La forza delle donne può fermare la guerra. La lezione di Lisistrata
Tiziana Plebani
6 Ottobre 2026
È possibile trarre dal personaggio di Aristofane una proposta politica che parta dalle donne e sia capace di arrestare i conflitti?
Nell’invenzione del drammaturgo greco le donne si compattano al di là dell’appartenenza ai diversi schieramenti che si stanno affrontando con gli eserciti, Sparta e Atene. Infatti Lisistrata afferma: «se ci riuniamo tutte assieme, noi, le donne della Beozia e quelle del Peloponneso, insieme salveremo la Grecia». Salveremo la Grecia, cioè salveremo la terra comune, non gli interessi delle singole città.
Già questo è un primo monito significativo che indica la necessità di oltrepassare e smontare le logiche nazionalistiche che incitano al conflitto. Lo abbiamo visto in atto nelle pratiche messe in campo da alcune donne israeliane e palestinesi, in cui madri di entrambe le provenienze hanno marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare nel 2023, riproposta poi nella Barefoot Walk: Mother’s Call for Peace, che ha transitato per Roma nel marzo 2026.
Tuttavia questo non basta. Lisistrata invita le donne stesse a occuparsi delle trattative di pace, perché gli uomini paiono incapaci di farlo, non in grado di abbandonare le loro posizioni e intravedere lo spiraglio di mediazione per giungere alla pace.
È questo un punto cruciale. Sappiamo infatti che le donne sono quasi del tutto assenti dai tavoli negoziali ufficiali, e la quota di negoziatrici è al di sotto del dieci per cento e poco di più come figure di mediatrici. Questa è la situazione nonostante la Risoluzione 1325 dell’ONU (“Donne, pace e sicurezza”) del 2000 abbia riconosciuto l’importanza della leadership femminile, ma i tavoli formali restano a forte prevalenza maschile. Le donne sono assenti nelle più alte posizioni di vertice di comando delle operazioni e missioni militari dell’Unione Europe e pochissime sono state nominate a capo di missioni civili. Se fossero più numerose, radicate nel loro genere e distanti dalle logiche patriarcali potrebbero fare la differenza, come dimostra la Colombia dove le organizzazioni di donne richiesero nel 2012 la partecipazione ai negoziati tra le Forze armate rivoluzionarie e il governo, dopo aver lanciato il manifesto “La Pace senza le donne non funziona!” Esperte e avvocate parteciparono direttamente ai negoziati in corso all’Avana che condussero all’Accordo di Pace durante il governo di Manuel Santos.
Nel 2025 Avvenire in collaborazione con l’Università Cattolica ha lanciato la petizione “Più donne nei processi di pace”, proprio per promuovere interventi di “diplomazia riparativa” che abbiano al centro la partecipazione delle donne nei processi di costruzione e mantenimento della pace. Più recentemente, il 9 giugno 2026, la Commissione per la parità di genere del Consiglio d’Europa ha organizzato a Strasburgo una conferenza dal titolo “Le donne come artefici di una pace sostenibile: eliminare gli ostacoli alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace inclusiva dal punto di vista di genere”, per affrontare il tema della persistente sotto-rappresentanza delle donne nei negoziati di pace e nei processi decisionali a livello mondiale.
Torniamo a Lisistrata, che è esemplare nell’indicare l’insensatezza che muove gli uomini nel dirigere gli affari cruciali che sovrintendono alla vita delle persone. Lisistrata dice al commissario degli ateniesi:
All’inizio della guerra, abbiamo sopportato, per nostra moderazione, tutto quello che facevate voi uomini. Non ci lasciavate aprir bocca; e peraltro il vostro comportamento non ci piaceva affatto. Stavamo bene attente e spesso, benché fossimo chiuse in casa, sentivamo che avevate preso qualche decisione sbagliata, su qualche faccenda importante. Allora, piangendo dentro di noi, sorridevamo chiedendovi: «Che cosa è stato deciso oggi in assemblea sulle condizioni per la pace?». E l’uomo rispondeva: «Che te ne importa? Vuoi startene zitta». E io zitta. Ma poi venivamo a sapere di qualche altra decisione ancora peggiore della precedente, e chiedevamo: «Come mai vi siete comportati così stupidamente?». E lui, guardandomi di traverso, mi diceva di badare a tessere, altrimenti avrei avuto mal di testa per un pezzo. «La guerra è affare da uomini», affermava. Non potevamo consigliarvi neppure quando sbagliavate completamente la vostra politica!
