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È complicato rispondere alla domanda posta nell’introduzione all’incontro di Via Dogana 3 “Digitare non è mai neutro” 6 giugno 2021, vista la vastità e la molteplicità dei fenomeni che sono emersi in questi mesi di straordinario utilizzo delle ICT (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione) causa l’emergenza covid.

È troppo presto per stilare un catalogo di buone e/o cattive pratiche comunicative, così come è difficile stabilire la positività o negatività delle diverse posture cognitive riguardo la tecnologia.

Le ICT hanno lenito la solitudine dell’isolamento e l’emergenza è stata motivo di una generalizzata alfabetizzazione digitale che introduce cambiamenti irreversibili nelle filiere produttive (e.commerce e smartworking) e nelle modalità d’insegnamento e apprendimento (DAD). Le trasformazioni sono già in atto e la cifra del cambiamento dipenderà da ciò che resterà nelle nostre future abitudini.

Possiamo rintracciare piccoli e grandi segnali di una trasformazione che ha riguardato tuttə a partire dalla propria esperienza, come suggeriscono le amiche di VD3. Anche la modalità dell’incontro, con oltre 80 persone collegate all’evento on-line, è un segnale del cambiamento introdotto dalle ICT nelle comunicazioni.

Per quanto mi riguarda, in questo ormai anno e mezzo di auto isolamento, l’iper-connessione non mi ha fatto patire ed è sicuramente dipeso dalla mia biografia personale visto che mi occupo di informatica da tanti anni. Al Centro delle donne di Bologna dove mi sono occupata fin dalla nascita di Internet, nel lontano 1993, del Server Donne e via questo, del rapporto donne e ICT da diversi punti di vista: realizzativo, formativo e teorico. All’UniBo dove ho curato la realizzazione di innumerevoli progetti di digitalizzazione e dove tutt’ora insegno una bellissima materia, “Media digitali e genere”.

È da tanti anni che mi occupo del rapporto donne/tecnologie con l’obiettivo di sollecitare il pensiero critico dei femminismi a indagare il nostro rapporto con le macchine informatiche e al engendered degli algoritmi e del software.

Mi sono mossa dentro questo aumento di vita digitale con agio e in grande amicizia con le macchine; curando il mio sito web (www.almagulp.it), installando siti web per care amiche, recuperando archivi digitali. Uno dei miei passatempi preferiti è stato quello di risolvere problemi di funzionamento dei dispositivi informatici in un’ottica di riciclo e contro il consumo di tecnologia fine a se stessa. Ma l’isolamento mi ha permesso soprattutto di studiare e di tentare, attraverso la scrittura, una restituzione della mia esperienza di femminista digitale. Ho focalizzato la mia analisi sull’algoritmo e sull’intelligenza artificiale concentrando l’attenzione sulla pratica politica dei femminismi digitali convinta che vi siano manifestazioni di femminismi della rete distinguibili dai femminismi che vanno in rete.

Una delle caratteristiche del rapporto tra cultura delle donne e cultura del digitale sta nel processo che ha visto il femminismo migrare nei media digitali, in un primo tempo più liberi e ospitali, con importanti e molteplici produzioni di femminismi in rete. Tuttavia il processo non ha prodotto sufficienti femminismi della rete che potrebbero condizionare la programmazione del software e modificare il comportamento degli algoritmi sulla base di una sorta di responsabilità algoritmica inclusiva e democratica.

Dato il crescente potere che gli algoritmi esercitano nella società, ritengo servano maggiori artefatti tecnologici come Cercatrice di Rete[1], vera e propria macchina femminista e concreto esempio di un altro genere di search engine.

Da Chiara Zamboni ho appreso il valore e l’efficacia di una pratica[2]  politica come processo simbolico di significazione della realtà. Per tanti anni di questo si è trattato riguardo la realizzazione di artefatti tecnologici tipo Server Donne, un Service provider Internet di donne e per le donne oppure Cercatrice di Rete, una delle creature artificiali che più ho amato e che sto amando nel tentativo di ricostruirla – www. cercatrice.it – in una nuova scena politica.

