per continuare a lottare per la cura, dovremo guardare ai nostri progressi insieme alle perdite, alle caratteristiche del momento che viviamo e alla crescita di nuove fonti di potere: questa è la strada da seguire, senza paura.
(il manifesto, 22 ottobre 2026)
Il rovesciamento delle cause e degli effetti è da sempre un caposaldo del discorso sulla violenza politica (e impolitica, e prepolitica). In una intera giornata di lettura dei giornali e di ascolto della tv non ho mai, mai una volta (due eccezioni: Massimo Cacciari e Daniele Vicari), sentito nominare la guerra, il riarmo e la catastrofe climatica (qualcuno balbetta qualcosa al massimo sull’inflazione e sul costo della vita) fra i fattori violenti e generatori di violenza del nostro tempo. Tanto meno le politiche repressive dei governi (in Italia siamo all’ottavo decreto sicurezza). O il disfacimento dell’Unione europea, per vent’anni spacciata come faro luminoso del romanzo di formazione della “generazione Erasmus” e seguenti. La violenza sociale non nasce mai dal nulla, nasce sempre come risposta alla violenza di Stato – politica, economica, ormai anche militare – e all’occlusione delle prospettive di futuro. Sorprende piuttosto la sorpresa di fronte all’esplosione di quello che sta esplodendo. Ma davvero qualcuno pensava che tutto, dal caro-vita al caro-benzina al caro-casa al disfacimento della scuola, dalla militarizzazione dell’Europa al genocidio di Gaza, dal caldo assassino dell’estate scorsa alla cappa inquinata che sovrasta le città, potesse passare liscio? Davvero qualcuno pensa che il contrasto stridente fra ricchezza sfacciata e impoverimento progressivo potesse non accendere la miccia degli espropri nei salotti del lusso? o non provocare la rivolta di chi ha in mano la produzione del cibo che (ancora) ci sfama? Davvero qualcuno pensava che tutto questo potesse restare compresso e represso, o esprimersi in forme educate e perbene? E davvero qualcuno si stupisce che un dibattito pubblico degenerato a livelli mai visti nella storia della Repubblica potesse non generare forme di violenza giovanile muta, senza articolazione linguistica e politica? Luisa Muraro chiamava, senza ombra di denigrazione o disprezzo, “corpo sociale selvaggio” quello che vive, e talvolta esplode, ai margini o al di fuori dalla sintesi sociale. Faremmo bene, d’ora in poi, a cercare di decodificarne con un po’ di umiltà il vocabolario della rivolta.
(Facebook, 20 ottobre 2026)
Intervista alla filosofa e attivista catalana, il 24 a Perugia ospite del festival «Kum!». «Oggi, fenomeni come la polarizzazione, il linciaggio pubblico e l’ostilità, attirano la nostra attenzione»
Per Marina Garcés il pensiero comincia quando prende posizione nel mondo. Intellettuale, attivista catalana e docente di Filosofia morale e politica all’Università di Girona, nei suoi numerosi saggi ha intrecciato la riflessione teorica con esperienze di ricerca condivisa. Dal 2002 ha animato Espai en Blanc, laboratorio collettivo nato a Barcellona; partecipa al progetto di Xamfrà, nel quartiere del Raval, dove il programma radiofonico L’amic imaginari ha fatto delle storie di amicizia un terreno di conversazione e indagine comune.
Garcés sarà tra le ospiti della decima edizione di Kum! (Palazzo dei Priori di Perugia, 24 ottobre, ore 14:30) con una lectio sul rapporto tra adulazione e violenza, dalle antiche pratiche di corte ai social network e all’“adulazione programmata” dei chatbot.
Si era già soffermata sul concetto di “sycophancy”, l’adulazione servile, in relazione alla servitù volontaria. Ora ne ripercorre le radici storiche fino alla intelligenza artificiale. Che cosa ci dice l’adulazione sulle nuove forme della servitù e del potere nell’ambiente algoritmico? E quale peso ha, nella violenza del presente, la progressiva scomparsa dell’alterità?
Ci troviamo in un momento in cui fenomeni come la polarizzazione, il linciaggio pubblico e l’ostilità attirano particolarmente la nostra attenzione. Si tratta di aspetti di una violenza sociale generalizzata, radicata in comportamenti sia intimi che istituzionali. Nel frattempo, però, nelle nostre vite si è infiltrato un agente gentile, una voce che ci tratta bene, che ci valorizza partendo dalle nostre domande, dai nostri interessi o dalle nostre preoccupazioni. Si tratta delle chat basate sull’intelligenza artificiale che, a livello di singolo utente, abbiamo tutti sui nostri dispositivi digitali, pronte per ogni tipo di utilizzo. In esse troviamo ascolto, risposta, gratitudine e, soprattutto, riconoscimento.
Tuttavia, ne parliamo poco, o solo quando emergono comportamenti patologici, come la dipendenza, la tendenza al suicidio o il delirio. Possiamo fermarci a riflettere “prima” della patologia, per cercare di capire cosa accade attraverso l’integrazione quotidiana dell’adulazione algoritmica? La questione mi interessa perché ci colloca nel filone della riflessione filosofica e politica sull’adulazione come elemento centrale nelle relazioni di sottomissione al potere attraverso i giochi che ruotano attorno alla verità.
Nel suo saggio “Comprensión y reparación” (2019) riconosce alla elaborazione femminista il merito di aver posto la vulnerabilità e l’interdipendenza al centro della cura, ma introduce uno spostamento: siamo vulnerabili e possiamo essere feriti, tuttavia siamo anche capaci di ferire. Perché una filosofia della cura deve necessariamente affrontare anche la nostra capacità di fare del male?
Tutta la riflessione sulla vulnerabilità si è orientata verso la prospettiva della vittima. Ciò comporta il rischio, molto evidente ai nostri giorni, di trasformare la vittimizzazione in un argomento di forza. È un paradosso, ma non una contraddizione. La mia argomentazione non si inserisce in una tensione tra istanze di colpa, poiché l’attribuzione di colpa è l’altra faccia della vittimizzazione. Mi interessa piuttosto concepirci come soggetti delle nostre stesse azioni, sia nella loro dimensione attiva che passiva. Si tratta di restituirci la capacità di creare e agire, di decidere e valutare.
Non siamo solo corpi colpiti e reattivi, la reazione diventa facilmente reazionaria. Quello che dobbiamo riuscire a pensare è quali azioni, pur causando danno, facciano parte di un antagonismo emancipatorio e quali siano, semplicemente, reazioni imprigionate dal dolore.
In questa sua riflessione critica lei si domanda se, di fronte a una società che produce continuamente nuove vulnerabilità e nuove ferite, la cura rischi di ridursi a una sorta di “riparazione palliativa”. Come possiamo “prenderci cura” senza limitarci ad aggiustare i danni prodotti dalle stesse condizioni sociali che continuiamo a riprodurre?
L’espressione “prendersi cura” ha molti significati, ma sembra che ne abbiamo ridotto il senso a un’azione riparatrice o protettiva, volta ad attenuare gli effetti di un danno precedente. Tuttavia, prendersi cura significa anche coltivare (prendersi cura della terra), allevare (prendersi cura dei più piccoli), mantenersi in salute, anticipare qualcosa. Le relazioni legate alla cura sono molteplici e si muovono liberamente nel tempo e nello spazio, tra ciò che è già accaduto e ciò che deve ancora avvenire.
È un concetto relazionale che ci invita a guardare a noi stessi attraverso i legami con altre presenze, umane o non umane, passate o future. Non credo che dobbiamo concentrare tutta la nostra riflessione sull’azione e sul possibile nella cura, perché il nostro potere di esistere ha un repertorio di espressioni molto più ampio. Ma mi interessa e mi sta a cuore che, in un mondo che fa del male, non facciamo della cura una scusa per il ripiegamento su noi stessi.
In “Il nuovo illuminismo radicale” (2017, Nutrimenti 2019) parlava di una “condizione postuma” segnata dall’impotenza: «sappiamo tutto, ma non possiamo nulla». Oggi, di fronte all’avanzata delle destre, dei fanatismi e delle teorie del complotto, quella diagnosi sembra acquistare nuova forza. Eppure, in “Il tempo della promessa” (2023, Castelvecchi 2024), cerca di sottrarre il futuro tanto al progresso quanto alla catastrofe. Che cosa può ancora fare una promessa?
Per me, la forza di una promessa non è quella di garantire un futuro, bensì quella di creare un impegno nel presente. Le promesse non sono progetti con una clausola assicurativa o con una sezione dedicata alla gestione dei rischi. Tutto il contrario: se qualcosa merita di essere promesso è perché ci impegna con coloro che sono disposti ad accogliere come valida quella promessa. Dire questo in tempi di banalizzazione e mercificazione del linguaggio della promessa può sembrare ingenuo o illusorio. Eppure, se il marketing politico e commerciale si appropria di questo linguaggio è perché ne conosce il potere. Lo hanno compreso anche i grandi discorsi religiosi e politici ed è per questo che tutta la civiltà occidentale si è fondata sul monopolio della promessa da parte di Dio e dello Stato. Quello che esploro sono le possibilità di una promessa emancipatrice che, lontano dai monopoli della promessa dei poteri sovrani, ci permetta di darci la parola tra pari.
In “Occupare la speranza” (2018, Castelvecchi 2024) racconta la sua esperienza nei movimenti sociali di Barcellona, dalle occupazioni alle lotte contro la speculazione e per il diritto all’abitare, e si interroga sull’emergere di un “noi” attraverso la difesa dei quartieri. Che cosa vuol dire, soprattutto oggi, abitare una città e quale importanza ha una pratica politica capace di produrre quel “noi” di una vita in comune?
Penso che oggi ci sia poca differenza tra vivere in città o in altri contesti, rurali o suburbani. Le emergenze climatiche, abitative ed economiche che si abbattono sulle nostre vite raggiungono tutti i luoghi allo stesso modo, anche se assumono forme e intensità diverse.
Le disuguaglianze non hanno tanto a che fare con l’ambiente quanto con le condizioni materiali, culturali e giuridiche che separano quartieri, territori e persone. La questione del “noi” si complica quindi, poiché vi è un “tutti” colpito dalle emergenze che non si traduce in un “noi” politico. C’è una distanza, un divario, che si manifesta a scatti.
Ora possono essere gli sfrattati in Spagna, gli studenti in Francia, i migranti a Ceuta, eccetera. Ma come andare oltre questa logica dell’emergenza e dell’irruzione? Questa è la grande difficoltà del nostro tempo, poiché fa sì che il collettivo, che prende corpo in questi fenomeni, sia ben lontano dal poter sostenere una vita in comune.
Nel volume “La passione degli estranei. Una filosofia dell’amicizia”, disponibile dal 23 ottobre, si sofferma sull’incontro con gli altri, che bisogna reinventare continuamente. In che modo questo «legame senza garanzie» può opporsi al consumismo delle relazioni?
L’amicizia è sempre stata sullo sfondo delle mie riflessioni sul comune e nel cuore delle mie esperienze collettive. Non mi riferisco all’amicizia privata, ma all’amicizia come condizione affettiva e politica di un tipo di legami reciproci che non dipendono né dall’istituzione né dalla strumentalizzazione. In La passione degli estranei (Castelvecchi, traduzione dal catalano di Stefano Puddu Crespellani, ndr) affronto questo tipo di relazione come qualcosa che non passa attraverso il riconoscimento né attraverso l’identificazione, ma attraverso l’estraniamento.
Da Enkidu, l’amico di Gilgamesh nel poema mesopotamico, fino al nostro più recente E.T., l’extraterrestre, l’apprendimento dell’amicizia è quello di quegli incontri che ci fanno uscire dai contorni del nostro mondo conosciuto e alterano profondamente ciò che sapevamo delle nostre vite. In questo senso, il libro è anche un avvertimento rispetto alla nuova romanticizzazione dell’amicizia perfetta, che sta entrando con forza, soprattutto tra i più giovani.
