Ha fatto discutere la cantante Delia al “Concertone” del Primo maggio: sostituire la parola “partigiano” con “essere umano” è parsa una cancellazione che snatura il senso della canzone “Bella ciao”, testimonianza cantata in tutto il modo della vittoria liberatrice della resistenza italiana contro il nazifascismo.

Delia si è difesa dicendo che voleva “allargare un po’”. Perché dato tutto quello che sta succedendo, la guerra, “essere umano” fa capire che non è soltanto qualcosa che riguarda il passato. Non è soltanto qualcosa che riguarda l’Italia con la resistenza ma è una cosa che purtroppo succede ancora oggi. L’intenzione, anche per me sbagliata, non sarebbe stata “cattiva”. Dare a quel canto un valore ancora più “universale”, contro i violenti potenti di oggi. Forse dobbiamo discutere sul significato di parole come “essere umano” e l’universalismo a cui allude.

Ho pensato al “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Il senso di giustizia, di pace, e di lotte necessarie che quelle parole ci comunicano, penso sia legato alla straordinaria personalità e vita, e atroce morte, di chi le pronunciava. Quali prove abbiamo che l’“umanità” di per sé contenga quei valori? Siamo incontestabilmente la specie animale più violenta sul pianeta. Potremo presto distruggere anche noi stessi oltre ad avere già molto compromesso la Terra e provocato l’estinzione di moltissime altre specie viventi.

Il senso positivo attribuito alla parola “umanità” credo nasca proprio dal voler reagire a questa condizione tremenda. Si sono fatti anche pensieri, rivelatisi tragicamente errati, sulla formazione di un “uomo nuovo”, guarito dalle passioni aggressive e distruttive. D’altra parte la tensione verso una dimensione di vite e di culture “universalmente” condivise da tutte le civiltà umane, non resta un sogno che vale la pena sognare? Intendiamoci anche sulla parola “universalismo”. Ho sfogliato in edicola il libro appena uscito di Giovanni Brizzi, storico molto stimato in Italia e all’estero, “La terra del tramonto. L’Occidente, i suoi dèi e i suoi demoni” (Solferino, 2026).

Mi è sembrato assai interessante, una “carrellata” dalle origini fino ai giorni nostri, con l’idea, se non erro, che l’identità più forte, e preferibile, di questo Occidente oggi in piena e violentissima crisi di identità, sia l’“umanesimo”. Ci sono svariate pagine di bibliografia: ho scorso nomi di autori, di tutte le epoche, quasi, se non del tutto, esclusivamente maschi.

L’“universalismo” occidentale di cui facciamo sempre più fatica a andare fieri aveva, tra gli altri, questo difetto: era androcentrico. Chiudo provvisoriamente con due citazioni. Una ancora di Lia Cigarini: «…resta che la differenza femminile […] è mediatrice della differenza sessuale, quindi della differenza maschile. In altre parole, meno appropriate ma più chiare, la differenza femminile è mediazione universale (“universale” essendo un termine del linguaggio dell’uno, mentre ci servirebbe una parola relazionale)».

Dall’articolo Meteore, nel libro “La politica del desiderio e altri scritti” (Orthotes, 2022). Quella “parola relazionale” non l’abbiamo ancora trovata. Intanto è necessaria una battaglia linguistica contro parole che ci annebbiano la mente, come “identità”. Lo fa bene Stefano Sarfati su questo giornale, a proposito del ragazzo ebreo che ha sparato alla coppia dell’Anpi: «[…] non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità». 

(il manifesto – In una parola. La rubrica settimanale su linguaggio e società. 5 maggio 2026)

«Credo nella diplomazia e credo fermamente che la violenza generi solo altra violenza. Finora, non ho mai visto le sanzioni fermare le guerre. La Biennale di Venezia dovrebbe essere libera di dare spazio a qualsiasi controversia. Siamo paesi democratici e dovremmo seguire le nostre regole. Gli artisti, dunque, possono presentare le loro opere e opinioni. A chi non piace, può organizzare proteste, ma non chiudere i padiglioni o punire sanzionando. Così agiscono i regimi totalitari, non quelli democratici. Non sono bene accetti i funzionari che accompagnano gli artisti? Basta non concedere loro i visti. È semplice».

Emilia Kabakov ha le idee molto chiare in merito ai conflitti che hanno attraversato la Biennale in questi ultimi mesi. Lei, che per decenni ha lavorato insieme a suo marito Ilya, scomparso nel 2023, ha portato in Laguna il loro progetto dal titolo “Diario veneziano” (a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, fino al 28 giugno): una sorta di confessione collettiva narrata sotto forma di oggetti d’affezione, che vedrà installazioni a Ca’ Tron e nel padiglione di Venezia ai Giardini.

Ormai americana da lungo tempo, assicura di non aver scontato esclusioni e posizioni pregiudiziali in questi anni di guerra. «Ilya e io siamo nati a Dnipropetrovsk, nell’Unione Sovietica, che ora è una città ucraina. – spiega – Abbiamo studiato e vissuto a Mosca, che era la capitale dell’Urss. Gli ucraini ora dicono che noi siamo artisti ucraini, i russi che siamo artisti russi. Noi decidemmo molti anni fa che siamo nati nell’Unione Sovietica/ nella Civiltà perduta/, viviamo in America e siamo creativi internazionali. La mia provenienza non ha creato problemi, anzi, sono stata invitata a fare una mostra al museo ucraino di New York».

Nella città lagunare ha immaginato un’opera partecipativa, chiamando a raccolta gli abitanti, che non si sono tirati indietro. «Ho invitato i veneziani a parlare di loro stessi, del rapporto con il luogo in cui vivono, delle loro storie famigliari e d’amore. – continua Emilia Kabakov – Ho anche chiesto a un’amica fotografa francese di aggiungere le sue foto di gondolieri veneziani, perché nessuno può immaginare Venezia senza di loro. Ha partecipato ogni tipo di persona: panettieri, persone impiegate negli hotel, artisti, madri, nonni, bambini, artisti, studenti. Il mio obiettivo era mostrare al mondo che questo è un luogo reale dove le persone vivono, lavorano, amano, hanno figli. E ne sono orgogliosi. Oltre cinquecento abitanti ci hanno consegnato i loro oggetti e storie. Abbiamo persino ricevuto email, racconti e oggetti da chi non vive a Venezia, ma la sogna. Molti, soprattutto tra le giovani generazioni, hanno scritto di salvare la città, parlato di ecologia e protezione. E poi ci sono bellissime storie di innamoramenti a Venezia, di genitori che si sono incontrati qui. O persone malate che hanno creato gruppi trovando il modo di remare nei canali: l’amicizia e questa attività hanno salvato loro la vita. Per comprendere la portata del progetto, bisogna venire a vederlo, leggere le confessioni, le pagine del Diario veneziano e scoprire i veri abitanti della città».

Essendo Venezia sempre a rischio, una città che si fonda sull’acqua e deve far fronte a una situazione ambientale precaria, forse questo “romanzo corale” può divenire un potente dispositivo per la memoria futura.

«In realtà, non sta a me attribuire alcun valore alle narrazioni veneziane. Vivono qui da secoli e anche adesso. Hanno intenzione di rimanerci per sempre. – specifica l’artista – Il progetto è un tributo alle voci che di solito non parlano in pubblico. Tutto ruota attorno a ricordi personali che si sono sempre uniti per poi trasformarsi in memorie condivise e creare la storia umana. Non c’è nulla di sentimentale. Sono esattamente ciò che il titolo suggerisce: diari veneziani. Con momenti divertenti, tragici oppure d’amore: tutto ciò che si può trovare in un album collettivo».

(il manifesto, 5 maggio 2026)

Le Pussy Riot sono tornate. Le attiviste antiputiniane si preparano a protestare contro la partecipazione della Russia alla mostra internazionale di Venezia. In queste ore, la leader del gruppo, Nadja Tolokónnikova, arrivata in Laguna, attacca la Biennale e pianifica una dimostrazione. «Non posso anticipare né dove né come per ragioni di sicurezza – risponde a Repubblica – ma pensi al nostro intervento alle Olimpiadi di Soči nel 2014». Lì il collettivo femminista si presentò con i cappucci colorati e fu fermato dalla polizia nell’area dei traghetti.

Nadja, che cosa pensa della partecipazione della Russia a Venezia?

«Per la Russia, la cultura è uno strumento di guerra. L’infiltrazione attraverso media, arte e lingua – il cosiddetto soft power – fa parte della strategia militare russa ed è un’operazione molto ben organizzata e finanziata. In Europa ci sono ancora “utili idioti” che si lasciano sfruttare cinicamente da Mosca e accolgono la propaganda di Putin proprio nel cuore culturale del continente: la Biennale di Venezia. Questo avviene nonostante la Russia abbia dichiarato apertamente guerra a quello che definisce “l’Occidente collettivo”, nonostante le fosse comuni e il terrore di massa».

Il Padiglione appartiene alla Russia, secondo le regole della Biennale. Si poteva fare qualcosa di diverso, secondo lei?

«Il presidente della Biennale, insieme al consiglio, ha il potere di prendere decisioni in merito. La partecipazione della Russia è illegittima a causa delle sanzioni europee. Secondo le ultime indagini governative, il presidente della Biennale, invece di escludere la Russia, avrebbe facilitato un sofisticato schema legato all’Fsb, l’intelligence russa – guidato da Anastasia Karneeva, figlia di un generale dell’Fsb, insieme ad altri – per individuare una scappatoia che permettesse alla Russia di partecipare. Noi definiamo i curatori del Padiglione russo “curatori con le mostrine” perché fanno parte della macchina di Putin, la stessa che guida la guerra in Ucraina».

Ma dalle indagini risulta che non c’è stato un invito della Biennale. Conosce gli artisti russi coinvolti?

«I russi presenti alla mostra non sono dissidenti: si tratta di persone collegate al governo russo e a figure vicine a Vladimir Putin. Non sono prigionieri politici e non sono emigrati. Ad esempio, Elizaveta Anšina è direttrice dell’ensemble russo Toloka ed è anche relatrice del progetto “Società Russa Conoscenza”, una piattaforma che ospita interventi di Denis Pušilin, capo dell’amministrazione filorussa nella regione occupata di Donetsk, dell’ideologo ultranazionalista Alexander Dugin e dei cosiddetti “eroi dell’operazione militare speciale”. Aleksej Khovalijg si esibisce nelle case degli ufficiali in tutta la Russia e ha espresso sostegno alla cosiddetta “operazione militare speciale”».

È vero che è in contatto con l’ex governatore del Veneto Luca Zaia?

«Non so se l’incontro avrà luogo. Ma trovo curioso che i vertici della Biennale abbiano tempo per collaborare con Karneeva ma non per incontrare me, in quanto rappresentante delle forze democratiche russe».

Ci sono altri Paesi “problematici” che non dovrebbero essere presenti alla Biennale, secondo lei?

«Sono esperta esclusivamente della Russia totalitaria».

(la Repubblica, 5 maggio 2026)

Essere giovani, soprattutto quando si può parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole

I fatti sono noti: dal palco del primo maggio romano, la cantante Delia sostituisce la parola “partigiano” della famosa Bella ciao in “essere umano”. Bufera social, la cantante motiva la sua decisione come personale e artistica: «Non è non prendere posizione, ma allargare il messaggio», dichiara.

Le arti, per loro natura e per convenzione, sono creativamente preposte per andare controcorrente, anche con modi, tempi e tecniche disturbanti: l’emozione, persino negativa nel suo impatto iniziale, è spesso utile per spingerci singolarmente e collettivamente verso l’eventuale acquisizione di sguardi diversi. Questi sguardi non sempre sono condivisibili, ma nella provocazione c’è un vantaggio: il fastidio e, al contrario, il sollievo che proviamo nell’impatto con l’urto della proposta inaspettata servono per asseverare la nostra visione, o per aiutare a farci cambiare prospettiva.

Nella scelta della cantante di modificare la parola chiave della canzone c’è una analogia con ciò che accade ormai da tempo a sinistra e in parte del femminismo: invece che discutere apertamente, e confliggere generativamente su cosa implichi cancellare le parole, o modificarle per (presuntamente) includere soggetti e situazioni, si operano in fretta e con leggerezza delle rimozioni, dando a questo processo il nome di inclusione. È successo per la parola donna, ovvero la definizione che coinvolge oltre la metà di chi abita il pianeta: siccome c’è grande confusione tra le categorie del sesso (i corpi reali), dell’orientamento (la preferenza sessuale) e del genere (le convenzioni e gli stereotipi sociali legati al sesso) parte del femminismo che ha messo “trans” dinnanzi ha decretato che fosse il momento di eliminare la parola per parlare di persone che mestruano, persone con utero e via dicendo.

