Restituire fecondità politica alla differenza sessuale
Antje Schrupp
20 Luglio 2026
Per molto tempo la politica tradizionale è stata mossa dall’idea che la differenza sessuale potesse essere superata. Secondo la narrazione dominante nelle società emancipate, essere uomo o donna non aveva alcuna rilevanza nell’esercizio delle funzioni politiche. Da qualche tempo, però, la differenza sessuale è tornata con forza al centro del dibattito pubblico, e ciò per diverse ragioni.
Da un lato, i partiti dell’estrema destra, sempre più forti, hanno fatto del “gender” uno dei loro principali terreni di battaglia. Combattono il femminismo, le pratiche queer, le nuove forme di famiglia, la visibilità dell’omosessualità, per restaurare ciò che definiscono «l’ordine naturale dei sessi»: un ordine che assegna ad ogni persona, in modo univoco e sulla base dei genitali, la categoria donna o uomo, attribuendo a ciascuna ruoli e possibilità d’azione prestabiliti, in particolare quello di formare coppie eterosessuali e mettere al mondo figli biologici.
Parallelamente, nell’ultimo decennio il primo piano della scena politica si è di nuovo mascolinizzato. Non è un caso che i protagonisti dei grandi conflitti geopolitici – Trump, Putin, Xi Jinping, Netanyahu, gli ayatollah iraniani – siano tutti uomini. L’ostentazione della mascolinità costituisce anzi un elemento esplicito della loro immagine pubblica, pur declinandosi secondo modelli diversi e tra loro concorrenti. Mentre di donne se ne vedono di meno sulla scena politica internazionale rispetto a dieci anni fa. Anche i potentissimi tech bros, i multimiliardari e gli oligarchi esibiscono apertamente la propria virilità.
In questa situazione, i limiti delle politiche per la parità stanno venendo a galla in modo evidente. Non solo esse non sono riuscite a iscrivere stabilmente le prospettive femminili nelle strutture politiche, ma, nell’attuale contesto mondiale, non rappresentano più nemmeno un obiettivo auspicabile. Nessuno può seriamente desiderare che, accanto ad autocrati e oligarchi violenti e corrotti, vi sia semplicemente un numero equivalente di autocrate e oligarche.
Per questo molte persone sperano che la differenza sessuale possa tornare nella politica come forza alternativa e trasformativa: non attraverso l’integrazione delle donne in un sistema corrotto, violento e disfunzionale, ma come correttivo, forma di resistenza e possibilità di alternativa. Questa speranza non si concentra sulle poche donne in primo piano nella politica internazionale – che sempre più spesso appartengono agli schieramenti di destra – bensì sulle molte donne impegnate alla base dei movimenti sociali.
Le analisi elettorali mostrano che le preferenze politiche di donne e uomini, soprattutto tra le giovani generazioni, stanno progressivamente divergendo: le donne votano sempre più a sinistra, gli uomini sempre più a destra. Si tratta di un fenomeno del tutto nuovo. Finora il comportamento elettorale variava soprattutto in funzione della regione, della confessione religiosa o della classe sociale, mentre il sesso incideva poco. Dall’introduzione del suffragio femminile in poi, le donne avevano generalmente votato in modo analogo agli uomini del proprio contesto sociale. Oggi questo equilibrio sembra incrinarsi.
Questa tendenza non riguarda soltanto le società occidentali: uno dei divari politici più marcati tra uomini e donne si registra, ad esempio, in Corea del Sud. Nel suo recente libro Frauen und Revolution [‘Donne e rivoluzione’], la giornalista tedesco-iraniana Shila Behjat sostiene che sono le donne a trainare i grandi movimenti democratici del nostro tempo, dall’Iran alla Bielorussia, dalla Polonia al Sudan. Anche i movimenti che si confrontano con le grandi sfide del presente – come la crisi climatica o quella del lavoro di cura – sono plasmati in misura decisiva dalle donne e spesso sono rappresentati pubblicamente proprio da loro.