(il manifesto, 18 ottobre 2026)
“L’incontro” di Fabrizio Galatea, oggi alla Festa del Cinema di Roma, in sala il 15 dicembre. Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nella sparatoria con il brigatista Walter Alasia nel ’76, si confronta con Franco Bonisoli, dirigente delle Br
Se avesse voluto solo spiegarci cosa sia la giustizia riparativa, Fabrizio Galatea – allievo di Luca Ronconi, e varie opere come autore e regista alle spalle – avrebbe potuto accontentarsi di scrivere e dirigere un documentario che si limitasse a descriverla attraverso qualche testimonianza. Ma del resto cosa sia la giustizia riparativa ormai potremmo dire di saperlo, tutto sommato: una forma di giustizia – integrativa, e non alternativa o tantomeno sostitutiva, rispetto a quella ordinaria – che considera il reato non come la semplice violazione di una norma penale, ma come un’esperienza di ingiustizia che produce una frattura, procura una ferita. Lo scopo è provare a riparare la frattura, a curare la ferita, offrendo ad autori e vittime quello che il processo, per come è strutturato, non può offrire: uno spazio, un tempo, per guardarsi negli occhi, per parlare o anche per non dirsi niente, ma in ogni caso per cercare di restituire un senso a quanto accaduto.
Per cercare di trovarlo insieme, questo senso, attraverso la condivisione delle memorie, delle verità di ognuno. Non si tratta di disconoscere le sentenze dei tribunali, ma di aprirsi alla costruzione di una responsabilità più ampia, attraverso lo scongelamento delle fissità implicate dai ruoli processuali. Si tratta, anche, di cercare di uscire dagli angoli nei quali il dolore rischia di inchiodarci: vuoi quando lo abbiamo subìto, vuoi quando lo abbiamo inflitto.
Tuttoquesto più o meno lo sappiamo. Non tanto perché ormai dal 2022 esiste una legge da cui finalmente la giustizia riparativa è stata istituzionalizzata, dopo tanti anni in cui era diffusa solo come pratica sociale. Quanto perché, appunto, è una forma di giustizia che da molti anni viveva già nella realtà e che sempre più vi trova applicazione. Ne leggiamo anche nelle cronache. Allora: non che un film puramente descrittivo sarebbe stato inutile, sarebbe eccessivo pensarlo. Ma non sarebbe stato importante e bello come invece lo è L’incontro.
Quello di Galatea è molto più di un film sulla giustizia riparativa intesa quale modello solo teorico, in primo luogo perché riesce a mostrarcela inscrivendola dentro uno dei nodi cruciali della nostra Storia, rappresentato dalla lotta armata fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Sotto questo aspetto può essere considerato, se si vuole, anche come una specie di trasposizione cinematografica di quel libro memorabile che è Il libro dell’incontro, pubblicato nel 2015 a cura di Adolfo Ceretti, Guido Bertagna e Claudia Mazzucato: frutto di un lavoro di anni, durante i quali i suoi curatori, a partire dal 2009, avevano promosso in gran segreto una serie di incontri fra vittime e responsabili della lotta armata italiana. Ed era la prima volta che qualcuno ne concepisse anche solo la possibilità.
Ma la Storia siamo noi, sempre, e qui assume la concretezza corporea di Giorgio Bazzega e Franco Bonisoli: entrambi avevano partecipato all’esperienza del Libro dell’incontro, e sono loro oggi i protagonisti del film. Giorgio Bazzega: figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nel 1976 da Walter Alasia, ventenne militante delle Brigate Rosse, nel corso di una sparatoria nella quale erano morti anche un altro poliziotto e lo stesso Alasia. Franco Bonisoli: delle Brigate Rosse era stato uno dei principali dirigenti; presente in via Fani, il giorno del rapimento di Moro, era stato fra coloro che avevano ucciso. È definita anche “giustizia dell’incontro”, la giustizia riparativa, e qui l’incontro è proprio il loro. Tutto il film ruota intorno ai loro volti, ai loro sguardi, alle loro parole, ai loro silenzi. D’accordo, accanto a Bazzega e Bonisoli scorrono i volti e le parole anche di altre persone, di un’intera comunità di riferimento: gli stessi Ceretti, Bertagna e Mazzucato; la madre di Giorgio, Luciana Santangelo; il fratello di Walter Alasia, Oscar, e Giuseppe Culicchia, il cugino; Manlio Milani, che aveva perso la moglie Livia in piazza della Loggia, a Brescia; Gherardo Colombo, Federica Brunelli. Ma è intorno a Bazzega e Bonisoli che tutto si tiene, è su di loro che tutto precipita. I loro sentimenti dell’inizio, le loro solitudini di rabbia e sofferenza, si trasformano a mano a mano in qualcos’altro: in un riconoscimento reciproco, in un dolore meno distruttivo e più elaborato, quasi pacificato, sia verso di sé che verso gli altri.
È un movimentocircolare: da un lato la giustizia riparativa si lascia comprendere meglio, attraverso un racconto che le conferisce concretezza; dall’altro, riusciamo a capire bene che un incontro fra due destini così apparentemente incommensurabili, come quello che Galatea ricostruisce, non sarebbe stato possibile senza un modello che lo ispirasse e lo sorreggesse.
L’incontro non pretende di elargire lezioni, ed è un film morale proprio per questo: perché rivela da sé una possibile salvezza. Nella restituzione agli altri, anche ai nostri “nemici”, di un diritto alla visibilità; nella scommessa fiduciaria che l’affermazione di un principio di dialogo e di apertura sia sempre possibile, a patto di voler immaginarlo.
(il manifesto 16 ottobre 2026)
Un anno fa il marchio di cosmetici Elemis ha annunciato che avrebbe cominciato a fare pubblicità attraverso la scuderia di Formula 1 Aston Martin. La Elemis è nota soprattutto per un prodotto definito un balsamo detergente, dalla consistenza grassa e pastosa che serve a rimuovere il trucco. La Aston Martin, dal canto suo, è famosa soprattutto per essere la peggiore scuderia di Formula 1 e per appartenere al miliardario canadese Lawrence Stroll, che si ostina a voler schierare tra i piloti della squadra anche suo figlio, Lance Stroll, che finisce contro il muro praticamente in ogni gara.
Quando la Elemis e la Aston Martin hanno cominciato a “lavorare insieme”, come si usa dire oggi se un’azienda acquista spazi pubblicitari da un’altra, l’annuncio è stato fatto in pompa magna. Rivolgendosi ai propri follower su LinkedIn (in gran parte donne), la Elemis ha proclamato: «Elemis è il primo marchio in assoluto a diventare partner ufficiale per la cura della pelle della scuderia Aston Martin Aramco di Formula 1. Ora che le donne rappresentano il 40 per cento del pubblico della Formula 1, siamo orgogliosi di contribuire a valorizzare un pubblico sempre più diversificato e a promuovere l’inclusività in un settore nuovo».
La cosmetica ha una caratteristica sempre più rara nel capitalismo moderno: margini di profitto che possono arrivare al 90 per cento per cento
Ci sarebbe molto da dire. La disinvolta citazione dello sponsor principale della scuderia, l’azienda petrolifera statale saudita Aramco, è di per sé sconcertante, visto che in Arabia Saudita fino al 2018 alle donne era vietato guidare. Ma la ciliegina sulla torta è la pretesa che la pubblicità della Elemis possa contribuire alla mia “emancipazione” e “inclusione” in quanto donna appassionata di Formula 1.
Ho ripensato al connubio Aston Martin-Aramco-Elemis la settimana scorsa, quando sono entrata in un negozio di una nota catena di profumerie a Copenaghen. Appena varcata la soglia, sono stata investita da un frastuono assordante. Ero circondata da bambine. Erano tutte molto carine, ridevano e chiacchieravano tra loro. Ma erano, inequivocabilmente, bambine. Il mercato dei prodotti per la cura della pelle e dei cosmetici destinati alle preadolescenti tra gli otto e i dodici anni vale attualmente circa 3,8 miliardi di dollari, ma secondo le previsioni di società di analisi come la Market Intel è destinato a raggiungere gli 8,1 miliardi entro il 2034. I negozi di prodotti di bellezza sono ormai diventati negozi di giocattoli.
Non è un caso. Il settore della cosmetica ha una caratteristica sempre più rara nell’attuale fase del capitalismo moderno: margini di profitto che possono arrivare fino al 90 per cento. Con i televisori, per esempio, non si va oltre il 30 per cento. Questo perché produrre cosmetici costa pochissimo e i consumatori sono disposti a pagarli a caro prezzo. In fondo si tratta di acqua, polveri o sostanze grasse colorate. Basta confezionarli in un bel contenitore di plastica, di un colore accattivante e metterli nelle mani di un’influencer o di un personaggio famoso. In poche parole, vendere il mascara a una bambina di nove anni rende più che venderle dei Lego.
Perfino artiste affermate sembrano non trovare nulla di problematico nel mettersi al suo servizio. Icone della generazione millennial come l’attrice Emma Watson, la modella e scrittrice Emily Ratajkowski e la cantante Dua Lipa sono note per le loro posizioni femministe, i loro club del libro e le loro acute riflessioni sulle difficoltà che affrontano le ragazze. Emma Watson è il volto dei profumi Prada, Emily Ratajkowski dei prodotti per capelli Kérastase e Dua Lipa è l’ambasciatrice globale del make-up (che cosa vorrà mai dire?) di Yves Saint Laurent. Lipa ha anche collaborato con l’azienda di cosmetici Augustinus Bader alla creazione di una crema che «rassoda la pelle e ne migliora l’elasticità, contrastando le linee sottili, le rughe e le discromie visibili, per una pelle che si mantiene giovane a lungo».
Anche le attrici che si dichiarano apertamente “sostenitrici delle donne nel mondo dell’arte” non rinunciano a incassare la loro quota: Cate Blanchett (profumi Giorgio Armani), Natalie Portman e Charlize Theron (Dior). Perfino la politica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha partecipato a un video per Vogue in cui mostrava la sua routine di bellezza. In apertura dichiara: «La femminilità è potere». È difficile capire cosa significhi esattamente, ma il messaggio che ci leggo io è che, in qualche modo, le donne a cui non interessa essere femminili e belle sono meno meritevoli di avere potere.
Quando mi dicono che la pubblicità di un balsamo detergente su un’auto da corsa contribuisce alla mia emancipazione, so che si tratta di un’affermazione grottesca. Le bambine però non lo sanno. A luglio la scrittrice Alexandra Brodsky ha scritto nella sua newsletter su Substack: «Mi manca tanto l’internet femminista. Negli anni Dieci davo per scontato quel vivace ecosistema di pubblicazioni femministe indipendenti. Insieme riuscivamo a raggiungere tantissime persone. Ora tutto questo non esiste più». Sono cresciuta con Brodsky. Scriveva per il sito feministing.com, che si occupava di cultura e politica da una prospettiva femminista. È grazie a siti come quello se so che L’Oréal non è mia amica, che la Clinique non mi vuole bene e che un illuminante non farà emergere la “luce che ho dentro”.
Naturalmente noi ragazze della generazione millennial non siamo state risparmiate dalle ansie legate all’aspetto fisico, ma molte di noi hanno sviluppato un sano scetticismo, una vena sarcastica che ci ha fatto almeno un po’ da scudo. Guardando le ragazzine in quel negozio non ho visto alcuna traccia di questo distacco ironico. I messaggi pubblicitari richiamano concetti cari alle femministe: «Decidi tu chi essere!», «Siamo tutti belli!». Ma i prodotti raccontavano un’altra storia: nascondono i pori, attenuano le rughe, donano luminosità.
A causa del cosiddetto effetto cocktail, le preadolescenti corrono un rischio maggiore che le sostanze nei cosmetici per la pelle luminosa provochino alterazioni ormonali a lungo termine. Un recente test condotto in Scandinavia ha dimostrato che un terzo dei prodotti di bellezza commercializzati specificamente per bambine e bambini non è sicuro per la loro salute.
Mentre ero in quel negozio, ho provato una tristezza esistenziale così profonda da togliermi il fiato. Quelle bambine avevano instaurato un rapporto intimo con aziende che le stavano avvelenando, in senso tanto letterale quanto figurato.
Nonostante tutto il parlare di cultura woke, è difficile non concludere che, sotto molti aspetti, oggi per una ragazza crescere è diventato ancora più difficile. La pubblicità si è insinuata in ogni aspetto della vita delle giovani, sentirsi “forti” è diventato sinonimo di sentirsi “belle” e siamo sottoposte a un assalto incessante d’immagini che propongono un unico modello estetico come il solo accettabile. E non c’è più alcun argine. I mezzi d’informazione femministi indipendenti hanno chiuso e sono stati sostituiti da singole voci come la mia, che usano piattaforme finanziate proprio dalla pubblicità che cercano di criticare, lanciando messaggi nel vuoto. Vedere artiste che ammiro equiparare con tanta naturalezza la bellezza al valore di una persona mi sembra una resa totale, niente più integrità, niente più speranza. È una farsa.
