Intervista con l’autrice, domenica a Milano per «Bam Autumn Festival». «È bene pronunciare i nostri grazie, ogni giorno, così, a nessuno, a se stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo, come virtù contraria alla indifferenza e alla violenza»

Per Mariangela Gualtieri la poesia è un dettato di riconoscenza. Con «cuore eremita» e «impastata di silenzio e di vento», i suoi versi – il cui esordio è del 1992 con Antenata – insieme al lavoro con il Teatro Valdoca (che ha fondato nel 1983 con Cesare Ronconi) – sono meditazioni profonde sulla parola, sull’umano e il vivente, sul mondo e su ogni essere. Piccolo e rotto o sconosciuto e senza nome.

Domenica 4 ottobre, nell’ambito di una giornata dedicata a Francesco d’Assisi e al Cantico delle creature, Mariangela Gualtieri sarà ospite di BAM – Biblioteca degli Alberi di Milano con un testo poetico inedito.

Nel “Cantico delle creature”, sole, acqua, vento e terra sono chiamati fratelli e sorelle. Dopo ottocento anni che cosa può ancora suggerirci questa lingua di parentela sul nostro modo di abitare la terra e come si è relazionata con la sua attualità?

Quelle di Francesco sono parole così fresche, così necessarie e precise per questo tempo da sembrare scritte ora. Questo è il privilegio della poesia, un pane sempre fragrante che non invecchia, e Francesco è poeta oltre che santo. Un santo molto amato di cui tutti sentiamo la genialità, la radicalità, la gioia, con la sua ricetta semplice e per noi quasi impossibile da imitare, noi che tanto temiamo la povertà, il non avere, il non essere.

In “Fraternità solare”, il cui nucleo originario è del 2015, ha immaginato Francesco d’Assisi presente. Cosa cambia, questa volta, nel dare voce direttamente al “Cantico”?

I miei titoli sono contenitori tematici che poi riempio a seconda del momento e del pubblico che vi partecipa. Ho scritto per questa occasione “Cantico della bestia zoppa”, dedicato a Francesco bambino, tentando la difficile impresa di cantare l’umano, adesso che la solfa dei notiziari racconta ogni giorno l’orrore che siamo e l’orrore che commettiamo: sui nostri simili, su tutti i viventi del pianeta, su tutti i fratelli e sorelle che Francesco loda.

Come dirò in versi, amo pensare che il meglio di noi stia davanti, non nel passato, che la nostra sia una grande avventura di spirito, di carne e di pensiero e che ci aspetti un’ascesa. Al comando ora c’è un manipolo di potenti davvero privi di grazia, come spesso è accaduto nella storia umana – questa volta però con strumenti che potrebbero distruggere tutta la specie. Con Francesco nel cuore, la parola speranza si illumina, smette per un attimo di sembrare impossibile da pronunciare, riprende vigore.

Nelle sue raccolte ci sono spesso giuramenti: di fedeltà alla propria specie, all’infanzia e ai mondi animali e vegetali. In che modo la poesia può interrogare questa gratitudine verso il circostante davanti al dolore e alla violenza a cui assistiamo?

«Fedeli a se stessi e al mistero, il resto è tradimento del vero», cito a memoria Emily Dickinson. Nel pezzetto di cosmo che stiamo esplorando, non c’è un altro pianeta per ora che abbia il tepore e lo splendore di questa nostra terra. Non ho ricette, ma forse aiuta guardare più spesso il cielo, aver cura di qualcuno, tenere vicini i poeti che hanno scritto parole grate, da Francesco che dà inizio alla nostra letteratura in modo unico e splendido, a Borges, a Hopkins, Whitman, Herbert, Rebora, Franco Loi. E forse è bene pronunciare i nostri grazie, ogni giorno, così, a nessuno, a se stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo, come virtù contraria alla indifferenza e alla violenza attuali.

I suoi riti sonori sono delle esperienze di spazio e tempo condivisi, l’unica trama è la voce che si incarna e si spande in presenza. Ad esempio “Il quotidiano innamoramento”, con la guida di Cesare Ronconi e la produzione di Teatro Valdoca, riprende dei versi contenuti in “Quando non morivo” (2019) che parte dall’incanto fonico di Amelia Rosselli. Cosa si rinnova ogni volta in questo accadere?

L’arte dell’oralità, l’incanto fonico, sta proprio nel fare accadere le parole come se arrivassero al momento, in quel presente che si abita insieme, dentro un’energia sonica che tiene sospesi tutti i corpi. Andando a memoria – o by heart come dicono gli anglosassoni – cerco di accogliere verso per verso con la mente sgombra, in una attenzione plenaria a quello che dico, in un proferire che diventa ogni volta nuovo anche per me.

L’interlocuzione con la parola passa spesso per l’amore. In “Fuoco centrale e altre poesie per il teatro” (2003), che raccoglie testi dei dieci anni precedenti, viene benedetto: «che d’ognuno di noi alla catena/ fa carne che risplende». Quanto è importante nominarlo?

E quanto è difficile farlo senza cadere nella retorica, nell’enfasi, nel consolatorio, nello sdolcinato, nel già noto e dunque nella volgarità. Eppure non si può smettere di farlo, di ridire quello che da millenni hanno detto i poeti e farlo con la lingua di ora, nella stortura di ora. La poesia ricarica le parole, le porta vicine alla loro densità originale, e dunque come potrebbe trascurare una parola fondamentale, come la parola amore.

In “Ruvido umano” (2024) l’incuria di cui siamo capaci è pari all’attenzione per ciò che è vivente e ci circonda. Come convivono, nella sua scrittura e nel suo lavoro, lo stupore e la consapevolezza?

Credo non ci sia avventura senza stupore, e la vita senza il dono dell’avventura è triste, piatta. Ma lo stupore richiede una sosta, un lasciarsi abitare da qualcosa, quasi un atto contemplativo, un pensiero dimesso, un essere del tutto con ciò che ci sta davanti. Mentre la consapevolezza richiede lucidità, sintesi di pensiero, attenzione a tutti gli accadimenti. Sì, sono sempre spaccata fra questi due modi d’essere che sono quasi opposti e cerco di praticarli entrambi: stare quasi in ebetudine, essere ben raziocinanti. Faccio quello che posso.

(il manifesto, 1° ottobre 2026)

La psichiatra palestinese Samah Jabr racconta il libro “Trauma infinito”, condotto insieme a Maria Nadotti e uscito per Feltrinelli. «Non solo ferite: di generazione in generazione, si è trasmesso anche il “sumud”, il senso di attaccamento e perseveranza»

«Se lavoro solo con l’individuo ignorando le strutture che generano la sofferenza, rischio di trasformare una risposta all’oppressione in una patologia individuale. Tuttavia, se parlo soltanto di strutture politiche, potrei perdere di vista l’essere umano che ho di fronte, con la sua storia, le sue relazioni, le sue paure, le sue perdite e le sue speranze. È qui che figure come Frantz Fanon, Paulo Freire e Ignacio Martín-Baró sono state fondamentali: mi hanno aiutato a comprendere che la sofferenza psicologica non può sempre essere scissa dai rapporti di potere e che la liberazione possiede anche una dimensione psicologica».

È con poche parole che Samah Jabr, durante la nostra intervista, racchiude il senso del percorso professionale e politico che l’ha condotta a elaborare una pratica clinica capace di spiegare la Palestina. Spiegarla in modo diverso, come farebbe una psicoterapeuta e una psichiatra. Palestinese di Gerusalemme est, Jabr è un punto di riferimento per chi si occupa di quella terra, capace di legare l’antica sete di giustizia collettiva al trauma individuale e al suo possibile superamento, insieme.

Di questa lunga attività, tratta nel libro Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta (pp. 320, euro 20), edito da Feltrinelli. Lo fa insieme a Maria Nadotti e a un dialogo che si dispiega nel corso degli ultimi anni, qualcosa di più di una semplice intervista: è una conversazione che scava nella vita di Jabr e in quella della sua famiglia, dei luoghi conosciuti e dei pazienti che di più l’hanno segnata, dei suoi e dei loro sogni.

«Il trauma palestinese è coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e transgenerazionale. A essere patogeno è il dispositivo politico dell’occupazione e dell’apartheid»: così, nel primo capitolo del libro risponde a una domanda di Maria Nadotti. Senza la fine dell’occupazione, quel trauma è insuperabile?

Non direi che il trauma palestinese sia insormontabile. Tuttavia, ritengo che non possa essere compreso o trattato come se fosse semplicemente una ferita psicologica individuale. Quando la causa della ferita è ancora presente e la violenza è deliberata, ripetitiva e cumulativa, è irrealistico aspettarsi che le persone “guariscano” senza che cambino le condizioni che continuano a generare sofferenza. Allo stesso tempo, rifiuto l’idea di descrivere i palestinesi esclusivamente attraverso la lente del trauma. I nostri nonni hanno vissuto gli eventi devastanti di quella pulizia etnica di massa che chiamiamo Nakba. Hanno perso case, terre, familiari, mezzi di sostentamento e l’intero mondo che conoscevano. Eppure, i palestinesi non sono scomparsi. Hanno piantato, coltivato, ricostruito case, cresciuto figli e trasmesso alla generazione successiva i nomi, le storie e i ricordi dei luoghi da cui erano stati sradicati. Il trauma può trasmettersi di generazione in generazione, ma lo stesso vale per il senso di attaccamento, la dignità e il sumud (resilienza, perseveranza, ndr). Non credo che i palestinesi debbano attendere la liberazione per sperimentare una qualche forma di guarigione.

Cita il “sumud”, anche questo ripetitivo e cumulativo: può essere inteso come una pratica di resistenza di base, sociale e psicologica, tanto più in assenza di una fase di post-trauma?

La dimensione collettiva del sumud può aiutare l’individuo a sostenere un peso altrimenti insopportabile. La violenza politica può privarci della casa, dei mezzi di sostentamento, della libertà, della sicurezza, dei ruoli sociali, dei progetti per il futuro e della percezione che il mondo sia ancora un luogo in cui vivere in sicurezza. A Gaza si parla del peso della sopravvivenza: il carico psicologico del continuare a vivere dopo che tanto è andato distrutto. Nessuno dovrebbe portare quel peso da solo. È qui che la dimensione collettiva diventa fondamentale. Famiglia, vicini, amici, comunità e reti professionali possono condividere parte di quel peso. Il concetto palestinese di sumud va oltre la capacità individuale di resistere alle avversità, ha una natura più relazionale: nasce e vive tra le persone e si alimenta attraverso le relazioni, il senso di appartenenza e il rifiuto condiviso di essere sradicati.

Il libro è un viaggio complesso che intreccia diversi piani: la sua storia e quella della sua famiglia, la casa perduta a Gerusalemme, il lavoro con i prigionieri politici, l’etica islamica… Un dialogo che avanza mentre è in corso il genocidio a Gaza. Può una terapeuta svolgere il proprio ruolo condividendo lo stesso trauma?

Può farlo non fingendo di essergli estranea. A Gaza, e più in generale in Palestina, il terapeuta può provare paura, dolore, senso di perdita, sradicamento o impotenza mentre ascolta un’altra persona che vive la medesima realtà. Non si tratta di trauma vicario, bensì di una realtà traumatica condivisa, capace talvolta di sfumare i confini del nostro lavoro terapeutico. A volte, ciò che rende possibile la terapia è proprio il riconoscimento che siamo entrambi esseri umani di fronte a qualcosa che ci sovrasta.

Nel libro dice che «il linguaggio è un dono che permette agli esseri umani di esprimere sentimenti e pensieri. Che questo dono diventi irrilevante, che si perda la capacità di parlare, è terrificante perché si viene ridotti ad animali». Anche il silenzio del mondo è una forma di genocidio?

Il lavoro di Gregory Stanton sulle dieci fasi del genocidio individua nella negazione la decima fase. Non è semplice mancanza di informazioni, può significare rifiutarsi di riconoscere ciò che sta accadendo anche di fronte a prove schiaccianti. Non equiparerei il silenzio in sé al genocidio – che è un processo materiale e politico di distruzione – ma il silenzio di fronte alla distruzione può favorirla, oscurare le responsabilità e normalizzare la sofferenza del nostro popolo. Uscire dall’invisibilità significa vedere la propria testimonianza creduta e la propria umanità trattata su un piano di parità.

Lei riflette anche sull’essere donna. Dopo la Nakba, sono state loro nei campi profughi a ricostruire l’identità nazionale palestinese attraverso parole, racconti e persino ricami. Esiste un legame tra le donne del passato e quelle di oggi, siano esse terapeute, poete, madri, studenti e altro ancora?

Vedo un forte legame tra le donne palestinesi del passato e quelle di oggi. Dopo la Nakba, le donne sono state tra coloro che hanno sostenuto la Palestina attraverso le forme più intime della memoria: racconti, ricami, canti, cibo, fotografie, storie familiari e la trasmissione di nomi e luoghi. Hanno preservato non solo il ricordo di ciò che era andato perduto, ma anche il legame con qualcosa che era destinato a scomparire. Trovo significativo il rapporto tra i termini arabi umm e imam. Umm significa madre, mentre imam evoca ciò che guida o funge da punto di riferimento. Questa vicinanza linguistica richiama la figura della madre come origine, come fonte, come punto da cui qualcosa ha inizio e viene portato avanti. Ma le donne palestinesi non sono mai state solo madri o custodi della tradizione. Sono state terapeute, mediche, insegnanti, poete, studenti, ricercatrici, politiche. Vedo una continuità tra la donna che preservava la memoria di un villaggio attraverso un abito ricamato o un racconto e la donna di oggi che cura un paziente, insegna a un bambino, scrive o prende la parola in pubblico. Le forme possono cambiare, ma c’è qualcosa di straordinariamente costante: il rifiuto di permettere che la Palestina, la sua memoria, il suo popolo o la sua umanità scompaiano.

(il manifesto, 27 settembre 2026)

Questo articolo è un’anticipazione di “Donne Chiesa Mondo”, il mensile femminile dell’“Osservatore Romano”, che nel numero in diffusione da sabato 3 ottobre propone una genealogia femminile del francescanesimo

Quando l’oscurità cala sulla Domenica delle Palme del 1212 (o del 1211 per alcuni), la ragazza forza la serratura della porta sul retro del proprio castello, quella che si apriva solo per far passare i cadaveri. Appena uscita, viene ingoiata dalla notte di Assisi. Cammina per le strade buie e deserte fino alla piana della Porziuncola, il luogo convenuto. Lì la attende Francesco con gli altri frati. Determinata ad andare fino in fondo, gli porge i capelli perché li tagli, sancendo l’irrevocabilità della sua scelta. Quella ragazza è Chiara. Ma raccontare quella notte soltanto come il momento in cui una giovane donna sceglie di seguire Francesco significa già perdere qualcosa di essenziale. Perché Chiara non è una seguace. Non è la donna che sta “dietro” al santo. È una delle protagoniste della radicale invenzione spirituale, sociale e politica che prende forma ad Assisi all’inizio del Duecento. Per questo è utile rileggere Francesco – di cui ricorrono gli 800 anni dalla morte – attraverso le donne che ne hanno accompagnato la vita, custodito il messaggio e trasformato l’intuizione spirituale in pratica quotidiana, comunità, cultura e cura. E guardare al francescanesimo non soltanto come alla storia della santità maschile, ma come a un laboratorio di relazioni, libertà femminile, resistenza e condivisione.

«Non c’è Francesco senza Chiara» resta un’affermazione vera, ma rischia di conservare una grammatica antica: quella per cui dietro ogni grande uomo ci sarebbe una grande donna. Una concessione, apparentemente generosa, a un’agiografia patriarcale nella quale il protagonismo femminile viene riconosciuto soltanto in quanto ancillare a quello maschile. Chiara è protagonista della stessa intuizione spirituale di Francesco e, insieme, una donna che quella intuizione traduce in una propria forma di vita. La sua fuga, a diciott’anni non è soltanto un gesto di adesione a una vocazione religiosa: è anche la scelta di sottrarsi a un destino familiare già scritto, a un matrimonio, a un patrimonio, a un ruolo sociale. Il corpo di una giovane nobildonna, destinato a essere parte di una rete di alleanze familiari, diventa così il primo spazio della sua autodeterminazione. Il taglio dei capelli, la rinuncia agli abiti nobiliari e la scelta di un abito povero non sono soltanto segni di penitenza, ma gesti attraverso cui afferma pubblicamente la propria autonomia. È questa l’irremovibilità con cui la primogenita della nobile casa di Favarone degli Offreducci si mette al fianco del figlio del mercante Pietro di Bernardone, per condividerne fino in fondo lo stile di vita, almeno per quanto le norme ecclesiastiche dell’epoca consentivano. E anche oltre. Chiara sfida perfino papa Gregorio IX per vedere riconosciuto a lei e alle proprie sorelle il privilegium paupertatis: il permesso, cioè, di vivere, come unico privilegio, la povertà, restando fedele alla vocazione originaria sua e di Francesco. È una battaglia che va letta anche per quello che è: la difesa dell’autonomia di una comunità di donne. Chiara non chiede semplicemente di essere autorizzata a vivere santamente. Rivendica il diritto di scegliere e conservare una forma di vita fondata sulla povertà, senza che l’istituzione ecclesiastica possa ricondurla a un modello più controllabile. La povertà diventa così anche una forma di libertà dal potere: dalla proprietà, dalla dipendenza economica, dalle gerarchie che attraverso il possesso stabiliscono chi può decidere e chi deve obbedire.

