L’artista Mili Romano* ci ha mandato un “intervento sonoro” che ha creato in gennaio come una sua «reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano travolgendo le nostre vite, e rischiando anche di farci diventare spettatori assuefatti e indifferenti»… È stato ripetutamente mandato in onda alla Radio Città Fujiko di Bologna – e ora ci invita a partecipare, ciascuna o ciascuno con un contributo audio di un minuto, per farlo diventare un’azione corale contro la guerra. Ascoltate l’audio!

(*) Mili Romano è artista e curatrice indipendente soprattutto di progetti di public art, è stata ospite alla libreria delle donne di Milano con un intervento su VD3 “L’arte della relazione” (ottobre 2024) e alla presentazione del suo libro “Crossing… attraversamenti, tracce, indizi” (Carta Banca editore) nel mese di ottobre 2025, con Donatella Franchi.

(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2026)

Sabato 28 marzo le aderenti alla rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porteranno in più di 125 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, i loro lavori per la pace: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra.

In tutto il paese e nel mondo intero crescono angoscia, ansia e preoccupazione per quanto sta avvenendo sugli scenari mediorientali. La guerra diventa sempre più distruttiva e feroce, si abbatte sugli inermi, rischia di normalizzarsi ed estendersi: una marea che finirà con il travolgere ogni vita e ogni cosa. Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale.

È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione. È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro NO alla guerra fino a che non diventi un boato tale da costringere il governo ad assumere una posizione chiara e netta di stop al riarmo e di rifiuto della guerra.

Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui! Per informazioni:

https://www.facebook.com/profile.php?id=61577566614538 https://www.instagram.com/100piazze_pace/
email: donnecontroguerra.pinerolese@gmail.com

10 100 1000 Piazze di donne per la pace

ELENCO DELLE PIAZZE (IN AGGIORNAMENTO)

1.Acireale(CT) 2.Acquedolci(ME) 3.Alba(CN) 4.Alcamo(TP) 5.Alimena(PA) 6.Alpignano(TO) 7.AltoGardaeLedro(TN) 8.Arese(MI) 9.AsceaMarina(SA) 10.Augusta (SR) 11.Bagheria (PA) 12.Belmonte Mezzagno (PA) 13.Bergamo (BG) 14.Bisacquino (PA) 15.Bologna (BO) 16.Bricherasio (TO) 17.Buseto Palizzolo (TP) 18.Caltagirone (CT) 19.Caltanissetta (CL) 20.Capaci (PA) 21.Capo d’Orlando (ME) 22.Carini (PA) 23.Carpi (MO) 24.Casale Monferrato (AL) 25.Castelbuono (PA) 26.Castelfranco Emilia (MO) 27.Castellammare del Golfo (TP) 28.Castelnuovo Cilento (SA) 29.Castelvetrano (TP) 30.Catania (CT) 31.Cecina (LI) 32.Cefalù (PA) 33.Cerda (PA) 34.Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35.Chiavari (GE) 36.Chioggia (VE) 37.Cinisi (PA) 38.Cividate al Piano (BG) 39.Colleferro (RM) 40.Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41.Colli a Volturno (IS) 42.Comacchio (FE) 43.Como (CO) 44.Corleone (PA) 45.Cortenuova (BG) 46.Cremona (CR) 47.Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48.Desenzano del Garda (BS) Castiglione delle Stiviere (MN) 49.Enna (EN) 50.Erice (TP) 51.Fenestrelle (TO) 52.Figline Valdarno (FI) 53.Firenze 54.Foggia (FG) 55.Garbagnate Milanese (MI) 56.Genova (GE) 57.Giarre (CT) 58.Gioia Tauro (RC) 59.Ionico Etnea (CT) 60.Isnello (PA) 61.Lercara Friddi (PA) 62.Licata (AG) 63.Livorno (LI) 64.Mantova (MN) 65.Marineo (PA) 66.Marsala (TP) 67.Messina (ME) 68.Mestre-Venezia (VE) 69.Milano (MI) 70.Militello in Val di Catania (CT) 71.Misiliscemi – Locogrande (TP) 72.Modena (MO) 73.Modica (RG) 74.Monopoli (BA) 75.Montedoro (CL) 76.Musile di Piave (VE) 77.Napoli (NA) 78.Narni (TR) 79.Noventa di Piave (VE) 80.Oleggio (NO) 81.Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria TR) 82.Paderno Dugnano (MI) 83.Padova (PD) 84.Palermo (PA) 85.Palmi (RC) 86.Partinico (PA) 87.Patti (ME) 88.Pavia (PV) 89.Perugia (PG) 90.Pesaro (PU) 91.Petralia Soprana(PA) 92.Petralia Sottana (PA) 93.Pinerolo (TO) 94.Piombino (LI) 95.Piossasco (TO) 96.Polizzi Generosa (PA) 97.Pratrivero in Valdilana (BI) 98.Quattro Castella (RE) 99.Ragusa (RG) 100.Reggio Calabria (RC) 101.Resuttano (CL) 102.Rivoli (TO) 103.Roccafiorita (ME) 104.Roma (RM) 105.Rovereto (TN) 106.San Cataldo (CL) 107.San Donà di Piave (VE) 108.Santo Stefano Quisquina (AG) 109.Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110.Sant’Agata di Militello (ME) 111.Saronno (VA) 112.Sarzana (SP) 113.Sesto San Giovanni (MI) 114.Siracusa (SR) 115.Settimo Torinese (TO) 116.Sondrio (SO) 117.Soverato (CZ) 118.Termini Imerese (PA) 119.Tione (TN) 120.Torino (TO) 121.Tortorici (ME) 122.Trapani (TP) 123.Tusa (ME) 124.Uboldo (VA) 125.Valledolmo (PA) 126.Venezia (VE) 127.Vignola (MO) 128.Vittoria (RG)

(Facebook, 18 marzo 2026)

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite – così centrale nel pensiero e nella pratica femminista – sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte di Giustizia. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. Ma l’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità e ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione.

Un pubblico ministero che condivide la cultura del giudicante sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Questa è la cultura della giurisdizione: cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche i processi civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto. Le donne che denunciano violenza lo sanno bene. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita – attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo – il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto per tutte le donne.

Votiamo NO a tutela delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.

Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.

Votiamo NO per difendere:

– la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti

– l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che

ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.

Carla BASSU, costituzionalista // Concetta GENTILE, avvocata civilista // Fabrizia GIULIANI, filosofa // Teresa MANENTE, avvocata penalista // Maria MONTELEONE, magistrata // Elvira REALE, psicologa hanno lanciato questo appello, che in pochi giorni è stato sottoscritto da migliaia di giuriste, scrittrici, giornaliste, filosofe, attrici, registe, sindacaliste, cantanti, professioniste della sanità e tutte le professioniste delle reti antiviolenza, parlamentari e attiviste femministe.

(NoiDonne, 17 marzo 2026)

Riparare l’irreparabile è possibile? E prima ancora: cosa dobbiamo intendere per “irreparabile”? Il male lo è? È irreparabile, irredimibile, imprescrittibile? È sufficiente giudicarlo e punirlo, quando si sia tradotto nella commissione di un reato perseguibile come tale? In cosa consiste, il suo mistero? La punizione, intesa come condanna pronunciata da un giudice, può bastare a renderne conto, a restituirne il senso? O non ne avanzerà sempre un resto, una mancanza?

Dal punto di vista delle vittime, in primo luogo: e dunque della loro esperienza di ingiustizia subita o percepita e di dolore sofferto. Ma anche dal punto di vista degli autori del reato: della loro responsabilità, o meglio della loro responsabilizzazione, rispetto al dolore inflitto (al di là di qualunque ragione o motivazione). E più in generale, dal punto di vista dell’umanità di tutti, perché è questo ciò che il male, più radicalmente, chiama in causa: il nostro modo di abitare le relazioni e di concepire il rapporto fra bisogni e desideri; la nostra interpretazione del mondo e le parole con le quali la esprimiamo.

Le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Ciò resta fuori da una mera applicazione delle norme. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione

Sono queste le domande,e sono questi i temi, che fondano La via riparativa alla giustizia, il nuovo libro di Antoine Garapon (Vita e Pensiero, pp. 244, euro 20). È una figura complessa, Garapon: «tanto autorevole», sottolineano Gabrio Forti, Emanuela Fronza e Claudia Mazzucato nella loro magistrale prefazione, «quanto difficile da inquadrare». Sia giurista che filosofo, allievo di Paul Ricœur; giudice, in passato, e da ultimo presidente della Commissione Riconoscimento e Riparazione, istituita in Francia a seguito delle indagini di una commissione indipendente sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica; grande studioso ed esperto di giustizia riparativa. Il suo è uno sguardo largo, profondo, e lo è anche la sua prosa: più narrativa, a tratti quasi lirica, che non tecnica. Larghe e profonde sono anche le risposte che a quelle domande prova a fornire: non sono soluzioni che pretendano di esaurire il discorso, ma proposte che a loro volta ci interrogano e ci smuovono.

Irreparabile, ci dice Garapon, può essere ciò che il male lascia dietro di sé: irreparabili possono essere le conseguenze derivanti dai reati, specialmente da quelli che Garapon definisce “fondativi”. Cioè da quei reati – da tutti i crimini contro l’umanità agli abusi sessuali (tanto più se compiuti nell’ambito di contesti familiari o religiosi) – che «coinvolgono la costituzione stessa dell’umano», inscrivendosi nella vita delle vittime «come sorgente avvelenata che contamina l’intero corso dell’esistenza».

Sono crimini,come li definiva Hannah Arendt, che non si possono né punire né perdonare (e Crimini che non si possono né punire né perdonare è anche il titolo di un libro di Garapon): nel senso che la giustizia ordinaria, nella sua funzionalità alla pura e semplice emanazione di una condanna o di un’assoluzione, si rivelerà sempre inadeguata. Non è forse vero che nelle aule delle corti, per usare le parole di un racconto di Yasmina Reza, «non si ha il tempo di andare a ritroso nel tempo» né di «scrutare seriamente» la storia delle persone? A cominciare da quella delle vittime, al cui racconto il giudice non è neppure interessato: il giudizio si gioca solo intorno a fatti precisi e circoscritti, al solo fine di valutarne la riconducibilità alle norme. Cos’è, la giustizia ordinaria, se non un rito incentrato sull’attribuzione di ruoli fissi e predeterminati, secondo una logica binaria? L’imputato da una parte, il pubblico ministero dall’altra; e davanti a loro il giudice, chiamato a dividere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, il bene dal male. Ma il punto è che la realtà è sempre più ampia di un giudizio, sarà sempre eccedente.

A tale logica Garapon contrappone quella della giustizia riparativa, quale forma di giustizia interessata esattamente a tutto ciò che nella giustizia ordinaria non entra: le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione. Quello che interessa alla giustizia riparativa è provare a costruire un nuovo equilibrio, «uno spazio condiviso di riparazione e responsabilità», che consenta a ciascuno, dentro un ordine simbolico diverso da quello ordinario, di prendere «le distanze da sé stesso»: la vittima, per rifondare il legame fiduciario nei confronti del mondo; l’autore di reato, per non rimanere chiuso per sempre nel reato compiuto. Che consenta, in altri termini, di immaginare «nuovi possibili», come li chiama il filosofo François Jullien nel suo Sciogliere, edito sempre da Vita e Pensiero. Perché quello che è successo non può essere cancellato: ma può essere curato, e quindi superato.

Attenzione però:Garapon intende proporre la giustizia riparativa non in chiave alternativa a quella ordinaria, bensì quale suo “compimento”. Né d’altronde il suo discorso è circoscritto ai soli “crimini fondativi”, pur essendovi spesso riferito. No, il suo è un discorso che riguarda i fondamenti epistemologici e la logica della giustizia tout court: è un «progetto di giustizia a pieno titolo, non riducibile a una qualsivoglia funzione (di transizione, ricostruttiva, riparativa, restaurativa, ecc.)», è «qualcosa di più profondo». Si tratta di immaginare una giustizia più aperta al futuro, alla vita, di quanto non sia una giustizia fondata solo sulla fredda applicazione delle norme. D’altra parte cosa sarebbe la giustizia, si chiedeva Camus, senza la possibilità della felicità?

(il manifesto, 17/03/2026)

Garapon sarà a Milano giovedì per due incontri: alle 15,30 all’Università Cattolica con Gabrio Forti, Carla Bagnoli, Guido Bertagna, Pierantonio Frare, Loredana Garlati; alle 20,15 alla Fondazione Feltrinelli con Claudia Mazzucato e Valeria Cantoni Mamiani.

Un murales nel quartiere milanese di Gorla, a Nord-Est della città, di fianco al naviglio della Martesana. Il canale è stato progettato da Leonardo da Vinci nel 1400

Da sedici anni il progetto porta a scoprire le città e i suoi quartieri con uno sguardo interculturale e decoloniale. Visite guidate da accompagnatori e accompagnatrici con origini migranti fanno sperimentare un turismo urbano in cui le storie diventano la forma più efficace di resistenza. L’ultima tappa è a Nord-Est del capoluogo lombardo, un’altra zona preda di dinamiche di gentrificazione.

Dal latino solĭtas-atis, solitudine, la parola portoghese saudade, letteralmente “nostalgico rimpianto”, è quella che per Carla Oller meglio rappresenta il sentimento con cui ogni persona migrante deve fare i conti: la malinconia. Uno stato d’animo che include la mancanza di casa, della terra, della famiglia, della lingua e del cibo.

Una sensazione che Oller conosce bene, essendosi trasferita a Milano dall’Argentina insieme al marito dieci anni fa. Le sue origini, però, restano ben salde e si sono integrate con la nuova vita in città. Durante la giornata beve sempre il suo yerba mate – che ormai riesce a comprare anche al supermercato – insegna spagnolo a ragazzi e adulti e gestisce un blog, il Crónicas de Milán, dove condivide storie e aneddoti della città che l’ha accolta. Lo sguardo personale e originale ha anche portato Carla a diventare una delle accompagnatrici interculturali di Migrantour, il progetto nato 16 anni fa tra Torino e Milano per far raccontare le città da persone con origini migranti.

