Ci sono infiniti percorsi possibili nel programma della Mostra del cinema di Venezia. Ognuno costruisce il suo, in base all’inclinazione personale e alla disponibilità dei biglietti. E ognuno, inevitabilmente, si perde qualcosa. Quindi può darsi che il mio osservatorio parziale, fino a qui, sia affetto da un errore statistico. Ma proprio nell’anno della polemica per le registe donne quasi assenti dalla competizione ufficiale – due su ventidue, di cui una in co-regia – anche all’interno dei film ho incontrato soprattutto uomini.
Ink, il film di apertura, racconta di un giornalista maschio che vuole a ogni costo trionfare su altri colleghi maschi. Primetime racconta all’incirca la stessa storia. Wild Horse Nine – il solo film che finora abbia incantato gli spettatori in maniera pressoché unanime – ha al centro un’amicizia maschile e di nuovo una rivalità lavorativa. Nello scombinato film di Werner Herzog, Bucking Fastard, le protagoniste sono, sì, due sorelle che parlano in sincrono, ma anche in due hanno a malapena un’interiorità e per lo più sono specchio della brutalità virile che le circonda. La città dei vivi, lo sappiamo, è una storia al maschile, e così via nella stragrande maggioranza dei film che ho visto.
Dal Lido di Venezia sono passati anche i fratelli Gallagher (i cui livelli di testosterone sono noti) per il documentario ipercelebrativo sugli Oasis, e stasera mi attendono quattro ore su Elon Musk che mi spaventano moltissimo. Maschi con maschi, maschi contro maschi, maschi su maschi.
C’è un’interpretazione ovvia di questo squilibrio, e non è detto che sia scorretta. D’altra parte due su ventidue, cioè il nove percento, non può essere un problema esclusivo della Mostra, è chiaramente il sintomo di un problema sistemico. In politica questo è il momento di Donald Trump e compagnia, siamo in un culmine di tossicità machista (ci auguriamo, nel culmine), e perfino la politica nostrana si scrolla felicemente di dosso «il woke» senza aver prima capito di cosa si tratta, e già che c’è anche il dibattito sui generi. Il maschio d’altri tempi si riprende la sua centralità ovunque, perché non nell’arte quindi?
Ma è forse utile andare oltre la constatazione quantitativa e provare a capire che tipologia di maschi viene rappresentata in questa ottantatreesima Mostra del cinema. E gli uomini che sfilano sugli schermi del Lido sono tutt’altro che forti, tutt’altro che ruggenti. Vorrebbero esserlo, ci provano, magari lo sono stati in passato, ma adesso sono per lo più sconfitti e mentalmente incasinati. A distruggerli sono stati soprattutto la smania e l’abuso di potere. Il Robert Pattinson di Primetime vorrebbe castigare tutti i pedofili d’America ma si rivela meno puro di loro e viene castigato a sua volta. Il fondatore del tabloid Sun, in Ink, viene divorato dalla stessa macchina che ha creato. Altri sono stati piegati dalla violenza della società che si abbatte all’improvviso su di loro. Il veterano di Mr. Nelson, Did You Kill People? è ridotto al silenzio dalle atrocità che ha commesso come occupante in Vietnam e da quelle che ha subito come nero in America. E altrettanto traumatizzato e silenzioso è il lavoratore coreano, licenziato e massacrato dalla polizia durante uno sciopero, di Possible Love.
Anche il padre del protagonista, nel film di Nanni Moretti Succederà questa notte, decisamente non ha incrociato il woke. E nemmeno i femminismi tradizionali. È quasi una caricatura del seduttore invecchiato. Gigione, impenitente, uno che «ama tutte le donne», che vuole vedere a ogni costo Bruce Springsteen dal vivo e butta giù medicine per il cancro insieme al viagra. Ma anche lui, pur in tutta la sua esuberanza, è solo un uomo morente. Se sono stati dei giovani rampanti, dei dominatori, adesso gli uomini stanno tramontando e i film li colgono lì, nell’impotenza, nella rabbia. Molto spesso nell’incapacità stessa di parlare.
Il campione di questo catalogo di uomini al tramonto della Mostra resterà infine il John Malkovich di Wild Horse Nine, un altro morente. Si trova in un punto dove i rimorsi annullano esattamente i successi, dove il potere avuto e le ideologie non hanno più alcun senso e le ambizioni personali sono tutte decadute. Per lui non c’è più niente che abbia valore, se non gli ultimi attimi di meraviglia che l’esistenza, malgrado tutto, è ancora capace di metterci davanti. Un cavallo selvatico. Una ragazza in spiaggia. Le teste enigmatiche dell’Isola di Pasqua.
E poi d’un tratto, in questo panorama maschile desolato, arriva la prima regista in concorso, May El-Toukhy. Con un film su una domestica, ambientato nell’immediato dopoguerra, in Danimarca, nel pieno della caccia ai collaborazionisti dei tedeschi. Una caccia che colpisce con perfidia particolare, tanto per cambiare, le donne, quelle che hanno avuto relazioni ambigue con gli occupanti. Un film dove la protagonista viene continuamente palpeggiata, spogliata, esaminata e terrorizzata dagli uomini che la circondano, per le ragioni più disparate. Un thriller rigoroso e abbagliante, ebbene sì, sulla condizione femminile di allora. Di allora? Woman Unknown, la donna sconosciuta, sbarca nel mezzo della Mostra d’arte cinematografica maschile. E un po’ di rossore, un minimo di imbarazzo, ci coglie tutti quanti, dentro e fuori dalle sale.
(Corriere della Sera, 6 settembre 2026)
Il 5 settembre è morta Robin Morgan (nata a Lake Worth il 29 gennaio 1941). In suo ricordo riprendiamo un ritratto e una scelta di poesie inedite dell’autrice statunitense a cura di Maria Nadotti, che Doppiozero ha pubblicato il 5 ottobre 2016 e riproposto oggi.
Raggruppati
il pino, il prugno
e il bambù sono noti
come i “tre amici dell’inverno”.
Il pino resta verde
tutto l’anno
i fiori del prugno
appaiono a inverno inoltrato,
molto prima che il rigore della stagione sia finito,
e il bambù si piega
ma di rado si spezza.
Uniti, essi rappresentano
l’essere superiore, colui che resiste
quando tutti gli altri si sono arresi
ai tempi difficili.
Scelgo di introdurre queste poesie, parte di una raccolta intitolata Dark Matter, tracciando un breve ritratto di Robin Morgan, così come l’ho conosciuta nel corso di oltre vent’anni di amicizia politica e intellettuale, di collaborazione affettuosa, di fiducia e lealtà reciproche. E ringrazio da subito l’autrice per averci concesso di pubblicare questo primo corpus di poesie ancora inedite anche negli Stati Uniti, dandoci il piacere di farle profondamente nostre attraverso l’atto di traduzione.
Come vedrà chi legge, questi testi miracolosamente lievi e tumultuosamente vitali, nascono da un’esperienza personale di solito associata al silenzio e a un’inevitabile – e all’apparenza naturale – cancellazione sociale: un Parkinson diagnosticato da qualche anno, l’età che avanza, l’inarrestabile declino del corpo.
Dark Matter. La materia oscura. Una zona del nostro cervello abitata da cellule neuronali assetate di ossigeno che comandano i muscoli e le percezioni sensoriali, visione, udito, memoria, emozioni, eloquio. Sono loro le prime a “cedere” al processo degenerativo della malattia, loro a “morire” anzitempo, consegnando chi ne soffre a un presente smemorato e immobile.
Robin Morgan tuttavia è una combattente e un’apripista, una che nella vita non ha mai percorso i sentieri battuti, i tracciati che altri avevano predisposto per lei. Figlia senza padre, all’oscuro della propria origine e ingannata perfino sul proprio anno di nascita, ben presto diventa una bambina prodigio della radiotelevisione e del cinema nordamericani. Nel 1946, a cinque anni, conduce un programma tutto suo intitolato “Little Robin Morgan”, che va in onda sulla stazione radio newyorkese WOR, e nel 1949 diventa co-protagonista della serie televisiva Mama, trasmessa dalla rete televisiva CBS. Pur senza rendersene conto svolge dunque, fin da allora, il ruolo di capofamiglia mantenendo sé e la madre con il proprio lavoro.
A distanza di sessant’anni esatti sarà lei stessa a raccontarne nel volume autobiografico Saturday’s Child: A Memoir. E lo farà con lo humour asciutto e implacabile che la caratterizza, guardandosi bene da ogni forma di patetismo o di rivendicazionismo postumo. E del resto, da quel ruolo e da quel mestiere che sa fare con grazia e un carisma che più tardi metterà a frutto in altri campi, si sfilerà con determinazione inflessibile negli anni dell’adolescenza. La sua vocazione è la scrittura, in particolare la scrittura poetica. Recitare è un interpretare le parole altrui, mentre dentro di lei premono parole sue, che ancora non sono state dette, non nel modo in cui le vuole dire lei.
Tra lei e la madre sarà un corpo a corpo durissimo, una vera lotta per la sopravvivenza. Robin mette in campo l’autenticità del proprio desiderio e una tenacia formidabile, se si pensa che siamo in pieni anni cinquanta.
Per un decennio buono, in funzione delle necessità belliche, discorso politico, cinema hollywoodiano, mezzi di informazione e pubblicità hanno bombardato il pianeta con immagini di donne emancipate, autosufficienti, capaci di svolgere con competenza e durezza qualsiasi lavoro “da uomo” e di assumersi senza traumi il ruolo di capifamiglia. E adesso si chiede alle donne di tornare a chiudersi nello spazio domestico e di riconoscersi nelle tante mogli e casalinghe bionde, sciocche e felici con cui, a guerra conclusa, la macchina hollywoodiana sta re-irreggimentando fantasie, sogni, aspirazioni, desideri della donna americana (e occidentale) media.
Che la guerra, deve essersi domandata Morgan in quegli anni, promuova le “femmine” a soggetti pensanti e indipendenti? E se così è, se la loro maturazione è indotta dall’esterno, da una necessità economico-sociale invece che da una presa di coscienza individuale, come fare a non farla regredire al punto di partenza non appena le acque dell’urgenza politica si siano calmate? Basti pensare alle lettere, ai diari, alle poesie di autrici come Sylvia Plath o Anne Sexton, al silenzio doloroso oppure al feroce parlare tra sé e sé di chi vede con lucidità, ma non ha proprie simili a cui dire, con cui confrontarsi sfuggendo al vortice della solitudine, della paura, della follia.
Morgan, che appartiene alla generazione successiva alla loro, approda ufficialmente alla poesia nel 1959, sul crinale degli anni sessanta, in quella cerniera politica che coincide con il risveglio femminista, i movimenti per i diritti civili, l’opposizione alla guerra del Vietnam. Di tutti questi fronti di lotta è protagonista spericolata e generosa, capace di servirsi delle tecniche apprese sulla scena per convincere, mobilitare, appassionare. In lei teoria e pratica, pensiero e azione, non sono scissi: nascono l’uno dall’altro verificandosi e modificandosi a vicenda. È questa attitudine a non separare il discorso politico dall’esperienza personale, a non mortificare il presente in nome di un salvifico bene a venire, a viverlo pienamente “pur nella sua imperfezione, perché è l’unico tempo che abbiamo”, che la porterà a individuare nel femminismo il proprio terreno privilegiato.
Molta della sua produzione successiva è legata a questo mutamento di paradigma, a questa rivolta interpretativa che le permette di stare nel mondo e nelle relazioni guardando da una prospettiva eccentrica, sforzandosi di trovare le parole non per recriminare, accusare, attaccare, vincere, ma per dire – e far sì che altre donne dicano – con altre parole quel che c’è da dire. Nascono da lì sia i suoi saggi teorici – penso in particolare a Going Too Far (Random House and Vintage Paperbacks, New York 1977), The Anatomy of Freedom (W.W. Norton & Company, New York, 1982, 1994), The Word of a Woman (W.W. Norton & Company, New York 1992), Fighting Words: A Toolkit for Combating the Religious Right (Nation Books, New York 2006) – sia le tre antologie di scritti femministi da lei curate tra il 1970 e il 2003 (Sisterhood Is Powerful, Sisterhood Is Global e Sisterhood Is Forever).
La poesia resta tuttavia la sua passione, la forma di scrittura cui attribuisce la maggiore intensità politica. Nemica della lingua di legno tanto cara al potere, che omologa, confonde, riduce al silenzio, anche nei contesti più dichiaratamente politici sceglie di affidarsi alle metafore, alle ‘idee emozionate’ della poesia, piuttosto che alla geometria fredda dei linguaggi ‘specialistici’, mutuati spesso anche dalle donne [si vedano, in particolare, Monster, Random House and Vintage, New York 1972; e A Women’s Creed, scritto durante il Women’s Global Strategies Meeting (29 novembre-2 dicembre 1994) e presentato alla Conferenza mondiale di Pechino (agosto-settembre 1995)].
Oggi, dalla sua postazione newyorkese, un minuscolo appartamento con giardino nel Greenwich Village, Robin coltiva l’arte lenta del giardinaggio, terreno di coltura di molte delle sue straordinarie figurazioni poetiche, e – come a chiudere un cerchio – dal 2012, ogni sabato mattina, conduce un programma radiofonico di un’ora sulla CBS. Titolo: “Women’s Media Center Live with Robin Morgan”. Tutti i temi politici, culturali, economici, religiosi cari alle donne (e agli uomini) che non hanno mai abbandonato il punto di vista e la coscienza maturati con il femminismo. “L’unico ismo”, come afferma Robin, “che non contempli pentitismi. Si può cambiare collocazione, attività, tipo di impegno, si può anche decidere di ritirarsi da ogni forma di impegno, ma una volta che si sia sviluppata una coscienza femminista è impossibile tornare sulle proprie posizioni. Da qualsiasi scuola di pensiero si può, con estrema facilità, migrare ad un’altra, magari opposta, scuola di pensiero. Ma ancora non mi è capitato di trovare una sola donna che, capite certe cose, abbia fatto marcia indietro e sia diventata una ex del femminismo”.
Le poesie che vi proponiamo sono una luminosa dimostrazione di questo percorso di libertà e di invenzione di sé e del proprio essere nel mondo. Alla scrittura di Dark Matter Robin Morgan ha, non a caso, affiancato negli ultimi anni la stesura di un testo narrativo che non esito a definire sapienziale. Si intitola Tell Me a Story Before I Sleep. Vi si racconta di chi, lavorando (con) le parole, tesse racconti non per incantare il re, ma per sedurlo alla vita, per sottrarre entrambi alla morte.
Poeta, romanziera, saggista, teorica e attivista politica, Robin Morgan ha vissuto e lavorato a New York City. Figura di punta del femminismo radicale nordamericano e del movimento internazionale delle donne, è autrice di oltre venti volumi di poesia, narrativa e saggistica. Dal 1989 al 1994 ha diretto la rivista “Ms. Magazine”. Fondatrice nel 1984 – insieme a Simone de Beauvoir e a donne di ottanta paesi del mondo – del “Sister Is Global Institute”, nel 2005, insieme a Gloria Steinem e a Jane Fonda, ha fondato il Women’s Media Center. Tra i suoi testi pubblicati in Italia ricordiamo Cassandra non abita più qui, Maria Nadotti (a cura di), La Tartaruga edizioni, 1996; e Il demone amante: sessualità del terrorismo, trad. it. di Maria Nadotti, La Tartaruga edizioni, 1998 (ripubblicato nel 2003 con il titolo Sessualità, violenza e terrorismo. Dalla Palestina all’Irlanda del Nord, e da Vanda Edizioni nel 2022 con il titolo originale). Vari suoi scritti sono apparsi sul mensile “Lo Straniero” (n. 18, nov. 2001; n. 35, mag. 2003; n. 80, feb. 2007; n. 88, ott. 2007; n. 142, apr. 2012).