Il francescanesimo femminile è anche una storia di donne che hanno costruito spazi di autonomia dentro strutture che autonomia ne concedevano pochissima; di donne che hanno fatto della comunità una forma di resistenza; di donne che hanno custodito una parola spirituale trasformandola in pratica. La sorellanza non è un elemento laterale: è una delle infrastrutture del francescanesimo. Lo conferma, soprattutto, la grande tradizione di fede che da loro ha avuto origine. Negli ultimi otto secoli, migliaia e migliaia di uomini e donne di tutti i continenti hanno deciso di fare della memoria di Chiara e Francesco un’opzione concreta e della loro santità un modello perseguibile. La vita e la morte dei due santi di Assisi hanno generato quella “famiglia francescana” che rappresenta una delle correnti spirituali più feconde all’interno della tradizione cristiana. Una “famiglia” quanto mai complessa e articolata, ricca di intuizioni e differenziazioni che mai, però, hanno comportato la rinuncia a riconoscere nella povertà una delle proprie cifre distintive.

Dentro questa storia è necessario riconoscere una presenza femminile che non può essere considerata semplicemente complementare a quella maschile. Accanto a Chiara, alle sue sorelle e alle compagne delle origini, una lunga genealogia di clarisse, mistiche, scrittrici e donne impegnate nella cura ha custodito e trasformato nei secoli l’intuizione francescana. Contrariamente a certa narrativa, il rapporto tra i due fondatori-ispiratori di questo movimento evangelicamente rivoluzionario non può essere relegato, come sottolinea lo storico francese Jacques Dalarun, «nella sfera ideale degli amanti nel giardino di un Eden mistico». Non ci sono un “poverello d’Assisi” e la sua innamorata spirituale. I “poverelli” sono due, poiché al cuore del sodalizio tra Francesco e Chiara non si trova soltanto una reciprocità di stima e di affetto, bensì la volontà di ciascuno dei due – e di entrambi insieme – di seguire Gesù in modo totalizzante, grazie all’indissolubile legame con “sorella povertà”. La fraternità con quest’ultima rende il loro legame saldo, ma anche speculare. A nutrirlo non è solo la medesima tensione ideale o la stessa istanza morale, ma una relazione con Dio resa possibile dalla spoliazione dei beni e di sé.

Per Francesco e Chiara la povertà non è soltanto una virtù né uno strumento di ascesi: è una condizione identitaria. Per questo è irrinunciabile, non negoziabile, anche di fronte alle richieste o, soprattutto per Chiara, alle ingiunzioni ecclesiastiche. È proprio nella sua resistenza a queste ingiunzioni che la sua scelta assume una dimensione “politica”: difendere la povertà significa difendere la possibilità di una comunità femminile di non dipendere dalla ricchezza e dal potere altrui per esistere. È stato giustamente osservato che una tale visione della povertà risponde alla logica dell’epoca e va capita alla luce del diritto romano, secondo cui i filii familias erano privi di titolarità patrimoniale. Potevano utilizzare i beni di famiglia, ma non possederli. Per Francesco, in quest’ottica, il privarsi dei beni di fronte al padre non significa solo rifiutarne l’uso: è una rinuncia pubblica alla titolarità di quanto gli spetta, la scelta della precarietà come condizione di abbandono fiducioso a Dio. Chiara probabilmente assiste all’evento dalle finestre del suo palazzo affacciato su San Rufino, dove si è svolto. E ne compie uno di valore analogo. La testa rasata mostrata allo zio Monaldo e ai cugini accorsi a riacciuffare la fuggitiva, il sacco da contadina come abito, divengono il segno di un viaggio senza ritorno: come penitente, è sottratta alla giurisdizione della famiglia per passare a quella della Chiesa. Anche per quest’ultima, tuttavia, non è stato facile accettare la sua opzione per la povertà, tanto da avere cercato numerose volte di ricondurla sulla traiettoria più consueta della clausura. Francesco e Chiara leggono il Vangelo sine glossa, cioè esattamente come è scritto, senza interpretazioni o adattamenti. Un esempio da osservare senza sconti o scappatoie. Da qui la fiducia totalizzante nella beatitudine dei poveri, un invito quantomai scandaloso nel tempo in cui prende lentamente forma il capitalismo.

Non tutti, certo, sono chiamati a scegliere di diventare francescani o clarisse, ma tutti, anche oggi, sono chiamati a lasciarsi interrogare dai due “poverelli di Assisi” per arrivare a capire che cosa significhi, nell’età del capitalismo ormai maturo, imboccare la via povera del Vangelo. E qui la vicenda di Chiara torna a parlarci con particolare forza. La sua povertà non è soltanto una rinuncia ai beni, ma una diversa concezione del potere: la possibilità di costruire una comunità nella quale il valore non coincida con ciò che si possiede, nella quale la cura dell’altra e dell’altro diventi una forma di organizzazione della vita e nella quale la vulnerabilità, invece di essere una condizione da nascondere o da sfruttare, possa diventare uno spazio di relazione. La sua resistenza alla Curia, la difesa del privilegium paupertatis e la comunità delle sorelle di San Damiano raccontano, in questo senso, una forma di disobbedienza femminile che parla anche al presente. Il Concilio Vaticano II lo ha intuito e lo ha indicato come direzione da prendere per avviare il rinnovamento indispensabile: la bussola di una missione ecclesiale in un’epoca di disuguaglianze sempre più intollerabili e di ingiustizie profonde che deturpano il sogno di Dio per l’umanità. L’auspicio di Giovanni XXIII per una Chiesa «di tutti e particolarmente dei poveri» – fisicamente presente a Roma attraverso i vescovi delle aree dimenticate del mondo – viene declinato da trentanove padri conciliari che, riuniti il 16 novembre 1965 nelle Catacombe di Domitilla, sottoscrivono l’omonimo “Patto”. Un impegno a camminare con e fra i senza risorse né potere, attraverso la rinuncia ai privilegi per adottare uno stile di vita semplice e di servizio, come testimonianza vivente di «una Chiesa povera per i poveri».

Ci sono volute certamente generazioni perché alcune “visioni di futuro” cominciassero a imporsi. L’America Latina, tuttora la terra più diseguale al mondo, ha fatto da apripista con le storiche Conferenze di Medellín e Puebla. Provocati dal Concilio e decisi a incarnarlo in un contesto di oppressione e violenza, i vescovi del Continente hanno scelto di guardare la realtà dal punto di vista degli ultimi, dei marginali, degli scartati. «L’opzione preferenziale per i poveri», dunque, non nasce da un’ideologia astratta, bensì dalla contemplazione di Cristo nei volti dei crocifissi della storia. Un ritorno – come per Francesco e Chiara – alla radicalità evangelica, cioè al monito di Gesù: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). Lentamente, tale consapevolezza è diventata patrimonio comune di tutta la Chiesa, del suo Magistero e della sua azione pastorale. Non è un caso, ma piuttosto una coincidenza su cui riflettere, che nel momento in cui Jorge Mario Bergoglio ha accettato di diventare il 266º Pontefice, proprio un figlio della famiglia francescana, il cardinale brasiliano e frate minore Cláudio Hummes, gli abbia detto: «Ricordati dei poveri!». Quella frase, come lui stesso ha più volte raccontato, è stata l’ispirazione che ha portato l’arcivescovo di Buenos Aires a imporsi il nome di Francesco, il primo Papa a farlo. Segno che la scelta dei due santi di Assisi ha ormai impresso un sigillo permanente non soltanto alla storia della spiritualità, ma a quella dell’intera comunità ecclesiale.

Ma se Francesco è diventato, nel tempo, il nome stesso di una Chiesa che vuole tornare ai poveri, Chiara può aiutarci a leggere un’altra dimensione di quella stessa rivoluzione: quella della libertà femminile, della cura, della comunità e della resistenza al potere. È una genealogia che attraversa gli otto secoli successivi e passa attraverso le clarisse, le mistiche, le scrittrici e le donne che hanno custodito la memoria francescana, traducendola in forme concrete di vita. Fondamento, lungo i secoli, della nascita di sempre nuovi ordini religiosi maschili e femminili, la povertà viene così riconosciuta nel senso che i due poverelli volevano incarnare: non testimonianza di santità individuale né privilegio ecclesiastico, bensì orizzonte di una riforma capace di rendere la Chiesa sempre più fedele al Vangelo. Ma forse oggi, accanto alla domanda su che cosa significhi una Chiesa povera per i poveri, occorre aggiungerne un’altra: che cosa significa una Chiesa capace di riconoscere la libertà e la parola delle donne che, nei secoli, ne hanno custodito e trasformato il Vangelo? È una domanda che Chiara pone con una forza intatta. Non come figura ancillare di Francesco, ma come cofondatrice di un’esperienza spirituale che ha fatto della povertà una scelta di libertà, della comunità una forma di resistenza e della cura una pratica capace di attraversare i secoli. È da qui che il francescanesimo può tornare a essere, ancora oggi, non soltanto una storia di santità, ma un laboratorio di relazioni, libertà, cura e resistenza.

(Avvenire.it, 27 settembre 2026)

Il co-regista di NAZA, Yuval Abraham, ha annunciato nei giorni scorsi con questo testo, pubblicato dalla cantante israeliana Noa sul suo Facebook, che il documentario su Gaza sarà distribuito online gratuitamente sul sito di The Guardian nel mese di novembre. Prodotto dalla testata britannica, NAZA – acronimo militare ebraico che sta per “danno collaterale” (Nezek Agavi) – è uscito nelle sale di oltre 50 Paesi. Tuttavia, nessun distributore all’interno di Israele, della Cisgiordania o di Gaza ha acconsentito a proiettare l’opera

Considerati l’interesse pubblico e l’importanza di questo film, Rachel [Rachel Szore, la co-regista] e io abbiamo deciso, insieme a The Guardian, di rendere Naza disponibile online, a titolo gratuito e senza limiti di tempo, affinché tutti possano guardarlo e ascoltare le testimonianze dei soldati. Ciò avverrà tra poche settimane, a novembre, la data più vicina che siamo riusciti a concordare. Nel frattempo, ci siamo rivolti ai cinema in Israele e abbiamo offerto loro il film gratuitamente, nella speranza che possa essere proiettato qui già da ora, in concomitanza con l’uscita nelle sale di tutto il mondo. Proiettare il film sarebbe un atto di coraggio di fronte alle notevoli violenze volte a cancellarlo. So che c’è un’enorme richiesta da parte del pubblico di vederlo e spero che, in un modo o nell’altro, tutti abbiano presto questa opportunità: o nei cinema o online, tra poche settimane.

Nell’ultima settimana sono state diffuse molte informazioni errate su di noi e sul film. Il film si basa su tre anni di approfondito giornalismo d’inchiesta e ogni singolo dettaglio è stato verificato e incrociato. Parlerà da sé e alla fine la verità emergerà con chiarezza. Abbiamo realizzato questo film per suscitare un dibattito pubblico sulle azioni del governo a Gaza: l’uccisione di oltre 73.000 persone, la maggior parte delle quali civili; la normalizzazione di una guerra di annientamento; e l’idea che «non ci siano civili non coinvolti nei fatti [cioè innocenti]». Ventiquattro soldati, tra uomini e donne, hanno compiuto il coraggioso passo di parlare davanti alle telecamere di ciò che un’intera società si rifiuta di discutere.

Riconoscere le atrocità commesse a Gaza non sminuisce in alcun modo l’orribile massacro del 7 ottobre, di cui Hamas è responsabile – di cui anche i soldati parlano nel film – e per il quale non può esserci alcuna giustificazione. Tutt’altro. Dopotutto, il rifiuto di affrontare ciò che stava accadendo a Gaza è stato tra i fattori che hanno spianato la strada a quel terribile sabato. E quel rifiuto continua. Il giornalismo non è tradimento. La critica non è tradimento. Ogni cittadino ha il dovere di sapere quando il proprio governo sta commettendo dei crimini, e ogni soldato che è stato testimone di tali crimini ha il dovere di parlare. Ci sono migliaia di soldati simili tra noi. Guarderanno questo film e riconosceranno personalmente ciò che vi viene descritto: l’uccisione di persone disarmate che varcano una linea immaginaria; l’autorizzazione di centinaia di operazioni Naza; gli attacchi sistematici contro le case delle famiglie; l’incendio e la distruzione fisica di Gaza; le uccisioni e gli spari contro persone affamate nei centri di distribuzione del cibo; e altri crimini per i quali non può esserci alcuna giustificazione. Anche se vi spaventa, è vostro dovere trovare un modo per testimoniare ciò a cui avete assistito. Vi diranno che la verità dovrebbe essere nascosta per salvaguardare l’immagine pubblica di Israele all’estero. Ma è una sciocchezza. Il mondo lo sa già. I crimini non sono qualcosa da giustificare o minimizzare con delle spiegazioni. Devono essere fermati. Nascondere la verità avvelena in primo luogo la nostra stessa società e, soprattutto, permette che le sofferenze inflitte agli esseri umani a Gaza continuino. E aggiungo una nota personale: per tre anni ho scritto in ebraico sulle regole d’ingaggio dell’esercito israeliano a Gaza per Local Call (Sikha Mekomit). Quelle inchieste sono state in gran parte ignorate in Israele. Ora, per la prima volta, qualcosa ha iniziato ad incrinarsi in quel muro di indifferenza. E questo è uno sviluppo positivo. È salutare. Sì, questo ha un costo personale notevole. È stata una settimana difficile. Ma in mezzo a tutto ciò, ci sono stati anche un enorme sostegno e una grande generosità. Una cosa è certa: le minacce non otterranno nulla. Non ci lasceremo intimidire. Rachel e io torneremo in Israele e, insieme ai nostri numerosi partner, continueremo a lottare per il futuro di questo luogo.

(Dal “muro” fb di Noa, 27 settembre 2026)

Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla Camera dei deputati che contrabbanda per lotta all’antisemitismo la delegittimazione e criminalizzazione di ogni posizione pubblica più o meno radicalmente antisraeliana.

Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo.

Siamo contrari perché la lotta all’antisemitismo, tra le forme più antiche e odiose di razzismo, è una questione troppo seria per essere affidata a forze politiche che ne fanno il pretesto per legittimare le politiche e i crimini di Israele. Ciò è tanto più grave poiché alcune di quelle stesse forze che dichiarano amicizia verso gli ebrei fanno del razzismo una scelta politica, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio di bambine e bambini.

Siamo contrari perché questo disegno di legge non solo non aiuta ma rischia di complicare la lotta all’odio antiebraico. Mescolando impropriamente l’antisemitismo con qualunque posizione di contrapposizione alle politiche criminali di Israele, lo separa, lo isola dalle altre forme di razzismo, rendendo più fragili le basi etiche per contrastarlo.

L’antisemitismo sta rialzando la testa, persino a sinistra, innegabilmente favorito dall’agire di uno Stato che si qualifica come “ebraico” e alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primo fra tutti l’identificazione tra governo israeliano ed ebrei. L’antisemitismo è una forma di sopraffazione “dell’uomo sull’uomo”: per combatterlo non servono nuove norme che confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico. Invece è necessario rafforzare la lotta contro ogni forma di razzismo, senza eccezioni e senza strumentalizzazioni: questo è stato fino a oggi e questo resterà il nostro impegno.

L’appello è stato sottoscritto da molte/i anche a livello personale. Le singole adesioni sono visibili a questo link: https://ilmanifesto.it/da-italiani-e-da-ebrei-diciamo-no-al-ddl-antisemitismo 

(il manifesto, 27 settembre 2026)

Intervista con Eleonora Zocca, autrice del libro Disobbedire a Confucio. Lotte femministe in Asia orientale, ed. ADD 2026

«I candidati alla presidenza devono smettere immediatamente di ridurre le donne a macchine per la riproduzione». «Servono politiche reali a favore delle donne. Basta discriminazione di genere». Sono alcuni degli slogan urlati da centinaia di donne che a Seul, Corea del Sud, avevano manifestato poco prima delle elezioni presidenziali del 2022.

«Vogliamo pane, rose, ma anche potere» recitava uno dei cartelli del corteo.

Dal movimento radicale per la liberazione delle donne nato nel 1970 in Giappone al recente Movimento 4B sudcoreano [che si basa su una forma di separatismo femminista come risposta a violenze di genere strutturali, discriminazioni lavorative e standard estetici opprimenti], dal femminismo online in Cina alle contraddizioni di Taiwan. Mescolando parti storiche al racconto delle esperienze più recenti e coniugando un lavoro giornalistico sul campo e ricerca d’archivio, Disobbedire a Confucio, da poco uscito per ADD, aggiunge un tassello importante alla storia del femminismo mondiale, concentrandosi sui paesi dell’Asia orientale accomunati da società di stampo confuciano fortemente patriarcali. Ne parliamo con l’autrice Eleonora Zocca che cura anche la newsletter sul Giappone “Japanica” su Substack.