Come scriviamo da anni non si tratta di una semplice visita guidata ma di una passeggiata collettiva in cui si scoprono i quartieri attraverso le storie e le identità di chi li abita, con quello che l’antropologo Giacomo Pozzi, collaboratore di Migrantour, chiama lo “sguardo obliquo”: un modo, ideato dalla collaborazione tra il professore Francesco Vietti e l’operatore di Viaggi solidali, di intendere e visitare lo spazio con gli occhi dell’antropologia, “disciplina che si mette in ascolto di diversi saperi, non per parlare per conto di qualcuno ma affinché i processi di invisibilizzazione emergano e vengano scardinati attraverso le voci di chi li vive”, osserva Pozzi.

Migrantour mette quindi in evidenza quell’unione tra radici (in inglese roots) e percorsi (routes) teorizzata dall’antropologo statunitense James Clifford che contemplava l’idea che la cultura non sia solo statica e legata al territorio ma anche il risultato degli spostamenti e dei contatti culturali che si creano. Il progetto parte da questa concezione e dall’idea che le città stesse siano il frutto di tali incontri e trasformazioni.

Attiva in 12 comuni – tra cui Roma, Parma, Bologna, Firenze, Cagliari e Palermo – e in nove città europee, l’esperienza a Milano ha già coinvolto Chinatown, Porta Venezia e via Padova: tutte zone molto interculturali. Con Carla, il quartiere di Gorla, soprannominato “la piccola Parigi”, a Nord-Est della città, è diventato l’ultima aggiunta delle passeggiate.

Borgo storico del 1800, Gorla viene annesso a Milano solo nel 1923. «La sua storia è una storia di immigrazione, non solo internazionale da un continente all’altro, come oggi il termine fa sempre pensare, ma interna, da una regione all’altra» racconta Carla, munita di microfono ad archetto, di fronte a una trentina di persone radunatesi lo scorso 28 febbraio, per una tappa di Migrantour organizzata da Acra in occasione dell’Anthro day, iniziativa che ogni anno l’Università di Milano-Bicocca propone in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e di Torino, Iulm e La Sapienza di Roma, per far conoscere l’antropologia.

Prima tappa dell’itinerario sono le case popolari ex Crespi-Morbio di via Sant’Erlembaldo, nate nel 1939 in risposta alla crisi abitativa di quegli anni e all’aumento delle baracche – che in spagnolo Carla traduce come villas miseria – dove chi non aveva nulla, soprattutto le famiglie numerose provenienti dalla Puglia, trovava rifugio. La camminata prosegue poi dal Teatro Officina, punto di riferimento dell’area nato nel 1973 da un gruppo di studenti, insegnanti e operai che trasformarono il salone di una balera in un teatro di sperimentazione. A essere rappresentate però non sono le grandi opere ma le storie di chi vive il quartiere. Ne sono un esempio gli spettacoli Memoria di terra contadina, dove il teatro diventa cascina, oppure Cuore di fabbrica, che testimonia le voci degli operai. Il palco diventa anche spazio per laboratori con rifugiati politici e persone senza dimora, «dall’idea che sia importante raccontare le storie delle persone comuni», commenta l’accompagnatrice.

Con la stessa attenzione ai vissuti quotidiani, Carla legge ai partecipanti la storia di Ambrogino Sironi, un bambino di sei anni che la mattina del 20 ottobre 1944, a cinque giorni dall’inizio dell’anno scolastico, cercò in ogni modo di convincere i genitori a non mandarlo a scuola senza però riuscirci. 

Anche lui fu ucciso dalle 170 bombe anglo-americane che quella mattina, “per errore”, anziché colpire le fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, distrussero l’istituto elementare Francesco Crispi di Gorla. Oggi a ricordare lui, il personale scolastico, i genitori e gli altri 200 bambini morti c’è una statua nella piazza dei Piccoli Martiri, con una madre che solleva il figlio deceduto e la scritta “Ecco la guerra”.

«Ero passata davanti a questo monumento tante volte senza mai fermarmi a guardarlo. – dice una partecipante al tour – Per chi non conosce il quartiere, queste passeggiate sono un modo originale di scoprirlo, mentre per chi ci abita un’occasione per soffermarsi su dettagli che prima, presi dalla frenesia della quotidianità, non si notavano neppure».

Carla Oller legge le storie di Ambrogino Sironi e Graziella Ghisalberti, quest’ultima sopravvissuta ai bombardamenti alla scuola Francesco Crispi del 20 ottobre 1944. Il monumento commemorativo ai piccoli martiri di Gorla, realizzato nel 1947, dispone di una cripta-ossario dove dalla metà degli anni Cinquanta sono conservate le spoglie dei caduti.

Dopo essere passati dal Circolo famigliare di unità proletaria in viale Monza, dove l’Italia si fonde con il Sudamerica grazie ai corsi di lingua e alle serate dedicate al nostalgico tango argentino e alla più vivace milonga, la passeggiata si conclude sulla Martesana, cuore del quartiere, con una riflessione dell’accompagnatrice. «Sono cresciuta in un continente che si dice essere stato “scoperto” e non “conquistato”. Un continente ribattezzato “America”, di cui non si conosce neppure con certezza il nome originario, e che dalla dottrina Monroe in poi viene utilizzato per indicare una singola popolazione, gli americani o statunitensi, e non gli abitanti dei 35 Paesi indipendenti che lo compongono. Se non si tramandano le storie e si parla di scoperta anziché di conquista, si invisibilizza il passato, le persone che hanno vissuto un luogo e la loro storia».

Un rischio che sembra attuale in un quartiere popolare come quello di Gorla, già preda di dinamiche di gentrificazione guidate da fondi immobiliari, attratti da quel passato che oggi lo rende “attrattivo”. Ma come dice Carla, descubrir in spagnolo significa manifestare e rivelare ciò che è nascosto: raccontare il quartiere attraverso le storie di chi lo ha reso quello che è, rappresenta forse un primo passo di resistenza, per evitare che qualcun altro lo faccia. «Quando non scriviamo la nostra storia, sono gli altri a farlo per noi».

(Altreconomia, 16 marzo 2026)

Il 6 marzo 2026 due autrici del pamphlet collettaneo “Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su argomenti scomodi” (Castelvecchi, 2024), Silvia Baratella e Laura Minguzzi, hanno presentato il loro libro con Betti Briano di Eredibibliotecadonne nei locali dell’associazione QuiArte, nella bellissima fortezza del Priamar.

In questa occasione sono state anche intervistate dalla trasmissione “Il salotto” dell’emittente savonese Radio Jasper. Hanno parlato del libro, di femminismo e invitato tutte alla Libreria delle donne di Milano. L’intervista, condotta da Daniela Liaci, è andata in onda il 16 marzo 2026.

Qui il podcast.

(www.radiojasper.it, 16 marzo 2026)

La mia generazione non ha conosciuto la guerra né la paura di una guerra, se non in tempi più recenti. Quella venuta prima di me è stata la generazione che la storia «obbligò a vivere in un clima di morte e indicibili violenze tra il fumo dei forni», come scrisse nel 1950 la filosofa ebrea ucraina Rachel Bespaloff, la cui storia ho conosciuto leggendo il libro La riparazione Donne che rammendano il mondo di Marcella Filippa. Oggi quella storia sembra tornare in un clima che ci avvolge di morte, di odio, di violenza e di forza tra il genocidio di un popolo. In quel periodo tragico dei totalitarismi, della guerra, delle persecuzioni e della ferocia imperante, furono donne, note o sconosciute – raccontate da Filippa nel suo libro – quelle che, con le loro scelte esistenziali, hanno saputo tenere accesa la luce, a volte fioca, della pietas, dell’umanità, dell’amore, delle relazioni tra donne, salvando sé stesse e tutte noi. Una su tutte, Maria Lucia Apicella Pisapia (1887- 1982), chiamata la “mamma dei morti”. Una storia poco nota, rimasta nell’ombra e sepolta per tanto tempo. Lucia nasce a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, in una famiglia povera e numerosa. Coltiva la passione per il ricamo. Di lei si sa poco. È la “madre dei morti”, che – come racconta l’autrice – si prende cura del corpo dei soldati caduti in guerra, senza badare alla loro nazionalità, ma solo all’essere umano. La guerra lascia una scia di cadaveri da entrambe le parti, e Lucia – spesso da sola, talvolta con una donna più giovane, Carmela Passaro – decide di recuperare ciò che resta di quei corpi martoriati, di scavare per trovare qualche oggetto che li identifichi, nonostante il pericolo delle mine. Scava con le nude mani per riportare alla luce ciò che resta di quei corpi per dare degna sepoltura. Recupera oltre mille corpi, che pulisce delicatamente e restituisce alle famiglie in piccole scatole di zinco. Quando molto tempo dopo la Germania, in segno di riconoscenza, le conferì la gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca, incontrò Karolina Wagner, alla quale aveva consegnato il corpo del figlio e l’orologio che il giovane portava al polso. Le due donne si sono abbracciate. Lucia rifiutò un riconoscimento per il suo impegno nel recuperare i resti degli “invasori nemici tedeschi” e la cittadinanza onoraria, se la parola “nemici” non fosse stata cancellata. Leggendo questa storia ho pensato, in particolare, ai giovani ucraini e russi mandati a morire in una guerra senza fine. Chi sa se un giorno ci sarà anche lì una “madre dei morti” che restituirà alle madri il corpo massacrato dei propri figli? L’ odio, la violenza, il dominio sugli uomini, sulle donne e sulla natura non sono che facce feroci di un patriarcato incarnato, oggi come ieri, da uomini che idolatrano la forza e seminano distruzione, morte, massacri, genocidi, dolori e sofferenze, rendendo il mondo più insicuro e disumano. Generazioni di donne hanno invaso le piazze del mondo contro la guerra e per la pace da cui ha avuto origine la stessa data dell’8 marzo, scelta nel 1921 da Alessandra Kollontaj alla Conferenza Internazionale delle donne comuniste, in ricordo di una manifestazione di donne – 23 febbraio 1917 nel calendario giuliano corrispondente al nostro 8 marzo –, a Pietrogrado, per chiedere la fine della guerra e dello zarismo. La storia di donne per la pace viene da lontano e le madri e i padri costituenti l’hanno iscritta nella nostra Costituzione, che viene calpestata e tradita da quelle donne che hanno scelto di stare dalla parte degli uomini guerrafondai e militaristi, tradendo anche se stesse. A testimoniare quella storia, invece, il 28 marzo saranno le 10,100, 1000 piazze di donne per la pace che manifesteranno nelle città italiane e srotoleranno gli arazzi che stanno cucendo col filo della pace, nel dialogo e nelle relazioni.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 marzo 2026)

Introduzione all’incontro Pensare, fare, amministrare giustizia. A proposito del Referendum, Libreria delle donne, Milano 13 marzo 2026 ore 18. Un’occasione preziosa per riscoprire la ricchezza di pensiero e pratiche di donne su temi sempre più urgenti: giustizia, legge, Costituzione, politica. Dialogo aperto con Angela Condello, docente di filosofia del diritto; Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata. Introduce Giordana Masotto.

Link registrazione dell’incontro (2h 11m): https://www.youtube.com/live/i7cjmiGf1OQ

Tra dieci giorni votiamo al Referendum Giustizia. Si vuole intervenire sull’ordinamento giudiziario con modifiche a 7 articoli della Costituzione, in merito alla separazione delle carriere giudicanti/requirenti, alla struttura degli organi di controllo con due CSM distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. Ho pensato che questa è un’occasione per tutte e tutti noi per metterci in gioco, capire in cosa ci riguarda, stare al mondo sentendo che anche questo è agire politica. Questo è un luogo vivo in cui è importante la ricerca di giustizia. E di giustizia vogliamo ragionare oggi a partire dal molto che le donne hanno pensato e fatto.

Sono qui con noi e le ringrazio, Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata, entrambe attive a Milano e impegnate nella campagna per il No (è stata Stefania a contattare la Libreria delle donne) e Angela Condello, docente di filosofia del diritto, che ricordiamo anche per il suo contributo al convegno sul pensiero di Lia Cigarini (Il vuoto legislativo come possibilità di giustizia. Il femminismo giuridico di Lia Cigarini), e autrice/curatrice con Anna Simone e Ilaria Boiano di Femminismo giuridico,testo prezioso, agile e ricco. Importante anche perché dà corpo alla genealogia femminile nel diritto.

Dunque giustizia. Perché solo ripensando la giustizia si può fare un po’ di luce sulla complessità dei nessi tra giustizia, diritto e politica. Come tutte e tutti noi sentiamo la necessità di fare in questi tempi. Come appunto hanno fatto il pensiero e la pratica politica delle donne.

Pensare giustizia

Proprio la pratica politica delle donne, la parola e le relazioni tra donne hanno generato una critica radicale al diritto, svelando le sue matrici universaliste – l’Uno – che appiattiscono i soggetti. Come è accaduto anche negli altri campi del sapere, anche qui arriviamo a un cambio epistemologico: non i diritti delle donne ma donna soggetto che ri-pensa e ri-significa la giustizia e quindi il diritto per tutti. Dunque “il diritto diventa interessante solo in quanto esercizio politico votato a realizzare una forma di giustizia più ampia e allargata” (Introduzione di Femminismo giuridico).
“Quello femminile è un diritto sessuato che nasce dalla constatazione che i sessi sono due: la sua universalità è una forma storicamente e logicamente nuova, che domanda riflessione anche filosofica” (M.G. Campari, L. Cigarini, Fonte e principi di un nuovo diritto, Sottosopra oro 1989).

