Se il lavoro presuppone l’intelligenza artificiale
Michela Spera
2 Marzo 2026
Le modifiche introdotte dalla tecnologia nell’organizzazione del lavoro sono state al centro del mio lavoro sindacale, il mio stesso lavoro negli anni si è modificato con l’uso della tecnologia, e la discussione in questo numero di VD3 sull’impatto dell’intelligenza artificiale anche nel mondo del lavoro ripropone, in nuovi contesti, alcune domande ‘antiche’ ma sempre attuali che hanno attraversato la mia pratica politica e sindacale.
La prima riguarda la contraddizione messa in evidenza da Laura Colombo nella relazione introduttiva quando si «chiede seriamente quale esperienza non voglio consegnare alla macchina … ho capito che non voglio consegnare … la zona in cui una parola sorge»1; questo per me è un primo punto da cui partire.
Se il lavoro che fai presuppone l’utilizzo della intelligenza artificiale, in assenza di una pratica politica e di una dimensione collettiva il criterio che seguirai è quello che governa in generale il tuo modo di lavorare e, in questo senso, la scelta è ‘obbligata’ perché la nostra cultura del lavoro ci spinge a fare le cose bene e in modo efficiente e se questo comporta consegnare esperienza la consegneremo. L’ho visto accadere ai manutentori degli impianti e delle macchine del settore meccanotessile, il settore tecnologicamente avanzato che, per primo, ha incorporato tutto il lavoro operaio nella macchina.
L’introduzione dell’intelligenza artificiale ha reso possibile raccogliere, organizzare, codificare e utilizzare la loro esperienza, ha espropriato il loro sapere su come funziona e come si ripara la macchina (che ha già incorporato il lavoro manuale); oggi la manutenzione predittiva dell’intelligenza artificiale, sulla base dei dati e del calcolo statistico stima, programma, anticipa e supera la necessità dell’intervento di manutenzione in presenza.
L’altra contraddizione è quella messa in evidenza dalla relazione di Daniela Santoro, l’immedesimazione con quello che si produce – «il piacere della creazione…(di) una riga di codice alla volta» – che mette in scacco «l’orrore delle conseguenze».2
Dove si producono armi o altre produzioni che richiedono professionalità e competenze che pochi posseggono, le operaie e gli operai che ho conosciuto trasmettono un sentimento di orgoglio e di appartenenza, sono riconosciuti dalla comunità e anche dall’impresa; la soddisfazione che provano quando le cose funzionano non mi sembrano distanti dalla ‘cura materna’ raccontata da Daniela.
Anche se le cose che fanno sono tra loro distanti in fondo entrambi ‘fanno’ qualcosa che la maggior parte delle persone non sa e/o non riesce a fare e ne sono consapevoli.
Ho incontrato questi sentimenti un po’ ovunque nel mondo del lavoro, dalle produzioni con molto contenuto tecnologico al lavoro artigianale, dalle operaie tessile a chi fa un ‘mestiere’; è il ‘sapere’ che restituisce in parte il ‘valore’ che si crea a chi svolge le mansioni più semplici e a chi gestisce gli impianti industriali, le piattaforme digitali, le organizzazioni complesse.
Sono contraddizioni che in forme e con istanze diverse attraversano il mio lavoro e quello di tante persone con cui ho condiviso il mio fare sindacato, sono le contraddizioni da sempre al centro della riflessione nel pensiero e nella pratica politica e sindacale.
Siamo strette in questo intreccio: da un lato il sentimento ‘sovversivo’ e libero del nostro valore, del fare bene le cose e il piacere della creazione; dall’altro l’espropriazione del nostro sapere e la consapevolezza delle ricadute, dei costi sociali e ambientali provocati dall’uso dell’intelligenza artificiale.
Noi però abbiamo una pratica politica e possiamo ragionarne a partire dalle parole di Lia Cigarini: «la questione, per me centrale, dell’alienazione, cioè dell’identificazione di sé con il prodotto che si fa o si consuma, non è affrontabile (ed infatti cento anni di marxismo sono falliti su questo) se non con la pratica del partire da sé e della relazione».3
L’introduzione dell’intelligenza artificiale in ordine di tempo non è che l’ultimo salto in un processo che, da prima della rivoluzione industriale, è la condizione del progresso, oggi questo processo investe tutti i campi della vita e del sapere, non riguarda solo la manifattura.
Se faccio l’elenco di quello che fa l’intelligenza artificiale, io capisco meglio cosa sta succedendo.
So che impoverisce i contenuti del lavoro per ridurre i costi di produzione dei prodotti e dei servizi, standardizza produzioni e processi, individua soluzioni in serie a problemi complessi, sostituisce il lavoro umano nella validazione di procedure e nella erogazione di servizi che hanno a che fare con persone in carne ed ossa.
Quando però rifletto con mia figlia, che cura la gestione informatica dei processi in un’azienda manifatturiera, capisco che l’intelligenza artificiale può governare un impianto anche complesso ma non può affrontare l’imprevisto; può individuare le esigenze del processo ma se il dato è interpretato male o frainteso il danno che ne consegue per la produzione è grande.
Con l’intelligenza artificiale, la scomposizione, la parcellizzazione, l’automazione dei processi del lavoro si è espansa dal lavoro industriale a tutto il lavoro: al lavoro intellettuale, ai servizi e al lavoro di cura, alla cultura, alla creazione artistica.
L’uso della intelligenza artificiale parcellizza, incamera, sostituisce il lavoro manuale e quello ‘intellettuale’, lo espropria di sapere, relazioni, responsabilità e scelte.
Da un lato garantisce velocità e efficienza, dall’altro si espande nonostante manchino sistemi di controllo e manchi la trasparenza sulla validità delle risposte che fornisce, anche quando interviene in campi delicatissimi quali, ad esempio, quello che riguarda la salute.
Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale si attenua, fino a sparire, la distinzione tra lavoro operaio (lavoro manuale) e lavoro intellettuale che fino a oggi ha governato il riconoscimento della professionalità, la struttura gerarchica e il riconoscimento sociale su cui si reggono tutte le organizzazioni, perché l’espropriazione del sapere e delle individualità interessa tutte le figure nel processo.
Fino a oggi, a ogni incorporazione del sapere umano da parte delle macchine è corrisposta la creazione di un’area – di servizio o di altre attività – necessaria al funzionamento della macchina e/o del processo, un’area occupata da donne e uomini che esprimono un sapere, una professionalità, sia sulla macchina che sul processo.
Questo sapere permette di riequilibrare il potere, altrimenti tutto spostato a favore dell’impresa; io sono cresciuta – sindacalmente – con la convinzione che «le possibilità di riappropriazione (di un minimo di saperi e di libertà) fossero per noi teoricamente più grandi che all’epoca della prima rivoluzione industriale»4; ho fatto sindacato con la pratica politica di una continua e in divenire riappropriazione collettiva di saperi e di libertà.
L’uso dell’intelligenza artificiale allontana ulteriormente l’orizzonte di produzioni e servizi che incorporano e socializzano la conoscenza e i saperi, che accrescono le opportunità delle persone che vi partecipano, e allarga a dismisura l’area del lavoro privo di potere e povero di saperi.
Rimane certo la possibilità del processo creativo, la possibilità di produrre qualcosa che prima non esisteva; quello che ci racconta Daniela Santoro nella relazione citata: «quando qualcuno arriva con un problema da risolvere io mi accendo»; ecco, io credo che questo ‘io mi accendo’ è un secondo punto da cui partire.
Sento anche l’urgenza e l’esigenza di ragionare collettivamente sulla potenza distruttiva dell’intelligenza artificiale e su quale è stato l’impiego di questi dispositivi nelle guerre recenti, a partire da Gaza, un territorio distrutto dalle armi e un esperimento a cielo aperto per le guerre del futuro.
Nei mesi scorsi un’inchiesta del “Guardian”5 ha svelato che l’Agenzia di sorveglianza militare israeliana, come molte agenzie di spionaggio in tutto il mondo, sfrutta i progressi dell’intelligenza artificiale e utilizza le intercettazioni per sviluppare e trasformare le sue capacità di intelligence. Dopo le rivelazioni del “Guardian” la Microsoft, a seguito delle proteste negli Stati Uniti e nei data center europei e della richiesta di attivisti e lavoratori di interrompere tutti i legami con l’esercito israeliano, ha interrotto l’accesso dell’esercito israeliano alla sua tecnologia.
L’inchiesta ha rivelato che la capacità di archiviazione e la potenza di calcolo di Microsoft erano utilizzate per riprodurre e analizzare il contenuto delle chiamate cellulari di un’intera popolazione e per gestire un potente sistema di sorveglianza; inoltre è emerso che Israele si è affidato alle principali aziende tecnologiche statunitensi per supportare i bombardamenti di Gaza.
In questo tempo barbaro Israele, ma non solo Israele, utilizza armi, fame e nuove tecnologie per la nuova frontiera del dominio: la sorveglianza sociale e il controllo totale sui territori, sulle persone, sulla popolazione civile.
Nel suo intervento alla redazione allargata di VD3, Ida Dominijanni ha condiviso un suo ragionamento su cui vorrei continuare a riflettere; Ida ci ha detto che, di fronte all’enormità di quello che accade, la resistenza individuale ed etica è un’illusione; che servono, e dovremo trovare, pratiche collettive, molto vaste, di conoscenza del meccanismo e di sabotaggio; che questi dispositivi andranno prima o poi collettivamente sabotati se abbiamo a cuore questo mondo.
Infine, vorrei ragionare non solo dell’alienazione come identificazione con quello che si fa ma dell’oppressione generata dalla espropriazione di sapere e di individualità: è il controllo o l’assenza di controllo sul processo, non la collocazione in cui ci troviamo all’interno del processo produttivo che definisce la possibilità di essere soggetti.
Vorrei ragionarne «a partire dal lavoro, anzi a partire dall’idea che il lavoro sia lo spazio pubblico per eccellenza. La vera polis» nella quale ognuna e ognuno di noi vive ogni giorno lo stato di necessità e il processo infinito della libertà e dove «siamo in presenza di un accumulo di esperienze lavorative in gran parte mute, non elaborate».6
Nel mio lavoro sindacale con le operaie e gli operai delle catene di montaggio ho imparato che è fondamentale avere il controllo sui tempi di lavoro assegnati per poter contrattare e incidere sulla condizione di lavoro; quando ricostruisci il tuo sapere puoi esercitare, unendoti agli altri, il controllo sul processo ed essere anche in grado di rallentarlo fino al limite di interromperlo se è necessario.
Ho sperimentato che per esercitare questo controllo devi conoscere le fasi del processo e ricomporre il sapere che l’automazione ha scomposto; oggi questa scomposizione e parcellizzazione, fino a ieri concentrata sul lavoro manuale, interessa anche il lavoro intellettuale, lo impoverisce e travolge, allarga e supera i confini della vecchia categoria di lavoro operaio.
Quello che vedo è che l’espressione della soggettività non è più ‘sicura’ nemmeno nei ruoli più o meno riconosciuti socialmente, né garantita da una determinata collocazione nel processo e che serve una pratica per ricomporre e riprendere il sapere, ora scomposto, per far valere il mio punto di vista, la mia soggettività, provando per questa strada a riequilibrare i poteri, ad essere un soggetto contrattuale.