Lo scorso anno, su questo blog, pubblicai la lettera aperta scritta dalla rete Dichiariamo che invitava il movimento delle donne a fare attenzione alle conseguenze della retorica sull’inclusione: «È una bella parola – scrivevano – Sembra aprire nuovi orizzonti di uguaglianza e amicizia, ma purtroppo le sue conseguenze non sono sempre così positive. Le soggettività hanno bisogno di spazi autonomi. Nel 2023, in nome dell’inclusione, associazioni femminili come Udi e ArciLesbica sono state messe di fronte a una scelta obbligata: o permettere l’iscrizione anche agli uomini, o non essere iscritte come associazioni di promozione sociale del Runts (registro unico nazionale del terzo settore) e declassate in una sezione diversa. Ecco cosa fa l’inclusione: per difendere il diritto di “tutti” (leggi: degli uomini) a partecipare a tutto, si discriminano le donne, il nostro diritto di associazione, riunione, espressione».

È lo stesso ragionamento sotteso alla scelta di Delia: partigiano non va bene perché significa “essere di parte”, quindi è escludente.

Ma come insegnava Lidia Menapace si è lottato contro il fascismo e la difesa della democraziastando da una parte: lo hanno fatto uomini e donne comuniste, socialiste, cattoliche, atee, colte, analfabete, abbienti, molto povere, con storie familiari lontanissime e visioni spesso divergenti. Partigiana o partigiano lo si è per sempre, diceva, è una scelta che segna e distingue.

Chi oggi propone, per allargare il messaggio, di cancellare alcune parole (non a caso donna, o partigiano) nei fatti opera una rimozione violenta della realtà dei corpi (nel caso di donna) e della storia (nel caso di partigiano). Mette a rischio la trasmissione della memoria, indispensabile per la costruzione del futuro collettivo e individuale.

Essere giovani, soprattutto quando si ha la possibilità di parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole, in buona o cattiva fede poco importa, perché gli effetti sono molto pericolosi. Non c’è solo il sacrosanto obbligo delle generazioni più adulte di trasmettere i saperi democratici e il pensiero critico: anche essere nipoti comporta responsabilità. Quella dell’ascolto, certo sempre critico, senza il quale però non si può cambiare il mondo, lo si peggiora. Le strade sicure che nonna e nonno hanno costruito con fatica vanno percorse, custodite, abbellite, allargate: non calpestate e vandalizzate.

(Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2026)

Cosa porta un ebreo, il 25 aprile, a sparare con una pistola ad aria compressa su due persone col fazzoletto dell’Anpi al collo? L’identità.

A volte si parla di identità collettiva ma l’identità è sempre tale: identità comunista, occidentale, patriarcale, milanista. È una dimensione comoda, che non ti obbliga a pensare chi sei, perché fai parte di una collettività e agisci non secondo il tuo sentire soggettivo, ma secondo slogan già pensati ed echeggiati in qualche spazio o iperspazio. È una dimensione simbolicamente potente ma intellettualmente povera.

Questo vale per le masse. Poi ci sono i capi, i politici di professione che la cavalcano proprio per muovere il sentire e l’agire collettivo. E parlando di 25 aprile e identità ebraica, a Milano ne abbiamo avuto una dimostrazione plastica.

Io perché mi definisco ebreo? Perché mi identifico con le vittime della Shoah e di rimbalzo nella potenza vendicativa israeliana? No, per me essere ebreo è legato alla storia della mia famiglia, più il mio vissuto, ossia l’elaborazione della mia esperienza. Quindi io e mia sorella abbiamo due diverse sensibilità ebraiche, cioè siamo ebrei diversi.

Senza la Shoah, probabilmente gli ebrei italiani, tedeschi e francesi si sarebbero quasi tutti assimilati, come già stava accadendo fino agli anni Venti del Novecento. È stata proprio la Shoah che ha risvegliato negli ebrei di questi paesi una coscienza ebraica, anche se poi quello che ha cambiato tutto è stata la nascita dello Stato di Israele. All’inizio, grazie anche a una grande battaglia ideologica per la quale il mondo arabo era allora impreparato, si sono diffuse idee come «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Il mondo intero ha solidarizzato col desiderio degli ebrei di avere finalmente un loro Stato dove stare al sicuro. Ma così sono gli uomini, o almeno gli occidentali: prima si incuneano, poi si difendono, si consolidano, attaccano, e infine dilagano. Chiedere alle varie popolazioni aborigene del mondo per maggiori informazioni.

Ma almeno una cosa la possiamo fare: non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità.

(il manifesto, 3 maggio 2026)

Il 20 aprile scorso è morta Lia Cigarini, avvocata, giurista, una delle fondatrici, insieme a Luisa Muraro, della Libreria delle donne di Milano. Donna di grande passione e intelligenza politica, è stata una delle protagoniste più autorevoli del femminismo della differenza sessuale. Le sue idee, il suo pensiero, i suoi scritti hanno nutrito e orientato generazioni di donne, donne come me, approdate al femminismo quando la libertà femminile era già nata, grazie a lei e ad altre. Tutto ebbe inizio negli anni Settanta con quel gesto politico della separazione (esodo, mossa di lato) dagli uomini e la conseguente costituzione dei gruppi di sole donne. Un gesto che lei in più occasioni e in vari scritti ha definito “imprevisto”, “imprevedibile”, “coraggioso”, “geniale”, “un azzardo”, da cui è nata la politica delle donne, la politica della differenza sessuale, di cui lei è stata maestra e generatrice di pratiche: relazione tra donne, partire da sé, desiderio, disparità, affidamento, genealogia, autorità femminile. «Ho affermato la necessità di imparare a praticare la disparità e ho indicato la strada per farlo: la pratica dell’affidamento a un’altra donna che sostenga il tuo desiderio anche in ciò che ha di sproporzionato. Si costituisce così la figura dell’autorità femminile che sostiene il desiderio femminile senza chiedere di moderarlo. La pratica dell’affidamento richiede che si sappia riconoscere la genealogia femminile, cioè la relazione tra donne e il precedente di forza che rappresentano». Una politica che andava oltre la sorellanza tra donne e l’emancipazione e apriva alla “tessitura” dell’ordine simbolico della madre e all’avvento, imprevisto e impensabile, del soggetto donna, pensante e parlante. Una politica che lei ha portato nel gruppo lavoro che ha fondato nella Libreria delle donne, dando origine a un pensiero originale sul lavoro espresso nel manifesto “Immagina che il lavoro”, scritto da donne per donne e uomini. La mia prima conoscenza di lei è avvenuta attraverso la lettura di suoi scritti in “Non credere di avere dei diritti”, nei vari manifesti femministi dei “Sottosopra”, con cui, insieme ai libri di Carla Lonzi, andavo prendendo coscienza e consapevolezza di me donna. Poi sono venuti i suoi scritti su Via Dogana, rivista delle donne della Libreria di Milano e il suo libro “La politica del desiderio” del 1995, ripubblicato nel 2022 dove sono raccolti anche i suoi scritti dal 1995 al 2020 e una bella intervista a lei di Riccardo Fanciullacci. Nel 2003 accadde che venne, per la prima volta, ad Asolo agli incontri annuali organizzati da Adriana Sbrogiò con le donne e gli uomini di Identità e Differenza, che io frequentavo già da qualche anno. È così che l’ho conosciuta per la prima volta di persona. Per oltre dieci anni, fino al 2018, ho avuto la fortuna di incontrarla e ascoltarla in quel luogo della politica delle donne dove si sperimentava la “relazione di differenza”, di scambio tra donne e quegli uomini che «stavano tentando l’esodo dal simbolico patriarcale». La “relazione di differenza” era stata una sua idea sin dalla fine degli anni Ottanta pensata come condizione necessaria per un cambio di civiltà dopo l’avvenuta libertà delle donne. Relazione da lei cercata, praticata e ribadita fino alla fine. «Oggi l’orizzonte della politica delle donne era ed è un cambio di civiltà. È questo il tema del secolo», ha scritto in un suo ultimo articolo su Via Dogana 3 speciale, pubblicata in occasione del cinquantenario della Libreria delle donne, quasi a voler lasciare a quegli uomini, che le devono molto politicamente, il compito di non abbandonare quella strada, avendo notato negli anni «un interesse sempre più scarso» da parte loro e un rinchiudersi “tra uomini”. Donne come Lia Cigarini sopravvivono alla morte se chi resta sa fare tesoro della sua storia e del suo pensiero, passando il testimone alle nuove generazioni di donne e uomini. Ciao Lia.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 3 maggio 2026)

Nel dialetto trentino il termine femene viene utilizzato in modo dispregiativo per limitare il campo d’azione delle donne. “Tasi femena!”, stai zitta donna! «Ho voluto usarlo come titolo per cambiarne il significato, per riappropriarci di questa parola e rompere i pregiudizi che di solito accompagnano le donne nella loro vita quotidiana». Lo racconta Elena Goatelli, regista del documentario presentato al Trento Film Festival e insignito del Premio Amelia de Eccher, dedicato alle donne che lavorano in campo cinematografico. “Femene” ripercorre la storia del movimento femminista trentino: il Gruppo Donne nato negli anni ’70 nei comuni montani della Valsugana e Tesino. All’inizio del film, sulle immagini bucoliche di boschi e montagne, scorrono cinquant’anni di emancipazione femminile e di conquiste, a partire dal 1946 con il primo voto alle donne, dieci anni dopo con l’abolizione dello ius corrigendi, quella pratica che permetteva agli uomini di educare mogli e figlie anche con la forza. E poi il divorzio nel 1970, confermato nel 1974; la legge per l’interruzione volontaria della gravidanza nel 1978 con referendum di conferma nel 1981, lo stesso anno in cui vengono cancellati dal Codice penale il matrimonio riparatore e il delitto d’onore; fino al 1996 quando la violenza sessuale viene riconosciuta come reato contro la persona e non più contro la morale pubblica, provvedimento ancora in discussione con il ddl stupri.

Ma bisogna arrivare al 2006 per vedere approvato il primo codice per le pari opportunità tra uomini e donne. «È stato necessario dare una cornice storica per far capire che nonostante il nostro isolamento geografico in mezzo alle montagne, anche qui c’è stata una costruzione quotidiana dell’emancipazione». Come dimostrano le storie fatte di privazioni, ingiustizie e poi di riscatto delle donne che raccontano la loro vita davanti alla macchina da presa.

Le interviste si svolgono sul palco del teatro di Borgo Valsugana: sedute una di fronte all’altra ci sono due donne con una trentina di anni di differenza e che si alternano nelle diverse scene del documentario, cadenzate da immagini di repertorio in Super8, estratti di interventi dalle radio locali e canti alpini del Coro da Camera Trentino, tutto al femminile anche nelle canzoni scelte. Ogni storia è emblematica e rappresenta una parte dell’esperienza femminile di quegli anni, come quella di Enrica che è stata mandata a studiare dalle suore a Roma, un’opportunità per conoscere una realtà molto più stimolante rispetto al piccolo paese di montagna. Dopo aver preso i voti e aver trascorso anni in convento Enrica è tornata a casa affrontando con determinazione e ironia un mondo patriarcale pieno di sfide e ostacoli, diventando attivista nel Gruppo Donne. Le più anziane si confidano con le più giovani, ricordando attraverso le esperienze vissute, quali diritti hanno ereditato le generazioni successive, grazie a chi ha lottato prima che queste nascessero.

Senza presunzioneo saccenteria, ma con molta tenerezza avviene una presa di coscienza. «Io sono della generazione di mezzo, un’osservatrice privilegiata di due modi diversi di affrontare la vita da parte delle donne. Nel confronto generazionale, dopo le lotte femministe per i diritti fondamentali, emerge che le ragazze oggi si battono per l’indipendenza economica e la parità salariale, per la libertà di scegliere chi amare, per la sicurezza: per esempio nel film le più giovani si stupiscono della scioltezza con cui prima le donne facevano autostop e si muovevano senza paura, cosa che invece loro adesso non riuscirebbero a fare. Paradossalmente in quest’epoca sentono più limitato il loro campo di azione rispetto a quello che hanno avuto le loro madri e le loro nonne».

(il manifesto, 1° maggio 2026)

N.B.: Per approfondire l’espansione del femminismo nelle valli trentine, consigliamo la lettura di “L’altra rivoluzione. Dal Sessantotto al femminismo” di Elisa Bellè, Rosenberg & Sellier 2021, p. 228, € 18,00.