Le donne hanno affermato che: non sono una questione femminile, non sono una categoria e non sono soggetto debole da proteggere (a volte, come vedremo, anche le leggi antidiscriminatorie possono essere un passo indietro nella ricerca di giustizia in senso ampio). Le donne quando prendono la parola e agiscono politica, rendono più giusto il mondo. E “tutto il mondo deve cambiare perché io possa esservi inclusa”. Lo dice Clarice Lispector e lo ricordano le autrici di Femminismo giuridico.

Fare giustizia

Pensare giustizia e dunque fare giustizia. Lavoro non da poco ovviamente, in tutti i campi. Dobbiamo esserne consapevoli. Interpreto come un’allerta sulla grandezza della sfida che abbiamo di fronte il titolo di un libro che ben conoscete: Non credere di avere dei diritti, Libreria delle donne di Milano 1987. Quel titolo deriva dall’esergo che è una citazione dai Quaderni di Simone Weil. “Non credere di avere dei diritti. Cioè, non offuscare o deformare la giustizia, ma non credere che ci si possa legittimamente aspettare che le cose avvengano in maniera conforme alla giustizia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giusti. … Vi è un cattivo modo di credere di avere dei diritti, e un cattivo modo di credere di non averne.”

La sfida dunque è riuscire a tenere semprevivo e fecondo il confronto tra giustizia e diritto.

C’è un simbolico antico e consolidato su questo, come sottolinea Anna Simone: la giustizia ha sempre assunto le sembianze di una donna, Mater Iuris, mentre la legge, a differenza della giustizia, è al maschile, sempre rappresentata dall’occhio di Dio, del principe e del sovrano, Pater Legis. Mater Iuris trasmette un insieme di significati che non riducono la giustizia alla legge: la legge definisce ciò che è lecito, non ciò che è giusto, bisogna distinguere tra ius quia iustum e ius quia iussum, cioè il diritto in quanto giusto e il diritto in quanto sancito/lecito. Ed è la Costituzione stessa che dice che bisogna costantemente ridurre la distanza tra i due, tra ciò che è giusto e ciò che è lecito. Ribadisco: non si tratta di legge della madre in conflitto con la legge del padre, ma della madre in quanto fonte di giustizia che, restando in relazione dialettica con la legge, può aprire la strada a un diritto più giusto, dunque anche sessuato, non più espressione dell’universalismo simbolico maschile. Possiamo dire che aspira a generare anche un senso comune su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto.

Anche Silvia Niccolai, costituzionalista, sottolinea che la vera alta funzione del diritto non è risolvere le controversie, ma proprio continuare a tenere aperta la domanda di giustizia. Ed è la domanda di giustizia che agisce sul diritto, lo trasforma.

Per questo la giustizia deve restare un campo di battaglia aperto. E questa è una delle domande che dobbiamo farci oggi: con il cambio contenuto nel decreto giustizia, quello su cui ci andiamo a esprimere nel referendum, migliora o peggiora la possibilità di fare giustizia attraverso il diritto?

Oggi più che campo di battaglia e di confronto c’è una polarizzazione che porta alla ipertrofia del diritto penale, un nuovo populismo penale che ben poco ha a che fare con la ricerca di giustizia.

Mettiamo paletti: invito a rileggere un testo (sul sito della libreria) firmato da Lia Cigarini, Lea Melandri e da me dal titolo Un sì e tre no, scritto in occasione delle elezioni di febbraio 2013. Riprendo i nodi principali di quel discorso, illuminanti anche oggi:

Quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista. Puntando in alto.

– Sì a stare in relazione con le elette. Vorremmo una pratica politica comune – elette e non – che avesse come oggetto e scopo creare una misura di giudizio autonoma e inedita, segnata dalla esperienza delle donne e dalle loro relazioni, sulla politica istituzionale e sulla democrazia oggi.

– No a leggi ‘di genere’ come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – ‘dalla parte delle donne’. Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. …

– Non nascondersi che la posta in gioco oggi è il discorso sulla democrazia. Parlare di adeguamento e rilegittimazione della democrazia e della rappresentanza ci sembra francamente un grave errore di prospettiva. Possiamo oggi entrare nel discorso sulla democrazia come soggetti che sono già nel discorso pubblico e che agiscono già politica. Le donne non sono un problema di adeguamento della rappresentanza.

– Non cercare di andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. … In questo momento politico non ci si può affidare alla pura e semplice difesa della Costituzione … Oggi ci sono molti movimenti che rivendicano la propria natura costituente … il femminismo è stato fin dall’origine, ed è, uno di questi.”

Un altro caso in cui l’attenzione alla giustizia fa chiarezza sul diritto è un intervento di Silvia Niccolai sull’ambiguità delle norme antidiscriminatorie (2017). Il caso era quello dell’Ikea, il licenziamento di una madre di figlio disabile che non poteva rispettare i nuovi orari imposti dall’azienda. In un mio testo (sul sito libreria) dal titolo I diritti delle donne nel lavoro riguardano tutti. Parola di Silvia Niccolai osservavo: “Cominciamo a vedere nei diritti delle donne, in ciò che accade alle donne, qualcosa che riguarda tutti, come sempre è, ma come spesso è difficile percepire”. Silvia Niccolai entra con tutta la sua autorevolezza nella vicenda della donna licenziata all’Ikea e ci aiuta a dare nuovo spessore teorico a questioni che ci premono.

Quando in Europa e anche in Italia sono state cancellate le norme speciali che riguardavano le donne (lavoro notturno, età della pensione ecc.) molti hanno sostenuto che così si combattevano gli stereotipi di genere. Ma in molte abbiamo notato che era una rincorsa al basso, uno dei tanti casi in cui prendere a modello il maschile non era affatto un guadagno di civiltà … Il lavoratore neutro a cui tendono le norme antidiscriminatorie è un lavoratore che è costretto a cancellare l’irrinunciabile. Dice Niccolai: “Non si tratta di garantire alle mamme il recinto in cui accudire i bambini. Si tratta di tornare a chiarire che non deve essere la produzione a dominare ogni singola esistenza e dettarne le priorità”. … Ribadire le priorità dell’esistenza umana: bisogna riconoscere che questo è possibile oggi (per nulla facile, ma pensabile) perché le donne sono entrate nel mondo del lavoro con tutto il peso della loro libertà e materialità. … Le donne, quando prendono la parola, rendono più giusto il mondo. Io non so se molti lavoratori siano disposti a sentire che quelle battaglie sono giuste non perché sono disposti a difendere i diritti delle donne, ma perché un mondo a misura di donne e di uomini è più giusto e più libero per ogni essere umano.

Amministrare giustizia

Per introdurre questo ultimo punto sono andata a riprendere, un po’ provocatoriamente, uno dei primi numeri di Via Dogana (n. 5, giugno 1992) il titolo è Sopra la legge. Lia Cigarini nel testo di apertura spiega che “il sopra la legge è il luogo dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi mi riconosco e riconosco ad altre donne”. Come spiega Annarosa Buttarelli nel suo Sovrane, per questa formula siamo in debito con Margherita Porete, grande mistica, dichiarata eretica e morta sul rogo a Parigi nel 1310. La perfetta formula di Porete è “al di sopra della legge, ma non contro” e mi pare interessante di questi tempi in cui tutti sentiamo l’impellenza del rigenerare giustizia, e di invertire un processo di svuotamento.

Dunque la domanda rimane sempre: è questo un amministrare giustizia che genera nuova giustizia?

A questo punto voglio inserire un elemento in più. Stiamo parlando dilavoro: quello di avvocate magistrate docenti. Voglio dire: non sono solo competenze, ma il senso del loro lavoro, ribadire che tutte e tutti aspiriamo ad essere intere in quello che facciamo, consapevoli che vita/lavoro/diritto devono stare connessi. Le nostre ospiti per esempio ci hanno raccontato la bellezza e forza vitale degli incontri che stanno facendo in occasione del referendum, momenti in cui il loro lavoro prende forza e senso nuovi.

A partire da qui aggiungo due spunti, oltre a quanto già detto.

È proprio a partire dal sopra la legge che Lia Cigarini (ma anche donne del Palazzo di Giustizia di Milano e del gruppo Giuriste) ha ripensato il suo lavoro di avvocata ragionando – e sperimentando – sulla scelta della relazione tra donne nella pratica del processo.

Sul fronte della magistratura ci sono le testimonianze della giudice Paola di Nicola Travaglini (nel 2019 ha aggiunto cognome madre) che si racconta nel libro La giudice(2012): è il percorso per arrivare a quell’articolo femminile – è stata la prima in Italia – una donna in magistratura che si interroga sulla apparente neutralità del diritto e sulla necessità di sessuarlo, la volontà di elaborare in autonomia un modo di essere che non si riduca alla assimilazione passiva del modello maschile.

Per concludere voglio lanciare due ulteriori spunti per continuare a pensare giustizia. Come rilanciamo questi temi in un mondo che sembra assistere alla fine del diritto e al declino della democrazia? Il capitalismo della sorveglianza è strutturalmente incompatibile con diritti effettivamente garantiti dalla legislazione. E gli indici di democrazia diminuiscono con riforme elettorali che peggiorano la rappresentanza, meno pluralità di informazione, stati d’emergenza, perdita di diritti collettivi.

E infine:si parla molto di difesa della Costituzione. Molte giuriste l’hanno valorizzata sostenendo che sia meglio in molti casi fare leva sulla Costituzione piuttosto che moltiplicare gli interventi legislativi specie in campo paritario. Ma c’è un campo che rimane aperto e che è stato sollevato a suo tempo dal gruppo giuriste (vedi sopra, Un sì e tre no): ed è di continuare a pensare a una Costituente delle donne. Dunque riproporre la natura costituente del pensiero delle donne nel loro cammino di libertà. Per continuare a pensare giustizia per tutte e tutti.

(www.libreriadelledonne.it, 15 marzo 2026)

Il libro Rivendicare futuro di Verónica Gago e Luci Cavallero (Ombre corte, pp. 157, euro 15,00 quarto titolo della collana “Femminismi”), affronta uno dei temi più centrali del capitalismo contemporaneo: la finanziarizzazione della vita e il ruolo del debito come dispositivo di governo delle soggettività. Il libro si presenta come un manifesto critico contro il modo in cui la retorica della libertà individuale viene mobilitata dal capitalismo finanziario contemporaneo per legittimare nuove forme di dominio, precarizzazione e impoverimento. In particolare, le autrici mostrano come la nozione di “libertà finanziaria” sia diventata un dispositivo ideologico centrale attraverso cui il capitalismo contemporaneo intreccia autoritarismo politico, concentrazione della ricchezza e offensiva antifemminista.

Uno dei contributi più originali del libro è l’analisi del debito come tecnologia di governo della vita. Le autrici mostrano come l’indebitamento non sia tanto un meccanismo legato al consumo quanto una condizione strutturale di sopravvivenza per ampie fasce della popolazione. In molti contesti sociali, soprattutto in America Latina, il debito viene utilizzato per colmare il divario tra redditi insufficienti e bisogni quotidiani, trasformandosi in una forma di cattura del lavoro riproduttivo: esso infatti allunga la giornata lavorativa domestica e al contempo mobilita e disciplina le reti familiari e le strategie collettive di sopravvivenza.

Espandendo l’analisi di Verónica Gago e Luci Cavallero, emerge un nodo teorico importante: prima ancora di chiedersi perché individui e famiglie siano oggi così indebitati, è necessario interrogarsi su chi sia realmente debitore nella società contemporanea. Da questa prospettiva, la questione del debito si rovescia radicalmente. Il problema fondamentale non è solo il debito delle famiglie verso le istituzioni finanziarie. Il debito fondamentale è anche e prima di tutto quello che lo Stato e l’intero sistema economico hanno accumulato nei confronti delle donne attraverso secoli di appropriazione del lavoro domestico e di cura non pagato.

Il capitalismo moderno si è infatti sviluppato su una gigantesca espropriazione: quella del lavoro riproduttivo. La preparazione del cibo, la pulizia delle case, la cura dei bambini, l’assistenza agli anziani, il sostegno emotivo e relazionale che rende possibile la vita sociale sono stati storicamente naturalizzati come attività femminili e quindi sottratti a ogni riconoscimento economico, politico e sociale. In questo modo, una parte enorme del lavoro necessario alla riproduzione della società è stata resa invisibile e gratuita. Senza questo lavoro quotidiano di riproduzione della forza lavoro, che costituisce una delle condizioni fondamentali dell’accumulazione capitalistica nessuna economia sarebbe in grado di funzionare. Eppure, nonostante la sua centralità, esso continua a essere trattato come se fosse un’attività naturale, priva di valore economico.

Se si assume questa prospettiva, la questione del debito assume un significato più completo. Lo Stato, le istituzioni economiche e l’intero sistema produttivo hanno accumulato nei confronti delle donne un debito storico immenso. Per decenni – e in realtà per secoli – le donne hanno sostenuto gratuitamente una parte fondamentale delle infrastrutture della vita sociale. Hanno garantito la riproduzione della forza lavoro, la cura delle generazioni future e la manutenzione quotidiana della società senza ricevere un riconoscimento economico adeguato.

Questo debito strutturale è rimasto tuttavia completamente invisibile. Nel capitalismo contemporaneo assistiamo a un paradosso sempre più evidente: coloro che hanno fornito gratuitamente lavoro essenziale alla società vengono oggi trasformati in debitori. Le famiglie – e molto spesso le donne al loro interno – sono costrette a ricorrere al credito per far fronte a bisogni fondamentali come l’alimentazione, la salute, l’educazione o la cura. Come dimostrano Gago e Cavallero, il debito è diventato una tecnologia centrale di governo delle popolazioni. In molte società contemporanee, e in particolare nei contesti segnati da politiche di austerità e riduzione dei servizi pubblici, il debito rappresenta ormai una condizione ordinaria di sopravvivenza. Le persone si indebitano non per consumi superflui, ma per sostenere la vita quotidiana. L’indebitamento attuale non è semplicemente il risultato di comportamenti individuali o di scelte economiche sbagliate; esso è piuttosto la conseguenza diretta di un sistema che continua a rifiutarsi di riconoscere il valore economico della riproduzione sociale. Il risultato è una forma particolarmente perversa di estrazione di valore.