Questo giudizio di Lisistrata pare riflettere i nostri attuali commenti sull’inefficienza, che pare voluta, delle trattative di pace sia per la guerra in Ucraina che per quella in Iran. Il Commissario le ribatte: «Ma voi come pensate di mettere fine a tutta questa confusione, e sbrogliarla?» E Lisistrata risponde: «Roba da nulla.»
Quel suo “roba da nulla” smaschera quel che si nasconde dietro ai mancati passi avanti sul cammino della pace nei vertici che stanno guidando il mondo che per potere e interessi non vogliono in realtà la pace e sprecano tempo e soldi in un balletto lontano mille miglia dalle vere pratiche di diplomazia.
Lisistrata precisa il metodo delle donne:
Come quando la matassa è ingarbugliata, la prendiamo e la dipaniamo sui fusi, tendendola da una parte e dall’altra, così se ci lasciate fare sbroglieremo la guerra, lavorando da una parte e dall’altra, con le ambascerie. Prima di tutto, come si fa con la lana, togliendo via con un bagno il sudiciume dalla città. Poi, stendendola su un letto, togliere di mezzo con un bastone spine e malanni. Poi cardare quelli che tramano in società per le cariche, e spelargli bene la testa. Poi in un paniere mescolare la concordia comune e pettinarla, mettendo insieme i meteci, gli stranieri che vi sono amici, i debitori dello Stato. […] Bisogna prenderli e raccoglierli insieme e farne un solo grande gomitolo, da cui tessere una tunica per il popolo.
Togliere di mezzo gli interessi, chi trama per il potere, lavorare invece per tutti, per il popolo, dice Lisistrata.
Del resto, ribatte Lisistrata, «Siamo noi a portare il peso della guerra, più del doppio. Partoriamo i nostri figli e li mandiamo a fare gli opliti.» E incita il commissario ateniese che spiega che c’è di mezzo il possesso di un luogo che gli spartani non vogliono cedere, a spostare l’obiettivo: «Chiedete qualcos’altro in cambio». E qualcos’altro non è per forza terra da annettere.
La lezione di Lisistrata non si ferma qui perché queste donne agiscono e occupano l’Acropoli, il luogo dove avvengono le decisioni politiche che conserva però anche le risorse economiche dello stato, e difendono la loro posizione finché non raggiungono il loro scopo: la stesura di un patto di pace. Mutano dunque la direzione dell’orientamento degli affari di stato e insieme bloccano l’utilizzo del denaro per le spese di guerra.
C’è un altro tema scottante che mette al centro il riappropriarsi delle donne del loro corpo, sottraendolo alle logiche patriarcali. Aristofane disegna lo sciopero del sesso da parte delle ateniesi e delle spartane con molta ironia e toni lepidi, in cui il desiderio femminile si confronta però con pari forza e intensità con quello maschile. Tuttavia se lo rileggiamo, al di fuori della prospettiva dell’autore che non poteva uscire dalla cornice patriarcale del periodo, emerge una proposta politica su cui riflettere oggi: le donne possono essere in grado di vanificare e far fallire le logiche viriliste di guerra sottraendo consenso, negando il sesso, cioè l’uso del loro corpo (e se si pensa alla vicenda Epstein il collegamento sesso e potere è palese), negando la riproduzione a scopo della generazione di soldati ma non limitandosi a questo. Significa allontanarsi, distaccarsi, non corrispondere alle classiche soft skill femminili, evitando di sostenere uomini guerrafondai e maschilisti, non elargendo premure, cure domestiche e psicologiche. Lasciandoli soli.
Bisognerebbe lanciare un appello in tal senso alle donne – lasciateli soli – e penso in primo luogo a quelle che stanno accanto a uomini tremendi e motori di continui conflitti, come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu, Recep Tayyip Erdoğan ma anche allo stuolo di collaboratrici a ogni livello di potere e di catena di comando, nonché a tutte le altre, a tutte noi.
E qui viene la difficoltà reale e Lisistrata la prova di persona perché fa fatica a trattenere le sue compagne sull’Acropoli occupata, perché il prezzo sta in quella battuta salace che le mette in bocca Aristofane: «Dobbiamo rinunciare al cazzo». Ma il cazzo non è il membro maschile ma una metafora che riassume molto altro e che comprende anche la cattiva politica di molte donne che ora sono in situazioni di potere e che si adeguano alle logiche di dominio per lusinghe e alcune ricompense.
E non è di questo tipo di donne che abbiamo bisogno nei tavoli di trattativa per costruire un percorso reale di pace.
(ytali, 6 ottobre 2026)