La pubblicità dei cosmetici ha un unico scopo: alimentare sentimenti d’inadeguatezza e la sensazione che manchi qualcosa nelle persone, soprattutto nelle donne. Sfruttare in questo modo la propria fama e l’ammirazione del pubblico è inquietante, e l’avidità che sta alla base di tutto questo meriterebbe disprezzo e condanna. Oggi non si coglie nemmeno la valenza politica del fatto che un’artista come Dua Lipa dica ai milioni di sue giovani fan che le discromie della pelle e le rughe sottili sono imperfezioni da “combattere”.
Nel mondo dei motori, come nella maggior parte degli sport di élite, le donne sono sottorappresentate, sottopagate, sottovalutate e via dicendo. Ma quelle due ore che io e il 40 per cento di pubblico femminile dedicavamo alla Formula 1 ogni due fine settimana fino a poco tempo fa erano uno dei rari momenti in cui potevamo divertirci senza che, almeno per un breve istante della nostra vita, qualcuno ci dicesse che eravamo brutte.
(Internazionale, 16 ottobre 2026)
Anche quest’anno Donald Trump ha visto il premio Nobel per la pace sfuggirgli di mano. E, dalla sua prospettiva, il peggio è che gliel’ha soffiato Navanethem “Navi” Pillay, ottantacinque anni, che rappresenta tutto ciò che lui respinge. Dopo una lunga carriera come avvocata e giudice in Sudafrica, suo paese d’origine, e successivamente ai vertici delle istituzioni giudiziarie internazionali, la magistrata simboleggia la contrapposizione tra il diritto internazionale e il ricorso alla forza.
Il 9 ottobre il comitato norvegese per il Nobel ha reso omaggio a una donna che, «con coraggio e integrità eccezionali, ha aperto la strada a un ordinamento giuridico più solido». È stata premiata per «l’impegno a favore della pace e del diritto internazionale», in un momento storico in cui «i giudici e le istituzioni del diritto internazionale sono sotto attacco».
In un comunicato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è rallegrato del riconoscimento a «una paladina del diritto internazionale e dei diritti umani, e una voce decisa e indipendente in alcuni dei procedimenti giudiziari internazionali più importanti della nostra storia».
«Se applaudite ancora un po’, dividerò il premio con Trump!», ha scherzato Pillay nel ricevere la notizia. Al momento dell’annuncio «stava partecipando a una conferenza nell’aula 600 del tribunale di Norimberga», la stessa dove ottant’anni prima erano stati processati i gerarchi nazisti dopo la seconda guerra mondiale, racconta Cécile Aptel, che si trovava con lei. Aptel era consigliera di Pillay quando guidava l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (2008-2014). «Non sapeva neanche di essere candidata», dice commentando il premio.
Come si vede in un video sui social media, in un discorso improvvisato Pillay ha ricordato: «L’ultima cosa che ho fatto è stato il rapporto su Gaza in cui si dice che quello che sta avvenendo è un genocidio». Il 16 settembre 2025 una commissione d’inchiesta, da lei presieduta, dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva presentato un rapporto esplosivo. «È chiaro», aveva detto la magistrata, «che esiste un’intenzione di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che corrispondono ai criteri stabiliti dalla Convenzione» sul genocidio.
Se esistesse «un premio per le menzogne e l’odio», sarebbe lei a vincerlo, ha fatto sapere il 9 ottobre il ministero degli esteri israeliano, secondo cui «il comitato del Nobel ha premiato la più grande menzogna del ventunesimo secolo. Joseph Goebbels (1897-1945) starà sicuramente applaudendo dall’inferno». Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito Pillay “fanatica”, aggiungendo che “demonizza gli ebrei”.
Di tutt’altro tenore la reazione del ministero degli esteri palestinese, che ha accolto con favore la scelta: «Nel corso della sua brillante carriera, ha cercato la verità e difeso i diritti degli oppressi in Sudafrica e in tutto il mondo, compresa la Palestina, con integrità, coraggio e onore».
Arrivano le sanzioni
Mentre da Mosca a Washington, da Tel Aviv a Teheran, da Al Fashir, in Sudan, a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, il diritto internazionale è calpestato e le sue istituzioni subiscono numerosi attacchi, il Nobel rappresenta tutto quello che l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu vorrebbero “smantellare”. Figura molto nota in questo ambiente, Pillay rivendica il suo essere un’“universalista”.
Dall’inizio del 2025 tredici giudici e procuratori della Corte penale internazionale (Cpi) sono stati colpiti dalle sanzioni statunitensi. Poche ore dopo l’annuncio del Nobel, il segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che Washington aveva deciso nuove sanzioni direttamente contro la Cpi, il tribunale in cui Pillay ha prestato servizio come giudice dal 2003 al 2008. È la prima volta che succede, prima era stati sanzionati solo i singoli giudici.
Da mesi l’amministrazione Trump chiede l’annullamento dei mandati d’arresto emessi dalla Cpi nel novembre 2024 nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della difesa, Yoav Gallant.
E Washington non è da sola in questo attacco alla Cpi: l’8 ottobre la Russia ha chiesto l’estradizione di nove giudici della corte e dell’ex procuratore Karim Khan. Alla fine del dicembre 2025 erano stati condannati in contumacia da un tribunale di Mosca a pene comprese fra i tre e i quindici anni di reclusione, di cui sei anni in una colonia penale per Khan.
Dall’apartheid al Ruanda
L’impegno di Navanethem Pillay è emerso fin dall’inizio della sua carriera professionale. «Ha fatto un percorso straordinario dimostrando un coraggio eccezionale», dice Aptel. «Era una giovane povera di una famiglia indiana della provincia del KwaZulu-Natal, diventata avvocata nel Sudafrica dell’apartheid e arrivata a presiedere una commissione d’inchiesta su una questione estremamente delicata. Oggi dedica il suo premio alle vittime e ai sopravvissuti».
Nata nel 1941 a Durban, in una famiglia tamil, Pillay riuscì a frequentare l’università grazie al sostegno della comunità indiana, che contribuì a pagarle gli studi. Ai tempi dell’apartheid gli indiani erano considerati appena un gradino sopra i neri e i coloured, ma erano comunque sottoposti al rigido regime di “sviluppo separato” imposto dai nazionalisti afrikaner al potere. Luoghi di residenza, professioni, spostamenti, accesso alle spiagge, ai ristoranti e ai trasporti: tutto era regolamentato.
Pillay s’inserisce anche nella tradizione di grandi giuristi che hanno portato avanti la lotta contro l’apartheid, come Nelson Mandela. Nel 1952 lui e Oliver Tambo furono i primi sudafricani neri ad aprire uno studio legale.
Dopo la laurea, nel 1965, aprì il suo studio da avvocata. «Non avevo scelta», ha raccontato alla Bbc nel 2008. «Nessuno voleva assumermi. Dicevano che era impensabile che i dipendenti bianchi ricevessero ordini da una persona non bianca». In quegli anni difese gli attivisti antiapartheid arrestati dal governo, denunciò le conseguenze della tortura e dell’isolamento dei prigionieri politici e ottenne condizioni migliori per quelli che erano reclusi a Robben Island, tra cui Nelson Mandela. Dopo l’avvento della democrazia e l’elezione di Mandela a presidente nel 1994, diventò la prima donna non bianca a far parte dell’alta corte del Sudafrica.
Nel 1996 Pillay fu nominata al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini commessi durante il genocidio dei tutsi, che nel 1994 aveva causato circa un milione di morti. Fu fra i tre magistrati che il 2 settembre 1998 pronunciarono la prima condanna per genocidio emessa da un tribunale internazionale nei confronti di Jean-Paul Akayesu, che all’epoca del genocidio era sindaco di Taba, un comune del Ruanda centrale. Successivamente Pillay ha presieduto per quattro anni il tribunale internazionale sul Ruanda. Oggi è giudice in un procedimento avviato dal Gambia davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig), il massimo organo giudiziario dell’Onu, contro la Birmania, accusata di violare la Convenzione sul genocidio prendendo di mira la minoranza rohingya.
L’assegnazione del premio Nobel per la pace a questa autorevole giudice internazionale è stata accolta con favore dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il cui paese è stato ripetutamente attaccato dall’amministrazione Trump da quando, nel dicembre 2023, ha presentato un ricorso contro Israele davanti alla Cig, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio. «Il riconoscimento che le viene conferito ci ricorda la necessità di costruire una società in cui ognuno, indipendentemente dalla sua condizione, possa sviluppare le proprie capacità e contribuire pienamente alla vita del nostro paese e del mondo», ha detto Ramaphosa.
(Internazionale, 16 ottobre 2026)
L’Argentina simbolo della “marea verde”, diventata un punto di riferimento internazionale dopo avere legalizzato l’aborto fino alla quattordicesima settimana di gravidanza, oggi è il laboratorio di una reazione conservatrice che vuole ridimensionare i diritti ottenuti dai movimenti femministi.
Sotto il governo del presidente Javier Milei, il diritto all’aborto è oggetto di continui attacchi. I programmi statali per la tutela della salute riproduttiva, come l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole e le iniziative per prevenire le gravidanze tra le adolescenti sono depotenziati o sono stati smantellati. Il Paese considerato un’avanguardia per le politiche sulla giustizia riproduttiva è diventato il terreno in cui la destra e i movimenti anti-scelta si organizzano «di fronte alla perdita dei loro privilegi», afferma Valeria Alejandra Lazarte, attivista per il diritto all’aborto a Santiago del Estero.
Al pari di altri governiin America Latina, Milei sta portando avanti una “battaglia culturale” contro la cosiddetta “ideologia gender” in cui rientrano anche i diritti sessuali e riproduttivi. Il presidente è contrario all’aborto che ha definito «un omicidio aggravato dal vincolo familiare». Ad agosto ha affermato che «quella passione per assassinare bambini» sta facendo calare le nascite, nonostante i dati non dimostrino tale correlazione. Nello stesso mese, tramite il ministro degli Esteri Pablo Quirno, l’esecutivo ha firmato la Dichiarazione del Consenso di Ginevra, iniziativa internazionale che nega il diritto all’aborto e che considera la famiglia naturale l’unità fondamentale della società.
Il governo nazionale ha smesso di acquistare, e distribuire alle province, il misoprostolo e il mifepristone, i farmaci raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’aborto farmacologico. «Non può abrogare la legge sull’aborto, sostenuta da gran parte della popolazione, così adotta strategie silenziose come definanziare. Nella fase di impoverimento che stiamo vivendo, in cui i governi delle province non hanno molte disponibilità economiche, farlo non è affatto una cosa da poco», dice Mercedes Krause, sociologa e ricercatrice presso la facoltà di Scienze sociali dell’Università di Buenos Aires. Come parte del progetto “Mirar”, Krause studia le barriere nell’accesso alla IVG [interruzione volontaria di gravidanza, ndr]. «Rispetto al passato, la situazione è molto più eterogenea e sono aumentate le disuguaglianze tra i territori», prosegue. La possibilità di abortire dipende dalle scelte dei governi provinciali, ma non tutti hanno le risorse e l’esperienza necessaria per riempire i vuoti lasciati dall’alto. O la volontà politica di farlo, soprattutto nei casi delle province conservatrici in cui ha un peso maggiore «la componente ideologica e religiosa», conclude Krause.
Le conseguenzedella mancanza di medicinali ricadono sulle pazienti che vengono spesso informate dell’obbligo di acquistarli privatamente. I costi variano e la combinazione di misoprostolo e mifepristone può arrivare fino a 300mila pesos argentini (circa 170 euro). Il ritiro dello Stato rispetto al suo ruolo di garante del diritto alla salute sta trasformando l’accesso all’aborto in un processo condizionato anche dalle disponibilità delle singole persone, aggravando le disuguaglianze socioeconomiche. Nel rapporto El costo de la retirada, Amnesty International spiega come questo clima di tensione si rifletta sul personale sanitario non obiettore di coscienza che si trova in una situazione segnata da sovraccarico lavorativo e forte stress. «Con l’insediamento di Milei sono cambiati il governo provinciale e la direzione dell’ospedale, passata a un pediatra contrario all’aborto. Da quel momento è iniziata una sorta di caccia alle streghe», racconta Carolina Comaleras, ostetrica e attivista femminista. Ha dedicato la sua professione ad accompagnare chi vuole interrompere la gravidanza e per oltre vent’anni ha lavorato in un ospedale pubblico di Paraná, nella provincia di Entre Ríos, dove era riuscita ad aprire un ambulatorio dedicato all’aborto.
