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Qualche osservazione sull’incontro di Via Dogana 3, di domenica 8 novembre 2015, durante il quale ci siamo interrogate sull’esistenza dell’odio politico tra donne.

Grazie anche alla bella e intrigante relazione introduttiva di Alessandra De Perini, la parola odio ha mostrato tutta la sua potenza, è parsa guizzare veloce nella sala della riunione, gli interventi sono stati continui, con pochissimi momenti di pausa.

Come ha notato in conclusione Luisa Muraro, si è trattato di un dibattito anche faticoso, per la novità del confronto sul punto, ma riccamente declinato. Pareva non esserci chi non fosse stata colpita dal sentimento dell’odio e non avesse dovuto farvi i conti. Solo qualcuna non voleva neppure sentirne parlare, e pur avendo avuto la cortesia di accettare l’invito ad essere presente, come è stato notato, non ha detto, non abbiamo saputo, se non vi abbia mai avuto a che fare.

Per stare al gioco, invece, occorreva districarsi nel variegato flusso di osservazioni, riconoscere affinità, possibili sviluppi del proprio pensiero, mentre intorno, veloci, partivano e arrivavano indicazioni da e per le più svariate direzioni.

Ne riporto alcune tra le tante:

E via continuando.

Ripercorro qui solo alcuni dei nessi che la parola odio ha attivato in me, quelli che ho deciso di guardare più da vicino. Ricostruisco un filo tra i tanti possibili, attraverso le consonanze e le indicazioni che da interventi di altre ho ricavato.

L’esperienza più profonda di odio che ho vissuto è stata certamente quella che mi ha legata per molti anni a mia madre, risoltasi proficuamente per me solo quando ho saputo riconoscere il mio guadagno nell’accettazione del mio amore per lei. Solo quell’amore rimasto impensabile fino ad allora, e guadagnato attraverso parole di donne che mi avevano preceduta, è stato capace di liberarmi dall’odio che mi teneva inchiodata. Per questo ho sentito significativo per me l’intervento di Adriana Sbrogiò che indicava nell’amore l’unico rimedio per superare l’odio, e poi quello di Stefania Giannotti che individuava nella debolezza l’origine di tale sentimento.

Ho ripercorso allora il filo teso tra le profondità del rapporto con mia madre e le vicende della mia vita pubblica, la mia vita di lavoro. La dimensione in cui più avrei voluto praticare con forza la politica delle donne, ma in cui non sono riuscita a lasciare un segno particolarmente significativo della mia presenza insieme ad altre. Eppure il mio sentimento interno mi dice che è ciò che ho fatto, ciò che ho sempre tentato di fare, con una tensione ininterrotta a cercare varchi, opportunità sensate per me. Credo siano moltissime le ragioni che spiegano l’insuccesso, non ultima una probabile, limitata capacità personale, ma fra le tante ritrovo certamente anche l’inimicizia, l’indifferenza, l’odio tra donne. Penso di esserne stata spesso oggetto privilegiato, di aver dovuto patire questa particolare forma di attenzione. Il più delle volte ho risposto ricambiando cordialmente, come usa dire, l’invincibile avversione: per mancanza di sufficiente amore, che nel contesto della mia vita pubblica chiamerei mancanza di pensiero.

Di un pensiero capace di liberarmi dall’angolo a cui l’odio mi riduceva, come era infine avvenuto nel rapporto con mia madre.

Io so, io lo so che da qualunque cosa posso ricavare un bene, un vantaggio, un successo, una felicità, anche da quel piccolo e insignificante o grande e divorante odio. Ma devo saper vedere la via, il modo e il motivo per cui dover passare proprio attraverso quell’orribile imbroglio, quel nodo doloroso o così repellente che chiamiamo odio. Per esempio, in alcune situazioni, quell’odio potrebbe essere stato l’unico elemento dinamico a disposizione per volgere la realtà a mio favore. Se ne avessi visto questa caratteristica a tempo debito, con adeguata tempestività, forse ne avrei ricavato un pensiero, una guida utile all’azione, all’impostazione di un conflitto onorevole.

È quanto ha reso plasticamente chiaro il racconto di Vita Cosentino che riferiva di una insegnante che per una serie di orribili caratteristiche personali, aveva portato a una tale esasperazione i genitori da spingerli a minacciare di ritirare i figli dalla scuola. Vita ha affermato di aver superato l’avversione, la ripugnanza che la collega pure le scatenava, per riuscire a correre ai ripari.

Il racconto è stato veramente rapido, ma conoscendo la passione e l’attività politica di Vita, posso completare con l’immaginazione ciò che lei nello scambio diretto della riunione ha lasciato implicito. Evidentemente teneva tanto al buon nome della sua scuola, guadagnato con il lavoro e l’impegno suo e di altre, aveva tanto a cuore il giudizio e la relazione con i genitori, eccetera eccetera… che questi interessi più alti, questo guadagno più grande non l’hanno inchiodata all’immobilità o a semplici manovre di aggressione cui il puro odio l’avrebbe confinata e quindi… (a noi immaginare un fine abbastanza lieto).

È questo, credo, ciò che deve necessariamente accadere al nostro odio, perché si trasformi in altro, in qualche cosa di più utile, più sano, più vitale. Altrimenti, dico, teniamolo in caldo quest’odio, teniamolo da conto, è un’energia potenziale, una riserva per il futuro. Al meglio, si dovrebbe sperare forse di smaltirlo subito, nel presente, lì, dove e quando si configura, usato come propellente per un’azione immediatamente diversiva. Nel meraviglioso mondo di aspirinalarivista.it vedo raffinate strategie volpine, splendidi voli spiazzanti e grandiosi scenari di guerra contro la nemica, infuriano litigi mondiali, esplodono raffiche di urla, nessuna si fa male e tutte ne cavano qualcosa.

Nel nostro mondo penso sia saggio conservarlo con cura e lucidità, l’odio, per essere pronte a intercettare una seconda occasione in cui quel pensiero, quell’interesse, quel guadagno, quell’amore che non abbiamo saputo vedere una prima volta, possa ritornare a noi in forma e materia inattesa.

Come ha suggerito Muraro alla fine della riunione, è bene avere delle lettrici mentre si scrive. Le mie lettrici sono: Gabriella Attuati, arcangela, con spada di fuoco, Milena Mammani, tenace mastina napoletana.