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Probabilmente questa per me resterà la Grande Pandemia globale così come per i miei nonni Grande Guerra si chiamò fino alla fine quella che per i loro discendenti rimasti vivi o nati dopo, diventerà la prima guerra mondiale. Voglio dire semplicemente che non ci sarà un ritorno al prima, ci sarà un dopo chiamato a trarre delle conseguenze e che ci conviene intanto imparare qualcosa. Una prima cosa da imparare, secondo me, è quello che dice Hannah Arendt nel 1972 riflettendo sulla guerra del Vietnam.

Dice: bombardando le strutture industriali del Vietnam del Nord, gli Usa credevano di piegarlo, senza considerare: primo, con che popolo avevano a che fare; secondo, che le strutture industriali non sono decisive in una guerra di guerriglia. Ma la questione è che l’errore di giudizio – prosegue la filosofa – diventò colossale solo perché (come dimostrano i documenti prodotti dagli stessi Usa) nessuno volle correggerlo. A questo punto il suo discorso punta verso l’origine di quello che, a posteriori, si riconosce come l’incapacità o il rifiuto di far ricorso all’esperienza e d’imparare dalla realtà (cfr. Hannah Arendt, La menzogna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers, a cura di Olivia Guaraldo, traduzione di Veronica Santini, Marietti 1820, 2018, p. 77).

Chi mi legge, sono sicura che è consapevole quanto me, della bontà di far ricorso all’esperienza e d’imparare dalla realtà, tenendo in conto un sapere già acquisito ma senza farne un sostituto dell’imparare dall’esperienza. Nella realtà quotidiana pare che le donne ci riescano meglio degli uomini, ma in politica?

La mia proposta, buona per me e forse anche per altre, è di ricercare, tra sé e sé non senza il contributo di altre o altri, la verità soggettiva. La verità soggettiva è un collegamento vivo, personale, con la realtà che cambia. Ma come si fa a dirla? Molti anni fa si è risposto da alcune inventando la pratica dell’inconscio. Io, senza togliere niente a questa ottima risposta, ripresa recentemente da Chiara Zamboni, Riccardo Fanciullacci e altre/i, faccio un passo indietro e dico: il come preciso non lo so ma cerchiamola praticamente nelle cose che facciamo (o non facciamo), combattendo l’inganno e l’auto-inganno.

Per esempio (e che Silvia Romano mi perdoni di tirarla in ballo): una giovane donna lungamente sequestrata da pericolosi delinquenti, sedicenti mussulmani, torna libera, si presenta in Italia sana e sorridente, ma infagottata in un vestito che, ci viene spiegato, testimonia della sua conversione o passaggio dalla fede cattolica all’islam. Sorpresa generale. Nelle risposte delle femministe, è difficile se non impossibile rintracciare una verità soggettiva: sono soprattutto reazioni, alcune reticenti fino a non dirne una parola, altre scomposte. Eppure, siamo tutte colpite…

Anche la pandemia del nuovo corona virus è una sorpresa, gigantesca. Quale verità soggettiva sta affiorando nelle nostre risposte? È la domanda che pongo a quelle che la trovano sensata.

Per esempio, ho notato la tendenza a scrivere testi che fanno letture, analisi, proposte su quello che sta capitando, chiedendo poi ad altre di sottoscriverli. La raccolta di firme si spiega in tempi di distanziamento sociale. Ma si accorda male con la pratica di parola tra donne poi adottata e potenziata dal femminismo con l’autocoscienza, che non procede alla conta dei numeri. C’è di peggio ed è che il contarsi porta con sé il rischio di schierarsi. Bisogna capire meglio che cosa cerchiamo chiedendo l’accordo di altre. E, in generale, bisogna tornare a interrogarci sul ricorso alla Rete come medium per comunicare, ricorso che per forza di cose si sta estendendo. Una domanda che pongo è questa: che ne è del contrasto che bisogna opporre all’inganno e all’autoinganno? Come si fa?

Un inizio di risposta mi è stato suggerito da un conflitto che molte possono riconoscere e che riassumo brevemente. Si fa avanti una che di cose scientifiche se ne intende, e dice: questa pandemia è una forma d’influenza, un problema di salute ricorrente che abbiamo imparato a tenere a bada. Questa posizione viene respinta con la stessa enfasi con cui si respingono le “teorie” complottiste, cioè senza riconoscere la sua verità parziale che pure sarebbe utile tenere presente.

La verità parziale è tale solo se si esprime con la misura giusta, e questa può essere trovata in un rapporto fiducioso. L’esposizione critica e il giudizio dei pari grado, cioè la pratica propria della società scientifica, non sempre è sufficiente e spesso è impraticabile. Ci vuole anche che ci sia fiducia nel rapporto con l’altro, con l’altra, da guadagnare sul legame gregario del “noi” e sugli auto-inganni dell’Io. La comunicazione digitale consente, mi chiedo, che nasca fiducia critica e autocritica? La Rete si è sviluppata non poco sull’inganno e sulla finzione: la necessità in cui ci troviamo può farsi virtù?