Devo al lockdown la scrittura del saggio “Appunti di femminismo digitale #2 – Algoritmi” dove ho anche cercato di mettere in luce le nuove forme di discriminazione di genere derivate dall’avanzata delle intelligenze artificiali.

Ritengo sia necessario ripensare i concetti di negoziati e di negoziazione riferiti ai modelli di pensiero utilizzati nella produzione algoritmica di artefatti in grado di colloquiare con noi. Negli anni della diffusione dell’informatica di massa era predominante la nozione di azione strumentale, oggi le macchine mettono in campo vere e proprie azioni discorsive e mediatiche che dovrebbero rendere possibile dei negoziati di significato, un esempio negativo è il sessismo delle risposte di Google[3] che non possiamo negoziare.

Wendy Hui Kyong Chun, esponente di spicco dei Software Studies, descrive il software come un modo spesso piacevole di mappare cognitivamente il nostro mondo e il nostro rapporto con la sua complessità. Solo un’epoca con una popolazione di 7 miliardi di umani poteva produrre un tipo di tecnologia in grado di farci stare connessi, e durante la pandemia, pur rimanendo distanti fisicamente la tecnologia ha risposto alla nostra esigenza di stare in relazione con gli altri. Purtroppo il digitale nel ridurre questo tipo di complessità ha fatto emergere la stortura e la pericolosità dell’uso delle ICT nelle relazioni umane violente e manipolatorie.

È di questi mesi il grande allarme per il diffondersi del fenomeno dello stalkerware soprattutto nel contesto familiare: un’App può essere installata con facilità e senza che il proprietariə ne sia a conoscenza o abbia dato il suo consenso e viene utilizzata per spiare e monitorare segretamente le informazioni personali della vittima: immagini, video, messaggi, dati di localizzazione. Utilizzata da mariti gelosi o da ex partner è una forma nuova di controllo e aggressività che lascia le vittime particolarmente esposte. Il femminismo digitale promuove una maggiore consapevolezza delle potenzialità dello Smartphone e suggerisce forme di autodifesa[4].

In questo momento, e vorrei concludere, è di vitale importanza contrastare il pensiero unico alla base di tanta produzione di codice-software causa della discriminazione algoritmica; solo per fare un esempio l’educazione infantile al coding parte dal presupposto che i bambini devono imparare a pensare come un informatico,espressione coniata di recente dalla scienziata informatica Jeannette Wing[5]. Per poter negoziare altri algoritmi è necessario “pensare” altri tipi di ragionamenti che possono portare alla progettazione di altri algoritmi e altro software. I mutati contesti e le nuove esigenze della rappresentanza culturale e politica dovrebbero modificare, attraverso un altro tipo di progettazione algoritmica, anche i dispositivi e gli artefatti tecnologici.


[1] Vedi articolo No more su www.almagulp.it del 2017 dove viene descritto il progetto e la sua durata.

[2] «una pratica è un processo a cui si dà inizio per dare una risposta inventiva a un contesto e facendo così lo si modifica. Produce degli effetti che non sono progettabili né prevedibili, ma che si possono cogliere e apprezzare nel corso stesso del processo» C. Zamboni, Una contesa filosofica e politica sul senso delle pratiche, Diotima n.5 2006, Link http://www.diotimafilosofe.it/larivista/una-contesa-filosofica-e-politica-sul-senso-delle-pratiche/ consultato l’11 giugno 2021.

[3] Vedi articolo Google e il sessismo suggerito al link https://www.almagulp.it/google-il-sessismo-suggerito/06/2021/

[4] Un elenco di suggerimenti per scoprire se il nostro telefonino è clonato lo possiamo trovare al link https://www.punto-informatico.it/stalkerware-minaccia-informatica/.

[5] Citazione ripresa da Michael Lodi, Simone Martini, Enrico Nardelli, Abbiamo davvero bisogno del pensiero computazionale? Articolo apparso nella rivista on-line di cultura informatica edita da AICA, Mondo Digitale, novembre 2017.