La presenza e l’assenza delle donne nella politica oggi hanno un significato diverso rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Allora l’assenza delle donne era ancora una conseguenza delle vecchie strutture patriarcali che, attraverso il diritto e le consuetudini, le avevano esplicitamente tenute lontane dal potere. Il movimento delle donne si confrontava con il problema che una parità puramente formale non si era tradotta in un’effettiva uguaglianza delle possibilità di azione. Sia il femminismo dell’uguaglianza, con la rivendicazione di quote e di pari opportunità, sia il femminismo della differenza, con l’idea che le donne potessero “approfittare dell’assenza” (come suggerisce il titolo di un libro della comunità filosofica Diotima) erano tentativi di dare una risposta a questa situazione.
L’assenza delle donne oggi, tuttavia, è di natura diversa. A differenza di cinquant’anni fa, nessuno mette più seriamente in dubbio che le donne “sono capaci di farcela”. Perfino i partiti di estrema destra accettano donne ai vertici: ne sono esempi Giorgia Meloni in Italia e Alice Weidel in Germania. L’assenza femminile non è più un’esclusione di principio, ma un’assenza di fatto. Le donne potrebbero esserci, ma spesso non ci sono. Molti, soprattutto uomini, liquidano la questione come un puro caso.
Ma non si tratta affatto di un caso. Quando oggi emergono differenze significative – ad esempio una partecipazione fortemente asimmetrica di donne e uomini in determinati contesti – sono il risultato di scelte politiche. Una scarsa presenza femminile indica che le donne nutrono scarso interesse per quel determinato organismo e, al tempo stesso, che gli uomini che ne fanno parte non hanno un reale interesse alla partecipazione delle donne. Nel Bundestag tedesco, per esempio, la percentuale di deputate varia sensibilmente a seconda del partito: nella Sinistra (Die Linke), nei Verdi e nel Partito Socialdemocratico si aggira intorno al 50 percento; nei partiti conservatori del centrodestra, CDU e il Partito Liberale (FDP), è di poco inferiore al 25 percento; mentre nel partito di estrema destra AfD è pari circa al 10 percento.
La “ri-mascolinizzazione” della politica di cui ho parlato sopra non riguarda dunque tutti gli spazi della politica, ma soltanto i vertici di determinate istituzioni. In molti altri ambiti della società e della politica, le donne sono presenti in gran numero, soprattutto nelle seconde e terze file o ai livelli intermedi. Esercitano una notevole influenza sui media, nelle università, negli ospedali, nelle associazioni, nelle chiese… La mascolinità ostentata di Trump, Putin & Co. non riemerge nonostante questa presenza femminile senza precedenti nella storia, ma proprio nel suo stesso contesto. Non è il segno di un ritorno in forza del vecchio ordine patriarcale, come spesso si sostiene, bensì di ciò che nel mio libro definisco “caos post-patriarcale”.
Una delle sfide principali del femminismo consiste allora nell’individuare pratiche che permettano alle donne di usare realmente la propria influenza a partire dal proprio desiderio, invece di limitarsi a fare ciò che si aspettano i superiori, il partito o l’organizzazione di appartenenza. La pressione al conformismo è infatti molto forte e molte donne esitano ad assumere il conflitto, a esporsi, a rischiare di diventare impopolari. Eppure è proprio questo il passaggio necessario se si vuole cambiare qualcosa. Per affrontare questa sfida potrebbe essere utile rimettere in gioco la differenza sessuale. Ma non è affatto semplice.
