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Da il manifesto – È stata una delle spagnole più note del Ventesimo secolo e ha esercitato una leadership senza precedenti, diventando la prima donna del suo paese a occupare la carica di segretaria generale e poi di presidente di un partito, ha attraversato il regime di Primo de Rivera, la Seconda Repubblica, la Guerra Civile, la dittatura di Franco, la Transizione alla democrazia, e parlare di lei significa approfondire argomenti come la formazione del movimento operaio in Spagna, la storia del comunismo o il rapporto tra genere e coscienza di classe.

E se, come ha scritto di recente su El País l’autorevole storico Gutmaro Gómez Bravo, è necessario che lo studio del passato come radice del presente non sia condizionato dalla polarizzazione e dallo scontro, non c’è dubbio che oggi abbia un senso preciso rievocare Dolores Ibárruri, mentre è in corso una vera “guerra alla memoria” scatenata dall’estrema destra, in Spagna come altrove.

Appare dunque particolarmente opportuno che alla già vasta letteratura su Ibárruri si siano aggiunte, in coincidenza con il centenario del PCE, due nuove biografie: ¡No pasarán! Biografía de Dolores Ibárruri, Pasionaria (Ediciones Akal, pp. 608) di Mario Amorós, e Pasionaria. L’inaspettata vita di Dolores Ibárruri di Jorge Díaz Alonso (People, pp.424, e. 20, traduzione di Marcello Belotti), corredata nella nuova edizione italiana da una prefazione di Pablo Iglesias e uno scritto di Luciana Castellina sul “giorno caldissimo” dei funerali di Togliatti, cui l’ormai anziana Dolores partecipò con intrepida energia.

Nel suo libro (che include una cronologia, un indice biografico dei personaggi citati e un’ampia bibliografia), Díaz affronta con sguardo contemporaneo una figura affascinante e complessa, mettendone in luce i meriti, le ombre, le contraddizioni, le asprezze, l’adesione all’ortodossia sovietica ma anche la duttilità necessaria ad affrontare tempi nuovi.

A suscitare l’interesse del biografo, però, è soprattutto il cammino che portò Ibárruri, nata nel 1895 in una comunità di minatori baschi dove le donne potevano solo «filare, partorire e piangere», a costruirsi una «vita inaspettata». Come riuscì, la ragazzina studiosa che avrebbe voluto fare la maestra e che invece dovette andare a servizio in un’osteria, a trasformarsi in un simbolo dell’antifascismo e in una dirigente politica di primo piano, che conobbe il carcere e un lungo esilio, viaggiò per il mondo, si lasciò alle spalle un matrimonio infelice e si concesse una lunga relazione con un uomo di quattordici anni più giovane?

La sua sorte cominciò a cambiare dopo le nozze con Julián Ruiz, giovane minatore del PSOE: un’unione che per Dolores significò il primo contatto con la politica (nel 1921 lei e il marito parteciparono insieme alla nascita del PCE), ma che fu segnata dalla repressione, da una miseria estrema, da molte amarezze e dalla morte di quattro dei sei figli. Per anni Ibárruri lavorò duramente, provvedendo alla famiglia quando Julián era in carcere, ma non smise di coltivare l’assidua militanza che le aveva aperto altri orizzonti e di scrivere sul giornale dei minatori El Minero Vizcaíno, dove si firmava Pasionaria, un nom de plume che sarebbe diventato celeberrimo. Il matrimonio finì nel 1930, quando Dolores, chiamata alla redazione madrilena di Mundo Obrero, entrò nel Comitato Centrale del PCE e venne eletta deputata durante la Seconda Repubblica.

Fu con la guerra civile, però, che si trasformò in una leggenda: la sua voce e la sua immagine, mentre visitava il fronte o chiedeva il sostegno internazionale, diventarono familiari non solo ai soldati e alla popolazione civile, ma anche agli antifascisti di tutto il mondo e, ovviamente, ai loro avversari.

Aveva l’aspetto di una popolana qualsiasi, una madre e una sposa vestita modestamente di nero, con i capelli raccolti in una crocchia severa: un personaggio che ormai le assomigliava solo in parte; ma Ibárruri sapeva bene che, nonostante la Repubblica prevedesse l’uguaglianza tra i sessi in ogni ambito, rappresentare il “nuovo” e insieme rimandare a echi tradizionali era il modo più efficace per fare breccia in un contesto ancora profondamente maschilista.

C’erano poche presenze femminili sulla scena pubblica, e Dolores, autodidatta e di estrazione proletaria, vi aveva fatto irruzione con enorme forza, una straordinaria capacità oratoria e un carisma indiscutibile: «una donna reale che per la sua differenza riesce a diventare un referente mitico davanti al quale la società maschile, in bene o in male, reagisce», disse di lei Vázquez Montalbán.

Secondo Irene Montero, ex ministra de Igualdad del governo spagnolo, rileggerne la vita in un’ottica femminista è oggi inevitabile, e Díaz, pur sottolineando che Ibárruri non si definì mai tale, la considera portatrice di un femminismo “diverso” e con forti connotazioni di classe, che includeva finalmente le operaie, le lavoratrici del terziario e le contadine: Pasionaria le sollecitava a mobilitarsi per l’uguaglianza salariale e il diritto al lavoro, per l’aborto e il divorzio, per un sistema pubblico di assistenza.

Essere comunista, disse nel ’47, significa anche lottare «contro le trappole feudali e i pregiudizi che hanno fatto della donna, attraverso i secoli, non solo la schiava della società, ma dell’egoismo degli uomini».

Amata e odiata, venerata come una santa laica o diffamata come «strega bolscevica», Dolores Ibárruri è stata una formidabile protagonista del suo tempo, e in esso va collocata; quando morì, a novantaquattro anni, più di duecentomila persone accompagnarono i suoi funerali, e forse il modo migliore per ricordarla sta in quel che scrisse di lei Ernest Hemingway: «Se aveste potuto sentirla… Le parole nascevano dalla sua bocca irradiando una luce che non è di questo mondo. La sua voce aveva l’accento stesso della verità».