(Doppiozero, 5 settembre 2026)
Gloria Steinem, come molte altre, mi ha dato spunti, energie, e volontà di capire me stessa, di guardare ad alcune tematiche con occhi diversi. Tematiche che mi riguardano perché sono una donna ma ad alcune cose, che pur fanno parte della mia quotidianità, non avevo pensato.
Quello che ha lasciato non morirà con lei, di questo sono certa. Però spero qualcosa di più: spero che altre giovani donne si lascino ispirare da lei (così come da molte altre).
Steinem ha fatto una cosa preziosissima: ha parlato con moltissime donne, guardato alle loro esperienze. Nelle sue opere risuonano le loro voci, le nostre voci.
«Ad oggi (era il 2015) non dire “lavoro sessuale” è considerato irrispettoso» [1]. Per Steinem è un’assurdità che fare sesso senza desiderio, senza volerlo sia un lavoro. Il sesso quando non lo si vuole è stupro. Non siamo tutte d’accordo? Ma per capirlo, forse non basta il cartello “sex work” fuori da uno dei quartieri a luci rosse più poveri dell’India, o una lapdancer che, parlando con lei, le dice che, se voleva continuare a lavorare lì, stare sul palco non bastava, doveva andare sul retro quando un cliente lo chiedeva, altrimenti, l’avrebbero licenziata [2]. Non basta nemmeno la testimonianza di un’altra donna che, mentre le racconta la sua vita, seduta al bancone di un motel, per due volte si era dovuta interrompere, tornando con l’alito che sapeva di disinfettante. I pompini ai camionisti erano all’ordine del giorno. «Ti senti al sicuro?» le chiese Steinem, la donna rispose che il pappone metteva a disposizione un pulsante d’emergenza ma che era molto difficile ribellarsi quando erano sopra di lei.
Quanto lavaggio del cervello c’è voluto per pensare che combattere perché tutto ciò sia mantenuto, decriminalizzando i papponi e gli stupratori (chiamati ‘clienti’), è violenza contro le donne?[3].
Non c’è solo la prostituzione nel retro dei bar, non dimentichiamo anche quella ripresa da videocamera: la pornografia. Non è emancipatoria, non è libertà, non è coraggio. È violenza: fisica, psicologica. È basata sull’asimmetria, sulla forza[4]. Ci fa male anche se non siamo noi a farlo, perché se andiamo a letto con gli allievi del porno il sesso parrà stupro.
«La nostra anima si rompe un pezzo alla volta quando ci vediamo in catene o con le labbra della vulva esposte al colonizzante sguardo maschile; o ancora, con i lividi o in ginocchio, gridare dal dolore […] deliziando il sadico; facendo finta che ci piace, facendo finta di essere cieche di fronte alle immagini delle nostre sorelle che in verità ci perseguitano – mortificate a tal punto da credere che il sesso e il dominio della donna siano un tutt’uno»[5].
Riprendiamoci i nostri corpi.
Steinem ha scritto un elogio ai nostri corpi. Essendo ogni giorno bombardate da corpi finti spacciati come veri, o peggio spacciati come belli e, di conseguenza, come obiettivi indispensabili, il suo elogio «di una variegata molteplicità di donne» ci fa bene:
«Alcune donne che siedono silenziose nella sauna, ciascuna immersa in una nuvola di vapore con i propri dolori muscolari e con i propri pensieri. […] “È bello poter venire qui da sole o con un gruppo di donne” dice una voce nella nebbia. “E non sentirsi una pazza” termina un’altra […] “Non sono mai stata con un gruppo di donne come questo prima d’ora” […] “Tesoro” dice [un’altra] “quello che vedi è quello che c’è” [Tra le altre ci sono una madre e una figlia], si somigliano, si trovano in buona compagnia. Il corpo di una donna ha messo al mondo un’amica» [6].
Steinem parla di corpi giovani, anziani, parla delle nostre cicatrici, delle pieghe della pelle, di corpi che non sono solo corpi, sono donne: parlano, si rilassano, si muovono. A questo servono i corpi: a permetterci di vivere, non ad essere copertine patinate.
Questi frammenti ci ricordano che «abbiamo bisogno di vedere regolarmente una realtà variamente assortita per logorare l’immagine plastificata […] con cui ognuna di noi è stata addestrata a misurarsi» [7].
Ho voluto ricordare una parte di Steinem perché la sua morte mi ha risvegliato un senso di ansia che cresce. Sono consapevole dell’età che hanno molte femministe radicali: coloro che mi hanno fatto aprire gli occhi, salvandomi dalle atrocità del maschio. So che nelle librerie spesso non ci sono, mentre spaziano i maschi che si definiscono “filosofi femministi”, i libri pro-porno, pro-chiunque ma non di certo pro-donne.
Mi sembra che il loro pensiero ci stia abbandonando.
Ma quando ci abbandonano anche i loro corpi, mi sento mancare.
Nelle ultime ore ho visto altre sorelle, le chiamo così – le sento vicine – fiondarsi alle tastiere e scrivere di Steinem per ricordarla. Resistenza femminista [8], Altradimora [9], Femministero [10].
Mi sono sentita meno sola.
Lo diceva anche Steinem che «la rivoluzione delle donne stava nascendo dai circoli di dialogo» mentre sentivano le loro esperienze di donne confermate dalla vita delle altre [11]. Voglio che la nostra rivoluzione non muoia con lei.
Note:
[1] G. Steinem, My Life on the Road, 2015, One World, p. 229.
[2] Ibid. p. 230.
[3] Ibid. p. 233.
[4] G. Steinem, What is pornography, in Take Back the Night: Women on Pornography, Laura Lederer, 1980, William Morrow & Company, pp. 35-39.
[5] «Consider also our spirits that break a little each time we see ourselves in chains or full labial display for the conquering male viewer, bruised or on our knees, screaming a real or pretended pain to delight the sadist, pretending to enjoy what we don’t enjoy, to be blind to the images of our sisters that really haunt us – humiliated often enough ourselves by the truly obscene idea that sex and the domination of women must be combined»., Ibid. p. 39.
[6] G. Steinem, Trilogia Ms. Corpo. Aborto. Age fobia, VandA.edizioni, 2023, pp. 36, 37.
[7] Ibid. p.33.
[8] https://www.instagram.com/p/Dc08mx7jc92/?img_index=1.
[9] https://www.instagram.com/p/Dc05Vtqjhpe/?img_index=1.
[10] https://www.instagram.com/stories/femministero/3978011734675954732/.
[11] G. Steinem, Trilogia Ms. Corpo. Aborto. Age fobia, VandA.edizioni, 2023, p.120.
[12] G. Steinem, My Life on the Road, 2015, One World, p.39.
(NoiDonne, 4 settembre 2026)
Segnaliamo un’intervista che vale la pena ascoltare (in inglese). Il podcast How To Fail With Elizabeth Day ha ripubblicato, in occasione della sua recente scomparsa, la puntata del 2020 dedicata a Gloria Steinem. Nella conversazione, la storica attivista femminista si racconta a partire dai propri “fallimenti”, un rapporto mai del tutto risolto con la madre, l’assenza al momento della morte del padre, ma si apre soprattutto su temi che attraversano tutta una vita: la scelta di non avere figli, la rabbia come energia trasformativa, l’idea di relazioni “non gerarchiche”, e una vita intera spesa contro misoginia e ingiustizia.
Ascoltando l’intervista, emerge un ritratto intimo e vitale di una delle voci più importanti del femminismo del Novecento.
La redazione
(How To Fail with Elizabeth Day, 3 settembre 2026)
La rivoluzione di Gloria Steinem cominciò ascoltando le donne. Era il 1969 e in una chiesa del Greenwich Village un gruppo di femministe aveva organizzato uno «speak-out» sull’aborto. Una dopo l’altra, le donne raccontavano pubblicamente ciò che fino ad allora era stato confinato nella vergogna e nel segreto: gravidanze indesiderate, aborti clandestini, paura. Steinem, che l’anno prima aveva contribuito a fondare il New York Magazine, era lì per scriverne. Aveva abortito anche lei, a ventidue anni, illegalmente, a Londra, senza quasi averlo mai raccontato. Anni dopo avrebbe definito quella sera l’inizio del suo attivismo femminista.
Steinem è morta mercoledì nella sua casa di New York, a novantadue anni. Giornalista, fondatrice di «Ms.» e volto più riconoscibile della seconda ondata femminista americana, per oltre mezzo secolo ha portato al centro della politica ciò che fino ad allora era stato considerato affare privato delle donne: l’aborto e la contraccezione, la violenza, il lavoro domestico, le discriminazioni, la disparità salariale.
Era nata a Toledo, in Ohio, nel 1934. Dopo la laurea allo Smith College e un periodo in India, tornò negli Stati Uniti e cercò di farsi strada in un giornalismo che alle donne riservava soprattutto moda e costume. Nel 1963 si infiltrò come “Bunny” [coniglietta, ndr] in un Playboy Club di New York: il suo reportage raccontò le condizioni di lavoro delle ragazze dietro la patina di emancipazione sessuale costruita da Hugh Hefner.
Ma fu alla fine degli anni Sessanta che il femminismo cambiò anche il suo modo di guardare il mondo. In Autostima Steinem raccontò di quando al Plaza Hotel di New York le fu impedito di aspettare nella hall perché era una “signora non accompagnata”. La prima volta se ne andò umiliata. Qualche settimana dopo, entrata in contatto con il movimento delle donne, allo stesso divieto reagì apertamente.
Da allora percorse l’America parlando nelle università, nelle associazioni, nelle piazze. Spesso lo fece accanto a Dorothy Pitman Hughes, femminista nera e organizzatrice comunitaria: la fotografia delle due donne con il pugno alzato sarebbe diventata una delle immagini simbolo del movimento.
Nel 1971 Steinem fu tra le fondatrici del National Women’s Political Caucus insieme a Bella Abzug, Shirley Chisholm e Betty Friedan. Nello stesso periodo nacque «Ms.», la rivista che avrebbe dato al femminismo americano una voce nazionale. Si parlava di violenza domestica, molestie, lavoro e politica. Nel primo numero comparve anche la dichiarazione We Have Had Abortions [‘Abbiamo abortito’, ndr], firmata da donne che ammettevano pubblicamente di avere abortito quando in gran parte degli Stati Uniti era ancora illegale.
Steinem aveva anche il talento dell’ironia. Nel celebre saggio If Men Could Menstruate immaginò che se fossero gli uomini ad avere le mestruazioni: sarebbero diventate, scriveva, motivo di orgoglio e perfino prova di virilità. Il problema è chiaro: non è il corpo femminile a valere meno, è una società costruita sul potere maschile a stabilirlo.
Continuò a battersi per il diritto all’aborto, contro la violenza sulle donne e per la loro rappresentanza politica fino agli ultimi anni. Quando nel 2022 la Corte Suprema cancellò la protezione federale garantita da Roe v. Wade, tornò al punto da cui era partita: senza controllo sul proprio corpo, sosteneva, per le donne non può esserci piena cittadinanza. La sua fondazione ha ricordato soprattutto una sua qualità: la capacità di ascoltare e di far sentire le altre ascoltate. Forse è anche questa la chiave della sua eredità. Steinem capì presto che l’esperienza individuale delle donne, quando viene raccontata e condivisa, smette di essere un fatto privato. Diventa politica. E che, come insegna il femminismo, bisogna sempre partire da sé.
(Corriere della Sera, 3 settembre 2026)
Esattamente un anno fa, il 20 settembre 2025, si svolgeva presso l’Università Cattolica di Milano, luogo simbolico in cui Luisa Muraro si è laureata con una tesi in filosofia della scienza, il convegno Come quando si accende la luce.
Io ho pensato subito che la luce fosse Luisa stessa, ma Clara Jourdan, curatrice di Esserci davvero (Libreria delle donne, 2025), conversazione approfondita con Luisa Muraro che descrive il filo della sua vita e la genesi delle sue principali opere, mi corregge e precisa che il titolo si riferisce a quanto avviene dentro di noi grazie agli scritti di Luisa.
Gli atti del convegno sono ora disponili nell’edizione Come quando si accende una luce.Pensare con Luisa Muraro, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi. Il libro è disponibile presso la Libreria delle donne di Milano. Per riceverlo anche per posta, scrivere a info@libreriadelledonne.it
Filosofa, pedagogista, traduttrice, attivista femminista, un suo rapido profilo biografico può essere consultato a questo indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Muraro
Insieme ad alcune partecipanti al convegno – Martina, Milena, Monica e Raffaella – ci siamo ritrovate in un webinar per condividere alcuni tratti fondamentali del pensiero di Luisa.
Ecco quanto ne è emerso.
Luisa ha segnato la storia del pensiero filosofico introducendovi il concetto di madre, più precisamente dell’ordine simbolico della madre, in quanto veicolo dell’apprendimento della lingua, della lingua materna dunque, considerando che l’acquisizione del linguaggio coincide con l’acquisizione dell’ordine simbolico.
Luisa si è molto impegnata nel femminismo, operando dapprima nella città di Milano dove nel 1975 fondò insieme a Lia Cigarini e ad altre la Libreria delle donne, luogo di studio, di autocoscienza, di produzione culturale e di pratica di nuove forme di relazioni e di analisi politica… Luogo anche di sostegno a molte iniziative promosse dalle donne sul territorio. Non da ultima quella del Giardino delle beghine di Mantova.
Grazie ai suoi numerosissimi scritti e alle successive traduzioni Luisa è diventata un riferimento imprescindibile del “femminismo della differenza”, che insiste sul fatto che la libertà delle donne non coincide con l’emancipazione e i desideri femminili non si esauriscono nella conquista della parità con gli uomini, ma portano ad altre esperienze di vita e di relazioni sociali, per un cambio di civiltà non più patriarcale.
In questo campo, una particolare relazione tra donne di cui è stata la promotrice è la “Pratica dell’affidamento” che Milena Garavaglia così espone nel suo e-book Cohousing al femminile. Abitare nei beghinaggi moderni
«L’Affidamento è una pratica a livello simbolico e sociale esercitata all’interno di una relazione di reciproca fiducia fra due donne adulte: riferendosi all’altra, una le conferisce autorità, cioè le parla di ciò che fa, si fa aiutare a riconoscere i propri desideri e tiene conto dei suoi consigli. Si tratta di un riconoscimento che implica un impegno reciproco,ossia curare i rapporti con altre donne e considerarli una risorsa insostituibile di forza personale, di originalità mentale e di sicurezza sociale. Il fare tra donne per “darsi identità” aiutandosi reciprocamente a progredire, fidarsi e affidarsi, avere stima di se stesse senza essere in competizione con le altre e la possibilità di chiedere consiglio per i propri bisogni». (pp 42-43)
Infine, grazie alla sua amicizia con la beghina Romana Guarnieri, Luisa si è introdotta nelle opere mistiche delle beghine, dalle quali è stata realmente affascinata, e ne ha fatto conoscere il movimento, in particolare Marguerite Porete, senza per altro identificarsi con esse.