Uno degli aspetti che oggi rendono caotica la cultura politica è infatti che la differenza sessuale non costituisce più – come avveniva un tempo nel patriarcato – un dato evidente e condiviso, visibile a tutti e al quale sia possibile fare riferimento. Ciò che è femminile e ciò che è maschile è diventato sfumato e oggetto di controversia. Allo stesso tempo, i residui ormai inerti del patriarcato tradizionale continuano a circolare come zombie: un involucro inquietante, privo di sostanza. Il vecchio ordine dei sessi non ha più autorità e spesso neppure potere, come dimostra la perdita di rilevanza delle istituzioni tradizionali – le chiese, le università, i tribunali, i parlamenti. E tuttavia un nuovo ordine dei rapporti tra i sessi ancora non si intravede.
Negli anni Ottanta le femministe lottavano per un libero significarsi dell’essere donna, non più determinato dalle definizioni imposte dal patriarcato e sostenute da un forte potere simbolico e sociale. Oggi, invece, la questione è diventata un’altra: l’essere donna ha ancora un significato? E, soprattutto, deve averne uno? Continuano certamente a esistere aspettative e prescrizioni rivolte alle donne, ma sono tra loro contraddittorie e incompatibili, tanto da risultare impossibili da soddisfare. Nel caos post-patriarcale, molte donne non sanno più rispondere alla domanda su che cosa significhi essere donna e se questa appartenenza debba ancora significare qualcosa.
Recentemente un’amica ha avanzato l’ipotesi che questo possa essere un motivo per cui quasi tutti i dibattiti femministi oggi ruotano attorno alla violenza contro le donne: da #MeToo a Gisèle Pelicot, dalle discussioni sulla misogina manosphere in rete alla lotta contro le fake news a sfondo sessuale e fenomeni simili. Quasi sembra che la violenza sessualizzata sia ormai l’unico terreno sul quale sia ancora possibile discutere sul significato della differenza sessuale senza rischiare di mettere il piede su un campo minato. Senza dubbio si tratta di questioni importanti. Ma se la differenza sessuale diventa oggetto di riflessione solo in questo ambito, rimane confinata a una posizione difensiva.
Il femminismo queer affronta la nuova situazione in modo diverso, moltiplicando deliberatamente le identità di genere. In questo modo la differenza sessuale è certamente diventata più visibile, ma non tanto come forza politica quanto come possibilità individuale di sottrarsi all’identificazione binaria. In effetti, le possibilità di vivere la propria identità di genere sono illimitate. Ma proprio per questo tale strategia non può offrire un’alternativa politica al caos post-patriarcale. Una pluralità infinita di identità non rende la differenza sessuale più feconda di quanto faccia una rigida definizione binaria. Tanto più che oggi la differenza sessuale deve competere sulla scena pubblica con numerose altre assi di differenziazione e, sotto il segno dell’“intersezionalità”, viene spesso considerata soltanto uno dei molti fattori che definiscono la “diversità”.
In contrapposizione alla teoria queer, altre femministe propongono invece di tornare al corpo, cioè alla distinzione riproduttiva tra esseri umani con utero ed esseri umani senza utero. Di fatto esistono due varianti biologiche chiaramente distinguibili, e soltanto una piccola percentuale di coloro che vengono al mondo – circa l’uno o il due per cento – non rientra in modo univoco nell’una o nell’altra categoria. Ma neppure questa rappresenta una via d’uscita. Fare appello al corpo significa infatti ridurre nuovamente la differenza sessuale a qualcosa che una persona possiede: una caratteristica, una proprietà, una definizione che pretende di offrire chiarezza. La differenza sessuale, invece, può acquistare forza politica soltanto quando si manifesta nell’agire. Abbiamo bisogno di una cultura della differenza femminile, e questa non nasce automaticamente dalla biologia, ma può emergere soltanto dai giudizi, dai desideri, dagli interessi e dalle scelte di persone che agiscono politicamente.
Come potrebbe dunque la differenza sessuale diventare visibile come fattore politico? Come potrebbe essere iscritta nel discorso pubblico, rendendola feconda nei dibattiti politici? Durante la redazione aperta di Via Dogana, Ida Dominijanni ha detto: «La differenza femminile parla – oppure non parla». Penso che la chiave si trovi proprio qui. La differenza sessuale può entrare nella politica e nella società soltanto quando le donne si manifestano come soggetti femminili, senza richiamarsi a un’identità prestabilita e definibile una volta per tutte.
