Presentazione del libro “Corpi e parole di donne per la pace” a cura di Mariella Pasinati
Clelia Pallotta
1 Marzo 2025
“Pratiche politiche contro la guerra”, incontro tenuto alla Libreria delle donne il 1° marzo 2025 con Clelia Pallotta e Daniela Dioguardi, prendendo spunto dal libro “Corpi e parole di donne per la pace” a cura di Mariella Pasinati, Navarra editore, 2024.
Ai primi di aprile del 2022, qualche settimana dopo l’inizio delle “operazioni speciali” russe in Ucraina, su uno spunto venuto dall’Unione Donne in Italia, la Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UdiPalermo dava inizio ad un Presidio permanente per la pace a cui si unirono altri gruppi di donne palermitane (Le Rose Bianche, Donne CGIL, Coordinamento Donne ANPI, Emily, Donne Caffè filosofico Bonetti, Fidapa Palermo Felicissima, Il femminile è politico. Governo di lei, Donne no Muos no War, CIF, Le Onde, Arcilesbica). Nel primo anno il presidio si è tenuto tutte le settimane, poi dal febbraio 2023 una volta al mese, il 24. Gli incontri avvengono alla Statua, cioè davanti al monumento dei caduti che come in ogni città celebra i morti nelle guerre, il loro eroismo e il sacrificio per la Patria. Un luogo simbolico dunque, da cui mostrare l’assurdità della guerra e la necessità di espellerla dalla storia umana: «Fuori la guerra dalla storia». Questa frase, ripresa da Bertha von Suttner e adottata dal presidio, è una parola d’ordine fatta propria da tutto il movimento femminista, in tutte le sue declinazioni; e poi «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» lo dice l’articolo 11 della Costituzione, per salvare «le future generazioni dal flagello della guerra» ammonisce il preambolo della Carta costitutiva delle Nazioni Unite. E nel loro pezzo, in questo libro, che ha titolo Un cambio di sguardo per rendere impensabile la guerra, Daniela Dioguardi e Anna Marrone raccontano di uno striscione portato alla grande manifestazione a Palermo del 24 febbraio 2023, a un anno dall’inizio della guerra, da un gruppo di studenti arrivate/i numerosissimi, grazie anche all’intenso lavoro fatto con le scuole di Palermo dalle promotrici del presidio: «Per favore non fate più guerre, non vogliamo studiarle più», con ironia hanno affermato una verità condivisa da gran parte dell’umanità più giovane, almeno in quella parte del mondo in cui ci sono scuole e condizioni per frequentarle.
Questo libro, curato da Mariella Pasinati, testimonia dunque l’esperienza del presidio permanente per la pace di Palermo. Oltre all’introduzione della curatrice, raccoglie dieci testi prodotti da dodici autrici per seminari e incontri organizzati nella Biblioteca delle donne o come articoli. Quattro sono stati pubblicati sulla rivista Il Segno nei primi mesi, per informare e riflettere sulla guerra e sulla pace, anche richiamando il pensiero e le opere di pensatrici, filosofe, donne che hanno cercato di trovare parole e pratiche per dare forma e contenuto a «un rifiuto sessuato della guerra».
E nei saggi di queste pagine entriamo in contatto, attraverso le autrici, con Svetlana Aleksiević, Judith Butler, Agnes Heller, Vandana Shiva e con Maria Luisa Boccia presente ad un seminario con il suo libro Tempi di guerra. Riflessioni di una femminista. La seconda parte del volume ospita i cinquantacinque volantini prodotti per ogni appuntamento del presidio, fino al 24 febbraio 2024, quando i testi sono stati chiusi per la composizione e la stampa del libro. Nei volantini si parla via via degli avvenimenti che si susseguono nel tempo, riflessioni in tempo reale e a caldo sugli scenari vecchi e nuovi delle guerre. Anche di quelle guerre che le donne si trovano a vivere nella loro vita quotidiana (Giulia Cecchettin).
Le guerre comunque nella storia umana non sono mai cessate, nemmeno dopo Auschwitz e Hiroshima, i due nomi che hanno simboleggiato e dovrebbero simboleggiare ancora l’orrore e l’impossibilità di altre guerre, in teoria, perché in pratica secondo Oxfam dopo la seconda guerra mondiale, anche se nel mondo il numero totale dei morti per cause belliche è diminuito, il numero dei conflitti armati non è mai sceso sotto il centinaio. Anche adesso ci sono almeno un centinaio di conflitti armati in giro per il globo, di alcuni non sappiamo quasi niente, altri sono più o meno documentati e segnalati dai media nazionali o internazionali, altri soprattutto se coinvolgono in qualche modo i paesi occidentali hanno l’onore quotidiano delle cronache e portano scompiglio e lutto nelle nostre giornate e nei nostri cuori.