I numerosi interventi del convegno hanno opportunamente esposto le tante sfaccettature del pensiero di Luisa Muraro, la quale ha certamente con il suo instancabile e dotto impegno portato il pensiero femminista a un livello schiettamente filosofico.
Un grande grazie a lei, a Lia Cigarini, a Clara Jourdan e a quante/i come loro, e come noi della Beguines Newsletter, che non mollano.
Luisa è deceduta a Milano il 13 giugno 2026.
A lei diciamo che non vogliamo sentirci sue orfane, ma sue eredi e che la porteremo sempre con noi.
(Beguines Newsletter, settembre 2026)
Care amiche, cari amici, care colleghe e cari colleghi,
Siamo lieti di condividere con voi una notizia importante. Il 22 agosto 2026, in Svezia, la difensora bielorussa dei diritti umani e direttrice dell’organizzazione per i diritti umani Our House, Olga Karach, è stata insignita del premio internazionale Peace Ambassador 2026 nell’ambito della cerimonia del World Peace Award. Il premio rappresenta un riconoscimento per i molti anni di impegno di Olga Karach nella difesa dei diritti umani e contro la guerra, per il suo lavoro volto a proteggere e sostenere rifugiati, persone costrette a lasciare il proprio Paese e altri gruppi vulnerabili, nonché per il suo costante impegno a favore della pace, della nonviolenza e della risoluzione pacifica dei conflitti in Bielorussia e nelle regioni dell’Europa orientale.
Per noi è particolarmente importante che questo premio riconosca proprio il lavoro che il team di Our House continua a svolgere in condizioni estremamente difficili, facendo fronte sia ad attacchi provenienti dalla Bielorussia sia ad attacchi in Lituania: aiutare le persone costrette a lasciare i propri Paesi a causa della guerra e della repressione politica; difendere i diritti dei rifugiati; sostenere donne e bambini; assistere gli obiettori di coscienza al servizio militare; contrastare la militarizzazione; e promuovere alternative nonviolente alla guerra e alla violenza.
Il conferimento del titolo di Peace Ambassador 2026 rappresenta anche un riconoscimento internazionale di un’idea semplice, ma oggi particolarmente importante: la sicurezza non può essere costruita esclusivamente sulle armi, sulla violenza, sulla paura e sulla militarizzazione. Una pace duratura richiede la tutela della dignità umana e dei diritti umani, solidarietà, dialogo e la capacità delle società di risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza.
Il Peace Ambassador 2026 Award ha per noi anche un altro importante significato. Dimostra che il lavoro dei difensori e delle difensore bielorussi dei diritti umani in esilio rimane visibile e continua a essere considerato importante dalla comunità internazionale, e che l’esperienza maturata nell’assistenza ai rifugiati, nella protezione delle persone dalla repressione e nel contrasto alla militarizzazione fa parte di un più ampio impegno europeo e internazionale per la pace.
Non consideriamo questo premio come un punto di arrivo, ma come un riconoscimento della necessità di continuare questo lavoro, soprattutto oggi, quando la guerra, la repressione, la migrazione forzata e la crescente militarizzazione colpiscono milioni di persone nella nostra regione.
Desideriamo inoltre esprimere la nostra sincera gratitudine all’organizzazione svedese Artists for Peace per aver candidato Olga Karach a questo premio e per aver riconosciuto l’importanza del nostro lavoro nel campo dei diritti umani e della costruzione della pace.
Apprezziamo profondamente la loro solidarietà e il loro impegno nel sostenere i difensori e le difensore dei diritti umani in esilio e nel dare maggiore spazio e risonanza alle loro voci mentre operano per la pace, la nonviolenza e la dignità umana.
Olga Karach e il team de La Nostra Casa
(Our House, Centro per i diritti umani e gli aiuti umanitari, 31 agosto 2026)
Ottanta anni fa a Calabricata di Albi (oggi Sellia Marina), veniva uccisa Giuditta Levato, la contadina comunista. La sua storia è raccontata da Lina Furfaro nel suo libro “Giuditta Levato – La contadina di Calabricata”, Falco Editore. Un libro che da tempo aspettava di essere letto da me. Nelle sue pagine incontro non un mito, un’icona o un’eroina, ma una donna reale che affronta la vita e la fatica “a testa alta”, con grande dignità e un profondo senso della giustizia. Non c’è retorica nel racconto, ma empatia nel descrivere la fatica di donne e uomini, contadini e coloni, sotto un regime, quello fascista, che condanna alla fame e allo sfruttamento i senza terra e mantiene e protegge i privilegi e l’arroganza dei latifondisti, padroni della terra e della loro vita. «La fame era tanta. Tutti o quasi per sfamare i figli sgobbavano», come suo padre Salvatore e sua madre Rosa, che di figli ne ebbe otto (tre femmine e cinque maschi). Il senso di giustizia “germogliò” in lei il giorno che vide suo padre «costretto a cedere tutto il raccolto dell’uliveto per pagare un debito». Aveva sette anni. Va a scuola «per imparare i rudimenti dello scrivere e del leggere» e si ferma alla prima elementare perché «non c’era motivo di continuare», le dissero i genitori. Cresce insieme alle sue amiche, la cui giornata «è uguale per tutte, tra i lavori di casa e della campagna, poi un po’ di tempo per sedersi e dedicarsi al ricamo, maglia, uncinetto, taglio e cucito, telaio. Quando era possibile, si andava ad ascoltare quella scatola meravigliosa, la radio», che aveva solo Mela. Rivedo la donna adulta che «aveva imparato dal padre: contadini sì, ma con decoro, perché la loro famiglia non aveva nulla da invidiare agli altri». Rivivo, attraverso il racconto, i preparativi del suo matrimonio con Pietro di cui si era innamorata. Il matrimonio si celebra nell’anno di massimo consenso del fascismo (1936). Aveva ventun anni. Ben presto divenne madre, di due figli maschi, Carmelo e Salvatore. E venne la guerra. In lei «il desiderio di fuga dalla miseria si mescolò al disprezzo per chi in Piazza Venezia inneggiava alla guerra e per chi aveva chiamato alle armi suo marito». Gli anni della guerra «trascorsero tra le attese di notizie del marito Pietro e la lotta contro la miseria che dilaniava sempre di più». Conobbe il dolore della sorella per il marito morto in guerra. Per i contadini, come suo marito, tornati da una guerra che non gli apparteneva, la fame e la miseria divennero insopportabili. Occuparono le terre incolte, lottavano «per salvarsi la vita». Il ministro dei contadini, il catanzarese Fausto Gullo, con un decreto assegnò le terre incolte alle cooperative dei contadini. Giuditta entrò nel sindacato e nel Partito comunista, fondò la cooperativa “Unione e Libertà” e, con determinazione, guidò l’occupazione delle terre incolte del barone Mazza. «Abbiamo conquistato la terra», gridavano gioiosi. Ma il barone non si arrese. La mattina del 28 novembre 1946 si sparse la voce che il barone con i suoi uomini, i buoi e tre aratri, si era avviato al fondo con l’intenzione di lavorare la terra per toglierla ai contadini. Giuditta, lasciò il marito a letto febbricitante, e il figlio Carmelo. Preso il più piccolo, si mise alla testa di altre donne e si avviò sul fondo per fermare il barone, che si era presentato armato di fucile. Minacciava di uccidere chiunque avesse tentato di avvicinarsi. Gli uomini accorsero a dare man forte alle donne. La moglie del fattore disarmò il barone. Ne seguì una “baruffa” con i contadini. Quando il fucile finì nelle mani del fattore, Vincenzo Napoli, partì un colpo che uccise Giuditta. «Vincenzu, m’ammazzasti», furono le sue ultime parole, prima di accasciarsi a terra. Morì due giorni dopo all’ospedale di Catanzaro. Il prete le negò il funerale. Dopo una vita di stenti e di fatica, Giuditta moriva per il desiderio di rendere liberi dalla miseria se stessa, i suoi figli e la sua gente.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 30 agosto 2026)
Negli Stati uniti assistiamo a un conflitto importante contro i data center e alla rabbia verso l’uniformità dell’intelligenza artificiale, che, vista da vicino, sottrae capacità cognitive, restituisce disoccupazione e non garantisce progresso nelle condizioni di produzione e riproduzione.
L’Europa rincorre investendo in conglomerati industriali imponenti per potenza e consumi, senza sapere se davvero qualcuno avrà bisogno dei loro dati e delle loro elaborazioni.
Qual è il piano strategico di investimenti e il progetto industriale europeo o italiano? La narrazione sulla sovranità si ferma alle soglie del digitale. I data center, infatti, sono costruiti seguendo le richieste delle big tech internazionali e non si capisce se sarà possibile tutelare i loro dati dagli usi abusivi delle multinazionali.
Intanto la Cina fa un suo piano quinquennale di investimenti sulla robotica domestica e industriale, posizionandosi in autonomia dalla Silicon Valley. Non sappiamo se avrà successo, ma è una strategia per diversificare, mettendo le risorse nazionali al servizio di un progetto industriale autonomo.
L’intelligenza artificiale sviluppata nella California libertaria è un progetto estrattivo, che prolifera appropriandosi ed espropriando risorse comuni non abbastanza protette (dati personali, energia, acqua, minerali e capacità cognitive) per trarne valore commerciale, oppure intensificare la sorveglianza a scopo bellico o per controllare la popolazione automatizzando la discriminazione delle soggettività deboli, o marginalizzate, che tante battaglie per i diritti civili avevano reso più difficile da perpetrare.
Conosciamo il meccanismo della colonizzazione. Si individuano spazi di interesse, non abbastanza presidiati da regole, o sotto il controllo di soggetti privi della capacità di farle rispettare con la forza, e poi si interviene per appropriarsene illecitamente. Il colonialismo nasce come metodo espansivo, ma si rende necessario per la scarsità delle risorse necessarie in patria. Gli spazi coloniali sono sempre abitati, secondo la soggettività dominante, da selvaggi e inferiori, i quali potranno scegliere tra una morte certa eroica, un’assimilazione dolorosa e il deperimento in una riserva.
L’Europa è molto fragile sotto questo punto di vista perché, come tutti i soggetti politici da secoli seduti al tavolo dei vincitori, è impreparata a comprendere che si sta trasformando in una preda. Discute di sovranità, ma è pronta a sottomettersi per l’accesso ai satelliti a bassa quota di Starlink, senza nemmeno rivendicare che lo spazio dove si trovano i dispositivi di Elon Musk sarebbe comune al pianeta e non di proprietà aziendale. L’Unione europea si limita a fare le regole, un’attività nobile e importante, ma dipende da come le si scrive e le si fa rispettare. La leva delle tasse è difficile da usare senza peggiorare ulteriormente le relazioni transatlantiche, non certo perché tecnicamente impossibile. Spesso si accompagna l’Europa con l’aggettivo vecchia, non per il tempo di vita dei paesi, ma per una latitanza del desiderio di immaginazione autonoma sul proprio futuro. La vecchiaia dell’Europa, e dell’Italia in particolare, consiste nell’incapacità di esercitare una sovranità sulle idee per affrontare sfide concrete come il disastro climatico, le guerre endemiche, la transizione ecologica, l’uso dell’intelligenza artificiale, la ricerca di altre nuove tecnologie.
Le soluzioni non possono essere universali. Abbiamo bisogno di biodiversità e di tecnodiversità, come continua inascoltato a sostenere Yuk Hui, filosofo della tecnologia tra Oriente e Occidente. Ci servono pensieri nostri, concreti e situati, molteplici e dinamici.
Il termine greco téchne vuol dire sia arte che tecnica, si riferisce a un insieme di pratiche che hanno bisogno di soluzioni artigianali e insieme regolate, ma in un processo continuo in cui convivono metamorfosi e tradizione. Per abbandonare l’ideologia unica del capitale, la narrazione disastrosa di una crescita illimitata, è necessaria una struttura proteiforme, capace di feedback e riorganizzazione costante per rendere possibile la circolarità di una sopravvivenza nel pianeta, che protegga anche le generazioni future.
L’intelligenza artificiale della Silicon Valley è un livellatore di soluzioni, è uno strumento algoritmico per automatizzare la valutazione sulla maggiore probabilità di una risposta entro un ambito statistico. Ma per l’addestramento della IA generativa, persino la Silicon Valley deve ricorrere a libri scritti prima del proprio esordio, perché ha bisogno di variabilità per alimentare il suo sistema ed evitare che degradi le sue prestazioni.
E l’Europa? Maestra di pluralismo, federale e multilingue, rinuncia a se stessa, per inseguire la tendenza dominante senza fantasia.
(il manifesto, 30 agosto 2026)
«Io questo documentario proprio non lo volevo fare, nel senso che mi sembrava una materia troppo prossima, troppo vicina. Soprattutto pensavo che non ne sarei stata in grado: Carla Lonzi l’ho conosciuta quando ero giovanissima, le devo così tanto», dice Francesca Archibugi e sullo sfondo si sentono due bambine giocare, l’ex ragazza favolosa del cinema italiano ha sessantasei anni ed è nonna. «Poi però, dopo la ripubblicazione da parte della Tartaruga dei suoi scritti, da Fandango mi hanno detto: guarda Francesca che se non lo fai tu, il documentario sulla Lonzi lo farà qualcun altro…».
Due anni di lavoro – anche se in mezzo c’è stato un film, Illusione, uscito a maggio –, materiale d’archivio inedito e bellissimo, in casa non un consulente qualunque, ma “il” consulente perfetto per questo lavoro (Archibugi è sposata da decenni con Battista Lena, figlio unico di Carla Lonzi): è nato così Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo, che sarà presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori e sarà nelle sale il 26-27-28 ottobre.
Nei primi anni Settanta Lonzi fonda, con Carla Accardi ed Elvira Banotti, il gruppo Rivolta femminile, che diventa anche casa editrice e pubblica i suoi primi scritti, fra cui Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e il diario Taci, anzi parla. «Alla fine mi sono decisa perché avevo un obiettivo chiaro: raccontare Carla nella sua complessità», riprende la regista. «È conosciuta come critica d’arte e poi come femminista radicale e integerrima. Ed è senz’altro così. Però la mia esperienza di lei è stata anche diversa, era una persona fragile e piena di contraddizioni, attentissima alle relazioni, su cui ha lavorato l’intera esistenza. Una donna molto colta che stava sempre con un libro e una matita in mano, sempre alla macchina da scrivere. Volevo restituirle una statura da femminista non rigida, raccontare quanto in realtà fosse inclusiva. Se non fosse morta quasi mezzo secolo fa, a cinquantun anni, oggi sarebbe tutto il contrario delle femministe escludenti, stile Rowling per intenderci. A casa nostra ha continuato a vivere anche quando non c’era più. Lei al centro mette la sessualità, lo smascheramento del culto del coito inventato dagli uomini. È una grandissima intuizione, con un lato anche scabroso» (la scrittrice e storica Giulia Siviero nel documentario lo riassume così: «Carla ha una posizione originale sull’aborto perché va alla radice del problema. E la radice è: una sessualità che è stata imposta nel sistema patriarcale alle donne, in cui piacere e riproduzione sono stati falsamente legati fra loro, perché nelle donne esiste la clitoride che permette, a differenza degli uomini, di separare piacere e riproduzione. Così sull’aborto Carla capisce che la domanda da fare è: perché le donne sono costrette ad abortire?»).