Sotto il governo di destra, il clima è cambiato: «Il nuovo direttore ha detto che non avrebbe più comprato farmaci per praticare aborti e il suo approccio ha cominciato a prendere piede. Anche molte colleghe condividevano questa posizione ed è stato sempre più evidente un atteggiamento discriminatorio. La sensazione era come se “loro”, le nuove persone della dirigenza, fossero arrivate per mettere in ordine», spiega Comaleras.
Con Milei non sono stati più elaborati rapporti istituzionali sull’accesso all’IVG e i documenti realizzati in precedenza sono stati rimossi dai database del ministero della Salute. Sono le organizzazioni femministe a vigilare sull’applicazione della legge, anche realizzando richieste di accesso alle informazioni e avviando cause penali quando il diritto viene negato. Il loro lavoro ha permesso di portare all’attenzione un protocollo di sostegno alle donne in gravidanza in situazioni di difficoltà avviato dall’amministrazione di Buenos Aires, sotto la gestione del sindaco di destra Jorge Macri, insieme al ministero cittadino dello Sviluppo umano guidato dal pastore evangelico Gabriel Mraida. L’iniziativa ha permesso a organizzazioni evangeliche, cattoliche e a gruppi religiosi anti-scelta di penetrare all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, come i consultori.
«La loro argomentazione è che il protocollo rappresenta un’opportunità per comunicare alle donne che si rivolgono ai centri di assistenza sanitaria primaria [il livello base del sistema sanitario argentino, ndr] i diversi diritti cui possono accedere quando si trovano in una situazione di vulnerabilità», spiegano Gabriela Mitidieri e Lucia de la Vega del Centro de Estudios Legales y Sociales. «Il problema è che l’unico diritto di cui si parla è portare avanti la gravidanza. Inoltre il protocollo non offre garanzie sulla tutela dei dati personali. Abbiamo raccolto evidenze che queste informazioni sono usate per ostacolare l’accesso all’aborto».
Come nel caso di Alejandra Iriarte, avvocata della Red de Abogadas Feministas. Dopo avere avviato alcune procedure burocratiche per interrompere la gravidanza e avere inserito i suoi dati personali su un modulo online legato al ministero della Salute, ha iniziato a ricevere insistentemente chiamate da persone che sostenevano di lavorare in un centro per la salute delle donne di Buenos Aires. Usavano un linguaggio amichevole e sui loro profili online adottavano i colori verde e viola che in Argentina sono associati al movimento femminista. In realtà era un’organizzazione anti-scelta.
Questi gruppisi presentano come un servizio di accompagnamento, ma hanno l’obiettivo di dissuadere la donna dall’abortire: spesso danno un appuntamento per un’ecografia nel quale fanno ascoltare il battito cardiaco e mostrano un’immagine dell’embrione. «Si sta costruendo un’agenda anti-femminista», dice Iriarte che ha denunciato quanto le è accaduto. «Ma noi abbiamo ancora la capacità di reagire e unirci. Continuiamo a esigere che i nostri diritti siano garantiti».
Questo reportage è stato realizzato con il sostegno della International Women’s Media Foundation (IWMF) nell’ambito della sua iniziativa Diritti riproduttivi, salute e giustizia nelle Americhe.
(il manifesto, 14 ottobre 2026)
Il mare intorno a noi della scienziata e madre dell’ambientalismo era uscito la prima volta negli Stati uniti nel 1951. Ora esce per Aboca con la traduzione di Isabella C. Blum che restituisce la musicalità della scrittura e il senso di meraviglia del libro
Il mare intorno a noi
Rachel Carson, trad. di Isabella C. Blum, Aboca
Ci sono libri che invecchiano e altri che il tempo rende più urgenti. Il mare intorno a noi (Aboca, pp. 310, euro 28, trad. di Isabella C. Blum) di Rachel Carson, uscito negli Stati Uniti nel 1951 e subito diventato un caso letterario oltre che un documentario premiato con l’Oscar nel ’53, appartiene alla seconda categoria. Oggi questo capolavoro del nature writing torna in libreria in una nuova edizione e soprattutto con una nuova, magnifica traduzione. Blum restituisce la musicalità di una scrittura avvolgente e cesellata, che sa unire il rigore della scienziata al talento immaginifico della scrittrice.
La modernità di Rachel Carson sta infatti prima di tutto nello stile. Le sue pagine accompagnano il lettore dalle origini del pianeta alla formazione degli oceani, dalle maree alle correnti, dalle isole che nascono alle profondità senza luce, ma nulla assomiglia al manuale accademico. La scienza qui diventa meraviglia. Il libro sorprende anche per i contenuti. Settantacinque anni fa Carson descriveva già l’oceano come supremo «regolatore del clima e stabilizzatore delle temperature», con un’intuizione che oggi è al centro di ogni modello climatico. Lo raccontava vastissimo e insondabile. Soprattutto, lo pensava come unico: esiste un solo mare, in cui tutto è collegato. Questa visione di un sistema in cui nulla è isolato è il fondamento stesso dell’ecologia moderna. Carson riprende gli antichi Greci, per i quali tutto ritorna nell’acqua, perché Oceanus è come un fiume-mare, «simile al flusso incessante del tempo». «Il mare è ovunque intorno a noi. Le rotte di scambio fra tutte le terre devono attraversarlo. I venti che soffiano sui continenti sono stati cullati sulle sue vaste distese e sempre cercano di farvi ritorno», scrive Carson.
L’oceanoè insieme origine e destino, il «vasto grembo» da cui la vita è emersa. Per questo è paradossale – scriveva – che oggi sia minacciato proprio dalle attività di una delle sue creature, l’uomo. Carson non si fa illusioni consolatorie: l’oceano continuerà a esistere, ma «a essere minacciata è piuttosto la vita stessa». Vincitore del National Book Award Il mare intorno a noi fa parte di una ideale «trilogia del mare» insieme con La vita che brilla sulla riva del mare (’55) e Storie delle profondità del mare (’41), oggi tutti ripubblicati da Aboca. È un testo premonitore e pionieristico.
Vi si parla già di riscaldamento delle acque e di innalzamento del livello del mare, con largo anticipo sul dibattito pubblico e un decennio prima di Primavera silenziosa, il libro che avrebbe fatto di Carson la madre dell’ambientalismo. Nata in Pennsylvania nel 1907, era stata prima di tutto una biologa marina e una divulgatrice scientifica. Dopo la laurea in zoologia, aveva il suo lavoro all’ente federale per la pesca e la fauna selvatica per dedicarsi alla scrittura. Quanto al documentario The Sea Around Us tratto dal libro, Carson lo detestava. Aveva ceduto i diritti, ma quando lesse la sceneggiatura trovò molti errori scientifici e fu irritata dal tono sensazionalistico, lontano dalla precisione e dal senso di meraviglia del libro. A conferma di quanto la sua prosa sia difficile da tradurre in immagini.
(il manifesto, 15 ottobre 2026)
«La mia natura è resistere/ E non mi importa di perdere/ Quello che mi serve adesso è vivere». Il ritornello de La rappresentante di lista traduce il senso della solidarietà a Lea Melandri a cui è stato negato il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli. Il rilancio della richiesta di una solidarietà concreta a questa interprete rivoluzionaria del femminismo si spiega con una ragione: le permetterà di curarsi per continuare a lavorare politicamente per la liberazione a ottancinque anni e oltre. È profonda questa idea di lavoro. Lea stessa ci ha dato gli strumenti per interpretarla. Nei corsi delle 150 ore, lavorando con le casalinghe, Melandri ha contribuito a svelare il valore del lavoro di cura invisibile. La sua riflessione ha offerto al nostro discorso politico un’idea decisiva: rendere visibile l’invisibilizzato, restituire l’incalcolabile senza sottoporlo a una misura capitalistica. Parliamo di un’altra forma del valore che non si misura con il salario, la prestazione o il merito.
È una singolare produzione che alimenta le relazioni, l’apprendimento e la maturazione negli sfruttati che soffrono per le potenzialità rimosse e nelle oppresse dal dominio patriarcale, eteronormato o razzista. Ciò che Lea chiama «l’umano alla sua radice» andrebbe fatto risuonare indipendentemente dalla posizione occupata nella scala del dolore.
Ci vuole coraggio per parlare di sé, a partire dalla propria condizione materiale. Nella sua nuova battaglia Lea ha posto esplicitamente il problema dei diritti fondamentali e delle cure da finanziare. In tutta evidenza sta parlando con chi non ha accesso pubblico alle cure e non ha risorse per pagare il privato. Si parla di chi, pur avendo lavorato una vita, versa la pensione per pagare l’affitto e le spese e non arriva a fine mese. E si dice qualcosa che non rientra negli schemi e, anzi, viene stigmatizzato: la domanda di giustizia non ha età, va oltre i ruoli, e rivendica una vita senza condizioni. È a questo principio che vorremmo fosse ispirata un’idea, oggi tanto chiacchierata, di riforma di uno Stato sociale a pezzi. Non è una questione di costi e benefici, ma di esistenza.
Simone de Beauvoir scriveva nelle ultime pagine di uno dei suoi libri più belli sulla vecchiaia: «Contrariamente a quanto sostengono i moralisti, bisogna conservare nella “grande età” passioni forti come l’amore, l’amicizia, l’indignazione». C’è una parola che restituisce l’intensità di queste passioni: progetto. Il progetto della liberazione femminista: è la storia di Lea. «È tutto un sistema che è in discussione – scrive De Beauvoir – la rivendicazione non può che essere radicale: cambiare la vita». Questa esigenza discende dal Sessantotto, in cui Lea è fiorita. Oggi ci parla: bisogna rifare la vita, tutte le relazioni tra amore e violenza, e in particolare quella dell’uomo con la donna. Un altro esempio preso da De Beauvoir. Il titolo italiano del suo libro resta: La terza età. Cominciare dal dare un nome alla propria condizione è già un atto di liberazione. Anche per questo ringraziamo Lea e il pensiero femminista.
(il manifesto, 10 ottobre 2026)
Che cosa accade quando storie custodite dalle donne, saperi manuali e pratiche di cura a lungo giudicati minori diventano il centro del racconto? Nella 61ª Esposizione, In Minor Keys, concepita da Koyo Kouoh, la prevalenza della creatività femminile dà rilievo a questa domanda, con un’ampia presenza di artiste e artisti dell’Africa e di aree a lungo marginalizzate dai circuiti egemoni dell’arte. La seguo anche in altre mostre veneziane, accostando opere che attraversano terra e corpi, fili e archivi, voci e suoni.
La lettura segue tre assi: materia vivente, ambiente e rigenerazione organica; dimensione tattile delle pratiche artigianali e della manualità; geopolitica e critica della modernità egemone. Ma sono direttrici intrecciate: un materiale organico può legare terra, pratica artigianale e denuncia politica. Si tratta perciò di una lettura parziale che segue le dissonanze e le libere interconnessioni della rassegna, come in un ensemble musicale.

fig. 1: María Magdalena Campos-Pons, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026
Il percorso si apre nel padiglione centrale dei Giardini con Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison (fig. 1) di María Magdalena Campos-Pons che traduce il protagonismo femminile in una genealogia simbolica. Otto pannelli ritraggono tra rami fioriti la curatrice e la scrittrice, prime donne nere, rispettivamente, a curare la Biennale e a ricevere il Nobel per la letteratura; sette sculture di magnolie e un paesaggio sonoro immersivo completano l’omaggio a un’eredità che cresce attraverso chi la raccoglie.
Il rapporto tra esseri umani e cicli della terra si manifesta già all’esterno del Padiglione Centrale dei Giardini, dove Otobong Nkanga accoglie il pubblico rivestendo le colonne con blocchi d’argilla e vasi da cui crescono piante rampicanti, tra vetri di Murano e formelle in ceramica. All’Arsenale, invece, Dedication II di Uriel Orlow esplora su schermi LCD la vita nascosta della natura e i suoi fragili legami.