La retorica della “libertà finanziaria”, che Gago e Cavallero criticano con grande efficacia, contribuisce a occultare questo processo. Presentato come uno strumento di autonomia e di emancipazione individuale, l’accesso al credito viene spesso celebrato come un segno di libertà economica. In realtà, questa narrativa nasconde una trasformazione molto più profonda: il trasferimento sui singoli individui – e in particolare sulle donne – della responsabilità di garantire la riproduzione della vita in un contesto di progressivo smantellamento delle politiche sociali, cioè del salario indiretto al lavoro riproduttivo.

Da questa prospettiva, la libertà finanziaria appare come una forma di autoritarismo mascherato. Essa obbliga gli individui a dipendere da mercati finanziari sempre più invasivi per soddisfare bisogni fondamentali che dovrebbero invece essere garantiti dal riconoscimento economico del lavoro riproduttivo. Le donne sono sempre più povere a livello internazionale, e proprio per questa ragione sono anche sempre più ricattate dai debiti cui devono ricorrere, ipotecando la loro vita e il futuro dei loro figli. Il libro di Gago e Cavallero offre anche un contributo importante alla comprensione del rapporto tra capitalismo contemporaneo e antifemminismo. Le autrici mostrano come l’attacco ai movimenti femministi sia un elemento strutturale della riorganizzazione capitalistica, in quanto essi hanno reso visibile il ruolo centrale della riproduzione sociale nell’economia. Allo stesso tempo, il volume non si limita a una diagnosi critica, ma propone anche una prospettiva politica. Le autrici si collocano all’interno dell’esperienza dei movimenti femministi latinoamericani – in particolare del movimento Ni Una Menos – che hanno sviluppato negli ultimi anni pratiche di “disobbedienza finanziaria” e di analisi critica collettiva sul debito.

Questo libro ci fa riflettere sul fatto che se lo Stato riconoscesse pienamente il valore del lavoro domestico e di cura – attraverso politiche redistributive, servizi pubblici adeguati e forme di remunerazione del lavoro riproduttivo – una parte significativa dell’indebitamento contemporaneo semplicemente non esisterebbe. Molte delle spese che oggi vengono scaricate sulle famiglie e sostenute attraverso il credito derivano infatti proprio dall’assenza di un riconoscimento pubblico della riproduzione sociale. In questo senso, la finanziarizzazione della vita può essere interpretata come una nuova fase dell’appropriazione del lavoro riproduttivo. Il capitalismo oggi non solo continua a sfruttarlo gratuitamente e a non pagare gli arretrati, ma attraverso i meccanismi del debito il sistema finanziario si inserisce anche nelle pieghe della vita quotidiana, trasformando bisogni essenziali – nutrire, curare, educare, mantenere la casa – in occasioni di ulteriore profitto.

La questione del debito, tuttavia, non può essere compresa pienamente senza riconoscere il debito storico che lo Stato e il sistema economico hanno accumulato nei confronti delle donne. Finché questo debito resterà invisibile, il discorso pubblico continuerà a rovesciare la realtà, presentando come debitrici proprio coloro che hanno sostenuto gratuitamente la riproduzione della società.

Riconoscere questo debito significa ammettere che la ricchezza prodotta dalle società contemporanee è stata resa possibile anche – e soprattutto – dal lavoro invisibile di milioni di donne. Significherebbe aprire la strada a nuove forme di redistribuzione della ricchezza e di riconoscimento del lavoro riproduttivo.

(il manifesto, 13 marzo 2026)

Un libro per ragazze e ragazzi: Gisèle, dieci avventure di una piccola femminista, è un fumetto pubblicato dalla casa editrice Fatatrac, scritto e disegnato da Sandrine Bonini, con la collaborazione della giornalista Annick Couchan. La Gisèle protagonista del libro è una bambina vivace e determinata, ispirata alla vita di una Gisèle realmente esistita, Gisèle Halimi, avvocata franco-tunisina, forse poco conosciuta in Italia, ma molto celebre in Francia.

Negli anni ’70 Halimi fondò, insieme a Simone de Beauvoir, il movimento Choisir la cause des femmes, che si batteva per il diritto all’aborto e per l’educazione sessuale. Con le sue battaglie ha contribuito ad aprire la strada alla legalizzazione dell’aborto in Francia e al riconoscimento dello stupro come reato, e durante tutta la sua vita si è impegnata nella difesa di diritti umani. Il fumetto immagina Gisèle da bambina alle prese con un mondo degli adulti spesso ingiusto, un mondo in cui maschi e le femmine sono trattate in modo diverso, in cui ricchi opprimono i poveri e molte persone non sono libere di scegliere come vivere.

Nelle dieci avventure raccontate nel libro Gisèle affronta temi come il consenso, la vergogna, i soldi, la religione, la libertà. Nel capitolo sulla vergogna, per esempio, Gisèle immagina di essere una detective che perlustra casa alla ricerca di tutti i luoghi dove sono nascoste le cose che riguardano le mestruazioni. Si chiede perché siano un argomento di cui si fa fatica a parlare, sempre associato alla vergogna.

Eppure, quando ci si sbuccia un ginocchio ed esce sangue non si prova vergogna, anzi una volta passata la paura è quasi qualcosa di cui vantarsi e soprattutto si ricevono attenzioni e cure. È da allora Gisèle che immagina un giorno in cui anche per le mestruazioni sarà così. In questa, come nelle altre avventure raccontate nel libro, con determinazione e fantasia, Gisèle riesce sempre a mettere in discussione le regole del mondo degli adulti e a cambiarle.

(Il Mondo, podcast di Internazionale, 13 marzo 2026)

La rete 10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace invita tutte le donne a organizzare una manifestazione per la pace nelle loro città per sabato 28 marzo ’26 sul tema “Tessere la pace”. In preparazione, richiamiamo la Carta dell’impegno per un mondo disarmato già pubblicata sul nostro sito dal 10 settembre 2025.

La redazione del sito

Qui il link alla notizia pubblicata. Sito vecchio: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro | Libreria delle donne di Milano

Sito nuovo: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro – Punto di vista

Adista News, 10 settembre 2025

Nel passato ci hanno insegnato che alle origini del linguaggio c’erano gruppi di uomini che si scambiavano informazioni tattiche nella savana per la caccia. E se, al contrario, le vere protagoniste di questa rivoluzione fossero state le madri? E se le prime parole, le prime melodie della voce umana, non fossero nate sul campo di caccia, ma nello spazio intimo e vulnerabile tra una madre e il suo piccolo (cucciolo nella terminologia evoluzionista contemporanea)? È una storia che la scienza sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, e che ci racconta di un’evoluzione che ha radici molto più femminili di quanto avevamo pensato sino a pochi decenni fa.

Circa 60.000 anni fa, in Sudafrica, accadde qualcosa di inaspettato. Non fu un cambiamento improvviso, ma il culmine di un lungo processo di sperimentazione culturale. Piccole popolazioni di cacciatori-raccoglitori avevano tentato più volte di espandersi, fallendo: una era partita 71.000 anni fa e si era estinta quasi subito; un’altra 65.000 anni fa era durata appena tremila anni. Ma poi ne nacque una terza, diversa, capace di innovazioni culturali senza precedenti; questi “Homo sapiens 2.0”, come li ha definiti Ian Tattersall (antropologo britannico naturalizzato statunitense), portavano con sé qualcosa di speciale.

Oggi possiamo riconoscerli grazie a una traccia genetica precisa: l’aplogruppo L3 del DNA mitocondriale, quella variante che si trasmette esclusivamente per via materna e che tutti noi non più africani portiamo ancora nel sangue. Ogni persona oggi vivente discende da quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica e questa popolazione aveva qualcosa che le altre non possedevano. Lasciarono dietro di sé pitture rupestri, strumenti musicali, gioielli, ornamenti ed erano culturalmente dirompenti, capaci di un’organizzazione sociale raffinata. Uscirono dall’Africa in piccoli gruppi, si espansero rapidamente prima in Medio Oriente e in Europa e, nel giro di alcune migliaia di anni, colonizzarono l’intero pianeta, portando all’estinzione tutte le altre forme umane: Neanderthal, Denisova, Floresiensis, Luzonensis.

Ma cosa avevano di così speciale questi sapiens? La risposta più accreditata è il linguaggio articolato completo, ma c’è un dettaglio affascinante che emerge dalla paleoantropologia: i sapiens sono la specie umana che ha rallentato più di tutte il processo di sviluppo giovanile. Rispetto ai Neanderthal, che maturavano prima, noi abbiamo dilatato enormemente il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi nasciamo fortemente immaturi, dipendenti per anni dalle cure parentali. In termini pratici significa portarsi dietro cuccioli fragili, che richiedono attenzioni costanti, e proprio questa fragilità è stata la nostra forza. Perché è in quel lungo periodo di dipendenza che si sperimenta creativamente l’invenzione di codici. Il linguaggio è un codice arbitrario, e molti evoluzionisti pensano che sia nato proprio nel contesto del gioco libero e convenzionale tra cuccioli e madri.

Dean Falk, paleoantropologa statunitense, già qualche anno fa ha proposto una teoria originale (Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Borighieri 2011, ed. originale 2009); quando i nostri antenati conquistarono la postura eretta, accadde qualcosa di non facile soluzione per le madri: i piccoli non potevano più aggrapparsi al corpo materno come facevano le scimmie antropomorfe. Le madri dovevano appoggiarli a terra per poter raccogliere bacche, radici ed erbe necessarie al sostentamento. In quel momento critico, l’unico contatto possibile con la prole rimaneva quello vocale; ed è così, secondo Falk, che nacque il linguaggio, cercando di quietare i piccoli a distanza con vocalizzi e proto-ninnenanne. Quella “musica parlata”, lontana parente di quello che oggi chiamiamo “maternese” o “motherese”, fu fondamentale per lo sviluppo delle abilità linguistiche e per la maturazione emotiva dell’essere umano. Quasi ogni madre conosce questa “musica”, anche se nessuna scuola la insegna: è quel modo di parlare ai neonati con voce acuta e cantilenante, frasi brevi ripetute, onomatopee e melodie che variano continuamente. È un vero e proprio linguaggio che non si serve solo della voce ma anche di espressioni facciali, sguardi e gesti. La scienza ha dimostrato che questo linguaggio non è un orpello, ma è cruciale per lo sviluppo del bambino. Studi giapponesi hanno mostrato che il cervello dei neonati si attiva in modo significativo quando ascoltano il motherese, anche durante il sonno, stimolando zone connesse allo sviluppo emotivo. I bambini di 3-4 mesi crescono più rapidamente se chi li accudisce usa un motherese di alta qualità e questo linguaggio insegna al bambino a riconoscere i confini delle parole, a rispettare i turni comunicativi (parlo io, poi ascolto te), a dare un nome alle emozioni. Quella netta demarcazione degli enunciati materni, le pause e le ripetizioni servono al bambino per capire dove inizia e finisce un concetto, preparandolo al linguaggio articolato vero e proprio.

C’è un dibattito molto interessante tra gli studiosi: il linguaggio è nato dal ritmo e dalla musica, o è vero il contrario? Darwin propendeva per la prima opzione, e le evidenze sembrano dargli ragione. Il fatto che il ritmo sia assente dai richiami delle grandi scimmie suggerisce che la musica sia emersa quando gli ominidi si differenziarono da esse. Le ninnenanne e i giochi infantili, universali in tutte le culture, sono composti da frasi brevi ripetute, proprio come i generi musicali più semplici e quelle melodie modulate in senso ascendente (per attirare l’attenzione) o discendente (per calmare) costituiscono la sostanza del maternese e sembrano essere state il ponte tra il suono e la parola, tra l’emozione e il significato.

La rivoluzione che ci ha resi umani, dunque, è quindi molto più femminile di quanto pensassimo: non cacciatori che coordinano strategie, ma il linguaggio sembra essere nato nello spazio intimo tra madre e cucciolo, in quello scambio di suoni, sguardi ed emozioni che ancora oggi ogni madre reinventa. Quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica portavano nel loro DNA mitocondriale non solo un marcatore genetico, ma anche il seme di una rivoluzione culturale: la capacità di trasmettere ai propri figli, attraverso la voce e il canto, i codici complessi del linguaggio articolato. Erano “scimmie bambine” che rimanevano tali più a lungo, e proprio in questa apparente debolezza trovarono la loro forza. Ogni volta che una madre parla al suo bambino con quella voce speciale, ripete un gesto antico quanto la nostra specie. Un gesto che ci ha resi umani, che ha acceso la scintilla del pensiero simbolico, dell’arte (come dimostrano per esempio i dipinti ritrovati nelle grotte di Chauvet), della cultura. Le madri della parola e dell’evoluzione sono quelle donne che, tra le rocce del Sudafrica, trovarono nella voce il modo per mantenere vivo il legame con i loro piccoli; e in quel legame inventarono il linguaggio.

(www.libreriadelledonne.it, 12 marzo 2026)

Catania. Le opere femministe su Niscemi e Lampedusa di Pedilarco e Sferlazzo

“Elegie visive di vita e di sogno” è il titolo della mostra organizzata dalle femministe della Città Felice e la Ragna-Telaalla Galleria d’Arte moderna di Via Castello Ursino 32 in occasione della giornata internazionale dei diritti delle donne.

In esposizione le opere, alcune in tele di grande formato, di due giovani artiste siciliane che hanno già una lunga esperienza espositiva in Europa. Le accomuna una forte sensibilità per il loro territorio d’origine di cui raccontano la bellezza violata dalla violenza degli uomini e dalla loro volontà di guerra.

La niscemese Eleonora Pedilarco dipinge la rivolta contro i Muos, la grande antenna dell’esercito statunitense che guida le operazioni di guerra nel mondo, strumento di morte a causa del quale è stata distrutta una sughereta centenaria. Un impianto tornato al centro delle cronache adesso che la frana, frutto anche dell’incuria umana, ha scempiato il centro storico. Una denuncia, quindi, ma anche canto del sentimento che lega le donne alla terra e ai colori di Sicilia.