Quando vi siete conosciute?
«Avevo tredici anni, ero compagna di classe di suo figlio Battista e la rivedo nel corridoio di scuola vestita così elegante, alla moda, ma non una moda borghese, aveva sempre qualcosa di creativo addosso. Con le ragazze, anche molto giovani, riusciva ad avere relazioni intense. Ricordo che mi ero entusiasmata per La Storia, di Elsa Morante, uscito una decina d’anni prima. Lei era stata molto critica verso quel libro, eppure ha compreso il mio fervore e alla fine ha detto: mi stai facendo cambiare idea. A me, che ero una ragazzina che non sapeva niente delle cose, niente del mondo».
Il documentario si chiude con l’ultimo video, girato in casa, Lonzi è già malata, ha metà del volto coperto da un cerotto, immagini che non si erano mai viste.
«Ci abbiamo pensato tanto se introdurlo o no. Poi una sua amica di Rivolta femminile mi ha fatto riflettere: Carla non aveva nessun pudore a mostrarsi aggredita, sfigurata dalla malattia, perché la considerava un’esperienza importante della sua vita e quindi continuava a lavorare, a leggere con un occhio solo, a fare riunioni, senza ritrosia. Non c’era una Carla sana e poi una Carla toccata dalla malattia: erano la stessa persona, ha continuato a essere totalmente sé stessa. Mostrare il filmato è stato restituirle il modo in cui aveva deciso di attraversare una prova così devastante».
Erano gli anni ’70, le femministe dicevano che il privato doveva diventare politico. Quella lezione ha ancora senso oggi, in cui ogni azione ed emozione viene tracciata e monetizzata?
«Carla cercava sempre l’autenticità. Tutto il contrario del fasullo di cui sono pieni oggi i social. Carla rendeva politica una cosa reale, vera, a cominciare dai difetti che riscontrava in sé stessa e che analizzava con grande profondità. Penso che un approccio all’esistenza più critico e più autocritico sarebbe veramente un beneficio per tutti, perché è proprio questa falsità, questa terribile inautenticità nella quale siamo costretti a rappresentarci, uno dei drammi dei nostri giorni».
E forse un altro dramma è che non sappiamo più davvero dialogare.
«Anch’io credo che il dialogo oggi sia del tutto mortificato. Il gruppo di Rivolta femminile metteva al centro la parola e io non posso non pensare che sia la cosa più giusta e più alta da fare. Carla ha scritto poesie, diari, testi filosofici. La parola è stata la sua espressione e la parola dovrebbe sempre essere la nostra espressione» (Carla Lonzi nel documentario: «Io risolvo tutto nel dialogo!». E poi: «Godevo della relazione, e mi espandevo»).
C’è una parte della sua produzione che predilige?
«Il diario, Taci, anzi parla, perché lì ha fatto convivere livelli temporali diversi, utilizzando una forma di scrittura che definirei avanguardistica. Nella stessa pagina racconta di quando era bambina, poi fa un salto nel futuro per mostrare cosa ne sarebbe stato di quelle idee, una volta diventata grande, e poi torna al presente, perché aspetta un’amica e deve decidere cosa cucinarle. Ha il senso di un’esistenza fatta di piani temporali, ogni “qui e ora” si porta dietro tutto quello che siamo stati e quello che saremo. Senza tirarla troppo lunga: ha fatto un’opera rivoluzionaria».
Vede affinità con la sua poetica di regista?
«Non lo so, io mi interrogo molto poco, sono del tutto incapace di fare esegesi. Sono una manovale, mi viene in mente una storia e mi metto a raccontarla, facendo tutte le ricerche possibili. Ma non penso mai, mai, ai massimi sistemi. Racconto solo una storia a qualcuno e la mia voce si modula come se fosse sempre un po’ una favola».
Questo documentario che posto ha nel suo percorso professionale?
«Ho evitato di guardare troppi documentari, anche se ne conosco di meravigliosi. Ho cercato di lavorare sul triangolo fra me, la Carla che non c’era più e il ricordo che avevo di lei, a cui si somma la testimonianza di Battista, che è stato molto importante durante tutto il lavoro. Il documentario è stata una prova completamente nuova, che non sapevo fare. Ma è sempre un bene fare nuove esperienze».
Si fa una citazione da un diario inedito di Lonzi, chiamato Gelosia, di cui si vociferava l’esistenza, ma senza certezze. Presto la pubblicazione?
«Non so, sarà Battista a decidere. Contiene delle cose così private che ti domandi se ha senso renderle pubbliche».
Con Battista Lena vi siete conosciuti al liceo. Come si riesce a far durare tanto una relazione?
«Non ci siamo messi subito insieme, anzi non avevo nemmeno una particolare simpatia per lui. L’amore è arrivato dopo, in concomitanza a fatti molto drammatici: verso la fine del liceo, le nostre madri si sono ammalate, contemporaneamente, e sono morte a poca distanza l’una dall’altra. Innamorarci è stato forse il nostro modo per proteggerci dalla paura del mondo. Entrambi non avevamo grandi rapporti con i nostri padri, quindi abbiamo perso le uniche persone di riferimento e questo sicuramente, ripensandoci dopo tanti anni, è stato un collante, un collante abbastanza misterioso. Abbiamo anche avuto momenti bruttissimi, siamo stati a un passo dal lasciarci, qualche volta per colpa mia, qualche volta per colpa sua, però c’è stato un elastico che non si è mai rotto. Non voglio essere retorica, ma se nelle relazioni non ci sono momenti brutti, non è possibile avere momenti belli e bellissimi».
«Il femminismo non è teoria, ma un’esigenza vitale», diceva Lonzi. E per lei?
«Carla non avrebbe approvato che io portassi un mio lavoro a Venezia, oppure a Cannes, o in tutti gli altri festival del cinema in cui sono stata: li riteneva posti dove si celebra la cultura maschile, mentre alle donne resta solo il ruolo delle ancelle. È passato mezzo secolo, ma ancora siamo allo stesso punto: ancelle di questa, come dire, di questa messa in scena della grandiosità dell’artista maschio, mentre la nostra arte è confinata in un recinto. Forse Carla aveva ragione: non bisogna andare da nessuna parte, bisogna rifiutarsi e combattere con l’estromissione. In quarant’anni di carriera mai ho sentito un critico o un selezionatore o un direttore di festival interrogarsi e dire: davvero i film delle donne non sono all’altezza o non sarà piuttosto il mio sguardo a essere sbagliato?». (Carla Lonzi: «L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione». «Non dobbiamo chiedere di essere uguali all’uomo, perché l’uomo è il termine della nostra esclusione»).
Eppure ai festival continua ad andarci.
«Se non fossi andata, se non fossi stata sul palco con il mio premio in mano, sarei stata cancellata dalla faccia del cinema. Sono ancora qui perché mi sono ritagliata uno spazietto d’ancella. Avrei dovuto fare una lotta più radicale, tutte avremmo dovuto farla, perché una lotta non la puoi fare da sola. Non si vince con le quote rosa, ma dicendo: fatevela fra voi la vostra mostra. Negli anni ho visto aprirsi e chiudersi spazi per le donne, in un alternarsi legato all’andamento della società e questo c’entra poco con il percorso femminista, purtroppo». (Laura Lepetit, editrice scomparsa nel 2021: «Io mai nella vita avrei osato sputare su Hegel e invece si poteva fare un salto a lato, oppure produrre, come diceva Carla, un imprevisto nella storia e cambiare prospettiva. Cambiare prospettiva allora era un terremoto gigantesco, ma è come se lei ignorasse i pericoli. Lo faceva. E le altre? Potevano farlo»).
Lei è un’attivista?
«Non nel senso comune, però sono molto attiva nel creare le mie relazioni. Nel non retrocedere, non accettare l’inautenticità: con le mie amiche, con Battista, con i miei figli. Fino alla sgradevolezza di dirci le cose come stanno. Non è facile, ma sono convinta che questo crei legami molto, molto più profondi».
Al Festival
Il documentario
Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è un documentario scritto e diretto da Francesca Archibugi prodotto da Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà (a sinistra la locandina). Accanto alla figura pubblica di Lonzi di primissimo piano nel femminismo italiano per il suo pensiero radicale e originalissimo, il documentario racconta anche la figura privata, affascinante e contraddittoria. Attraverso archivi preziosi e inediti, la regista, che ha un forte legame personale con Lonzi avendone sposato il figlio, Battista Lena, porta per la prima volta sullo schermo il suo pensiero e la sua eredità.
I libri
Grazie anche alla ripubblicazione dei suoi libri per opera della Tartaruga (La nave di Teseo, a cura di Annarosa Buttarelli), si è tornati a studiare e discutere il pensiero di Lonzi, così radicale da mettere in crisi le gerarchie e i fondamenti della cultura patriarcale.
(Corriere della Sera – Sette, 24 agosto 2026)
A nome dell’Associazione delle Madri dei migranti scomparsi in Tunisia, e in qualità di presidente dell’associazione e di sorella di uno scomparso da anni, oggi trovo impossibile di rimanere inerte di fronte alla nuova tragedia che stanno vivendo le famiglie dei figli di Ben Guerdane, senza far sentire di nuovo la nostra voce. Ciò che sta accadendo non è un incidente di passaggio, né una notizia che si conclude alla fine con la pubblicazione delle foto e con il recupero dei corpi. Dietro ogni giovane disperso c’è una famiglia che vive, dal momento della sua scomparsa, in uno stato di attesa infinita. Una madre che non sa se piangere il proprio figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro, ogni giorno, che un membro della loro famiglia non è tornato. E io conosco bene questa attesa. So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare, e che passino gli anni senza che tu sappia dove sia, cosa gli sia successo, se sia sopravvissuto e dove si sia concluso il suo viaggio. So cosa significa che la domanda rimanga aperta, e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana. Per questo, quando oggi vediamo famiglie che cercano i propri figli o che ricevono la notizia del ritrovamento di salme, non vediamo semplicemente nuovi numeri nel dossier della migrazione. Vediamo noi stesse, ancora una volta. Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore temporaneo, per poi essere dimenticate quando le notizie si placano. Vogliamo la verità. Vogliamo che ogni famiglia conosca la sorte del proprio figlio. Vogliamo ricerche serie per i dispersi, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie di prendere in consegna i propri figli e dargli una sepoltura dignitosa. E vogliamo anche che si apra un dibattito reale sulle cause che spingono i nostri giovani a imbarcarsi in viaggi carichi di morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire. Gli anni hanno dimostrato che l’approccio securitario da solo non ha fermato le partenze, e che la chiusura dei confini e l’inasprimento nella concessione dei visti non hanno cancellato il sogno dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere dignitosamente. Quando le porte legali si chiudono, il desiderio di viaggiare non scompare, ma le rotte diventano più pericolose. Dalla nostra posizione di famiglie degli scomparsi e delle scomparse, diciamo chiaramente: non vogliamo altre tragedie, e non vogliamo altre madri che vivano ciò che abbiamo vissuto noi. Vogliamo politiche che diano ai giovani il diritto di spostarsi in modo sicuro e legale, e che diano loro anche motivi reali per restare, se scelgono di farlo: il lavoro, la dignità e la speranza nel futuro. Quanto a coloro che hanno perso la vita, abbiamo il dovere verso di loro di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero in un rapporto. Le loro famiglie hanno diritto alla verità, alla giustizia, alla dignità, al sostegno psicologico e sociale, a sapere dove sono i loro figli e cosa è successo loro. Noi non parliamo da dietro delle scrivanie. Parliamo da dentro questo dolore. Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone che sono scomparse e hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta. Ed è per questo che continueremo a reclamare i diritti dei dispersi e delle loro famiglie, e continueremo ad alzare le nostre voci ogni volta che un giovane scompare in mare, perché sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta. Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, e non vogliamo che le disperse e i dispersi diventino solo numeri. Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità. Ed è diritto di ogni madre sapere dove si trova suo figlio.
Latifa Walhazi – Presidente dell’Associazione delle Madri dei Dispersi in Tunisia e sorella di un disperso.
(Facebook, profilo dell’Association des mères de migrants disparus, 24 agosto 2026)
Mettere a morte le donne, vederle morire. Altro che raptus o bestialità, c’è una “pedagogia della crudeltà” maschile per rimettere le donne al loro posto alimentata da un immaginario che si dipana nei secoli dalla Bibbia alle serie tv. Ivan Jablonka, storico francese che da tempo indaga la società patriarcale, ricostruisce ne La cultura del femminicidio una fittissima grammatica della misoginia che agisce sin dall’infanzia. Mentre i tanti femminicidi di questi giorni consegnano al dibattito pubblico domande ancora inevase su responsabilità, omissioni e sottovalutazioni della violenza maschile, Jablonka invita a guardare dentro il lungo racconto del corpo femminile violato per ripensarlo e trasformare finalmente il nostro sguardo
«Mi hai fatto a pezzi per non affrontarmi intera» (M’he fatta ’a piezze pe nun m’affruntà sana) è la frase che accompagna una delle opere dell’artista napoletana Emanuela Auricchio. Una frase che dice icasticamente la verità su ogni femminicidio e fornisce anche un calzante esergo all’ultimo libro di Ivan Jablonka, La cultura del femminicidio (traduzione italiana di P. D’Ortona, Einaudi, Torino 2026).
Jablonka è uno dei più innovativi storici francesi contemporanei, che ha fatto anche tesoro del pensiero e del lavoro di tante storiche e pensatrici femministe. Da tempo si interroga (da storico e da uomo) sulla società patriarcale e la sua costruzione, sulla mascolinità e il suo immaginario, sulla violenza sessuale e i femminicidi. Così, in Laëtitia o la fine degli uomini (traduzione italiana di M. Botto, Einaudi, 2018), ricostruisce il caso di una diciottenne rapita, stuprata e uccisa, con l’intento primario di ridare vita e storia a un corpo martoriato, divenuto solo un nome e un oggetto di polemica politica; mostrando, contemporaneamente, come un fatto di cronaca possa diventare il punto di partenza per interrogare un’intera società. In Uomini giusti. Dal patriarcato alle nuove mascolinità (traduzione italiana di R. Prezzo, Moretti & Vitali 2021), l’autore evidenzia poi quanto nel secolare dominio maschile si celi, in realtà, la miseria degli uomini che ritengono che avere un diritto di proprietà sul corpo delle donne faccia parte della loro identità di maschio.
Con il suo ultimo lavoro, Jablonka prosegue e approfondisce il progetto storiografico e umano di “de-mascolinizzare” la storia e le scienze sociali. E con questo diverso sguardo affronta il femminicidio non quale epifenomeno criminale, ma quale espressione di un’implicita struttura di pensiero profondamente radicata nelle società, e quindi parte fondante di una cultura intera.