Non si tratta di una teoria, ma di una pratica. Occorre sperimentarla, esercitarla, affinarla: rendere visibile ed efficace la propria differenza nelle situazioni concrete senza sottomettersi alle norme identitarie. Rafforzare l’autorità femminile attraverso una pratica politica la cui parola non si riduca a formule o rivendicazioni prevedibili.
È ciò che il femminismo della differenza sessuale pratica da decenni. Queste pratiche permettono di parlare a partire dalla propria collocazione e rimanervi fedeli, senza ridursi a essere la portavoce di un gruppo. Oggi sono un contributo prezioso di fronte alla crescente polarizzazione del panorama politico e agli sterili conflitti che attraversano anche i movimenti anticapitalisti, la sinistra e gli stessi movimenti femministi. È questo il contributo decisivo che il femminismo della differenza può offrire oggi: non soltanto alle donne, ma all’intera cultura politica.
Versione originale:
Die sexuelle Differenz wieder politisch fruchtbar machen | Antje Schrupp
Lange war die traditionelle Politik von der Vorstellung getragen, die sexuelle Differenz überwinden zu können. Ob Mann oder Frau, so die Erzählung emanzipierter Gesellschaften, spiele im politischen Amt keine Rolle. Doch seit einiger Zeit kehrt die sexuelle Differenz mit großer Wucht in den politischen Diskurs zurück, aus mehreren Gründen.
Zum einen haben die immer erfolgreicheren rechtsextremen Parteien das Thema „Gender“ zu einem ihrer Hauptthemen erklärt: Sie kämpfen gegen Feminismus, queere Praxis, neue Familienformen, sichtbare Homosexualität und wollen wieder etwas etablieren, das sie „die natürliche Geschlechterordnung“ nennen: eine Ordnung, die jede Person aufgrund ihrer Genitalien eindeutig als Frau oder Mann einordnet und ihr dann entsprechende Rollen und Handlungsoptionen zuweist, insbesondere die, dass sie sich zu heteronormativen Paaren zusammenfinden und dann eigene, leibliche Kinder bekommen.
Parallel dazu vollzog sich im vergangenen Jahrzehnt eine Wiedervermännlichung der Politik. Die Akteure der großen weltpolitischen Konflikte – Trump, Putin, Xi, Netanjahu, die iranischen Ayatollahs – sind nicht nur zufällig Männer, vielmehr ist demonstrative Männlichkeit explizit Teil ihrer öffentlichen Erscheinung (wobei durchaus unterschiedliche Vorstellungen von Männlichkeit miteinander konkurrieren). Von Frauen ist auf den weltpolitischen Bühnen heute weniger zu sehen als noch vor zehn Jahren. Auch die extrem einflussreichen Tech-Bros, Multimilliardäre und Oligarchen stellen ihre Männlichkeit deutlich zur Schau.
Die Gleichstellungspolitik offenbart nun ihre Defizite. Nicht nur ist es ihr nicht gelungen, weibliche Perspektiven dauerhaft in allen politischen Strukturen zu verankern, sie ist in der jetzigen Weltlage auch gar kein wünschenswertes Ziel mehr. Niemand kann sich ernsthaft wünschen, dass es neben gewalttätigen und korrupten Autokraten und Oligarchen auch eine entsprechende Menge von Autokratinnen und Oligarchinnen geben soll.
Viele hoffen deshalb, die sexuelle Differenz möge als eine alternative, verändernde Kraft in die Politik zurückkehren. Nicht indem Frauen sich in ein korruptes, gewaltvolles und dysfunktionales System integrieren, sondern als dessen Korrektiv, als Widerstand, als Alternative. Diese Hoffnung ruht nicht auf den wenigen Frauen in erster Reihe, die sich noch immer in der institutionalisierten Weltpolitik behaupten und inzwischen überwiegend zum Lager der Rechten gehören, sondern auf den vielen Frauen an der Basis sozialer Bewegungen.