fig. 2 Vera Tamari, Tale of a Tree, 2002
Il rapporto con il mondo vegetale assume una precisa valenza storica e politica ai Giardini, in Tale of a Tree (fig. 2) di Vera Tamari: seicento piccoli ulivi d’argilla, davanti alla fotografia di un esemplare secolare, evocano il radicamento nella terra palestinese, dove la continuità del paesaggio, della cultura, della memoria è parte della resistenza di una comunità.
Sempre ai Giardini, l’intreccio fra paesaggio, memoria e appartenenza si carica della storia della schiavitù nelle sculture di Adebunmi Gbadebo: l’argilla rossa prelevata dalle fosse comuni di una piantagione della Carolina del Sud viene impastata con ciocche di capelli, riportando nella materia la storia degli antenati ridotti in schiavitù.

fig. 3 Marcia Kure, Roadkill II, da Network V, 2026
Il corpo femminile nero è invece sottoposto alle pressioni economiche e ai modelli estetici contemporanei nelle opere Network V: Roadkill I-IV (fig. 3) dell’artista nigeriana Marcia Kure: busti di manichini, giacche e parrucche di capelli sintetici diventano corpi insieme costruiti e svuotati.

fig. 4 Wangechi Mutu, SimbiSiren, 2026
In entrambe le sedi, Wangechi Mutu espande il nesso tra corpo femminile, natura e spiritualità. All’Arsenale, il bronzo SimbiSiren (fig. 4) fonde donna, animale e creatura acquatica, richiamando uno spirito delle acque della tradizione Kongo che mette in rapporto vivi e antenati; ai Giardini, l’installazione The End, Where All began, EdEN reimmagina il Giardino dell’Eden da una prospettiva ecofemminista e diasporica, attraverso la cosmologia del popolo Kikuyu del Kenya.
La figura materna come origine condivisa e il suo legame con i cicli naturali trovano un’ulteriore declinazione al Salone Verde, fuori dalla Biennale, nella mostra Matriclysm: An Archaeology of Connections Lost dell’artista e musicista Jewel. All’esterno ci accoglie First Mother, un’imponente figura di donna incinta inginocchiata, rivestita di juta ed elementi organici che ne trasformano la superficie nel tempo: rende omaggio alla madre mitocondriale, antenata comune dell’umanità in linea materna. Nelle sale, dipinti, arazzi e sfere di vetro intrecciano mito, scienza e autorità femminile alla vulnerabilità ambientale così che in Heart of the Ocean, dati oceanici in tempo reale diventano luce e suono, dando voce al mare in un ciclo che culmina nella rappresentazione del riscaldamento delle acque.
In entrambe le sedi della Biennale ricami, stoffe, miniature e assemblaggi danno forma a linguaggi nei quali la ricerca artistica si nutre di saperi artigianali e memorie familiari. Portare questi saperi nello spazio della mostra significa anche riconoscere il valore di chi li ha custoditi e trasmessi e mettere in discussione le gerarchie che hanno separato l’arte dalle pratiche domestiche e artigianali.

fig. 5 Alice Maher e Rachel Fallon, The Map, 2021
All’Arsenale, The Map (fig. 5) di Alice Maher e Rachel Fallon rielabora le mappe medievali e la seicentesca Carte de Tendre in una grande carta tessile della storia delle donne irlandesi, dalle Case Magdalene alla subordinazione sancita dalle leggi nel lavoro e nella vita riproduttiva. Toponimi inventati e creature mostruose introducono però un’ironia che sottrae la denuncia a un’immagine soltanto dolorosa.
La riscrittura della storia attraverso il tessile conduce oltre la Biennale, a Palazzo Bonvicini, dove Penelope. Her Journeys rovescia l’immagine della sposa obbediente in attesa. Gayle Chong Kwan trasforma stoffe e utensili in strumenti di resistenza all’assedio domestico; Stephanie Blake affida a Penelope, alla macchina da scrivere, il racconto sottratto a Omero; Kimiko Yoshida ricompone attraverso sete ricamate, vetri di Murano e convivialità i legami spezzati dalla violenza. La casa diventa così uno spazio d’invenzione e autorità femminile.
Anche Alice Maher sovverte l’immaginario mitologico. Nelle acque dell’Arsenale, Les Filles d’Ouranos richiama la nascita di Afrodite dalla schiuma generata dai genitali recisi di Urano: quindici teste arancioni in resina affiorano come boe, moltiplicando con ironia l’immagine dell’unica dea. Ai Giardini, è esposta la serie di disegni e sculture intitolata le Sibille: nei grandi disegni i rotoli e i turbanti che caratterizzano l’iconografia tradizionale diventano matasse di capelli che erompono dai corpi come organismi viventi; ai loro piedi specchi scuri su cui poggiano piccole sculture amorfe ne distorcono i riflessi, evocando una divinazione indecifrabile. Bellezza e profezia diventano così immagini instabili, sottratte a un significato definitivo.

fig. 6 Nalini Malani, Of Woman Born, 2026
La riscrittura del mito acquista una straordinaria intensità ai Magazzini del Sale, nell’evento collaterale Of Woman Born (fig. 6) di Nalini Malani. Tornando al processo dell’Orestea che assolve Oreste dall’uccisione di Clitennestra, l’artista interroga la cancellazione della madre su cui si fonda quel racconto della giustizia. Nove proiezioni nate da disegni digitali invadono pareti ed elementi architettonici, accompagnati da voci, musica e rumori di guerra. Sono figure femminili, corpi feriti, scene d’infanzia e parole che fanno entrare le guerre di oggi nella tragedia antica. La madre e le Furie tornano così a occupare lo spazio, riaprendo nel presente la questione della giustizia attraverso la violenza sui corpi delle donne e delle creature piccole. Ma una bambina salta con la corda, cade e ricomincia, indicando una tenace possibilità di sopravvivenza.
La maternità esclusa o subordinata nei racconti dominanti è anche al centro della ricerca di Judy Chicago, cui la galleria Alberta Pane dedica The Materiality of Judy Chicago. La mostra attraversa oltre sei decenni, da The Dinner Party e Birth Project fino a opere più recenti e mostra come le possibilità espressive dei materiali si intreccino al riconoscimento artistico di saperi svalutati perché associati alle donne. Chicago estende questa attenzione alle ricamatrici dei suoi progetti, ricordandone i nomi e rendendo visibili i singoli contributi all’opera condivisa.

fig. 7 Chiara Camoni, Colonna (Farfalla), 2024; a dx. Colonna (Demone), 2026; a sx. Sister (Falena), 2025
La pratica di relazione è alla base anche del modo di operare di Chiara Camoni e trova espressione nel Padiglione Italia all’Arsenale. Persone, materiali e forme di vita confluiscono in un percorso che coinvolge chi lo attraversa. Nella prima sala, ventiquattro figure in terracotta poco più grandi della scala umana – Sister, Colonne e Daimon – formano un bosco in penombra, con corpi animati da fiori, rami, conchiglie e frammenti raccolti. La Colonna Demone accoglie fra le mani due coppe di Fausto Melotti (fig. 7), anticipando Dialoghi, la mostra nella mostra che occupa il secondo ambiente. Aperto alla luce naturale e alla sosta, questo spazio ospita, tra mobili riassemblati, opere e documenti anche di figure dell’arte moderna e contemporanea vicine alla sensibilità di Camoni.
La dimensione domestica, che Camoni apre alla condivisione, diventa nel Padiglione India uno spazio da ricostruire attraverso la memoria. In Permanent Address (fig. 8), Sumakshi Singh restituisce in filo bianco le stanze della sua casa demolita a Delhi: il ricamo si sviluppa in un’architettura traslucida, nella quale pareti e dettagli conservano la forma di un luogo perduto.

fig. 8 Sumakshi Singh, Permanent Address, 2026

fig. 9 Billie Zangewa, Wish You Were Here, 2026
Dalla memoria degli spazi ai gesti che li abitano, il tessile racconta la vita domestica anche nei lavori di Billie Zangewa, ai Giardini: lembi di seta strappati e ricomposti, dai margini irregolari, raffigurano scene quotidiane e pratiche di cura abitualmente sottratte allo sguardo pubblico (fig. 9).

fig. 10 Annalee Davis, Let this be my Cathedral, 2026
Dalla vita domestica la cura si estende alla terra in Let This Be My Cathedral (fig. 10) di Annalee Davis, in mostra all’Arsenale. Un erbario raccolto dal suo giardino, in un’ex piantagione di Barbados, è accostato alla riproduzione di un chiurlo eschimese, adagiato su un sudario ricamato. L’uccello, il cui ultimo avvistamento documentato sull’isola risale al 1963, introduce il lutto per la perdita delle specie, mentre le piante indicano una possibilità di rigenerazione.
Alla memoria dello sfruttamento della terra si affianca quella delle vite perdute nelle miniere: sempre all’Arsenale, Senzeni Marasela rilegge la storia mineraria sudafricana in sette monumentali opere tessili che portano i nomi dei disastri minerari in cui persero la vita tanti lavoratori neri. Dai tjali, gli scialli tradizionali delle donne che di quelle perdite hanno sostenuto il costo, fitte cascate di fili di lana rossa si allungano fino al pavimento, trasformando i tessuti in un corpo scultoreo.
Sempre all’Arsenale, la contesa per le risorse naturali diventa esplicita in The End of the World di Alfredo Jaar: un ambiente scarlatto custodisce un cubo di quattro centimetri con dieci minerali strategici per energia, tecnologie e armamenti. Lo scarto di scala evoca le conseguenze dell’estrazione sulle vite e sui territori.
Dalle risorse che alimentano i conflitti alla circolazione delle armi, Postscript to the Arabic Edition di Walid Raad intreccia guerra e destino delle opere. Secondo il racconto dell’artista, armi destinate dal Libano ai conflitti jugoslavi sarebbero state spedite su pallet sotto i quali sarebbero apparse copie di dipinti arabi, turchi e iraniani perduti. L’installazione ricrea un deposito, dando alla finzione un tono documentario.
La violenza politica e lo sradicamento delle comunità sono invece al centro del lavoro di Sawangwongse Yawnghwe, che affronta le persecuzioni nel Myanmar: le 2.500 figure d’argilla di People’s Desire (fig.11) evocano la fuga dei Rohingya, mentre dipinti, mappe e fotografie interrogano la sottrazione di terre e risorse ai popoli Shan, Karen e Kachin.

fig. 11, in primo piano: Sawangwongse Yawnghwe, People’s Desire, 2018
Lo sradicamento assume una dimensione quotidiana nel Padiglione britannico dove Lubaina Himid dà vita alla complessa installazione Predicting History: Testing Translation (fig. 12) che affronta il tema della migrazione. In cinque monumentali dipinti l’artista raffigura donne e uomini che svolgono diversi lavori contribuendo alla vita del paese, ma i loro sguardi tradiscono incertezza. Ventisei domande interrogano l’appartenenza, mentre suoni inizialmente rassicuranti si alterano: ciò che appare accogliente può farsi estraneo a chi cerca una propria dimora.

fig. 12 Lubaina Himid, Tailors, 2026
La possibilità di sentirsi accolti trova però un’apertura fiduciosa in khalil di Khaled Sabsabi, all’Arsenale: una tela-schermo di quaranta metri disposta a spirale accoglie proiezioni, suoni e profumi. Il titolo, amico intimo, esprime una vicinanza nutrita dall’esperienza migratoria e dalla spiritualità sufi. Nel Padiglione australiano, Conference of one’s self, ispirata al poema di Attar Il verbo degli uccelli, estende questa possibilità d’incontro oltre le differenze di provenienza e di fede.
Uscendo dalle sale, porto con me immagini che continuano a richiamarsi: una coperta cucita, una stanza ricostruita con fili, una voce che ritorna, un terreno di sale su cui camminare. E dietro la varietà dei materiali e dei linguaggi rimane una domanda: chi ha potuto tramandare una storia e chi ha dovuto inventare un modo per farla ascoltare?
(Pressenza, 10 ottobre 2026)
Ogni anno, quando a Stoccolma viene annunciato il premio Nobel per la letteratura, ho l’impressione di assistere a una messa in scena sorprendentemente fedele dell’Antigone di Sofocle. Ma più che un nome – Eteocle o Polinice, Philip Roth o Bob Dylan – gli attori in scena sembrano essere disposti a sacrificarsi per difendere un principio: un’ideologia, ora più ora meno conservatrice, di che cosa il Nobel dovrebbe essere e rappresentare. E come Antigone e Creonte, ciò che si contende non è tanto il corpo esanime (del fratello e del nipote) quanto la legge che dovrebbe stabilirne il valore reale, di ciò che è e rappresenta la letteratura, oggi.