Un aspetto, questo, già sottolineato dall’antropologa Françoise Héritier nel suo saggio del 1996, Masculin/Féminin. La pensée de la différence, dove, interrogandosi sulla definizione, assunta universalmente in antropologia, dell’“Uomo come animale uguale agli altri ma unico nel suo genere”, forniva una sua risposta al tipo di unicità da attribuirgli. Se infatti la singolarità dell’animale-uomo è stata collegata, di volta in volta, al linguaggio, alla razionalità, all’immaginazione e anche alla perversione, Héritier ne indica una a suo avviso fondamentale: “L’Uomo è l’unica specie in cui i maschi uccidono deliberatamente le loro femmine”. Questo vuol dire che l’uccisione come atto estremo di violenza dei rappresentanti di un sesso sull’altro non è attribuibile alla natura ferina dell’uomo, riconducibile cioè a un “istinto animale” o a un suo lato bestiale (come, per altro, immortalato magnificamente da Edgar Allan Poe nei Delitti della Rue Morgue); al contrario, si annida proprio in ciò che differisce dalla natura animale; ovvero la cultura, le forme del pensiero e dell’immaginario.
Da parte sua, Jablonka questa cultura la indaga storicamente e vi rintraccia il filo rosso di una “pedagogia della crudeltà” verso le donne e il loro corpo, finalizzata a «richiamarle all’ordine – ordine sociale e tra i generi». I femminicidi – è la sua tesi di fondo – non esisterebbero senza la “cultura del femminicidio”, senza cioè quella costruzione simbolica che modella il nostro sguardo, banalizza l’orrore e trasforma il crimine in racconto familiare. Perché, se la parola è alquanto recente, non lo è la cosa. Il femminicidio, infatti, «non è solo un crimine patriarcale che insanguina le nostre società da millenni, ma anche uno sguardo, una modalità, una disposizione mentale» in cui siamo immersi. Per questo ci invita a ri-vedere il modo con cui è rappresentata, detta, immaginata e illustrata, nei secoli, la messa a morte della donna, rendendocene consapevoli.
Così, anche attraverso una sorprendente galleria iconografica, si squaderna sotto i nostri occhi quello «scenario ginocidiario» che si ripete per lo più in un’identica sequenza: sessualizzazione/erotizzazione della violenza, assassinio, profanazione o smembramento del corpo. Il femminicidio, osserva acutamente l’autore, non dipende dal desiderio sessuale, ma da un’altra logica, quella del «desiderio di distruzione», della negazione di «ogni libertà che sia indipendente dal piacere (sovrano) dell’uomo». Uno scenario che, a memoria, inizia fin dalla Bibbia.
La cultura del femminicidio si apre allora con il terribile e oscuro, ma emblematico, racconto biblico, presente nel Libro dei Giudici (19-20). Un sacerdote va a recuperare la sua “concubina” dalla casa del padre. Nel viaggio di ritorno i due fanno sosta a Gabaa per la notte, trovando ospitalità presso un vecchio. Ma qui, la casa viene circondata da un gruppo di uomini malintenzionati che vogliono abusare del levita. Per salvare sé stesso, egli offre in cambio la donna, che viene stuprata e seviziata per tutta la notte fino a cadere esanime sulla soglia di casa. All’alba, constatatane la morte, il levita carica il corpo su un asino e, giunto a casa, con un coltello lo smembra in dodici pezzi che manda alle tribù d’Israele perché puniscano con la guerra la tribù dei Beniamiti. Della donna (ridotta a puro corpo da scambiare, possedere, violare e in quanto tale reso simbolico) non è dato sapere il nome proprio, né sentirne la voce o il suo pensiero, né coglierne un moto di ribellione.
Da qui e dalla mitologia greca la storia culturale ginocidiaria prosegue fino alla nostra contemporaneità adattandosi ai vari modi e generi artistici (dalla pittura e letteratura al cinema, alla pubblicità, alle serie Tv, ai video porno, alle canzoni pop e rap…). Una cultura che si è alimentata della rappresentazione del martirio delle sante (così diverso da quello dei santi), della caccia e dei roghi delle streghe o dai tavoli anatomici, dove venivano distese, in pose sensuali, le cosiddette “Veneri anatomiche”, ingioiellate e perfettamente truccate. Bastava che lo studente di medicina o l’uomo di scienza ponesse le mani sui loro fianchi o sul seno, perché esse si aprissero, come scatole a sorpresa, nell’estremo disvelamento del loro contenuto viscerale, in un atto in cui la verità scientifica e la fantasia maschile di penetrazione si saldavano insieme. La scena divenne poi un vero e proprio spettacolo, quando il pubblico, munito di biglietto, cominciò ad accalcarsi nelle aule ad anfiteatro per assistere dal vivo alle esibizioni delle autopsie, in particolare quelle atte a sviscerare i misteri del corpo femminile. Nell’Ottocento la spettacolarizzazione del corpo violato si rinnova con le sedute aperte al pubblico del professor Charcot che esibisce le performance delle sue “isteriche”, o negli obitori dove si possono sbirciare gratuitamente i cadaveri martoriati di giovani prostitute. Per non parlare dei numeri di magia o circensi in cui le donne (sempre loro) vengono fatte sparire o segate in due, oppure rese obiettivi animati di virtuosi lanciatori di coltelli. E senza dimenticare il femminicidio simbolico inscenato delle bambole meccaniche montate e smontate dagli uomini (come l’Olympia di E.T.A. Hoffmann, la Maria robot in Metropolis di Fritz Lang o le bambole di Bellmer). E un’eco di tutto ciò non la ritroviamo forse nel caso Pelicot o in quelli della cosiddetta droga del sesso che le cronache ci riportano ormai sempre più spesso? E la figura di un Jack lo squartatore non rivive, oltre che al cinema, nei serial killer delle serie televisive che consumiamo a livello domestico e che si aprono ripetutamente con un corpo di donna violentato e orribilmente oltraggiato? E il fantasma di Barbablù o le imprese sadiche del divino marchese non le ritroviamo forse in un moderno faccendiere come Epstein?
Scavando negli “archivi” delle epoche passate attraverso la storia dell’arte, l’iconologia, la medicina, l’anatomia, la letteratura, la fotografia, la pornografia, il cinema, la cronaca giudiziaria, la pubblicità, la musica, la cultura digitale, Jablonka vi trova, in modo sorprendente, pari allo stupore crescente in chi legge, la trama di una cultura «che consiste nel guardare le donne morire – e nel godere di questo spettacolo»; è una «cultura in cui siamo immersi», una «grammatica acquisita sin dall’infanzia», una struttura del pensiero, che esaudisce simbolicamente e collettivamente «il sogno di ogni misogino: sbarazzarsi delle donne». Come spiegare altrimenti la contraddizione per cui l’assassinio spesso efferato di una donna susciti l’indignazione politica e morale ma sia poi così onnipresente in ogni campo artistico e culturale?
Senza mai cadere in una denuncia semplicistica, né appellarsi a censura di opere che spesso sono dei capolavori, Jablonka interroga anche la nostra stessa fascinazione verso tali storie. Ma, allora, come smettere di tollerare l’intollerabile? Come cambiare lo sguardo maschile che si è imposto attraverso le varie forme d’arte, sia popolari che alte? In questo libro che chiama direttamente in causa gli uomini, Jablonka invita a inventare una “contro-cultura”, capace di restituire la dignità delle vittime rompendo le logiche voyeuristiche, ripensando i nostri racconti e trasformando i nostri sguardi.
Un modo però può venire dalle storie divergenti che sono state già narrate e in cui le donne interrompono il destino ginocidiario ponendosi in un’altra storia e in un differente universo simbolico. Così, mentre si discute accanitamente sull’Odissea riletta con grande maestria da Nolan e la lunga teoria di femminicidi di questi giorni riapre il dibattito pubblico su responsabilità, omissioni e sottovalutazioni della violenza maschile contro le donne, è venuto spontaneo ripensare a un altro grande capolavoro che è alla base di una cultura verso cui ci poniamo spesso come superiori. Eppure, se ci riflettiamo, non abbiamo a fondamento della cultura europea-occidentale un’opera paragonabile alle Mille e una notte, in cui protagonista assoluta è l’intelligenza di una donna. Quella raccolta composita di racconti orali di origine persiana, indiana e araba si è diffusa in Occidente agli inizi del ’700, attraverso una traduzione lacunosa e rimaneggiata, in cui Shé(hé)razade perde, insieme a una sillaba centrale del suo nome, le sue qualità più proprie a causa di un immaginario orientalista che la trasforma nel prototipo di tutte le Odalische, oggetti di desiderio sessuale e di voluttà. Ma quell’intreccio di storie, letto nella sua integralità, e soprattutto nella sua inquadratura, dice ben altro. Vi potremmo sorprendentemente scorgere la prima narrazione del Femminicidio e della sua risoluzione.
Il re Shahiyàr, tradito da una delle sue mogli, concepisce un odio mortale per l’intero genere femminile. Decide di vendicarsi facendo uccidere dapprima l’infedele e ordinando poi al visir di condurgli ogni notte una vergine che egli sposa, possedendola sessualmente, per poi farla decapitare all’alba. La strage continua per tre anni finché non resta più una sola donna in età da marito in tutto il reame, ad eccezione delle tre figlie del gran visir, tra cui Shéhérazade, la quale decide di sfidare la sorte e si offre per liberare il regno dal lutto. Non però in un atto di immolazione ma di ribellione. Accomiatandosi dal padre, essa si esprime infatti con parole di condanna nei confronti della logica mortale della legge paterna e del sovrano: «O rimarrò in vita – dichiara – o sarò il riscatto delle vergini musulmane e la causa della loro liberazione dalle mani del re e dalle tue». Ma Shéhérazade non perderà la testa perché si farà forza non tanto della sua bellezza o seduzione, bensì della sua intelligenza, accompagnata da una portentosa memoria e da una cultura alimentata dalla vasta biblioteca che possiede. Sono queste le qualità attraverso cui viene descritta, insieme alla sua particolare capacità di narrare storie. Sposa perciò il sovrano ma, la prima notte di nozze, prende a raccontargli una storia che interrompe nel momento più emozionante. Come si sa, ciò invoglia il re, impaziente di sentire la fine, a sospendere l’esecuzione. Così, di notte in notte, coi suoi racconti sapientemente inanellati o rinchiusi uno nell’altro come in un sistema di scatole cinesi, lei riempie con le sue parole il silenzio di morte, sospendendo il tempo. Fino a che, grazie all’intelligenza femminile che tiene insieme le storie, smontando una storia unilaterale maschile, coattivamente ripetuta nelle sue ossessioni, mostra la possibilità e la ricchezza di un’altra storia, una storia polifonica che, come direbbe María Zambrano, fuoriesca dalla “storia sacrificale” fatta solo di “idoli e vittime”.
(Cultweek, 22 agosto 2026)
Breve intervista di Pietro del Soldà a Ida Dominijanni
È patriarcato anche quello che spiega il comportamento predatorio, l’idea del sesso come reificazione anche tra ragazzi di sedici, quindici, quattordici anni molto che, condizionati dai social e da certi modelli, pensano solo al sesso e mai all’apertura di sé in una relazione, che significa invece esporre la propria vulnerabilità? È ancora patriarcato o c’è un nuovo patriarcato che forse fatichiamo a vedere e anche i tradizionali interpreti della nostra società non riescono a leggere con lenti adeguate?
Questa domanda finale la pongo a una delle più notevoli esponenti del pensiero femminista in Italia, una grande firma del giornalismo, Ida Dominijanni.
Il patriarcato naturalmente è un prodotto storico e quindi cambia a seconda dei contesti e delle epoche storiche. Di fronte a che cosa ci troviamo noi oggi nelle società democratiche occidentali? Cominciamo a circoscrivere: io penso che quello di cui avete parlato stamane non sia il patriarcato, ma sia una forma di misoginia molto violenta, reattiva rispetto alla ferita che il patriarcato ha subito.
Il patriarcato, se vogliamo definirlo in modo meno generico di come viene fatto oggi, cioè di come oggi viene definito come un sistema di prevaricazione maschile, uno strumento di dominio maschile sulle donne. E questa è una definizione un po’ troppo generica. In realtà il patriarcato aveva delle regole precise, la principale delle quali era una trasmissione del potere esclusivamente da padre a figlio e la norma paterna come norma che assegnava i “posti a tavola”, per modo di dire, cioè i posti nella vita.
Le donne dovevano fare una certa cosa, gli uomini dovevano farne altre e agli uomini era destinata la sfera pubblica, mentre alle donne la sfera privata. Il padre, la legge del padre, governava e faceva ordine e disciplina: questa organizzazione della vita con la legge del padre che assegna i posti è finita in realtà. Quindi gli uomini sono stati deprivati di molti dei loro poteri, non hanno più il monopolio della sfera pubblica e anche nella sfera privata devono vedersela con la capacità delle donne di dire di no alle loro pretese.
Sappiamo benissimo che la grande maggioranza dei femminicidi scatta quando una donna dice no, e quindi fa un gesto di libertà.
Io credo che molta violenza maschile oggi sia generata da questa perdita di potere, e anche di capacità di governo della vita privata e della vita pubblica, degli uomini.
Mi sembra che cerchiamo di mettere insieme cose che apparentemente non c’entrano niente una con l’altra e cioè diciamo che questa estensione di violenza sulle donne sia causata un immiserimento incredibile dei comportamenti maschili nella sfera privata e nella sfera pubblica. Ci sono tutte e due questi fenomeni, quindi io penso che questi fenomeni parlino di una transizione del patriarcato che non è necessariamente verso il meglio: può anche essere verso il peggio, può scatenare appunto forme reattive molto forti. Io lo chiamo post-patriarcato, poi ognuno usa il nome che vuole: alcune parlano di neo-patriarcato, altre pensano che il patriarcato sia sempre lo stesso, mentre io non credo che sia così.
Penso che oggi ci troviamo di fronte a una forma efferata di violenza, di prevaricazione e anche di vendetta maschile nei confronti di una crescita della libertà femminile che non mi pare eliminabile tanto facilmente.
(Radio Tre, Tutta la città ne parla, 19 agosto 2026)
Il ribaltamento del mito omerico
Nolan libera Odisseo da Omero.
L’eroe classico ha un compito ben preciso: ristabilire l’ordine sociale e patriarcale violato. Incarna i valori assoluti di una civiltà declinata al maschile, dal coraggio all’astuzia, e le prove che supera servono a confermare il suo status nel mondo.
Nolan rovescia Omero. Non si limita a esporre la crisi contemporanea del patriarcato attraverso la violenza e le guerre che possono evocare quelle di oggi. Mostra piuttosto la fine di un ordine nel momento stesso del suo istituirsi, come nei racconti dell’Iliade e dell’Odissea.
È una postura simbolicamente forte: l’onnipotenza maschile, basata sull’idea che la metis e l’autosufficienza bastino a dominare il mondo, si rivela priva di fondamento.
La legge di Zeus e il sequestro del simbolico
«Bruciare le mura di Troia è stato bruciare il mondo intero, compresa la casa». Ma lo stesso Odisseo spiegherà che – sebbene lo sradicamento dei fragili legami tra gli uomini genererà altra violenza – all’orizzonte si intravede già una civiltà diversa.
Nolan compie un passo ancora più profondo.
Mostra come il danno prodotto all’umanità dalla storia patriarcale non risieda solo nel bisogno di controllo (a partire dal corpo delle donne) e nella forza necessaria a esercitarlo. Il vero fulcro è il sequestro del simbolico, incarnato dalla “legge di Zeus” e ridotto a mero strumento di potere.
Nel film, tuttavia, la legge di Zeus e l’ordine patriarcale non coincidono. La legge divina rappresenta la dimensione simbolica con cui fatichiamo a fare i conti, proprio perché il patriarcato l’ha bloccata e impoverita proiettandovi un’immagine archetipa maschile. Il rapporto tormentato dell’Omero di Nolan con questa legge, continuamente evocata e violata, diventa lo strumento per liberarsi.