(La redazione)

Una intervista con la fotoreporter in occasione della mostra “Viva le donne!”, a Torino fino al 2 giugno con 80 scatti che raccontano momenti cruciali del femminismo italiano

Il rametto di mimosa aveva ancora quella forza simbolica per cui le leader dell’Udi lo avevano scelto nel dopoguerra per essere distribuito durante le manifestazioni dell’8 marzo, quando tra il 1970 e il 1985 slogan su striscioni e manifesti animavano le piazze italiane urlando al mondo che la rivendicazione dei diritti delle donne era una priorità assoluta. A documentare questa parentesi fondamentale nella storia degli ultimi cinquant’anni, è seminale il lavoro della fotografa Paola Agosti (Torino 1947), esposto nella personale Viva le donne! (a cura di Giangavino Pazzola) al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino nel circuito di Mettersi a nudo, terza edizione di Exposed Torino Photo Festival (fino al 2 giugno) sotto la nuova direzione artistica di Camera – Centro Italiano per la Fotografia e il coordinamento di Fondazione per la Cultura Torino. «Un racconto che continua a interrogare il presente, sollecitando una riflessione sulle conquiste raggiunte e sulle battaglie ancora aperte», come scrive il curatore.

Di fatto questa straordinaria fotoreporter, al di là del femminismo a cui è spesso associata, con il suo archivio di 360mila scatti in bianco e nero e 40mila diapositive a colori ha un orizzonte professionale molto più ampio, ben delineato nel volume Paola Agosti. Il lungo viaggio di una fotografa, curato da Federico Montaldo (Postcart, 2023). Ma certamente l’aver raccontato il femminismo romano, città dove ha vissuto per trentacinque anni, ha un grande valore etico e storico. In mostra sono esposte 80 fotografie in bianco e nero (quasi tutte vintage), senza un ordine cronologico ma divise nelle sezioni Personaggi, Cartelli/Rivendicazioni, Close up/Ritratti, Civiltà/Costume, In movimento!/Folle, insieme a materiali d’archivio, provini a contatto, riviste e libri tra cui “Donnità. Cronache del Movimento Femminista Romano” e “Riprendiamoci la vita. Immagini del movimento delle donne” (entrambi del ‘76). «Il femminismo è soprattutto la creatività, i cartelli delle rivendicazioni, tutte quelle immense manifestazioni fatte con tanta fantasia e passione», afferma Paola Agosti.

Nelle sue fotografie scattate in diverse zone della capitale – da piazza Farnese alla Magliana, da via Capo d’Africa a via del Governo Vecchio, nella sede storica della Casa delle Donne a Palazzo Nardini, occupato dai collettivi femministi – ma anche nelle giornate del 28-29-30 maggio 1977 a Vincennes Parigi), durante l’Incontro Internazionale dei Movimenti Femministi, si coglie quell’energia incomparabile che ha fatto scendere in piazza donne di tutte le età, appartenenti a status sociali diversi, paladine di diritti imprescindibili per l’uguaglianza e la dignità. Agosti fotografa la manifestazione dell’Udi per il diritto allo studio (1973), quella per la depenalizzazione dell’aborto (1975), Emma Bonino che partecipa alla manifestazione femminista davanti a Montecitorio (30 marzo 1976), così come l’amica e collega Gabriella Mercadini durante i preparativi per una manifestazione (1978), Stefania Sandrelli e Lù Leone sul set del film Io sono mia nel 1977 (diretto da Sofia Scandurra con un cast tutto al femminile), la redazione di Radio Donna (1976), Quotidiano Donna (1978) e quella di Effe con Isabella Rossellini, Gisella Cohn, Daniela Colombo e Lucia Bolognesi (1976).

Gli slogan esprimono rabbia ma anche leggerezza, ironia e poesia, come «Guai a chi mi rompe l’uovo, sto covando un mondo nuovo!». «Non c’è una foto a cui sono particolarmente legata, in un certo modo mi piacciono tutte, perché mi ricordano quel periodo che è stato di grande impegno e di cui sono stata testimone come fotografa. Non ero una militante femminista, ma ho simpatizzato molto con il movimento» – continua la fotoreporter – «Tra le foto che preferisco c’è quella di una ragazza nel corteo del Movimento Femminista dell’8 marzo 1982 che ha in mano un cartello di cartone dove è scritto a mano “Viva le donne”, in un’altra c’è il gesto femminista di una giovane, durante la manifestazione davanti al Tribunale per il processo ai violentatori di Claudia Caputi, nell’aprile 1977, con due elmetti dei poliziotti che fanno da quinta. Secondo me la grande forza di quel periodo è stata proprio la capacità delle donne di essere creative, piene di fantasia, brio e anche allegria nel portare avanti una lotta per rivendicazioni di diritti sacrosanti.

Quel senso di appartenenza e dello stare insieme era veramente molto potente – travolgente – anche perché era la prima volta che si assisteva a cortei solo di donne. All’epoca non mi rendevo conto che stavo fotografando la storia. Però, ricordo ancora quando con Giovanna Borgese abbiamo realizzato il libro “Mi pare un secolo. Ritratti e parole”, nel 1992, sui grandi vecchi della cultura europea ai quali ponevamo sempre la stessa domanda: quale fosse stato per loro l’evento più rappresentativo del XX secolo. Rita Levi Montalcini disse che per lei era stata la lotta delle donne, che per la prima volta avevano fatto sentire in modo così potente la loro voce».

(il manifesto, 30 aprile 2026)

Negli Stati Uniti l’aborto è criminalizzato in 13 stati. Un reportage dal Texas, dove chi vuole interrompere una gravidanza deve farlo da sola o di nascosto, percorrendo lunghi chilometri in autobus, a causa delle restrizioni che sostenute dalla retorica religiosa si intrecciano con questioni di potere, controllo sociale sui corpi, ruoli di genere, e disuguaglianze economiche nell’accesso alle cure

Jane’s Due Process è un’associazione legale pro bono fondata nel 2001 in Texas, che supporta le minorenni nell’accesso all’interruzione di gravidanza. Il nome “Jane” richiama lo pseudonimo utilizzato nella giurisprudenza statunitense per tutelare l’anonimato delle donne coinvolte in procedimenti sensibili, diventato nel tempo un simbolo delle battaglie femministe. È lo stesso nome con cui veniva indicata la ricorrente nella storica sentenza Roe vs. Wade, che per oltre cinquant’anni ha riconosciuto il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti.

Prima del ribaltamento di Roe, l’associazione assisteva le minorenni nel cosiddetto judicial bypass, la procedura che consente di ottenere l’autorizzazione di un giudice ad abortire quando manca il consenso dei genitori. «In sostanza, quello che Roe v. Wade ha stabilito nel 1973 era un diritto federale garantito a interrompere la gravidanza» spiega Lucie Arvallo, avvocata e attivista di Jane’s Due Process. I giudici ritennero giusto stabilire uno standard minimo: la possibilità di scegliere se interrompere una gravidanza prima della soglia di vitalità del feto. Non c’era dunque un termine preciso, ma ci si riferiva al momento in cui il feto può sopravvivere autonomamente al di fuori dell’utero. A giugno del 2022, la Corte Suprema ha emanato la sentenza Dobbs vs. Jackson Women’s Health Organization, con cui ha sostanzialmente eliminato quel diritto costituzionale. Oggi non esiste più una tutela federale minima e la questione è in mano ai singoli stati, che decidono se e in quale misura l’aborto sia praticabile entro i propri confini.

In Texas, lo smantellamento del diritto all’aborto è stato immediato, perché esistevano già leggi precedenti alla sentenza del 1973 (pre-Roe statutes). Arvallo spiega che venne semplicemente aggiunta una clausola che stabiliva che, pur non essendo applicabili in quel momento, sarebbero entrate immediatamente in vigore qualora Roe fosse stata rovesciata. Una di queste è l’Hyde Amendment del 1976, che vieta l’utilizzo di fondi federali per l’aborto salvo eccezioni molto limitate, rendendo l’accesso fortemente dipendente dal reddito.

Oltre alle cosiddette trigger laws (‘leggi grilletto’, che entrano automaticamente in vigore appena cade la precedente), esistono anche altre misure come Senate Bill 8, adottata nel 2021, prima della caduta di Roe vs. Wade. Questa legge, meglio nota come Fetal Heartbeat Actproibisce di interrompere la gravidanza dopo sei settimane, quando inizia a sentirsi il battito del feto. Come spiegano le attiviste di Jane’s Due Process, “battito cardiaco” è un’espressione stigmatizzante, usata dai movimenti anti-aborto: «Spesso si tratta semplicemente di attività elettrica e il cuore non è ancora completamente formato. Ovviamente si sceglie questa terminologia soprattutto per il suo impatto emotivo».

Il Senato ha inoltre inserito una disposizione sul “favorire o assistere” un aborto (aiding and abetting),costruita in modo peculiare. Non è lo stato a far rispettare il divieto, ma soggetti privati, legittimati ad agire in giudizio contro chiunque sia accusato o accusata di aver aiutato una persona ad abortire. La norma incoraggia di fatto la segnalazione e l’azione legale tra privati, trasformando l’applicazione del divieto in un meccanismo di enforcement civile. Questa architettura è stata pensata con l’obiettivo di rendere più difficili le impugnazioni costituzionali. I ricorsi per incostituzionalità, infatti, possono essere presentati contro lo stato. Se non è lo stato a far rispettare la legge, ma soggetti privati, individuare un convenuto pubblico diventa più complesso. Quando la disposizione è stata concepita, Roe vs. Wade era ancora vigente, e un divieto imposto direttamente dallo stato sarebbe stato quasi certamente oggetto di un ricorso costituzionale immediato. La scelta di delegare ai privati cittadini mirava proprio ad aggirare quel passaggio.

Con il ripristino di questo sistema, Jane’s Due Process e altre realtà hanno dovuto modificare drasticamente il proprio lavoro. «Prima potevamo finanziare direttamente le procedure abortive in Texas. Ora non è più possibile. Non possiamo pagare l’intervento né accompagnare le persone in un altro stato, perché rischieremmo di essere denunciate» spiega Arvallo. Oggi l’unica forma di sostegno possibile è aiutare le persone a spostarsi dal Texas per raggiungere altri stati, come il New Mexico e il Colorado, dove l’aborto è permesso. In questi anni, oltre trecento donne sono state aiutate a lasciare lo stato, coprendo il costo del viaggio, dei pasti e dell’alloggio.

«Noi lavoriamo solo con minori di 18 anni, molte sono già madri e vivono in condizioni di marginalità. Il Texas le considera abbastanza mature da crescere un figlio o una figlia, ma non abbastanza per decidere cosa fare con la propria gravidanza» raccontano le attiviste. Aggiungono che molte delle utenti non hanno mai preso un aereo e per abortire devono assentarsi dalla scuola per diversi giorni e viaggiare da sole.

Negli Stati Uniti l’aborto è criminalizzato in 13 stati. In Texas è prevista una sola eccezione, quando la vita della madre è in pericolo. Tuttavia, casi come quelli di Amanda Zurawski, Kate Cox o Samantha Casiano mostrano che, anche quando la vita della donna è in pericolo o il feto presenta anomalie letali, molti medici non intervengono perché temono sanzioni. Nemmeno lo stupro o l’incesto costituiscono eccezioni. Alcune ragazze che hanno chiesto aiuto a Jane’s Due Process hanno appena dodici o quattordici anni e sono sopravvissute a incesto o violenza domestica e, oltre al trauma subito, devono affrontare quello di lasciare la propria comunità per ottenere assistenza medica.

In ogni caso, non esiste una norma che criminalizzi l’aborto “in sé”, le leggi puniscono piuttosto chi lo pratica, chi assiste una donna nell’interruzione di gravidanza o le procura dei medicinali. Per chi non ha i mezzi economici o logistici per lasciare il Texas – o altri stati in cui l’aborto è fortemente limitato o vietato – rimane solo la possibilità di ordinare per posta le pillole abortive. 

L’associazione Plan C, la più nota, fornisce informazioni e accesso alle pillole tramite spedizione postale, fino alla tredicesima settimana. Queste organizzazioni operano spesso a livello internazionale o in giurisdizioni dove l’aborto è legale, e questo consente loro di spedire farmaci in tutti i cinquanta stati. In molti casi utilizzano tariffe proporzionate al reddito, riducendo i costi per chi non può permetterseli. Jane’s Due Process e altre associazioni texane non possono collaborare direttamente con queste realtà né indirizzare le donne, perché è sanzionato l’aiuto e il supporto logistico. Legalmente, è sicuro assumere queste pillole, ma un report del 2023 ha rivelato che diverse donne sono state denunciate da persone a cui avevano confidato di aver abortito o in seguito a controlli medici, per questo consigliano di dire di aver avuto un aborto spontaneo. La soluzione, quindi, è abortire sole e di nascosto.

Ma perché il Texas è così ossessionato dall’aborto? Secondo Arvallo, dovremmo superare lo stereotipo per cui è uno degli stati più conservatori. «Qualche giorno fa ho chiacchierato con un tassista di Uber, un uomo bianco, anziano, molto religioso e conservatore. Aveva lavorato per anni nel campo sanitario. Non si definiva “pro-aborto”, ma era scioccato dall’intervento repressivo del Texas, anche se siamo partiti da una posizione di totale disaccordo». Questo, racconta Arvallo, è l’atteggiamento più rappresentativo del texano medio. La cittadinanza si sente lontana dal processo legislativo, volutamente confuso, e spesso non ne condivide i risultati.

