Condividi

Come si approccia il tema del proprio corpo femminile, quando a raccontarlo sono sistematicamente le voci maschili?

Ritengo che avvicinarsi a una riflessione sul corpo sia difficile per tutte le donne, ma che sia ancora più complesso per le giovani femministe della mia generazione; per spiegare il mio punto di vista, vorrei partire dal mio personale percorso.

Ho cominciato per la prima volta a riflettere su come vivere il corpo secondo una prospettiva femminista durante gli anni liceali, quando ho iniziato a esplorare i movimenti delle donne, prevalentemente sui social.

Vivere il mio corpo, allora, aveva come nucleo fondativo l’auto-oggettificazione; se questo può sorprendere molto la me di adesso, la realtà è che le mie credenze erano del tutto coerenti con due input particolarmente pervasivi a cui ero esposta a quattordici anni: per primi i media misogini classici, come la televisione italiana, ma ancora più rilevante era quello stesso “femminismo” che avevo avvicinato su Facebook e su Instagram. In altre parole, è da almeno una decina di anni che è diventata popolarissima una proposta che si è appropriata del nome femminismo, avente come target le giovanissime, che le incoraggia a aderire senza esitazione a tutti quegli standard di femminilità che il patriarcato impone.

È diventata quindi la normalità vedere post di pagine femministe spingere le donne a indossare quel capo sessualizzante se le fa sentire a loro agio; a esplorare quella sessualità pornificata tanto cara agli uomini… le ragazze dovrebbero dunque fare qualsiasi cosa le faccia sentire a loro agio, anche se palesemente orientata verso standard declinati al maschile, perché è “empowering”,cioè dà potere.

In questo senso, quindi, per le giovani donne è ancora più faticoso disfarsi di quel rapporto alienato con il proprio corpo: il lavoro di riappropriazione, che riguarda tutte, va sommato allo sforzo continuo di non cedere alla tentazione di abbracciare questi nuovi orientamenti cosiddetti “femministi”, i quali altro non sono che movimenti maschilisti travestiti da progressismo.

Nel ricominciare dal corpo, quindi, per noi la sfida è duplice.

La prima consiste nel riconoscere l’inganno della sessualizzazione di sé proposta come scelta personale e liberatoria, concludendo invece che è esattamente l’opposto di entrambe.

La seconda sfida è costituita da quel passo successivo di vivere il corpo come soggetti, e questo richiede uno sforzo ancora maggiore, perché la visione di donna che ci viene proposta è unica, e la nostra forza deve risiedere proprio nella capacità di crearne una alternativa di noi stesse, cominciando ciascuna dal proprio vissuto.

Verso questa direzione mi sento di dire, come appreso insieme alle altre, che il punto di partenza potrebbe proprio trovare il suo fondamento nel costruire reti relazionali con le donne, caratterizzate da ascolto e fiducia, dove ci si senta al sicuro e per un momento libere da quell’oggettivazione persistente che grava su di noi.