In questo libro mi sono concentrata sui movimenti femministi contemporanei in Asia orientale, quindi su Giappone, Corea del sud, Cina e Taiwan. Ho scelto di intitolare il libro Disobbedire a Confucio perché tutti e quattro i paesi sono accomunati dalla matrice confuciana e le storie di donne che racconto sono accompagnate da questo spirito di disobbedienza alle gerarchie sociali, alle gerarchie all’interno della famiglia, ai ruoli di genere e a tutte quelle imposizioni e discriminazioni che sono sistemiche all’interno della società.

Confucio è un filosofo del IV secolo a.C. e nell’introduzione del libro faccio una specifica: Confucio sarà stato figlio dei suoi tempi, ma è importante dire che tutta la teorizzazione e alcune delle teorie che hanno poi influenzato profondamente questi paesi, la società e le istituzioni politiche sono successive di qualche secolo. Infatti, è nel II secolo d.C. che viene teorizzata la fondamentale disuguaglianza tra i due principi cosmici dello Yin e dello Yang e la supremazia del maschile sul femminile. Ed è proprio in questo periodo storico che vengono teorizzate le cosiddette tre obbedienze, ovvero il principio secondo cui una donna doveva obbedire in primo luogo al padre, poi al marito e infine al figlio.

Al di là della matrice confuciana che accomuna tutti questi paesi, ognuno ha una sua peculiarità per quanto riguarda i movimenti femministi che tu hai osservato. In Corea del sud, per esempio, negli ultimi anni si è assistito a fenomeni come quello che definisci un’epidemia di violenza sessuale digitale, fenomeno che ha visto un numero impressionante di vittime, o la versione sudcoreana del Metoo che rispetto ad altri paesi della regione ha fatto emergere la pervasività delle molestie sessuali nei confronti delle donne e una risposta radicale da parte delle donne da un lato e dall’altro l’emergere di un antifemminismo – così si definiscono molti ragazzi tra i venti e i trent’anni; il risultato è una polarizzazione tra maschi e femmine impressionante. Che cosa sta succedendo?

Di recente si sta parlando molto di deep fake sessuali, soprattutto c’è un allarme all’interno delle scuole; online sono state trovate chat organizzate dove vengono sistematicamente umiliate le proprie compagne di classe e di scuola, vengono “spogliate” da bot con centinaia di migliaia di iscritti. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di un processo che è iniziato agli inizi degli anni 2000 e che si è andato poi sempre più accentuando. Ci sono stati probabilmente due momenti spartiacque nei movimenti femministi coreani contemporanei e che hanno dato poi il via a quel forte antifemminismo tra i ragazzi tra i venti e i trent’anni. Il primo evento è stato senz’altro il femminicidio, avvenuto nel 2016 a Gangnam, un quartiere di Seul; nonostante l’omicida avesse ammesso praticamente di aver ucciso una ragazza proprio perché donna… Agli inquirenti disse: «L’ho uccisa perché donna e le donne mi hanno sempre ignorato». Nonostante questa ammissione, la magistratura, le forze dell’ordine, la politica e la stampa mainstream hanno sempre negato e ridimensionato il movente. Quel caso generò una risposta incredibile, sia online che nelle piazze. E un secondo evento analogo di poco successivo: nel 2018, l’arresto repentino di una donna che aveva scattato una foto a un collega che per un progetto universitario stava posando nudo e che aveva pubblicato la foto on line e senza il suo consenso.

Questo arresto così tempestivo svelò il doppio standard che c’era: nel primo una sostanziale negazione o sottovalutazione di un femminicidio, dall’altro la fulminea indagine contro la donna che aveva scattato la foto senza consenso quando dall’altra parte c’era un uomo. Ormai da anni si parlava delle “molka”, il termine che viene usato in Corea per descrivere queste telecamere che venivano nascoste in spazi pubblici, ma anche alberghi, camerini fino anche all’interno degli appartamenti. Ogni volta, anche quando questi uomini venivano colti in flagrante, nel momento in cui si trovavano ad affrontare un processo giudiziario, i magistrati erano molto accondiscendenti e hanno sempre trovato delle spiegazioni sul perché avevano fatto dicendo: «Ma no, tanto l’immagine si vede male», oppure: «In quel momento l’uomo era stressato».

Questo doppio standard, e ovviamente le discriminazioni che ci sono all’interno della società, sono state svelate da una rete di donne che ha sempre cercato di ritrovarsi, di manifestare, andare in piazza a protestare con forza contro questa discriminazione sistemica. Questo non ha fatto altro che accentuare e aggravare la risposta degli uomini sempre più feroce, sempre più violenta.

In Cina invece il femminismo come tutti i tipi di attivismo è sottoposto alla censura e al controllo da parte delle autorità. Le donne cinesi hanno comunque trovato il modo di farsi sentire e di dissentire, come?

I confini sin dove si potevano spingere le organizzazioni femministe erano noti già da prima alle donne cinesi, ma è indubbio che con Xi Jinping, ormai più di dieci anni fa, sia arrivata una stretta feroce. Gli spazi di azione si sono ridotti, ma questo non ha impedito alle donne di esprimersi, soprattutto attraverso strumenti digitali. Spesso si è parlato, durante il Metoo, di come si sia aggirata la censura online usando dei suoni omofoni di “mi” e “tù” che in cinese stanno per riso e coniglio: usando quegli ideogrammi si riusciva ad aggirare la censura. C’è poi tutto un movimento che due studiose – Sue Erose e Aviva Wei Xue – hanno definito Weibo Femminism [il movimento e il dibattito delle attiviste femministe sulla principale piattaforma social cinese, Sina Weibo] che online è riuscito a ribaltare narrazioni, ha organizzato azioni collettive in una modalità che definiscono “un pedone alla volta”. Ovvero non si affronta mai il Partito frontalmente, ma si sollevano temi che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni. È la stessa strategia utilizzata più di recente dalle stand up comedian: da una storia che ha a che fare con le mestruazioni o con l’acquisto di assorbenti si svela ancora una volta l’impostura e il sessismo e il maschilismo all’interno della società. E si svelano le discriminazioni. Vi è una circostanza che risulta particolarmente fastidiosa e antipatica (per usare un eufemismo) per il Partito: quando il femminismo trova collegamenti con le lotte e le istanze dei lavoratori. Quando il femminismo diventa intersezionale e quindi accoglie non solo le rivendicazioni delle donne, ma anche quelle di tutti gli altri gruppi sociali.

Dal 2021 la giornalista Huang Xueqin è in carcere insieme al sindacalista Wang Jianbing perché organizzavano degli incontri che dal Partito e dalle autorità sono stati considerati la prova dell’esistenza di una rete sovversiva.

Oggi nei paesi che prendi in esame, come era già successo in Occidente decenni fa, spesso la ribellione delle donne passa innanzitutto per il rifiuto del ruolo che la società vorrebbe affibbiare al genere femminile. Quindi il rifiuto del matrimonio in quanto istituzione, che nella stragrande maggioranza dei casi è ancora il prerequisito per fare dei figli. Tutto questo succede in una fase di grave crisi demografica per tutti questi paesi, il che rende forse questo tipo di protesta particolarmente efficace, non trovi?

Assolutamente, i paesi di cui stiamo parlando hanno tutti tassi di natalità molto bassi e nonostante i tentativi diffusi di invertire il trend attraverso contributi o finanziamenti una tantum alle famiglie e nonostante la retorica nazionalista martellante che vorrebbe le donne a casa a fare i figli e ad accudirli. E spesso nonostante anche le pressioni familiari che ancora sono presenti, ci sono ormai generazioni di donne che dicono “no grazie”, che vogliono essere libere di decidere della propria capacità riproduttiva e sì, mi sembra assolutamente una risposta particolarmente efficace. Una risposta anche a quell’esponente del Partito Liberaldemocratico in Giappone, che non troppi anni fa si lamentò delle nascite troppo basse e delle donne che, secondo lui, non svolgevano abbastanza bene il loro compito di “macchine per partorire”.

(Il Mondo Cultura, podcast dell’Internazionale, 26 settembre 2026)

Il gigante norvegese Chemring Nobel vuole costruire la più grande fabbrica di esplosivi d’Europa, grazie anche ai fondi comunitari. Il gruppo di attivisti Knus krigsmaskinen ha occupato la ex caserma di Avgrunnsdalen, nel cuore della foresta di Hurummarka, e bloccato la realizzazione del nuovo impianto. L’azienda intanto continua a vendere esplosivi ad alto potenziale a Israele e Stati Uniti

Il fiordo di Oslo non racchiude al suo interno solo la capitale norvegese. Lungo le sue coste frastagliate sorge infatti anche la Chemring Nobel, una delle aziende europee più importanti del continente per la produzione di esplosivi per munizioni e missili, soprattutto dallo scoppio della guerra in Ucraina. L’azienda è uno dei pochissimi produttori europei specializzati in esplosivi militari ad alto potenziale, essenziali per proiettili d’artiglieria come quelli da 155 millimetri usati da Kiev.

Per far fronte alla domanda crescente di esplosivo la Chemring Nobel ha deciso di espandersi e costruire quello che dovrebbe essere il più grande impianto di produzione di ottogene [composto chimico esplosivo potente e stabile, noto anche come “high melting explosive”, Hmx, ndr] di tutta Europa. Per farlo ha avuto il sostegno sia del governo nazionale sia dell’Unione europea. La costruzione del nuovo sito infatti è sostenuta anche dal Regolamento europeo per la produzione di munizioni (Act in support of ammunition production, Asap), un fondo istituito nel 2024 dalla Commissione per aumentare la produzione di esplosivi e munizioni in Europa a supporto – almeno in teoria – dell’Ucraina.

Ad oggi il progetto è ancora fermo, e non per una decisione politica o per cavilli burocratici. I lavori sono stati bloccati da attivisti e attiviste contrari al nuovo progetto a causa dei danni ambientali e dei rischi umanitari che l’espansione della Chemring Nobel porterebbe con sé. Il gruppo, noto con il nome di Knus krigsmaskinen (letteralmente, “Distruggi la macchina di guerra”), ha occupato a inizio aprile la caserma militare abbandonata di Avgrunnsdalen, nel cuore della foresta di Hurummarka. Situata sulla penisola di Hurum, a Sud-Ovest di Oslo, la valle dovrebbe ospitare il nuovo stabilimento della Chemring Nobel, già presente con un altro sito produttivo nella vicina città di Sætre.

Dietro all’azione di Knus krigsmaskinen ci sono due motivazioni. La prima è di carattere umanitario. Come spiegano gli attivisti, Chemring Nobel è direttamente coinvolta nella militarizzazione della Norvegia e dell’Europa e contribuisce anche al genocidio in corso in Palestina. Il 60-70% della produzione dell’azienda norvegese è destinata all’estero e in particolare ad aziende statunitensi quali Lockheed Martin e Northrop Grumman, entrambe produttrici di missili, caccia e tecnologie radar impiegati nella guerra contro l’Iran. Ma non solo: gli esplosivi prodotti a Sætre sono componenti essenziali dei missili Hellfire, prodotti negli Stati Uniti e usati da Israele contro la popolazione di Gaza. Inoltre nel 2024 Chemring Nobel e Nammo, un’azienda militare svedese, hanno siglato un accordo della durata di dodici anni con l’azienda tedesca Diehl Defence, partner strategico dell’israeliana Elbit Systems. Il tutto nonostante la Norvegia vieti l’export di armi e munizioni verso Paesi in guerra come Israele.

Anche le motivazioni alla base del progetto di ampliamento della produzione di esplosivo non convincono gli attivisti. La Chemring Nobel ha ricevuto dalla Commissione europea 67 milioni di euro per tre diversi progetti finanziati tramite l’Asap. Il fondo – con un budget complessivo di 500 milioni – è stato lanciato nel 2024 per incrementare la produzione di munizioni ed esplosivi in Europa e sostenere in primis l’Ucraina. L’Ue si è impegnata a mettere il 40% dei fondi, mentre gli Stati membri devono coprire il restante 60% dei costi per l’ammodernamento delle linee produttive esistenti e la loro espansione. Due anni dopo, però, i progetti vincitori non hanno ancora raggiunto gli obiettivi richiesti per sostenere l’Ucraina. La stessa Chemring Nobel prevede di concludere la costruzione del nuovo sito produttivo nel 2030, otto anni dopo l’inizio di un conflitto che per quella data potrebbe (e si spera) dirsi concluso.

C’è poi da considerare l’impatto ambientale del progetto. La costruzione del nuovo sito porterà alla distruzione di 15 chilometri quadrati di foresta, ma a preoccupare sono gli alti livelli di inquinamento già causati dalla Chemring Nobel. Il fiordo di Oslo è pesantemente inquinato a causa dell’eccessiva presenza di azoto, emesso anche dall’azienda militare, e l’aumento dei livelli produttivi a seguito della guerra in Ucraina ha già peggiorato la situazione.

Come denunciato dalla Ong Oslofjord open air council, l’impianto di trattamento dell’azienda si è rivelato inadeguato a far fronte ai nuovi volumi e tonnellate di azoto e altri materiali di scarto sono stati scaricati in mare. Per tutta risposta, nel 2024 il ministero del Clima e dell’Ambiente ha permesso alla Chemring Nobel di aumentare le emissioni di azoto annuali fino al 2027, anno entro cui era prevista la realizzazione di un nuovo impianto di trattamento.

Di recente, però, l’azienda ha chiesto al governo altri due anni di proroga. «La Chemring Nobel produce esplosivi destinati a guerre contro le persone e la natura: i 15 chilometri quadrati di foresta da distruggere sono ben poca cosa rispetto alle vaste aree che saranno rese inabitabili dalle bombe dell’azienda. – spiegano gli attivisti – Desta preoccupazione anche il totale disprezzo per le questioni ambientali dimostrato dall’attuale stabilimento della Chemring Nobel a Sætre, che ha ripetutamente sversato sostanze chimiche nel fiordo. La costruzione di un impianto ancora più grande non farà che aggravare la situazione».

Gli stessi attivisti devono ora fare i conti con il disastro ambientale dell’area. Il panorama intorno alla ex caserma militare sembra uscito da una favola: una fitta foresta, corsi d’acqua, cespugli con frutti di bosco e animali selvatici circondano l’accampamento degli attivisti, ma non bisogna farsi ingannare. Il ruscello che scorre proprio accanto alla caserma è contaminato da piombo e altre sostanze chimiche, residui di oltre un secolo di test sugli esplosivi, esercitazioni di tiro e da una vicina discarica di prodotti chimici. Senza contare l’impossibilità di bagnarsi nelle acque del vicino fiordo, ugualmente contaminato. Nell’aria risuonano poi i colpi d’arma da fuoco provenienti dai poligoni di tiro vicini. Nonostante ciò, gli attivisti sono determinati a restare nella zona fino allo smantellamento del progetto. «Siamo in contatto con la popolazione locale contraria alla fabbrica, e con le comunità indigene e internazionali colpite dalla militarizzazione. – hanno dichiarato – Abbiamo partecipato a udienze pubbliche, organizzato proteste presso le aziende coinvolte e creato una rete di persone pronte a difendere Hurummarka. La nostra lotta proseguirà finché le attività letali della Chemring Nobel non saranno fermate».

La loro opposizione alla fabbrica si inserisce in una più ampia critica alla crescente militarizzazione dell’Europa. «I budget destinati alla guerra aumentano a scapito dei servizi sociali e pubblici, mentre il servizio militare diventa sempre più difficile da evitare. Ingenti risorse finanziarie vengono assegnate all’industria bellica. Basti pensare ai 32 milioni di sterline spesi dalla Norvegia per raddoppiare la capacità produttiva della Chemring Nobel». Gli attivisti norvegesi riconoscono le difficoltà di portare avanti questa resistenza, ma non si sentono soli. «La lotta contro la macchina bellica si sta diffondendo a livello internazionale in tutta Europa, con imponenti scioperi giovanili, manifestazioni e mobilitazioni in diversi Paesi contro il genocidio in corso in Palestina, la militarizzazione e le politiche di austerità. Temiamo delle ripercussioni legali ma la preoccupazione per le vite umane prevarrà sempre».

(Altreconomia, 24 settembre 2026)

Un giorno senza donne1 è un film molto importante per la costruzione di una pratica politica nonviolenta, gestita, come ci viene mostrato, dalle donne negli anni passati, in Islanda e in tutto il mondo. Esteticamente è bellissimo nel dare conto della organizzazione della mobilitazione delle donne in quel territorio per il giorno libero delle donne (nell’ottobre 1975). Fluiscono riprese del passato e del presente che si completano in disegni e cartoni animati, in fotografie d’epoca e interviste alle protagoniste, ieri e oggi. Le immagini della natura grandiosa esaltano gli stati d’animo lungo il film, in un esempio di creatività, leggerezza del discorso e verità che insegna a comunicare.