Da questo punto di vista, il 2016 è forse l’anno che più di ogni altro ha acceso gli animi e le tastiere di critici, aspiranti tali e lettori – attenti, curiosi, ma anche occasionali. Tutti si sentirono coinvolti e chiamati in causa per difendere o contestare la legittimità letteraria delle canzoni – o poesie? – di Dylan, un po’ come era accaduto nel 1997 con Dario Fo e il teatro. Un caso tebano forse ancora più calzante è quello del 2019, quando fu premiata la straordinaria opera di Peter Handke, mentre al centro della discussione finirono le sue posizioni extra-letterarie (politiche), in un dibattito – a mio avviso particolarmente sterile – che ancora oggi non sembra essersi esaurito.
Del resto, come scriveva Giorgio Caproni a proposito di un poeta genovese trapiantato a Milano e insignito del Nobel nel 1975, «ciascuno ha il suo Montale, ritagliato a misura. / Vale quello che vale, / secondo natura e misura». E ogni anno, tra pettegolezzi, fughe di notizie e pronostici formulati da lettori di ogni parte del mondo, i regali corridoi del tribunale letterario di Stoccolma mettono in scena una variante appena diversa della tragedia di Sofocle.
Non sembra essere questo, tuttavia, il caso del 2026. Nel momento in cui scrivo, le diverse bolle del web, così come le sue principali testate giornalistiche e culturali, non hanno ancora manifestato alcun segnale di sdegno, antipatia – che spesso fa rima con gelosia – o stupore per il Nobel assegnato ad Anne Carson. E non penso proprio che lo faranno.
Per chi frequenta l’opera della scrittrice canadese, questa condizione di pace e unanimità ha qualcosa di paradossale (se comparata ai lavori di altri recenti premi Nobel, come Annie Ernaux e László Krasznahorkai), dato che i suoi libri non si lasciano ascrivere a una singola categoria letteraria: Carson scrive poesie che non sono poesie, saggi che non sono saggi, traduzioni che non sono traduzioni; e scrive prose che somigliano a quelle poesie che vorrebbero essere e non saggi e traduzioni, in una zona grigia che assume i contorni della poesia per diventare prosa. Senza contare, poi, la sua attività accademica e scientifica, che riflette fin dagli esordi uno spirito critico programmaticamente eclettico, eterodosso, fuori norma – Wrong Norma, per dirla con Carson – capace di muoversi con successo in territori estremamente rigidi e codificati, come quelli della filologia classica.
Insomma, ogni riga e ogni parola scritta da Carson sembrano riflettere quello che ormai viene considerato il suo paradigma dell’acqua: Plainwater, il titolo che forse rappresenta meglio, persino dei suoi lavori più noti e celebrati – Eros il dolceamaro o Autobiografia del rosso – la sua intera opera. Si tratta, in altre parole, di una testualità limpida, ma allo stesso tempo impossibile da afferrare nei confini formali ed estetici del sistema dei generi letterari.
Carson, però, (r)esiste, come l’acqua: anche quando le contaminazioni dell’ambiente letterario ne cristallizzano i versi, la prosa e le traduzioni in forme riconoscibili, la sua scrittura resta libera. Anche quando assume la forma del contenitore che è costretta a occupare nelle librerie e negli scaffali delle biblioteche, l’opera di Carson finisce sempre per debordare, attraversando gli apparentemente rigidi confini del teatro e della filologia, e trasformando ogni gesto in una riscrittura delle forme letterarie tradizionali capace di ampliare la nostra percezione di ciò che è una poesia, un racconto, una pièce – insomma, della letteratura come sistema di espressione del singolo (e dei suoi valori) nei confronti del mondo e della sua complessa realtà multiforme.
Non sarà un caso, infatti, che Carson nasca, cresca e continui a presentarsi ai suoi lettori come poeta e saggista: due forme di scrittura nelle quali il soggetto (lirico o argomentativo) si pone in prima persona sul piano enunciativo ed espressivo, a confronto con la realtà che intende riscrivere, secondo un principio di fluidità e di interferenza (il flusso dell’acqua non è sempre uniforme) che orienta le rispettive scritture nelle direzioni più disparate – come accade quando Simonide di Ceo e Paul Celan vengono convocati in Economia dell’imperduto (1999) per ridiscutere lo statuto del soggetto (eine fensterlose Monade, una monade senza finestre) e renderlo meno ripiegato su di sé, più aperto all’alterità, alla differenza e dunque all’incontro (in questo caso, tra due poeti lirici costretti a confrontarsi con l’economia della parola e con il mercato letterario che ne determina il valore).
Nulla è scontato, in Carson, e sono spesso proprio queste coppie (in)attese a produrre l’implosione estetica dei suoi testi. Anche quando i due estremi dell’accostamento sembrano, almeno sulla carta, contigui – come Catullo e Saffo, figure centrali nella sua formazione (anche accademica). Entrambi costituiscono per Carson un imprescindibile luogo enunciativo, dal quale imparare a calibrare la propria eccedenza di parole. Catullo, infatti, non è soltanto il poeta dell’odi et amo del celebre carme 85; così come Saffo non è soltanto l’autrice del fr. 1 V, consegnatoci da una tradizione che ne ha fissato un’immagine (d’amore, saffico) ormai cristallizzata nell’immaginario collettivo. Sono, insieme e diversamente, figure dell’assenza, che Carson modella attraverso la materialità della poesia, intesa non soltanto come linguaggio, ma anche come oggetto.
In Nox (2010), il carme 101 di Catullo, composto per la morte del fratello, diventa un grande foglio di carta ripiegato a fisarmonica e racchiuso in una scatola che è, al tempo stesso, libro e tomba (della poesia e dei suoi corpi). Su quel foglio, da un lato completamente bianco e dall’altro ricoperto di testi e immagini, Carson assembla un collage di tracce e memorie, dove la poesia di Catullo diventa lo spazio nel quale l’autrice può rispecchiarsi per affrontare la morte del fratello Michael: non per ricomporre il trauma in una forma (in)compiuta, ma per certificarne l’incomunicabilità e renderla visibile attraverso il corpo stesso dell’opera – il corpo della poesia, quello del libro e quello del lutto, di Carson come di Catullo.
All’altro polo si colloca If Not, Winter (2002), la traduzione dei frammenti di Saffo. Qui l’assenza non viene soltanto tematizzata: diventa una proprietà visiva – estetica e ermeneutica – della pagina cartacea che tenta di rispecchiare non solo le lacune dei papiri, ma anche la forma stessa del papiro. In questo esercizio di sovrapposizione tra differenti materiali, invece di essere colmati o dissimulati, i luoghi vuoti della poesia vengono conservati attraverso l’uso di parentesi quadre e di spazi bianchi, che sono chiamati a rendere percepibile la perdita attraverso la loro presenza. Così facendo Carson non traduce soltanto ciò che del testo di Saffo è sopravvissuto, ma anche la forma materiale della sua sopravvivenza, il modo discontinuo, mutilo in cui il testo ci è giunto: la lacuna del papiro diventa così visibile, contribuendo così all’evento ritualistico della poesia e divenendo una componente attiva della lettura, al pari della strofa saffica e delle sue strutture formali.
Pur sapendo molto (troppo?) – e, forse, tutto ciò che è possibile sapere – di Catullo e Saffo, non sappiamo quasi nulla di loro. Ancora oggi, le rispettive opere – il Liber catulliano e i nove libri di Saffo – sono sottoposte a vivisezioni filologiche e a scavi archeologici che potrebbero, come è accaduto per la poetessa di Lesbo, restituirci nuovi testi, per quanto lacunosi, e permetterci di entrare più a fondo nei loro laboratori poetici. Lo stesso vale per Simonide di Ceo, Archiloco e Mimnermo; per la tradizione mitologica dalla quale Carson trae i materiali per comporre Autobiografia del rosso; e per l’immenso corpus di documenti, testimonianze e interpretazioni attraverso cui continuiamo a studiare l’opera poetica di Paul Celan, così come per l’orizzonte esplicito e meno esplicito a cui Carson ricorre per riscrivere, continuamente, la sua idea di mondo (e di letteratura).
Trasformando l’assenza in forma, Carson disegna il vuoto. Lo fa riscrivendo e mescolando senza sosta tradizioni e forme, generi e modalità espressive: poesia lirica, romanzo, teatro, saggio, racconto, memoir, ma anche fotografia, immagine, storiografia, e tutto ciò che concorre a costruire il suo immaginario e la sua produzione letteraria. Ne risulta così un’immagine liquida della letteratura – in un processo creativo (non proprio un gioco, a differenza di quanto si legge sul sito dell’Accademia), «audace e inventivo, in dialogo con la tradizione classica», attraverso il quale Carson «ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Si tratta, per tornare a Carson, di una incessante modalità espressiva propriamente letteraria, che attraversa come l’acqua lo spazio orizzontale del linguaggio. Ne nasce un’idea di mondo, cioè di letteratura, che diventa transitiva proprio grazie alla sua difficoltà comunicativa e ai diversi codici che la attraversano – perfino davanti alle lacune dei papiri, dove la poesia di Saffo diventa finalmente visibile e che portano quei vuoti, attraverso i segni linguistici (le parentesi) e materiali (lacerti) del testo a diventare espressione di ciò che la letteratura è ancora in grado di fare: «portare l’uomo isolato nell’infinito della vita, portare ciò che è contingente nel lecito».
(Doppiozero.it, 9 ottobre 2026)
L. Colombo, V. Cosentino, W. Tommasi, (a cura di),
Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis 2026
Questo libro ha una doppia porta. Vi sono raccolti i contributi al convegno che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre 2025 dedicato al pensiero di Luisa Muraro. Lei era lì, presente, all’ingresso, come scrive nell’introduzione Chiara Zamboni, «silenziosa sorrideva in modo gentile e ritratto alle tante e tanti che fluivano verso l’interno e la salutavano». Oggi lo leggiamo dopo la sua morte, avvenuta il 13 giugno 2026, poco tempo dopo la morte di Lia Cigarini, la sua indimenticabile compagna di vita e di pensiero. Luisa e Lia non ci sono più, nel senso profondo di ogni morte che svuota il mondo di presenze vive, che parlano e camminano, esistono in un unico e irripetibile modo. Si sente risuonare nel fondo quell’esserci davvero, che dà il titolo all’intervista di Clara Jordan a Luisa Muraro (2025) e genera una sottile (e sana) inquietudine. La doppia porta del libro non è un confine, uno spartiacque, ma interpella, chiama a mettersi in gioco.
Luisa Muraro era un genio dei titoli (basta guardare ai titoli folgoranti dei suoi scritti) e probabilmente le curatrici hanno scelto con attenzione il titolo e il sottotitolo del libro, affidando ad essi alcuni pensieri necessari. Comincio dal sottotitolo, che va in due direzioni. Pensare con allude alla relazione di scambio, di amicizia e di gratitudine che ha segnato profondamente alcune delle autrici dei saggi, che hanno vissuto l’esperienza della Comunità di Diotima a Verona, della Libreria delle Donne a Milano e hanno partecipato in prima persona alle mille iniziative scaturite dalla Muraro “iniziatrice e costruttrice”, come la chiama Vita Cosentino. È altrettanto vero che si pensa con anche a distanza, senza nessun tipo di identificazione, a volte con il distacco che viene dal vivere in epoche e mondi abissalmente diversi. In realtà, si adotta un altro punto di vista, si saggiano altre idee e se ne trae lo stimolo alla comprensione. Dietro siffatto atteggiamento c’è l’idea degli svariati profili dell’attività del pensiero e in particolare la consapevolezza che in essa risuonano la polifonia delle voci, la pluralità delle prospettive, le differenze e la costante metamorfosi della realtà.