Wahlanalysen zeigen, dass die politischen Präferenzen von Frauen und Männern vor allem bei den Jüngeren auseinanderdriften: Frauen wählen zunehmend links, Männer rechts. Das ist ein völlig neues Phänomen, denn bislang unterschied sich das Wahlverhalten demografischer Gruppen entlang von Regionen, Konfessionen oder sozialen Schichten, aber kaum entlang der Kategorie Geschlecht. Seit Einführung des Frauenwahlrechts wählten Frauen in der Regel mehr oder weniger dasselbe wie die Männer in ihrem Umfeld. Jetzt scheint sich das zu ändern.
Der Trend ist keineswegs auf westliche Gesellschaften begrenzt – besonders groß ist der politische „Gender-Gap“ zum Beispiel in Südkorea. Wie stark die großen Demokratiebewegungen unserer Zeit – Iran, Weißrussland, Polen, Sudan – von Frauen vorangetrieben werden, hat die deutsch-iranische Publizistin Shila Behjat kürzlich in ihrem Buch „Frauen und Revolution“ beschrieben. Auch soziale Bewegungen, die sich den zentralen Herausforderungen stellen wie der Klimakrise oder der Krise der Care-Arbeit, werden maßgeblich von Frauen geprägt und oft auch nach außen repräsentiert.
Die An- und Abwesenheit von Frauen in der Politik hat heute also einen anderen Charakter als in den 1970er und 1980er Jahren. Damals war die Abwesenheit von Frauen noch eine Folge der alten patriarchalen Strukturen, die Frauen explizit durch Recht und Sitten von der Macht ferngehalten hatten. Die Frauenbewegung beschäftigte sich mit dem Problem, dass eine rein formale Gleichberechtigung nicht zu tatsächlich gleichen Handlungsmöglichkeiten von Frauen geführt hatte. Sowohl das gleichheitsfeministische Streben nach Quoten und Gleichstellung als auch die differenzfeministische Idee, Frauen könnten „von der Abwesenheit profitieren“ (so der Titel eines Buches von Diotima) waren Versuche, darauf Antworten zu geben.
Die heutige Abwesenheit von Frauen ist jedoch anders gelagert. Anders als vor fünfzig Jahren bestreitet niemand mehr ernsthaft, dass Frauen „das können“. Selbst rechtsextreme Parteien akzeptieren Frauen als Anführerinnen, Giorgia Meloni in Italien oder Alice Weidel in Deutschland sind dafür Beispiele. Die Abwesenheit von Frauen ist nicht mehr eine prinzipielle, sondern nur noch eine faktische: Sie könnten anwesend sein, sind es aber oft nicht. Reiner Zufall, sagen viele, vor allem Männer, wenn sie darauf angesprochen werden.
Aber Zufall ist es nicht. Wenn sich heute deutliche Geschlechterunterschiede zeigen, etwa eine stark asymmetrische Beteiligung von Frauen und Männern in bestimmten Kontexten, dann liegt das an politischen Entscheidungen. Ein niedriger Frauenanteil weist darauf hin, dass Frauen sich nicht sonderlich für dieses Gremium interessieren, und dass gleichzeitig die dort sitzenden Männer kein starkes Interesse an der Beteiligung von Frauen haben. Im deutschen Bundestag zum Beispiel ist der Frauenanteil unter den Abgeordneten stark davon abhängig um welche Partei es sich handelt: bei Linken, Grünen und Sozialdemokraten sind es um die 50 Prozent, bei den bürgerlich-konservativen Parteien CDU und FDP knapp 25 Prozent, bei der rechtsextremen AfD 10 Prozent.