Mettersi d’accordo nella realizzazione di qualche cosa di sentito profondamente da moltissime è stato possibile aggirando esagerazioni personali e ideologiche e raccogliendo il 90% delle donne, bloccando l’intero paese, facendole così risultare convincenti. Per questo hanno contrattato tra loro tra definizioni considerate di destra e di sinistra e hanno accettato il nome di Giorno libero, anziché Sciopero, utilizzando un linguaggio nuovo.

Da quel momento tutto è cambiato e l’Islanda, dicono nel film, è divenuta il paese più facile da vivere al mondo, per le donne.

La mia impressione da quanto dicono e mostrano le islandesi è che ritengano di essere state riconosciute, in seguito a quell’evento, nella loro capacità di esprimere valenze differenti da quelle degli uomini; li volevano cambiare e non perdere la loro propria personalità. La parola parità secondo me non ha di per sé il portato dell’omologazione al maschile ma anche in Italia ha il portato della giustizia che libera le donne da un servigio e un’oppressione, per riconoscere l’esistenza del secondo sesso: dell’Altro. Per cui sta a noi esprimerci in modi personali, liberarci dall’educazione violenta dell’obbedienza e della delega al potere, per riflettere di come educare e educarci al dialogo con ogni altro: comprendere e distinguerci senza il sentimento del conflitto come scontro, ma soltanto quello della propria parzialità e dell’arricchimento dalla verità e parzialità dell’altra esistenza.

Conoscersi e mutarsi, mutare le proprie relazioni è possibile se si rimane vigili nella considerazione riflessiva dei nostri stati d’animo e di quelli di altre e altri, è un procedimento dinamico il dialogo: il motore di ogni elaborazione intellettuale e sentimentale e fa crescere qualcosa di nuovo. È inoltre la conferma che non sei solo e sola e che quello che vivi viene compreso potenzialmente da tutti e può essere affrontato in collaborazione. Un modo di prendere l’autorità politica da chi vuole convivere.

Questo esercizio lo si può pretendere da parte delle donne perché hanno iniziato una rivoluzione nonviolenta, si sono mostrate più inclini per storia sociale ad accogliere l’altro e anche nella fisiologia e pratica materna; e da quegli uomini che pensano di rinunciare al privilegio del comando perché essere due sessi a ragionare è molto meglio, come scrivono Marco Deriu, Claudio Vedovati e altri (vedi anche Disonorare la guerra2). La comprensione di una storia di oppressione personale può insegnare a ripetere lo schema oppressivo ma anche invece a risolverlo. 

Si può imparare a essere più semplici nelle nostre pretese e a non delegare il pensiero politico a nessuno dei potenti, neppure alle nostre abitudini ricevute con l’educazione che dal dominio deriva. La presenza di tutte le generazioni in politica, la bellezza della vecchiaia e la partecipazione politica fino alla fine della propria vita è ancora un miraggio nel nostro paese, pur con la vita lunga che abbiamo, perché l’altro non è ancora stato riconosciuto come interlocutore nelle abitudini della pratica politica istituzionale e in quelle educative della scuola, e al contrario il potere ha preparato un “altro” tecnologico che gli permetta di non confrontarsi mai con l’altro che siamo tutti noi.

Dialoghiamo in presenza, insegniamo a dialogare, facciamone esercizio in casa e in ogni altro luogo. Rallentiamo i tempi delle nostre risposte per riflettere, come ha detto una giovane all’incontro sulla solitudine dei social alla Libreria delle donne il 12 settembre scorso.

Discutere con amiche dopo il film mi ha fatto approfondire l’idea che essere nonviolente e non ideologiche sia l’essenziale per mutare la cultura maschile, e anche quella maschilista che ci viene suggerita dal potere in ogni istante di vita e relazione con gli altri. Il movimento islandese, quello italiano e molti altri hanno insegnato a considerare il secondo sesso non come servizio, ma a tutti gli effetti come un secondo soggetto politico che può, vuole, esprimersi, come la canzone ritmava.

«E poi, come si prosegue?» ha detto una delle mie amiche dopo il film.

Il “poi” per me comincia dall’aver imparato a esprimersi, ascoltarsi e organizzarsi per valere come soggetti. Continua nel continuare a farlo.

Certo non è facile non essere rese impotenti e obbedienti ancora, dal momento che il potere ha proprio questo progetto per tutti i soggetti esistenti, e si impegna a isolarli e sottometterli tutti. Rendere nota questa violenta battaglia che fa il potere e ricordarla sempre è già molto, perché ce lo si dimentica nei fatti dei nostri gesti quotidiani: noi deleghiamo di continuo e ci sottomettiamo di continuo ad azioni pensate per isolarci e renderci automatiche.  

(1) https://www.mymovies.it/film/2024/un-giorno-senza-donne/

(2) Maschile Plurale, a cura di, Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace, Multimage Editrice 2026.

(www.libreriadelledonne.it, 24 settembre 2026)

Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 2 ottobre 2026, dalle 17,20 alle 19, in aula Menegazzi, per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 6 novembre.

Venerdì 2 ottobre 2026, ore 17,20-19. Chiara Zamboni – Esperienza tra sentire, desiderio, enigma.

Venerdì 9 ottobre 2026, ore 17,20-19. Ida Dominijanni – Derealizzare la guerra, ovvero: l’anestesia dell’esperienza.

Venerdì 16 ottobre 2026, ore 17,20-19. Maia Cornacchia e alcune donne di Casa di Ramia – Percezione, presenza, rito.

Venerdì 23 ottobre 2026, ore 17,20-19. Cristina Faccincani – Il tempo dell’esperienza.

Venerdì 30 ottobre 2026, ore 17,20-19. Maddalena Spagnolli – Hannah Arendt: esercizi di immaginazione per dare senso alla contingenza dei fatti.

Venerdì 6 novembre 2026, ore 17,20-19. Sara Bigardi e Laura Colombo – Domande a quali risposte? Intelligenza artificiale e reti relazionali a confronto.

Gli incontri si terranno in aula Menegazzi, ex palazzo di Economia, Università di Verona, via dell’Artigliere 19, angolo via San Francesco. Per le studentesse e gli studenti: a chi frequenta almeno 4 seminari ed è iscritta/o alla laurea triennale e magistrale di Filosofia, alla laurea triennale e magistrale di Scienze dell’educazione, al corso di laurea di Servizio sociale e a quello di Studi strategici verrà inserito nel piano di studi 1 Cfu a partire da un breve elaborato.

Riattivare l’esperienza: una questione politica

Nella politica delle donne è fondamentale fare riferimento all’esperienza come leva per aprire una contraddizione fertile nel mondo già interpretato dai codici dominanti – in particolare nei contesti dove agiamo –, combattendo così per un significato della realtà che tenga conto della verità soggettiva e dello slancio del reale a cui partecipiamo.

Sappiamo che il riferimento alla verità d’esperienza è andato sempre di pari passo con la decostruzione critica delle tante interpretazioni che circolano della realtà. Una cosa non può andare senza l’altra. Tuttavia in questo momento storico molte segnalano la difficoltà nel mettere in parola quell’esperienza viva che può dare uno sguardo diverso e indicare una strada nel presente. Dare un taglio simbolico. La lettura della realtà, che è una delle nostre pratiche più importanti, a volte diventa pura critica al presente, perdendo di vista la scommessa politica che ci guida.

Per questo stiamo mettendo nuovamente a tema il ragionare su quel tessuto vivo, ricco di passioni, contraddizioni, desideri, lutti, scoperte che è la nostra esperienza. Non è un tema nuovo per il femminismo, ma nuovo è il contesto in cui si inserisce oggi tale questione.

Luisa Muraro in un testo di pochi anni fa segnalava quanto il capitalismo contemporaneo tragga profitto dall’appropriazione della nostra esperienza: “esproprio reso possibile dai progressi dell’informatica”, che così desertifica la vitalità dei vissuti. Invitava a stare in questo conflitto, combattendo con le uniche armi a disposizione: “con l’autenticità della presa di coscienza, con la ricerca della verità soggettiva, con la pratica delle relazioni, con la fiducia nelle altre donne”.

La difficoltà che stiamo vivendo nasce dal fatto che il tessuto simbolico delle mediazioni dominanti che ha retto il Novecento e forse anche gli inizi di questo secolo – almeno in Occidente – è completamente saltato. Di fatto il crollo del nucleo portante della civiltà maschile ci ha coinvolto forse più di quello che ci aspettavamo. Per muoverci sensatamente è come se dovessimo ricominciare dagli inizi: dall’esperienza vissuta soggettivamente e spartita con altre e altri. Mettendo in gioco tutto quello che abbiamo e facendolo circolare: il sentire del corpo con il suo lato inconscio, l’immaginazione attiva che ci pone creativamente in relazione all’altro, l’attenzione all’enigma che si svela e si vela nell’esperienza. E questo attingendo al dono prezioso di pensare con le altre e con loro dare parola a quel che viviamo.

Vitali dunque le domande: cosa significa oggi esperienza? Quale la sua forza politica? Che rapporto con il contesto contemporaneo? Come la verità soggettiva diviene parola condivisa?

Bibliografia:

Annarosa Buttarelli, Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Milano 2008.

Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Napoli 2016.

Alenka Zupančič, Disconoscimento, Milano 2024.

(https://diotimafilosofe.it/diotima/grande-seminario/riattivare-lesperienza-una-questione-politica/)

«Il pensiero di Luisa Muraro ci fa interrogare su dove siamo»: così Ida Dominijanni nella redazione aperta di Via Dogana del 14 giugno scorso, il giorno dopo la scomparsa di Luisa. Definire o, peggio ancora, riassumere l’opera di Muraro in poche righe sarebbe impresa impossibile e anche ingenerosa nei suoi confronti: lei, che era anche la pensatrice dello scarto, del salto, della schivata. Del pensiero vivente, quello della politica sorgiva del femminismo: la rivoluzione simbolica della differenza sessuale e del suo senso libero (mai consegnato a una dimensione organicista!), un pensiero che intendeva fare tabula rasa del millenario, falso universale neutro e che, per giungere a questo, doveva farsi pensiero intrecciato alle pratiche e, in primis, alla pratica della relazione. Lei che aveva scritto: «La mia fortuna è stato il femminismo. Quando, a sei anni, mi diedero un banco a scuola, un po’ di carta e una matita, imparare a scrivere era un desiderio che avevo già da uno o due anni. Da quel momento diventò la mia occupazione principale. Ma, per essere una scrittrice, mi difettava il coraggio delle mie idee e, per finire, cominciarono a mancarmi anche le idee. Ho trovato queste e quello con il femminismo: la rottura operata dal femminismo nella tradizione patriarcale, insieme alla pratica della relazione fra donne, mi ha reso forte, intelligente e allegra».

Luisa Muraro, maestra di pensiero e di pratica politica, in cui esprimeva amore per il mondo, per la lingua, per la verità, anzi le verità che molte donne – più donne che uomini, per citare una scrittrice che amava, Ivy Compton-Burnett – andavano scoprendo, aveva avuto, nel 2003, una lunga conversazione con Clara Jourdan, pubblicata in spagnolo nella collana “Biblioteca de Mujeres”.

Questa preziosa conversazione ha visto la luce in italiano nel 2025, pubblicata in un volume dal titolo Esserci davvero. Si legge nella prefazione: «Qui si trovano per la prima volta racconti e pensieri sulla sua vita, i suoi studi e interessi, le sue relazioni, il suo impegno politico […] Inoltre conversando vengono spesso ricordati e commentati libri, articoli, traduzioni […] Una vastissima attività personale e in relazione, in cui si può vedere la storia del femminismo italiano e non solo degli ultimi cinquant’anni». Completa il volume una accurata bibliografia che copre il periodo 1963-2024, amorosamente raccolta e curata da Clara Jourdan.

La conversazione inizia con un ricordo legato alla madre di Luisa, che rammenta come «il coté più mio era rivolto a molte relazioni con donne, le compagne di scuola, le professoresse» e che questo lo percepisse autorizzato dalla madre, in «maniera sorgiva». «Invece il senso che mia madre poteva essere il precedente di forza, il precedente di sapienza […] è venuto con la politica delle donne». Ne L’ordine simbolico della madre, Muraro dirà che la dicibilità dell’esperienza femminile, compressa, quando non cancellata dal patriarcato, poggia sulla costruzione di un ordine simbolico che scaturisce dalla lingua materna, capace di tenere insieme corpo e parole, esperienza e linguaggio che impariamo nella relazione primaria con la madre. Un ordine simbolico, non gerarchico, non essenzialista, in grado di generare forme sociali libere e sensate per le donne.

Altro tema che emerge dal testo è la dimensione relazionale. Muraro ne parla a partire da sé, dalla propria esperienza che interroga nella sua verità e in cui non rintraccia affatto una dimensione «edificante», ma indica la complessità di una pratica in cui lo scambio esiste, «ma è uno scambio dispari», in cui è presente anche «una parte non piccola di egocentrismo» nel costruire una scena interna a cui potersi dedicare e nel chiedere all’altra persona di assicurare la realtà.

Si parla dell’incontro con Rosetta Stella, di Elvio Fachinelli, dell’esperienza di “L’erba voglio”, e del Sessantotto, anche nel rapporto con la sinistra: «Io non mi sono mai identificata con la sinistra per questo suo modo, che possiamo chiamare ideologia, di tagliar fuori delle cose». E poi, il DEMAU e l’incontro con Lia Cigarini, che «era già femminista […] e ha cercato coinvolgermi»: e Luisa si «aggancia» a Cigarini, ed è la stagione del «femminismo fine anni ’60 e inizio anni ’70, quel femminismo sorgivo», a cui si accosta perché «quando una cosa ha una forza di azione io la sento. Non sono un’anticipatrice, la sento nell’esatto momento in cui la cosa si muove». Il rapporto con Cigarini durerà tutta la vita, fino alla scomparsa di quest’ultima, lo scorso aprile.

Tra le cose in movimento ci fu l’arrivo in Italia dei testi di Luce Irigaray, e Speculum venne tradotto proprio da Muraro, che si diffonde sul suo rapporto con la grande pensatrice, mai facile, fino a una brusca rottura, e ci dice un aspetto importante di sé e della sua libertà: «io ho una modalità di relazione con l’altro che è donna, soprattutto quando c’è un senso di forte stima e di ammirazione […] una modalità che probabilmente è di discepola. Di discepola ma di discepola discola, per cui contratto la mia libertà ma non faccio mancare il senso di ammirazione e di riferimento. Sì, contratto la mia libertà, perché do ammirazione e dopo delle strattonate per significare la mia libertà».

Ed è proprio la ricerca di significazione della libertà che porterà Muraro ad approfondire la questione dell’esistenza simbolica, con quel grande testo che è Maglia o uncinetto e con lo studio delle streghe e delle mistiche, sollecitato anche dall’incontro con Romana Guarnieri (e a scriverne: parti molto belle del libro sono dedicate al rapporto con la scrittura, un bisogno e un desiderio capaci di dare felicità, una parola chiave, una parola difficile da declinare nell’epoca delle passioni tristi1, che si unisce alla necessità di narrare le pratiche: «la libera ricerca di Dio come forma di libertà femminile […] nella scrittura mistica femminile la libertà delle donne diventa proprio un’apertura d’infinito». E anche: «Il primato delle pratiche ha la preziosità che il posto delle cose non viene mai occupato interamente dalle costruzioni intellettuali, cioè resta sempre la necessità del metonimico».

Leggiamo dell’avventura della Libreria delle donne di Milano; della nascita di Diotima, comunità filosofica femminile presso l’università di Verona, e dei suoi testi; della rivista “Via Dogana”; della pubblicazione di Non credere di avere dei diritti: «concepito come una narrazione libera di donne che vogliono raccontare la loro storia»; delle pratiche, o “strade”, come le chiama Muraro: l’affidamento, il fare genealogia con le donne.

Al pensiero di Luisa Muraro è stato dedicato, nel settembre 2025, un convegno all’Università Cattolica, dove si era laureata in filosofia con Gustavo Bontadini. Ne sono usciti gli atti, in un volume curato da Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi dal titolo Come quando si accende la luce. Un convegno in cui emersero la potenza e la ricchezza del “pensiero vivente” di Luisa, del suo fare filosofia come “mediazione pratica di vita”: lo ricorda Vita Cosentino, citando un brano di Lingua e verità, cruciale per la comprensione del pensiero di Muraro: «fare filosofia significa, per me, che mi impegno affinché quello che è sia dicibile, il mio impegno esplicandosi principalmente lavorando con le parole sulle parole […] filosofia come io la insegno è filosofia pratica, non nel senso ricavabile dalla tripartizione di Kant, ma nel senso che è mediazione pratica di vita il cui valore io misuro praticamente, direttamente in me o nella testimonianza dei testi». Testi da leggere, discutere, da accogliere nella loro capacità di testimonianza, dell’essere presenti e raccontare ciò che c’è, ciò che dicono nell’“esserci davvero”, nell’apertura e nella curiosità che questo “esserci davvero” porta con sé.

