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Prima l’onda, poi la valanga – queste erano le metafore ricorrenti per descrivere ciò che è avvenuto dopo lo scandalo Weinstein. Già subito dopo la cacciata del produttore dall’Academy degli Oscar circolava la frase: “Nulla sarà come prima”. La radicalità  del cambiamento si riflette in molti commenti nei media: “Rivoluzione”,“Svolta”, “spartiacque”; Geneviève Fraisse in un’ intervista parlava di “un avant et un après”(France Inter 29 dic. 2017)

E gli avvenimenti si sono susseguiti, come sappiamo: Le Silence Breakers vengono scelte dalla rivista Time persona dell’anno, il dizionario americano Merriam-Webster elegge “femminismo” come parola dell’anno 2017, in Alabama vince il senatore democratico sotto l’effetto di #metoo, Oprah Winfrey, in occasione del Golden Globe tiene un discorso mai sentito a Hollywood, un atto simbolico, parla di genealogia femminile,  dell’ importanza della parola: “Quello che so con certezza è che dire la verità è lo strumento più potente che abbiamo”. Un discorso forte, liberatorio – altro che vittimismo e puritanesimo che ci vedranno poi le cento donne francesi tra cui Catherine Deneuve, puntualmente contestate.

La presa di parola non avviene solo nei paesi occidentali ma a livello mondiale: #MeToo in Pakistan, in India, in Cina.

In Italia il 12 gennaio esce la notizia che il magistrato Bellomo è stato definitivamente destituito dall’organo di autogoverno della magistratura, quasi all’unanimità. È stato escluso per aver leso il prestigio della magistratura, a causa del suo comportamento nei confronti delle aspiranti magistrate nel suo corso.

Ciò che veniva denunciato, all’inizio, come abuso di potere da parte da un Big dello show-business si è rivelato, man mano che le donne parlavano, l’infrastruttura che sorreggeva non solo Hollywood, ma che imperversa in  tutti i luoghi dove le donne si trovano a lavorare – ospedali, scuole, uffici, il mondo dello sport:  il nesso tra sesso e potere. La cosa nuova: Le donne non si vergognano più di parlare e vengono ascoltate.

Anzi, direi che mai prima è stato loro dato tanto credito. In Germania, per esempio, due giornaliste del settimanale Die Zeit hanno pubblicato le esperienze di stupro e ricatti sessuali subite da tre attrici, negli anni 90, da parte di un regista televisivo, anche se quest’ultimo ha negato tutto e ha minacciato querela in caso di pubblicazione. Anche in altri paesi sono state proprio le grandi testate, insieme ai social network, a dare voce alle donne. Siamo in un momento storico favorevole.

È accaduto, su vasta scala,  ciò che Vita Cosentino in un suo testo per il nostro sito ha chiamato una sorta di autocoscienza. Io penso che sia la parola giusta, anche quando il confronto non è in presenza fisica. Perché c’è l’autorizzazione da parte di altre donne a prendere la parola, l’interrogarsi sulla propria esperienza, la presa di coscienza, anche sul fascino del potere. E leggendo queste notizie molte di noi hanno passato in rassegna la propria vita e si sono ricordate di episodi finiti nel dimenticatoio o rimossi.

Autocoscienza anche per gli uomini: “I maschi sono frastornati”, scrive Pierluigi Battista sul Corriere della sera del 18 gennaio. Hanno capito che non possono più andare avanti così, che il patto sessuale si è definitivamente rotto. E si è rotta anche l’antica complicità tra uomini, hanno paura di essere espulsi e rinnegati dai loro simili, e, più che altro, temono la caduta dell’eros maschile di fronte alla “qualità della relazione a cui ci chiama la fine del sostegno femminile al patriarcato” (Claudio Vedovati, FB 10/1/2018).
Non c’è dubbio che tutto va rinegoziato nella relazione tra uomini e donne, a cominciare dalla sessualità fino al mondo del lavoro. Le esperienze raccontate sui ricatti sessuali gettano anche una nuova luce sul discorso del “soffitto di vetro” e fanno capire che la politica delle quote rimane una operazione di facciata. Ora alcuni uomini cominciano a riconoscere che hanno creato un “ambiente lavorativo ostile alle donne” (è successo alla rivista Artforum a New York dopo le dimissioni del coeditore Landesman in seguito alle accuse di pesanti molestie nei confronti di una collaboratrice)

“L’affare Weinstein sta rivelandosi, per le donne, un buon affare”, ha scritto Luisa Muraro in un articolo sul sito della Libreria. Sono d’accordo.

Infatti,  il dibattito che si è aperto ci fa gioco perché ha portato alla luce il conflitto tra i sessi e così contrasta la tendenza alla neutralizzazione e all’Uno che cerca di imporsi.

Ci fa gioco perché ciò che prima sembrava un discorso “femminista” ora è diventato senso comune: la sessualità è passata, anche nell’opinione pubblica, da fatto privato ad una dimensione politica.

Ci fa gioco perché oltrepassa la riscrittura neoliberale della libertà femminile che traduce la libertà guadagnata dalle donne con il femminismo in autoimprenditorialità e libertà di mercato, come Ida Dominijanni ha analizzato con acutezza nel suo libro Il trucco.

E non potevamo non pensare subito a invitare Ida quando si era delineato l’argomento per la redazione aperta di oggi. Come saggista e giornalista (al manifesto dal 1982 al 2012, oggi all’Internazionale), ha arricchito per tanti anni, unica nel panorama della stampa italiana, la nostra ricerca con il suo lavoro di analisi e lettura del reale con il taglio della differenza sessuale. Poi, nel 2014, il suo libro il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi che è stato presentato e discusso qui al Circolo il 3 ottobre 2015. Con questo libro, ricchissimo per le sue analisi, Ida ha anticipato molti nodi del dibattito sui scandali sessuali mostrando la loro rilevanza politica. Ha messo in evidenza il peso della  parola femminile che, più che ogni altra cosa, ha contribuito alla caduta di Berlusconi. Oggi questo testo è di grandissima attualità. Addirittura impressionante come descrive con capacità quasi profetica lo spettro di Berlusconi.
Ida ha anche insegnato teoria femminista in varie università italiane e straniere, è stata per un anno negli Stati uniti come research fellow e così ha potuto vedere da vicino la realtà del paese dove la valanga di oggi ha avuto origine e maggiore forza.

Rompere il silenzio, questo è anche il primo passo nella pratica di Marisa Guarneri, con la quale abbiamo una lunga storia di scambio politico: è intervenuta con testi su VD e ha condotto numerose serate qui al Circolo.
Insieme ad altre ha dato vita, nella seconda metà degli anni 80, alla Casa delle donne maltrattate di Milano CADMI, un luogo di ascolto e di aiuto per donne in difficoltà a causa di violenza domestica fisica, psicologica e sessuale. Di questa violenza, in quei tempi si parlava ancora pochissimo. Marisa e le altre della CADMI hanno sviluppato e diffuso in tutta Italia e tramite progetti europei un’ innovativa pratica di intervento che mette la donna che subisce violenza al centro della sua storia e delle decisioni e la fa protagonista di un nuovo sapere, un approccio spesso in conflitto con quello delle istituzioni che vuole tutelare e controllare le donne. Rifiutare quelle mediazioni che portano svantaggio alle donne in difficoltà e di conseguenza alle donne tutte è un gesto eminentemente politico. Ora ci interessa in particolare sapere come Marisa, oggi presidente onoraria della CADMI, ha vissuto il dibattito #metoo, se ha avuto una ripercussione politica sul suo lavoro.


Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Parlano le donne parlano, del 14 gennaio 2018