Certo non tutte le guerre sono della stessa entità e dello stesso tipo, ce n’è di grandi e di piccole, agite da eserciti o da gruppi irregolari, ad alta e a bassa intensità, endemiche e lampo, mondiali, regionali o locali, simmetriche e asimmetriche, convenzionali, e poi le devastanti e famigerate guerre non convenzionali; ci sono poi le definizioni retoriche legate alle occasioni imperiali che a seconda del bisogno comunicativo e didattico nominano la guerra giusta o la guerra preventiva, la guerra umanitaria (che porta libertà, democrazia e progresso, cioè consumo) o la guerra per le donne; la guerra etica o la guerra per la pace. Esiste tutto un universo verbale, gerarchico, classificatorio, tipologico che distingue e sistema secondo una logica ordinatrice questa passione maschile organizzata per l’assassinio e per la distruzione, motivata nella maggior parte dei casi con argomenti umanitari e altruistici, ma che nella stragrande maggioranza dei casi è prodotta da progetti di espansione territoriale, di predominio commerciale, di accaparramento di risorse preziose e limitate, come il petrolio, il gas, l’ acqua, le terre fertili e le terre rare, minerali preziosi e indispensabili per la produzione di tecnologia avanzata. Da intenti predatori, in sostanza.
È impressionante consultare Wikipedia con la parola guerra, si apre un territorio sterminato di racconti e approfondimenti che si ramificano in tutte le discipline dello scibile umano, dall’economia alla filosofia, dall’alimentazione alle canzoni, dall’abbigliamento al linguaggio, una bibliografia sterminata, la declinazione dell’argomento ha occupato il tempo e la fatica emotiva e intellettuale di milioni e milioni di persone nel corso dei secoli, con una forte intensificazione a partire dalla metà dell’800. Voci favorevoli, soprattutto di uomini, e voci avverse, soprattutto di donne. Ma l’essenziale rispetto alla guerra nella sostanza non è mutato, anzi le tecnologie applicate alle armi, la globalizzazione del capitalismo liberista, l’enorme potere delle aziende che producono strumenti bellici hanno peggiorato e non di poco le cose. I civili, le donne, i bambini e le bambine, le persone anziane sono direttamente esposte e inermi davanti alla distruzione e alla morte, come vediamo tutti i giorni dai resoconti approssimativi e spesso menzogneri che trapelano dai media.
Come donna pacifista mi schiero con le vittime a prescindere da etnie, religioni, posizioni politiche, lavoro tra me e me e nelle mie relazioni per mantenere una posizione empatica e non polarizzata sulle cose. Ho una storia, ho una visione del mondo maturata nell’esperienza, ho un modo di amare le persone e il mondo. Però sono capace di pensare ai torti e alle ragioni, alla forza e alla debolezza, alla giustizia e all’ingiustizia da cui consegue la crudeltà della guerra. C’è un prima da cui origina l’orribile sequenza della guerra, e voglio pensarlo, indagarlo, giudicarlo secondo la mia visione e la mia esperienza, che compongono un frammento della verità delle cose. Però non mi schiero davanti alla morte e al dolore, al terrore dei bambini e allo scempio delle loro morti. Al dolore delle madri, al peso per le donne, alla distruzione dei luoghi della vita. Le donne perdono anche le guerre che per gli uomini sono vinte. Nelle guerre le donne (che hanno la potenza di dare la vita) patiscono la morte e il lutto, cercano tra le rovine, portano civiltà tra le macerie, lavano e stendono i panni negli accampamenti di fortuna, rassicurano, curano, nutrono. Mantengono in vita la vita, anche in condizioni estreme. Ma come femminista della differenza non posso sopportare l’orribile gerarchia, legalizzata dai media e dalla cultura coloniale e razzista, delle vite e delle morti. Una sorta di decimazione del vivente che non conta e che non viene contato. Cosa muove o cosa lascia indifferenti davanti alla violenza e alla morte? Non so ignorare l’evidenza del razzismo, del suprematismo, del disprezzo per l’altro, anche se è una bambina o un bambino.
C’è una crisi evidente della democrazia, si fa strada da più parti l’ipotesi, credibile, che il capitalismo liberista algoritmico, favorito dai reticoli tribali dei social e dalla così detta intelligenza artificiale, che non è né intelligente né artificiale, non abbia più bisogno della democrazia. Ci troviamo di fronte a poteri arroccati, sordi al dissenso e all’opposizione, incuranti delle norme condivise e delle convenzioni che hanno regolato le relazioni nazionali e internazionali. Che fare?
Trascrivo le ultime frasi dell’intervento di Maria Luisa Boccia (Siamo in guerra e non è una guerra giusta, pag. 64), fanno riferimento al pensiero della differenza, non danno soluzioni ma offrono secondo me spunti utili per continuare a pensare insieme.
«La differenza, proprio perché inquieta nella sua irriducibilità, richiede il lavoro, pratico e simbolico, della relazione. È un lavoro inverso a quello dell’identificazione, perché rinuncia alla pretesa di unire sulla base di un’unica verità – chi sono, chi siamo, in quale mondo viviamo. Un lavoro inverso alla guerra, perché tiene viva e attiva la passione della differenza, non restringendo le relazioni a quelle con il proprio simile – la sola sembianza dell’amico – e non caricando di inimicizia il conflitto, imprescindibile nelle relazioni di differenza, e dunque depotenziandone la distruttività. Per costruire un assetto del mondo basato sulla pace, il pensiero femminista della differenza, costruito sulla critica dei valori dominanti e dell’identità occidentale, offre l’orizzonte teorico-politico più efficace. Invece di proporre un unico modello di società, di valori, di identità, possiamo assumere il rapporto con l’altro/a da sé come reciprocità e interdipendenza, a partire dal riconoscimento della differenza. Possiamo riattraversare la storia e le diverse tradizioni, rinunciando ad assumere la “modernità” occidentale come tappa irrinunciabile di progresso dell’umanità».