Condividi

Nei tempi che attraversiamo, grande è il rischio di ritrovarsi senza parole, ammutolite dalle guerre, dai massacri, soprattutto dall’indifferenza per le vite umane, inghiottite al largo di Pylos oppure davanti a Cutro.

Per questo, invece, perché può produrre lingua e relazioni, voglio ragionare di “amicizia politica, come pratica orientata per il presente” che ponete alla riflessione nell’invito alla redazione aperta di #VD3.

Secondo me l’amicizia politica non presuppone l’essere in sintonia. In effetti, mi convince Chiara Zamboni quando dice che «l’amicizia politica non ha a che fare con l’essere d’accordo con l’altra».

È una posizione che non costringe a stare di qua o di là, in uno o nell’altro schieramento, dalla parte di chi vince o di chi perde. Piuttosto si tratta di uno “scambio conflittuale”, una possibilità di trasformazione in grado di modificare i soggetti dello scambio e costringere ad abbandonare la corazza dell’identità.

Badate che alla corazza dell’identità molti e molte si avvinghiano quasi fosse la loro ancora di salvezza. Basta leggere le interviste più intime rovesciate sulle pagine dei giornali, basta ascoltare le esibizioni senza filtri alle quali assistiamo sulla scena televisiva.

All’opposto, lo “scambio conflittuale” aggira la pretesa di ottenere riconoscimento, la sicurezza di avere ragione e colloca in una posizione di ascolto delle altre. D’altronde, l’amicizia politica attraverso un «va e vieni tra vita quotidiana e amicizia tra donne» (sempre Chiara Zamboni) mette in rapporto con il mondo, con le contraddizioni squadernate quando ci si immischia nelle cose del mondo.

Così, i nodi aggrovigliati (come la gestazione per altri) che esistono tra noi, tra me e voi della Libreria e che certo è utile tentare di sbrogliare, non diventano dei macigni e non escludono che possiamo lavorare insieme interrogandoci sugli uomini e sulle donne e sul nostro stare insieme. In fondo, è l’amicizia politica con le sue parole che aiuta a schivare i fantasmi dell’incompatibilità radicale.