Sentire l’essere, ogni giorno è l’inizio di un nuovo inizio
Laura Minguzzi
21 Luglio 2026
La differenza siamo noi. La stessa cosa disse Luisa Muraro riguardo alla storia, «la Storia siamo noi», quando nel lontano 2012 fu pubblicato in DWF n. 95 La pratica della storia vivente.
Mi fece a lungo riflettere un’affermazione di Luisa Muraro nel gennaio 2020 quando ebbe inizio la nuova edizione della scuola di scrittura, dal titolo Scuola di scrittura politica: «Essendosi accorciate le distanze fra politica delle donne e politica in senso ordinario si tratta di intrecciare il contingente con la lunga durata».
La differenza sessuale è di questo mondo, dove noi siamo e la facciamo vivere. Ancora ho sentito la necessità di fare parlare la differenza sollecitata dalla radicalità dell’attacco al femminismo della differenza da parte del movimento transfemminista e Lgbtq+. Chiara Zamboni l’ha definito per certi versi fertile, essendo una critica alla eterosessualità normativa. Io come insegnante di lingue straniere e amante della lingua ho lavorato molto sul linguaggio e la sua sessuazione, per cui ho provato una profonda sofferenza quando sono cominciati ad apparire i segni di una neolingua neutra con l’intento di cancellare i guadagni di simbolico del femminismo. Mi sono sentita chiamata. Un moto dell’anima mi ha spinto a intervenire e prendere posizione nel dibattito pubblico nel 2024, in occasione delle elezioni europee; qualcosa accadrà, ho pensato.
In una realtà che vedevo cambiata ho interrogato la mia esperienza, non in solitudine ma in una rete femminista di relazioni on line, Dichiariamo, che si è costituita nel 2022. Molte giovani iscritte hanno manifestato posizioni neoseparatiste, cosa che ha prodotto vivaci discussioni e posizioni differenti, soprattutto durante la preparazione del convegno che abbiamo organizzato nel maggio di quest’anno, dal titolo Femminismo fortemente sconsigliato. Una pratica di sperimentazione delle differenze fra donne che è stata fruttuosa per me perché siamo riuscite a discutere senza cancellarci, facendo leva sulle relazioni duali e sul forte interesse dell’una verso l’altra, proiettato anche verso donne di appartenenze diverse, alcune anche alla “politica in senso ordinario”.
Riandando a immagini indelebili che ho impresse nella mente rivedo Lia e Luisa che durante riunioni o in altre occasioni più conviviali a tavola, al Circolo della rosa, in Libreria, avevano vivaci discussioni, se non “scontri”, ma nel medesimo tempo si scambiavano sguardi e gesti affettuosi mostrandoci che dietro la parola forte o la critica tagliente traspariva tra di loro un sentimento e un ascolto autentici. La presenza costante di questa particolare immagine di una relazione fondante mi ha guidato per agire i conflitti in quella Rete. A volte è stato necessario vederci in presenza (chi poteva per distanza) senza lo schermo per riprendere slancio, forza e fiducia che i conflitti si possono agire. Questo processo di ascolto, una qualità della differenza, che è bisogno di verità soggettiva, mi ha portato a un percorso interiore di rivisitazione delle mie relazioni, emotivamente molto coinvolgente perché mi ha avvicinato alle vite di altre e a una più profonda comprensione delle loro scelte. Ho interrogato la mia eterosessualità, denunciata come binaria, e ho ripercorso la mia storia di quando adolescente amavo stare con le amiche, studiare insieme e come in un romanzo distopico ho cominciato a pensare con i “se”, quale vita avrei potuto vivere se… e mi sono immaginata una vita differente.
Ricordo che dopo avere conosciuto Luce Irigaray negli anni ottanta e aver letto i suoi libri, in particolare Speculum tradotto da Luisa Muraro e gli studi sul linguaggio, ho vissuto consapevolmente in un tempo altro, libera da condizionamenti e pressioni. Ho recuperato il mio stato di grazia di libertà incondizionata, il piacere della scoperta della libertà femminile nelle frequentazioni, nel vivere da sola in una mansarda, nel sostegno ai miei studi per fare i concorsi per l’insegnamento. Lo stesso che avevo trovato con le donne del movimento sia a Bologna che a Parma, e che era lo stesso che mia madre mi aveva dato al momento di continuare gli studi all’università con le amiche negli anni Sessanta. Quella che fu definita omosessualità simbolica, la via per l’indipendenza dal pensiero dominante, mi sembrava perfetta per me. In sintesi, senso libero della differenza, non alleanze ma relazioni duali, non sorellanza ma disparità, ammirazione, amore di sé. È stato un lungo apprendistato, una vita intera, dove linguaggio e pratica stavano e stanno in stretto contatto. In agguato ci sono stati momenti di disorientamento e solitudine, dove sentivo mancare la terra sotto i piedi e le relazioni rarefarsi. Quando capitano questi vuoti è facile perdere slancio e orientamento e cedere alla convenzionalità. Si perde la fiducia nel fare capitare l’impensato.
Oggi mi sento sottoposta a una saturazione di parole posticce, dove c’è il rischio di cadere prigioniere del contingente. Sempre più mi accorgo di avere bisogno di momenti di ritiro in me. Cerco un romanzo di seicento pagine e ci sprofondo dentro, o un saggio che mi abbraccia, mi dà tregua e mi trasporta in uno spazio-tempo di libertà. Antonietta Potente, che parlando del clima di guerra ha detto che le piccole cose ti portano su un altro piano, mi ha fatto pensare anche a quando vado a trovare Marirì. Marirì Martinengo per me è stata una maestra di parole, una madre simbolica, e da tre anni è ricoverata in una casa di cura. Conversando con lei sento che riusciamo a essere in sintonia anche in questo contesto in una relazione che dura da quasi quarant’anni. Un’esperienza che è una piccola cosa ma fuori dall’ordine del discorso corrente. Ecco, lì sono in un altrove pur nel qui e ora, in una relazione situata nel presente, un fiore tra le macerie che m’ispira. La differenza ci ha nutrite e ci ha dato forza. Una differenza parlante che non si cancella.
Siamo come su un altro piano, svincolate dalla contingenza distruttiva della guerra e della violenza, che ci pare quasi irreale, leggiamo e commentiamo insieme articoli di giornale. Lei sempre curiosa di capire, sapere e mi fa domande. Una volta ero io a farle a lei. Mi chiede di leggerle un libro, di raccontarle come passo le giornate, cosa facciamo in Libreria. A volte vuole fare una passeggiata in giardino e io lo accompagno e la sorreggo poi magari appena arrivate vuole tornare indietro, ha sete, teme di arrivare in ritardo al pranzo. Tutto lì è scandito con orari molto rigidi e lei si è abituata a quel ritmo. Quando la lascio, mi ringrazia a non finire, non sa che anche per me è stato un regalo rimanere con lei in un tempo altro, in un altrove che ci dà gioia. Una vita, la nostra insieme, trascorsa in ricerche, avventure, viaggi, convegni, feste e progetti che non sembrano finire. Lei mi dice sempre che è contenta di quello che ha fatto, è vissuta come desiderava. È quello che ho voluto e voglio fare anch’io. Una buona maestra mi sono scelta o mi è capitata perché come dice il proverbio chi cerca trova! Basta credere che proprio io posso farlo, avere la capacità di fare esistere un altrove in questo mondo.