L’altra artista, la lampedusana Rossella Sferlazzo, ferma in immagini tragiche il dolore per i tanti migranti che arrivano cadaveri nella sua isola e per quanti vengono accolti e curati da indicibili sofferenze. Opere che sono anche un canto alle donne che, nonostante tutto, vibrano in aria, in cielo, in acqua. A fianco di queste tele le foto dei “Lenzuoli della memoria migrante” che fissano in immagini i lenzuoli ricamati a mano dalle madri e dalle sorelle dei migranti morti nel naufragio di Cutro, insieme agli attivisti delle “Carovane migranti”. Sudari portati in una sorta di processione laica fino al cimitero di Cutro. La mostra è stata accompagnata da performance di musiciste, danzatrici, cantanti folk e poetesse.

(La Sicilia, 9 marzo 2026)

L’autrice francese, scomparsa centocinquant’anni fa aveva un rapporto viscerale con la cucina, molto presente nelle sue opere ma anche in un affascinante “ricettario di famiglia”

George Sand scriveva moltissimo, ma viveva altrettanto. E viveva, soprattutto, a Nohant, in quella grande dimora del Berry che fu insieme casa di famiglia, laboratorio di scrittura, luogo di lavoro incessante e centro affettivo attorno a cui si organizzò la sua intera esistenza. È lì che trascorreva lunghe notti al tavolo di scrittura, tra caffè, tabacco e pile di lettere, mentre il silenzio del Berry avvolgeva la casa. Nata Aurore Dupin nel 1804, figlia di un ufficiale della Grande Armata e di una madre di origine modesta, porterà in sé fin dall’inizio una duplicità sociale che attraverserà tutta la sua esistenza: orgoglio aristocratico da un lato, concretezza popolare dall’altro. Dopo la morte prematura del padre, viene allevata dalla nonna a Nohant, nel Berry, in una proprietà rurale dove la vita domestica non è distinta dalla vita intellettuale, ma ne costituisce il fondamento quotidiano, la trama silenziosa su cui tutto si costruisce. Quando la si immagina, si pensa subito alla scrittrice in redingote, al sigaro, alla libertà scandalosa per il suo tempo, ma la sua autobiografia restituisce anche un’altra verità, meno teatrale e più profonda: «Le cure domestiche non mi hanno mai annoiata… Vivo molto tra le nuvole, certamente, ed è una ragione in più per sentire il bisogno di ritrovarmi spesso sulla terra» (Histoire de ma vie, 1847-1855). A Nohant, infatti, la scrittrice non è solo la romanziera ammirata da Flaubert, Balzac o Hugo, ma anche la padrona di casa che organizza la vita domestica, riceve gli ospiti, cura i figli e dirige con naturale autorità una vera comunità affettiva e intellettuale. Il matrimonio con il barone Dudevant, contratto giovanissima, si esaurisce presto e, a venticinque anni, Sand è già una giovane madre separata, autodidatta, relativamente indipendente economicamente e determinata a scrivere. Vive a Parigi, collabora con Jules Sandeau, pubblica i primi romanzi e sceglie lo pseudonimo maschile di George Sand: gesto pragmatico prima ancora che simbolico, necessario per esistere e farsi leggere in un mondo letterario dominato dagli uomini. E scrive, senza sosta.

Il successo arriva rapidamente con Indiana, non soltanto un romanzo sentimentale, ma una vibrante protesta autobiografica contro la condizione delle donne sposate in un’epoca che faceva degli uomini i padroni legali e morali delle loro mogli. La sua vita amorosa – Musset, Chopin, la tenera e intensa relazione con l’attrice Marie Dorval – sarà spesso giudicata con durezza, tra insulti e caricature: “vacca da romanzi”, “massaia”, “bas-bleu”, come fu definita con scherno, ma non rinnegherà mai né la propria libertà né la propria femminilità, che resta, nelle sue parole e nei suoi scritti autobiografici, sorprendentemente radicata nella dimensione domestica. Dopo Parigi, l’impegno politico, le polemiche e la fama, George Sand torna sempre alla sua casa del Berry, luogo in cui la scrittrice, la militante e la donna pubblica si ricompongono in una dimensione più intima e organica. Amministra la proprietà, riceve, organizza la vita domestica con disciplina costante, curando il giardino e l’orto: «un giardino di pietre, di muschio, di edera, di tombe, di conchiglie, di grotte… non ha un senso comune, ma tutto ciò che vi smuovo… di innaffiatoi, di carriole di sabbia e di terra, tutto ciò che vi sogno di commedie, di romanzi, di nulla, di passeggiate intellettuali, è favoloso» (G.S. a Pierre-Jules Hetzel, 1854). Gesti concreti, quasi rituali, in cui la cucina occupa un ruolo essenziale e quotidiano. Tutto a Nohant funziona come una piccola comunità stabile: figli, amici, artisti, collaboratori e ospiti illustri – Chopin, Delacroix, Flaubert, Liszt, Balzac – condividono lunghi soggiorni in un ambiente che non ha nulla del fasto mondano parigino e in cui si mangia insieme, ogni giorno, in molti. La convivialità non è ornamento, ma organizzazione della vita. La cucina di Nohant è, prima di tutto, una cucina borghese di una grande casa di provincia nel XIX secolo: non una cucina di rappresentanza aristocratica, ma cucina di gestione, pensata per nutrire numerosi convitati con regolarità e generosità. Il repertorio gastronomico legato a quei luoghi, conservato in una serie di quaderni di cucina più volte pubblicati – tra cui il volume curato da Christiane Sand, À la table de George Sand – rivela una pratica ampia, concreta, sorprendentemente viva. Non si tratta di un ricettario teorico, ma di una raccolta in movimento: fogli annotati, varianti, indicazioni pratiche, dosi spesso approssimative, “a pugno” o “a bicchiere”, che suggeriscono uso quotidiano, non codificato secondo i modelli dei grandi trattati culinari ottocenteschi. Questi quaderni assumono un valore quasi autobiografico: sono il frutto di una raccolta costruita nel tempo, attraverso incontri, viaggi e relazioni. Vi convivono ricette francesi tradizionali, influenze italiane e inglesi (ravioli e gnocchi accanto a pudding e scones), spagnole, russe (il bortsch) e perfino orientali, tra cui un magnifico curry da accompagnare al riso. Una pluralità gastronomica che riflette, con discrezione ma precisione, una vita intellettualmente curiosa e aperta al mondo: un cosmopolitismo domestico adattato alla pratica quotidiana. La base resta naturalmente profondamente berrichonne e francese: piatti nutrienti, legati alla tradizione. Zuppe dense come la bouillabaisse accanto al potage à la reine, ma anche tarte au fromage, frumentée al grano, pollame, canard à la Bruxelles, aspic de volaille o poulet au riz, ortaggi, salse leganti, preparazioni capaci di nutrire una tavola numerosa senza spreco. L’uso frequente di burro, uova, latte e formaggi – tra cui il gruyère in molte preparazioni salate – rivela una cucina che “lega” e sostiene, più che impressionare (si pensi alla garbure di cavoli gratinata nel formaggio), una cucina solida. A Nohant si scriveva, si discuteva, si amava, ma soprattutto si cucinava, e quest’ultimo aspetto non era secondario rispetto alla scrittura, bensì complementare. Se la letteratura, che Sand chiamava significativamente “la zappa”, era anche una necessità economica, Nohant non fu soltanto un ambiente fisico, un rifugio, ma un vero dispositivo di equilibrio esistenziale: un luogo in cui, attorno a una tavola, nella cura del giardino e dell’orto, prendeva forma un focolare affettivo complesso, intensamente umano. Non sorprende, dunque, che la cucina entri naturalmente nella sua opera. I romanzi campestri La Mare au diable e La Petite Fadette restituiscono con precisione questo mondo rurale e, nel Meunier d’Angibault (1845), accanto alla critica delle gerarchie di classe, Sand inserisce descrizioni della tavola e delle abitudini rurali, suggerendo una tipica torta berrichonne, il poirat: torta di pasta brisée, farcita con pere a dadini lasciate macerare con zucchero, acquavite di pera e una leggera nota di pepe, come nella tradizione ottocentesca. Alla fine della sua vita, celebrata da Hugo come una figura unica del secolo, George Sand resta fino all’ultimo la “dama di Nohant”: scrittrice instancabile, madre, padrona di casa, organizzatrice di convivialità. Nel 2026, a 150 anni dalla sua morte, questa immagine non appare affatto sbiadita o museale, ma sorprendentemente viva: non solo icona romantica, bensì presenza concreta, domestica e modernissima. Nella sua cucina si riconosce la stessa logica che guida tutta la sua esistenza: unire l’ampiezza dello spirito romantico alla solidità del vivere, le nuvole della creazione alla terra e la scrittura al gesto elementare ma fondamentale del nutrire.

(la Repubblica, 8 marzo 2026)

Vissuta ad Anversa alla fine del XII secolo, la mistica fiamminga radunò attorno a sé un gruppo di erudite tra cui circolavano i suoi “Canti”, fondamentale opera in versi della letteratura in nederlandese medio

Mentre sulle due sponde del Reno il volgare sviluppava inedite forme letterarie, nel XII secolo anche il nederlandese medio guadagnava autonomia in seguito a un primo, complesso adeguamento stilistico; si accoglieva la versificazione in uso nelle scuole provenzali, mantenendo al contempo un’accentazione che più naturalmente si prestava alla fonetica germanica. È significativo che questo adeguamento abbia preso corpo, nelle sue espressioni più alte e sofisticate, in modo quasi clandestino, ai margini della vita di corte e lontano dalle gerarchie ecclesiastiche, in seno cioè alla cosiddetta mistica fiammingo-renana e in un clima dunque di effervescenza spirituale che si esprimeva attraverso forme di raccoglimento, auto-esilio, talvolta vero e proprio ascetismo.

Se dei protagonisti della vita religiosa ufficiale ci è giunta notizia nella letteratura agiografica, sappiamo poco o niente di eremiti e recluse che in una più convinta aderenza alla pratica della Imitatio Christi, ovvero nel proposito di riprodurre l’abbandono vissuto da Gesù nel momento della passione, sceglievano di abbracciare un’esistenza comunitaria priva di ogni accenno di mondanità, mettendosi sotto la guida di un maestro, o – nel caso che qui ci interessa – di una magistra.

Nota con il nome di Hadewijch, la donna cui di volta in volta gli studiosi hanno tentato di attribuire identità diverse, senza pervenire a un definitivo accordo (ciò che non avrebbe comunque aggiunto granché al potere dei suoi testi), visse ad Anversa attorno alla fine del XII secolo. Certa è l’esistenza di una ristretta cerchia di “amiche” di estrazione plausibilmente medio-alta di cui la donna si circondava, imbevute di cultura latina e conoscitrici della sacra scrittura come della letteratura occitana o provenzale, volentieri dedite al piacere della declamazione poetica. Nei loro conventi e beghinaggi confluivano laiche alla ricerca di una fede intensa e radicale, dotate di un certo grado di erudizione che favorì lo sviluppo di una letteratura segreta, destinata alla circolazione esclusivamente interna, della quale è stato perciò più complesso rintracciare il percorso attraverso i secoli.

La segretezza dei quarantacinque Canti di Hadewijch (traduzione di Franco Paris, Le lettere, pp. 376, € 25,00) si fondava su una ragione pratica: la necessità di dedicare ogni momento della vita, spirituale e non, all’adorazione della Minne, un concetto centrale nella mistica brabantina che è possibile accostare, per approssimazione, all’amore di Dio assoluto e privo di attributi, cui il devoto tende ogni sua fibra e al di fuori del quale nulla ha valore.

L’idea di un trasporto totalizzante ha numerosi esempi nella letteratura religiosa medievale, dai discorsi in odor di eresia di Meister Eckhart agli episodi più passionali della laudistica italiana; anche Hadewijch insiste sul rifiuto di tutto ciò che è mondano, sulla necessità di sostare presso un «abissale fondo», quello a cui la Minne costringe nel momento in cui anch’essa si nasconde, così da saggiare l’afflato mistico dell’amante. Se di questa teologia negativa Jacopone da Todi riconosceva l’aspirazione ad «annichilarsi», nei canti di Hadewijch essa esprime di converso una nota di libertà, uno slancio dell’anima che si proietta al di là dell’esercizio di ogni virtù pratica.

L’unicità di questa autrice tanto appartata, eletta dalla storiografia a fondatrice della poesia nederlandese, risiede tuttavia in aspetti di carattere stilistico più che dottrinale, che risiedono in un modo di fare poesia e vivere le passioni ai margini della spiritualità. Nella struttura dei Canti i curatori Verle Fraeters e Frank Willaert hanno individuato, accanto a motivi della lirica cortese quali la natureingang – ovvero l’attacco che celebra il trascorrere delle stagioni per simboleggiare un risveglio interiore – vocaboli e addirittura costrutti retorici tipici del registro cavalleresco; innesti originali quando non arditi, che tradiscono l’eterogeneità della formazione letteraria di Hadewijch; ma soprattutto assegnano ai Canti una cifra di sorprendente sensualità. Utile, a questo proposito, la nota in cui il traduttore Franco Paris illustra il senso di alcune delicate scelte, una su tutte quella di optare – all’interno di un dettato che, per la funzione orale e recitativa, già risulta oberato da frequenti ripetizioni e disorientanti variazioni sul lemma Minne/Amor – per la resa italiana di «amor ella».