«Le persone comuni, stanche, sottopagate e sovraccariche di lavoro, raramente hanno il tempo o le risorse per partecipare o protestare. La realtà è molto più sfumata: le persone sono spesso pragmatiche e moderate, ma il legislatore non lo è». Questa immagine è in parte prodotta anche dal gerrymandering, cioè la manipolazione dei distretti elettorali: invece di essere suddivisi equamente in base alla popolazione, i confini vengono tracciati in modo politicamente strategico, facendo sembrare il Texas più uniformemente conservatore di quanto sia in realtà. Se la rappresentanza fosse equilibrata, lo stato apparirebbe molto più “viola” (politicamente diviso). I dati mostrano che la maggioranza delle persone texane sostiene l’aborto prima della soglia di vitalità fetale, in linea con ciò che stabiliva Roe vs. Wade.

Un’altra conseguenza visibile e preoccupante è che il Texas promuove un’educazione sessuale basata sull’astinenza, il governo statale è ostile ai fondi per l’aborto e le informazioni sui contraccettivi o sulle malattie sessualmente trasmissibili rimangono appannaggio di poche persone. «Stiamo vedendo sempre più giovani costrette a ricevere cure abortive in fasi più avanzate della gravidanza: questo aumenta la complessità dell’intervento e i costi. Se si ricorre all’aborto farmacologico entro le 12 settimane, in generale è molto più accessibile – intorno ai 1.200 dollari o meno. Ma oltre le 28 settimane i costi possono arrivare fino a 17.000 dollari» racconta Arvallo.

Spesso è la religione a essere utilizzata come giustificazione per politiche anti-aborto estremamente restrittive. Durante l’attuale sessione legislativa (che in Texas si tiene solo ogni due anni), organizzazioni religiose anti-aborto come Texas Right to Life propongono riforme e ricevono sempre più spazio, e soldi. Il gruppo religioso aveva proposto una legge (Senate Bill 2880) per criminalizzare l’uso di farmaci abortivi includendo la persona incinta, anche se l’aborto avviene in uno stato dove è legale. Ma secondo i principi costituzionali ordinari, uno stato non può esercitare giurisdizione su azioni compiute interamente in un altro stato – motivo per cui il Texas non può vietare ciò che avviene in Colorado o Nevada. La proposta è stata respinta, ma dimostra fino a che punto alcuni gruppi sono disposti a spingersi.

Ovviamente, la religione è la superficie del problema di questa guerra al diritto all’aborto. Le restrizioni si intrecciano con questioni di potere, controllo sociale sui corpi femminili, ruoli di genere tradizionali, strategie politiche e disuguaglianze economiche nell’accesso alle cure. La retorica religiosa offre una giustificazione morale immediata e mobilita il consenso, ma il conflitto riguarda più profondamente autonomia, diritti e controllo sociale. In Texas oggi il diritto non si misura nei tribunali federali, ma nei chilometri percorsi in autobus, nei giorni di scuola persi, nel silenzio imposto alle ragazze che imparano troppo presto che il proprio corpo è terreno politico.

Oggi la situazione nel paese è eterogenea. Sono 13 gli stati ad aver adottato il divieto totale di abortire (full ban), come il Texas, 5 stati vietano l’aborto dopo sei settimane, in 7 stati è regolamentato fino alla 22esima settimana, in 18 stati è legale prima della vitalità del feto e solo 8 stati garantiscono l’accesso senza limiti gestazionali.

Diversi stati stanno promuovendo iniziative referendarie, sintomo che il diritto all’aborto continua a essere al centro del dibattito pubblico, sia a livello statale che federale, e che non si esaurisce con gli interventi della Corte Suprema. In stati come il Montana esiste la probabilità che si voti su un emendamento che definisce la persona nella costituzione statale a partire dal momento della fecondazione dell’ovulo. In altri, come l’Oregon, notoriamente progressista, è in corso una raccolta firme per la tutela della contraccezione, dell’interruzione di gravidanza, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e le cure di affermazione di genere.

In vista delle elezioni di metà mandato in autunno, non è ancora chiaro se il diritto all’interruzione di gravidanza tornerà centrale. I movimenti antiabortisti si sentono traditi da Trump, dopo che alcuni deputati repubblicani che quest’anno hanno votato con i democratici per un’estensione dei sussidi previsti dall’Affordable Care Act sull’utilizzo di fondi pubblici per finanziare l’aborto. Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione dell’organizzazione Susan B. Anthony List, ha dichiarato al Washington Post che ha in programma di spendere oltre 80 milioni di dollari nelle elezioni di quest’anno.

Proprio il caso avvenuto in Texas di Amanda Zurawski, che in seguito al rifiuto da parte dei medici di praticarle un aborto ha perso la capacità di avere figli, è diventato noto in tutti gli Stati Uniti. Mini Timmaraju, presidente di Reproductive Freedom for All, crede che il tema avrà una profonda influenza sul voto, come è successo nelle elezioni per il governatore della Virginia dello scorso anno e nelle elezioni per la Corte Suprema in Pennsylvania. Secondo chi sostiene l’aborto, molti elettori ed elettrici si sono accorte che limitare l’accesso alle cure è una grave compromissione del tessuto democratico, ed è anche su questo che i Democratici devono puntare.

(InGenere, 30 aprile 2026)

Il primo dei due volumi in cui è diviso “Il secondo sesso” esce in Francia, pubblicato da Gallimard, nel giugno del 1949. Il 15 ottobre viene spedita ad Alberto Mondadori una copia del libro con una lettera: «Il titolo sta facendo furore in Francia, vendendo almeno 500 volumi al giorno» vi si legge. Simone de Beauvoir, già legata all’editore italiano perché l’uomo che le sta vicino è il celebre filosofo Jean-Paul Sartre, sa che “L’invitata” e “Per una morale dell’ambiguità”, da lei scritti, sono stati scartati. E “Il secondo sesso”, che sta andando così bene in Francia? I professori, le menti più accese, l’hanno letto e il dubbio rimane. Ci stanno pensando, da noi potrebbe addirittura essere una bomba.

Il tempo scivola via e arriva di colpo il 1958. Quasi dieci anni senza la traduzione del saggio in italiano, ma chi lo vuole appassionatamente lo trova in francese nella libreria italiana preferita. Poi qualcuno si sveglia e dalla Mondadori chiedono a Gallimard di tagliare almeno 240 pagine, per poterne fare un solo libro, anziché due come l’edizione in lingua originale. Il “no” francese, accompagnato da una temuta scenata della severissima Beauvoir, li zittisce.

Remo Cantoni commenta, attirandosi maledizioni, «Non è la de Beauvoir una grande scrittrice o una profonda pensatrice, ma ha accumulato in quest’opera un materiale vario e gustoso, amministrato con grande abilità giornalistica».

Quando il libro è tradotto e già in composizione, Arnoldo Mondadori non lo pubblica: intanto nel 1956 un editto vaticano l’aveva messo all’indice. Nel 1954 l’instancabile scrittrice vinceva il Goncourt col romanzo I Mandarini e anche allora nessuna reazione da parte di Mondadori. È un premio accolto male da Giansiro Ferrata: «È un romanzo brutto, noioso anche, senza scampo…». Poi Marisa Bulgheroni lo finisce: «Un lungo squallido romanzo, privo di unità tecnica ed estetica, manca l’aria, il segno della vita… si tratta di un romanzo fallito…».

Finalmente, alla fine del 1961, esce “Il secondo sesso” in italiano, edito dal Saggiatore, sigla nata tre anni prima, editore il figlio di Mondadori, Alberto. E “Il secondo sesso”, nella collana La Cultura, numero 48, ha un immediato successo e da allora è poi stato sempre ristampato.

L’ultima ristampa, a quarant’anni dalla morte di Simone de Beauvoir, e a sessantacinque anni dalla prima edizione italiana, è un librone, uno solo, di 1055 pagine, edito sempre dal Saggiatore: un Secondo sesso tutto bianco, un filo rosso molto semplice e il nome dell’autrice in nero leggero, nell’insieme un oggetto rigoroso, semplice eppure severo.

Un monumento alla sua autrice che non può dimenticare lo scandalo suscitato dal libro, le ingiurie violente a lei dirette: insoddisfatta, frigida, priapica, ninfomane, lesbica. Lei, “il Castoro”, non può non riconoscere la superiorità di Sartre (siamo negli anni Cinquanta e lui, il maschio, il Sartre, non può che essere il meglio), il quale a sua volta dice «mi fido completamente di lei», «le devo tutto», «in una certa misura si può dire che scrivo per lei o più esattamente affinché lei funga da filtro». Alberto Mondadori, dai grossi baffi neri, muore d’infarto a sessantun anni a Venezia: l’intellettuale di casa lascia anche l’amatissimo il Saggiatore.

Poi nel 1993 ne diventa presidente Luca Formenton, figlio di Formenton e nipote di Arnoldo. «Avrei preferito diventare direttore d’orchestra» dice ridendo, e infatti ha una passione per la grande musica, compreso il 7 dicembre alla Scala. Tutto questo si impara da “Voci d’Italia. Breve storia della ricezione italiana del ‘Secondo sesso’”, un opuscolo di 25 pagine che accompagna il volumone, scritto da Liliana Rampello, scrittrice esperta di Jane Austen e di Virginia Woolf, bravissima.

(la Repubblica, 28 aprile 2026)

Sabato abbiamo raccontato della nostra esperienza di ebree ed ebrei «contro il fascismo in ogni tempo e luogo», che hanno attraversato il corteo del 25 aprile senza problemi, mentre a poche centinaia di metri si consumava per quasi due ore una forte tensione tra lo spezzone della Brigata Ebraica e altre componenti del corteo, che si è conclusa con l’allontanamento dei primi dalla manifestazione.

L’obiettivo dell’intervento non era raccogliere complimenti né tantomeno avallare l’idea, come leggiamo amaramente nei commenti, che “l’antisemitismo non esiste”. Piuttosto, abbiamo voluto utilizzare la nostra voce per disinnescare un’escalation del dibattito che rischia di non cogliere mai il punto.

Le frasi antisemite rivolte verso alcuni dei partecipanti come quelle sulle “saponette mancate” sono inaccettabili e disgustose. Al contempo, riteniamo estremamente problematiche le provocazioni che intendono minare la riuscita di una giornata dedicata a valori condivisi.

Lo spezzone della Brigata Ebraica, o sue componenti, rompendo gli accordi con ANPI, ha tentato di collocarsi più avanti nel corteo insieme a gruppi iraniani monarchici, sventolando bandiere israeliane e altri simboli, tra cui bandiere statunitensi e cartelli con il volto di Trump inneggianti alla guerra in Iran.

Troviamo indifendibile e incompatibile con i valori dell’antifascismo la scelta di portare in piazza bandiere israeliane, mentre Israele sta commettendo conclamati crimini contro l’umanità.

La questione del rapporto con la Brigata Ebraica il 25 aprile è da anni terreno di scontro. Intorno ad essa si è coagulata una strumentalizzazione che con la storia ha poco a che fare, creando una commistione tra la Brigata Ebraica, inquadrata nell’esercito britannico, e la forte presenza ebraica talvolta offuscata nelle fila della resistenza italiana, che sono due storie diverse e parallele. Almeno mille ebrei furono presenti nelle formazioni partigiane comuniste, socialiste, repubblicane, spesso da molto prima dell’8 settembre e dell’arrivo delle forze alleate.   

Come scriveva già l’anno scorso David Calef del gruppo Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace: «Le dispute non riguardano più ciò che è successo 80 anni fa durante la battaglia del fiume Senio dove i 5.000 volontari della BE combatterono contro i paracadutisti tedeschi. Hanno a che fare con il “conflitto” tra Israele e palestinesi – spesso chi sfila con la bandiera della BE sventola anche la bandiera israeliana. Le distinzioni saltano e i litigi cominciano».

Quest’anno la polemica ha preso forme particolarmente inquietanti. C’è chi, parlando della contestazione, ha evocato le leggi razziali del ’38 o l’istituzione dei ghetti, un’affermazione che non è solo priva di senso, ma profondamente offensiva nei riguardi di chi ha subito tali leggi e provvedimenti. Il Presidente della Comunità ebraica di Milano accusa l’Anpi di istigazione all’odio razziale e di “non volere gli ebrei nel corteo”. Questa non è la realtà.

La realtà è quella di una destra ebraica filo-israeliana che, anche in chiave propagandistica, provoca e cerca lo scontro. Questo atteggiamento mette in forte disagio molti ebrei ed ebree che, il 25 aprile, vorrebbero celebrare la liberazione dal fascismo nel ricordo dei propri familiari scomparsi, ed esitano a scendere in piazza, percependo alcuni movimenti sprovvisti di anticorpi verso l’antisemitismo come ostili.