Questo passaggio fondamentale non sarebbe stato possibile senza il lavoro del femminismo sul piano simbolico. Nel film questa dinamica emerge con chiarezza ed è il frutto di una riflessione maschile su di sé, profonda e autentica, che difficilmente intercettiamo nel dibattito quotidiano.
Oltre l’impasse dell’eroe moderno
La rottura con il passato è radicale. L’Omero di Nolan si distacca dalle interpretazioni dell’eroe succedutesi dal Rinascimento a oggi. Non è il cittadino ideale dei filosofi rinascimentali, né l’emblema del viaggio neoplatonico nell’anima umana. Non incarna il prototipo dell’individuo proprietario e nemmeno l’archetipo novecentesco del male di vivere. Queste sono solo varianti storiche della soggettività maschile. Nolan è già altrove, oltre le illusioni e i blocchi del passato.
Il regista chiude l’era del dramma. Nel mondo omerico il dramma è collettivo e fondativo, legato al destino e alla volontà degli dèi. Nel mondo moderno (Shakespeare) il dramma si sposta all’interno dell’uomo, scisso tra ciò che pensa di dovere e ciò che sente, una frattura che nella storia patriarcale ha preso tante forme diverse. Questa impasse ha condotto storicamente all’autodistruzione o a tentativi di ricomposizione autoritaria e senza mediazione. Persino quando si rivendica l’azione – il classico “un uomo deve fare quello che deve fare” del cinema western – ci si trova davanti a un agire bloccato, che rimuove con risentimento la propria impotenza.
Nel film di Nolan, invece, Odisseo si sblocca: esce dal dramma e il suo agire diventa produttivo. È un uomo che è andato oltre il patriarcato, pur portandone con sé i limiti. Non sa rinunciare alla vendetta e per questo non può più stare nel posto di sovrano in cui Omero lo aveva ricercato. Tuttavia, libera il figlio Telemaco dall’obbligo di succedergli attraverso le uccisioni rituali e la violenza, che sono il motore interno del patriarcato. Può così iniziare una nuova idea di potere e autorità.
L’autorità delle donne e la metamorfosi dell’eroe
Il commiato di Odisseo dal patriarcato nasce dal riconoscimento dell’autorità delle donne che incontra, una autorità che in molte analisi del film ho visto che si fatica a cogliere.
Nel mito classico le donne sono tappe del viaggio, minacce seduttive o forze distruttive, simili a una natura scatenata dagli dèi contro i mortali. Rappresentano l’alterità fuori controllo, dotate di un potere generativo che spaventa e castra.
Nolan ribalta questo schema. Nel film, le figure femminili guidano l’eroe e fanno luce mentre lui fatica a ricomporre i propri frammenti. Giudicano, spiegano, dicono la verità e innescano la metamorfosi di Odisseo.
Non restano sullo sfondo, non sono docili né malinconiche, e non rinunciano ai propri desideri, non stanno neanche lì a significare l’emancipazione liberale. Il film non distribuisce i ruoli secondo una rigida logica di parità formale: è l’opera di un uomo che vede nelle donne il vero motore del viaggio di Ulisse. Sono loro a rendere possibile e a dare significato al suo addio al patriarcato.
Il femminismo radicale ha già compiuto questo distacco da tempo, smettendo di concedere spazio al patriarcato per produrre piuttosto libertà femminile. Non per questo, però, ha smesso di dialogare con gli uomini intenzionati a compiere lo stesso passo.
Circe, Calipso e Penelope: custodi di verità
Circe non è la parodia della femminista arrabbiata. È la figura che svela agli uomini la vera natura del patriarcato per come esso stesso si è teorizzato: dall’homo homini lupus al “Saturno che divora i suoi figli” di Goya, da cui discende il Polifemo di Nolan.
Circe dice una verità dura con rabbia, poiché ha subito la violenza maschile e la teme. È forse questo il motivo per cui ancora oggi, in tanti e tante, fanno fatica a entrare in empatia con lei? O forse perché ritorni il vecchio timore che la rabbia femminile possa spaventare gli uomini? Ulisse capisce e non si spaventa.
Calipso costringe Odisseo a guardarsi dentro e a elaborare il trauma. Lo aiuta a liberarsi dai fantasmi delle sue vittime e della cultura patriarcale: gli dice «Rinuncia al controllo e vivi». Lo fa attraverso l’amore, ponendo un limite al proprio sentimento.
Penelope dimostra che la libertà femminile non si misura sul desiderio maschile, pur rimanendo in relazione con lui. Lungi dall’essere la madre castrante descritta da alcuni, Penelope cerca di trasmettere al figlio un’idea diversa di forza e libertà in un mondo segnato e ossessionato dall’assenza del patriarca.
Penelope e Odisseo lasciano insieme un’eredità. È lei a comprendere che la minaccia temuta non è un esercito straniero, ma la violenza maschile stessa: «Voi siete il popolo del mare», dice al marito dopo il racconto di Troia. «La nostra età del bronzo sta crollando», le risponde lui.
Attorno a Penelope e Circe ruota anche il tema del generare e dell’essere “nati di donna” (Adrienne Rich), che scardina l’epica patriarcale: l’eroe non nasce solo attraverso le proprie gesta. .
Infine c’è Atena, che compie l’atto decisivo: libera l’eroe dal senso di colpa, trappola sterile che spesso blocca la presa di coscienza maschile e ne oscura il desiderio. Questo legame rispecchia ciò che Lia Cigarini ha definito “relazioni politiche di differenza” tra donne e uomini.
Un film in cui la violenza non è godimento
Come già accaduto con Barbie di Greta Gerwig, l’opera di Nolan mostra la dimensione più profonda e reale del mondo in cui viviamo, offrendo una via d’uscita dalla depressione in cui ci schiaccia la violenza contemporanea.
Sul piano cinematografico, Nolan non usa la struttura narrativa lineare dei film d’azione hollywoodiani, basati sull’adrenalina e sul trionfo dell’eroe. Il film si sviluppa come un labirinto complesso di immagini e suoni che parla all’intelligenza dei sensi.
Qui la violenza non esalta l’azione, ma riflette il trauma del protagonista, e la vendetta è priva di qualsiasi godimento. L’esilio finale diventa l’unico modo per spezzare il cerchio della violenza che rigenera se stessa, scardinando il fondamento ideologico che il cinema d’azione ci chiede normalmente di accettare.
Alla fine della proiezione, in una sala all’aperto, le bambine e i bambini hanno applaudito.
P.s.: Grazie a Lucia per avermi portato a vedere il film.
(Facebook, 19 agosto 2026)

Zina Borgini se n’è andata martedì 11 agosto 2026. Lo abbiamo appreso con profondo dispiacere. Per anni ha collaborato attivamente con la Libreria delle donne curando sul sito uno spazio dedicato all’arte, facendo il turno in libreria e non solo. Ha intrapreso poi l’avventura con la sua amata associazione Apriti Cielo!, luogo di cultura, pensiero e aggregazione importante per tutta la città di Milano.
Pubblichiamo la testimonianza di Zina Borgini nel libro di storia del femminismo Mia madre femminista e due sue poesie, una tratta dalla sua raccolta Medicamenti e l’altra dal libro collettivo che ha fortemente voluto con le amiche de La stanza della poesia di Apriti cielo. Questi testi mostrano alcuni aspetti della ricchezza, forza vitale e intelligenza relazionale che la animavano.
Strategie di libertà
Nel 1964 avevo 15 anni. Ero arrabbiata con mio padre per i suoi atteggiamenti nei confronti di mia madre, di me e mia sorella: ci amava senza riserva, tanto da considerarci una proprietà da proteggere, facendo passare tutte le nostre scelte attraverso la sua approvazione. Mia madre era caduta in depressione, mia sorella aveva preferito adeguarsi, ma io, un Acquario che ama libertà e indipendenza, ho posto le mie energie per liberami dall’amore paranoico di mio padre. Finita la terza media, ho espresso il desiderio di frequentare un liceo artistico. Ricevetti un tassativo diniego. Frequentazioni strane! Scuola del peccato! Ritrarre nudità! No! La mia istruzione doveva passare da un’altra strada: ragioneria o liceo classico. Era un prezzo troppo alto. Iniziò così la mia ribellione a un ordine che non teneva conto dei miei desideri. Dovevo trovare una strategia per trasgredire senza troppi dolori per tutti. A Sesto San Giovanni, dove sono nata e abito tuttora, esisteva la Scuola Civica di Pittura: alcuni famosi pittori milanesi ne erano stati allievi e il direttore, Giovanni Fumagalli, insieme alla moglie Giuliana, gestiva la Galleria delle Ore di via Fiori Chiari a Milano. Mi iscrissi ai corsi serali, ma mi impegnai a diplomarmi in steno-dattilografia e cercai un lavoro. Fui assunta come impiegata e, dopo solo un anno, iniziai a frequentare, come portaborse, il tribunale, la camera di commercio, gli uffici del registro e del catasto. Crollarono così le paure verso le istituzioni, mi percepii più grande di quello che ero, contribuii al bilancio familiare. Divenne così più facile la contrattazione con mio padre.
La scuola di pittura mi spalancò le porte su un mondo nuovo: sperimentai libertà che non avevo mai agito e una vivacità sino allora compressa. Mi innamorai per la prima volta, e non di un uomo, ma di una mia coetanea in modo totalizzante e corrisposto. La mia vita entrò in un vortice di avvenimenti incalzanti e incantevoli. Iniziai a scegliere le mie letture anche sull’onda di un titolo: Noi e il nostro corpo, Il secondo sesso, ma anche Sartre e Camus. Cominciai a viaggiare con la scuola e approdai a Venezia per la Biennale: l’odore della libertà sa di acqua ferma e di olezzi estivi delle calli. Non dimenticherò mai il caldo e il sudore, fasciata dal mio abito di plastica a quadretti rifinito di scotchnero: erano gli anni della Oplical art. Sopportai eroicamente per ben tre giorni quel travestimento. Mi sentivo nel mondo, grande, senza paure e molto, molto curiosa.
Naturalmente il rapporto con mio padre aveva picchi di insostenibilità: non sono mai riuscita a nascondere nulla di quello che facevo, condividere mi faceva sentire pulita, sincera, senza contraddizione. C’era un prezzo da pagare. Lo pagavo, punto.
Ero appagata e contenta, anche amata. A scuola apprezzavano le mie doti pittoriche e il mio carattere, in ufficio lavoravo sodo senza lamentarmi e mi piaceva imparare, avevo l’amore di mia madre che non riusciva a difendermi ma sommessamente mi approvava. La mia sessualità era un po’ ballerina e confusa ma stimolante.
A vent’anni mi sono sposata con un compagno della scuola di pittura e abbiamo avuto due figli, una convivenza durata 25 anni segnata dalla costante fatica di tenere in equilibrio doveri e desideri. Da sempre però ho intuito che la conquistata libertà sarebbe stata una condizione per me irrinunciabile, e il desiderio un motore che sollecitava continuamente le mie scelte di vita.
Incontrai la politica della differenza nel 1996 che mi suggerì le parole giuste per nominare le mie azioni giovanili: “fine del patriarcato”, “emancipazione”, “amore tra donne”, “partire da sé”,oltre che ad aprire lo guardo su una prospettiva che mi ha permesso di autorizzare anche mia figlia e mio figlio a desiderare in libertà.
[in Marina Santini, Luciana Tavernini, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, Il Poligrafo, Padova 2015, p.78]
Periferie
Dai territori dell’assenza
dalle linee d’ombra
nella ferita del tessuto umano
e della terra
dai deserti affettivi,
scintille urgenti
penetrano
cercando
rammendi fertili
parole che tessano
speranze insieme
Popoli affamati di cibo e amore
con barche varate dai porti di fame,
coi ricordi cuciti sul cuore
vagano in geografie spezzate
domandano
che la linea di confine frammentata,
si faccia circonferenza accogliente.
[Zina Borgini, Medicamenti, Edizioni Paginauno 2023, p.46]
Con voce alt(r)a
Con altra voce
vorrei disdire
i carnefici guerrafondai
i raggiri politici
i genocidi – inaccettabili
Con altra voce
pregare vorrei,
la fine di ogni male
scomunicare le armi
vorrei…
Con voce alta
do fiato
agli angeli che scavano tra le pietre
al fiore rosso che riempie i campi
alle rondini che ogni anno ritornano
alla poesia che medica l’anima.
Con voce alta!
[Zina Borgini, in AA.VV. È MEGLIO PACE… Lemmi poetici in tempo di guerra, a cura di AritiCielo! Aps, Edizione Paginauno 2025, p. 21-22]
(www.libreriadelledonne.it, 14 agosto 2026)
La filosofa Luisa Muraro è venuta a mancare il 13 giugno scorso. Fortunatamente ho saputo che c’è stato il tempo di dedicare anticipatamente al suo pensiero un’intera giornata di studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, organizzata dalla Libreria delle donne di Milano e da Diotima, Comunità filosofica femminile di Verona.
Da quell’incontro è scaturito un libro intitolato Come quando si accende la luce, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi. Il libro restituisce l’importanza del pensiero di Luisa Muraro, protagonista della diffusione del “pensiero della differenza sessuale”, punto di riferimento per moltissime donne nella pratica femminista basata sull’esperienza e del pensiero che “parte da sé”.
Da questo concetto, che intreccia ogni teoria con l’esperienza, con il suo essere vissuta, viene elaborato, negli anni ’70, il pensiero della differenza sessuale, che prende le distanze, pur senza negarlo, dall’emancipazionismo, inteso come l’insieme delle politiche miranti a parificare la condizione socio-economica delle donne e degli uomini.
In questo momento storico possiamo infatti vedere il processo di involuzione che l’emancipazionismo ha portato alla condizione femminile, sempre più sessualizzata, nella maggioranza dei casi impoverita e disoccupata, salvo essere profondamente reazionaria quando raggiunge i vertici del potere, sfondando il cosiddetto “soffitto di cristallo”. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti valutando l’operato delle donne al potere in Italia e in Europa. Senza una coscienza politica e del proprio reale desiderio si rimane ingabbiate nella rete mortifera del maschilismo, che impregna profondamente le strutture economico-sociali fondate su un capitalismo pervasivo e indifferente alla persona umana.
Il pensiero della differenza sessuale, condiviso dalla Muraro con la filosofa belga Luce Irigaray, di cui ha tradotto le opere, invita le donne a interrogare il proprio desiderio, ad agire sulla sua spinta, mettendo radicalmente in discussione che la liberazione femminile coincida con il raggiungimento del potere e la conquista del successo.
Ed è l’esperienza del partire da sé, fedeli all’ordine della madre, senza scimmiottare i discorsi prodotti da altri/e, cioè dall’ordine patriarcale a cui quasi tutti i filosofi sono purtroppo legati, l’eredità che l’incontro con il pensiero della Muraro mi lascia e di cui le sono immensamente grata.
La filosofia è una cosa in atto e pratica, scriveva Simone Weil, intrecciando indissolubilmente pensiero e azione, come poi tutta la sua vita ha testimoniato.