Le relazioni presenti negli atti si articolano nell’esplorare il lavoro di Muraro sotto molteplici aspetti: l’amore per la madre (Diana Sartori e Cesare Casarino), la pratica filosofica (Riccardo Fanciullacci), la relazione tra diverse realtà (Carla Lunghi), l’esplorazione di storie nascoste da significare liberamente (María-Milagros Rivera Garretas), la sapienza mistica (Wanda Tommasi), la ricerca di una lingua «politica e popolare»2, la politica del «dire e fare fuori sesto» (Paolo Gomarasca), la sua presenza in libreria (Laura Colombo). Nella bella introduzione, Chiara Zamboni scrive che «Il pensiero di Luisa Muraro è un bene comune», nell’apertura del suo pensiero scritto, «mai bloccandolo in definizioni», e lo è anche «nel significato politico del termine, nella misura in cui rende fertile il vivere assieme e contribuisce a crearne il senso, il passo, i modi». Ed è Ida Dominijanni, che molto ha scritto di Muraro in modo fine e appassionato, a inserire le sue «pratiche del pensiero [che] sono anche pratiche politiche» nella vicenda che dalla nascita del “soggetto imprevisto” della differenza sessuale, con la sua «portata ontologica, storica e politica» giunge a mettere in gioco il paradigma stesso della modernità.

Addio, Luisa, o forse arrivederci, chi sa. Costruttrice di un “noi” mai chiuso, matrice di senso, orizzonte di sorprese e di inedito: «[…] come devo regolarmi con il linguaggio […]? […] Mi pare tuttavia d’aver trovato una mezza regola: quando ti viene da dire “io”, prova a pensare “noi” e quando ti viene da dire “noi”, pensa che “c’è altro”».

Libri citati

Luisa Muraro, Esserci davvero, a cura di Clara Jourdan, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025; Laura Colombo, Vita Cosentino, Wanda Tommasi (a cura di), Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Milano-Udine, Mimesis edizioni, 2026; Luisa Muraro, Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, Roma, Manifestolibri 1998 (Milano, Feltrinelli, 1981); Luisa Muraro, La folla nel cuore, Pratiche Editrice, Milano 2000; Luisa Muraro, Lingua e verità, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 1995.

1 Farà riferimento al possibile legame tra politica e felicità Maria Pia Lessi in una relazione, come difensora civica, del 2001.

2 Così Annarosa Buttarelli Zambelli nella sua relazione “La folla dentro il cuore”, titolo di un libro di Luisa Muraro in cui sono raccolti articoli pubblicati su giornali e riviste, spesso a partire da fatti di cronaca.

(Leggendaria n. 179, settembre 2026)

La strada dell’intelligenza artificiale, a detta dei suoi stessi creatori, si sta rivelando sbagliata. L’8 settembre Jacob Coxon, un ricercatore di Anthropic, si è dimesso accusando la sua stessa azienda e OpenAI di correre verso l’apocalisse. «Le persone che sviluppano l’IA – ha detto – credono che questa tecnologia potrebbe eliminare tutti. Molti dirigenti delle aziende mitigano i loro timori con la stampa». «La corsa verso una superintelligenza – ha aggiunto – capace di auto-migliorarsi potrebbe arrivare a mettere in pericolo persino la sopravvivenza dell’umanità entro la fine di questo decennio». Si parla di sistemi, capaci di migliorarsi autonomamente al punto da sfuggire al controllo umano. Coxon ha aperto il vaso di Pandora. Dopo di lui, Evan Hubinger, che ad Anthropic guida il lavoro sulla sicurezza dei modelli, ha dichiarato che «c’è una possibilità superiore al 10% che l’umanità si estingua entro 10 anni». Il dirigente di Anthropic Dario Amodei ha confermato che «esistono pericoli reali», aggiungendo che «per troppo tempo l’industria ha mentito sul fatto che queste tecnologie non comportassero rischi». Oggi propone «un rallentamento coordinato, verificato da valutatori indipendenti e sostenuto da accordi tra governi». D’accordo con lui si sono detti Sam Altman e Elon Musk. A seguire, 1300 ricercatori, impegnati nello sviluppo dell’IA, hanno firmato un appello per chiedere al governo Usa che sostenga «uno sforzo internazionale» per «rallentare l’avanzata dell’IA».

Si sta riproponendo lo stesso scenario della fabbricazione della bomba atomica, un’altra strada sbagliata, che ancora oggi fa paura. Allora ci furono scienziati che si rifiutarono di partecipare al progetto. Lise Meitner, grande scienziata, disse: «Non avrò niente a che fare con una bomba atomica». Chi vi partecipò lo fece con grande entusiasmo, in nome di una scienza senza limiti, e solo dopo il test cominciarono a farsi domande «sul futuro della civiltà e sui rischi che comportavano i progressi della scienza». Finita la guerra in Europa, ma non nel Pacifico, anche allora molti ritenevano che il progetto doveva rallentare o addirittura fermarsi, e che comunque la bomba non andava sganciata sul Giappone. Sappiamo come è andata a finire. Solo dopo Hiroshima e Nagasaki molti si pentirono, si sentirono in colpa, ma ormai era troppo tardi. Per l’intelligenza artificiale nessuno si è rifiutato di partecipare al progetto. Oggi gli stessi creatori scoprono che è pericolosa. Davvero era difficile immaginarne le conseguenze o le hanno volutamente ignorate? Chiedono di rallentarne l’avanzata, ma non di fermarla. È come dire rallentiamo l’apocalisse ma non la fermiamo. Donald Trump li ha bollati come “forze molto negative” e non ha alcuna intenzione di rallentare, per mantenere il vantaggio sulla Cina. Jacob Coxon se n’è andato, rinunciando a un contratto milionario. Quanti altri lo seguiranno? Per chi ha investito montagne di soldi, alla fine, prevarrà l’avidità o la responsabilità? La verità è che ci sono strade che non bisogna prendere, come insegna Sun-tzu nell’Arte della guerra, antico libro della sapienza cinese, a cui si rifà Luisa Muraro nel suo libro L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. «Ci sono strade – scrive il saggio – che non bisogna prendere, ci sono ponti che non bisogna attraversare, ci sono possibilità che non bisogna cogliere». Tra le strade che non bisognava prendere, Muraro indica, oltre alla bomba atomica, l’eugenetica che, «tradotta in programmi di governo nell’Europa del centro-nord e negli Usa, è infine sfociata in un genocidio» e l’utero in affitto che distrugge il fondamento della civiltà umana, il venire al mondo da corpo di donna, nella relazione con la madre. Strade che non bisognava prendere sono l’IA, il riarmo e il surriscaldamento globale, che mettono a rischio la sopravvivenza dell’umanità. Denunciare il pericolo dell’IA non è catastrofismo ma presa di coscienza, per fermare e non procrastinare una catastrofe senza ritorno.

(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io Donna”, 20 settembre 2026)

di Eman Abu Zayed*

Nel campo profughi di Nuseirat, nella zona centrale di Gaza, Sohair Al Bordani sta cercando di affrontare una vita completamente diversa da quella che conosceva prima della guerra. Sohair ha trent’anni e l’offensiva israeliana l’ha costretta ad abbandonare la sua casa a Jabaliya. Dopo dieci anni di matrimonio e dopo essersi presa la responsabilità di crescere i suoi quattro figli, Sohair non crede più che aspettare soluzioni o portare avanti procedimenti legali possa cambiare la sua difficile realtà. Con l’intensificarsi delle pressioni economiche e psicologiche causate dalla guerra, le controversie familiari si erano complicate e portare avanti il matrimonio era diventato estenuante. Pur cercando di far valere i propri diritti attraverso i canali legali, ha scoperto che accedere alla giustizia in quelle circostanze era diventato estremamente difficile.

«La guerra ha aumentato la tensione in famiglia, in un momento in cui anche i beni di prima necessità erano difficili da procurare», racconta Sohair. Con le procedure legali interrotte e il perseguimento delle cause sempre più difficile, Sohair ha preso la dolorosa decisione di rinunciare ai propri diritti alla ricerca di un nuovo inizio, lontano da anni di sofferenza: «Ho rinunciato a tutto perché ottenere uno qualsiasi dei miei diritti in queste circostanze era diventato estremamente difficile. Volevo solo trovare la pace e iniziare una nuova vita, lontana da tutto ciò che avevo vissuto».

La storia di Sohair Al Borani riflette la realtà di molte donne e famiglie di Gaza, rimaste intrappolate in procedimenti giudiziari in sospeso. Nonostante la guerra in corso, i casi relativi allo stato personale hanno continuato a essere sottoposti ai tribunali religiosi. Secondo lo sceicco Hassan Al-Jojo, presidente del Consiglio supremo della Magistratura della sharia nella Striscia di Gaza, i tribunali hanno registrato circa 8.701 casi di divorzio dall’inizio della guerra fino alla fine di maggio 2026. I tribunali hanno continuato a gestire i casi di diritto di famiglia nonostante le notevoli difficoltà, tra cui i danni agli edifici giudiziari e la carenza di giudici e personale.

Oltre ai casi di divorzio, i dati del Consiglio supremo mostrano che i tribunali hanno gestito circa 82.126 pratiche durante la guerra. Le corti hanno continuato a operare, nove dei dieci tribunali sono stati riaperti e «i servizi essenziali, tra cui le pratiche relative a matrimoni e divorzi e altre procedure non si sono interrotti», afferma Al-Jojo. Tuttavia, aggiunge che i tribunali operano con risorse fortemente limitate. Ogni corte dispone di un solo computer e le ripetute interruzioni di corrente, la carenza di materiale stampato e di forniture d’ufficio di base incidono sul loro lavoro. «La priorità in questa fase è continuare a fornire il servizio piuttosto che svilupparlo», afferma Al-Jojo.

I dati relativi ai divorzi da soli non riflettono appieno l’impatto della guerra sulle famiglie. Le conseguenze si sono estese alla capacità delle donne di far valere i propri diritti legali dopo la separazione, in particolare nei casi riguardanti gli alimenti, l’affidamento dei figli e i diritti finanziari, in un contesto caratterizzato da restrizioni alla libertà di movimento e dall’interruzione delle procedure giudiziarie. Nel caso di Aya Al-Sweiti, dopo essere stata sfollata da Jabaliya a Nuseirat, l’accesso ai propri diritti legali è diventato un’ulteriore sfida, portandola infine a rinunciare.

Per Suad Al-Naami, ventidue anni, la fine del suo matrimonio è arrivata molto prima di quanto si aspettasse. Dopo soli cinque mesi, si è trovata ad affrontare litigi legati alle condizioni di vita nelle tende e alle difficoltà dello sfollamento. Racconta che vivere in una tenda, insieme alla perdita di privacy e alle difficoltà nel soddisfare i bisogni primari, ha reso i conflitti più complessi. Questo l’ha spinta ad abbandonare il tetto coniugale per due mesi prima di prendere la decisione definitiva di porre fine alla relazione tramite il khul’ (divorzio avviato dalla moglie) piuttosto che rimanere in una situazione emotivamente estenuante.

«Non avrei mai immaginato che la mia vita matrimoniale sarebbe iniziata in questo modo. Speravo che avremmo avuto una casa e una vita stabile, ma lo sfollamento ha reso tutto più difficile – racconta – Vivevamo sotto un’enorme pressione. Non c’era privacy e ogni aspetto della vita diventava estenuante. Anche le questioni più banali si trasformavano in conflitti». Suad spiega che porre fine al matrimonio non è stata una decisione facile, soprattutto perché le ha richiesto di rinunciare ad alcuni dei suoi diritti, «ma sentivo che affrontare un lungo procedimento legale e aspettare per anni non avrebbe fatto altro che aumentare la mia sofferenza. Volevo solo ricominciare da capo. Rimanere in una relazione piena di problemi era più difficile della decisione di separarci».

L’avvocato Mohammad Al-Tala’a afferma che la guerra ha influito in modo significativo sul funzionamento delle istituzioni giudiziarie, limitando la possibilità delle persone di accedere alla giustizia. La distruzione dei tribunali e delle procure ha portato al rinvio di migliaia di udienze e alla sospensione di molti procedimenti. Migliaia di fascicoli e documenti sono andati perduti a causa dei bombardamenti, rendendo difficile dimostrare i propri diritti. «La guerra – spiega Al-Tala’a – ha creato circostanze eccezionali per quanto riguarda la tutela dei diritti di proprietà e l’esecuzione delle sentenze, rendendo il ripristino dei servizi giudiziari e lo sviluppo di meccanismi alternativi per la conservazione delle prove e dei documenti tra le priorità durante la fase di recupero e ricostruzione».

«I casi relativi agli alimenti, all’affidamento e al divorzio – continua – sono tra i più delicati a causa del loro impatto diretto sulla vita. La sospensione dei servizi di esecuzione dei tribunali ha lasciato molte donne aventi diritto agli alimenti senza una fonte di sostegno finanziario, senza cibo, medicine e alloggio, aumentando al contempo gli importi accumulati non pagati e rendendo più difficile la riscossione futura».

Al-Tala’a spiega che la continua sospensione dei procedimenti di divorzio ha lasciato alcune donne intrappolate in relazioni coniugali. «Le controversie familiari irrisolte – conclude – hanno avuto ripercussioni sui bambini, sia impedendo ad alcuni di mantenere i contatti con uno dei genitori, sia aggravando il disagio psicologico causato dall’instabilità familiare, oltre al trauma provocato dalla guerra stessa».

Tra cause pendenti e diritti negati, molte persone a Gaza attendono giustizia. Mentre i casi si accumulano, la garanzia dell’accesso dei cittadini ai propri diritti rimane un passo essenziale verso la ripresa.

(*) scrittrice palestinese e studentessa di traduzione a Gaza

(il manifesto, 27 agosto 2026)

Il Famedio o “Tempio della fama” occupa la parte centrale del Cimitero Monumentale di Milano e accoglie le tombe e le iscrizioni delle personalità che hanno reso celebre la città. Tra i 14 nomi che quest’anno nella cerimonia del 2 novembre verranno ufficialmente iscritti c’è quello di Luisa Muraro a riconoscimento dei suoi meriti intellettuali e umani che hanno vivificato la cultura della città. 

Intervistata per il volume collettivo Pensare Milano1 Luisa Muraro scrive: 

«Mi piace abitarci perché qui c’è società femminile, perché le donne che vivono in questa città, anche quelle che provengono da fuori, ereditano una storia di dignità femminile, una storia di esistenze femminili importanti. Maria Gaetana Agnesi matematica del secolo XVIII, dedicò le sue “Istituzioni analitiche” all’imperatrice Maria Teresa; Anna Maria Mozzoni, la migliore esponente del femminismo italiano nel secolo XIX, milanese di Rescaldina, conosceva e ammirava la figura di Guglielma. Una donna che ama la libertà, venendo a Milano queste cose le avverte, anche se le ignora nel dettaglio. Io le ho avvertite».

1 Marina Calloni, Marisa Bertoldini, a cura di, Pensare Milano. Intellettuali a confronto con la città che cambia, Guerini e Associati, Milano 1992

(www.libreriadelledonne.it, 17 settembre 2026)

Mentre le scie dei missili striano il cielo sopra lo stretto di Hormuz, gli iraniani – e soprattutto le iraniane – persistono nella lotta contro le imposizioni e la repressione del regime degli ayatollah. Lo fanno senza sosta, sfidando proiettili ed esecuzioni capitali, da quando una ragazza curda in vacanza a Teheran è stata uccisa dalla polizia morale. Era il 16 settembre del 2022 e le immagini dell’arresto di Mahsa Jina Amini rimbalzavano di città in città percorrendo tutto il globo, mentre l’Iran veniva incendiato dai giovani manifestanti. Quell’uccisione di Stato divenne il detonatore di un’imponente rivoluzione. Il movimento prende il nome di Jin, Jiyan, Azadi (Donna, Vita, Libertà) lo slogan curdo adottato dai manifestanti iraniani dopo la morte di Amini. Dall’autunno di quattro anni fa una marea di donne ha inondato vie e piazze, con i capelli al vento e i veli stretti in pugno; quelli che prima erano simboli di oppressione hanno cambiato lato e sono diventati strumenti di potere nelle mani delle iraniane. La risposta del regime non si è fatta attendere: repressione nel sangue, crudeltà e torture sono aumentate in un crescendo inarrestabile. Secondo Amnesty International, nel 2025 sono state giustiziate più di mille persone, un numero che non si registrava dal 1989. Dal 2022 la Repubblica islamica ha incrementato costantemente il numero di esecuzioni per intimorire e sedare le proteste, senza grandi risultati. Le donne iraniane cercano la liberazione da circa cinquant’anni, da quando nel 1979 la rivoluzione tradì le loro speranze. È da qui che parte il documentario A war on women della regista iraniana-canadese Raha Shirazi. Uscito nella scorsa primavera, A war on women è una pellicola che, con ritmo incalzante e materiale d’archivio sorprendente, mostra cinque decenni di storia e quattro generazioni di donne che hanno lottato per spezzare le catene opprimenti imposte dal regime. Abbiamo incontrato la regista durante la presentazione del documentario in un cinema all’aperto dell’estate romana. L’abbiamo raggiunta a fine documentario per chiederle la sua lettura della rivoluzione iraniana a quattro anni dall’evento che l’ha scatenata e a più di sei mesi dall’attacco israelo-statunitense su Teheran.

