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dal Corriere della Sera

Mauro Bonazzi – “Differenza” è una parola decisiva, nel tuo vocabolario e non solo, se guardiamo al mondo della filosofia. Sono lontani i tempi della filosofia intesa come ricerca e analisi di concetti universali, validi per tutto e tutti, dovunque e comunque. Il Novecento, e anche il nostro secolo, sembra piuttosto il tempo della diversità, della molteplicità e della pluralità.

Adriana Cavarero – Il tema della differenza ha invaso i dibattiti filosofici soprattutto negli anni Settanta del secolo scorso, con i cosiddetti post-moderni, pensiamo ad esempio a Jacques Derrida o Gilles Deleuze. Anche se la mia provenienza è diversa (mi sono formata a Padova su Hegel e Platone) li conosco: e ho guardato a loro con interesse, ma anche diffidenza. Apprezzo, certo, la parte decostruttiva, il tentativo di smontare l’idea di un soggetto auto-fondato, saldo in sé, indipendente e autonomo (pensiamo al cogito di Cartesio, il penso dunque sono). Ma questa strategia di decostruzione mi sembra fine a sé stessa: si spegne nella glorificazione della frammentazione del soggetto stesso, nella negazione di un’identità unitaria; non aspira alla costituzione di altre forme di soggettività. Si passa insomma dall’uno (il soggetto classico, l’io sicuro di sé, chiuso nei suoi confini inviolabili) ai molti (a questo soggetto frammentato, ai mille rivoli di un’identità sfuggente perché sempre in movimento). Ma non si va oltre. È un risultato apprezzabile dal punto di vista estetico, ma poco praticabile dal punto di vista etico o politico. Se si parte da una enfatizzazione delle differenze infinite non si può costruire nessuna plausibile etica della responsabilità, perché viene a mancare ciò che ci unisce. È una scelta che non porta lontano, e apre piuttosto a forme di disimpegno.

Mauro Bonazzi – Qual è allora la tua “differenza”?

Adriana Cavarero – Seguendo Luce Irigaray, fin dall’inizio io ho insistito sulla differenza sessuale. Ora, la differenza sessuale non appartiene a questo panorama di frammentazione, tutt’altro. Ha a che fare con un dato di partenza ben preciso: siamo esseri viventi che si riproducono. Non si tratta di frammentare il soggetto in mille identità diverse, ma di ripartire da ciò che siamo nella concretezza dei nostri corpi, femminili e maschili. Smantellare costruzioni ideologiche che rischiano di opprimere va bene, ovviamente: non c’è dubbio che donne o omosessuali e tanti altri siano stati imprigionati in pregiudizi che li hanno ostacolati fin troppo a lungo nel libero sviluppo delle loro potenzialità. Ma bisogna anche provare a costruire alternative.

Mauro Bonazzi – Insomma, la contestazione di questa idea astratta, universalista, di un essere umano razionale e pienamente racchiuso in sé stesso non necessariamente deve culminare in una dissoluzione dell’idea stessa di soggetto umano.

Adriana Cavarero – Aristotele diceva che solo dell’universale si dà conoscenza; del particolare, dell’individuale no. E in parte ha pure ragione. Ma a me interessa anche il particolare. Basta la conoscenza universale della filosofia a chiarire chi siamo? Un buon filosofo aristotelico è Edipo, quando risponde alla sfida della Sfinge, offrendo una definizione generale dell’essere umano – di “che cosa è” un essere umano (l’essere umano è quell’essere che cammina con quattro gambe da bambino, due da adulto e tre nella vecchiaia). Poi Edipo scopre davvero “chi è” (l’assassino del padre, il marito della madre), lui nella sua specificità; e che avesse due o tre gambe non appare poi così importante… La filosofia non deve occuparsi solo delle questioni universali, ma anche di questa nostra unicità, del fatto che ognuno di noi è allo stesso tempo qualcosa di singolare, unico, irripetibile. Tra i due estremi di un soggetto assoluto e chiuso in sé stesso da un lato, e di una soggettività frantumata in una pluralità di impulsi non più ricomponibili dall’altro ci deve essere lo spazio per un discorso capace di parlare della nostra unicità, dei soggetti unici, concreti che noi tutti siamo.

Mauro Bonazzi – Ecco spiegata l’importanza della letteratura, come nel tuo bellissimo Tu che mi guardi, tu che mi racconti: la filosofia si è troppo spesso chiusa nel suo mondo – un mondo glorioso, certo, ma che nella sua ricerca di verità universali rischia spesso di perdere di vista la ricchezza del mondo umano, tutte le storie che si intrecciano nelle nostre vite…

Adriana Cavarero – E le storie, la storia di chi siamo, delle nostre vite, come spiegava Hannah Arendt, non ce le possiamo raccontare noi. Abbiamo bisogno degli altri per capire noi stessi. Senza gli altri non riusciremo mai a dare un significato alla nostra esistenza. In questo senso siamo esseri relazionali, fin dall’inizio (nasciamo da altri, non ci generiamo da noi stessi) e sempre, nelle nostre giornate, intessiamo relazioni con gli altri che determinano le nostre vite.