Luisa Muraro ha fondato e lavorato per due iniziative di lunga durata e indubbio valore politico. Nel 1975, insieme a Lia Cigarini e altre donne fondò la Libreria delle donne di Milano, che diventerà una delle istituzioni storiche del femminismo italiano e che è pienamente funzionante tuttora. Fu tra le fondatrici, negli anni ’80, della comunità filosofica femminile Diotima, che gode di notevole autorevolezza simbolica e della grande partecipazione di pubblico al Grande Seminario (organizzato tra ottobre e dicembre di ogni anno) da cui scaturiscono libri inerenti all’argomento trattato.
Ed è proprio nei “ritiri” in preparazione del Grande Seminario che ho avuto l’occasione di conoscere personalmente Luisa Muraro, oltre a filosofe di spessore come Diana Sartori, Wanda Tommasi e Annarosa Buttarelli e altre. Confesso che il modo di lavorare in questi ritiri in un primo momento mi ha intimorito: si parlava a braccio, quasi del tutto proibite le citazioni, in definitiva si trattava di filosofeggiare in presenza. La severità della Muraro era inflessibile: voleva che il pensiero scaturisse da noi, dalla nostra sensibilità, fiduciosa nelle capacità creative di ciascuna di noi. Conoscendola meglio l’ho reputata una grande “Maestra”, di filosofia, ma specialmente di vita: insegnava il coraggio di essere se stesse e di combattere per le proprie idee.
Il motivo per cui l’ho sentita intellettualmente vicina è che, forse inconsciamente, abbiamo entrambe cercato la spiegazione della differenza sessuale nell’esperienza delle mistiche: perché Dio, in tempi di totale subordinazione femminile, ha scelto le donne per rivelarsi, scavalcando ogni gerarchia ecclesiastica? Vero scandalo filosofico, a cui la Chiesa, per non dare risposte troppo imbarazzanti, ha quasi sempre risolto il proprio conflitto di coscienza santificandole.
In questa sede ricordo due libri di Luisa Muraro sul tema, scegliendo tra la sua vasta produzione: Il Dio delle donne, Milano, Mondadori 2003; Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2014 (2001).
Per quanto mi riguarda l’incontro con Luisa Muraro e Diotima mi ha dato il coraggio di partire (da me?), facendo lunghe esperienze di insegnamento all’estero, e, specialmente, l’agognato dottorato di ricerca in Portogallo sull’amore mistico, grazie soprattutto alla lettera di referenze scritta all’università di Coimbra da Wanda Tommasi, che colgo l’occasione di ringraziare caldamente.
(Periscopio, 6 agosto 2026)
Lo scorso 13 giugno 2026 è morta a Milano la filosofa e scrittrice Luisa Muraro. Tra altri studi di riferimento nel suo campo le dobbiamo i saggi L’ordine simbolico della madre e Il Dio delle donne. Nata nel 1940 a Montecchio Maggiore, Luisa Muraro si è laureata in Linguistica all’Università di Lovanio e in Filosofia all’Università Cattolica di Milano.
Pensatrice della differenza sessuale, con al centro la libertà femminile, una delle sue grandi preoccupazioni come filologa e filosofa è il linguaggio. Lo si vede nel Quaderno di Via Dogana del 1995, un lavoro di grande interesse in questo ambito: Lingua e verità in Emily Dickinson, Teresa di Lisieux, Ivy Compton-Burnett, pubblicato dalla Libreria delle donne di Milano. Nel 1975 Luisa Muraro era stata cofondatrice di questa iniziativa di alto valore sociale e culturale che gode di continuità ai nostri giorni. La Libreria delle donne di Milano è più che una libreria, è un focus che favorisce il pensiero nell’ambito della condizione umana femminile.
Lingua e verità era il nome dato al corso di ermeneutica filosofica che Muraro impartì all’Università di Verona (1994-95), a cui parteciparono venticinque studenti. Con quello sguardo accademico unito al flusso creativo che fa crescere il pensiero, professoressa e alunni/alunne esaminarono un romanzo della scrittrice inglese Ivy Compton-Burnett: Servo e serva (1947). Partendo da una lettura psicanalitica e passando per l’incertezza e alcune somiglianze con la letteratura cortese medievale, arrivarono anche a una visione imparentata con la tragedia greca, facendo comprendere che il romanzo (di fatto, come tutti quelli di Ivy Compton-Burnett) può essere letto come una verità antropologica quanto a osservazione dell’essere umano in tutti i tempi e realista nel presente quanto a fedeltà dell’osservazione ambientale. In questo caso facendo attenzione a quell’ambiguità e a una certa ipocrisia nel linguaggio adoperato dalle classi benestanti inglesi del tempo dell’autrice, che lo mostra in ogni dialogo con la precisione del taglio di un bisturi.
Con il fermo desiderio di dire ciò che vuole dire, in maniera cristallina, trasparente, si esprime la carmelitana francese Teresa di Lisieux. Tanto che sorprende, per la naturale difficoltà di dire l’indicibile, la precisione, la chiarezza con cui la santa (che la Chiesa fece dottora nel 1997) scrive nella Storia di un’anima le sue esperienze spirituali più intime, più profonde. Già ai suoi tempi, poco dopo la morte a ventiquattro anni, ispirerà i suoi lettori, li porterà a osservare quello che lei ha nominato la “piccola via” nel cammino della santità. Cioè: attraverso il quotidiano vissuto in totale consegna a Dio. In Teresa di Lisieux, che la professoressa Muraro ha studiato bene come emerge dal suo saggio, lingua e verità sono la stessa cosa. «Sebbene non sia una scrittrice eccelsa, secondo i nostri canoni, dobbiamo riconoscere che Teresa di Lisieux scrive correttamente, è concisa, sa comunicare con forza e con precisione il suo pensiero». Questo è il profondo impegno con la verità di Teresa di Lisieux.
Emily Dickinson è come un mare in cui non è facile navigare. Poeta fuori dalla convenzione poetica e filosofa senza pretendere di esserlo e pertanto anche in questo situata oltre la convenzione, nei suoi versi l’autrice si esprime attraverso allegorie e con risorse stilistiche e grammaticali così personali che ancora sorprendono. Sappiamo che il linguaggio poetico sovente porta fino al limite del linguaggio. Da sé, con convinzione, Emily Dickinson va lontano, in questa impresa di stirare il linguaggio fino a toccare la sua verità più profonda, tanto quanto è possibile. Riguardo alla lingua, nelle pagine sulla poeta americana la professoressa Muraro avverte una corrispondenza tra Emily Dickinson e le scrittrici mistiche medievali che non scrivono in latino ma nelle proprie lingue materne, alcune diventando scrittrici di spicco delle lingue del posto. Su questo punto Luisa Muraro si collega al suo pensiero sull’ordine simbolico della madre: il legato materno, la genealogia femminile, la conoscenza della realtà per via femminile e materna, del cui nucleo la lingua fa parte.
Penso che ogni lingua dia una visione del mondo: una visione vera, genuina, a partire da sé, in particolare, e anche dalla ricchezza culturale collettiva che dà vita all’immaginario che riceviamo dalla comunità di appartenenza che ci può venire per nascita o adozione.
Teresa Costa-Gramunt (1951) è disegnatrice di ex-libris e scrittrice, in saggistica, narrativa, poesia e giornalismo.
(Traduzione dal catalano di Clara Jourdan di Llengua i veritat, El Matí digital, 3 agosto 2026, https://elmati.cat/llengua-i-veritat/)
testo originale
Llengua i veritat
El passat 13 de juny de 2026 va morir a Milà la filòsofa i escriptora Luisa Muraro. Entre altres estudis de referència en el seu camp li devem els assajos L’ordre simbòlic de la mare i El Déu de les dones. Nascuda l’any 1940 a Montecchio Maggiore, Luisa Muraro es va llicenciar en Lingüística a la Universitat de Lovaina i en Filosofia a la Universitat Catòlica de Milà.
Professora de Pedagogia i Psicologia des de l’any 1969, i impulsora en el marc social i polític de l’ontologia de la diferència sexual, posant al centre la identitat i llibertat femenina, una de les grans preocupacions de Luisa Muraro com a filòloga i filòsofa és el llenguatge. D’aquí ve que a Quaderni di Via Dogana, l’any 1995 veiés la llum un treball de gran interès en aquest àmbit: Lingua e verità in Emily Dickinson, Teresa de Lisieux, Ivy Compton-Burnett, publicat per la Libreria delle donne di Milano. L’any 1975 Luisa Muraro va ser cofundadora d’aquesta iniciativa d’alt valor social i cultural que gaudeix de continuïtat en els nostres dies. La Libreria delle donne di Milano és més que una llibreria: és un focus que propicia el pensament en l’àmbit de la condició humana femenina.
Lingua e verità va ser el nom donat al curs d’hermenèutica filosòfica que Muraro va impartir a la Universitat de Verona (1994-95). Hi van assistir vint-i-cinc estudiants. Amb aquella mirada acadèmica sumada al doll de creativitat que fa créixer el pensament, professora i alumnes van observar una novel·la de l’escriptora anglesa Ivy Compton-Burnett: Criats i donzelles (1947). Partint d’una lectura psicoanalítica i passant pel suspens i algunes semblances amb la literatura cortesa medieval, van arribar també a una visió que l’emparenta amb la tragèdia grega, donant a entenent que la novel·la (de fet, com totes les d’Ivy Compton-Burnett), pot ser llegida des d’una veritat antropològica quant a observació de l’ésser humà en tots els temps i realista en el present quant a la fidelitat de l’observació ambient. En aquest cas, fent atenció a aquella ambigüitat i una certa hipocresia en el llenguatge emprat per les classes benestants angleses del temps de l’autora, que el mostra amb la definició del tall d’un bisturí en cada diàleg.
Amb el ferm desig de dir el que vol dir, de manera diàfana, transparent, s’expressa la carmelita francesa Teresa de Lisieux. Tant que admira per la natural dificultat de dir l’indicible, la precisió, la claredat amb què la santa (que l’Església va fer doctora l’any 1997), escriu a La història d’una ànima les seves experiències espirituals més íntimes, més fondes. Ja en el seu temps, poc després de morta als vint-i-quatre anys, va inspirar els seus lectors, els va atraure a observar el que ella va anomenar la «Petita via» en el camí de la santedat. És a dir: a través del quotidià viscut amb total lliurament a Déu. En Teresa de Lisieux, que la professora Muraro ha estudiat bé tal com es desprèn del seu assaig, llengua i veritat són la mateixa cosa. Tradueixo de l’escrit de Luisa Muraro: «Si bé no és una escriptora excelsa, segons el nostre cànon, hem de reconèixer que Teresa de Lisieux escriu correctament, és concisa, sap comunicar amb força i amb precisió el seu pensament». Aquest és el profund compromís amb la veritat per part de Teresa de Lisieux.
Emily Dickinson és com un mar en el qual no és fàcil navegar. Poeta fora de la convenció poètica i filòsofa sense pretendre-ho i, per tant, situada també més enllà de la convenció, en els seus versos l’autora s’expressa a través d’al·legories i amb uns recursos estilístics i gramaticals tan personals que encara sorprenen. Sabem que el llenguatge poètic sovint porta fins al límit del llenguatge. Des de si mateixa, amb convicció, Emily Dickinson va lluny, en aquesta empresa de tibar el llenguatge fins a tocar la seva veritat més profunda, tant com li és possible. Quant a la llengua, en el seu assaig sobre la poeta americana la professora Muraro adverteix d’una correspondència entre Emily Dickinson i les escriptores místiques medievals que no van escriure en llatí sinó en les seves llengües maternes, algunes esdevenint escriptores abanderades de les llengües pròpies del lloc. En aquest punt Luisa Muraro enllaça amb el seu pensament sobre l’ordre simbòlic de la mare: el llegat matern, la genealogia femenina, el coneixement de la realitat via femenina i materna i del qual la llengua en forma part nuclear.
Tal com penso, cada llengua dona una visió del món: una visió vera, genuïna, des de si, en particular, i també des de la riquesa cultural col·lectiva que dona vida a l’imaginari amb què ens dota la comunitat de pertinença que ens pot venir per via de naixença o d’adopció.
Teresa Costa-Gramunt (Barcelona, 1951). Dissenyadora d’exlibris i escriptora. Formació artística i humanista: belles arts, disseny gràfic, psicologia, grafologia, italià, cultures orientals i simbologia. Des del 1990 es dedica a la creació literària. Ha publicat una cinquantena de llibres entre assaigs, novel·les curtes, narracions, llibres de viatges, biografies, memòries, poemes i prosa poètica. Col·labora amb articles d’opinió en diversos mitjans. Premiada en el camp de la narrativa, la poesia i el periodisme.
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Le madri tunisine aspettano ancora. Aspettano ancora che le loro figlie e i loro figli, partiti e scomparsi, tornino a casa, vivi o morti. Aspettano una loro telefonata, un messaggio per porre fine all’angoscia, all’attesa e al dubbio. Li cercano nei CPR italiani (centri di permanenza per il rimpatrio), carceri dove vengono rinchiusi migranti che non hanno commesso nessun crimine. Aspettano giustizia e verità per se stesse e per loro. Aspettano e non si rassegnano al lutto, alla perdita. Non si chiudono nel silenzio dell’attesa. Come le Madri de Plaza de Mayo hanno trasformato il dolore individuale in lotta collettiva, in consapevolezza politica. Ma se le Madri argentine hanno consacrato la loro vita nel chiedere giustizia e verità per i 30mila giovani desaparecidos, loro figlie e figli, fatti sparire dalla Giunta militare, le madri tunisine chiedono giustizia e verità alla “democratica” Europa e ai suoi Paesi che in questi anni con le loro politiche anti-migranti hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero e disumanizzato chiunque arriva. Contro di loro hanno alimentato odio e cavalcato paure. Hanno eretto muri in terra e in mare, hanno ostacolato gli interventi di salvataggio delle Ong, favorendo così le morti in mare. Le madri tunisine aspettano e intanto lottano, dentro e fuori la Tunisia, contro le campagne anti-migratorie, il razzismo e la xenofobia. Lo fanno con la loro “Associazione delle madri di migranti scomparsi” (Association des Mères de Migrants Disparus), fondata nel 2016 da una di loro, Fatma Kassraouin, e accoglie anche madri del Senegal, del Camerun e di altri paesi del Maghreb. Fatma aspetta il ritorno del figlio, Monsar, che nel 2011 a 26 anni, durante le primavere arabe lasciò il Paese senza dirle nulla, per non darle un dolore. Pensava di chiamarla una volta arrivato in Italia e invece, è scomparso. La madre e la sorella*, oggi presidente dell’Associazione, lo cercano e lo aspettano ancora, nonostante abbiano saputo che la notte della partenza del ragazzo ci fu un naufragio e i sopravvissuti avessero detto di averlo visto affogare. Ad alimentare la loro speranza è stata una trasmissione televisiva del 2012 sul centro di rimpatrio di Trapani, in cui la madre dice di aver visto e riconosciuto il figlio. «Era lui ne sono certa, l’ho riconosciuto, ma non ho potuto far niente, nessuno mi ha ascoltato», va ripetendo da allora. Nel 2011, mentre migliaia di tunisini arrivavano sulle coste italiane, Roma e Tunisi firmavano i primi accordi bilaterali, come quelli con la Guardia costiera libica, non per garantire sicurezza a chi parte e dignità a chi arriva, ma per fermare le partenze e agevolare i rimpatri forzati. Da allora quegli accordi sono stati rinnovati ogni anno e resi sempre più stringenti. Accordi fatti anche con l’Europa in cambio di soldi e di equipaggiamenti per fermare chi vuole partire. Non è un caso che la prima richiesta dell’Associazione è di eliminare l’obbligo di visto, che l’Europa non concede mai, costringendo i giovani tunisini e africani a partire irregolarmente, alimentando i trafficanti e aumentando i rischi di morte in mare. Chiedono che l’Italia e Tunisi lavorino insieme non per fermare le partenze, ma per garantire i diritti a chi parte e verità alle famiglie dei “desaparecido”, degli scomparsi. Ogni anno il 6 febbraio, in memoria di una delle prime stragi, l’Associazione insieme ad altre realtà africane, europee e di altre aree, promuove la Commemor Action, una manifestazione per ricordare le stragi in mare e nei viaggi, per chiedere giustizia e contrastare leggi disumane che ostacolano chi, dal Sud del globo, nonostante il rischio enorme e una possibilità minima di arrivare in Italia, continua a partire per il sogno di un futuro migliore. Quei giovani sono uguali ai tanti che ogni anno sono costretti a lasciare il nostro Sud. Disumanizzarli è un crimine. Le madri tunisine e africane vedranno mai, come invece le madri argentine, giudicati e condannati da un tribunale i responsabili della sparizione delle loro figlie e dei loro figli?