Nel documentario c’è un’enorme quantità di immagini e di materiale d’archivio. Ai video in bianco e nero si alternano quelli recenti fatti con il telefonino. Quanto è stato difficile recuperare e mettere insieme cinquant’anni di storia?

Sicuramente non è stato un processo rapido: ci sono voluti circa tre anni per realizzare il film. Il lavoro sull’archivio è stato lungo e complesso. Non solo perché abbiamo dovuto passare giorni, settimane, mesi a guardare immagini, video e fotografie ma anche perché in mezzo a tutto quel materiale abbiamo dovuto selezionare quali fossero gli attimi, le persone e le voci che meglio potessero descrivere e raccontare la storia delle donne iraniane. Non sono bastati ovviamente gli archivi ufficiali: per ricostruire la resistenza delle donne dovevamo partire dal loro sguardo, quello che viene costantemente oscurato dal regime e che rimane negli archivi personali nascosti nelle case. Abbiamo quindi messo in piedi una rete, dentro e fuori dall’Iran, per cercare quei materiali preziosissimi. Senza quelli avremmo semplicemente percorso cinquant’anni di storia. Il nostro scopo era invece ricostruire quegli stessi anni come se l’obiettivo fosse costantemente nelle mani delle donne, adottando i loro occhi e il loro punto di vista.

Il film termina con le proteste che sono seguite all’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022. In cosa quell’evento è stato diverso da altri? Cosa l’ha reso un detonatore così potente? È stato anche il motivo della realizzazione del documentario?

L’uccisione di Jina è stata un detonatore fortissimo, ma tutto ciò che è esploso in quel momento era già presente nella società iraniana. Questo va tenuto ben presente, altrimenti rischiamo di ignorare tutti quegli anni di ribellione del popolo iraniano. Allo stesso tempo non si può negare che quell’evento sia stato fondamentale per far scattare la protesta. Credo che sia successo perché milioni di iraniani si potevano riconoscere in Jina. Ricordiamoci che il 37% della popolazione iraniana è under 25: è molto semplice rispecchiarsi in una giovane ragazza che va in vacanza a Teheran e viene fermata per un qualcosa che tutte le donne iraniane vivono quotidianamente, ovvero il modo in cui bisogna indossare il velo. Il pensiero che istantaneamente si innesca è che quello che le è successo può succedere a tutte. Questo ha spinto masse di persone dentro e fuori dal Paese: anche gli iraniani in diaspora aspettavano i video di quello che stava accadendo. Io ero una di loro. Mi ricordo che guardavo ossessivamente le immagini delle proteste: ragazze giovanissime che scendevano in strada, si toglievano il velo, ballavano, cantavano, affrontavano il regime. In quel momento, mentre tutto il mondo osservava fiumi di persone invadere le strade, sentivo che era necessario spiegare che quel movimento non era nato improvvisamente nel settembre del 2022. Quella rivolta era il risultato di decenni di lotta. C’era una rabbia che si era accumulata nel Paese per moltissimo tempo: la morte di Jina è arrivata dopo anni di difficoltà economiche, mancanza di libertà e proteste represse violentemente. Se poi dobbiamo parlare delle differenze rispetto a manifestazioni e proteste precedenti, credo che una delle novità principali di Donna, Vita, Libertà sia stata la partecipazione degli uomini. Per la prima volta, in maniera così forte, la libertà delle donne non è stata più percepita solamente come una “questione femminile”. È diventata il cardine della liberazione di un’intera società. Questo cambia tutta la percezione e il modo in cui una protesta si mostra. Gli uomini sono scesi in strada accanto alle donne e hanno gridato “Donna, Vita, Libertà”. Per me è stato uno dei cambiamenti più profondi prodotti dal movimento. Tornando al motivo del documentario è indubbio che anche per me l’uccisione di Jina e le proteste che sono seguite hanno rappresentato uno degli impulsi principali, ma non l’unico. C’è stato anche qualcosa di profondamente personale. Sono nata in Iran, sono cresciuta fuori dall’Iran e la storia delle donne iraniane attraversa anche la storia della mia famiglia e la mia. Più andavo avanti nella ricerca, più mi rendevo conto che non potevo raccontare quelle donne come se io fossi completamente esterna. Una delle scoperte più importanti per me sono state le manifestazioni dell’8 marzo 1979, pochissimi giorni dopo la fine della rivoluzione. Vedere le immagini del ’79, la tenacia e le richieste di quelle donne, e poi vedere, quarant’anni dopo, le ragazze di Donna, Vita, Libertà ha rappresentato un punto di svolta. Ho capito che non si trattava di due storie separate: c’era un filo che univa quelle generazioni. Il film è nato proprio dal desiderio di rendere visibile quel filo ignorato dal resto del mondo, che ha aperto gli occhi solo nel 2022. 

A proposito delle proteste post rivoluzione del ’79, nei primi minuti del documentario viene mostrata un’intervista a due manifestanti iraniane. Sembrano molto diverse, eppure lottano per lo stesso motivo. Una ha il velo, l’altra no; una parla delle donne occidentali come vittime di oggettificazione, l’altra parla delle donne iraniane come sfruttate sia dalle logiche occidentali che da quelle orientali. Crede che si tratti di un pensiero ancora vivo nelle manifestanti che oggi animano la rivoluzione? Le donne iraniane si sentono ancora vittime di entrambi i sistemi e di entrambe le culture?

Sì, credo che in parte sia ancora così. Quell’intervista mi aveva colpito perché era stata registrata nel 1979, ma risulta ancora di grande attualità. Le donne iraniane sono state per molto tempo vittime di pressioni che arrivano da entrambe le parti, anche se naturalmente in forme molto diverse. Ma rispetto a cinquant’anni fa c’è una differenza enorme e fondamentale: la nuova generazione di donne iraniane si rifiuta di essere definita come vittima. Queste donne dicono chiaramente: il mio corpo appartiene a me, la mia voce appartiene a me, la mia vita appartiene a me. Non accettano che sia lo Stato a decidere come devono vestirsi, comportarsi, vivere e rifiutano che siano altri, fuori dall’Iran, a stabilire che cosa debba significare libertà. Vogliono essere loro stesse a sceglierla e a conquistarla. Nessuno si può arrogare il diritto di farlo al posto loro. Questa è la vera potenza del movimento.

È sicuramente la sua forza e probabilmente anche il motivo per cui quel movimento non si è fermato. Una delle esplosioni di protesta più forti c’è stata a fine 2025 ed è durata fino allo scoppio della guerra tra Israele, Stati Uniti e la Repubblica islamica. Il conflitto ha necessariamente posto un freno alle proteste di piazza e ha anche portato alla morte di Khamenei, che i manifestanti iraniani chiedevano a gran voce. Cos’ha comportato tutto questo per il popolo iraniano?

Le proteste tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno dimostrato ancora una volta quanto profondamente una parte enorme della popolazione iraniana sia stanca e insofferente nei confronti del regime. Le persone sono state disposte ad affrontare disarmate, a mani nude, le pallottole della polizia. Questo significa essere pronti a rischiare tutto pur di aspirare a un futuro diverso. La risposta del regime è stata feroce: le persone sono state massacrate per le strade senza pietà, sono state arrestate, imprigionate e torturate. Poi è arrivata la guerra. Ma il conflitto – va detto chiaramente – non ha aiutato il popolo iraniano. Quello che vediamo ora è infatti un regime che continua ad arrestare e giustiziare i propri cittadini e che nasconde la repressione sotto i fumi dei bombardamenti. Prima o poi questa guerra finirà, in un modo o nell’altro. Quello che non sappiamo, di cui ho grande paura, è cosa rimarrà dopo. Mi chiedo se questo conflitto, anziché aiutare gli iraniani a conquistare la libertà, abbia contribuito a rendere ancor più brutale e forte l’apparato repressivo della Repubblica islamica. Per questo bisogna sempre distinguere tra regime e popolo: combattere la Repubblica islamica e bombardare l’Iran non sono la stessa cosa.

Crede quindi che decapitare il regime non lo abbia indebolito?

Credo che il conflitto abbia rafforzato soprattutto l’efferatezza e la capacità repressiva del regime. Non credo che la guerra abbia improvvisamente consolidato il potere, restituendo agli occhi degli iraniani legittimità alla Repubblica islamica. Le ragioni per cui le persone sono scese in piazza non sono scomparse. Allo stesso tempo la guerra ha creato una situazione estremamente pericolosa. In questo momento l’attenzione internazionale è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto, mentre continuano gli arresti, le condanne, le esecuzioni e la repressione. Se il mondo non guarda, per il regime diventa molto più facile agire. La Repubblica islamica sta usando questa situazione in maniera molto strategica per eliminare persone che considera una minaccia alla propria sopravvivenza. Per questo non credo che possiamo misurare il successo di questa guerra semplicemente chiedendoci quanto abbia indebolito militarmente la Repubblica islamica. Dobbiamo anche chiederci: che cosa sta succedendo alle persone che per anni hanno combattuto questo regime dall’interno? Se la risposta è che quelle persone vengono arrestate, condannate e uccise allora dobbiamo avere il coraggio di dire che la guerra non le sta liberando. La mancanza di attenzione internazionale permette alla Repubblica islamica di proseguire indisturbata. In questo senso il regime ha potere, come se non fosse stato realmente indebolito. La forza e la debolezza di un governo si valutano con unità di misura diverse. Da un lato la repressione della popolazione che si oppone è un segno di paura di perdere il controllo; dall’altro è evidente che la possibilità di emettere condanne arbitrarie e uccidere senza conseguenze è un segno di forza. 

In questa assenza di interesse internazionale che ruolo ha avuto il legame con la diaspora, con chi vive fuori dall’Iran?

Chi vive fuori dal Paese può diventare la voce di chi, all’interno, non ha la possibilità di parlare liberamente o di spiegare al resto del mondo cosa sta realmente succedendo. La diaspora può creare un canale attraverso il quale testimonianze, immagini e racconti riescono a superare i confini dell’Iran. In questo senso, credo che il ponte costruito da chi è stato costretto a vivere fuori dall’Iran sia stato, e continui a essere, estremamente importante: non per parlare al posto di chi è dentro, ma per amplificarne la voce e fare in modo che non venga isolata o silenziata. Durante i periodi di blackout di Internet questo ruolo è diventato ancora più evidente, perché mantenere aperta quella via di comunicazione è diventato molto più difficile e, allo stesso tempo, ancora più necessario.

E adesso? Cosa ne è della rivoluzione?

Innanzitutto dobbiamo chiederci che cosa intendiamo quando parliamo di rivoluzione. Abbiamo spesso un’immagine molto precisa del significato di “rivoluzione”: milioni di persone nelle strade, un governo che cade, un momento storico chiaramente identificabile. Ma le rivoluzioni non sono tutte uguali e possono assumere forme diverse. Una donna che oggi in Iran decide di uscire per strada senza velo, sapendo quali possono essere le conseguenze, sta compiendo un atto rivoluzionario. Una donna che canta, che balla, che mostra il proprio corpo e i propri capelli, consapevole che gesti che dall’altra parte del mondo sembrano così banali possono portarla in carcere o persino costarle la vita, sta sfidando direttamente il sistema che cerca di controllarla. Questa ribellione quotidiana non si è esaurita con l’attacco israelo-statunitense. L’obiettivo rimane chiaro, ed è la fine di questo regime brutale. Sarebbe un errore, però, pensare che quando non vediamo milioni di persone occupare le strade allora la rivoluzione sia finita. C’è un’insurrezione che continua quotidianamente nella vita delle donne iraniane: nel loro rifiuto di tornare indietro e di rinunciare alle libertà che hanno conquistato pagando un prezzo enorme. E forse una delle cose che Donna, Vita, Libertà ci ha insegnato è proprio questa: una rivoluzione non è soltanto il momento in cui cade un regime. È tutto il percorso, che inizia quando le persone smettono di accettare il modo in cui quel regime pretende che vivano.

Per concludere, dobbiamo pensare che oggi la preoccupazione della Repubblica islamica sia esterna o interna?

Credo profondamente che la vera minaccia al regime siano il popolo iraniano e la rivoluzione che porta avanti da anni. I bombardamenti e gli interventi esterni possono certamente modificare gli equilibri politici o militari, ma la contestazione interna è molto più viscerale e corrosiva. È il frutto di decenni di resistenza clandestina, disobbedienza civile e insurrezione vera e propria, con la consapevolezza delle conseguenze di ogni singolo atto. Per me è importante non perdere di vista questo aspetto, soprattutto oggi: la lotta degli iraniani non nasce dalla guerra e non nasce da un intervento straniero. È una lotta che esiste da quasi cinquant’anni e che appartiene prima di tutto al popolo iraniano.

(Lucy-Sulla Cultura, 16 settembre 2026, https://lucysullacultura.com/tre-anni-dopo-luccisione-mahsa-amini-la-rivoluzione-iraniana-non-si-ferma-intervista-a-raha-shirazi-regista-di-a-war-on-women/)

Il 16 settembre 2022 la giovane moriva in cella. Oggi molte donne continuano a non indossare l’hijab e i giovani parlano di libertà con una naturalezza che prima non avevano: il cambiamento si è sedimentato nonostante la repressione accentuata dalla guerra

Di acqua sotto i ponti del Medio Oriente, da quel 16 settembre di quattro anni fa, ne è passata tanta. Una giovane donna, Mahsa Jîna Amini, arrestata dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo, moriva in stato di detenzione. Qualcosa in Iran, da quel momento, non è più tornato come prima, anche se la ricorrenza passa largamente sotto silenzio all’interno del paese.

Il movimento nato da quella uccisione, Donna, Vita, Libertà, non si è esaurito nei mesi di proteste che nel 2022 attraversarono il paese da un capo all’altro. Ha lasciato un segno più lento da misurare, meno vistoso di un corteo represso a colpi di fucili a pallottole di gomma e lacrimogeni, ma probabilmente più duraturo. Ha cambiato il modo in cui la società iraniana guarda al potere.

Gli eventi hanno provocato una crepa anche dentro il mondo accademico e intellettuale che la Repubblica islamica aveva costruito con pazienza per decenni. Il progetto teorico che voleva leggere la società solo attraverso una sociologia islamica, fondata sui principi religiosi e sulla rivelazione, accantonando i concetti nati in Occidente, ha mostrato i suoi limiti.

Per anni, almeno nelle università, la sociologia laica era stata vista come uno strumento estraneo, importato, quasi ideologicamente sospetto. Le proteste del 2022 hanno messo a nudo i limiti di quell’impianto. Difficile spiegare con le categorie della sociologia islamica una generazione di ragazze che si toglie il velo in piazza sapendo di rischiare l’arresto, o un movimento che parla apertamente di autonomia individuale e diritti di genere.

I sociologi di formazione laica, più abituati a un’analisi empirica e meno vincolati a una cornice ideologica, si sono trovati improvvisamente più attrezzati a leggere quello che stava accadendo. Non è un dettaglio da poco. È il segno di una frattura tra una parte della società, in gran parte giovane, e le fondamenta teocratiche su cui lo stato ha costruito la propria legittimità. Da qui è nata una domanda che resta al centro di tutto: cambiare i governanti basta, o serve cambiare la struttura del potere?

La reazione del potere si è tradotta in repressione, e quella sì ha funzionato, nel senso stretto del termine. Arresti, condanne pesanti, manifestanti uccisi, l’onda di piazza si è ritirata. Ma chi pensa che questo significhi un ritorno alla situazione precedente sbaglia.

Molte donne continuano a non indossare l’hijab obbligatorio e lo fanno ogni giorno, in modo silenzioso, senza bisogno di uno slogan da gridare. La resistenza civile è diventata abitudine, un gesto quotidiano più che un atto politico dichiarato. I giovani parlano di libertà e di scelta con una naturalezza che prima non avevano, o che avevano solo in privato.

Poi sono arrivate le guerre, e hanno cambiato la scala del problema. La guerra dei dodici giorni nel giugno 2025 e il conflitto successivo che nel 2026 hanno inferto un colpo durissimo a un’economia già fragile. La moneta locale ha perso enormemente valore, l’inflazione ha superato il 70 percento sui beni alimentari di prima necessità.

La guerra ha mostrato un paese diviso, forse più diviso di prima. C’è chi ha sperato che i missili statunitensi facessero quello che decenni di proteste non erano riusciti a fare, e chi invece ha visto in ogni bombardamento straniero un torto in più da aggiungere a quelli già subiti dal potere. In mezzo, la maggioranza della popolazione, stretta tra due dolori che non si escludono a vicenda.

Poi però sono arrivate le immagini degli impianti petroliferi in fiamme, dei quartieri di Teheran sventrati, e qualcosa si è incrinato anche in chi all’inizio aveva tifato per la guerra. Guardare bruciare il patrimonio industriale del paese valeva più del prezzo che molti erano disposti a pagare per un cambio di sistema. Altri, tra le macerie delle case, si chiedevano solo cosa fare il giorno dopo.

