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In questi giorni ho avuto grandi difficoltà a concentrarmi, sempre tentata di restare attaccata alla radio o alla TV per seguire gli avvenimenti, in questo clima di paura, minaccia e senso di impotenza. Mi è venuta in soccorso Virginia Woolf, mi sono ricordata del suo testo squisitamente politico “Le tre ghinee”, scritto alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Come sapete, è la risposta immaginaria a un suo amico avvocato pacifista che le ha chiesto di sostenere le sue iniziative per prevenire la guerra, e lei risponde – detto in estrema sintesi – che il modo migliore di aiutarlo a prevenire la guerra, che lei mette in relazione diretta con la mascolinità, non è di ripetere le parole degli uomini colti e di seguire i loro metodi, ma di trovare nuove parole e nuovi metodi. Con lucidità e ironia smonta la pretesa di universalità del pensiero maschile pur condividendo gli scopi pacifisti dell’amico, e indica una strada per difendere la pace fondata sulla libertà e l’indipendenza simbolica delle donne. Ed è esattamente quello che sta a cuore anche a noi.

L’idea di ricominciare dal corpo è nata dall’incontro con alcune giovani donne, Ilaria e Daniela che sono sedute di fianco a me, e Emma che è qui in sala. Sono state loro a cercarci dopo aver seguito l’ultimo incontro di Via Dogana su zoom. Ci hanno scritto che sono un gruppo di sette ragazze dai 22 ai 26 anni che si riuniscono ogni settimana da circa un anno per studiare insieme la letteratura e la filosofia femminista. Sotto il nome “Le Compromesse” hanno aperto un blog e una pagina Instagram: Le Compromesse – blogLe Compromesse – instagram. Andate a leggerle, scrivono dei commenti interessanti. Scrivevano anche che per loro il confronto con donne più grandi è molto importante, e che volevano cogliere l’occasione per lavorare insieme.

Come molte di voi sanno, in quel periodo eravamo in un momento di ripensamento e di “ricambio” all’interno della redazione, così abbiamo cominciato a sperimentare questa pratica di scambio tra donne più grandi e donne più giovani. Siamo ancora all’inizio. Voglio precisare che a me personalmente non interessa intavolare ciò che banalmente viene chiamato “dialogo tra generazioni”: penso che noi viviamo il presente, la contemporaneità insieme, e voglio mettermi in ascolto per leggere elementi della realtà che da sola non afferro, a partire dell’esperienza di altre che sono donne come me venute al mondo dopo di me. E direi che c’è un guadagno reciproco, se posso citare Daniela da un suo messaggio whatsapp: “…dal confronto con tutte voi sto davvero ampliando i miei orizzonti!!!”

Abbiamo detto ri-cominciare dal corpo, infatti, non è mai venuto meno un senso di continuità. Il corpo è stata la questione fondamentale del femminismo, anche a livello internazionale: ricordo solo la nostra “bibbia” degli anni ’70, scritta da un collettivo di donne di Boston, Noi e il nostro corpo – titolo originale Our bodies ourselves, (I nostri corpi noi stesse) che corrisponde di più al senso di quel testo: togliere il potere, anche di parola, sui nostri corpi agli uomini, sottrarci all’oggettivazione.

Questa ricerca è sempre stata intrecciata con un lavoro sul linguaggio, c’era il titolo di quel libro di Marie Cardinal, vi ricordate, che circolava per molto tempo quasi come slogan: Le parole per dirlo. La pratica politica è stata ed è una ricerca di parole per dirsi, per dire l’esperienza femminile a partire dal corpo e dal proprio sentire. Il piano del linguaggio si è rivelato come luogo di scontro politico: il corpo femminile è stato al centro della politica nelle questioni dell’aborto, della legge sulla violenza sessuale, sull’affido condiviso, in tutta la vita pubblica. La parola femminile, risultato di una presa di coscienza, ha cominciato a circolare nello spazio pubblico, aprendo il conflitto con il simbolico maschile. Poi, pochi anni fa, c’è stata una svolta decisiva con il movimento #Metoo; per la prima volta è successo che la parola femminile è stata creduta e ha cambiato anche lo sguardo di molti uomini sui loro simili.

La questione del corpo si può affrontare con numerosi tagli: ad alcuni di questi abbiamo già dato spazio e attenzione in Via Dogana discutendo di prostituzione, utero in affitto, esposizione del corpo alla pandemia, ostacolo del gender rispetto alla politica della differenza. Oggi vogliamo concentrarci sulle potenzialità politiche del corpo insieme alle nostre giovani interlocutrici che sono alla ricerca di una narrazione diversa da quella dei social. Con i social media, infatti, in particolare con Instagram, si apre un altro piano di lotta oltre a quello del linguaggio che ho già nominato: è quello dell’immagine, una sfida ancora tutta da affrontare.

Prima di lasciare la parola a Daniela e Ilaria, ancora un’osservazione a proposito del linguaggio. Indubbiamente in tutti questi anni di pratica della parola ci sono stati importanti guadagni teorici del femminismo, ma io mi dico: attenzione! Nelle occasioni di scambio che abbiamo avuto con le Compromesse mi è già capitato che sentissi la tentazione di volere mettere dei concetti “nostri” sui racconti della loro esperienza, cioè di fare un po’ la maestrina – spero di essermi sempre frenata in tempo.
Sfogliando le pagine virtuali di VD ho ritrovato un incontro del 2018 dal titolo “La parola giusta ha in sé il potere della realtà”, dove Vita Cosentino diceva: «trovare le parole giuste si configura come una pratica e come tale sta in un determinato contesto. Non c’è da affezionarsi alle parole – anche a quelle che ci sono più care – ma mettersi in una postura di apertura e decidere situazione per situazione, caso per caso». Mi sembra una buona indicazione per cominciare l’incontro di oggi. E ora ascoltiamo Daniela e Ilaria.


Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 Ricominciamo dal corpo, del 6 marzo 2022