Il pensare con del sottotitolo acquista il suo pieno significato nell’idea, esposta da Chiara Zamboni nell’Introduzione, del pensiero di Luisa Muraro come bene comune. Luisa Muraro ha sempre affidato i suoi libri, interviste, saggi e articoli alle lettrici e ai lettori, li ha lasciati aperti, a volte non legando tutti i fili del discorso, accettando che altre e altri intervenissero nella tessitura, cosa che ha fatto lei stessa, ritessendo, per esempio, alcune idee espresse in L’ordine simbolico della madre (1991, 2006). Per Chiara Zamboni l’intero lavoro intellettuale di Luisa Muraro è un bene comune anche dal punto di vista politico. Si tratta di rendere «fertile il vivere assieme» e di contribuire a «crearne il senso, il passo, i modi» e ciò vale non solo per chi ha incontrato gli scritti di Muraro nell’ambito dell’arcipelago femminista, ma anche per chi ne è stato “toccato” per altre ragioni (pp. 7-8). Questa proposta toglie di mezzo qualsiasi forma di appropriazione oppure di imbalsamazione in un corpus di sacri testi immutabili. Si potrebbe quasi pensare che in questo modo si accetti la possibilità che Luisa Muraro abbia lasciato un’“eredità in denaro contante” (come del resto è avvenuto per altre pensatrici, da Arendt a Weil) che può anche essere spesa male, sprecata. L’idea di bene comune ha comunque un valore che va oltre questa possibilità. Come l’acqua, l’aria, le foreste, i beni comuni non sono entità intangibili in sé, bensì è la modalità di accesso comune, fuori da qualsiasi logica proprietaria o selettiva, che li rende tali. Mi piace pensare che il pensiero di Luisa Muraro sia un bene comune nel senso che, quando abbiamo sete o sentiamo il desiderio di rinfrescare il cuore e la mente, di respirare a pieni polmoni, di “rifarci gli occhi”, come si dice quando si vede una cosa bella e giusta, un testo di Luisa Muraro sia lì ad aspettarci. La luce che si accende del titolo vuole dire proprio questo.
I saggi contenuti nel libro offrono varie possibilità di ingresso negli scritti e nel pensiero di Luisa Muraro. La scommessa della politica delle donne praticata da Luisa Muraro impegna le autrici e gli autori dei saggi a ricercare un modo personale di accostamento, legato alla propria esperienza. C’è però un filo rosso che attraversa i diversi contributi, tanto più significativo perché allude a due momenti oserei dire incarnati di Luisa Muraro senza i quali il suo lungo e articolato percorso filosofico, storico e politico perderebbe la sua singolarissima impronta e soprattutto la sua capacità, non tanto di placare le inquietudini di cui ho accennato all’inizio, ma di darci il coraggio di affrontare il disordine di un tempo che non è più il suo, ma di cui ha lucidamente intuito le implicazioni politiche e simboliche, come osserva nel suo saggio Ida Dominijanni. Si tratta di una mossa, la schivata, di un movimento di pensiero e della sua ispiratrice, la filosofa e scrittrice Iris Murdoch. Si tratta anche del titolo di un film del regista Abdel Kechiche (2003), La schivata, che Luisa Muraro conosceva. La schivata può essere la mossa selvaggia e anomala di un animale braccato che cambia improvvisamente direzione, salta nel profondo del bosco, depista l’inseguitore. Può essere anche la mossa della deliziosa fanciulla del film che, vestita da principessa della pièce di Marivaux, Il gioco dell’amore e del caso, va in giro per il suo quartiere e scompiglia le carte (i sentimenti) della gente e del bullo di turno che si innamora di lei. La schivata è quindi un modo di andare da un’altra parte, di sorprendere e di deviare dai tracciati consueti per trovare nella realtà un posto per il sogno, per l’ideale, per il desiderio. Ed è vero che questo movimento riassume lo stile di pensiero e di scrittura di Luisa Muraro e insieme aiuta a definirne meglio la novità teorica e politica.
Gli incontri di Luisa Muraro con le grandi mistiche e con le scrittrici e pensatrici del Novecento da Clarice Lispector, Virginia Woolf a Simone Weil sono noti. Spicca però nel libro l’incontro con Iris Murdoch, avvenuto all’insegna della schivata, letteralmente di «ciò che di radicalmente nuovo accade, con lei, nella storia della filosofia», come scrive Ida Dominjanni ed è al centro del saggio di Riccardo Fanciullacci. Tale “nuovo che accade” rappresenta l’instaurazione di un nuovo regime di realtà e verità, espresso da Iris Murdoch nei seguenti termini: «il pensiero di un barlume (spark) di trascendenza, di cui non si esclude che sia reale». «C’è più di questo (there is more than this)», «c’è dell’altro» è la conclusione, solo apparentemente malinconica, del commento di Luisa Muraro al racconto di Iris Murdoch, Una cosa speciale, (tr. it. Nottetempo, Roma 2006). Una storia che racconta di nuovo l’andirivieni di una giovane donna tra sogno e realtà, che si arresta davanti a un vecchio albero caduto, messo di traverso sul viottolo di un parco immerso nell’oscurità della notte, un «povero albero», con le foglie verdi e i rami che sfiorano l’acqua. Una «cosa che c’è» ha «toccato» la giovane donna, è stata «come una luce che si accende» e ha inaugurato un’altra logica del desiderio e della verità. Non dimentichiamo i fili che si annodano in questa vibrante sintesi del pensiero e della vita di Luisa Muraro.
(www.libreriadelledonne.it, 8 ottobre 2026)
Intervista all’esperto israelo-tedesco: «La questione degli ostaggi a lungo irrisolta e la campagna di vendetta dell’esercito ha portato la società ebraico-israeliana ad allinearsi quasi completamente al governo». Gil Shohat, esperto di Asia occidentale presso la Fondazione Rosa Luxemburg di Berlino, parla del 7 ottobre, delle imminenti elezioni parlamentari e del suo periodo trascorso in Israele*
Il 7 ottobre 2023 era un sabato, lo Shabbat, e quindi un giorno festivo. Dove si trovava quando è iniziato l’attacco?
Con la mia famiglia nel nostro appartamento a Tel Aviv. La prima sirena, verso le 6.30, non ci ha svegliati e anche in seguito, all’inizio, non abbiamo notato nulla di insolito. Lo Shabbat e i giorni festivi sono generalmente molto tranquilli anche a Tel Aviv. A colazione abbiamo acceso la radio: era già in onda il servizio speciale, ma le notizie arrivavano solo a piccole dosi: un incidente al confine con la Striscia di Gaza, pochissime informazioni. Chi vive in Israele conosce bene questi «episodi di sicurezza». Solo quando ho visto sui portali di notizie le immagini di Ofakim, a circa 30 chilometri a est di Gaza, mi sono reso conto che c’era qualcosa di diverso e particolarmente violento: degli israeliani giacevano legati a pancia in giù accanto a una piscina. Nel corso della mattinata è diventato evidente che la situazione era sfuggita di mano. Con i nostri due bambini, all’epoca di cinque e un anno, non siamo usciti di casa per tutto il giorno.
Cosa ha pensato quando la situazione è diventata più chiara?
È stata senza dubbio una situazione spaventosa per noi come famiglia e abbiamo dovuto pensare a come spiegare ai nostri bambini cosa stesse succedendo. Sono state ore di evidente perdita di controllo, fino a un certo momento del 7 ottobre non era chiaro se gli aggressori si sarebbero diretti anche verso Tel Aviv. A ciò si aggiungevano i ripetuti allarmi missilistici. Allo stesso tempo, da persona attenta alle questioni politiche, mi è stato subito chiaro che ciò non sarebbe rimasto senza una reazione distruttiva da parte di Israele. La mia preoccupazione si è quindi estesa ben presto anche alla popolazione di Gaza e alle mie colleghe palestinesi in ufficio, che hanno lì la famiglia.
Poi è stata presa la decisione: dovevate partire…
Sì, il 9 ottobre siamo riusciti a trovare dei voli per la Germania. La Fondazione ci ha richiamati, ma abbiamo dovuto organizzarci da soli, poiché in qualità di inviati di una fondazione politica non rientriamo nei protocolli di evacuazione dell’ambasciata tedesca. È stata una decisione molto dolorosa: eravamo lì da appena sette mesi e ho dovuto lasciare il mio team a Tel Aviv, almeno per il momento. Ma è stata una decisione presa per i miei figli e la nostra famiglia, e ancora oggi la ritengo giusta. Abbiamo poi trascorso tre mesi a Berlino: è stato un periodo molto difficile sotto tutti i punti di vista.
Ha mai pensato di rimanere in Germania?
All’inizio la partenza era temporanea, non si pensava seriamente di abbandonare l’incarico. Quando è apparso chiaro che, per il momento, la situazione non rischiava di estendersi a livello regionale, a dicembre abbiamo deciso di tornare. Siamo tornati nel gennaio 2024 e siamo rimasti lì fino alla metà del 2025.
In che modo quel periodo l’ha cambiata personalmente?
Devo ancora capirlo. I miei genitori si sono trasferiti da Israele in Germania alla fine degli anni ’80 perché non volevano mandare i propri figli nell’esercito. Erano entrambi nati nel 1948, con storie familiari di migrazione diverse e facevano parte dell’establishment sionista di sinistra. Dopo il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila in Libano nel 1982, però, non riuscivano più a identificarsi con lo Stato. Grazie alle visite annuali della mia famiglia, conoscevo il luogo e la lingua fin dall’infanzia e questo lavoro era l’occasione per vivere lì, stare più vicino alla mia famiglia e fare qualcosa di significativo dal punto di vista politico. Allo stesso tempo, non mi facevo illusioni sulla società in cui stavo per entrare. Tuttavia, la violenza dell’odio e della disumanizzazione, la disponibilità a tollerare metodi brutali pur continuando a vivere la vita di tutti i giorni, mi hanno sempre sconvolto profondamente.
Le manca la vita a Tel Aviv?
In un certo senso, forse mi manca qualcosa che lì non abbiamo mai avuto e che, in quel contesto, non avremmo mai potuto avere: una vita quotidiana al di là della disumanizzazione e della violenza. Tuttavia, ho vissuto quegli anni da una prospettiva molto privilegiata, non paragonabile a quella dei miei colleghi palestinesi o anche di molti israeliani ebrei emarginati. Dal punto di vista professionale sono stati anni incredibilmente intensi, trascorsi con un team ebraico-palestinese davvero stimolante. Ci siamo sostenuti a vicenda in quel periodo. Ho imparato moltissimo sul valore della solidarietà pratica tra ebrei e palestinesi e sull’importanza della “co-resistenza” non violenta. A livello personale, da un lato c’è stato un processo di alienazione e una sensazione di essere respinto, ma anche momenti della vita quotidiana in cui, grazie al mio background biografico, mi sentivo a casa lì. È un’esperienza che conoscono molti figli di immigrati: ci si sente parte di qualcosa e allo stesso tempo si è sempre “l’altro”. Da settembre sono definitivamente tornato a Berlino e per ora ho bisogno di prendere le distanze e di tempo per elaborare tutto questo.
Come è cambiata la società israeliana in questo periodo?
Non so nemmeno se sia cambiata radicalmente. Credo che i processi si siano soprattutto accelerati, in primo luogo la disumanizzazione dei palestinesi. Si è alimentata dal trauma del 7 ottobre, che è stato ripetuto in loop dai media. La questione degli ostaggi è rimasta a lungo irrisolta: 251 persone, tra donne e bambini, erano tenute in ostaggio da Hamas e da gruppi militanti. In concomitanza con la campagna di vendetta dell’esercito, ciò ha portato la società ebraico-israeliana, nei primi mesi del 2024, ad allinearsi quasi completamente al genocidio nella Striscia di Gaza. C’era un ampio consenso trasversale – dagli oppositori ai sostenitori di Netanyahu – e la convinzione che a Gaza non ci fossero innocenti.
Anche gli arabi israeliani hanno percepito questa atmosfera?
Sì, abbiamo assistito a un’ondata di repressione senza precedenti contro i cittadini palestinesi di Israele: arresti arbitrari per post di solidarietà, divieti di manifestare, umiliazioni e violenza verbale contro i politici palestinesi alla Knesset. Sono stati dipinti come la “quinta colonna”, il che ha intensificato enormemente l’emarginazione e la paura. Eppure la maggior parte dei palestinesi in Israele ha parenti a Gaza, poiché la maggior parte degli abitanti della Striscia di Gaza è stata espulsa dall’odierno Israele nel 1948.
È vero che le immagini della guerra a Gaza sono state mostrate pochissimo dai media israeliani?