Die „Wiedervermännlichung“ der Politik, von der oben die Rede war, bezieht sich also nicht auf alle politischen Räume, sondern nur auf die Spitzen bestimmter Institutionen. An vielen gesellschaftlichen und auch politischen Orten sind Frauen hingegen in großer Zahl anwesend, besonders in der zweiten und dritten Reihe oder auf den mittleren Ebenen. Frauen verfügen über beachtlichen gesellschaftlichen Einfluss: in den Medien, an den Universitäten, in den Krankenhäusern, in Vereinen, in Kirchen und so weiter. Die demonstrative Männlichkeit von Trump, Putin und Co. kehrt nicht trotz, sondern inmitten einer weltgeschichtlich neuen Anwesenheit von Frauen zurück. Sie ist kein Anzeichen für ein Wiedererstarken der alten, patriarchalen Ordnung (wie oft gesagt wird), sondern für das, was ich in meinem Buch „Postpatriarchales Chaos“ nenne.
Eine wichtige Aufgabe für feministische Politik wäre demnach, Praktiken zu finden, die es Frauen ermöglichen, ihren Einfluss auch wirklich im Sinne des eigenen Begehrens zu nutzen und nicht einfach nur zu tun, was ihre Chefs, ihre Partei, ihre Organisation von ihnen erwartet. Tatsächlich herrscht ein großer Konformitätsdruck, und viele Frauen scheuen es, Konflikte einzugehen, sich unbeliebt zu machen – was aber notwendig ist, um etwas zu verändern. Bei dieser Herausforderung könnte es helfen, die sexuelle Differenz wieder ins Spiel zu bringen, doch das ist gar nicht so einfach.
Denn ein Aspekt, der die politische Kultur heute chaotisch macht, ist dass die sexuelle Differenz nicht mehr – wie früher im Patriarchat – eine für alle sichtbare und selbstverständliche Tatsache ist, auf die man Bezug nehmen kann. Was weiblich und was männlich ist, ist schwammig und umstritten. Gleichzeitig sind die abgestorbenen Versatzstücke des traditionellen Patriarchats nach wie vor unterwegs, wie Zombies, als gruselige Hülle ohne Substanz. Die alte Geschlechterordnung hat keine Autorität, und häufig auch keine Macht mehr, wie man am Bedeutungsverlust traditioneller Institutionen /(Kirchen, Universitäten, Gerichte, Parlamente) sehen kann. Eine neue Ordnung der Geschlechter ist aber nicht in Sicht.
In den 1980er Jahren kämpften Feministinnen für eine freie Bedeutung des Frauseins, also darum, nicht mehr auf patriarchal vorgegebene Bedeutungen festgelegt zu werden, die ihnen mit großer Macht aufgedrängt wurden. Heute hingegen stellt sich die Frage, ob das Frausein überhaupt noch eine Bedeutung hat oder haben sollte. Zwar gibt es weiterhin Anforderungen und Rollenerwartungen an Frauen, aber sie sind widersprüchlich und widerstreitend und daher unmöglich zu erfüllen. Im postpatriarchalen Chaos haben auch viele Frauen keine Antwort mehr auf die Frage, was das Frausein bedeutet und ob es überhaupt etwas bedeuten sollte.
Eine Freundin hat kürzlich den Gedanken geäußert, dass dies vielleicht ein Grund dafür ist, warum sich fast alle feministischen Debatten, die derzeit öffentlich verhandelt werden, um Gewalt gegen Frauen drehen – von #metoo bis Gisèle Pelicot, von Debatten über die hasserfüllte „Manosphere“ im Internet bis zum Kampf gegen sexualisierte Fake News und dergleichen. Fast scheint es, als wäre sexualisierte Gewalt inzwischen das einzige Thema, an dem sich die Bedeutung von Geschlecht noch diskutieren lässt, ohne auf Tretminen zu geraten. Ohne Frage sind diese Themen wichtig. Aber wenn nur dort die sexuelle Differenz zum Thema wird, bleibt sie in der Defensive.
