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Nel trasporre cinematograficamente il complesso e bel romanzo di Maylis de Kerangal Riparare i viventi (Feltrinelli, 2014) che fu un caso editoriale alla sua uscita in Francia, la regista Katell Quillévéré, fin dalle prime e intense scene, enuncia il suo intento: farne un’ode alla vita.
E di fatto le immagini iniziali di un gruppo di giovani appassionati di surf che sfidano gioiosamente la potenza del mare, immergendosi nel suo abbraccio infido, facendosi travolgere da vortici e cascate d’acqua, cavalcando le onde grigio-azzurre, fra incoscienza e consapevolezza, lasciano senza respiro e trasmettono efficacemente l’idea della bellezza e della vitalità.
Preludono anche, in quell’atmosfera di rischio e di pericolo, all’imminenza del dramma che li colpirà sulla strada del ritorno verso casa e che per il diciannovenne Simon sarà fatale.

Se già nel romanzo le parole non erano state a volte sufficienti come schermo in una narrazione esplicita, filmare il trapianto di un cuore – il dolore di una morte, le intense e frenetiche ventiquattrore di attività medica, documentate puntualmente quasi minuto per minuto, l’incerta e sofferta attesa di Claire, la donna che lo riceverà – diventa una sfida che si fa questione scottante come violare un tabù.

Significa raccontare il mistero che contrappone le più sofisticate tecniche della chirurgia moderna alla questione della sacralità del corpo umano, toccare il tema «della vita e dove finisce e in quali parti è collocata simbolicamente» e di come reagiamo di fronte alla morte per «trasformare l’oltraggio e il dolore che essa ci costringe a provare», come spiega la regista in alcune interviste. È voler trasmettere l’idea del flusso ininterrotto di sangue che da una vita che si sta spegnendo passa a un’altra che sta rinascendo. Un dono immenso che non esige scambio di cui la madre di Simon, Marianne, si fa generosa e tragica mediatrice, in un gesto d’amore che è il desiderio umanissimo di trasformare la morte del figlio.
Vuol dire descrivere un legame inestricabile fra simbolico e fisico, tra scienza e l’inconoscibile, l’inspiegabile di una vita che fluisce da un essere umano ad un altro e della catena di azioni e relazioni che questo mette in moto.
È una narrazione coinvolgente quella proposta dalla regista, riuscendo a mantenere comunque la giusta distanza da emozioni che per il pubblico potrebbero essere eccessivamente condizionanti. Anche puntigliosa nel rispettare il romanzo nella sua dettagliata descrizione dei vari passaggi che un simile intervento richiede e dove i gesti della cura sono attentamente sottolineati, messi in primo piano dal movimento delle camere, come la gentilezza e la delicatezza dei chirurghi che si accostano all’intervento come ad una cerimonia.
Presentato alla 73a Mostra del Cinema di Venezia, Riparare i viventi è il terzo lungometraggio della regista francese che ne ha curato anche la sceneggiatura.