Sospesa la fase più intensa del conflitto, la repressione non si è fermata, anzi. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di un aumento delle esecuzioni. Eppure le donne continuano a togliersi il velo per strada, guerra o non guerra, come se quella battaglia fosse ormai indipendente da tutto il resto. C’è anche chi rifiuta sia l’aggressione straniera sia le giustificazioni del potere centrale e chiede un cambiamento che nasca dal basso. Ma resta minoritaria, schiacciata tra chi vuole più guerra e chi la rifiuta del tutto.

Quattro anni dopo, insomma, non c’è stata una rivoluzione, ma piuttosto un cambiamento lento, mentre lo Stato ha continuato a irrigidirsi in risposta, in un braccio di ferro che la guerra rende più teso e più povero per chi lo vive ogni giorno.

L’Iran libero del futuro, quando verrà, porterà addosso il segno di chi lo avrà pagato di persona, specialmente le donne del movimento Donna, Vita, Libertà, che hanno aperto la strada a quella libertà millimetro per millimetro, spesso a un prezzo altissimo.

Quelle arrestate, quelle uccise, quelle che ancora oggi si tolgono il velo. Non è un dettaglio di contorno della storia. È la base su cui quella libertà sarà stata costruita.

(il manifesto 16 settembre 2026)

La notizia della condanna da parte del Regno Unito e di altri dieci Paesi delle azioni efferate dei coloni in Israele è una notizia di straordinaria e finalmente positiva portata. Essa segna la fine della omertà generale con le condotte ormai decennali dello Stato di Israele volte a sradicare la presenza palestinese in Palestina. Dicono i minimizzatori che si tratta solo di alcuni Paesi e non dell’Unione Europea, e che la censura è rivolta ai coloni e non allo Stato come tale. Ma tra questi Paesi ci sono due membri del Consiglio di Sicurezza, ci sono la Spagna e il Canada, (non Tajani e la Meloni); e soprattutto c’è la Gran Bretagna, antica detentrice del mandato sulla Palestina, che con la famosa dichiarazione Balfour fornì la prima legittimazione all’istituzione dello Stato, o del “focolare” ebraico in Palestina, e questo spiega la durissima reazione di Netanyahu contro il solo governo inglese; e quando si parla di coloni si parla dello Stato di Israele, che moltiplica gli insediamenti ebraici nei Territori occupati della Cisgiordania, perseguita i palestinesi che vi abitano e li combatte in tutti i modi con il suo esercito, così come quando Israele dice di combattere Hamas, in realtà intende la lotta contro l’intero popolo palestinese.

L’oggetto della condanna e delle conseguenti sanzioni internazionali contro Israele è la pulizia etnica e in sostanza il genocidio ancora in corso, con la sconcertante aggravante della denunzia della complicità personale di Netanyahu nell’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre, denunzia che conferma altre fonti già precedentemente fattesi sentire in Israele; questa volta però ce ne sarebbe la prova nella comunicazione che il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe fatto al premier israeliano della imminente azione di Hamas, informazione a cui Netanyahu non diede alcun seguito, né allertando l’esercito né avvisando i servizi segreti. Naturalmente occorre cercare la motivazione politica di simile aberrante comportamento, altrimenti si tratterebbe di un atto di pura follia; e la motivazione va cercata nella determinazione più volte manifestata da Netanyahu di voler dedicare tutta la sua carriera politica e la sua stessa vita all’obiettivo di rendere impossibile la realizzazione in qualsiasi forma di uno Stato palestinese, risultato finalmente ottenibile con la soppressione dell’esistenza stessa di un popolo palestinese in Palestina. Progetto questo non perseguibile se non attraverso operazioni che la Convenzione dell’ONU qualifica come genocidio; impresa che il governo di Israele non avrebbe potuto intraprendere se non se ne fosse data un’occasione che crudelmente la giustificasse, come appunto doveva essere il massacro del 7 ottobre.

Che questa debba essere la ricostruzione di quello che è avvenuto dopo il 7 ottobre, sia nella gestione del dramma degli ostaggi, sia nell’accanimento dell’esercito israeliano, sia nell’uso di armi di distruzione di massa come la fame e la sete, sia nella passività più o meno rassegnata della comunità internazionale, è cosa che non solo comporta la fine politica di Netanyahu, ma probabilmente nel lungo termine porta con sé la fine non certo della esistenza dello Stato di Israele, ma della sua natura di Stato ebraico identitario e monoetnico, con gli Ebrei titolari di diritti esclusivi, presidiato da una assoluta e blasfema legittimazione religiosa, ossia di una versione settaria del sionismo. Vale a dire che paradossalmente, proprio quando Hamas appare massimamente debellata e sconfitta, in realtà consegue il fine della sua lotta, che è la messa in causa dello Stato di Israele come Stato-nazione del solo popolo ebraico, “legato” all’intero popolo ebraico e votato agli insediamenti, come lo definisce la Legge fondamentale del 2018, in contrasto con gli ideali ebraici e democratici delle origini (i kibbutz “socialisti”!). Che questo sia l’esito delle politiche sconsiderate di Netanyahu e dei partiti ortodossi, dopo e contro il Rabin degli accordi di Oslo e lo Sharon del ritiro dei coloni da Gaza, è paradossale: ma queste sono talvolta l’eterogenesi dei fini e le sorprese della storia, che non sempre è quell’Angelo cieco che volta le spalle al futuro verso cui una tempesta lo sospinge, descritto dalla filosofia della storia di Walter Benjamin. E potrebbe anche venirne quello straordinario dono al mondo che sarebbe, contro la riduzione statalista, il recupero da parte dell’intero ebraismo della fede e della profezia biblica che ne fanno un irrinunciabile patrimonio dell’umanità.

(Prima Loro, 14 settembre 2026)

L’ostilità e la violenza di tanti uomini contro Emma Bonino non si spiega con le categorie della critica o con la differenza di idee. È un fatto personale, e per questo più profondamente politico.

È il riemergere dal profondo della misoginia maschile. Quella che ha spinto i maschi a dire, tante volte, alle femministe – o anche a una sola donna – «Ora esagerate».

Il patriarcato è stato la cancellazione della donna come soggetto. Il femminismo radicale degli anni ’70 ha rotto il giocattolo. Le donne si sono sottratte. Da allora troppi pochi maschi hanno fatto i conti con il risentimento e la rabbia provate per la fine del sostegno delle donne al patriarcato. Alcuni hanno capito così male che hanno parlato di “guerra tra i sessi”. Veniva invece al mondo una cosa imprevista, la libertà femminile.

Il populismo ha riaperto il vaso di Pandora, ma la misoginia è maschile, non è di destra o di sinistra. Il femminismo normalizzato, addomesticato, riportato nell’alveo dei tanti movimenti di emancipazione da integrare, ha consentito alla misoginia di rimanere sottotraccia, per anni. Ma ora non riesce più a starci.

La forza simbolica del riconoscimento di autorità a una donna come Bonino è immensa, proprio perché ci riporta al taglio fatto dalle donne negli anni ’70, che è ancora percepito da tanti come inaccettabile. A quello spostamento, a quelle donne bisogna tornare.

Tutto questo fa chiarezza. Sarà bene farci i conti prima che tutta la politica sia risucchiata nel campo populista. Il passo è breve.

Mentre l’immediatezza con cui tante donne (e uomini) hanno riconosciuto in Bonino qualcosa di importante per sé è il segno che nel campo della vita c’è anche altro.

(Facebook, 13 settembre 2026)

di Luciana Castellina

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Ne parlo con ritardo, giacché la Biennale cinema di Venezia è ormai terminata. E però ho inutilmente atteso che su Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo si animasse un dibattito che invece non c’è stato. A me questo documentario girato da Francesca Archibugi, una delle nostre registe più significative, che fra l’altro ha conosciuto Carla Lonzi assai bene, visto che ne è diventata addirittura la nuora, sposando il figlio di Carla e del suo primo marito Battista Lena, ha destato una vera emozione.

Il particolarissimo pregio del film di Francesca Archibugi è di averci raccontato Carla non attraverso descrizioni altrui, o limitandosi ai suoi scritti, ma portandola sullo schermo, grazie ai tanti filmati rintracciati, in cui è lei che parla e pratica quello che dice, nel privato e nel pubblico. Perché è questo l’aspetto più prezioso del suo contributo alla scoperta della donna – per millenni considerata, ora una costola dell’uomo, nel libro sacro agli ebrei, ora una bambola esplosiva, nel mito greco di Pandora – restituendole la sua verità. Una verità sperimentata da Carla, nella sua vita professionale, quello della critica d’arte, e nella vita personale, fino a denunciare la differenza fra uomo e donna nel piacere sessuale, nel suo libro La donna clitoridea e la donna vaginale. Perché il femminismo che Carla Lonzi ha sempre difeso e raccontato è quello della differenza, che spinge la donna a non inseguire e imitare l’uomo, ma a inventarsi nuova e diversa.

Per questo ho provato emozione a vedere a Venezia questo film, perché per il femminismo delle giovanissime, il Femminismo della Differenza che Carla Lonzi ha sostenuto, è stato un salto di qualità importantissimo per la difficile ricerca di cosa sia essere donna («il lavoro di tutta una vita», diceva Simone de Beauvoir). Purtroppo oggi questo femminismo è largamente marginale. E quanto si ricorda di lei sono soprattutto i titoli provocatori dei suoi libri, a cominciare da Sputiamo su Hegel.

Il film, infatti, insieme alla ripubblicazione da parte della casa editrice Tartaruga di molti degli scritti di Carla, aiuterà a riportare questa grande donna all’attenzione delle ragazze. E ad allargare l’interesse che per Rivolta femminile ha cominciato finalmente ad accendersi anche all’estero.

Anch’io, per ragioni opposte – cioè non perché troppo giovane ma perché troppo vecchia – ho scoperto Rivolta femminile, il movimento animato all’inizio degli anni ’70 da Carla Lonzi insieme alla pittrice Carla Accardi ed Elvira Banotti e, brevemente, Ginevra Bompiani, solo quando ero già vecchiotta. La mia generazione, pur essendo la stessa di quella di Carla – sono solo di tre anni più vecchia di lei – il femminismo lo ha scoperto molto più tardi. Io odiavo essere donna, e cioè essere sempre «un po’ meno», e in tutti i primi vent’anni di milizia politica nel Pci mi sono sforzata di nascondere il mio essere donna scegliendo sempre incarichi cosiddetti maschili. Ad avvicinarmi al mistero dell’essere donna è stata tuttavia un’organizzazione che femminista non era, ma è stata un grande movimento che ha mobilitato milioni di donne sui concreti problemi della vita sociale: l’Udi.

Per essere sincera, ad aprirmi bruscamente gli occhi fu mia figlia, che un giorno mi chiese: ma perché vai sempre a cena fuori con i maschi e mai con le donne? Era vero, e non me n’ero accorta; quella domanda mi ha spinta a riflettere. E a scoprire la questione principale: la valorizzazione della differenza femminile contro l’uguaglianza. L’ho scoperta con i gruppi di autocoscienza, formidabile strumento di inchiesta su noi stesse, che sposta l’obbiettivo dal vedersi riconosciute come maschi inferiori a quello di dare al genere femminile il riconoscimento pieno della sua diversità; ma perché questo avvenga, il sistema in cui viviamo deve modificarsi in ogni suo aspetto.

A insegnarmi il femminismo della differenza sono state alcune fra le mie più giovani compagne della Fgci – Lia Cigarini in particolare, prima segretaria di una Fgci importante come quella di Milano, e poi l’incontro casuale con Luisa Muraro, giovane docente della Cattolica di Milano. Insomma: le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, tutt’ora punto di riferimento essenziale per il dibattito femminista.

Carla è mancata all’inizio degli anni ’80. Lia e Luisa, qualche mese fa. Vorrei che le più giovani continuassero il loro percorso. Vorrei che si combattesse esplicitamente quello che chiamo «l’imbroglio del neutro», il riferimento di tutti i diritti dei nostri codici e anche della nostra sia pur bellissima Costituzione a un individuo neutro, che in natura non esiste. E infatti il vero modello è disegnato sull’identità maschile, dentro la quale è stata clandestinamente inserita e mutilata l’identità femminile.

Tanto per rendere più chiara la nostra situazione: è vero che le donne, per esempio, sono riuscite a essere maggioranza in Italia nella magistratura e nel settore sanità, ma poi si scopre che il 90% degli uomini che lavorano in questi settori hanno dei figli, mentre le donne solo per il 30%. È chiaro che non si tratta di una scelta, ma della grande difficoltà e fatica per una donna di occuparsi dei figli praticando questi mestieri. Le donne hanno certo il diritto di rinunciare alla maternità, ma questa non può certo essere amputata.

Insomma: non vogliamo fare le stesse cose degli uomini, vogliamo che tutto il sistema sociale tenga conto della nostra differenza. Qualcosa di simile aveva denunciato Karl Marx nella sua Critica al programma di Gotha, sia pure riferendosi alla differenza fra operaio e padrone e non fra uomo e donna! Ma sono certa che oggi ci avrebbe certamente capite.

N.B.: Il film sarà al cinema per tre giorni, il 26, 27 e 28 ottobre.

(il manifesto, 13 settembre 2026)

Il 15 settembre è uscito negli Stati Uniti e in Gran Bretagna il nuovo libro di Naomi Klein: End Times Fascism: And the Fight for the Living World (Fascismo della fine dei tempi: e la lotta per il mondo vivente), il primo scritto a quattro mani, con la scrittrice, attivista e documentarista Astra Taylor (negli USA per Farrar, Straus and Giroux; in Gran Bretagna, per Allen Lane – Imprint di Penguin Books). Oltre all’articolo/intervista che riportiamo qui sotto, The Guardian ha pubblicato anche un lungo estratto del libro, «I fascisti della fine dei tempi stanno tramando la loro fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara» (qui, in inglese: https://www.theguardian.com/us-news/ng-interactive/2026/sep/13/end-times-fascists-essay) e un video con le due autrici, “Il futuro secondo il fascismo della fine dei tempi” (visibile a questo link: https://www.theguardian.com/us-news/2026/sep/13/naomi-klein-astra-taylor-end-times-fascism-video).

Silvia Marastoni

Il nuovo libro di Naomi Klein inizia in cima a una montagna con due «uomini di fede che radunano un pubblico per condividere la loro visione». È la visione di una città paradisiaca, chiusa da cancelli a ogni ingresso, dove non c’è bisogno di armi e in cui sono tutti ricchi. Uno dei due uomini ha le lacrime agli occhi mentre ne descrive la bellezza. La scena di apertura di End Times Fascism, scritto a quattro mani con Astra Taylor, non è tuttavia una metafora. Gli uomini sono Jared Kushner e Steve Witkoff. L’anno è il 2026, la montagna è [quella di] Davos. La città paradisiaca si chiamerà Nuova Gaza.

Il raduno del Forum Economico Mondiale a Davos, in Svizzera, ha sempre avuto un duplice scopo: offrire una piattaforma ai super-ricchi per descrivere tutto il bene che stanno facendo per la povertà e il clima, e farci dare uno sguardo alla loro invidiabile vita. Quest’anno ciò a cui abbiamo assistito è stato, in modo abbastanza sfacciato, il raduno degli uomini più ricchi del mondo riuniti per discutere le potenzialità immobiliari di una fossa comune. In quella stessa Davos, Donald Trump ha annunciato il suo Board of Peace per la ricostruzione di Gaza – non ha prodotto nulla di sostanziale nei sette mesi successivi, ma quello che più conta, dice Klein, è che «siamo travolti da così tanti eventi straordinari che è difficile rendersi conto di quanto la cosa sia grave: hanno annunciato le Nazioni Unite privatizzate».

«Penso che sappiamo che la ricchezza cresce in modo esponenziale, giusto? Di certo i ricchi capiscono che la ricchezza si moltiplica», prosegue Klein, parlandomi dal suo studio tranquillo e spazioso nella Columbia Britannica. «Ma non mi sembra che dedichiamo molto tempo a riflettere davvero sulle implicazioni di ciò che significa vedere una tale ricchezza accumularsi, e su quali siano le conseguenze psicologiche. Parte di questa nuova spudoratezza a cui assistiamo è proprio ciò che succede quando una tale quantità di potere finanziario, mediatico, tecnologico e militare si concentra nelle mani di un gruppo di persone molto ristretto e che non deve rendere conto a nessuno. Smettono di cercare di sedurci in ogni modo».

Klein appare calma e curiosa mentre esprime questo concetto. Ha una risata spontanea. D’altronde, aveva lo stesso tono imperturbabile e vivace quando l’ho intervistata sul palco a Manchester per Doppelgänger [“Doppio. Il mio viaggio nel mondo specchio”, La Nave di Teseo 2023, ndr] il suo libro del 2023 in cui descriveva come il mondo digitale stia distruggendo il nostro legame con la realtà e tra di noi. Nel 1999, quando fu pubblicato il suo lavoro di svolta No Logo, sembrava decisamente certa, a ventinove anni, che il neoliberismo stesse causando danni di cui non potevamo ancora nemmeno intravedere la portata, e tuttavia appariva serena e felice. In qualche modo riesce a mantenere questo atteggiamento, anche se le notizie che ci comunica sono sempre così convincentemente, incredibilmente cattive.

