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Intervista con Eleonora Zocca, autrice del libro Disobbedire a Confucio. Lotte femministe in Asia orientale, ed. ADD 2026

«I candidati alla presidenza devono smettere immediatamente di ridurre le donne a macchine per la riproduzione». «Servono politiche reali a favore delle donne. Basta discriminazione di genere». Sono alcuni degli slogan urlati da centinaia di donne che a Seul, Corea del Sud, avevano manifestato poco prima delle elezioni presidenziali del 2022.

«Vogliamo pane, rose, ma anche potere» recitava uno dei cartelli del corteo.

Dal movimento radicale per la liberazione delle donne nato nel 1970 in Giappone al recente Movimento 4B sudcoreano [che si basa su una forma di separatismo femminista come risposta a violenze di genere strutturali, discriminazioni lavorative e standard estetici opprimenti], dal femminismo online in Cina alle contraddizioni di Taiwan. Mescolando parti storiche al racconto delle esperienze più recenti e coniugando un lavoro giornalistico sul campo e ricerca d’archivio, Disobbedire a Confucio, da poco uscito per ADD, aggiunge un tassello importante alla storia del femminismo mondiale, concentrandosi sui paesi dell’Asia orientale accomunati da società di stampo confuciano fortemente patriarcali. Ne parliamo con l’autrice Eleonora Zocca che cura anche la newsletter sul Giappone “Japanica” su Substack.

In questo libro mi sono concentrata sui movimenti femministi contemporanei in Asia orientale, quindi su Giappone, Corea del sud, Cina e Taiwan. Ho scelto di intitolare il libro Disobbedire a Confucio perché tutti e quattro i paesi sono accomunati dalla matrice confuciana e le storie di donne che racconto sono accompagnate da questo spirito di disobbedienza alle gerarchie sociali, alle gerarchie all’interno della famiglia, ai ruoli di genere e a tutte quelle imposizioni e discriminazioni che sono sistemiche all’interno della società.

Confucio è un filosofo del IV secolo a.C. e nell’introduzione del libro faccio una specifica: Confucio sarà stato figlio dei suoi tempi, ma è importante dire che tutta la teorizzazione e alcune delle teorie che hanno poi influenzato profondamente questi paesi, la società e le istituzioni politiche sono successive di qualche secolo. Infatti, è nel II secolo d.C. che viene teorizzata la fondamentale disuguaglianza tra i due principi cosmici dello Yin e dello Yang e la supremazia del maschile sul femminile. Ed è proprio in questo periodo storico che vengono teorizzate le cosiddette tre obbedienze, ovvero il principio secondo cui una donna doveva obbedire in primo luogo al padre, poi al marito e infine al figlio.

Al di là della matrice confuciana che accomuna tutti questi paesi, ognuno ha una sua peculiarità per quanto riguarda i movimenti femministi che tu hai osservato. In Corea del sud, per esempio, negli ultimi anni si è assistito a fenomeni come quello che definisci un’epidemia di violenza sessuale digitale, fenomeno che ha visto un numero impressionante di vittime, o la versione sudcoreana del Metoo che rispetto ad altri paesi della regione ha fatto emergere la pervasività delle molestie sessuali nei confronti delle donne e una risposta radicale da parte delle donne da un lato e dall’altro l’emergere di un antifemminismo – così si definiscono molti ragazzi tra i venti e i trent’anni; il risultato è una polarizzazione tra maschi e femmine impressionante. Che cosa sta succedendo?

Di recente si sta parlando molto di deep fake sessuali, soprattutto c’è un allarme all’interno delle scuole; online sono state trovate chat organizzate dove vengono sistematicamente umiliate le proprie compagne di classe e di scuola, vengono “spogliate” da bot con centinaia di migliaia di iscritti. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di un processo che è iniziato agli inizi degli anni 2000 e che si è andato poi sempre più accentuando. Ci sono stati probabilmente due momenti spartiacque nei movimenti femministi coreani contemporanei e che hanno dato poi il via a quel forte antifemminismo tra i ragazzi tra i venti e i trent’anni. Il primo evento è stato senz’altro il femminicidio, avvenuto nel 2016 a Gangnam, un quartiere di Seul; nonostante l’omicida avesse ammesso praticamente di aver ucciso una ragazza proprio perché donna… Agli inquirenti disse: «L’ho uccisa perché donna e le donne mi hanno sempre ignorato». Nonostante questa ammissione, la magistratura, le forze dell’ordine, la politica e la stampa mainstream hanno sempre negato e ridimensionato il movente. Quel caso generò una risposta incredibile, sia online che nelle piazze. E un secondo evento analogo di poco successivo: nel 2018, l’arresto repentino di una donna che aveva scattato una foto a un collega che per un progetto universitario stava posando nudo e che aveva pubblicato la foto on line e senza il suo consenso.

