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Negli anni ’70 e ’80, molte di noi, me compresa, ci trovammo attraversate da ideali ed energie incredibili, oggi intraducibili con le immagini e gli slogan che vanno per la maggiore. Più che domande, pretese che spinsero molte di noi, un po’ da sole, un po’ con altre, organizzate oppure no. Intuivamo, ma non era chiaro, volevamo rompere schemi ideologici e culturali che avevamo deciso non avremmo sopportato oltre. E adesso, cosa c’è nell’aria, qual è il vento del cambiamento che ci gira attorno, di cosa sentiamo il profumo che prima non era dato sentire?

La testimonianza di Traudel Sattler, all’ultima riunione per Via Dogana 3 (Voilà, #VD3, 20 gennaio 2017), mi ha commossa e mi ha confermato nell’idea che, le connessioni attraverso cui il cambiamento auspicato può avvenire, sono davvero inimmaginabili.

Riflettere insieme, testimoniare, sempre partendo da sé, non scordare il convincimento profondo che ci sprona a interessarci della realtà senza accettare la sottomissione al pensiero convenzionale, rimanere attive nella pratica di esistere sapendo quanto sia importante non credere di avere dei diritti, tutto questo in me ha generato una necessità di stare in dialogo con ambiti di realtà non immediatamente contigui.

Mi riferisco all’impegno di continuare negli ultimi dieci anni il dialogo con le donne della Libreria di Milano e le donne del Gruppo di Tetuan, per condividere, riflettere, scrivere in un transito continuo tra quelle due realtà. Ciò ha avuto una ricaduta importante sulla mia evoluzione personale e sulla mia pratica professionale che da vari decenni svolgo in ambito clinico, indifferentemente con donne e uomini, famiglie, coppie.

Un confine non certo banale quello da me scelto, oltre la mia pratica clinica, in Marocco con professioniste marocchine e altre provenienti da diversi paesi europei, a riflettere insieme sui temi che riguardano il ruolo della donna nella famiglia islamica.

Anche nel gruppo di Tetuan ci si interroga sui nuovi traguardi da figurarci come donne, per un futuro che non sia lontano mille anni, uno spostamento a cui poter prendere parte mentre siamo in vita e con gli apprendimenti guadagnati in anni di pratica di esistenza. Assieme agli altri, perché da soli raramente si lascia traccia. Donne di anima e di pensiero, attente alla differenza di genere e all’alleanza possibile tra donne e non solo queste, si intende con gli uomini che vogliono bene alle donne, data la ricchezza che da ciò, oggi, potrebbe venire.

Mi domandavo, anche prima della relazione di Traudel, come incontrare le altre che sono ovunque e senza saperlo attendono che qualcuno le sfiori, spostando il loro sguardo verso un altro modo possibile di leggere la realtà in cui sono, siamo immersi. Grazie alla sua testimonianza ho ricordato vividamente che alcune cose importanti a livello personale, ma anche collettivo, possono avvenire al di là delle nostre intenzioni consce. E a questo proposito mi viene in mente la dott.ssa Amina Bargasch del gruppo di Tetuan la quale sostiene l’importanza di saper costruire e decostruire la realtà attraverso un movimento di pensiero e di pratica che ci permetta, mettendo dentro anche noi stesse, di avvicinarci alle realtà.

Lei nella sua grande esperienza di psichiatra e psicoterapeuta della famiglia, di profonda umanità e capacità comunicativa, ha trovato una modalità per continuare a parlare a un pubblico ben più vasto di quello che può arrivare nel suo studio. Lei parla a una radio che trasmette solo in lingua araba raggiungendo una vastissima area geografica. Arabo, per loro la lingua dell’origine, quella prima dell’occupazione francese, l’arabo è la lingua che le permette narrazioni comprensibili alle masse più estese e i temi che tratta possono riguardare argomenti tipici ma anche no, intendo temi che normalmente, anche da noi, potrebbero essere considerati tabù. Per esempio: la prostituzione, l’incesto, i bambini che maltrattano i genitori, l’enuresi di uomini adulti, l’importanza del padre nell’educazione dei bambini anche quando i padri sono lontani per lavoro o in prigione per reati politici o di ordine pubblico. Durante le sue trasmissioni radiofoniche che vengono date una volta di pomeriggio e una in ore notturne, ci sono gruppi di ascolto di donne, ma anche di uomini, anche di uomini in carcere. E intanto passano messaggi di libertà, di diritto a sapere da dove viene una sofferenza profonda, molto diffusa nelle famiglie su un territorio estesissimo, transnazionale ma tutto di lingua araba.

Anche per lei l’inizio fu casuale, come ebbi occasione di scrivere qualche anno fa in un articolo per Via Dogana, poi però ha fatto delle cose per favorire che ciò che era accaduto per caso – aveva partecipato come ospite ad una trasmissione radiofonica – venisse sostenuto, guidato dalla buona relazione con i responsabili di quella trasmissione e poi tutto il resto.

La domanda con cui voglio terminare è come aiutare il caso, i casi che testimoniano cambiamenti in atto. Per esempio questo inatteso interesse da parte del gruppo francese incuriosito non solo a tradurre, ma a capire intimamente il periodo in cui Non credere di avere dei diritti nacque, come esso nacque, ma nel contempo, quel gruppo di donne e uomini sta inventando un metodo che si preannuncia di raffinata complessità e che permetterà a un testo scritto decenni orsono di nascere a nuova visibilità per un pubblico di lettori e lettrici che prima non esisteva.

Come aiutare il caso, visto che docenti di italianistica all’estero proprio recentemente hanno domandato di avere contatti con la Libreria delle Donne di Milano?

Penso, quando Non credere di avere dei diritti sarà circolante in francese con la narrazione di come è stata l’esperienza del gruppo di traduttori e il fitto dialogo con le autrici di un tempo, i loro “Aiuta” ecc. ecc., il mio gruppo di Tetuan dove c’è anche una collega canadese di lingua francese e le altre di nazionalità svizzera ma di lingua francese e le altre arabe ma con la conoscenza della lingua dell’antico occupante, il francese, tutte loro e chissà quante altre, potranno conoscerlo.