La realtà è che essere antifasciste e antifascisti oggi significa prendersi in carico quello che succede nel mondo – dalle guerre e massacri più lontani fatti nel nome del dominio degli uni sugli altri, a ciò che accade in Italia con lo scempio dei nuovi decreti sicurezza – e unire le forze in nome di libertà e giustizia sociale. Non saremo libere e liberi finché non lo saremo tutte e tutti.

(Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace, 28 aprile 2026)

Pubblicato sul manifesto online il 28 aprile 2026

Venerdì scorso ho partecipato con tante altre e anche non pochi altri al saluto a Lia Cigarini, nel salone della Libreria delle donne di Milano fondata da lei, Luisa Muraro e altre mezzo secolo fa. Sul sito della Libreria (https://www.libreriadelledonne.it) si possono leggere le belle parole dette da Laura Colombo all’inizio e quelle di chi ha parlato o ha fatto arrivare messaggi.

L’incontro, nonostante il dolore, voleva essere anche un po’ una festa pensando al solido ottimismo di Lia e alla sua ricerca del piacere nella politica (Stefano Sarfati ha ricordato certi rilassati aperitivi serali comuni durante gli anni dei seminari di “Identità e differenza” a Asolo e Torreglia), e alla fine c’è stata una bella sorpresa. Una “Banda degli ottoni”, complesso musicale noto a Milano, che era nelle vicinanze e sapeva dell’appuntamento, si è presentato a metà del pomeriggio e ha offerto un contributo di note in emozionanti controcanti. Alcune melodie consolanti, ma poi anche una “Bella ciao” che ha preso ritmo, e per finire l’“Internazionale”.

È l’unico “inno” del movimento operaio che mi commuove sempre. Ci sento gli esiti tragici di quella storia, che mi appartiene, e anche tutta la speranza e il desiderio di un cambiamento rivoluzionario per la “futura umanità”.

Il femminismo, da Carla Lonzi fino al pensiero e alla pratica della differenza di cui Lia – come hanno scritto qui Ida Dominijanni e Luciana Castellina – è stata protagonista centrale, è stato radicalmente critico di gran parte delle idee e delle pratiche della sinistra. Ha cercato di dare forma, nel vissuto delle relazioni, a un “cambio di civiltà” che non aspetta un futuro “orizzonte” per inverarsi nella libertà di ognuna, e di tutti, tutt*.

Ma Lia aveva un assillo e una domanda che ha ripetutamente posto a noi maschi, più o meno di sinistra, e più o meno attratti dall’universo imprevisto del modo in cui molte donne che abbiamo incontrato dopo il ’68 mettevano in gioco il loro desiderio di libertà investendo conflittualmente le nostre vite. La riassumo così: che aspettate voi maschi a cogliere l’occasione di cercare e praticare “relazioni di differenza” tra voi e con noi, unica via per realizzare davvero un “cambio di civiltà”?

Domanda rivolta nel suo ultimo libro – La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes, 2022 – anche direttamente a noi di Maschile plurale: tanti ricchi incontri lungo gli anni, ma nel tempo «ho notato da parte loro un interesse sempre più scarso verso quelle che noi chiamiamo relazioni di differenza, cioè le relazioni di scambio tra uomini e donne».

Un «appuntamento mancato»?

Penso sia difficile negarlo. Poco oltre Lia fa una diagnosi più generale: «Gli uomini insomma non hanno saputo partecipare al conflitto tra i sessi con la lucidità e la creatività che erano nel frattempo divenute indispensabili. Si sono invece rinserrati in un narcisismo sempre più aggressivo […] la politica maschile ha cominciato a divenire sempre più ripetitiva e addirittura a restringersi riducendosi all’economia e alla guerra, che è quanto abbiamo ancora sotto gli occhi».

C’è forse da sperare che lo spettacolo orrendo fornito ora dai “modelli di maschilità” dei Trump, Putin, Netanyahu, e i tanti ayatollah al comando non solo a Oriente, spinga noi e gli uomini più giovani di noi a fare i passi finora mancati, o compiuti con troppa esitazione, nel liberarsi dalle croste patriarcali. Qualcosa si vede.

La bella introduzione di Ida Dominijanni alla prima edizione di questo libro (1995), finiva così: «Il lavoro politico consisterà in questo per il prossimo futuro: rilanciare desiderio femminile, chiamare in campo desiderio e autocoscienza maschile».

Era trent’anni fa.

(DeA, donne e altri, 28 aprile 2026)

Il 24 aprile la Camera dei Deputati italiana ha approvato in via definitiva un nuovo decreto sicurezza del governo Meloni che ha fatto ricorso al voto di fiducia per accelerarne l’approvazione. Il provvedimento contiene una serie di norme in materia di ordine pubblico, ma ha fatto discutere soprattutto per un emendamento sui rimpatri volontari delle persone migranti, poi corretto con un decreto legge approvato lo stesso giorno su richiesta del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ne parliamo con Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale. Il suo ultimo libro, Divieto di protestare, uscirà il 12 maggio per Einaudi.

Il decreto è stato approvato dalla Camera a meno di 24 ore dalla scadenza del termine, che avrebbe imposto un nuovo passaggio al Senato.

L’opposizione ha fatto ostruzionismo in tutti i modi, costringendo i parlamentari a una maratona notturna che ha ritardato il più possibile l’approvazione del decreto, che era sede avvenuta intorno al mezzogiorno del 24 aprile, con 162 voti a favore, 102 contrari e 1 astenuto. Ma nell’aula ci sono state proteste, l’opposizione ha cantato Bella ciao, proprio perché questa approvazione avveniva il giorno prima della Festa della Liberazione, ha definito la giornata una pagina buia della storia italiana, così come molte organizzazioni che si occupano di difesa dei diritti umani. Però alle 17 dello stesso giorno il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che era intervenuto appunto il 20 aprile chiedendo di modificare quell’articolo che riguardava i rimpatri volontari, ha promulgato alla fine questo decreto e allo stesso tempo ha emanato il secondo correttivo, anche se permangono molti dubbi sulla costituzionalità dell’intero impianto e di diversi articoli del decreto.

È stato soprattutto questo emendamento sul rimpatrio volontario delle persone migranti essere discusso e criticato nell’ultima settimana. Cosa prevedeva questo emendamento? Cosa è successo?

Il 20 aprile il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva convocato il sottosegretario Alfredo Mantovano e aveva fatto capire che avrebbe potuto non firmare la norma se non fosse stata modificata e questo è abbastanza irrituale e denota una questione davvero centrale. Al centro della discussione c’era quell’emendamento in base al quale gli avvocati che offrono consulenza e informazioni a chi presenta domanda di rimpatrio volontario avrebbero ricevuto un compenso di circa 600 euro per ognuno degli assistiti che effettivamente fossero stati rimpatriati.

Nel testo originario si faceva riferimento ad accordi da stipulare con il Consiglio nazionale forense, cioè l’organo di rappresentanza degli avvocati che sarebbe stato l’organo incaricato di versare questi compensi. Questo emendamento ha scatenato immediatamente le proteste dell’opposizione come abbiamo detto, ma soprattutto dello stesso Consiglio nazionale forense che ha detto di non essere mai stato informato dell’approvazione di questo emendamento e poi ha assolutamente detto di volerne la modifica altrimenti ha annunciato, insieme con l’Unione delle Camere Penali, l’Asgi e altre organizzazioni di avvocati, una mobilitazione permanente. Perché l’accusa era quella di mettere in discussione l’autonomia dell’avvocatura, un approccio che non si vedeva dal regime fascista e che voleva legare la retribuzione di un avvocato all’ottenimento di un risultato concreto, un risultato legato all’agenda politica del governo in carica, qualcosa che mette in discussione uno dei cardini costituzionali che è l’indipendenza dell’avvocatura e poi il diritto alla difesa. Tutte le persone che ricorrono a un avvocato hanno diritto a essere difese secondo la nostra Costituzione, a prescindere ovviamente dall’orientamento politico dei governi in carica.

E adesso in che modo interviene il decreto legge che è stato approvato in questo cosiddetto correttivo?

Anche su questo decreto correttivo approvato dall’esecutivo contestualmente all’approvazione dell’altro decreto ci sono molti dubbi, si è parlato di un grande pasticcio, in effetti non era mai successo che per evitare un nuovo passaggio parlamentare contestualmente si approvasse un decreto da parte del governo, decreto che ora dovrà essere convertito in legge, quindi dovrà tornare al Senato e alla Camera, potrebbe essere modificato. Comunque diciamo che il decreto che è stato licenziato dall’esecutivo il 24 aprile prevede sempre un contributo di 615 euro per chi assiste una persona migrante nella pratica, ma non parla di avvocati, quindi chiunque assiste una persona migrante nel piano di rimpatrio volontario, ricordiamo che rimpatri volontari non necessitavano fino ad ora l’accompagnamento con un legale, ma anzi erano gestiti soprattutto dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, che era un’agenzia delle Nazioni Unite e che prevede l’accompagnamento anche finanziario della persona migrante che chiede di tornare volontariamente nel suo paese d’origine per delle ragioni.

I rimpatri volontari in Italia sono pochissimi, sono nell’ordine di qualche centinaia e nel quadro di rimpatri in generale sempre costanti nel corso degli anni che il governo si è impegnato in tutti i modi ad aumentare con scarsi risultati. Quindi siamo dentro un progetto politico di aumento dei rimpatri e questo decreto prevede un contributo di 615 euro per chi assiste una persona migrante in questa pratica indipendentemente dall’esito della richiesta. Di nuovo non è più esclusiva degli avvocati, quindi anche un’associazione che si dovesse occupare di questa pratica riceverà questo tipo di incentivo.

Non sarà erogato questo compenso dal Consiglio Nazionale Forense, che si era appunto detto estraneo a questa misura. Per il piano è stato approvato un bilancio importante di circa 170mila euro, in tutto 1,4 milioni di euro fino al 2028. Ma di nuovo su questa misura pesano una serie di incognite. Chissà se sarà approvata da tutte e due le Camere senza modifiche e se non sia anche questa portatrice di alcuni elementi di incostituzionalità.

Questo decreto è stato criticato anche per altri aspetti, per esempio il fermo preventivo. Quali sono le norme più controverse?

Intanto dobbiamo dire che è l’ennesimo decreto sicurezza. Il primo decreto sicurezza che riguarda questioni legate alle proteste, alle manifestazioni è stato convertito in legge a giugno del 2025 ed era già stato definito dall’associazione Antigone il più grosso attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana. Questo decreto, approvato a fine febbraio e ora convertito in legge, rafforza questo quadro e chiarisce qual è l’idea di sicurezza che ha questo governo, che diventa un termine ombrello dietro cui nasconde una serie di cardini ideologici che limitano fortemente la libertà di manifestare e il dissenso che, come direbbe Norberto Bobbio, è essenziale e forse addirittura consustanziale alle moderne democrazie. Come il precedente, trasforma il diritto penale in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie molto diverse, le persone migranti, i minorenni, le armi da taglio, gli attivisti, gli autori di reati comuni, come se fossero un unico problema di sicurezza. Il capitolo centrale riguarda la limitazione della libertà di protesta. L’articolo più controverso, e che anche questo è stato oggetto di un richiamo da parte del Presidente della Repubblica, è quello che prevede un fermo di polizia fino a 12 ore senza il controllo dell’autorità giudiziaria, solo per il fatto di essere una persona sospettata di essere pericolosa sulla base di un sentimento, di una valutazione fatta dal funzionario di polizia. Allo stesso modo delle perquisizioni preventive.

Questo tipo di misure dobbiamo pensare che non erano presenti neppure nelle normative emergenziali adottate negli anni ’70, quindi in pieno terrorismo, in piena lotta armata. Oltre a questa misura del fermo e della perquisizione preventiva, che è già stata attuata in queste settimane e ha scatenato davvero molte polemiche e critiche, ci sono altre misure nel decreto che vanno nella stessa direzione. Per esempio l’inasprimento delle sanzioni per l’omesso preavviso delle manifestazioni, oppure l’estensione della durata delle cosiddette zone rosse, queste aree urbane, come per esempio le stazioni ferroviarie, colpite da maggiore microcriminalità. In queste aree potrà essere disposto il Daspo urbano, che era già previsto dai precedenti decreti di sicurezza, su soggetti denunciati negli ultimi cinque anni per alcuni tipi di reati.

Infine, nuove norme contribuiscono a delineare una figura dell’agente di polizia che sostanzialmente viene sottratto al controllo della magistratura. Anche su quest’ultima questione c’è stato un intervento del Capo dello Stato, per cui è stato riscritto quella parte che riguardava l’azione del Pubblico Ministero nei casi di presunta legittima difesa da parte dell’agente, ma anche questa nuova formulazione continua a presentare diversi problemi.

L’approvazione del decreto è avvenuta il 24 aprile, al ridosso del giorno della Festa della Liberazione e delle sue celebrazioni. Questa coincidenza che effetto ha avuto?