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 2 agosto 2026)
(*) Della sorella e presidente dell’associazione, Latifa Walhazi, troverete qui la traduzione della lettera pubblicata il 24 agosto 2026 sulla pagina facebook delle Mères de Migrants Disparus all’indomani di un nuovo, terribile naufragio.
Ci ha lasciate qualche settimana fa Luisa Muraro.
Questa perdita ci ha profondamente addolorato, come quella, poco tempo prima, di Lia Cigarini. Ci resta un patrimonio inestimabile e prezioso che il suo pensiero e il suo lavoro ci hanno lasciato, una forza che continuerà ad accompagnarci e nutrirci nel nostro lavoro, come femministe, come operatrici di un Centro Antiviolenza, come donne impegnate a pensare e praticare quotidianamente un percorso di libertà, per sé e per tutte le donne che incontriamo.
Nella molteplicità del pensiero femminista che caratterizza il nostro tempo c’è ancora tanta ricerca, tanta riflessione e tanto lavoro da fare, tanto da pensare e anche da confliggere per mantenere una direzione unitaria che non ci indebolisca e non vanifichi conquiste culturali, sociali, giuridiche raggiunte dalle donne a caro prezzo e sempre in pericolo. Il pensiero della differenza sessuale può darci peso e misura della nostra forza nella nostra pratica quotidiana. Al tempo stesso, praticare un percorso di libertà per noi e fra noi donne non è abbastanza. Non è più abbastanza per trasformare davvero il mondo, per far sì che i fatti che accadono e le scelte politiche che si fanno abbiano in sé una lettura, uno sguardo, una scelta e una significazione anche di donna.
La politica delle donne non è la politica istituzionale. È una politica universale. L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro non propone un altro ordine, verticale e alternativo, a quello maschile: è un rinnovamento rivoluzionario di un mondo che non riconosce la libertà. Non la riconosce neanche ai maschi, a cui garantisce privilegi, ma non una vera libertà. L’uomo non deve liberarsi, non sente spontaneamente questo bisogno, questa necessità, perché è inscritto in un ordine di privilegio che lo “riconosce” sempre, a prescindere dal ceto, dalla razza, dalla religione, dalla professione, perché il suo essere uomo gli è attribuito e riconosciuto già dalla norma, dalla società, dalla cultura. Il bisogno di libertà della donna è invece determinato proprio dall’esigenza di “significarsi”, come dice Luisa Muraro. Un bisogno che la donna ha sviluppato nei secoli di subordinazione e cancellazione della sua presenza e della sua autorevolezza nella storia.
Ecco perché la politica delle donne mira alla libertà non solo delle donne, ma di donne e uomini, e mira dunque al bene comune. Le donne, e gli uomini, non più costretti alla norma maschile basata sul potere, sul controllo, sugli stereotipi, sui ruoli e le aspettative di genere che la società ha disegnato e prefigurato per loro, possono essere liberi, in un nuovo ordine simbolico che, nella politica della differenza, restituisce parola e corpo, desiderio e libertà, di scelte e di decisione.
La politica di rivendicazione del diritto all’uguaglianza e alla parità delle donne ha riguardato a lungo una richiesta di “riconoscimento” nei confronti di un ordine già costituito. Ma il riconoscimento dei diritti, la “inclusione”, non cambiano l’ordine patriarcale, che dal punto di vista simbolico e strutturale resta mancante dello sguardo altro, quello delle donne. “Non credere di avere dei diritti” ci dice che va costruita una genealogia di donne, ad oggi ancora assente nella costruzione delle nostre società e dei nostri ordinamenti. È necessario passare dalla richiesta di riconoscimento dei diritti a una esigenza di libertà che deve riguardare tutte e tutti, e che implica una grande trasformazione del pensiero e della cultura e delle relazioni.
L’emersione della violenza maschile contro le donne ha scatenato la reazione, a volte nei modi più beceri e retrivi, di tanti uomini che non sanno mettere in discussione le proprie debolezze, che non sono capaci di indagare sui propri bisogni, che non sanno ascoltare sé stessi e quella voce che hanno tacitato per poter essere al centro di quel privilegio dell’essere “maschio” in una società che risulta dispari e poco umana. È emersa una difficoltà umana, psicologica, sociale, culturale di tanti uomini che certo non definiremmo uomini felici. E non ci sono donne felici di averli accanto.
Muraro ci ha insegnato che il desiderio, la gioia, la felicità possono salvare l’umanità. Per gli uomini abbandonare il privilegio, il potere, il controllo, farci i conti e riscoprire il desiderio, la libertà, la relazione può essere l’occasione di un cambiamento epocale. La stessa occasione colta e praticata dal movimento delle donne, con l’unica rivoluzione pacifica ed efficace che ha avuto successo nel secolo scorso e continua tuttora proprio in quanto motivata dal desiderio di trasformazione di sé e del mondo, dal bisogno di libertà e “significazione”, negli ultimi decenni.
Muraro ha tracciato la strada. Noi questa strada desideriamo che gli uomini la scelgano, la attraversino, la percorrano.
Lucia De Cicco fa parte del direttivo CADMI
(Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, newsletter 31 luglio 2026)
Il documentario della regista Francesca Archibugi sulla storica femminista italiana, prodotto da Fandango con Rai Cinema e Luce Cinecittà, sarà Presentato a Venezia 83 nelle Giornate degli Autori

Quando si parla delle radici teoriche del femminismo italiano inevitabilmente viene fuori il nome di Carla Lonzi, critica d’arte, scrittrice e filosofa che, negli anni Settanta, sovvertì ogni modello patriarcale fondando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Rivolta Femminile, redigendo il Manifesto di Rivolta Femminile e pubblicando “Sputiamo su Hegel” e “La donna clitoridea e la donna vaginale”, testi che sanciscono il distacco dalla cultura e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere, della sessualità e dei modelli di soggettivazione femminile.
Per raccontare l’intellettuale e la donna che fu Carla Lonzi, sarà presentato in anteprima alla 83a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Giornate degli Autori – Eventi speciali, il documentario “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” diretto dalla regista Francesca Archibugi, che la conobbe da giovane per motivi personali.
Dunque, anche se per Antonio Barbera le cineaste non hanno realizzato quest’anno film adeguati al concorso dell’83° Festival di Venezia (solo un film su 20 selezionati è diretto da una donna) le Giornate degli Autori, come sempre, valorizzano, eccome, i prodotti e il pensiero femminili.
“Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” è un progetto che va oltre il racconto biografico della celebre critica d’arte, filosofa e teorica del femminismo italiano, e che mostra accanto alla figura pubblica, considerata così intransigente, punto di riferimento di artisti e pensatori, anche quella privata, più affascinante e contraddittoria, restituendo un ritratto puntuale e allo stesso tempo empatico di una delle donne che più ha influenzato non solo le basi, ma anche il linguaggio del femminismo e dell’autocoscienza delle donne.
Attraverso materiale d’archivio inedito, fotografie e la voce della stessa Lonzi, Francesca Archibugi costruisce un racconto intimo e appassionato, avvalendosi anche delle testimonianze di familiari e amici, tra cui il figlio Battista Lena (musicista e compositore, autore delle musiche del documentario), la stessa regista Francesca Archibugi, Nanni Moretti, Giulia Siviero, Suzanne Santoro e la filosofa Maria Luisa Boccia.
In dialogo con tutte le esperienze rivoluzionarie degli anni Sessanta e Settanta, la ricerca della Lonzi attraversa tanti temi come il corpo, la natura, il mito e la memoria e la sua eredità è molto forte e attualissima.
«Con un po’ di imbarazzo devo parlare di me – racconta la Archibugi – e del perché ho fatto questo film. Ho conosciuto Carla Lonzi al liceo, era la madre di quello che sarebbe diventato mio marito, Battista Lena. Ma si è ammalata ed è morta che eravamo troppo piccoli, non avevamo nessuna idea di quello che sarebbe stato il nostro futuro. Pensavo solo che dovevo assolutamente piacerle ed ero sicura che non ce l’avrei fatta. Perché mi sentivo qualche stortura morale. Volevo entrare nel mondo e Carla ne voleva stare al di fuori. Carla e Battista, ma anche lo scultore Pietro Consagra, il compagno, erano diversi da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora. Tutti i giorni c’erano riunioni femministe, guardavo e ascoltavo rendendomi invisibile, strisciavo rasente i muri.
Carla trascorreva lunghi periodi in un podere molto isolato nel Chianti, completamente sola, in mezzo ai boschi e le vigne: quando lei non c’era, andavo nel casale grande e rovistavo nei cassetti, frugavo nelle borse, spiavo gli appunti e le lettere private, annusavo le camicie, le ho rubato un paio di pantaloni. Ho vissuto attraverso suo figlio l’ansia della malattia. Mentre lei stava sempre peggio leggevo il diario, Taci anzi parla, diario di una femminista. Ne parlavamo: mi spiegava un po’ di cose sul sesso, senza imbarazzo e senza voyeurismo. Non assomigliava certo a una suocera, ma alla più fantastica delle amiche adulte. La sua amicizia è stata come un regalo per il mio diciottesimo compleanno e l’entrata nella vita adulta.
Solo che se ne è andata troppo presto. Mi ha lasciato tantissime cose, prima di tutto suo figlio Battista.
Spero di essere riuscita a trovare l’equilibrio fra il riserbo e lo slancio affettivo. Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce. E farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora».
Il film è una produzione Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà e MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, realizzato e distribuito con il contributo del Fondo del Ministero della Cultura per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” sarà al cinema con Fandango Distribuzione.
(Noidonne, 29 luglio 2026)
CARLA LONZI
Carla Lonzi (Firenze, 1931 – Milano, 1982) è una scrittrice e critica d’arte italiana, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale.
Ha attraversato e messo in discussione i dispositivi di legittimazione dell’arte, della cultura e del
sapere, elaborando una pratica intellettuale fondata sull’autonomia, sulla parola e sulla trasformazione delle relazioni.
Formatasi alla scuola di Roberto Longhi, con il quale si laurea in Storia dell’Arte nel 1956, Lonzi si
afferma negli anni Sessanta come una delle voci più autorevoli della critica d’arte italiana. Attraverso
l’attività curatoriale e la collaborazione con artisti italiani e internazionali – tra cui Lucio Fontana, Cy Twombly, Jannis Kounellis e Giulio Paolini – contribuisce alla definizione di una nuova sensibilità critica nei confronti delle pratiche artistiche contemporanee. Nel 1969 pubblica Autoritratto, opera fondativa e radicalmente sperimentale, costruita attraverso il montaggio delle voci di quattordici artisti: un dispositivo letterario e critico che decostruisce la linearità della narrazione storico-artistica e restituisce la complessità della scena degli anni Sessanta.
Il 1970 segna una cesura decisiva nella sua ricerca. Insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti fonda
Rivolta Femminile e redige il Manifesto di Rivolta Femminile. Nello stesso anno pubblica Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, testi che sanciscono il distacco dalla cultura
patriarcale e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere. L’abbandono della critica d’arte non rappresenta per Lonzi una rinuncia, ma l’apertura di un campo di ricerca più ampio e radicale, fondato sulla pratica dell’autocoscienza, sul separatismo e sulla costruzione di forme autonome di produzione e circolazione del pensiero.
Attraverso la propria casa editrice e una scrittura che intreccia teoria, autobiografia, dialogo e pratica politica, Lonzi sviluppa un pensiero capace di mettere in crisi le gerarchie del sapere e i fondamenti
stessi della cultura patriarcale. In opere come Taci, anzi parla. Diario di una femminista (1978) e Vai
pure. Dialogo con Pietro Consagra (1980), la parola diviene uno spazio di conflitto, relazione e
possibilità.
FRANCESCA ARCHIBUGI
Francesca Archibugi (Roma, 1960) è una regista e sceneggiatrice italiana.
Dopo gli studi classici, studia psicologia all’Università degli Studi di Roma La Sapienza; e nel 1983 si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Gira alcuni cortometraggi per la Rai e per Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi, vincendo nel 1985 il Premio Solinas per la sceneggiatura.
Il suo esordio al cinema è Mignon è partita (1988), film che ottiene cinque David di Donatello e due Nastri d’Argento, e numerosi premi internazionali.
Seguono film come Verso sera (1990), Il grande cocomero (1993), Con gli occhi chiusi (1994), L’albero delle pere (1998), Domani (2000), Lezioni di volo (2007), Questione di cuore (2008), Il nome del figlio (2015), Gli sdraiati (2017), Vivere (2019) e Il colibrì (2021). Ha inoltre realizzato serie televisive, tra cui La Storia (2024), Nastro d’argento Miglior serie dell’anno. Accanto alla regia, ha collaborato alla scrittura di numerose sceneggiature per altri autori, tra cui Paolo Virzì, Costanza Quatriglio, Maria Sole Tognazzi.
Nel corso della sua carriera ha lavorato con molti tra i principali attori italiani, da Stefania Sandrelli a
Jasmine Trinca, da Marcello Mastroianni a Pierfrancesco Favino.
Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali e retrospettive del suo lavoro sono state fatte in Francia, Inghilterra, Germania, Argentina, Giappone e numerosi altri paesi.
Battista Lena, il figlio di Carla Lonzi, è il musicista di tutti i suoi film, dal primo cortometraggio fino a questo documentario.
FILMOGRAFIA
Illusione (2025)
La Storia, Serie TV (2022)
Il Colibrì (2021)
Vivere (2019)
Romanzo Famigliare (2018)
Gli Sdraiati (2017)
Romanzo Famigliare, Serie TV (2016)
Il Nome del Figlio (2015)
È Stata Lei, Cortometraggio (2013)
Giulia ha picchiato Filippo, Documentario (2012)
Questione di Cuore (2008)
Lezioni di Volo (2005)
Renzo e Lucia (2002)
Domani (2000)
L’Albero delle Pere (1997)
La Strana Storia di Banda Sonora, Documentario (1997)
Con gli Occhi Chiusi (1994)
L’Unico Paese al Mondo (1994)
Il Grande Cocomero (1993)
Verso Sera (1990)
Mignon è Partita (1988)