All’amore divino ci si rivolge, dunque, come si fosse di fronte a una dama al cui servizio porsi incondizionatamente, ripetendo uno schema tipicamente cavalleresco, dove il tema della quest diventa totalizzante. L’autrice si abbandona in alcuni casi a immagini che rimandano all’amante che vaga a cavallo, scandite metricamente con passo difficilmente riproducibile, ma che puntualizza tutti i passaggi dello slancio mistico-amoroso: il rifiuto da parte dell’«amor ella», l’esperienza dell’«abissale fondo», infine l’orewoudt, l’amor furente che solo la rinuncia a ogni piacere mondano e transitorio doveva assicurare: «Allora cavalco con trotto altero / e beata all’amato mi accosto / come se il nord, il sud, l’est e l’ovest / fossero tutti quanti nel mio impero. / Ma eccomi presto gettata a terra. / Ah, che giova narrar la mia miseria?»

Non è comune nella poesia di marca religiosa ritrovare il tema dell’erranza sviluppato con accenti tanto espliciti. Giorgio Agamben ha sottolineato come nella poetica medievale la ricerca narrata fosse inscindibile dal suo accadere, identificandosi col testo stesso che il poeta va scrivendo: nel regime di privazione a cui le beghine della cerchia di Hadewijch si sottoponevano, si intravede, non a caso, una sorta di cedimento al richiamo dell’avventura spirituale, «un indiscernibile di poetato e vissuto».

(il manifesto, 8 marzo 2026)

Roma. Nella sua casa di via San Valentino, la parlamentare più antica d’Italia attraversa con passo leggero ottant’anni di storia. «Ho quasi un secolo, ma solo qualche giorno fa ho scoperto di essere vecchia. Ora mi tocca farmene una ragione», sbuffa sprofondata nel divano, con quel suo modo ironico e assertivo. I suoi nuovi compagni di viaggio sono ragazzi e ragazze curiosi del mondo. «Gli amici coetanei se ne sono andati. E con i loro piagnistei i sessantottini mi annoiano terribilmente. Non mi resta che frequentare gli under 25, gli unici in grado di dare un senso alla vita che mi resta».

Nelle stanze piene di luce e di memoria, Luciana Castellina torna indietro al 1946, all’anno della svolta, quando lei era una diciassettenne in cerca di futuro e per la prima volta le donne andarono a votare (e furono votate). Il debutto avvenne il 10 marzo, in occasione delle elezioni amministrative; il 2 giugno, la scelta tra monarchia e Repubblica, e l’elezione dell’Assemblea costituente.

Qual è il ricordo associato a quelle giornate storiche?

«Mia nonna Maria seduta per ore nell’ingresso, davanti alla porta di casa: temeva che i miei la dimenticassero. Già vegliarda viveva con noi, ma conservando il suo spirito intraprendente. Giovanissima era scappata da Tarquinia per raggiungere a Buenos Aires il suo grande amore, mio nonno Alfredo Liebman, patriota triestino e compagno d’armi di Oberdan. Una vita molto avventurosa, per una ragazza dell’Ottocento. La mattina del voto si è buttata giù dal letto all’alba, si è preparata con cura, ed è rimasta scalpitante in attesa di mia madre diretta al seggio elettorale. Non poteva perdere quell’appuntamento con la storia».

Come scrisse la giornalista Anna Garofano, le donne stringevano nelle mani le tessere elettorali come biglietti d’amore.

«Sì, amore per la loro dignità».

Quasi tutte indossarono il vestito della festa, un accenno di rossetto sulle labbra.

«Si preparavano a ricevere la loro prima carica ufficiale. Per la prima volta la loro esistenza si intrecciava in modo indissolubile con quella dello Stato».

Molti temevano che non votassero. Invece la partecipazione fu altissima.

«Votarono quanto gli uomini, soprattutto nelle elezioni politiche. E dimostrarono di saper votare bene».

Le cronache dell’epoca mostrano un malcelato sbigottimento per la quantità delle donne in fila.

«Era la scoperta della donna come soggetto politico. Anche noi eravamo in grado di compiere quell’atto ufficiale, pensa che stravaganza! E non mi sorprende la meraviglia».

Anna Banti diede voce alle tante che avevano paura di sbagliare nel mettere la croce.

«Beh, eravamo considerate come un maschio un po’ fallato: meno intelligenti, meno capaci, meno forti. Un segno meno. Inevitabile che questo sguardo ci condizionasse nel profondo. Io a lungo mi sono vergognata di essere una donna».

Perché?

«Perché nel partito comunista aspiravo a incarichi che erano maschili. E temevo che l’esser donna mi penalizzasse. Era una rottura di scatole perché comunque avevi grane che i maschi non avevano: quando ero segretaria della sezione comunista all’università, dovevo patire l’insofferenza dei ragazzi sotto di me. E questa cosa mi dava fastidio».

Nel Pci c’era anche chi era contrario al voto femminile.

«Soprattutto i più vecchi temevano che le elettrici si sarebbero fatte suggestionare dal parroco, con grande beneficio per la Democrazia Cristiana. Ma fu Togliatti a mettere fine a queste sciocchezze. Pensate davvero che le donne debbano rinunciare alla propria soggettività?, li redarguì severamente. Nessuno osò ribellarsi».

Per la prima volta veniva mostrata la compatibilità tra donne e politica.

«Nel Partito c’era un modo di dire che ancora mi fa sorridere. Ogni discorso si chiudeva con l’esortazione: “Al lavoro, alla lotta, e ricordatevi di toccare le donne”. Detta così, oggi può sembrare una molestia, una cosa pornografica, in realtà era un invito a parlare con il pubblico femminile. È stato un processo molto lungo, in cui l’Udi ha avuto un ruolo fondamentale».

Senza le partigiane, non ci sarebbe stato il voto delle donne.

«Furono loro a costruire le fondamenta democratiche, negli ultimi anni della guerra. All’Anpi ho proposto più volte di sostituire la parola Resistenza con quella di Invenzione: le donne hanno dato vita a una nuova società civile, imprimendole una direzione precisa verso l’eguaglianza. Ma questo lavoro prezioso è rimasto a lungo nascosto sotto l’immagine della staffetta militare».

Non era facile per le donne fare politica. Il rischio era anche quello di essere maschilizzate. Racconta Lina Merlin, la celebre costituente socialista, che quando girava per il Veneto per i comizi nel 1945 i vecchi compagni si complimentavano. «Brava Lina, dopo tanti anni di vita politica sei ancora una donna».

«Io mi sarei voluta tagliare le tette pur di evitare le complicazioni. Ricordo ancora il sarcasmo di Marco Pannella, al congresso con tutte le sezioni universitarie dei diversi partiti. Non appena misi il piede sul palco si levò la sua voce irridente: “Passerella passerella!”. Se fossi stata più timida, non avrei aperto bocca».

Lei veniva da una famiglia mitteleuropea, più libera ed emancipata. Nel libro “Il femminismo della mia vicina”, un dialogo con Ginevra Bompiani curato da Agnese Manni, racconta di essere stata processata dal Pci.

«Nel 1947, in occasione del festival internazionale della gioventù a Praga, accettai di fare autostop con tre amici inglesi. Uno scandalo! Venni convocata da Giuliano Pajetta che pensò di punirmi con la lettura dei colloqui tra Lenin e Clara Zetkin, dei libretti orribili».

Cosa c’era scritto?

«Lenin sosteneva che gli uomini non gradivano bere in un bicchiere su cui s’erano poggiate molte altre labbra. Io non capivo cosa volesse dire. Giuliano insisteva, poveretto. Ma davvero non capivo. La verità è che io non avevo vissuto quella lontananza da casa come l’occasione della vita, mentre molte mie giovani compagne ne avevano approfittato per perdere la verginità. Tanti matrimoni del Pci sono nati in quei giorni a Praga».

Quando è arrivata la scoperta del femminismo?

«È arrivata tardi, grazie a mia figlia Lucrezia. È stata lei a domandarmi: mamma, ma perché esci sempre con i tuoi amici e non vai mai a cena fuori sola con le tue amiche? Aveva ragione, fu per me una illuminazione. Così come avevo guardato con sospetto i primi gruppi di autocoscienza che tendevano al separatismo. Poi avrei capito che si trattava di una invenzione formidabile: un viaggio dentro noi stesse per capire chi siamo. Credo che non l’abbiamo ancora capito».

Davvero non l’abbiamo capito?

«Siamo state talmente costrette a mascherarci da uomini per sembrare normali che ancora facciamo fatica a capire chi siamo, che cosa vuol dire essere donna. Quella maschile è stata una colonizzazione peggiore di quella subita dagli africani perché non solo ci hanno oppresso ma ci hanno portato via una identità. Ora scoprirla richiede un lavoro lungo, difficile. Come dice Simone de Beauvoir, è un lavoro che dura tutta la vita».

Nel “Secondo sesso” De Beauvoir sosteneva che donne non si nasce, ma si diventa, insistendo molto sulla costruzione sociale. Di recente è uscito il libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, intitolato provocatoriamente “Donne si nasce (e qualche volta lo si diventa)”, dove acquista centralità la diversità biologica. Qualche giorno fa il libro è stato censurato dalle cosiddette transfemministe, che ne hanno di fatto impedito la presentazione a Bologna. Non è un atto grave, anche incredibile?

«Sì, grave e preoccupante. Io sono molto polemica con un femminismo basato sull’indifferenza del sesso, che sostiene che è tutto uguale, sono maschio, sono femmina, sono terzo sesso o quarto o quinto. Un femminismo che rinuncia al nodo essenziale che è la differenza. Culturalmente è stato accettato quello che io chiamo l’imbroglio del neutro. Tutta la legislazione è costruita su un soggetto neutro che è disegnato sull’identità maschile. Ma la società deve riconoscere e attrezzarsi per la differenza, in modo che le donne abbiano realmente gli stessi diritti di un uomo. Questo lo vediamo in tutti i settori. Prendiamo la maternità: fortunatamente non è un obbligo, ma un diritto sì. Ci sono le condizioni per esercitarlo?».

È stato difficile conciliare la maternità con il lavoro politico?

«Io volevo moltissimo dei figli, li ho fatti a venticinque anni perché temevo che più tardi non sarei riuscita. Ma per permettermi il lusso di una baby-sitter, sacrificavo il sonno notturno per traduzioni e disegnetti destinati a una rivista francese. La vostra generazione ha spesso rinunciato ai figli, anche con dolore e rimpianto. Per questo non smetto di fare campagna con le più giovani: se li volete, questi benedetti bambini fateli presto. Metteteli in un cassetto ma fateli, per non dovervi poi mangiare le mani a quarant’anni. So bene che ancora molte ragazze sono costrette a scegliere».

Quella delle donne è l’unica rivoluzione che abbiamo avuto in Italia. A ottant’anni dal voto, a che punto siamo? Non rischiamo oggi di perdere le conquiste ottenute dalle madri democratiche?

«Siamo piene di problemi, contiamo ogni giorno donne morte e ferite, ma la nostra è l’unica rivoluzione vincente. In Italia e nel mondo».

E i femminicidi, le violenze?

«Non esistono rivoluzioni senza spargimento di sangue. Gli uomini uccidono perché non sopportano la libertà delle donne: ammazzano non quelle deboli, ma le compagne che hanno deciso di lasciarli. Non è un segno della nostra fragilità, semmai della nostra forza».

Quindi un colpo di coda del patriarcato morente che reagisce ammazzando?

«È evidente che siamo in presenza di un trauma psichico degli uomini! Non vogliono accettare di perdere un predominio accumulato nei secoli. Più che nemici dovremmo considerarli poveri animali feriti, a cui ora tocca pure dare una mano. Che fatica. Per noi donne il lavoro non finisce mai».

Tranne gli anni di convivenza con suo marito Alfredo Reichlin, lei ha scelto sempre di vivere da sola.

«Sì, credo che questo mi abbia reso la vita molto più comoda. Sai quante baruffe intorno alla domanda fatidica “finestra aperta o finestra chiusa?”. Me le sono risparmiate».

(Repubblica.it, 8 marzo 2026)

L’8 marzo 2026 de La domenica dei libri di Radio Popolare è stato interamente dedicato alle donne della radio degli anni ’90, con le trasmissioni Ciao Bella e Malafemmina ideate e condotte da Bruna Miorelli, e alle libere donne della Libreria delle donne.

Qui il link al podcast della trasmissione, condotta da Roberto Festa, a cui hanno partecipato Rosaria Guacci, Francesca Pasini e Silvana La Spina nella prima parte e Laura Colombo, Traudel Sattler e Fosca Giovanelli nella seconda.

Ascolta qui: https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-ladomenicadeilibri/ladomenicadeilibri_08_03_2026_10_35

I piedi saranno nudi. «Perché non possiamo indossare le scarpe sulle strade di un mondo intriso dal sangue dei nostri figli. Cammineremo scalze ma cammineremo. Mai come ora è tempo di cominciare il lungo percorso verso la pace». Mentre Reem al-Hajajreh racconta, Yael Admi annuisce. E aggiunge: «Spogliando i nostri piedi – a Roma, a Gerusalemme e in altre città – vogliamo mostrare la fragilità condivisa degli esseri umani da cui nasce lo sforzo per un futuro comune. È un modo silenzioso ma potente per dire che questa terra deve essere un luogo in cui la vita sia protetta, non sacrificata». Le due donne non sono nella stessa stanza. Non possono esserlo. Meno di settanta chilometri separano le rispettive città. Ma la distanza “politica” fra Betlemme e Ganei Yehudah, vicino all’aeroporto di Tel Aviv, è incalcolabile. La Cisgiordania, dove si trova la città di Davide e di Gesù, è blindata: dal 7 ottobre 2023 i palestinesi non possono recarsi in Israele nemmeno per lavorare. Da otto giorni, quando è scoppiato il conflitto con l’Iran, poi, anche il percorso inverso – raggiungere i Territori da Israele – è più difficile che mai. Attraverso la piattaforma virtuale, le loro parole, però, riescono comunque a intrecciarsi, in un colloquio in cui l’arabo risuona accanto all’ebraico e all’inglese. «Le resistenti hanno il dovere di essere creative. E ostinate», scherzano. Non hanno intenzione di farsi fermare dall’ennesima fiammata di guerra in Medio Oriente.

