Quattro anni dopo Mahsa Amini, in Iran la resistenza è silenziosa. Ma c’è
Francesca Luci
16 Settembre 2026
Il 16 settembre 2022 la giovane moriva in cella. Oggi molte donne continuano a non indossare l’hijab e i giovani parlano di libertà con una naturalezza che prima non avevano: il cambiamento si è sedimentato nonostante la repressione accentuata dalla guerra
Di acqua sotto i ponti del Medio Oriente, da quel 16 settembre di quattro anni fa, ne è passata tanta. Una giovane donna, Mahsa Jîna Amini, arrestata dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo, moriva in stato di detenzione. Qualcosa in Iran, da quel momento, non è più tornato come prima, anche se la ricorrenza passa largamente sotto silenzio all’interno del paese.
Il movimento nato da quella uccisione, Donna, Vita, Libertà, non si è esaurito nei mesi di proteste che nel 2022 attraversarono il paese da un capo all’altro. Ha lasciato un segno più lento da misurare, meno vistoso di un corteo represso a colpi di fucili a pallottole di gomma e lacrimogeni, ma probabilmente più duraturo. Ha cambiato il modo in cui la società iraniana guarda al potere.
Gli eventi hanno provocato una crepa anche dentro il mondo accademico e intellettuale che la Repubblica islamica aveva costruito con pazienza per decenni. Il progetto teorico che voleva leggere la società solo attraverso una sociologia islamica, fondata sui principi religiosi e sulla rivelazione, accantonando i concetti nati in Occidente, ha mostrato i suoi limiti.
Per anni, almeno nelle università, la sociologia laica era stata vista come uno strumento estraneo, importato, quasi ideologicamente sospetto. Le proteste del 2022 hanno messo a nudo i limiti di quell’impianto. Difficile spiegare con le categorie della sociologia islamica una generazione di ragazze che si toglie il velo in piazza sapendo di rischiare l’arresto, o un movimento che parla apertamente di autonomia individuale e diritti di genere.
I sociologi di formazione laica, più abituati a un’analisi empirica e meno vincolati a una cornice ideologica, si sono trovati improvvisamente più attrezzati a leggere quello che stava accadendo. Non è un dettaglio da poco. È il segno di una frattura tra una parte della società, in gran parte giovane, e le fondamenta teocratiche su cui lo stato ha costruito la propria legittimità. Da qui è nata una domanda che resta al centro di tutto: cambiare i governanti basta, o serve cambiare la struttura del potere?
La reazione del potere si è tradotta in repressione, e quella sì ha funzionato, nel senso stretto del termine. Arresti, condanne pesanti, manifestanti uccisi, l’onda di piazza si è ritirata. Ma chi pensa che questo significhi un ritorno alla situazione precedente sbaglia.
Molte donne continuano a non indossare l’hijab obbligatorio e lo fanno ogni giorno, in modo silenzioso, senza bisogno di uno slogan da gridare. La resistenza civile è diventata abitudine, un gesto quotidiano più che un atto politico dichiarato. I giovani parlano di libertà e di scelta con una naturalezza che prima non avevano, o che avevano solo in privato.
Poi sono arrivate le guerre, e hanno cambiato la scala del problema. La guerra dei dodici giorni nel giugno 2025 e il conflitto successivo che nel 2026 hanno inferto un colpo durissimo a un’economia già fragile. La moneta locale ha perso enormemente valore, l’inflazione ha superato il 70 percento sui beni alimentari di prima necessità.
La guerra ha mostrato un paese diviso, forse più diviso di prima. C’è chi ha sperato che i missili statunitensi facessero quello che decenni di proteste non erano riusciti a fare, e chi invece ha visto in ogni bombardamento straniero un torto in più da aggiungere a quelli già subiti dal potere. In mezzo, la maggioranza della popolazione, stretta tra due dolori che non si escludono a vicenda.
Poi però sono arrivate le immagini degli impianti petroliferi in fiamme, dei quartieri di Teheran sventrati, e qualcosa si è incrinato anche in chi all’inizio aveva tifato per la guerra. Guardare bruciare il patrimonio industriale del paese valeva più del prezzo che molti erano disposti a pagare per un cambio di sistema. Altri, tra le macerie delle case, si chiedevano solo cosa fare il giorno dopo.
Sospesa la fase più intensa del conflitto, la repressione non si è fermata, anzi. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di un aumento delle esecuzioni. Eppure le donne continuano a togliersi il velo per strada, guerra o non guerra, come se quella battaglia fosse ormai indipendente da tutto il resto. C’è anche chi rifiuta sia l’aggressione straniera sia le giustificazioni del potere centrale e chiede un cambiamento che nasca dal basso. Ma resta minoritaria, schiacciata tra chi vuole più guerra e chi la rifiuta del tutto.
Quattro anni dopo, insomma, non c’è stata una rivoluzione, ma piuttosto un cambiamento lento, mentre lo Stato ha continuato a irrigidirsi in risposta, in un braccio di ferro che la guerra rende più teso e più povero per chi lo vive ogni giorno.
L’Iran libero del futuro, quando verrà, porterà addosso il segno di chi lo avrà pagato di persona, specialmente le donne del movimento Donna, Vita, Libertà, che hanno aperto la strada a quella libertà millimetro per millimetro, spesso a un prezzo altissimo.
Quelle arrestate, quelle uccise, quelle che ancora oggi si tolgono il velo. Non è un dettaglio di contorno della storia. È la base su cui quella libertà sarà stata costruita.
(il manifesto 16 settembre 2026)