End Times Fascism descrive il mondo in cui ci troviamo, dove gli elementi costituenti dell’autoritarismo vengono presi a modello ovunque si guardi: l’economia anarco-libertariana in Argentina, la distruzione della libera stampa in Russia, l’erosione delle istituzioni democratiche in Ungheria (fino alla deposizione di Viktor Orbán), il «neofascismo anti-immigrati» in Italia, la strumentalizzazione dell’identità trans da parte di Jair Bolsonaro in Brasile, l’islamofobia nell’India di Modi. Ma si tratta di un fascismo diverso dagli altri. I suoi sostenitori auspicano attivamente un’apocalisse, o un’ondata di apocalissi interconnesse provocate dal cambiamento climatico e dal caos finanziario, per spingerci verso un mondo post-democratico in cui solo pochi ricchi sopravvivranno per prosperare.

Questo libro è nato come un articolo sul Guardian, «che è diventato un fenomeno virale», racconta Klein. «Io e Astra sapevamo che c’era ancora molto lavoro d’inchiesta da fare, ma a livello personale ci chiedevamo: vogliamo davvero passare il prossimo anno immerse nelle menti di queste persone, all’interno di queste culture? Poi Astra ha detto: “Tanto sono già finita nella ‘tana del coniglio’ e ascolterei comunque questi tizi. Così potrei [almeno] sentirmi come se stessi facendo qualcosa al riguardo”. È questo il motivo per cui è il primo libro che scrivo a quattro mani. Quando ci si addentra in luoghi oscuri e spaventosi, è bello portare con sé un’amica». Anche Astra Taylor è una scrittrice, attivista e documentarista, e ha fondato il Debt Collective, un affascinante esperimento per costruire una solidarietà strutturata e quasi sindacalizzata attorno al debito personale, con l’obiettivo a lungo termine di abolire le tasse universitarie, nazionalizzare la sanità e rafforzare il potere degli inquilini.

Nel libro, Klein e Taylor ci presentano i fondamentalisti religiosi, i sionisti cristiani e i nazionalisti cristiani negli Stati Uniti, che si preparano alla seconda venuta di Cristo. Nel descrivere uno «stato-bunker», le autrici collegano i disastri legati al clima a un esercito permanente fanaticamente anti-immigrati sotto forma dell’ICE e a una politica basata su false promesse e disinformazione, per dipingere una società febbrile e lacerata che non sa più a cosa credere. Ma la parte davvero terrificante è la sezione di raccordo, quella sui miliardari del settore tech. I super-ricchi hanno delle proprie fantasie apocalittiche, fondate non sulla fede o sull’ideologia, ma su una valutazione fredda e razionale di come mantenere al meglio la propria posizione; preferirebbero davvero regnare all’inferno piuttosto che condividere il paradiso. E hanno tutto il denaro necessario per assicurarsi di riuscirci.

«Sono tendenze che seguo da molto tempo», dice Klein. «L’enclave privatizzata che nasce dallo shock, dal disastro, l’ho vista quando facevo reportage dall’Iraq. C’è l’immagine della Green Zone, questa Città di Smeraldo gestita dagli Stati Uniti nel mezzo di Baghdad, costruita da Halliburton e da tutti questi appaltatori privati, con il potere di nominare un viceré. Nelle parti finali di Shock Doctrine [“Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri”, Rizzoli 2007, ndr], racconto di come questi appaltatori siano migrati [dall’Iraq] all’uragano Katrina, e dell’idea che i disastri climatici rappresentino la loro prossima frontiera di crescita. I giornalisti cominciarono a chiamare New Orleans “la Baghdad sul Bayou”. C’è tutta la banda: c’è Halliburton, c’è Bechtel, c’è Blackwater».

Ma – e questo non lo sottolineerà mai abbastanza – per quanto sia utile conoscere la storia recente di queste tendenze, non bisogna trarre conforto dall’idea di aver già visto tutto. «Ho trovato l’immagine di una spirale davvero utile per dare un senso al fatto che la nostra epoca sia al tempo stesso familiare e diversa», spiega Klein. «La caratteristica di una spirale è che stai girando in tondo, ma non ritorni nello stesso punto. Se la spirale punta verso il basso, diventa più profonda, più stretta, accumula più velocità, accumula più forza, accumula più calore, accumula più violenza». È un’immagine al tempo stesso poetica ed estremamente demoralizzante. Ti offre un breve incoraggiamento, come qualcuno che ti porge una fetta d’arancia mentre stai entrando in una zona di guerra. «Puoi capovolgere una spirale: si espande verso l’esterno, è la spirale dell’universo».

Nel tempo che stiamo vivendo, in cui crisi e disastri si susseguono con tale frequenza da tenerci in uno stato costante di disorientamento e shock, lo status quo non è statico, ma peggiora continuamente. «C’è questo impulso a leggere la storia», dice Klein. «L’abbiamo visto più e più volte. Dopo l’11 settembre, la gente ha iniziato improvvisamente a leggere Chomsky e libri di storia sull’Afghanistan e sull’Iraq, cercando di orientarsi. Lo abbiamo visto di nuovo durante la pandemia: la gente leggeva delle pestilenze del passato. Ma c’è una trappola nel credere che tutto sia già successo prima, che non ci sia un effetto cumulativo della storia. Dopo la rielezione di Donald Trump, sarò onesta con voi, le vendite di Shock Doctrine sono andate alle stelle. La gente diceva: “È esattamente come avevi detto”, e io pensavo: “Non credo che sia così”».

L’era neoliberista – per brevità chiamiamola il periodo tra la fine della guerra fredda e il Covid – era «il capitalismo sdraiato sul divano in mutande che diceva: “E allora, cosa vuoi fare, lasciarmi?” Durante la guerra fredda, un po’ di concorrenza faceva miracoli; dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quella concorrenza è venuta meno e il capitalismo ci ha rinunciato». Ma a quei tempi essere super-ricchi comportava una certa vulnerabilità, perché, che avessi accumulato la tua ricchezza grazie alle politiche di privatizzazione negli Stati Uniti o in Europa, o con mezzi più affrettati e cleptocratici negli ex Stati comunisti, era chiaramente ricchezza pubblica quella di cui ti eri appropriato. «Così mettevano in scena questi rituali di seduzione, che fosse a Davos o ad Aspen, ai TED Talk o alla Clinton Global Initiative. Dicevano: “Curiamo i malati e finanzieremo le vostre scuole in questo modo nuovo ed entusiasmante, non preoccupatevi per noi. Non abbiate paura della nostra ricchezza. Questo è in realtà un nuovo modo di ridistribuire per il bene pubblico”».

Ricordo chiaramente quel mondo: grandi conferenze come i premi della Fondazione Skoll, dove i giornalisti venivano intrattenuti con cene e bevute mentre guardavano persone immensamente ricche consegnare premi da 20.000 sterline a iniziative di base per l’acqua potabile in Kenya. Ad essere onesti, nell’era precedente e immediatamente successiva al crollo finanziario, c’erano molte voci dissenzienti riguardo alla capacità della benevolenza capitalista di risolvere problemi irrisolvibili come le disuguaglianze. Molte persone, con Klein in prima linea, facevano notare che la cosa puzzava di truffa. Ma mentre noi discutevamo di questo, l’agenda della ricchezza andava avanti.

Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2024, al Faena Hotel di Miami, Peter Thiel ha ospitato tavole rotonde dal titolo “Il nemico”, indicando come nemici gli obiettivi di sviluppo sostenibile, i “principi di precauzione” e la “responsabilità sociale”, il tutto coronato da una festa in maschera a tema “ballo dell’apocalisse”. Alcuni dei costumi, scrivono Klein e Taylor, erano quelli di un “dottore in eugenetica”; di uno «chef haitiano con un giocattolo per gatti insanguinato che spuntava dal grembiule [un riferimento alla bufala di Springfield sugli immigrati che mangiano animali domestici, diffusa nel 2024 e ripetuta sia da Trump che da JD Vance, ndr]; e di una coppia che indossava dei cercapersone come riferimento ironico all’attacco omicida di Israele in Libano».

Thiel è da anni esplicitamente antidemocratico: nel 2009 scrisse: «Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili». Altri miliardari del settore tecnologico, invece, hanno compiuto una vera e propria inversione di rotta. «Jeff Bezos ha ribattezzato uno stadio di Seattle “Climate Pledge Arena” e ha istituito gli “Earth Prizes”», sottolinea Klein. Elon Musk ha investito nelle auto elettriche e un tempo si considerava una figura salvifica. «Ogni volta che qualcuno era nei guai, Musk accorreva in suo soccorso: “Salverò Porto Rico”, “Salverò i bambini intrappolati nella miniera”. È divertente essere un supereroe, vero? Ma se fai il supereroe, la gente ti deve venerare.    E la gente ha smesso di venerarlo». Ora, gli impegni sul clima sono svaniti, sostituiti da un nichilismo ostentato riguardo alla prevenzione della crisi climatica, unito alla determinazione a costruire sempre più data center. «Non abbiamo a che fare con persone stupide che non capiscono il cambiamento climatico», afferma Klein. «Abbiamo a che fare con persone che sanno molto bene cosa significhi collegare tra loro 35 turbine a gas a Memphis» (Significa un consumo gigantesco di energia e acqua, oltre alla distruzione della qualità dell’aria e del rumore nelle vicinanze, il tutto affinché Musk possa alimentare Grok, il suo “large language model” a tratti nazista).

La rapidità con cui i miliardari, un tempo vicini ai democratici, si sono schierati con Trump nel 2024 è stata sbalorditiva. «Non credo che la fase in cui Mark Zuckerberg sembrava preoccuparsi profondamente della democrazia e del cambiamento climatico fosse autentica», afferma Klein. «Lui si trasforma in qualunque cosa sia vantaggiosa per i suoi affari. Personaggi come Thiel e Musk, che hanno una vera ideologia, sono più facili da capire rispetto a personaggi come Bezos e Zuckerberg, nei quali sembra proprio che non ci sia alcuna sostanza: sono solo tipi poco interessanti che sono diventati incredibilmente ricchi». Klein è solo marginalmente interessata a quale combinazione di eventi abbia plasmato questi uomini, molti dei quali sono stati forgiati durante il boom delle dotcom, quando venivano venerati come divinità, raffigurati sulla copertina della rivista Time su troni d’oro. C’è un elemento di rabbia dell’ego, per il fatto che non siamo abbastanza riconoscenti. In definitiva, però, «concludiamo il libro affermando che la ricchezza ha di per sé effetti alienanti. Ti trasforma quasi inevitabilmente in un suprematista perché gli esseri umani sono creature fatte di storie e hai bisogno di una storia per razionalizzare: perché proprio tu? Perché possiedi così tanto in un’epoca di tanta indigenza e bisogno? E l’unica storia possibile a disposizione è che ci sia qualcosa in te che lo legittima».

C’è una nuova vena provocatoria nei discorsi dei super-ricchi: eugenetica esplicita e islamofobia, uno spietato compiacimento dinanzi alla prospettiva che l’IA spazzi via i nostri posti di lavoro. Sembra quasi che ci stiano sfidando a ribellarci, solo per poter dimostrare che la ribellione è inutile.

Su questo punto, però, Klein non sarebbe d’accordo. Non è al di là delle nostre possibilità collettive costruire un movimento per il disarmo della ricchezza, o un movimento per il disarmo tecnologico. Lei prende ad esempio i fratelli Pearson, KeShaun e Justin, che si oppongono al data center Colossus 2 di Musk a Memphis: «il modo in cui radicano così consapevolmente la loro lotta nella storia del movimento per i diritti civili e del movimento per la giustizia ambientale a Memphis, riallacciandosi alle persone un tempo ridotte in schiavitù che costruirono Boxtown. È qui che Martin Luther King fu ucciso, assassinato dopo aver marciato con i netturbini a Memphis». KeShaun Pearson guida la «Memphis Community Against Pollution», che ha ottenuto importanti vittorie contro gli oleodotti e lo sversamento industriale di sostanze chimiche cancerogene, e ora si sta mobilitando contro i data center. Justin è candidato al Congresso.

In End Times Fascism, Klein e Taylor riprendono il concetto di “Jetztzeit” di Walter Benjamin, letteralmente “tempo presente”, un momento così carico dello spirito e dell’urgenza della rivoluzione da mobilitare l’energia di tutti i movimenti che lo hanno preceduto. Ancora una volta, è un concetto poetico, ma è anche letterale, osservabile. Se vogliamo opporci a questa nuova corrente fascista, dobbiamo davvero darci da fare. «Non sono solita usare questo linguaggio, cerco di essere misurata, ma penso di essermi guadagnata il diritto di alzare i toni», afferma. «Nel momento che stiamo vivendo, la gente è davvero infuriata e, per quanto si possa essere arrabbiati, non è mai abbastanza. Perché c’è qualcosa di profondamente grave nel non credere più nel futuro, nel non vedere alcun valore nella nostra casa comune, nel mondo naturale. Sono traditori del creato».

A Klein non mancano certo i motivi per lottare. «Ho scelto di vivere a stretto contatto con la natura in una zona piuttosto selvaggia della Columbia Britannica», dice. «Nelle notti buie, il cielo è un manto di stelle. E ora vediamo tantissimi di quelli che chiamo “insetti spaziali di Elon” [i satelliti Starlink] che strisciano nel cielo. Lui vuole moltiplicarli per cento. Chi gli ha dato il diritto di farlo? Chi gli ha dato questo diritto? È proprio qui che trovo la mia rabbia. Mi arrabbio tantissimo per le stelle. Mi arrabbio tantissimo per le orche. Mi arrabbio tantissimo per Gaza. Altre persone troveranno altrove la loro rabbia. Dobbiamo trovare i luoghi del nostro più profondo amore e lottare con tutte le nostre forze».

(The Guardian, 12 settembre 2026. Traduzione di Silvia Marastoni)

Cari compagni (maschi) che vi state affannando a prendere le distanze da Emma Bonino e dai Radicali nonché dal suo e dal loro contributo alle conquiste del divorzio e dell’aborto, devo dirvi che non sono d’accordo con voi e di più, che trovo nelle vostre argomentazioni i segnali preoccupanti non so se di una regressione culturale o dell’ennesima dimostrazione che del rapporto fra rivoluzione femminile e politica tradizionale, di destra e di sinistra, non riuscite proprio a capire i fondamentali, esattamente com’era già ai tempi del divorzio e dell’aborto. Emma Bonino è stata una liberal-liberista-libertaria, una combinazione che dava fastidio a tutti, a destra perché libertaria, a sinistra perché liberista. Non ne voglio fare un monumento: specialmente negli ultimi decenni, la combinazione di cui sopra virava con più evidenza verso il liberismo, verso un europeismo acritico, verso un allineamento atlantista detestabile. Ma è stata anche una donna che ha fatto battaglie sacrosante per sé e per tutte, e le ha fatte con la pratica, non solo a parole: lo sa bene chi ha dovuto interrompere una gravidanza quando la legge vietava di farlo, e le radicali, Emma compresa, consentivano di farlo. Inoltre è giusto, giustissimo ricordare che né la legge sul divorzio né quella sull’aborto sono state solo conquiste dei Radicali, i quali se ne attribuiscono truffaldinamente il merito; ma è ingiusto, ingiustissimo attribuirle solo al Pci o al parlamento, i quali, senza la spinta del femminismo in primis e dei Radicali in secundis (nonché dei socialisti, di cui non parla mai nessuno), quelle leggi, specialmente la seconda, non le avrebbero fatte neanche sotto tortura. È vero che i Radicali sono responsabili di molte campagne antipartitocratiche che alla lunga sono diventate senso comune antipolitico, così come è vero che ai Radicali dei diritti civili importava molto e dei diritti sociali zero; ma non è giusto piegare tutta la storia complicata degli anni Settanta a polemiche che sono di oggi. Ma c’è una cosa sopra tutte che mi stupisce e mi avvilisce: il fatto che tuttora non capiate che la questione della libertà femminile è stata ciò che ha diviso, non unito, donne e sinistra negli anni Settanta, perché a sinistra, e segnatamente nel Pci, non trovava accoglienza, mentre ne trovava un po’ di più in un’area liberal-libertaria all’epoca meno compromessa con il liberismo di quanto sia diventata in seguito.

Io non ho conosciuto di persona Emma Bonino se non nei primi anni Duemila, in occasione di un’intervista che le ho fatto per un programma di Radiotre, quando ebbi l’impressione di una donna non priva di durezze, che aveva a cuore le altre donne ma non aveva familiarità con il “mio” femminismo che tuttavia rispettava e ascoltava. Non ho condiviso molte delle sue posizioni sulla politica estera e sulla politica sociale. Ma le sono grata lo stesso, per ciò che di buono ha fatto per sé e per noi tutte.

#emmabonino

(Facebook, 12 settembre 2026)