Intanto è interessante che tutte le norme sulla sicurezza che ha emanato questo governo per certi versi ricalchino un’idea di rapporto dell’esecutivo con i poteri di controllo e con l’esercizio del diritto dell’opposizione di manifestare dissenso. Questo purtroppo ci riporta indietro di decenni ed è sembrata una provocazione. Forse anche per questo così tante persone hanno partecipato quest’anno alle celebrazioni per il 25 aprile in tutta Italia che sono state molto partecipate e anche molto trasversali di persone che si sono ritrovate intorno ai valori fondamentali della Costituzione e soprattutto dell’antifascismo.

(Il Mondo, podcast dell’Internazionale, 28 aprile 2026)

61a Biennale d’arte. “L’orecchio è l’occhio dell’anima”: il padiglione del Vaticano celebra la figura della badessa erudita, musicista, scrittrice e medica con Patti Smith, Jim Jarmush, Meredith Monk e l’opera-testamento di Alexander Kluge

Ildegarda di Bingen, badessa, scrittrice visionaria, teologa, santa, scienziata, medica, erborista, musicista e grande erudita «è una figura può apparire distante, essendo una mistica del XII secolo, ma possiede una voce fortemente contemporanea, capace di illuminare gli interrogativi e i percorsi del presente». È così che il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto vaticano per la Cultura e l’educazione racconta l’omaggio alla monaca benedettina, vissuta dal 1098 al 1179, che il padiglione della Santa Sede le tributa per la 61/a Esposizione internazionale d’arte. Con una mostra in due luoghi fascinosi – il Giardino dei Carmelitani Scalzi e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, nel sestiere Castello – e un titolo che sceglie l’assonanza con lo spirito della rassegna di Koyo Kouoh improntata all’ascolto: L’orecchio è l’occhio dell’anima. Una capacità musicale, quasi una preghiera sonora, peraltro condotta da interpreti del calibro di Patti Smith, Meredith Monk, Brian Eno, Terry Riley (fra gli altri più “visivi” come Otobong Nkanga e Precious Okoyomon) che scarta dal fragore delle ultime polemiche per attestarsi su un nuovo inizio inclusivo, in cui la voce si fa profetica, accogliendo la lingua ignota promossa da Ildegarda. Il pubblico, con le cuffie, potrà regalarsi una lunga passeggiata contemplativa.

Basterebbe solo questo per evitare di entrare nell’agone conflittuale, ma de Mendonça non si sottrae ai tempi bui che investono la cultura: «Russia e Israele alla Biennale di Venezia? La nostra risposta sta nel Padiglione, nell’esperienza di ascolto comune che siamo invitati a fare. L’orizzonte è quello dato dal papa, un invito a una pace che a tutti può dire qualcosa e trasmettere un senso di opportunità collettiva». In fondo, la stessa Ildegarda di Bingen, musa artistica in Laguna, serviva «il ritmo della vita» e ne curava le ferite quando quell’armonia si interrompeva.

Il padiglione del Vaticano, che due anni fa aveva visto in prima linea le detenute del carcere femminile della Giudecca divenire «guide intime dell’arte», quest’anno si affida a una mostra, curata da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, in collaborazione con Soundwalk Collective, in cui il suono stesso diventa una via emozionale per la comprensione del mondo.

È stato un percorso lungo quello che ha portato al progetto, un itinerario organico condiviso anche con Alexander Kluge (il titolo del padiglione è mutuato dalla sua opera), tanto che l’ultimo lavoro del regista (scomparso il 25 marzo scorso) costituirà una parte imponente della mostra, nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice: un’installazione filmica e di immagini in dodici stazioni, in aperto dialogo con i canti e gli scritti di Ildegarda di Bingen. È il suo testamento e dialoga, nello stesso luogo, con la liturgia sonora delle monache dell’Abbazia di Eibingen.

Ildegarda di Bingen e l’hortus, confessa Obrist, hanno nutrito l’immaginario della sua infanzia. Non ha mai dimenticato quando, a cinque anni, i suoi genitori lo portarono nell’Abbazia di San Gallo né, da grande, le parole di Cees Nooteboom dedicate al Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi di Venezia.

(il manifesto, 27 aprile 2026)

La scomparsa di Lia Cigarini ci coglie mentre stiamo preparando il prossimo numero de L’imprevista sul lavoro, una questione che, sotto la luce del simbolico e con il taglio della differenza, ha a lungo appassionato Lia, consegnandoci pensieri e pratiche che continuano ad allargare orizzonti. Nel lavoro, diceva, si aprono quelle contraddizioni a cui dobbiamo guardare perché orientano il senso del nostro muoverci nel mondo.

In verità, non solo discutendo di lavoro ma per ciascuna delle questioni su cui ragioniamo insieme durante le riunioni, tra le nostre parole, nominiamo sempre Lia poiché non c’è stato nodo, questione, che Lia non abbia desiderato attraversare con il suo passo svelto, con la sua visione in positivo, sempre rivolta in avanti.

Noi “nate libere”, figlie del femminismo, l’abbiamo incontrata alla Libreria delle donne a Milano, alla Scuola estiva della differenza a Lecce, a Paestum dove abbiamo potuto sentireil fascino di Lia, del suo formidabile intuito nel comprendere le situazioni politiche, della potenza vitale del suo pensiero, del suo corpo che entrava in uno luogo e vi portava un’energia unica e ineludibile.

A partire da questa forza sprigionata, si è intrecciata tra noi una relazione politica duratura, conoscendoci a Paestum in occasione del convegno Primum vivere (2012) voluto da Lia e da altre iniziatrici del femminismo e seguito l’anno successivo dall’incontro Libera ergo sum (2013). Sono stati due incontri intergenerazionali incredibili nei quali queste donne ci hanno rese partecipi della forza femminile nel collettivo.

Se è vero che il femminismo non desidera inaugurare una tradizione, a Paestum è avvenuta, però, una trasmissione potente che ha segnato indelebilmente le nostre pratiche: quei semi gettati stanno ancora fruttificando in esiti generosi e imprevisti che continuano a nutrire il nostro presente.

Abbiamo ammirato Lia Cigarini insieme a Luisa Muraro, un due che è testimonianza dirompente della potenza politica della relazione tra donne. Quando si è in due è già politica, e quel loro due ha inciso, con ineguagliabile ricchezza, sul simbolico femminile, in un sodalizio che si è fatto moltiplicatore di desideri. Quanto dobbiamo a Lia, a Luisa, a quel loro due. E in questo momento il nostro cuore è con Luisa.

Ci sono stati anni di appassionate redazioni per Via Dogana in cui la loro relazione era il centro da cui nascevano momenti di grandi slanci di elaborazione politica: nel loro scambio sapevano scardinare il pensiero corrente e proponevano letture politiche della realtà impreviste e coraggiose, a cui tutte guardavano, imparando a osservare il mondo con lenti nuove. Dalla Sicilia, alla Sardegna, al Veneto, per arrivare a Barcellona, in Francia… ovunque, il pensiero della differenza si orientava leggendo Via Dogana, i Sottosopra e poi il sito della Libreria delle donne di Milano. I conflitti, pur nelle ricadute dolorose, erano l’occasione per far emergere i nodi e farsi le spalle larghe, perché «il femminismo è un campo di battaglia». Per Lia, in particolare, il conflitto era vitale, non un momento distruttivo, ma fecondo di possibilità.

Il desiderio più grande per Lia era che la pratica politica delle donne diventasse una bussola per tutti, donne e uomini, smascherando così quel senso comune che, ritenendola per donne, ci relegava di nuovo in spazi angusti, non all’altezza della nostra «voglia di vincere». Certo, era necessaria quella presa di coscienza che porta una donna a essere consapevole della propria differenza, e quindi delle genealogie femminili, della problematicità delle relazioni tra donne, o con gli uomini, di chi usa il potere o l’autorità in modo diverso. Questa presa di coscienza continua ad accadere, a manifestarsi nel mondo come libertà femminile, grazie al contributo lungimirante di Lia.

Se, infine, «forza femminile è capacità d’imporre la propria misura del mondo. E misura femminile del mondo è sì esperienza di relazioni tra donne – ma soprattutto precisione nell’indicare quando, dove, come e con chi si acquisiscono e si spendono i guadagni realizzati» (Note sull’autorità femminile, in La politica del desiderio e altri scritti, pp. 99) – siamo qui a indicare il pensiero di Lia Cigarini come inestimabile eredità di tutte, in un confronto che si manterrà vivo: continueremo a confrontarci col tuo pensiero, a chiederci “chissà cosa direbbe Lia”, a cercare le tue/nostre risposte.

(L’imprevista, 27 aprile 2026, https://imprevista.substack.com/p/chissa-cosa-direbbe-lia)

Alla Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, in corso a Santa Marta, la transizione giusta ha preso la forma concreta delle voci delle donne. Donne indigene, afrodiscendenti, contadine, giovani attiviste, rappresentanti dei territori e dei movimenti per la giustizia ecologica e ambientale hanno riportato al centro del dibattito una questione politica essenziale: uscire dal carbone, dal petrolio e dal gas non può significare semplicemente cambiare tecnologia, sostituendo un modello estrattivo con un altro. Deve voler dire trasformare i rapporti di potere, restituire voce alle comunità e riconoscere che i territori non sono zone di sacrificio, ma luoghi di vita, memoria e futuro.

Il punto di partenza del confronto è stato proprio l’allargamento del concetto di “transizione giusta”. Nato nel movimento sindacale per garantire diritti e lavoro nella riconversione energetica, oggi questo paradigma viene rivendicato dalle comunità più esposte sui territori come qualcosa di più profondo: non solo tutela occupazionale, ma giustizia climatica, di genere, diritti territoriali, autodeterminazione, cura, riparazione e democrazia energetica. Le comunità, è stato detto, non devono essere consultate a posteriori, quando i progetti sono già decisi, ma devono avere potere reale sulle scelte che riguardano energia, suolo, acqua e futuro dei territori in cui vivono.

Yuvelis Morales Blanco, dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, ha riportato il dibattito al Magdalena Medio, a Puerto Wilches, dove le comunità hanno resistito all’avanzata del fracking e hanno legato la giustizia energetica alla giustizia di genere e territoriale. La domanda posta dal territorio è semplice e radicale: perché ogni volta che arriva un progetto estrattivo i diritti sembrano diventare negoziabili? L’acqua, l’aria, la libertà delle donne, la possibilità di vivere in pace non possono essere il prezzo del cosiddetto sviluppo. In un Paese che produce petrolio, estrae carbone e gas, Santa Marta diventa così il luogo in cui affermare che un futuro post-fossile non è un’utopia astratta, ma una costruzione già in corso nelle comunità.

Dal continente africano, Sabla Samuel, del Fossil Fuel Treaty, ha mostrato come questa stessa contraddizione attraversi altri territori del Sud globale. In Africa, ha ricordato, grandi compagnie straniere continuano a estrarre ricchezza ed energia mentre centinaia di milioni di persone non hanno accesso all’elettricità o a modalità sicure di cottura degli alimenti. Il modello fossile promette sviluppo, ma lascia debito, inquinamento, povertà energetica e servizi pubblici indeboliti. In questo ciclo, sono soprattutto le donne a sostenere il peso del collasso: quando lo Stato arretra, quando la sanità e l’istruzione si svuotano, il lavoro di cura gratuito e invisibile diventa l’ammortizzatore sociale di economie costruite sull’estrazione.

La stessa critica attraversa la discussione sui minerali necessari alla transizione energetica. Le relatrici hanno messo in guardia dal rischio di usare la crisi climatica come nuova giustificazione per espandere miniere, infrastrutture e frontiere estrattive. La transizione non può diventare il volto verde della stessa economia coloniale, affermano. Per questo è necessario distinguere tra i minerali realmente necessari per garantire accesso universale all’energia rinnovabile e quelli destinati ad alimentare data center, militarizzazione, sovra-consumo e crescita illimitata. Riciclare, riparare, ridurre i consumi dei Paesi ricchi, costruire sistemi energetici decentrati e comunitari: qui si misura la differenza tra una riconversione giusta e un nuovo ciclo di saccheggio.

La voce delle giovani generazioni ha portato nel dibattito un’altra parola: immaginazione. Xiye Bastida, del popolo Otomi-Toltec e cofondatrice della Re-Earth Initiative, ha parlato di “memorie del futuro”, cioè della capacità di immaginare e custodire visioni di un mondo diverso. Un futuro post-fossile è un fiume che torna ad avere pesci, una terra bonificata dalle miniere, una comunità che riprende il baratto, una vicina che offre la frutta del proprio albero. Non è nostalgia, ma politica: recuperare la possibilità di desiderare un mondo diverso in una generazione cresciuta spesso tra fiumi contaminati, miniere e promesse di collasso. Da questa prospettiva, il fracking è stato indicato come una falsa soluzione. Non è energia di transizione, ma ulteriore dipendenza dal gas fossile, con impatti pesanti su acqua, salute, sismicità e clima. Il messaggio emerso a Santa Marta è netto: carbone, petrolio e gas devono essere affrontati insieme, senza scorciatoie che rimandino l’uscita dal fossile o ne cambino soltanto il linguaggio.