Con la valigia già pronta, sono determinate a partire alla volta dell’Italia per lanciare da Roma il “grido globale delle madri”. Il 24 marzo, la loro “marcia scalza” si snoderà dall’Ara Pacis alla Terrazza del Pincio nell’ambito di un’iniziativa sostenuta da Vital voices, con il patrocinio di Roma capitale. Nel guidarla, Reem e Yael – candidate negli ultimi due anni al Nobel per la pace per il loro impegno – scandiranno l’appello composto congiuntamente dalle organizzazioni di cui sono rappresentanti, Women of the sun e Women wage peace: «Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i nostri figli e le generazioni future. Crediamo che anche la maggior parte dei popoli a cui apparteniamo condivida questo desiderio. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltarci e di avviare subito negoziati di pace con l’impegno di raggiungere una soluzione politica a un conflitto troppo lungo e doloroso». Non è una dichiarazione. È la sintesi di un processo di solidarietà femminile cominciato cinque anni fa. All’epoca Women wage peace – che Yael e Vivian Silver avevano fondato nel 2014, dall’unione di istanze femministe e pacifiste nell’opposizione al conflitto allora in corso a Gaza – era già un punto di riferimento per l’attivismo israeliano e la lotta nonviolenta all’occupazione. La palestinese Women of the sun, invece, era agli inizi. Reem, economista di formazione, era esasperata dalle morti violente di tanti ragazzini del campo profughi di Dheishesh dove risiedeva. Creata nel 1949 dall’Onu nel cuore di Betlemme per ospitare gli sfollati di Gerusalemme Ovest e Hebron, la “foresta”, questo il significato del nome dell’enclave, è un concentrato di edifici, persone – oltre 19mila in 0,33 chilometri quadrati – e rabbia. Una furia sorda e palpabile generata dalla prossimità forzata e dalle continue incursioni dei militari di Tel Aviv che i gruppi estremisti canalizzano e alimentano trasformando i giovani in carne da cannone. «Ero stanca di seppellire figli di vicini e di amici. I nostri ragazzi meritano di vivere. L’unico modo per salvarli è cambiare la situazione. Ho capito che dovevamo essere noi donne e madri compiere il primo passo per convincere altre donne e madri a educarli in modo differente. La sensibilizzazione “porta a porta” non è stata facile. La vita pubblica è ancora ritenuta “roba da uomini”: prendere la parola dopo essere state a lungo in silenzio, spaventava», dice Reem.

In parallelo al percorso di consapevolezza interna, è maturato l’incontro con Women wage peace a partire dal 2021. «La sintonia è stata naturale. Avevamo lo stesso proposito: proteggere i nostri figli dalla guerra. Certo, abbiamo dovuto imparare a conoscerci, a fidarci, a lavorare insieme», sottolinea Yael. Il 25 marzo 2022, 1.500 israeliane e palestinesi si sono radunate sul Mar Morto per far sentire alla Terra Santa la loro voce di dissenso alla guerra. La tragedia del 7 ottobre e il massacro a Gaza non hanno spezzato quella sororità. Al contrario, l’hanno cementata. Con il sangue: tre esponenti di Women wage peace – tra cui la stessa fondatrice, Vivian Silver – sono state assassinate da Hamas, 43 attiviste di Women of the sun sono morte nei combattimenti nella Striscia. L’azione congiunta delle due organizzazioni-sorelle procede. E “sconfina” oltre la terra dal Giordano al mare. A quattro anni dalla prima marcia-appello, le donne di pace di Israele e Palestina vogliono far risuonare la stessa invocazione nel mondo. «Per questo abbiamo scelto Roma, una delle capitali spirituali del pianeta per la presenza del Vaticano – aggiunge Reem –. Le esortazioni continue di papa Leone alla pace – e prima di Francesco che abbiamo “incontrato a distanza” a distanza durante Arena di pace 2024 – sono un prezioso incoraggiamento». «Anche la data è simbolica: il 24 marzo è la vigilia dell’Annunciazione e si colloca fra la fine del Ramadan e la celebrazione della Pasqua ebraica e cristiana – le fa eco Yael –. Nonché all’inizio della primavera con cui la terra ci ricorda che l’inverno ha fine. Anche un inverno prolungato come quello del conflitto israelo-palestinese senza la cui conclusione non potrà mai sorgere una nuova stagione per il Medio Oriente. È l’origine e il focolaio permanente di una tensione che ciclicamente esplode: a Gaza, in Libano, in Iran». Alla domanda sul perché due organizzazioni femminili dovrebbero riuscire dove politici e diplomatici hanno finora fallito, Reem e Yael si scambiano uno sguardo di intesa. «Non sono riusciti perché c’erano poche donne ai tavoli», rispondono una dopo l’altra. «Relegandoci ai margini, la storia ci ha obbligato a un surplus di abilità negoziale per andare avanti», afferma Yael. «Specie quando è in gioco la vita dei nostri figli – ribadisce Reem –. Ma abbiamo necessità dell’aiuto delle donne d’Italia e del resto del mondo. Non lasciateci sole. Camminate, fisicamente il 24 marzo, o metaforicamente, con noi. Insieme possiamo farcela».

(Avvenire, 8 marzo 2026)

Adriana Cavarero è una delle più autorevoli filosofe italiane contemporanee, è stata docente di filosofia politica presso l’Università degli Studi di Verona e attualmente è presidente del centro di studi Hannah Arendt presso sempre l’Università di Verona. Il suo lavoro si è sempre concentrato sui temi della differenza sessuale, della narrazione, dell’identità, della vulnerabilità e della critica alla tradizione metafisica occidentale. Tra le sue opere più note ricordiamo Nonostante Platone, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Recentemente in libreria Il canto delle sirene, edito da Castelvecchi, in cui Cavarero propone una rilettura originale della figura mitologica delle sirene mettendo in discussione le interpretazioni consolidate e offrendo una prospettiva filosofica che intreccia mito, voce e politica.

Allora, professoressa Cavarero, qual è il punto di partenza della sua riflessione?

Il punto di partenza è in questo meraviglioso racconto omerico e poi in molte delle interpretazioni: io mi sono occupata soprattutto delle interpretazioni moderne di Kafka, di Theodor Adorno, di Blanchot, di Bertolt Brecht e pur se il mito viene riscritto, ristrutturato con anche molti spunti originali, il protagonista del mito è Odisseo, Ulisse, ossia il protagonista del mito è il piacere dell’ascolto, tutto è focalizzato sull’ascolto, un piacere tale che porta alla morte. Siamo come di fronte a Eros e Tanathos anche se nel caso di questo Eros non è un Eros di tipo sessuale perché le sirene omeriche, ricordiamolo, sono metà donne, metà uccelli, sono più simili alle arpie che non alle sirene, le sirenette alla Disney che hanno la coda di pesce. C’è questa centralità dell’ascolto, del piacere dell’ascolto che è un piacere tale, un godimento tale che porta allo sfinimento e alla morte.

Allora io approfittando dei due versi di una bellissima poesia di Thomas Elliot che si chiama Canto d’amore di Alfred Prufrock… in questa bellissima poesia a un certo punto leggiamo: «ho sentito cantare le sirene l’una all’altra, non credo canteranno per me» e il verso inglese è «I heard the mermaids singing each to each» e c’è in questo “each to each” che mi ha molto colpita perché in questo, diciamo, suggerimento eliottiano le sirene non cantano per Odisseo, non cantano per attirare i marinai, non sono delle seduttrici maligne ma cantano l’una all’altra, cantano per sé, per il loro proprio piacere. Allora ho tentato, sullo sfondo delle interpretazioni tradizionali e moderne, di dare questa versione dove chi sta al centro non è più l’ascoltatore ma sono queste donne, queste donne mezze-animali che cantano e godono del piacere del canto.

In questo senso possiamo rileggere il canto delle sirene come una metafora di una parola femminile rimossa o temuta?

Anche, perché non è certamente un caso che già in Omero e poi in tutta la tradizione la fonte canora sia femminile: ricordiamo la Musa, una famosa “cantami o Musa”, la Musa è una narratrice e ha una voce sublime che solo il poeta può udire e, attraverso la sua voce trasformare in un racconto. Che ci sia questa radice iconica femminile della voce non può essere un caso perché la voce, intendo dire l’elemento fonico rispetto alla parola, rispetto al significato di quello che si dice, è ancorata nel corpo, la voce è polmoni, ugola, respirazione.

E noi sappiamo che tradizionalmente c’è questa dicotomia: l’uomo inteso come maschio che ha la sua realizzazione nel logos, nella parola, nel significato e la donna invece sta dalla parte del corpo della materia. Quindi non è un caso che ci sia questa, diciamo, divisione che possiamo chiamare stereotipica, io però non ho mai cercato di saltare fuori dagli stereotipi ma di pensarli diversamente, diciamo di ricodificarli e penso che intendere la donna come voce, come materia, come corpo sia molto utile anche per ripensare le radici della filosofia stessa. Intendo dire, la filosofia tradizionalmente si è occupata degli universali, delle idee, dei concetti e ha posto poca attenzione (sto citando Hannah Arendt in questo momento) e ha posto poca attenzione alla pluralità degli esseri umani e del loro essere unici ed essere costituiti dalle relazioni.

Adriana Cavarero, nel suo percorso filosofico la relazione è una categoria centrale, ecco, il canto delle sirene può essere interpretato come una scena paradigmatica di relazione tra chi chiama, chi parla e chi ascolta. Che tipo di legame si instaura in questa scena?

Ancora prima che il legame fra chi parla, chi chiama e chi ascolta, che sarebbe l’interpretazione tradizionale del mito, abbiamo nel canto delle sirene il fatto che cantano in coro. Ora noi sappiamo che per cantare in coro occorre una relazione con la voce dell’altro, con la voce dell’altra, c’è un coordinamento. Nel cantare in coro abbiamo insieme l’ascolto perché devi ascoltare gli altri, le altre e l’emissione vocale; voglio usare qui una formula molto sbrigativa, se noi ricostruiamo la storia delle donne, soprattutto la storia del femminismo moderno, la prima relazione, il primo ascolto reciproco è fra donne. Dopo viene anche la preoccupazione, che è giusta, di interloquire anche con gli uomini, con l’altro sesso, ma nella storia del femminismo moderno ciò che fonda non è la relazione uomo-donna, in questo caso donna-uomo, ma è la relazione fra donne come ambito di espressione di una soggettività che cerca di sfuggire agli stereotipi tradizionali.

In questo senso quello di cui ci parlava prima, cioè cantano l’una all’altra, cantano insieme, nel mito Ulisse, Odisseo, sopravvive al canto solo legandosi all’albero della nave, mentre agli altri marinai lui mette della cera morbida nelle orecchie per impedirgli di ascoltarlo. Come interpreta questa scena?

Io la interpreto volentieri con le parole di Teodoro Adorno, che in un libro celeberrimo che si chiama la Dialettica dell’illuminismo, scrive un capitolo su Odisseo e dice che Odisseo rappresenta già il formarsi del soggetto razionale. Ossia secondo Adorno la specie umana stessa si è, come dire, formata distinguendosi dagli altri animali: su questo sarebbe d’accordo anche Aristotele col famoso zon logon echon, il vivente che ha il linguaggio. Odisseo sarebbe una figura arcaica, fondativa di questo processo e come sappiamo ha una razionalità che è l’astuzia, quindi una razionalità calcolante, strumentale.

Egli, contrariamente ai marinai che vengono ad uscire assordati con la cera, deve dialetticamente passare attraverso l’esperienza del distacco, ossia deve sentire il canto di immane potenza delle sirene ma non soccombervi. Ossia in Odisseo c’è questo grande desiderio di tornare a uno stato, per così dire, naturale come gli altri animali, essere acquietati, appaesati nel tempo eternamente presente del vivere nella natura, in conformità con la natura, c’è questo desiderio di tornare indietro. Questo desiderio di tornare indietro viene messo alla prova attraverso la ragione calcolante, attraverso l’astuzia che vince il desiderio stesso e quindi dialetticamente prosegue per la costruzione del soggetto perfettamente razionale. Deve essere Ulisse che fa questo, cioè deve essere un soggetto ben definito, non per così dire la “folla dei marinai”.

Quindi non è preda del desiderio ma con l’astuzia, con l’ingegno, diventa un essere capace di dialogo in qualche modo?

Diventerà un essere forse capace di dialogo, ma nell’interpretazione di Adorno è un essere capace di dominio su di sé, razionale, e il dominio su di sé, secondo Adorno, è il fondamento della capacità del dominio sugli altri e del dominio sulla natura. Adorno ha naturalmente una versione pessimista di questo formarsi del soggetto razionale che lui chiama soggetto illuminista.

Dunque le sirene che tradizionalmente nella cultura occidentale sono state associate al pericolo, alla seduzione ingannevole, qui le vediamo più come creature misteriose che cantano l’una all’altra o l’una con l’altra. In che misura questa sua rilettura si pone in dialogo con il pensiero della differenza sessuale?

Si pone in dialogo con la differenza sessuale nel senso che è un ennesimo tentativo di estendere un immaginario dove abbiamo delle figure femminili che sono icone di libertà e soprattutto icone di grande piacere e di grande godimento. Lei pensi per esempio alla musica: la musica è qualcosa di cui noi godiamo quando ascoltiamo, ma se qualcuno di noi è cantante o è esecutore musicale c’è anche il grande godimento di eseguire, di produrre la musica. Tutto questo ci porta di nuovo verso la materialità del suono, verso la magia delle composizioni musicali e canore e tutto questo che è tradizionalmente legato alle figure femminili, perché staccarlo dalle figure femminili? Le figure femminili sono, per così dire, nell’immaginario ovviamente, portatrici di tanti simboli che si materializzano radicandosi nel corpo, nella reciprocità, nella relazione come dicevamo prima. Si tratta semplicemente di costruire immaginari oppure di rubare immaginari antichi, perché forse nulla è più antico del mito delle sirene: ripensarli, ribaltarli e farli significare diversamente.