Der Queerfeminismus geht anders mit der neuen Situation um: Er vervielfältigt Geschlechtsidentitäten demonstrativ. Das hat die sexuelle Differenz tatsächlich sichtbarer gemacht – allerdings weniger als politische Kraft, sondern als individuelle Möglichkeit, sich keiner binären Geschlechtsidentität zuordnen zu müssen. Tatsächlich sind die Möglichkeiten, die eigene Geschlechtsidentität auszuleben, unendlich. Aber gerade deshalb ist diese Strategie nicht geeignet, eine politische Alternative zum postpatriarchalen Chaos zu schaffen: Unendliche Vielfalt bietet genauso wenig eine Möglichkeit, sexuelle Differenz fruchtbar zu machen, wie reine starre binäre Definition. Zumal die Geschlechterdifferenz inzwischen mit zahlreichen anderen Differenzachsen um Aufmerksamkeit konkurriert und unter dem Stichwort der „Intersektionalität“ oft nur noch ein Faktor neben vielen anderen Aspekten ist, die „Diversität“ markieren sollen.
Im Widerspruch zur Queertheorie schlagen deshalb andere Feministinnen vor, zum Körper zurückzugehen, also zur reproduktiven Unterscheidung zwischen Menschen mit und ohne Uterus. Tatsächlich existieren ja zwei deutlich unterscheidbare biologische Varianten von Menschen, und nur ein kleiner Teil von ein bis zwei Prozent aller Geborenen fällt nicht eindeutig in die eine oder andere Kategorie. Doch das ist auch kein Ausweg. Wer sich auf den Körper beruft, macht die sexuelle Differenz wieder zu etwas, das ein Mensch hat – ein Merkmal, über das man verfügt, eine Definition, die Klarheit suggeriert. Politische Kraft kann die sexuelle Differenz aber nur entfalten, wenn sie sich im Handeln zeigt. Wir brauchen eine Kultur der weiblichen Differenz, und die ergibt sich nicht automatisch aus biologischen Faktoren, sondern kann nur aus persönlichen Urteilen, Wünschen, Interessen und Anliegen politisch handelnder Personen hervorgehen.
Wie also könnte die Geschlechterdifferenz als politischer Faktor sichtbar werden? Wie ließe sie sich in den Diskurs einschreiben, wie in politischen Debatten fruchtbar machen? Ida Dominijanni hat während der Redaktionssitzung von Via Dogana gesagt: „Die weibliche Differenz spricht – oder sie spricht nicht.“ Ich denke, darin liegt der Schlüssel. Die sexuelle Differenz kann nur dann in Politik und Gesellschaft eingetragen werden, wenn Frauen als weibliche Subjekte in Erscheinung treten, ohne sich dabei auf eine festgelegte und definierbare Identität zu berufen.
Das ist keine Theorie, es ist eine Praxis. Es gilt, das auszuprobieren, zu üben, zu verfeinern: Die eigene Differenz in konkreten Situationen sichtbar und wirksam werden zu lassen, ohne sich dabei identitätspolitischen Normen unterwerfen. Weibliche Autorität zu stärken durch eine Politik, deren Rede sich nicht auf vorhersehbare Formeln und Forderungen beschränkt.
Der Feminismus der sexuellen Differenz tut das seit Jahrzehnten. Diese Praktiken zu teilen, die es möglich machen, aus einer Zugehörigkeit heraus zu sprechen und ihr treu zu bleiben, ohne zum bloßen Sprachrohr einer Gruppe zu werden, sind heute ein wertvolles Angebot angesichts der Polarisierungen der politischen Landschaften und der fruchtlosen Grabenkämpfe gerade auch unter kapitalismuskritischen, linken und auch feministischen Bewegungen. Es ist der wichtige Beitrag, den ein Feminismus der Differenz heute leisten kann – nicht nur für Frauen, sondern für die politische Kultur insgesamt.