Intendendoci: l’altro non è l’Altro metafisico, né un altro generico. L’altro sei tu, in carne e ossa: sei tu che mi guardi, tu che mi racconti, sei mia madre che mi ha messo al mondo, sei la persona che amo, qui e ora. Chi sei tu? Chi sono io? Anche di questo deve occuparsi la filosofia.

Mauro Bonazzi – Insistere sulla nostra unicità significa anche riconoscerci nelle nostre imperfezioni e diversità. Siamo esseri contingenti, siamo «figli del caso», come dice il già ricordato Edipo subito prima di scoprire veramente chi è.

Adriana Cavarero – È vero, proprio come Edipo siamo fragili, vulnerabili. Anche questo fa parte della nostra condizione, inutile illudersi che non sia così.

Ma anche questa nostra fragilità ha una sua bellezza.

Forse non è così negativa, come troppo spesso si ripete…

Mauro Bonazzi – … Il paradigma vittimista, che ritorna oggi a tutte le latitudini. In effetti, c’è una tendenza fin troppo diffusa a lamentarsi della propria condizione, del destino che ci è toccato in sorte, quale che essa sia.

Adriana Cavarero – Ma anche questa vulnerabilità, i nostri limiti e persino le nostre debolezze, concorrono a determinare la nostra unicità, ciò che noi siamo concretamente. Hannah Arendt, ancora lei, scriveva: «C’è una fondamentale gratitudine per ciò che è dato». È un invito a cercare il senso di quello che si è, come si è, nella nostra singolarità incarnata. E una bella sfida.

Mauro Bonazzi – Quello della vulnerabilità è un tema caro anche a Judith Butler, una pensatrice al centro di molti dibattiti. Il suo tentativo di negare la differenza sessuale tra maschi e femmine sul piano biologico ha scatenato polemiche furibonde. So che siete molto legate, eppure constato anche una divergenza profonda su quest’ultimo punto, come peraltro spieghi molto bene nel tuo ultimo libro, scritto con Olivia Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa).

Adriana Cavarero – Con Judith siamo legate anche perché siamo in disaccordo. Non funziona così nel mondo delle idee? E infatti niente è più lontano da Judith di quella esigenza di normare e censurare parole o pensieri altrui, che ritroviamo invece in molte sue accolite e accoliti. Significativa è, per esempio, la regola di sostituire le desinenze maschili o femminili con la cosiddetta schwa – o con l’asterisco – per eliminare il più possibile il riferimento a identità specifiche che non sarebbero inclusive delle persone sessualmente fluide o trans. La difesa della vulnerabilità di queste persone si trasforma così in un sistema di disciplina e controllo sul linguaggio che le può vulnerare, con l’imposizione di regole sempre più restrittive. Si vulnera la grammatica, questo sì, e si perdono parole.

Mauro Bonazzi – Perderemmo anche noi stessi, in questo modo. Lo dicevamo prima: per capire chi siamo abbiamo bisogno delle storie che gli altri ci raccontano di noi. Ma se gli altri non possono più parlare, cosa ci racconteranno?

Adriana Cavarero – Il punto di disaccordo con Butler è la sua posizione, che vorrei chiamare “transmetafisica normativa”: una concezione della realtà che va al di là (trans, meta) del dato naturale, perché ritiene che anche il dato naturale (la distinzione maschio/femmina, nel caso specifico) sia il risultato di discorsi, non abbia consistenza reale. Il punto di disaccordo tra noi due, allora, non è soltanto la mia difesa del fatto che i sessi sono due in opposizione alla sua tesi che anche questa divisione è una costruzione culturale, e non naturale. Quello su cui non concordo sono soprattutto certe conseguenze iperindividualiste della sua tesi, vale a dire una concezione dell’individuo che si crea da sé, che decide la sua identità sessuale autopercepita. Insomma, che di sé può fare quello che vuole, prescindendo dai dati di realtà.

Mauro Bonazzi – Un’idea molto popolare nella Silicon Valley, peraltro, e che l’Intelligenza artificiale non farà che acuire, in un futuro (remoto? vicino?) in cui riproduzione e sessualità fossero finalmente separate: tutto sarà possibile, fate quello che volete.

Adriana Cavarero – All’io sovrano solitario nel suo regno continuo a preferire il noi in carne e ossa fatto da me e te, fatto da una pluralità di esseri unici in relazione concreta. Di nuovo, è uno spunto che ho letto e riletto nelle pagine di Hannah Arendt, laddove parla di felicità pubblica. La gioia di stare insieme, di agire insieme per assaporare il gusto della libertà e tentare di cambiare il mondo.