(Uomini e Profeti, Rai Radio3, 7 marzo 2026)

Per un mese dieci mamme con i loro figli vivono insieme nel sud della Spagna. In una manciata di casette bianche circondate da pini, a pochi passi dal mare, condividono cucine, storie, frustrazioni, accudimento e momenti di pura gioia. Lavoro e scuola sono organizzati in modo flessibile. Io sono una di quelle donne: insieme ai miei due figli, divido una casa con un’altra donna e i suoi tre bambini piccoli.

Claudia Bellante, una giornalista italiana che vive in Andalusia, propone quest’iniziativa ogni anno. Stava lavorando a un’inchiesta sui nomadi digitali, cioè le persone che combinano il lavoro da remoto con gli spostamenti frequenti, quando ha scoperto una lacuna: esistevano esperienze di co-living per espatriati e per famiglie, ma quasi nessuno rispondeva alle esigenze di madri e bambini. Così è nato il progetto Andalucía nomad mums, una convivenza temporanea rivolta a donne con figli a Chiclana de la Frontera, nel sud della Spagna.

Nel terzo giorno di permanenza leggo ai bambini un libro ad alta voce sulla nostra terrazza. Gli avanzi della colazione e del pranzo si stanno deteriorando sotto il sole. La giornata è andata così: caldo, caos, poco aiuto. Ma sento qualcuno muoversi in cucina: Lucie, una donna che conosco appena e che vive in una delle altre case, è venuta a sparecchiare la tavola. «I miei figli sono più grandicelli», dice. «Mi sarebbe piaciuto che qualcuno l’avesse fatto per me».

Un lavoro ben visibile

È un gesto piccolo, ma rivoluzionario. Di solito la maternità si vive a porte chiuse. Lucie la definisce «un’esperienza incredibilmente bella ma anche incredibilmente solitaria. Non si sa bene cosa bisogna fare, tutte si chiudono e si arrangiano come possono». Nel co-living quel lavoro diventa visibile e viene condiviso.

KC, una donna salvadoregna-statunitense, racconta come la maternità l’ha cambiata. Alla nascita del primo figlio ha sentito un amore travolgente e l’impulso fortissimo a stare sempre insieme a lui. Ha lasciato un lavoro ben pagato come programmatrice: «È stato difficile. Ero io a mantenere la famiglia e da un giorno all’altro mi sono ritrovata in gravi ristrettezze economiche. Ho imparato a fare da sola le pastiglie di detersivo per la lavastoviglie. Facevo di tutto per risparmiare».

Oggi, di giorno KC è un’orgogliosa mamma a tempo pieno, che provvede all’istruzione del figlio più piccolo e rappresenta un punto fermo per i genitori e i bambini del suo quartiere; di sera fa l’estetista. «Sono cambiata moltissimo. Mi sono trasformata in una persona che aiuta sempre gli altri».

Anche per Vikki la maternità è stata un punto di svolta. Lavorava nella finanza, facendo tanti straordinari. «Mi piace come sono ora, trovo che abbia un senso. Una volta lavoravo tantissimo, ne ero dipendente». La nascita di suo figlio ha cambiato tutto: «Da quando c’è lui, non voglio che sia il lavoro a prendersi il meglio che ho da offrire». Oggi Vikki è impegnata circa quindici ore alla settimana come “time hacker”, aiutando gli altri a organizzare il loro tempo in modo diverso. Ora è il lavoro a adeguarsi ai ritmi della sua famiglia, non il contrario.

Ogni giorno nel co-living ho modo di rendermi conto di cosa intende Vikki. Al mattino lavoro in silenzio e con la massima concentrazione. Nel pomeriggio tutto rallenta: la vita con i bambini ha un ritmo rilassato. Le case e i giardini si riempiono di voci infantili e di sabbia che s’infila tra le dita dei piedi. Corro al mare con i miei figli. Ritrovo una spensieratezza che a un certo punto della mia vita avevo perso.

La scrittrice e mentore belga Karen Kelchtermans parla di “emancipazione all’ennesima potenza”. Secondo lei l’idea della donna alfa – che combina una carriera di successo con la famiglia e le ambizioni personali – è una trappola. «Come donne, siamo passate dal lottare per “far sentire la nostra voce nella società” ad avere una voce mascolinizzata», scrive nel libro Liefde in balans (Amore in equilibrio).

La vita quotidiana riduce lo spazio della femminilità – almeno, questa è la mia percezione – e privatizza la maternità. In questo co-living le cose sembrano andare diversamente: le donne possono essere semplicemente donne, e madri per i loro figli, nel modo che preferiscono.

Di sera leggo il libro Donne che corrono coi lupi (Sperling & Kupfer 2016). L’autrice Clarissa Pinkola Estés usa il lupo come metafora della natura istintiva, creativa e collaborativa delle donne. La loba appare spesso durante la gravidanza o quando si partorisce e allevano i figli: sono momenti in cui la parte selvaggia e intuitiva delle donne riconquista il suo spazio. Nel co-living riconosco quell’energia nelle altre madri e in me stessa.

«È come se qualcuno premesse il pulsante pausa», spiega Bellante. «Per un po’ possiamo mettere da parte i ruoli che recitiamo, e che la società ci assegna. Dà un’idea di come potrebbe e, forse, dovrebbe essere la vita se fossero le donne e i bambini a dettare legge».

Il mondo come scuola

Molte donne parlano della difficoltà di fare scelte autonome, basandosi sull’intuito. Dividere il letto con figlie e figli, per esempio: in molte parti del mondo è normale, ma in occidente è spesso considerato un’anomalia. O l’istruzione dei figli: KC dà lezioni in casa al figlio più piccolo, perché sente che quel tipo di insegnamento è più adatto. Un’altra madre sceglie il worldschooling, una filosofia educativa in cui i viaggi e il mondo fanno le veci di un’aula scolastica.

Vikki esprime i suoi dubbi sulla scuola tradizionale: «La gente mi chiede: preferisci l’istruzione in casa? Ma sono solo degli schemi rigidi. La vera domanda è: se quegli schemi non ci fossero e tu avessi piena libertà creativa, cosa faresti? Io ascolto la mia voce interiore. Come mi sento? Come si sente mio figlio o mia figlia?».

Ispirandosi ai lupi che vivono in branco, proteggendosi a vicenda e affidandosi all’intuito, Pinkola Estés scrive che le donne ritrovano forza attraverso la comunità, la collaborazione e la riscoperta del ritmo interiore. Il “selvaggio” è una saggezza naturale che fiorisce quando le donne si sentono appoggiate, possono sorvegliare i confini e hanno la libertà di muoversi in cicli di creazione e riposo. Questa visione è vicina ad alcune correnti femministe latinoamericane che mantengono una posizione critica rispetto all’enfasi sull’individualismo di gran parte del femminismo occidentale. Il punto non è cosa può realizzare una singola donna ma cosa possono fare le donne, insieme, per la loro comunità e, più in generale, per la società.

All’ombra dei pini si sviluppa un sottile intreccio di cure. Lucie, erborista, condivide le sue conoscenze delle piante. KC offre un massaggio ristoratore ad alcune delle presenti. Vikki condivide le sue conoscenze in strategie di marketing e scelte professionali. Ognuna, di tanto in tanto, si prende cura dei figli di un’altra, o aiuta come può. Condividiamo le sfide con cui ci scontriamo nella maternità e nelle nostre relazioni, cercando insieme delle risposte.

Non è sempre un idillio. A volte capita che i bambini facciano a botte, che i compiti domestici siano divisi in modo poco equo, che i metodi educativi si scontrino. La convivenza è anche un esercizio di gentilezza. Un gruppo di donne supporta il co-living occupandosi dell’istruzione di bambine e bambini. Questo mese seguono per cinque ore al giorno la forest school: lezioni all’aria aperta, sulla spiaggia o nella pineta, che prendono ispirazione dall’organizzazione britannica Forest school association e mettono al centro il gioco, l’esplorazione e il prendere rischi in modo responsabile. Un netto contrasto con le scuole affollate a cui sono abituati molti bambini, dove la vita all’aperto è spesso quasi inesistente.

Nel frattempo l’esperienza di coabitazione è stata imitata sulle montagne della Romania, dove sta prendendo forma un modello simile. L’organizzatrice Ioana Valea è una scienziata e imprenditrice. I suoi obiettivi principali sono offrire alle donne uno spazio dove combinare lavoro e famiglia, e fornire un’istruzione basata sul metodo Montessori. «Serve un villaggio», dice, «però deve essere il villaggio giusto. Quando le madri ricevono supporto emotivo e strutturale, possono stare benissimo. Lo stesso vale per i figli».

Stanno spuntando sempre più ritiri per mamme e figli: soggiorni brevi in cui le donne possono portare con sé i bambini. Jocie Cox, organizzatrice di Theta re-treats, vuole offrire un rifugio dove i più piccoli sono coccolati e stimolati, e le madri a loro agio. La maternità, secondo lei, è uno dei maggiori cambiamenti emotivi, neurologici e fisici nella vita di una donna. Devono esserci dei posti in cui le famiglie hanno l’occasione di riconoscere e integrare quella trasformazione.

Charlotte Faircloth, che insegna allo University college di Londra, inserisce questi co-living e ritiri in un contesto più ampio. Cita la sociologa Sharon Hays definendo l’intensive motherhood, la maternità intensiva, un’ideologia culturale dominante in cui ci si aspetta che le madri crescano i figli in un modo dispendioso in termini di tempo, denaro ed energie. Quelle che una volta erano pratiche di cura scontate ora sono scelte complesse. Allattamento, sonno, alimentazione, scuola: tutto è sottoposto a un giudizio morale. E la pressione pesa soprattutto sulle madri, sottolinea Faircloth.

Privilegio per poche

In questo contesto i ritiri e i co-living per madri e figli sono risposte comprensibili. «Può essere un modo per ritrovare il piacere della maternità. Sottrarla all’isolamento e vedere da vicino il modo in cui la vivono altre donne fa bene. Ed è importante per capire come possiamo fare per ricostruire un villaggio», osserva.

Ma Faircloth è anche critica. Spesso queste esperienze sono costose (un soggiorno di meno di una settimana può costare da 1.500 a 2.500 euro o più) e fanno leva sulle insicurezze e sulle debolezze delle donne che provano a essere “buone madri”. «Così si creano due gruppi distinti: le madri che la pensano allo stesso modo e che possono permettersi la risposta giusta, e quelle che non possono. Questo meccanismo rafforza le disuguaglianze», spiega.

La pensa così anche Lei Decappelle, ricercatore dell’università di Gand, in Belgio. Queste iniziative sono in gran parte a pagamento e per molte donne sono inaccessibili: «Le madri single, spesso le più bisognose di supporto, sono le più sacrificate».

«I co-living e i ritiri per madri con bambini rispondono a un insieme complesso di desideri giustificati, alimentati da nuove norme sociali», dice Decappelle. Secondo lui mostrano come oggi la cura dei bambini sia sempre più individualizzata e commercializzata. «Ci si aspetta che una madre si prenda cura dei figli in modo costante, ma allo stesso tempo che pensi anche a se stessa. La gente fa quello che può». Perché le madri che hanno bisogno di quiete o di supporto non possono prendersi cura di sé senza i figli? «Dove sono i padri? Dov’è la comunità?», si chiede Decappelle.

Modelli da ripensare

Ultimi giorni nel sud della Spagna: le famiglie cominciano a partire, il tempo cambia, tutti sentono che si avvicina il ritorno ai ritmi abituali. Qualcosa però è diverso da prima. Abbiamo visto cosa succede quando le donne non sono lasciate sole a risolvere ogni aspetto della cura dei figli. Quando la cura diventa una responsabilità condivisa da una piccola comunità. In Belgio la maternità è organizzata come se fosse un impegno individuale per il quale ogni donna deve trovare la sua strategia di sopravvivenza. Il co-living mostra il contrario: le madri possono rilassarsi se le strutture sociali che le circondano si muovono insieme a loro.

Un esperimento del genere resta una prerogativa di donne con un lavoro flessibile, che può essere svolto da remoto, e con sufficienti mezzi finanziari. In una società caratterizzata da settimane lavorative lunghe, da un alto costo della vita e da nuclei familiari in cui due redditi sono la norma, la cura intensiva resta un problema da risolvere individualmente. Chi guadagna poco o non può decidere autonomamente cosa fare del proprio tempo non può rallentare il ritmo. Però l’esperimento mostra cosa sarebbe possibile. A volte sono utili i gruppi di mamme che s’incontrano regolarmente dopo la nascita dei figli. In Belgio queste iniziative sono ancora marginali, ma in altri paesi sono più diffuse. In Germania, per esempio, ci sono le Mutter/Vater-Kind-kuren per genitori in difficoltà: ritiri di alcune settimane per madri o padri con figli, che offrono terapia e assistenza per prevenire l’eccessivo affaticamento, anche emotivo.

«Come possiamo alleviare la pressione?», si chiede Faircloth. Sottolinea l’importanza di scuole per l’infanzia di alta qualità e accessibili, e la possibilità di affidare ad altri le faccende domestiche. Allo stesso tempo mette in guardia dal delegare il lavoro di cura a persone sottopagate, spesso a donne straniere.

In che misura un co-living come quello in Spagna mostra i limiti di un modello economico in cui l’assistenza è delegata ad altri, ridotta o privatizzata? Le cure di una madre verso i propri figli restano in gran parte invisibili: non sono quasi considerate nei dati sulla produttività o sulla crescita. Forse non è la maternità a essere pesante, ma il modo in cui abbiamo organizzato gli aspetti sociali ed economici che la circondano. Bisogna ripensare cosa consideriamo progresso, anche nel campo delle cure e dell’assistenza. O almeno, rivalutare il modo in cui lo misuriamo.

Forse, in futuro, invece di aumentare la nostra indipendenza, dovremo provare a recuperare qualcosa di antico: una struttura sociale che cresce insieme alle donne e ai bambini. Un villaggio, insomma, non come ideale nostalgico, ma come comunità attiva.

(Internazionale, 7 marzo 2026)