Le voci indigene hanno dato al confronto una profondità spirituale e politica. Casey Camp Hornick, della Ponca Nation, negli Stati Uniti, ha ricordato che i popoli indigeni non si presentano a questi tavoli come semplici parti interessate, ma come titolari di diritti. La Ponca Nation ha sostenuto il Trattato sui combustibili fossili come nazione sovrana e chiede di essere parte dei luoghi in cui si decidono politiche e accordi. Non è una richiesta simbolica, ma una condizione democratica: chi ha difeso la terra per generazioni deve poter decidere sul futuro della terra.

Lo stesso principio è risuonato nel panel dedicato all’Amazzonia e ai territori indigeni. “Il sangue della Madre Terra deve rimanere sotto il suolo” non è uno slogan, ma una forma di conoscenza, ripetuta da decenni dai popoli che hanno visto arrivare imprese petrolifere, militari, promesse di ricchezza e devastazione. La difesa dell’Amazzonia è stata presentata non solo come tutela di un ecosistema, ma come difesa del cuore vivente del mondo. Dove i governi continuano a proporre nuove concessioni senza consenso, le comunità rispondono rivendicando territori liberi da estrazione e il diritto di decidere.

Dora, Olivia, Abigail, Luane e Hani hanno portato testimonianze diverse ma convergenti. Dai territori U’wa alla nazione Chapra, da Sarayaku all’Amazzonia brasiliana e al Putumayo colombiano, il linguaggio cambia, ma la sostanza resta la stessa: non può esserci giustizia climatica senza partecipazione reale dei popoli indigeni, delle donne, dei giovani, delle comunità contadine. Le donne indigene non vogliono essere presenza decorativa nei processi internazionali. Rivendicano il ruolo di chi custodisce vita, memoria, conoscenza e soluzioni. Lo hanno detto con forza: i territori non sono risorse naturali, sono beni di vita. Chiamarli “risorse” significa già collocarli dentro una logica di consumo e sfruttamento.

In queste parole, la transizione energetica smette di essere un’agenda tecnica e diventa una trasformazione del pensiero. Non basta cambiare fonte energetica se resta intatto il modo di guardare alla Terra come a un deposito da svuotare. Non basta installare rinnovabili se le comunità vengono escluse, se il consenso viene aggirato, se il potere resta nelle mani delle stesse imprese e degli stessi governi che hanno costruito l’economia fossile. La trasformazione richiesta a Santa Marta riguarda il rapporto tra esseri umani e natura, tra Stato e territori, tra economia e cura, tra memoria ancestrale e scienza.

La conclusione politica è arrivata dalle parole di Susana Muhamad, che ha collocato questa discussione dentro un tempo segnato da paura, autoritarismo e privatizzazione del bene comune. Il capitalismo fossile, ha osservato, non produce solo emissioni: produce alienazione, solitudine, perdita di senso, soprattutto tra i giovani. Contro questa deriva non basta denunciare. Bisogna ricostruire speranza, comunità e potere popolare. Serve un potere diverso, capace di empatia, compassione, riconoscimento dell’altro e connessione con la vita.

Per questo Santa Marta non è soltanto una conferenza sull’uscita dai combustibili fossili. È uno spazio in cui si prova a nominare il mondo che viene dopo: post-fossile, ma anche post-coloniale, post-estrattivo, post-capitalista. Un mondo che, come hanno ricordato le donne dei territori, non deve essere inventato da zero: esiste già nelle pratiche comunitarie, nei saperi indigeni, nelle resistenze contadine, nelle reti femministe, nei movimenti giovanili, nei popoli che continuano a difendere fiumi, foreste e montagne. La sfida politica, ora, è dare forza a queste esperienze, trasformarle in decisioni vincolanti e impedire che la transizione venga sequestrata da chi ha prodotto la crisi.

(Pressenza, 27 aprile 2026)

Il 26 aprile di quarant’anni fa il cielo ai confini dell’odierna Ucraina si illuminò. Un test di sicurezza presso la centrale nucleare di Chernobyl fece esplodere il reattore numero 4 proiettando una nube radioattiva su tutta l’Europa. Le autorità sovietiche tacquero per giorni esponendo migliaia di persone al peggior disastro tecnologico del XX secolo. Quattro mesi dopo Svetlana Aleksievič s’immerse nell’abisso della “Zona di esclusione” intorno alla centrale e si trovò davanti a un mondo inesplorato. Undici anni dopo raccolse le voci dei protagonisti della devastante tragedia nel libro polifonico “Preghiera per Chernobyl” che ha ispirato una serie Hbo. «L’incendio divampò per giorni. La gente arrivava da ogni parte per osservare le fiamme che in effetti erano bellissime. Un bagliore cremisino, una meraviglia cosmica, uno spettacolo sbalorditivo. Questo era per la gente: uno spettacolo. Non capivano che si trattasse di morte. Oggi l’umanità è dimentica del passato e concentrata sul proprio destino, ma dovrebbe prepararsi alle nuove sfide naturali e tecnologiche». La scrittrice settantasettenne, Premio Nobel per la Letteratura, madrelingua russa, padre bielorusso e madre ucraina, parla in videocollegamento con Repubblica da Berlino dove è esiliata da sei anni fa. E avverte: «L’Uomo rosso, l’homo sovieticus, è sopravvissuto al disastro di Chernobyl e al crollo dell’Urss. Un uomo del passato senza idea di futuro. Siede al Cremlino e combatte in Ucraina».

Il disastro di Chernobyl è parte della memoria collettiva, anche di chi nell’86 non eraancora nato. La Zona, la Foresta rossa, la Pioggia nera, il sarcofago, i liquidatori sonoentrati nel mito. Ma, come dice un professore nel suo libro, «non sappiamo comericavarne alcun significato». Cos’è che neppure i suoi lettori potranno mai capire senza mai essere stati lì allora?

«Nell’86 ci trovammo in un vuoto, un mondo nuovo a cui non eravamo preparati. Per chi comeme ha visto le conseguenze dell’incidente coi propri occhi, non si tratta soltanto di immaginiindelebili, ma di un vero e proprio trauma. Per i bielorussi Chernobyl è stato un traumapeggiore persino della repressione della rivoluzione e della successiva partenza di circa unmilione di persone nel 2020. I bielorussi bevono Chernobyl, mangiano Chernobyl, respiranoChernobyl. Tutto è contaminato. L’incidente tormenterà diverse generazioni perché leparticelle radioattive non sono visibili, non hanno odore, non si possono toccare, ma vivranno a lungo. Centinaia o addirittura migliaia di anni».

Viene chiamato “incidente” perché nessuno lo provocò intenzionalmente, ma quanto contribuirono al disastro la segretezza e l’indifferenza ai vertici nei confronti della vita umana?

«Di tutto ciò che è successo, la colpa è dell’uomo. Il test fu preparato male o affrettato. È laconferma che l’uomo a volte non è all’altezza delle tecnologie che ha inventato. Ilquarantesimo anniversario di Chernobyl deve farci ricordare che ci aspettano nuove sfide.Ogni giorno assistiamo a cataclismi. La natura muta e le nuove tecnologie non fanno chedeteriorare l’esistenza. L’umanità deve imparare a convivere con questi cambiamenti. Einvece perde tempo con leggi “di seconda mano” imposte da uomini al potere venuti dal passato».

Nel suo discorso di accettazione del Nobel nel 2015, citando il filosofo Čaadàev,descrisse la Russia come «uno spazio di amnesia totale». Quarant’anni dopo Chernobylsono state costruite altre centrali, ci sono stati altri disastri come Fukushima e si torna a parlare di nucleare. Abbiamo dimenticato?

«Quanto è successo a Chernobyl non è stato compreso fino in fondo, né dagli scienziati, nédalla coscienza pubblica. Si spiega col fatto che, con la disgregazione dell’Impero, ciascuno hapensato alla propria sopravvivenza. Basti ricordare che, agli inizi della guerra in Ucraina,quando i russi si sono appropriati di Chernobyl, ai soldati fu impartito l’ordine di scavaretrincee nella zona contaminata. Ovviamente, pochi giorni dopo, tutti quei soldati finirono inospedale. Quando avvenne il disastro di Chernobyl, ci eravamo avvicinati a una certacomprensione di quanto fosse pericolosa l’energia nucleare per l’umanità. Invece, adesso, nelclima di odio totale in cui viviamo, tutti vogliono centrali nucleari o bombe atomiche e tuttoquesto è molto pericoloso. Oggi su di noi, per lo meno nell’ex Urss, è crollato il passato.Viviamo una sorta di nuovo medioevo. Non siamo andati verso il futuro, siamo tornati indietro».

Con “Preghiera per Chernobyl” e poi con “Ragazzi di zinco”, che raccoglie letestimonianze di reduci dall’invasione sovietica in Afghanistan, ha raccontato duetragedie che accompagnarono il crollo dell’Urss. Furono una causa o un effetto del collasso?

«Stava per crollare già da tempo. L’architettura dell’idea di convivenza all’interno dell’impero sovietico stava già barcollando e il disastro e la guerra ne furono conseguenze e concause».

In “Tempo di seconda mano” parla dello shock che seguì la fine dell’Urss. Dovevaessere l’ultimo libro del ciclo sulla crisi di quella che chiama “utopia rossa”. Ma dopo larepressione della rivoluzione bielorussa del 2020, poi il conflitto in Ucraina del 2022,ha compreso che l’homo sovieticus, incarnazione del regime comunista, non è davvero morto. Chi è “l’Uomo rosso”, come lo chiama lei, su cui sta scrivendo il suo nuovo libro?

«L’Uomo rosso combatte in Ucraina mandato a fare la guerra dall’Uomo rosso al Cremlino.Sono uomini del passato che non hanno mai rinunciato alle idee di una volta. Sì, ho capito chel’Uomo rosso non è per niente morto e molte idee comuniste non sono morte. Soprattutto inRussia dove si sta cancellando ogni eredità di quel periodo che fu “un assaggio di democrazia”.Adesso c’è una tregenda di forze oscurantiste, come il filosofo Aleksandr Dugin o altri chechiedono di vietare spettacoli e libri e cancellano qualsiasi eredità di quel tentativo di democrazia. Forze risalite dal fondo che fanno tanta paura».

In Russia tornano i busti a Iosif Stalin e proprio in questi giorni l’Accademia dell’Fsb è stata reintitolata da Vladimir Putin a Feliks Dzeržinskij, il capo della polizia segreta sovietica…

«È la conferma che il passato avanza. Il Cremlino vuole recuperarlo, persino in una versioneancora più terribile. Non ha un’idea di futuro, perciò recupera vecchie idee “di seconda mano”.Putin ha più volte ripetuto che per la Russia non esistono altri alleati se non il suo esercito e lasua marina. Sono le parole di un vecchio Zar. Perciò i suoi carri armati hanno invaso l’Ucrainae sono pronti ad andare oltre. Ma mi chiedo dove sia finito il popolo russo, quel popolo cheamava la letteratura, che leggeva tanti libri, che demolì la statua di Dzeržinskij in piazzaLubjanka. Una parte del popolo tace perché è pericoloso dire la verità, ma un’altra parte èstata corrotta da Putin e va in Ucraina a fare la guerra e ad ammazzare perché viene benpagata. I soldati a contratto tornano con le tasche piene di soldi e i loro vicini li invidiano e si arruolano a loro volta. È la perversione della morale per denaro».

Di chi è la colpa? Di Putin che ha corrotto il popolo o del popolo che si è lasciato corrompere?

«I dittatori cercano sempre di coinvolgere più gente possibile nelle loro nefandezze e direndere i loro popoli complici. Per farlo corrompono, intimidiscono, reprimono. Lo vedo nellamia patria, la Bielorussia, e in Russia. Ma condivido il parere di Hannah Arendt che invitava anon accettare la responsabilità collettiva perché ciascuno è responsabile di quello che ha fattoe di come ha vissuto. Capisco però chi tace pur consapevole di quel che accade. In Russia rischi anni di carcere».

Nel libro “La guerra non ha un volto di donna” racconta che, il giorno in cui finì laSeconda guerra mondiale, i soldati spararono in aria tutte le munizioni convinti chenon avrebbero più combattuto guerre. In Russia invece lo slogan “Mai più” è statosostituito da “Possiamo ripeterlo”. E nel mondo vediamo il moltiplicarsi di guerre, da Gaza all’Iran. Come mai?

«Penso che fare la guerra sia insito nell’essere umano».

Anche le democrazie sono in crisi?

