Condividi

Mi sembra molto importante l’aver puntato l’attenzione sugli algoritmi, domandandosi se siano o no amici delle donne, come emerge dai contributi che stanno affluendo a questo numero di Via Dogana tre.
Alice Peverata nel suo testo mette in evidenza che le caratteristiche degli algoritmi sono “quanto di più lontano ci sia dal rapporto alla cui base troviamo sempre un’interazione, uno scambio e allo stesso tempo un’apertura sia tra chi lo intrattiene che con il mondo circostante”; e Luisa Muraro sottolinea “la rigidità meccanica” come “il problema che pongono gli algoritmi utili a governare la massa sterminata dei dati”. E aggiunge che “i droni uccidono terroristi non giudicati ma calcolati come tali con un margine di errore non umano ma statistico”.

Quello che mi preoccupa – e si evince anche dall’esempio terribile portato da Luisa Muraro – è che l’uso degli algoritmi è entrato in modo pervasivo nella società in tutti i suoi aspetti, come nei luoghi di lavoro, quando si deve trattare una massa di dati. Porterò come esempio la scuola, che è il mio campo. Chiediamoci: cosa capita a scuola se a governare è l’algoritmo?

Leggendo sui giornali le continue storie di insegnanti che per avere una cattedra devono per esempio lasciare marito e figli/e a Palermo, dove pure esistono cattedre scoperte e trasferirsi a Milano, dove pure esistono insegnanti che quel posto potrebbero occupare, cosicché questo inizio di anno scolastico comincia nel massimo della disorganizzazione, mi sono chiesta più volte perché si agisse in modo così insensato. Poi, sempre dai giornali, ho saputo che il Ministero dell’istruzione per collocare le/i docenti ha usato un algoritmo per il trattamento dei dati e si è affidato ciecamente alla sua applicazione. La “Buona scuola” del governo Renzi pensava di essere moderna ed efficiente scartando il fattore umano, i rapporti con i sindacati, le storie individuali e collettive e ha prodotto solo caos e un malessere profondo che riscontro in ogni insegnante con cui mi capita di parlare, che abbia o non abbia il posto di lavoro. Ora, al ministero, stanno ammettendo qualche errore, ma questo non basta. C’è una forma mentis da smantellare.
Ogni insegnante sa per esperienza che non può esistere un programma di computer che sia in grado di formulare da solo un orario scolastico soddisfacente per tutti – e qui i dati da trattare non sono neppure sterminati! Ci vuole di mettersi a tavolino, ascoltare le esigenze e mediare, aggiustare, con la consapevolezza che le misure dell’efficienza sono altre quando di mezzo c’è l’umano. Se l’insegnante sta male a soffrirne saranno gli studenti e le studentesse.
Ma veniamo al punto più dolente. La pretesa di governare la scuola tramite algoritmi si sta rivolgendo allo stesso mestiere di insegnare. E uso volontariamente la parola mestiere per sottolineare l’aspetto artigianale di questo lavoro. Prima, con la programmazione, l’ispirazione proveniva dalla fabbrica fordista. Era del tutto impropria, ma la gestione rimaneva nelle mani dell’insegnante. Era più facile sottrarsi, per esempio ricopiando anno dopo anno le stesse programmazioni per adempiere agli obblighi burocratici, e poi passare alle “cose serie”: il lavoro di relazione con studenti e studentesse che è la via principale perché si riesca a insegnare qualcosa.
Siamo state proprio noi insegnanti femministe a mettere in crisi il paradigma della programmazione e affermare la centralità della soggettività e della relazione a scuola. Fin dagli anni ’80. Poi sono seguiti i percorsi di autoriforma condivisi anche con uomini ad alimentare una pratica e una cultura che oramai circola comunemente nelle scuole ed è orientata in modo ben diverso dalla “rigidità meccanica” della scuola-azienda.
Con l’algoritmo si fa un passo molto più in là. La grande massa di dati non può essere trattata dall’insegnante. La gestione sfugge dalle sue mani. Le prove a test vengono da fuori, così come la loro soluzione, vedi le prove Invalsi predisposte uguali per tutte le scuole in Italia. Le multinazionali hanno capito che per le merci il mercato è quasi saturo mentre se ne apre una bella fetta nei servizi, scuole e ospedali per esempio. Hanno cominciato a sfornare test e altri marchingegni che stanno invadendo sempre di più le scuole. Ci sono innumerevoli competenze da “testare”!
In questa concezione quale diventa allora il lavoro dell’insegnante?
Heinz von Foerster è l’inventore della cibernetica di secondo livello e non può essere certo annoverato tra i detrattori delle nuove tecnologie. Pure lui sosteneva già molti anni fa che i test misurano “il livello di banalizzazione a cui è giunto un essere umano”. Ed è questo il punto. Quello che si mira a far fuori è proprio la soggettività di chi insegna e di chi impara. Prima dell’estate al momento delle prove Invalsi si è creato un movimento di opposizione e di rifiuto a sottoporsi ai test. È ora di esprimere più a fondo e meglio le ragioni della soggettività di chi ogni giorno abita la scuola.