Abbiamo a che fare con un enorme fallimento dei media israeliani. Fanno parte della missione militarista e nazionalista. Le immagini da Gaza provenivano quasi esclusivamente dalle telecamere dei soldati e dalle riprese dell’esercito: soldati che corrono e sparano, quartieri residenziali distrutti, ma nessun palestinese. Il ruolo dei media è fondamentale in ogni genocidio, perché forniscono le immagini e i suoni dietro cui può nascondersi chi non vuole guardare o ascoltare. Allo stesso tempo, è stato possibile informarsi, nonostante il governo avesse vietato Al-Jazeera. Ciò è stato possibile grazie ai social media e a testate come la rivista palestinese-israeliana +972, con cui collaboriamo. Ricordo alcuni parenti, che non sono affatto di sinistra, che dicevano: «Quello che stiamo facendo a Gaza è imperdonabile». Ma la stragrande maggioranza degli israeliani ebrei non voleva e non vuole vederlo. Nei primi mesi, i media israeliani – da quelli di sinistra-liberale a quelli di destra – si sono accordati su un unico messaggio: Gaza deve essere distrutta.
Lei ha usato il termine “genocidio” con la massima naturalezza. Com’è la situazione in Israele?
L’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato nell’estate del 2025 un rapporto in cui parla di genocidio; le testate investigative online +972 Magazine e Local Call utilizzano il termine nelle loro pubblicazioni in ebraico. Lo hanno usato anche deputati della coalizione di sinistra Hadash, come Ofer Cassif. A partire dalla fine del 2023, alcuni attivisti radicali si sono radunati nelle piazze di Tel Aviv con cartelli recanti la scritta «Stop the Genocide», ma in inglese, quindi rivolti a un pubblico straniero, che è rimasto molto ristretto. Il movimento di base Standing Together, che riunisce israeliani palestinesi ed ebrei, non lo fa ancora oggi nel contesto ebraico. Credo che molti nel campo pacifista farebbero proprio questo termine a livello personale, ma non lo utilizzano per ragioni strategiche, poiché suscita in molti israeliani una reazione aggressiva e quindi non riescono più a raggiungerli. Molti israeliani definiscono il 7 ottobre un atto di genocidio, mentre tutto ciò che va oltre è considerato legittima difesa. Dal punto di vista politico, in Israele non si guadagna nulla con questo termine.
Nel documentario Naza, premiato al Festival del Cinema di Venezia, la telecamera offre uno sguardo nei salotti della popolazione, che sembra continuare a vivere la propria vita in guerra senza lasciarsi turbare. Si tratta di disinteresse?
Solo perché la maggior parte delle persone non si è ribellata o non ha voluto vedere ciò che accadeva, non significa che stesse bene. Ma la consapevolezza che esista un’alternativa è talmente scarsa che – unita al presupposto sopra descritto secondo cui a Gaza non ci sarebbero innocenti – viene accettata o addirittura sostenuta. Si sviluppa un senso di impotenza, un’apatia, unita alla stanchezza, rafforzata da una cronaca continua che suggerisce: non c’è altra scelta, dobbiamo fare la guerra, altrimenti andremo a fondo. Netanyahu ha recentemente ripreso questo tema davanti all’Assemblea generale delle Nazioni unite, citando le parole pronunciate da suo fratello prima della guerra dei sei giorni: «Non abbiamo altra scelta». In questo modo, per quanto sia odiato da una parte della popolazione, riflette uno stato d’animo rappresentativo della maggior parte degli israeliani.
La militarizzazione della società è aumentata negli ultimi tre anni?
Vedo un continuum e un rafforzamento. Fino al 6 ottobre 2023 molti riservisti minacciavano di non presentarsi più al servizio a causa della cosiddetta riforma giudiziaria, e ogni settimana centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza contro il governo, senza però stabilire il nesso tra la politica di occupazione e lo sviluppo autoritario all’interno del Paese. Dopo il 7 ottobre, tuttavia, questa tendenza si è bruscamente interrotta. L’esercito riveste un’importanza decisiva nella vita di molti israeliani: le carriere dipendono dall’aver prestato servizio militare. Chi si rifiuta di prestare servizio può finire in prigione ed è considerato un traditore. Solo così si spiega perché gli ordini vengano seguiti in modo così rigoroso. Nel film Naza un soldato dice, in sostanza: se mettiamo in discussione il sistema, tutto crolla.
In quali altri ambiti si nota questo fenomeno?
Nell’armamento dei civili. Su iniziativa del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, dopo il 7 ottobre circa centomila israeliani hanno ottenuto un porto d’armi. Da quando siamo tornati, nel gennaio 2024, ricordo a malapena una visita al parco giochi senza aver visto un padre armato. Sul treno ci sono soldati con mitragliatrici sulle ginocchia, ma anche normali impiegati del settore high-tech portano armi. Abbiamo quindi a che fare con centinaia di migliaia di civili armati, per lo più di orientamento politico di destra.
I riservisti avrebbero potuto rifiutarsi?
Sì, avrebbero potuto dire: «Io non ci sto». Alcuni lo hanno fatto, in un certo momento, subendo in parte anche pene detentive. Se fossero stati in numero maggiore, lo Stato avrebbe dovuto impiegare molte più risorse per costringerli a prestare servizio in guerra.
Ma le minacce esterne a Israele sono solo immaginarie? Soprattutto l’Iran viene citato ripetutamente. Qual è la sua opinione al riguardo?
Durante il periodo dell’accordo sul nucleare sotto Obama, si è verificata una comprovata riduzione del programma nucleare iraniano e Netanyahu ha combattuto con forza questo accordo, anche in un discorso davanti al Congresso degli Stati uniti. Ha alimentato per anni l’immagine di una minaccia esistenziale, sebbene Israele stesso sia una potenza nucleare non ufficiale, ma secondo gli esperti inequivocabile. In questo modo si alimentano la paura e una prontezza costante alla guerra permanente. Allo stesso tempo, il pericolo non è del tutto illusorio: l’Iran può colpire duramente Israele, più di quanto possano fare Hezbollah o Hamas – fatta eccezione per il 7 ottobre 2023. Lo abbiamo visto nel giugno 2025 e nel marzo 2026 in risposta all’attacco di Israele contro l’Iran, contrario al diritto internazionale. Anche la guerra di aggressione degli Stati uniti e di Israele contro l’Iran nella primavera del 2026 ha riscosso ampio consenso per settimane, sebbene la maggior parte della popolazione dovesse rifugiarsi nei bunker tre o quattro volte al giorno. Viene considerata una necessità esistenziale, e l’idea di un «nuovo ordine in Medio Oriente» si estende fino allo schieramento liberale.
Eravate in Israele anche nel giugno del 2025, durante la guerra contro l’Iran. Come avete vissuto voi e la vostra famiglia quella guerra e la presenza onnipresente delle armi?
Durante il nostro soggiorno si è inevitabilmente verificata una certa normalizzazione, anche se eravamo sempre consapevoli di quanto fosse pericolosa questa normalità. Durante un pranzo festivo, un parente in borghese ha appoggiato il suo mitra per terra e ha detto: «Fai attenzione un attimo, vado a prendere da mangiare». Questa normalità della violenza ha suscitato qualcosa in tutti noi. La guerra di giugno è poi scoppiata in modo relativamente inaspettato. Alle tre di notte mio figlio mi ha svegliato: «Sirena». L’allarme aereo ha immediatamente creato un senso di minaccia, anche se era stato Israele ad attaccare l’Iran e non il contrario. Dopo una settimana caratterizzata da impatti a volte molto rumorosi, siamo fuggiti via terra verso la Giordania e poi abbiamo proseguito per la Germania. Lungo il tragitto c’è stato un allarme missilistico; 300 metri più avanti c’è stato un colpo diretto.
Da allora è tornato a Berlino?
Sì, da allora siamo tornati a Berlino come famiglia. Nel corso dell’ultimo anno ci sono stato più volte e, per il resto, ho gestito l’ufficio da Berlino a causa del perdurante stato di crisi. È stato poi chiaro relativamente in fretta che non saremmo più tornati e che quindi, a malincuore, non avrei più potuto dirigere l’ufficio. Lavorare con i nostri partner politici e della società civile sul posto, nonché con il nostro team ebraico-palestinese, è stata una delle esperienze più incoraggianti che abbia mai vissuto nella mia vita professionale, ma anche a livello personale. Per questo sono grato a tutti coloro che sul posto si impegnano per un futuro al di là del dominio israeliano sui palestinesi, per la collaborazione degli ultimi tre anni e mezzo, e sono lieto che il nostro lavoro in Israele prosegua ora sotto la guida del mio successore, Shaked Spier.
Il 27 ottobre si terranno le elezioni parlamentari. Cosa c’è da aspettarsi?
La campagna elettorale è molto intensa, molti movimenti si stanno unendo. L’esito è molto incerto. Potrebbe verificarsi nuovamente una situazione di stallo come quella dal 2018 al 2021, in cui né il blocco di Netanyahu né quello dell’opposizione avrebbero la maggioranza e i partiti arabi farebbero da ago della bilancia, ma con cui nessuna delle parti vorrebbe formare una coalizione. In tal caso si rischierebbero nuove elezioni. La mobilitazione è alta, anche all’estero: gli israeliani residenti all’estero, soprattutto negli Stati uniti, stanno organizzando campagne per rientrare in patria e votare, cosa che è una spina nel fianco per il governo. Sono preoccupato per ciò che accadrà dopo le elezioni. I civili armati sono per lo più vicini alla destra e, se dovesse emergere una maggioranza contro Netanyahu, la domanda è: come reagiranno i suoi sostenitori e se lui accuserà il governo di brogli elettorali.
Le elezioni non possono cambiare nulla? Non vede alcuna prospettiva di sinistra?
In Israele non esiste una prospettiva orientata alla pacificazione. Dall’interno del movimento Standing Together è nato un partito che ha poi ritirato la propria candidatura, non essendo riuscito a mobilitare un sostegno sufficiente a superare la soglia di sbarramento del 3,25%. I partiti palestinesi, tra cui il comunista Hadash, lottano per la sopravvivenza: erano stati esclusi dalla commissione elettorale e ora la decisione spetta alla Corte suprema. Nello schieramento di opposizione non si levano quasi voci a favore di una politica di sinistra all’insegna di uguaglianza, pace e antimilitarismo. La questione si riduce all’essere a favore o contro Netanyahu e al tentativo di salvare l’immagine di Israele all’estero, non a passi concreti verso una regione pacificata.
Diverse fonti riferiscono che Netanyahu fosse stato avvertito prima del 7 ottobre. Questo aspetto gioca un ruolo nella campagna elettorale?
Nel fronte anti-Netanyahu, decisamente sì. La richiesta di una commissione d’inchiesta statale esiste da tempo; il governo la ostacola e le nuove notizie vengono interpretate come la conferma del perché ciò avvenga. Se provengono da testate autorevoli, non c’è motivo di liquidarle come costruzioni artificiose. È altrettanto certo che la tempistica della loro diffusione è legata alle elezioni. Si tratta di un tentativo di delegittimare Netanyahu proprio sul terreno della sicurezza, ambito che ha sempre presentato come il suo punto di forza e che è stato profondamente incrinato dagli eventi del 7 ottobre. Dall’ottobre 2023 assistiamo a un Netanyahu scatenato, mentre in precedenza gli veniva piuttosto rimproverata una mancanza di decisione nell’azione militare. Dipingerà tutto ciò come un complotto, riuscendo a convincere i suoi sostenitori. È un’elezione contro Netanyahu e anche l’opposizione di sinistra mira a farlo cadere. Il suo obiettivo primario è mandare a casa il suo governo, in parte di matrice fascista; tutto il resto verrà dopo.
Come valuta Gadi Eisenkot, l’ex generale considerato una possibile alternativa politica?
Ha certamente delle possibilità, soprattutto perché non è Netanyahu e per carattere ne rappresenta l’antitesi. In quanto ex comandante in capo dell’esercito, gode di grande legittimità presso ampie fasce della popolazione; il fatto di aver perso un figlio e un nipote in guerra rafforza ulteriormente questa percezione. La gente crede nel suo impegno per la sicurezza del Paese. Gli altri candidati non registrano consensi significativi nei sondaggi, quindi all’interno dello schieramento di opposizione la scelta ricade su di lui.
Quando finirà la guerra? Il “piano di pace” di Trump è sul tavolo.
La società israeliana si è abituata a una condizione permanente di guerra ed escalation. Questa logica della violenza non potrà essere superata agendo solo dall’interno, ma richiederà anche una forte pressione internazionale e conseguenze concrete per le azioni che violano in modo duraturo il diritto internazionale.
(*) Intervista pubblicata in originale sul quotidiano tedesco Nd
(il manifesto, 7 ottobre 2026)