«Stanno facendo marcia indietro. Tuttavia, credo sia un fenomeno temporaneo. Il mondo inogni caso si muoverà verso la democrazia. Le nuove generazioni non accetteranno lo stile di vita medievale che viviamo adesso e che ci viene imposto. Lo spero tanto».

L’ intelligencija costretta all’esilio che ruolo può avere?

«Sembrava che saremmo potuti tornare nelle nostre patrie dopo un mese, poi dopo un anno,ma non è andata così. Io vivo in esilio in Germania da sei anni oramai e non vedo all’orizzontealcuna possibilità di tornare nella mia casa a Minsk. Torneremo, magari non la miagenerazione, ma i più giovani torneranno. Nel nostro piccolo, noi intellettuali facciamo di tutto per creare un’idea di futuro».

(la Repubblica, 26 aprile 2026)

Riproponiamo la bella intervista di Chiara Valerio a Lia Cigarini, per la trasmissione di Rai Radio 3, L’isola deserta, del 23 febbraio 2020. La conduttrice, con amabile sapienza e complicità, sollecita Lia a dire del suo impegno politico. E Lia sembra felice di lasciarsi andare al racconto delle origini della sua personale presa di coscienza e del movimento delle donne a partire dagli anni 60 del secolo scorso. Mezz’ora di ascolto intenso e spesso divertente che ci trascina in un vortice di avvenimenti e aneddoti che abbracciano cinquant’anni di vita delle donne e le più intense esperienze personali di una delle grandi protagoniste del femminismo.

https://www.raiplaysound.it/audio/2020/02/Lapos-ISOLA-DESERTA-5530c2d4-62af-4722-92aa-661933459482.html

Le voci del gruppo pacifista Mai Indifferenti: “La retorica vittimistica di una parte della Comunità non aiuta ma incita l’odio”

Una critica interna che attraversa una parte del mondo ebraico milanese e rompe la narrazione compatta emersa dopo il 25 aprile. Mentre la Comunità ebraica parla di “esclusione” e di “antisemitismo”, altre voci dal movimento “Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace” raccontano una giornata diversa, segnata da consenso e condivisione. «Noi – spiega Beatrice Stampa, 65 anni, assistente sociale – siamo scesi in piazza senza bandiere israeliane, con striscioni per il cessate il fuoco. Siamo stati applauditi, e mai insultati». Una presenza che, sottolinea, ha intercettato consenso: «Il nostro è un messaggio che funziona, contro tutte le guerre e contro tutti i fascismi. Le persone si riconoscono nel nostro messaggio». Un’impostazione che rivendica anche la presa di distanza netta dalle scelte e dalle guerre del governo israeliano: «Critichiamo quelle politiche, come fanno anche molti cittadini in Israele. Il nostro è un posizionamento chiaro: ebrei contro la guerra».

Sulla stessa linea Eva Schwarzwald, nota voce critica verso la dirigenza attuale della Comunità ebraica di Milano, che contesta la modalità di partecipazione al corteo da parte della Brigata: «Era stato concordato con Anpi di non portare bandiere di Israele. Invece nello spezzone della Brigata c’era un insieme eterogeneo, con simboli politici e presenze provocatorie». Per Schwarzwald, la tensione è stata anche il risultato di scelte istituzionali: «La questura ha gestito male la situazione». La presenza degli ebrei pacifisti, racconta, è stata senza incidenti: «Avevamo striscioni contro il fascismo e per il cessate il fuoco. Siamo stati persino più applauditi dell’anno scorso. C’è una retorica vittimistica di una parte della Comunità ebraica che non aiuta. Anzi è proprio questa retorica a incitare l’odio. Questo clima ha rovinato un’importante giornata di lotta e di valori». A questa critica si aggiunge quella di Saby Fresko: «La Brigata ebraica ha tutti i diritti di stare in quella manifestazione. Ma ciò che rappresenta oggi non è più quello spirito». Per Fresko, la presenza di bandiere israeliane è stata «una provocazione in un contesto antifascista», aggravata da alleanze simboliche: «Stare insieme a gruppi con foto di Trump e Netanyahu significa approvare ciò che accade in Iran, Libano, Cisgiordania». Una distinzione netta tra memoria e uso politico: «Dovremmo essere noi come ebrei per la pace, a rappresentare la Brigata ebraica». E sugli episodi di insulti: «Ci sono stati, ma da poche persone. Usarli per descrivere tutto il corteo è un utilizzo opportunistico».

Anche il giornalista Gad Lerner interviene, criticando l’uso politico della Brigata: «Accusare l’Anpi di antisemitismo è grottesco. Si mortificano i valori della Resistenza. Si rivoltano nella tomba gli antifascisti della prima ora e i partigiani ebrei che avevano già sacrificato la vita ben prima che, nell’aprile 1945, la Brigata ebraica sbarcasse in Italia. Farne un uso strumentale per scopi che nulla hanno a che fare con il 25 Aprile è faccenda recente che mortifica i valori sempre attuali della Resistenza».

(la Repubblica, 26 aprile 2026)

Durante le vacanze di Pasqua ho ripreso in mano un vecchio videogioco che non usavo da molto tempo, Roller coaster tycoon, in cui bisogna costruire un parco divertimenti con tutti gli accessori: chioschi per le cose da mangiare, elementi del panorama, giostre e montagne russe. L’obiettivo è farlo diventare un’attività economica sostenibile. I pochi ettari a disposizione si riempiono in fretta, perciò è necessario fare manutenzione su quello che hai già costruito. Assumi meccanici, addetti alle pulizie e ispettori, ti assicuri che siano pagati bene, che siano formati e che si prendano cura delle giostre. Se fallisci, le montagne russe si rompono o, peggio ancora, crollano.

Ho pensato a Roller coaster tycoon quando ho letto questo titolo su un giornale danese: “Le attività commerciali non riescono ad avere energia elettrica per nuovi progetti: ‘È un disastro’”. L’articolo spiegava che la rete elettrica nella Danimarca settentrionale è drammaticamente obsoleta. Diverse aziende non riescono a ricevere l’energia di cui hanno bisogno. Particolarmente a rischio sono quelle che cercano di essere “ecologiche” e fare affidamento su elettricità prodotta da energia eolica o solare anziché da combustibili fossili.

Titoli come questo spuntano come funghi ovunque in Europa. L’estate scorsa il Guardian ha scritto a proposito della Germania: “Arrugginisci in pace: perché i ponti e le scuole tedesche cadono a pezzi?”. Nel 2018 a Genova sono morte 43 persone nel crollo di un ponte che non aveva ricevuto la dovuta manutenzione. A quanto pare abbiamo dimenticato come prenderci cura di quello che possediamo. Perché?

Nel mio libro Deficit. Perché l’economia femminista cambierà il mondo (La Tartaruga 2025) sostengo la necessità di una rivalutazione del lavoro di cura. Per decenni l’assistenza alle persone è stata sistematicamente sottostimata dal punto di vista politico e le ragioni sono intimamente legate alla svalutazione della manutenzione delle cose.

La teoria economica dominante prende in esame i prezzi, non l’uso futuro degli oggetti, per valutare l’efficacia delle politiche. Applicando questo approccio, però, emergono due enormi problemi. Prima di tutto, stabilire quanto vale nel lungo periodo preservare un ponte che cade a pezzi diventa impossibile, perché i prezzi non riflettono il suo ruolo nell’economia. Il costo del lavoro è elevato e la manutenzione non ripara un ponte rotto, semmai elimina un potenziale ponte rotto in futuro. La maggior parte dei politici lavora sul breve periodo e vuole introdurre dei cambiamenti tangibili e visibili nelle vite delle persone subito, non tra quarant’anni.

Nessuno ringrazia un politico se un ponte non crolla. Lo stesso vale per il lavoro di cura: quando funziona, non lo noti più di tanto. Se un bambino viene nutrito come si deve, se ha amici e una famiglia che gli vuole bene, diventa semplicemente un adulto sano. Ma quando queste cose non funzionano spuntano dei problemi.

La seconda sfida è che la teoria macroeconomica moderna tende a considerare la spesa pubblica come un costo. Fare manutenzione a un ponte è considerato un costo, non un investimento. Tuttavia, come sa chiunque sia bravo a Roller coaster tycoon, non guadagneremo niente se il Rocky road coaster 3 si rompe di continuo!

Questo aspetto spesso non emerge nel dibattito pubblico sull’economia. La spesa pubblica viene contrapposta al benessere del settore privato. È la cosiddetta teoria dello spiazzamento, secondo cui la spesa pubblica convoglia denaro che potrebbe essere usato altrimenti nel più efficiente settore privato, dove risiede la vera creazione di valore. Il che però non regge a un esame approfondito nell’Europa di oggi.

Gli economisti Philipp Heimberger e Cara Dabrowski di recente hanno pubblicato uno studio innovativo che dimostra l’impatto degli investimenti pubblici in Europa nei decenni passati. Gli studiosi evidenziano che una spesa pubblica elevata «ha effetti favorevoli su produzione e occupazione nel breve e medio periodo, non ostacola gli investimenti privati e non compromette la sostenibilità del debito pubblico». In sintesi: l’economia dello stato non è come quella di una famiglia, in cui dev’esserci un equilibrio perfetto tra entrate e uscite, e spendere molti soldi non equivale al comportamento “sconsiderato” di una persona che perde la testa in un centro commerciale.

La spesa pubblica può ampliare le capacità di un’economia nel suo complesso, sia quella pubblica sia quella privata, e rendere più facile e sostenibile fare affari. Heimberger e Dabrowski rilevano che «Ogni euro di investimenti pubblici genera più o meno 1,30 euro di ricavi adeguati all’inflazione nel giro di tre anni».

Le aziende di tutto il mondo hanno bisogno di elettricità, di ponti che reggono, di buone linee telefoniche, di un’efficace connessione internet e di persone istruite, felici e in buona salute. Adesso però in Europa sta accadendo esattamente il contrario, a causa di norme dell’Unione estremamente inadeguate sulla spesa pubblica di cui la maggior parte degli europei non sa nulla. Queste norme fiscali stanno costringendo più di un terzo dei paesi del continente a tagliare la spesa pubblica nel prossimo decennio. E tutto perché le regole sono ancora basate sulla teoria dello spiazzamento.

L’anno scorso la Germania sembrava sul punto di fare una cosa giusta: stanziare 500 miliardi di euro per le infrastrutture (anche se a me sarebbe piaciuto vedere più investimenti per modernizzare il settore della cura). E cos’è successo? Tra l’80% e il 95% delle risorse dei fondi è stato destinato a spese di breve periodo, per rientrare nei vincoli di bilancio a breve termine. Il paese era talmente sottofinanziato che «abbiamo scoperto che i politici hanno usato quasi tutti i fondi finanziati dal debito per altri scopi, e nello specifico per coprire deficit di bilancio. Questo è un problema enorme», ha dichiarato a Politico Clemens Fuest, presidente dell’Institute for economic research (Ifo), uno dei più importanti centri studi tedeschi sull’economia.

La politica moderna è governata dalla contabilità. Nel 2025 in Germania il governo ha visto all’improvviso una possibilità di sistemare i ponti perché poteva rientrare tra le “spese militari”, una voce in uscita che tutti i paesi devono sostenere per legge. Purtroppo non ci sono obblighi di legge simili per la manutenzione sostenibile delle infrastrutture destinate all’uso quotidiano. Il foglio di calcolo è diventato più concreto della realtà, le regole di bilancio stanno plasmando il mondo.

Nella comunità della decrescita economica c’è una specie di mantra: «Meglio una decrescita pianificata che una decrescita forzata». Il detto evidenzia che diminuire le emissioni di anidride carbonica e usare meno plastica, legno e minerali per un certo periodo di tempo può anche sembrare spaventoso, ma non è davvero niente se paragonato al non avere alternative.

L’attuale crisi energetica provocata dalla guerra che Israele e Stati Uniti stanno conducendo in Medio Oriente conferma questa previsione: siamo in un’epoca di decrescita forzata.

Il commissario per l’energia dell’Unione europea Dan Jørgensen di recente ha dichiarato: «Più riusciremo ad agire per risparmiare il petrolio, e soprattutto il diesel, e in particolare il diesel per gli aerei, meglio staremo».

Jørgensen, infine, ha concluso con quelle che suonano come le proposte di giovani attivisti per il clima: «Bisogna lavorare da casa se possibile, ridurre di dieci chilometri orari i limiti di velocità in autostrada, incoraggiare gli spostamenti con i trasporti pubblici, usare le auto private con targhe alterne, aumentare il carsharing e adottare pratiche di guida efficienti».

Non abbiamo le infrastrutture necessarie ad affrontare le nuove esigenze. Una crisi mostra sempre le crepe nelle fondamenta. Quando le risorse finiscono, la cosa più importante è prendersi cura di quello che hai già. Ogni vero tycoon lo sa.

(Internazionale, 24 aprile 2026)