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Per mantenere al centro del dibattito in corso sulla maternità surrogata la relazione materna, come è emerso anche dall’incontro della redazione allargata di Via Dogana 3, è utile operare  semanticamente in modo chiaro e netto e distinguere tra relazione materna e funzione materna, utilizzando questo dispositivo linguistico per argomentare a sostegno della centralità della relazione materna.

Intendiamo, dunque, con FUNZIONE MATERNA quell’insieme di protezione, cure, affetto, accompagnamento nella crescita delle creature umane che, in assenza della madre, può essere esercitata da qualunque persona adulta responsabile e disponibile, come il padre e altre figure parentali o amicali. È quello che avviene nell’adozione e nell’affido.

Di frequente, nel dibattito attuale, viene affermato che per essere genitori non è importante il sesso biologico e l’orientamento sessuale, ma l’amore per la creatura di cui ci si assume la responsabilità. Questa argomentazione attiene, appunto, alla funzione materna, che è nell’ordine della sostituibilità.

La RELAZIONE MATERNA, invece, nel suo essere intima unità di biologia e cultura, corpo e parola, necessità e sogno, è insostituibile e, implicando la genealogia femminile madre-figlia, rende evidente la differenza sessuale e la sua origine nel diverso rapporto con il corpo materno della figlia e del figlio.

Mentre adozioni e affido entrano in gioco come SUPPLENTI di fronte a una interruzione della genealogia femminile già avvenuta per cause accidentali, con la maternità surrogata l’interruzione, addirittura doppia quando ci sono una donatrice di ovuli e una portatrice di embrione, è programmaticamente decisa. Lo strappo simbolico è grave e ci espone contemporaneamente alla appropriazione della maternità da parte della tecnoscienza e del mercato e alla cancellazione della madre.

Con la distinzione tra relazione materna e funzione materna si può tener conto dei desideri emersi da chi sostiene e ricerca la maternità surrogata, estendendo la possibilità di esercitare la funzione materna attraverso l’adozione, prescindendo dall’orientamento sessuale o dallo stato di single, così come in Italia già avviene con l’istituto dell’affido.