Questo arresto così tempestivo svelò il doppio standard che c’era: nel primo una sostanziale negazione o sottovalutazione di un femminicidio, dall’altro la fulminea indagine contro la donna che aveva scattato la foto senza consenso quando dall’altra parte c’era un uomo. Ormai da anni si parlava delle “molka”, il termine che viene usato in Corea per descrivere queste telecamere che venivano nascoste in spazi pubblici, ma anche alberghi, camerini fino anche all’interno degli appartamenti. Ogni volta, anche quando questi uomini venivano colti in flagrante, nel momento in cui si trovavano ad affrontare un processo giudiziario, i magistrati erano molto accondiscendenti e hanno sempre trovato delle spiegazioni sul perché avevano fatto dicendo: «Ma no, tanto l’immagine si vede male», oppure: «In quel momento l’uomo era stressato».

Questo doppio standard, e ovviamente le discriminazioni che ci sono all’interno della società, sono state svelate da una rete di donne che ha sempre cercato di ritrovarsi, di manifestare, andare in piazza a protestare con forza contro questa discriminazione sistemica. Questo non ha fatto altro che accentuare e aggravare la risposta degli uomini sempre più feroce, sempre più violenta.

In Cina invece il femminismo come tutti i tipi di attivismo è sottoposto alla censura e al controllo da parte delle autorità. Le donne cinesi hanno comunque trovato il modo di farsi sentire e di dissentire, come?

I confini sin dove si potevano spingere le organizzazioni femministe erano noti già da prima alle donne cinesi, ma è indubbio che con Xi Jinping, ormai più di dieci anni fa, sia arrivata una stretta feroce. Gli spazi di azione si sono ridotti, ma questo non ha impedito alle donne di esprimersi, soprattutto attraverso strumenti digitali. Spesso si è parlato, durante il Metoo, di come si sia aggirata la censura online usando dei suoni omofoni di “mi” e “tù” che in cinese stanno per riso e coniglio: usando quegli ideogrammi si riusciva ad aggirare la censura. C’è poi tutto un movimento che due studiose – Sue Erose e Aviva Wei Xue – hanno definito Weibo Femminism [il movimento e il dibattito delle attiviste femministe sulla principale piattaforma social cinese, Sina Weibo] che online è riuscito a ribaltare narrazioni, ha organizzato azioni collettive in una modalità che definiscono “un pedone alla volta”. Ovvero non si affronta mai il Partito frontalmente, ma si sollevano temi che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni. È la stessa strategia utilizzata più di recente dalle stand up comedian: da una storia che ha a che fare con le mestruazioni o con l’acquisto di assorbenti si svela ancora una volta l’impostura e il sessismo e il maschilismo all’interno della società. E si svelano le discriminazioni. Vi è una circostanza che risulta particolarmente fastidiosa e antipatica (per usare un eufemismo) per il Partito: quando il femminismo trova collegamenti con le lotte e le istanze dei lavoratori. Quando il femminismo diventa intersezionale e quindi accoglie non solo le rivendicazioni delle donne, ma anche quelle di tutti gli altri gruppi sociali.

Dal 2021 la giornalista Huang Xueqin è in carcere insieme al sindacalista Wang Jianbing perché organizzavano degli incontri che dal Partito e dalle autorità sono stati considerati la prova dell’esistenza di una rete sovversiva.

Oggi nei paesi che prendi in esame, come era già successo in Occidente decenni fa, spesso la ribellione delle donne passa innanzitutto per il rifiuto del ruolo che la società vorrebbe affibbiare al genere femminile. Quindi il rifiuto del matrimonio in quanto istituzione, che nella stragrande maggioranza dei casi è ancora il prerequisito per fare dei figli. Tutto questo succede in una fase di grave crisi demografica per tutti questi paesi, il che rende forse questo tipo di protesta particolarmente efficace, non trovi?

Assolutamente, i paesi di cui stiamo parlando hanno tutti tassi di natalità molto bassi e nonostante i tentativi diffusi di invertire il trend attraverso contributi o finanziamenti una tantum alle famiglie e nonostante la retorica nazionalista martellante che vorrebbe le donne a casa a fare i figli e ad accudirli. E spesso nonostante anche le pressioni familiari che ancora sono presenti, ci sono ormai generazioni di donne che dicono “no grazie”, che vogliono essere libere di decidere della propria capacità riproduttiva e sì, mi sembra assolutamente una risposta particolarmente efficace. Una risposta anche a quell’esponente del Partito Liberaldemocratico in Giappone, che non troppi anni fa si lamentò delle nascite troppo basse e delle donne che, secondo lui, non svolgevano abbastanza bene il loro compito di “macchine per partorire”.

(Il Mondo Cultura, podcast dell’Internazionale, 26 settembre 2026)